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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM (PARTE 2)

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Abbiamo già parlato di questa tematica in una articolo che puoi leggere cliccando qui.

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    1. Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Miloš Forman (1975)

    Un film che ha segnato la storia del cinema per il modo innovativo in cui ha portato in scena un argomento molto delicato: il trattamento disumano a cui venivano sottoposti i pazienti nei manicomi e negli ospedali psichiatrici. Il tema è chiaro sin dal titolo, in effetti il “nido del cuculo” è una delle molte espressioni impiegate nel gergo statunitense per indicare un manicomio. 

    Il film ci parla di Randle McMurphy (Jack Nicholson), un carcerato che arriva in un ospedale psichiatrico affinché venga stabilito se le sue azioni possono dipendere da una malattia mentale oppure da una simulazione della stessa. Si fa subito notare per il suo atteggiamento anticonformista, in particolare eludendo in tutti i modi possibili le dure regole imposte dalla caporeparto Ratched (Louise Fletcher). McMurphy sveglierà il desiderio di libertà degli altri pazienti che, trascinati da lui, iniziano ad opporsi alla rigida disciplina imposta. 

    Nel manicomio i trattamenti che vengono usati per annullare i pazienti e punirli in caso di disubbidienza sono molto forti, come elettroshock e lobotomia. Un paradosso: i medici che dovrebbero prendersi cura del prossimo controllano con la violenza gli atteggiamenti che si discostano dalla norma, spesso dimenticando che anche loro sono persone con sentimenti, desideri e sofferenze. 

    1. Habemus Papam, di Nanni Moretti (2011)

    Alla morte del vecchio Papa, viene eletto il nuovo pontefice e la scelta cade sul cardinal Melville (Michel Piccoli). Il Papa neoeletto, dopo un attacco di panico, presenta sintomi di tipo depressivo, dovute al legittimo timore di non essere all’altezza del ruolo. Il Vaticano si rivolgerà a Moretti, uno dei migliori psichiatri, per aiutarlo a superare il suo disagio.

    1. Shutter Island, di Martin Scorsese (2010)

    Nel 1954, l’ufficiale e detective Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) deve investigare la scomparsa di una paziente dall’ospedale psichiatrico di Shutter Island. Le ricerche si complicano e Teddy comincia a dubitare di tutto: della propria memoria, del proprio partner e addirittura della propria sanità mentale. 

    I pazienti di Shutter Island non sono comuni malati di mente, ma persone che hanno commesso crimini atroci. Il film prende il via da un matricidio: Teddy è chiamato a indagare proprio sulla scomparsa di una donna che si è macchiata di questo peccato a causa di un disturbo maniaco-depressivo. Troppo spesso nella realtà, come nel film in questione, donne che dopo la maternità sviluppano una depressione e avrebbero bisogno di supporto vengono abbandonate a sé stesse. 

    Teddy, invece, è vittima di un disturbo da stress post-traumatico, disturbo che emerge a mo’ di difesa personale dopo un evento terribile. Un disturbo che il protagonista si trascina dietro, rifiutandosi di accettarlo e preferendo vivere in una menzogna. 

    1. I love shopping, di P. J. Hogan (2009)

    Il film racconta la storia della giornalista Rebecca Bloomwood (Isla Fisher) che vive e lavora a Londra dove si trova coinvolta in una serie di disavventure economiche e sentimentali, in gran parte create o alimentate dalla sua ossessione per gli acquisti. 

    Nel film vediamo come una passione può diventare una malattia e in particolare viene rappresentato il disturbo ossessivo-compulsivo. L’atto del comprare diventa un impulso a cui non si riesce a resistere e sarà la protagonista stessa ad ammetterlo ad una riunione di “compratori compulsivi anonimi” dicendo: “Compro perché, quando lo faccio, il mondo diventa migliore… Ma poi non lo è più e ho bisogno di rifarlo!”. 

    1. Forrest Gump, di Robert Zemeckis (1994)

    Forrest Gump (Tom Hanks), un uomo ormai adulto che, seduto su una panchina alla fermata dell’autobus, racconta alle persone che si vanno succedendo la propria vita. 

    Inizialmente racconta la sua infanzia difficile: un bambino affetto da un deficit cognitivo e da gravi problemi di postura, condizione che lo rende facile preda dei bulli. Riuscirà a reagire grazie al sostegno della madre e della sua amica Jenny. Quest’ultima gli farà scoprire di avere un’abilità particolare: è bravissimo nella corsa. Da bambino bullizzato riuscirà a diventare un uomo di successo. Questo film è dimostra come alcune problematiche, anziché limitare le persone, le stimolino a compiere qualcosa di grande. 

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  • RECENSIONE RESIDENT EVIL INFINITE DARKNESS – LO SPIN OFF TELEVISIVO PERFETTO

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    Il franchise di Resident Evil (o Biohazard se vogliamo usare l’originale nomenclatura giapponese), oltre agli otto capitoli principali e i numerosi spin off videoludici, ha anche all’attivo 6 film ad opera di Paul W.S. Anderson e con protagonista l’Alice di Milla Jovovich e 3 film d’animazione: Degeneration (Makoto Kamiya, 2008), Damnation (Makoto Kamiya, 2012) e Vendetta (Takanori Tsujimoto, 2017). Nell’ambito cinematografico i live action sono sicuramente più conosciuti, grazie soprattutto alla (non molto lusinghiera) fama che si è creata intorno alle pellicole e non spenderei ulteriori parole su un argomento già ampiamente discusso. Diverso invece è per i tre film d’animazione sopra citati, pellicole tutt’altro che perfette e con diverse problematiche, ma che risultano ottimi prodotti da recuperare senza pensarci due volte per i fan della saga, tenendo anche conto del tentativo di collegare queste pellicole con i videogiochi.

    Dopo una lenta discesa verso il baratro per la saga, con gli ultimi capitoli videoludici sempre più mediocri ed eccessivamente improntati all’azione, la casa di produzione Capcom è riuscita a salvare la saga nel 2017 con l’uscita dell’ottimo Resident Evil 7, capitolo che rappresentava un “nuovo inizio”, con diversi cambiamenti strutturali nel gameplay e una storia completamente nuova ma sempre in continuity con i capitoli precedenti. Una rinascita vera e propria per il brand che, tra remake e nuovi capitoli, sta vivendo una nuova epoca d’oro. Ed è proprio qui che si presenta Netflix, con una nuova serie live action basata sui primi due capitoli della saga e un anime originale. Proprio sul secondo ci soffermiamo in questo articolo, vedendo perché risulta essere il modo giusto per poter approfondire questo franchise.

    FANTAPOLITICA DI ZOMBIE

    La storia di questo anime originale Netflix si svolge nel 2006 dopo gli eventi di Resident Evil 4  e prima di Resident Evil 5,  e vede come protagonisti i già conosciutissimi eroi della saga, Leon S. Kennedy e Claire Redfield. La serie si apre con un attacco bio-terroristico alla Casa Bianca, che porta a una vera e propria invasione di zombie all’interno del Gabinetto di Stato. Non ci dilunghiamo ulteriormente nel raccontare la trama del prodotto per evitare di rovinare particolari sorprese che la serie presenta fin dal primo episodio, dovendo anche fare i conti con la presenza di soltanto quattro episodi della durata di circa mezz’ora l’uno.

    Senza entrare troppo nei dettagli, la sceneggiatura risulta particolarmente curata e riesce a mettere in atto eventi interessanti che comunque  non creano problemi di continuità con gli altri prodotti (la serie è stata infatti presentata da Camcom stessa come un prodotto canonico dell’universo di RE), introducendo un’atmosfera quasi da fantapolitica, con intrecci tra capi di stato, agenti infiltrati e operazioni di guerra e terrorismo. Se i videogiochi presentano un’ambientazione più circoscritta, con i protagonisti che si muovono all’interno di una villa o di (al massimo) una città, la serie si è presa la libertà di poter far viaggiare i personaggi, portandoli assieme allo spettatore in un vero e proprio giro del mondo, spaziando dagli Stati Uniti alla Cina, inserendo ovviamente anche luoghi inesistenti come la regione del Penamstan.

    I due protagonisti risultano ottimamente scritti, approfondendo non solo il loro carattere ma anche il loro rapporto post Raccoon City, elemento prima lasciato ai margini della narrazione che trova un’ottima applicazione invece qui, a scapito però dei personaggi secondari che risultano un po’ più abbozzati, sia come aspetto (molto più generico e meno efficace) che come caratterizzazione, portando quindi lo spettatore a mantenere un rapporto leggermente distaccato con questi ultimi. Elemento questo che però non va ad inficiare eccessivamente sulla godibilità del prodotto, grazie anche alla cura grafica e registica messa in atto.

    RESIDENT EVIL, QUELLO VERO

    Dal punto di vista registico, la serie risulta uno spettacolo per gli occhi. Eiichirō Hasumi ha infatti messo in scena dei movimenti e giochi di macchina che raramente vediamo in prodotti di questo genere, con l’intento in molteplici situazioni di replicare (con successo) i movimenti di macchina presenti nei videogiochi, donando al prodotto una continuità spettacolare con i videogame. Il discorso vale anche per il lato più tecnico, con i modelli utilizzati per i protagonisti identici a quelli del remake di Resident Evil 2 datato 2019, permettendo allo spettatore di riconoscere gli stessi personaggi, donando ancora una volta quella continuità spesso mancante in produzioni di questo tipo. Sempre per il lato tecnico, anche la fotografia si attesta su ottimi livelli, riuscendo a caratterizzare ottimamente le varie ambientazioni in giro per il mondo, con l’utilizzo di gradazioni di colore efficaci, anche se magari un po’ cliché.

    Il perché questo prodotto sia un vero Resident Evil va ricercato nell’atmosfera che riesce a creare. L’origine del brand va sicuramente cercata in quegli horror di serie b anni ‘70/’80, con “gli scienziati pazzi che creano i mostri ed i militari che salvano il mondo” riempiendo lo schermo di sangue e trash, ma mantenendo costante quella paura che rendeva iconici i prodotti.

    Questa serie riesce a prendere dai primi capitoli proprio quell’elemento di inquietudine e paura che creavano le armi biologiche (non si parla infatti solo di zombie, ma anche di altre creature) e il doverle affrontare spesso da soli, inserendo comunque scene più adrenaliniche per rendere il prodotto appetibile per tutti, ma senza cadere nella trappola “Resident Evil 6”, riuscendo quindi a mescolare adeguatamente i due elementi.

    CONCLUSIONE

    Sfruttando il secondo periodo d’oro che il brand sta vivendo, Netflix è riuscita a confezionare un ottimo prodotto, sia dal punto di vista tecnico, con animazioni e modelli spettacolari e una regia e fotografia ottime che ricalcano molto le atmosfere dei videogiochi, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che riesce a creare una storia originale nella quale inserire i personaggi iconici pur senza esagerazioni e mantenendo il prodotto nella canonicità. Ma è l’atmosfera che la serie riesce a creare l’elemento vincente che rende questo prodotto un vero Resident Evil, degno quindi di essere recuperato da tutti i fan del brand, senza la paura di ritrovarsi di fronte a un Paul W.S. Anderson 2.0.

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  • RECENSIONE MARX PUÒ ASPETTARE DI MARCO BELLOCCHIO

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    Marx può aspettare è il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato al Festival di Cannes 2021, nella stessa occasione in cui al regista di Vincere e Il traditore è  stata assegnata la Palme d’honneur.

    Col senno di poi sembra felicemente appropriata l’assegnazione di un tale riconoscimento alla carriera in concomitanza con l’uscita di questo documentario. Marx può aspettare segue un doppio binario: il ricordo del fratello Camillo, morto suicida nel 1968 a soli 28 anni, nelle parole dei fratelli e delle sorelle Bellocchio superstiti, ma anche l’opportunità per il regista piacentino di ripercorrere la propria carriera artistica, dalla vittoria del Nastro d’argento per I pugni in tasca (1965) a L’ora di religione (2002). È appropriato quindi che l’assegnazione della Palma d’oro onoraria avvenga assieme all’uscita di un film in cui Bellocchio mette così tanto in gioco sé stesso e le sue opere, alla luce di una tragedia personale.

    Marx può aspettare è un film che nasce sotto il segno della morte: la famiglia Bellocchio affronta questa tragedia ormai remota nel tempo in occasione di un raduno nel 2016. Qui i fratelli -ma anche altri parenti di questa famiglia- si confrontano con le domande irrisolte e i sensi di colpa. Il ritratto di Camillo esclude qualsiasi tendenza all’agiografia, e del racconto di un malessere che ha portato a quel gesto estremo non c’è retorica né compiacimento: della tragedia personale di Camillo e del senso di colpa per non aver saputo riconoscere quel male si parla con partecipazione emotiva ma anche con lucidità, cercando di comprendere le ragioni di tutte le parti in causa e chiamando a testimoniare ricordi e punti di vista anche contrastanti tra loro. L’abilità di Marco Bellocchio sta infatti nel saper intrecciare il punto di vista della famiglia Bellocchio con quello di voci esterne: la sorella della fidanzata di Camillo, Giovanna Capra, il padre gesuita Virginio Fantuzzi (scomparso nel 2019) e lo psichiatra prof. Luigi Cancrini. Il colloquio con Giovanna Capra esprime la posizione più severa nei suoi confronti, mentre quello con padre Fantuzzi offre un punto di vista originale sulla filmografia dell’ateo Bellocchio, interpretata come un confessionale laico in cui riaffiorano il senso di colpa e i rimorsi in cerca di una redenzione.

    La dimensione sociale tipica dei film di Bellocchio è sempre presente, ma ridimensionata in uno studio sulle dinamiche di una famiglia numerosa come quella dei Bellocchio. La depressione di Camillo viene indagata come sintomo di un malessere collettivo, che riguarda una famiglia “disastrata” in cui nessuno è realmente capace di comprendere a fondo i sentimenti l’uno degli altri. La stessa propensione politica che caratterizza il cinema di Marco Bellocchio viene vista inun’ottica inedita, come un ostacolo alla comprensione personale di un fratello poco interessato alla politica, che all’inquietudine politica di Marco rispose con “Marx può aspettare”.

    L’ultimo documentario di Marco Bellocchio è un’opera riuscita sotto ogni aspetto: è una confessione onesta e mai autoindulgente, capace di risvegliare la coscienza e l’attenzione dello spettatore e di farlo con sobrietà, sottolineata dalla colonna sonora essenziale ed efficace di Ezio Bosso (scomparso nel maggio dello scorso anno). Offre poche certezze e molte domande, questa storia di un dramma privo di catarsi -il senso di colpa per il suicidio di Camillo alimentato con gli anni non si può risolvere certo con un film- ma non disperato: il regista e autore non si sente assolto ma almeno liberato.

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  • CANNES 2021: ANALISI DEL FESTIVAL

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    N.B.: nessun membro della redazione di framescinemawebzine.com/ è stato al Festival di Cannes e ha visto i film della selezione. Il presente articolo è un commento all'edizione e ai film del concorso basato esclusivamente sulle reazioni generali della critica italiana e internazionale che ha potuto vedere le pellicole al Festival.

    Ieri, 17 luglio, si è conclusa la 74ª edizione del Festival di Cannes, la prima tenutasi in presenza dall’inizio della pandemia. Il delegato generale Thierry Frémaux, principale curatore della selezione, ha allestito uno dei concorsi più ampi di sempre (ben 24 film in competizione per la Palma d’Oro), proprio per dare visibilità anche a pellicole del 2020 rimaste in attesa di un’edizione in presenza del grande festival francese dove svelarsi al mondo.

    Julia Ducournau con Vincent Lindon e Agathe Rousselle, protagonisti di Titane

    Partiamo subito dall’elefante nella stanza: la Palma d’Oro che la giuria guidata da Spike Lee ha assegnato a Titane, opera seconda della francese Julia Ducournau (seconda donna nella storia a vincere il festival, dopo Jane Campion per Lezioni di piano). Il film – un pastiche che riecheggia i capolavori body horror di Cronenberg e Tsukamoto: basti pensare che la protagonista è una donna che rimane incinta di un’automobile con cui si è accoppiata – ha letteralmente spaccato in due la critica internazionale, tra sostenitori (pochi) e detrattori (i più). Difficile trovare, negli ultimi anni, una Palma d’Oro tanto discussa (e discutibile, probabilmente). È assai probabile che Spike Lee abbia voluto lanciare provocatoriamente uno dei suoi ben noti messaggi politici, premiando un film che affronta di petto il tema del cambiamento e della fluidità sessuale, al centro del dibattito contemporaneo.

    Certo, lascia davvero perplessi il fatto che per premiare Titane, comunque nel complesso uno dei film meno graditi del concorso, la giuria abbia relegato a premi minori film universalmente acclamati come l’iraniano Ghahreman (A Hero) di Asghar Farhadi e il finlandese Hytti Nro. 6 (Compartment No. 6) di Juho Kuosmanen – che si sono divisi il Grand Prix, ossia il secondo premio per importanza – e soprattutto il giapponese Doraibu mai kā (Drive my car) di Hamaguchi Ryūsuke, secondo molti indiscutibilmente la miglior pellicola del concorso, premiato “solo” con il Premio alla Miglior Sceneggiatura (anche se si è rifatto con altri riconoscimenti indipendenti, come il prestigiosissimo premio FIPRESCI, assegnato dalla critica internazionale). A Hero rappresenta il ritorno in Iran di Farhadi che, dopo la parentesi spagnola di Tutti lo sanno (2018) con Penelope Cruz e Javier Bardem, torna alla sua forma migliore e, pur non riuscendo secondo la critica a toccare i vertici dei suoi capolavori (About Elly, Una separazione), realizza un nuovo memorabile spaccato della società iraniana. Compartment No. 6, invece, è il racconto di una bizzarra storia d’amore che si svolge interamente su un treno in Siberia, mentre Drive my car è il fluviale (179′) adattamento di un celebre racconto di Murakami Haruki.

    Un fotogramma di A Hero di Asghar Farhadi

    Un fotogramma da Compartment No. 6 di Juho Kousmanen

    Un fotogramma da Drive my car di Hamaguchi Ryusuke

    Altri film premiati sono stati il contestato israeliano Ha’berech di Nadav Lapid e il misterioso Memoria (Premio della Giuria ex aequo) di Apichatpong Weerasethakul, trasferta colombiana con Tilda Swindon del celebre regista tailandese, già Palma d’Oro nel 2010 per il cult Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Il film, acclamatissimo dalla critica internazionale, arriverà in Italia su MUBI. Migliori attori, invece, Renate Reinsve per Verdens verste menneske (The Worst Person in the World) del norvegese Joachim Trier e Caleb Landry Jones per l’australiano Nitram di Justin Kurzel.

    Il Premio alla Regia, infine, è andato a Leos Carax, beniamino dei cinefili di mezzo mondo, noto soprattutto per il celebre Holy Motors. Il regista francese ha aperto il festival con il musical-kolossal Annette, produzione internazionale con protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard. Secondo molti si tratta di una versione caraxiana di La La Land, musicata dagli Sparks.

    Tra i film più discussi, non ce l’hanno fatta a entrare nel palmarès Paris 13th District di Jacques Audiard, melodramma raffreddato alla Wong Kar-Wai ambientato nelle periferie parigine, e Benedetta di Paul Verhoeven, già assurto allo stato di cult per le estreme scene erotiche tra suore lesbiche che utilizzano statuette della Vergine come dildi. Ahinoi, quest’ultimo (stranamente…) manca ancora di una distribuzione italiana. Tra i premiati manca anche il film forse più atteso del festival, The French Dispatch di Wes Anderson, che ha generalmente deluso la critica, che ha parlato di un’involuzione stilistica del regista texano, sempre più travolto dal proprio maniacale formalismo. Staremo a vedere se, effettivamente, si tratterà di una delusione. Tre piani di Nanni Moretti, unico film italiano in concorso, è tornato a casa a bocca asciutta e con reazioni critiche piuttosto negative, che parlano di un passo falso del grande regista nostrano. Ma non mancano i sostenitori della pellicola, che uscirà in Italia il prossimo 23 settembre. Tra i film che hanno deluso molto vi è poi The Story of my Wife, mega-produzione europea diretta dalla regista ungherese Ildikó Enyedi, che nel 2017 aveva lasciato tutti a bocca aperta con Corpo e anima (Orso d’Oro a Berlino) e che con il suo nuovo film pare invece aver disatteso le alte aspettative.

    Nel complesso il concorso di Cannes 74 – che vantava pellicole provenienti davvero da ogni parte del mondo – ha riservato come ogni anno sorprese e delusioni, ma ha segnato l’ennesima ripartenza dell’industria cinematografica mondiale, che non sembra intenzionata a fermarsi, anche di fronte alle grandi difficoltà causate dalla pandemia.

    La giuria del concorso presieduta da Spike Lee

    Tra le opere fuori dal concorso principale vale la pena segnalare almeno Unclenching the Fists della russa Kira Kovalenco, vincitore del premio Un Certain Regard, A Chiara dell’italiano Jonas Carpignano, vincitore del premio Europa Cinema Label della Quinzaine des Réalisateurs, e Murina di Antoneta Alamat Kusijanović, vincitore della Caméra d’or (il prestigioso premio alla miglior opera prima, vinto in passato da registi poi diventati grandi maestri).

    Fuori concorso segnaliamo almeno La ragazza di Stillwater – nuovo acclamato film di Tom McCarthy (Il caso Spotlight) con Matt Damon che, possiamo già dirlo, proverà a dire la sua ai prossimi Oscar – e i documentari The Story of Film: A New Generation di Mark Cousins e JFK Revisited: Through the Looking Glass di Oliver Stone. Il primo è il nuovo capitolo del monumentale documentario sulla storia del cinema The Story of Film: An Odyssey (2011, oltre 900′ di durata), mentre il secondo è il tentativo di Stone di tornare sul caso Kennedy, dopo il capolavoro JFK – Un caso ancora aperto (1991), e di riaggiornare le tesi espresse dal proprio film alla luce di nuovi elementi emersi nei passati trent’anni.

    Le Palme d’Oro onorarie, infine, sono andate a Jodie Foster e al nostro Marco Bellocchio.

    Marco Bellocchio con la Palma d’Oro onoraria ricevuta dalle mani di Paolo Sorrentino

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  • RECENSIONE A CLASSIC HORROR STORY – UN FILM INCOMPRESO

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    Girare film di genere in Italia è cosa non da poco e risulta ancora più complicato se si tratta di pellicole horror. Lo sa il pubblico più affiatato, che negli ultimi anni ha dovuto farsi strada tra una miriade di prodotti mediocri per riuscire a trovarne soltanto una manciata che si potesse salvare, e lo sa bene chiunque abbia provato a portarne alla luce uno, sia che si tratti di nomi conosciuti(si passa da mostri sacri come Avati a registi più di nicchia come D’Antona) sia che si tratti di un regista emergente al suo primo lavoro.

    Lo sa bene anche Roberto De Feo, attivo con diversi cortometraggi già nel 2008, ma che ha dovuto attendere undici anni per poter girare e mostrare al pubblico il suo primo vero lungometraggio

    The Nest: il nido, pellicola che riscosse un enorme successo sia di critica (vinse numerosi premi e ottenne anche una candidatura come miglior regista esordiente ai Nastri D’Argento) sia di pubblico, tanto che la casa di produzione Colorado Film arrivò a stipulare un accordo con Paramount per un remake americano del film. A due anni di distanza dalla pellicola d’esordio, De Feo, aiutato alla regia da Paolo Strippoli e con Netflix come produttore, ha creato al suo secondo lungometraggio un horror che già dal titolo vuole fare riflettere: A Classic Horror Story, che tradotto per i non anglofoni è La classica storia dell’orrore. Più chiaro di così si muore, no?

    OLD VS NEW

    Creare una pellicola horror oggi significa sostanzialmente scontrarsi con un concetto: guardare al passato, traendone le giuste ispirazioni dai grandi classici, ma puntando al futuro e quindi cercando l’innovazione. Non è un passaggio obbligatorio, ci mancherebbe, ma è uno step, un gradino che ogni regista vuole affrontare se il suo intento è quello di non creare la “classica storia dell’orrore”.

    La pellicola di De Feo si apre con il viaggio di cinque persone normali, con i loro pregi e difetti e con le loro vite con problemi annessi. Non si conoscono, in quanto il camper nel quale viaggiano è un “uber”, un semplice mezzo per arrivare nel punto in cui le loro normali vite riprenderanno, cosa che ovviamente non succederà. Perché se il capolavoro di Hooper Non aprite quella porta  ci ha insegnato qualcosa, è che viaggiare in camper in un horror non è mai una buona scelta e difatti dopo aver avuto il (classico) incidente, i cinque si risvegliano nel bel mezzo di una radura, con soltanto una inquietantissima casa il cui aspetto risulta un mix tra la casa della strega di Gretel e Hansel (Oz Perkins,2020) e la catapecchia de La Casa (Sam Raimi) di fronte a loro e circondati da alberi. Da qui i cliché e le citazioni si susseguiranno una dopo l’altra, con racconti folkloristici, sette sataniche e macchinari ai limiti del “torture porn”, fino al plot twist, alla spiegazione del perché questa pellicola risultasse fino a quel momento così ovvia e scontata.

    Seppur con alcuni limiti, soprattutto nel terzo atto, la sceneggiatura del film risulta particolarmente solida e capace di introdurre richiami da tantissimi horror, dai più conosciuti ai meno e dai più datati ai più recenti. Oltre ai già citati, si trovano palesi ispirazioni a The Wicker Man (Robin Hardy, 1973), Quella casa nel bosco (Drew Goddard, 2011), Midsommar (Ari Aster, 2019) o The Blair Witch Project (Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), il tutto intelligentemente amalgamato alla storia del folklore sui tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso alla base delle sventure dei protagonisti.

    Come intelligente risulta il plot twist, intelligentemente celato agli spettatori, ma comunque sensato e con basi solide, che mostra quale sia il vero messaggio del film, che lasciamo allo spettatore l’onore di scoprire.

    UN PRODOTTO NOSTRANO

    Ad una prima distratta occhiata, il film può tranquillamente non sembrare italiano. La fotografia in primis, ma tutto il comparto tecnico ha costruito un film che può tranquillamente essere venduto anche al di fuori della nostra penisola ad un pubblico abituato più a grosse produzioni che a prodotti sperimentali. In questo anche la regia gioca un ruolo importante: tutt’altro che spicciola, si attesta infatti su un ottimo livello ed è capace di mettere in scena il tutto con chiarezza e senza confusione, costruendo perfettamente uno scambio continuo tra tensione ed orrore che mantiene lo spettatore in costante attenzione per tutto il primo e secondo atto. Bisogna sottolineare come il terzo atto, con la virata di genere ed atmosfera che subisce, cambia di molto il mood  dell’intero prodotto e dello spettatore nel visionare le vicende, senza però danneggiare eccessivamente l’ottimo lavoro registico attuato dalla coppia De Feo-Strippoli.

    Dal lato della recitazione, ci si distacca dal prodotto “neutro” e si entra pienamente nella cinematografia italiana. Ogni personaggio viene da un luogo diverso e questo si percepisce soprattutto nel parlato, con cadenze dialettali particolarmente presenti (soprattutto nel caso di Fabrizio, interpretato da Francesco Russo) che se da un lato risultano piacevoli nel mostrare il carattere reale dei personaggi, dall’altro rendono in alcuni frangenti più complessa la comprensione delle battute, specialmente quando sussurrate. L’elemento forte del gruppo è sicuramente Elisa, interpretata da una Matilde Lutz strepitosa che riesce a portare su schermo un ottima interpretazione della “classica ragazza normale” che finisce per ritrovarsi in un vero e proprio inferno.

    Arrivati alla fine della recensione, urge soffermarsi un attimo sul perché questo film sia incompreso. La colpa di tutte le critiche e della delusione che il pubblico sta riversando su questo prodotto non è da imputare sul risultato finale della pellicola stessa, ma sul produttore Netflix. Il film è infatti stato venduto dalla piattaforma non solo come nuovo o “fresco”, ma addirittura come un qualcosa di innovativo e che avrebbe cambiato per sempre il genere, almeno qui in Italia. Da qui le alte (forse anche eccessive) aspettative del pubblico, che ritrovatosi con un ottimo prodotto che motiva sì i cliché ma che non introduce cambiamenti epocali, ha gridato quindi allo scandalo affossando la pellicola con aspre e pesanti critiche. Non è certo la prima volta (ricordiamo quell’ Hereditary  esordio alla regia di Ari Aster con cui molti rimasero delusi perché venduto come “il nuovo esorcista” e che venne quindi affossato e additato come un film pessimo semplicemente per non essere stato all’altezza delle aspettative) e non sarà l’ultima, dispiace però che un pregevolissimo prodotto tutto italiano, con anche delle tematiche importanti di fondo, verrà ricordato soltanto per questo gigantesco ed orrendo “scam”.

    CONCLUSIONI

    Messa da parte la pubblicità fatta da Netflix, la pellicola si presenta come un ottimo horror italiano nettamente sopra la media. La regia di De Feo-Strippoli dona vitalità ad una sceneggiatura solida, messa in scena da un risicato ma valido cast di attori (tra cui spicca su tutti la Lutz) e che riesce a mischiare bene le carte in tavola, partendo come il classico film dell’orrore pieno di cliché, per poi non solo inserire tematiche più profonde ma anche motivare questa sua (solo appartente) superficialità e banalità. Rimangono alcuni difettucci, come un terzo atto leggermente sotto tono ed una parlata in alcune situazioni troppo marcata verso il dialetto, ma ciò non rovina comunque l’esperienza dello spettatore che si ritroverà sicuramente coinvolto e spaventato per buona parte della pellicola, purtroppo già eccessivamente bistrattata.

    P.S.: nonostante non sia un film Marvel, si consiglia di non terminare subito la visione alla comparsa dei titoli di coda.

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  • STORIA DELLA PANAVISION PARTE 3 – LE CINEPRESE DIGITALI

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    Potete leggere la prima parte cliccando qui e la seconda cliccando qui.

    Benvenuti nel terzo e ultimo appuntamento sulla storia della Panavision. Dopo aver vissuto avventure emozionanti dallo Spazio interstellare alle isole tropicali, passando per gare da alta velocità e sfide ingegneristiche mai affrontate prima, raggiungiamo la nuova rivoluzione del Cinema: le cineprese digitali. Lo sviluppo della Panaflex Millennium aveva portato la Panavision a riprogettare ogni singolo componente attraverso il feedback ottenuto sul campo, ottenendo uno strumento dall’eccezionale ergonomia e qualità. Però il cinema stava cambiando ancora più in fretta di quanto si potesse immaginare, grazie l’ascesa delle tecnologie digitali e al loro rapido sviluppo. Negli anni ‘90 tra i professionisti del settore si iniziava già a sperimentare cosa poteva offrire il cinema digitale, e colossi come Sony erano già al lavoro sulle tecnologie del nuovo millennio. Da lì a poco qualcuno avrebbe decretato la fine della pellicola.

    Già negli anni ‘60 e ‘70 erano disponibili i primi sensori digitali basati sulla tecnologia MOS, che poi sarebbe poi diventata la base dei sensori CCD, molto più sfruttabili in ambito professionale. Sul finire degli anni ‘80 la Sony iniziò a sponsorizzare il concetto di electronic cinematography, introducendo sul mercato la prima cinepresa HDTV, la HDC-100, con la quale venne girato il lungometraggio Giulia e Giulia, un film drammatico prodotto dalla RAI nel 1987, uno dei primi film HD in assoluto. In meno di dieci anni avremmo avuto il primo film che avrebbe fatto un uso intensivo di tecniche di post produzione digitali (Rainbow, 1996) e il primo Feature Film interamente filmato e post prodotto in digitale, Windhorse. Girato interamente in Tibet e Nepal nel 1996 con un prototipo di cinepresa digitale Sony DVW-700WS e post prodotto con Avid e da Vinci. Un vero assaggio della cinematografia contemporanea!

    Nel 1998 arrivarono le prime HDCAM, che permettevano di registrare 1920×1080 pixel con sensori CCD, e l’idea della digital cinematography iniziò a prendere piede sul mercato. 

    Il vero punto di svolta avvenne nel maggio del 1999, quando George Lucas decise di integrare alla produzione a pellicola alcune riprese digitali nel film Star Wars: Episodio I – La Minaccia Fantasma. Le riprese digitali vennero unite senza problemi a quelle tradizionali e questo lo portò ad annunciare che avrebbe diretto il prossimo film interamente in digitale ad alta risoluzione.

    È in questo momento che entra in gioco la Panavision. Su spinta di George Lucas viene messa in contatto con Sony per lo sviluppo e la produzione della Sony HDW-F900, la prima cinepresa digitale che rispondeva agli standard cinematografici dell’epoca. Il suo contributo fu fondamentale per il successo di questo apparecchio, basato su un sistema a 3 Sensori RGB CCD da 2/3” capaci di una risoluzione di 1920×1080 pixel per un totale di 6.3 milioni di pixel, permetteva riprese in alta risoluzione a 24fps e un sistema di filtri ND e CC per espandere le possibilità di ripresa in presenza di molta luce e un miglior color match con la pellicola. Questo sistema presentava però due problemi: le lenti sviluppate fino a quel momento non erano adatte a un sensore digitale che per sua natura rifletteva molta più luce causando numerose aberrazioni che portavano a un crollo della qualità di immagine. Panavision si fece carico di sviluppare i primi obiettivi dedicati al digitale con la serie: Primo Digital. Queste lenti erano dotate di una risoluzione superiore di 2,5 volte, in quanto il sensore utilizzato era molto più piccolo rispetto al negativo digitale; questo comportava anche uno scostamento tra l’angolo di ripresa e la lunghezza focale rendendo necessari adattatori e lenti specifiche per poter effettuare riprese grandangolari. Inoltre, sviluppò un corpo macchina compatibile con tutti gli strumenti e accessori più utilizzati, fornendo una cinepresa pronta a integrarsi con i sistemi già esistenti. Il risultato fu sorprendente, nonostante fosse solo l’inizio di una nuova tecnologia con numerose limitazioni e difficoltà operative, il film presentava un’alta qualità di immagine e non faceva certo rimpiangere la pellicola. Questo successo spalancò le porte al cinema digitale, che rappresentava un’alternativa più economica e maneggevole rispetto alle cineprese tradizionali.  Le major spingevano verso le produzioni di questo tipo, e in poco tempo tutti i più grandi produttori iniziarono a proporre le loro soluzioni sul mercato, non solo Panavision ma anche ARRI, Sony, RED, Blackmagic e Canon.

    Dopo qualche anno di sviluppo e affinamento, la Panavision introdusse la Genesis HD, una cinepresa dotata di color sampling 4:4:4, risoluzione HD e un sensore in formato Super 35mm che permetteva di utilizzare tutte le ottiche progettate per i 35mm mantenendo lo stesso angolo di campo. Presentava un singolo sensore CCD (questo riduceva le problematiche legate ai riflessi del sensore) con 12,4 megapixel di risoluzione, e un pattern RGB. La risoluzione finale dell’immagine prodotta era di 1920×1080 con un aspect ratio di 1.78:1 (16:9). La parte elettronica, nonostante i cattivi rapporti, era ancora prodotta da Sony, che nel frattempo aveva ampliato e sviluppato la sua linea di cineprese professionali chiamata Cinealta. Venne utilizzata per la prima volta in Superman Returns (2006) e l’ultimo film ad essere girato fu TED (2012). 

    A leggere le specifiche non sembrerebbe nulla di speciale, già da diversi anni un comune smartphone è in grado di girare video in Full HD e addirittura in 4k! Una riprova dell’altissima qualità di questo sistema di ripresa la possiamo trovare in Apocalypto (2006). Il film è ambientato in foreste tropicali e deserti dell’America centrale, con condizioni di luce al limite e ripreso quasi interamente senza l’ausilio di fonti artificiali. L’abilità di Dean Semler ha permesso di esprimere tutte le capacità del sensore di operare con pochissima luce e in scene ad alto contrasto mantenendo una qualità altissima e una palette di colori invidiabile. Per il film venne sviluppata un apposito LUT ispirato alla Kodak’s Vision2 500T 5218, che portò il direttore della fotografia a cambiare il proprio modo di valutare esposizione e colori sul campo innovandone il workflow. Per un ulteriore approfondimento potete consultare: 

    https://theasc.com/ac_magazine/January2007/Apocalypto/page1.html

    Schiacciata dalla concorrenza, che ormai offriva soluzioni più innovative e dotate di maggiore risoluzione, la Panavision decise di non sviluppare più cineprese digitali e concentrare le proprie energie nell’ambito degli obiettivi e degli accessori. In questo periodo Hollywood assistette all’ascesa di RED e delle sue cineprese compatte e dalla qualità di immagine mai raggiunta prima di allora. Inoltre Canon, attraverso l’introduzione della funzione video sulle proprie reflex, portò il formato da 35mm nelle mani di fotoamatori e professionisti, Blackmagic iniziò a produrre corpi sempre più compatti ed economici e Sony stabilì una leadership nel settore delle grandi produzioni cinematografiche e televisive con la linea Cinealta e Venice. 

    Ma il continuo sviluppo della cinematografia digitale e il parallelo declino della pellicola rappresentavano un settore troppo ghiotto per starne fuori. Il mondo cambiava nuovamente e bisognava stabilire una nuova leadership con prodotti che puntano alla massima qualità possibile. I debiti accumulati sul finire degli anni ‘90 e le continue acquisizioni da parte di altri operatori del mercato non giovavano di certo alla stabilità della compagnia, che, nonostante questo, riuscì a portare sul mercato nel 2016 la Millennium DXL. Rappresentava la nuova generazione di cineprese digitali essendo dotata di un sensore da 35 megapixel che garantiva un output in 8K in formato RAW e una gamma dinamica di 16 stop (con la versione DXL2). L’elettronica è derivata dai modelli prodotti dalla RED, ma la color science e la compatibilità con le famose ottiche Panavision e la nuova serie T offre l’unica soluzione sul mercato in grado di produrre il formato anamorfico con una risoluzione di 4k.

    Ad oggi la Panavision è finanziariamente instabile, specialmente dopo la fallita acquisizione da parte della Saban Capital nel 2019, e il suo futuro in un mercato così competitivo non è facile da prevedere. Quel che possiamo dire è che dalla sua nascita ad oggi attraverso l’impegno, la creatività e l’intuito delle persone che ci hanno lavorato ha rappresentato un punto di riferimento per le produzioni cinematografiche di tutto il mondo, fornendo strumenti di altissima qualità e capaci sognare sia in sala che sul set.

    Grazie per aver letto questo approfondimento, se ti è piaciuto condividilo! 

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  • VAN GOGH E IL CINEMA (PARTE 3): ALLA RICERCA DI VAN GOGH

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    Con questo articolo continuiamo il nostro viaggio nell’arte di Van Gogh attraverso le rappresentazioni al cinema dello straordinario artista olandese. Clicca qui per leggere la prima parte e qui per la seconda.

    Nel villaggio di Dafen, in Cina, 10.000 pittori dipingono quasi a livello di catena di montaggio per riprodurre copie dei quadri di Van Gogh richieste da clienti esteri. Il film documentario Alla ricerca di Van Gogh (China’s Van Gogh, Kiki Tianqi Yu, Yu Haibo, 2016) mostra il lavoro di Zhao Xiaoyong aiutato da suo fratello, suo cognato, sua moglie e inizialmente altri ragazzi. 

    Nel loro laboratorio, essi operano con passione e meticolosa precisione per avvicinarsi sempre più allo stile degli originali. Il film mira sicuramente ad evidenziare il grande amore di Zhao per la pittura, riuscendo a romanticizzare anche un’azione apparentemente fredda e mirata al guadagno come la riproduzione in copie di opere famose. I protagonisti devono confrontarsi con una realtà dura: li vedremo infatti perdere parte della squadra a causa delle paghe troppo basse, e arrivare a gestire l’impresa a livello familiare. Pur avendo quindi a che fare con condizioni sfavorevoli Xiaoyong non riuscirà a fermarsi, spinto dal desiderio di seguire la sua vocazione.

    Lo vedremo raggiungere il suo sogno, ovvero quello di recarsi ad Amsterdam per osservare dal vivo le opere originali di Van Gogh. Un viaggio che sarà importante per lui che gli permetterà di prendere maggiore coscienza del suo lavoro e delle sue inclinazioni. Avvicinandosi infatti a quello che sentirà essere lo spirito di Van Gogh, lo farà riflettere sulla differenza tra semplice pittore e artista. Come si classifica una persona in grado di dipingere tecnicamente ma che non senta l’esigenza impulsiva di riversare la sua interiorità sulla tela?

    Zhao si trova infatti in una dimensione in realtà diametralmente opposta a quella del suo pittore idolo: mentre per Van Gogh dipingere consisteva in un gesto immediato che trasponesse sulla tela la propria visione interiore del mondo, Xiaoyong lavora con una precisione quasi maniacale, calcolando attentamente ogni gradazione di colore e ogni pennellata, dipingendo con passione ma senza mettere niente di proprio all’interno delle opere che riproduce. Questo interrogativo lo tormenterà durante il viaggio di ritorno fino a un confronto coi suoi colleghi, in cui capirà che ciò che conta è la maniera in cui ci si sente, indipendentemente dal risultato.

    Il lavoro dei pittori viene mostrato con delicatezza affascinante ma allo stesso tempo con schiettezza, riuscendo a rappresentare la passione sincera di un pittore e la sua ammirazione verso il suo modello.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 2: 1978

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    Ad una settimana di distanza dall’interessantissimo primo capitolo, Netflix il 9 luglio ha reso disponibile la seconda parte della sua trilogia di Fear Street, tratta dai libri di R. L. Stine. Se nella prima parte si vivevano i rivoluzionari anni ’90, in questa pellicola si ritorna indietro fino ai “creativi” anni ’70, tra le canzoni di David Bowie, i pantaloni a zampa di elefante e la nascita dei primi “veri” computer. Questo secondo capitolo, a differenza del primo, risulta avere una struttura molto più classica ed impostata, motivata soprattutto dai film horror da cui prende ispirazione figli di quegli anni ’70 che iniziavano a dettare le regole di un genere che nei decenni successivi sarebbe stato sulla cresta dell’onda e che ancora oggi si dimostra forte e tutt’altro che secondario: lo slasher.

    Piccola premessa: nella recensione saranno presenti spoiler sulla prima parte, mentre non ci saranno anticipazioni sulla seconda. Si sconsiglia quindi la lettura a chi non ha ancora recuperato la prima pellicola.

    BACK IN THE ‘70s

    Il film riprende dal punto esatto in cui il predecessore si era concluso. Dopo il massacro al centro commerciale in cui Kate e Simon hanno perso la vita, Deena ed il fratello Josh si ritrovano in casa con Sam ormai sotto il controllo della strega che tenta di ucciderli. La loro unica speranza è Cindy Berman, unica sopravvissuta ai tragici eventi avvenuti al campeggio Nightwing durante gli anni ’70.

    Raggiunta l’abitazione della donna, i due riescono a convincerla a raccontare loro ciò che successe quella notte di 16 anni prima, nella speranza di trovare un modo per fermare la strega e salvare Sam.

    Così comincia un lungo flashback che interessa quasi tutta la durata del film, ad esclusione dei minuti finali. Nello sfavillante 1978 seguiamo le vicende delle due nuove protagoniste, Ziggy (interpretata da una Sadie Sink superlativa), una ragazzina di 14 anni ribelle e poco incline alle regole e la sorella maggiore Cindy, ragazza che cerca di essere perfetta ed il cui unico obiettivo è fuggire da Shadyside. Non può mancare ovviamente il gruppo di amici, composto da Tommy (il ragazzo di Cindy) e dalla coppia Alice ed Arnie, il gruppetto di bulli, il palestrato stupido e la ragazza hippie. Il tutto comincia nella piena normalità, con una partita alla luce della luna di ruba bandiera Sunnyville contro Shadyside, che viene però interrotta nel bel mezzo della notte da Tommy, il quale impazzisce e comincia ad uccidere tutti coloro che provengono da Shadyside.

    Se l’ispirazione per la prima parte era quello Scream figlio degli anni ’90, che provava a rivoluzionare il genere senza però snaturarlo, questa seconda parte ha come palese ispirazione Venerdì 13. Tralasciando la trascurabile differenza di due anni tra l’uscita del primo capitolo del franchise (1980) e l’anno in cui è ambientata la pellicola, questa riprende sia l’ambientazione del campeggio sul lago (che da Camp Crystal Lake diventa Camp Nightwing) sia l’assassino quasi immortale, andando a pescare anche tutti i cliché  del prodotto. La forza della produzione, che troviamo qui come nella prima parte, è saper mischiare le carte ed usare il citazionismo nel modo corretto senza cadere nella banalità. 

    Il gruppo di amici, i bulletti, i personaggi secondari stereotipati sono un pretesto per la sceneggiatura per approfondire il loro carattere, definito soprattutto dal luogo da cui provengono, dall’eterna lotta tra “periferia e città bene”, dai drammi famigliari che dai genitori finiscono per ricadere sui figli e l’esempio perfetto risultano essere proprio le due sorelle protagoniste della pellicola. 

    Anche se in quantità minore, il film non dimentica comunque di fornire nuove informazioni sulla strega, sulla sua storia ed il suo ruolo nelle vicende sempre però senza eccedere, riuscendo a mantenere viva nello spettatore la curiosità per il terzo ed ultimo capitolo, che racconterà in prima persona le vicende della strega Sarah Fier nell’anno del Signore 1666.

    CITAZIONISMO FATTO BENE

    Forse dettata dal mostrare eventi più semplici e lineari o forse per la maggior esperienza, fatto sta che la regia di questa seconda parte, firmata sempre da Leigh Janiak, risulta in questa pellicola molto più ispirata ed apprezzabile rispetto alla già buona prova del film precedente. Tantissime inquadratura ricordano molto da vicino quegli horror che diedero inizio al genere slasher: non solo la già citata saga di Jason Voorhees, ma anche The Texas Chainsaw Massacre (Tobe Hooper, 1974) , Le colline hanno gli occhi (Wes Craven, 1977)  o Alien (Ridley Scott, 1979) , per non parlare degli ovvi rimandi al “re dell’incubo” Stephen King, che viene citato direttamente in diversi dialoghi durante il film. Assieme alla regia, anche la fotografia ed i costumi risultano estremamente curati, riuscendo ad immergere lo spettatore e fargli respirare quegli anni ormai così lontani.

    Altra nota di merito è la recitazione. A differenza della prima parte che veniva affidata ad attori ed attrici prevalentemente alle prime armi, qui viene inserita una carta vincente che eleva enormemente il film e la troviamo nella figura della già citata Sadie Sink. Conosciuta dai più per il ruolo di Max nella serie Netflix Stranger Things, la Sink dona a questo capitolo quella marcia in più che la prima parte si era giocata con la “tecnica Scream”, permettendo quindi di avere un’attrice trainante e con una notevole esperienza in prodotti di genere. Questo però senza oscurare gli altri colleghi che, seppur in misura minore, riescono ad interpretare ottimamente i propri personaggi, sorretti anche da un’ottima scrittura.

    CONCLUSIONI

    Dopo un’ottima prima parte, Fear Street compie un balzo indietro nel tempo fino agli anni ’70 riprendendo non solo lo stile di vita di quegli anni ma anche tutti i cliché dei film horror slasher che cominciavano a prendere piede in quel periodo. Riuscendo a rimescolare intelligentemente le carte, questa seconda pellicola, aiutata da una regia più ispirata e da un’ottima fotografia e costumi, propone una storia forse più semplice ma efficace, capace di toccare i tasti giusti sia per gli appassionati che per i neofiti.

    Rimane solo da attendere questo venerdì per finalmente poter vedere la terza ed ultima parte di quello che, per adesso, si presenta come uno dei migliori prodotti horror dell’anno.

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  • ANDY DRUFESNE (LE ALI DELLA LIBERTÀ) E LA FORZA DELLA SPERANZA

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    “Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo.”

    Voltaire 

    The Shawshank Redemption (in italiano Le ali della libertà) è, senza dubbio, uno dei film più famosi e apprezzati degli ultimi 30 anni. Il successo di critica e pubblico ottenuto dal lungometraggio d’esordio del regista Frank Darabont, infatti, è talmente straordinario che è impossibile non spendere la parola “capolavoro” quando si tratta di questa pellicola, una vera e propria perla incastonata nella lunga collana di opere che hanno scritto la storia del cinema

    Oltre alla sceneggiatura praticamente perfetta, alla regia impeccabile e alla messa in scena tanto semplice, quanto efficace, ciò che rende questo film unico e indimenticabile è la forza del messaggio veicolato tramite i personaggi, scritti in maniera magistrale, così come magistrali sono le interpretazioni di Tim Robbins e Morgan Freeman.

    Il viaggio che Andy Dufresne compie, infatti, è un percorso metaforico fatto di morte e di rinascita: nel momento in cui il protagonista mette piede a Shawshank inizia per lui una vita  nuova e altra rispetto a quella vissuta fino a quel giorno. In questo senso le primissime esperienze vissute dai nuovi detenuti hanno un fortissimo legame simbolico con il concetto di nascita. I prigionieri vengono spogliati e successivamente lavati, richiamando in qualche modo una sorta di battesimo, un rito che dà inizio a una nuova vita e permette al battezzato di entrare in una nuova comunità, davanti alla quale viene fatto camminare nudo, come appena uscito dal grembo materno, fino alla sua cella.

    In un contesto come questo, il vero nemico che il protagonista deve fronteggiare è la prigione stessa. Shawshank, infatti, è una presenza costante, opprimente e quasi personificata durante tutta la durata della pellicola: il carcere spinge ogni personaggio fino al punto di rottura attraverso la crudeltà e la violenza, oppure attraverso il lento logoramento della monotonia, con l’obiettivo di imporre oltre a una prigionia fisica, una prigionia mentale.

    Il personaggio di Andy, in questo senso, è estremamente interessante, in quanto egli risulta essere l’unico detenuto a resistere a questo fortissimo processo di “istituzionalizzazione”. Se tutti gli altri carcerati, infatti, si arrendono in modo più o meno consapevole e si adattano alla vita in quel microcosmo distaccato dalla realtà che è Shawshank, Dufresne riesce a mantenere un barlume di umanità e di speranza attraverso il ricordo del mondo esterno. È emblematica, quindi, la scena in cui Andy e i suoi compagni si ritrovano a bere una birra sul tetto del carcere: per distruggere le catene che imprigionano in primis la mente, è fondamentale continuare a credere nella bellezza e nella normalità della vita. Anche un semplicissimo gesto quotidiano come bere una birra al sole o ascoltare della musica, quindi, diventa un potentissimo gesto di liberazione e di ribellione contro l’oppressione che Andy e gli altri detenuti sono costretti a subire ogni giorno.

    Un altro aspetto centrale nel mantenimento di questa idea di pseudo-normalità è, sicuramente, la ricerca di uno scopo. Il personaggio di Dufresne, infatti, cerca costantemente di darsi un obiettivo, un compito da svolgere, un qualcosa che dia significato al tempo e alla vita, che altrimenti si trasformerebbe in mera sopravvivenza animale in un contesto come quello di Shawshank. 

    In questo senso la creazione della biblioteca, le lezioni di lettura impartite al giovane detenuto e lo stesso piano di fuga di Andy, non fanno altro che alimentare il fuoco della speranza che continua a bruciare nel protagonista e gli impedisce di abbandonarsi alla rassegnazione, come accade invece per gli altri detenuti. 

    Il personaggio di Brooks e in parte anche quello di Red, infatti, rappresentano metaforicamente l’alter ego di Dufresne: uomini che considerano, ormai, la speranza come qualcosa di negativo e di pericoloso, uomini che si sono abituati alle mura della prigione e che le hanno interiorizzate a tal punto da temere la realtà al di fuori di esse, uomini ai quali Shawshank ha imposto una nuova vita e per i quali riavere indietro quella che è stata loro tolta è impossibile . 

    Tutta la vera forza della resistenza di Andy, però, viene sapientemente celata allo spettatore fino alla fine della pellicola e nel momento in cui il protagonista sembra aver ceduto, sembra essere finalmente stato sconfitto dal sistema, avviene l’impensabile: Dufresne riesce a scappare da Shawshank. La fuga dal carcere è, senza dubbio, una delle sequenze più iconiche e metaforicamente più potenti dell’intera storia del cinema.  

    Il personaggio di Tim Robbins, infatti, buca letteralmente le mura della sua cella, si cala nelle viscere della terra, striscia lungo un cunicolo fatto di sporcizia e oscurità per uscire finalmente da un inferno che lo ha tenuto prigioniero per 19 lunghissimi anni e, simbolicamente appena rinato, si offre nudo a una pioggia torrenziale purificatrice, richiamando ancora una volta un metaforico battesimo che gli offre di nuovo la vita, lavandolo via dalla sua anima tutto ciò che è stato a Shawshank.

    La parabola di Andy Dufresne, in conclusione, si afferma come un percorso estremamente universale, che mette in scena quelli che sono i più grandi e viscerali bisogni dell’esistenza, ovvero la ricerca della libertà e la necessità di mantenere viva la fiamma della speranza, perché senza queste due forze la vita umana non sarebbe davvero del tutto umana e forse non sarebbe nemmeno degna di essere vissuta.

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  • RECENSIONE BLACK WIDOW

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    Mentre attendiamo con ansia l’arrivo dei nuovi capitoli, sbirciando le fugaci foto di Tom Holland rubate dal set e speculando sul possibile ruolo del Dr. Strange come suo prossimo mentore e su nuove storie con supereroi inediti, si apre la fase quattro del Marvel Cinematic Universe, con un film interamente dedicato alla nostra Vedova Nera.

    Era ormai giunto il momento di conoscere un po’ di più del passato della misteriosa Natasha Romanoff. Prima di essere agente dello S.H.I.E.L.D. e successivamente Avengers, era un’assassina del KGB, ma le informazioni su chi fosse erano nulle, salvo che per qualche accenno ai traumi subiti, ai trattamenti disumani e ai nostalgici ricordi su vecchie missioni a Bucarest che condivide con Clint.

    Con la sua nuova famiglia a pezzi dopo gli accordi di Sokovia (Captain America: Civil War) e considerata una fuggitiva, Nat si troverà catapultata in un passato che credeva ormai superato, ritrovando vecchie conoscenze che la riporteranno alla sua infanzia, e affrontando incubi e demoni interiori da cui pensava di essere riuscita a fuggire tanti anni fa.

    Il film è all’altezza del resto delle produzioni Marvel, se non uno dei punti più alti. 

    Riesce ad elevarsi maggiormente dallo strato di superficialità che caratterizza solitamente i film supereroistici, anche se ciò non vuol dire che non ci sia la leggerezza tipica dei prodotti Marvel, ma che il film abbia la capacità di toccare più nel profondo le corde dell’animo umano, probabilmente grazie alla protagonista di questa pellicola. La supereroina interpretata da Scarlett Johansson è infatti diversa dai suoi colleghi: capace di azioni incredibili e con abilità fuori dal normale, resta pur sempre una persona umana dalla storia più terrena e vicina a noi, per quanto molto particolare.

    Non mancano di certo super soldati o scene d’azione adrenaliniche, ma la si percepisce come meno estranea e surreale di altre pellicole passate.

    Ma per quanto eccellente non è esente da qualche stortura.

    Tutti i personaggi introdotti sono interessanti, per quanto restino troppo poco sviluppati, come a fare da contorno alla protagonista, e anche la stessa Nat è dipendente dal profilo che lo spettatore ha disegnato su di lei con i film precedenti. Essere a conoscenza della saga nel suo completo è quindi necessario per apprezzare a pieno ogni più piccolo dettaglio, dalla situazione in cui la Vedova Nera si trova all’inizio del film fino ai particolari sparsi nel mezzo della pellicola.

    Scarlett Johansson ha nuovamente successo nell’interpretare un ruolo ormai decennale, ma dispiace non averla vista in una veste diversa: la personalità di Natahsa non si distacca troppo da come siamo stati abituati a vederla, e sarebbe stato interessante vedere un cambiamento molto più radicale nel suo modo di agire, nel momento in cui rivive la parte peggiore del suo passato, magari con qualche informazione in più della sua personale esperienza nella famosa Stanza Rossa, luogo principale per l’addestramento delle Vedove, spesso citata ma mai mostrata.

    In ogni caso non è obbligatoria una cultura completa sulle trame della saga sviluppate fino ad ora per godersi la pellicola. Presa individualmente resta comunque un lavoro eccezionale, sia a livello registico che attoriale. Dimenticando per un attimo il nome della protagonista, ciò che vediamo è la storia di una giovane donna che fin dall’infanzia è stata selezionata e controllata affinché adempiesse a un destino scelto da altri, costretta a lottare fino allo stremo per autodeterminarsi e trovare un posto da chiamare casa. I temi che affronta hanno un carattere universale: le lotte contro le sue paure e i demoni che la tormentano sono un qualcosa in cui tutti si possono identificare, e Black Widow cerca di mostrare questa parte dell’animo umano.

    Oltre a Scarlett anche il resto del cast è degno di nota: un’ottima prova attoriale da parte di tutti gli attori, che riescono a dare comunque una certa profondità in uno spazio che avrebbe potuto essere maggiore.

    Anche la colonna sonora aiuta ad impreziosire l’opera, in particolare in alcuni momenti dove ci viene mostrata l’infanzia della protagonista, quando era ancora innocente ma già promettente agli occhi dei capi sovietici.

    Del gruppo di vendicatori della vecchia guardia erano rimasti solo in due a non aver ricevuto un film a loro dedicato (Nat e Clint Burton), e non è impossibile pensare che sia in cantiere qualcosa per Occhio di Falco, dato anche il suo forte legame con la Vedova.

    In definitiva Black Widow è un prodotto di qualità, un ottimo superhero movie e un meritato riconoscimento ad uno dei personaggi più iconici del MCU. Resta qualche piccolo rimpianto dato solo dall’alta aspettativa dovuta alla voglia di conoscere qualcosa di più del retroscena della vita di un personaggio così amato e dall’apertura della nuova fase dell’universo cinematografico dei supereroi figli di Stan Lee, soprattutto dopo l’epico epilogo dello scontro col pazzo Titano.

    Come per ogni altro film della saga se ne consiglia la visione solo avendo alle spalle qualche informazione pregressa dei film precedenti (in particolare il già nominato Captain America: Civil War e il filone degli Avengers), e come sempre, ricordatevi di restare seduti anche dopo i titoli di coda.

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