Category: Archivio

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  • KEVIN SPACEY OMAGGIATO A TORINO

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    Lunedì 16 gennaio 2023 l’attore statunitense Kevin Spacey è stato omaggiato al Museo Nazionale del Cinema di Torino, che ha la sua sede nel simbolo della città, la Mole Antonelliana. La carriera cinematografica di Spacey, costellata di cult degli anni ‘90 come Se7en ed L.A. Confidential, premiato con due Oscar per I soliti sospetti e American Beauty, si è arrestata nel 2017, a seguito delle prime accuse di molestie sessuali ai danni di un giovane attore, secondo fatti accaduti negli anni ’80.

    La città di Torino lo ha simbolicamente accolto, attraverso una giornata dedicata al suo contributo alla settima arte. Alla consegna del premio Stella della Mole, istituito nel 2020, sono seguite una Masterclass e una proiezione speciale di American Beauty, film che gli è valso il secondo Oscar. Ha fatto gli onori di casa il presidente del Museo Nazionale del Cinema Enzo Ghigo e il direttore Domenico De Gaetano, che hanno consegnato il riconoscimento insieme a Vittorio Sgarbi, sottosegretario del Ministero della Cultura (MIC). Il soggiorno torinese era iniziato già da qualche giorno con gli avvistamenti per il centro, ed era proseguito con l’invito ad assistere alla partita Torino – La Spezia di domenica 15 gennaio presso lo Stadio Grande Torino. 

    Già nel corso del 2021 Kevin Spacey fu nel capoluogo piemontese per una visita privata al Museo del Cinema e per le riprese del film L’uomo che disegnò Dio, seconda regia di Franco Nero. Spacey ha voluto esprimere la propria gratitudine nei confronti dell’attore e regista italiano per avergli dato occasione di tornare sul set, offrendogli un film quando tutti gli altri avevano paura: «Il ruolo non ha importanza, importante è il suo gesto, quello che ha fatto in un momento particolare per la mia vita. Mi ha chiamato e mi ha detto “indipendentemente da tutto” voglio che tu sia nel film e questo non solo come persona ma come attore ha significato moltissimo».

    Nell’ottobre 2022 Kevin Spacey è stato assolto dagli USA dalla prima pesante accusa di molestie rivoltagli da Anthony Rapp, ma ha altri procedimenti attualmente in corso, fatto che ha suscitato polemica anche durante l’ospitata torinese. Eppure l’attore ha voluto precisare di non essersi mai ritirato: «Quello che si vede nei media non è la vita vera, non mi sto riappropriando della vita pubblica perché non l’ho mai lasciata. […] Vivo la mia vita ogni giorno, vado al ristorante, incontro le persone, guido, gioco a tennis, ho sempre incontrato persone generose, genuine e compassionevoli». La carriera hollywoodiana è finita, ma ora ci sono produzioni minori: «La vita è piena di occasioni e opportunità di imparare. A volte è importante stare in silenzio e ascoltare, e nel silenzio trovare le risposte», ha dichiarato Spacey, oggi 63enne.

    La cerimonia di lunedì 16 gennaio è cominciata con un minuto di silenzio dedicato a Gina Lollobrigida, la diva italiana mancata nel giorno stesso. È seguito il discorso del critico d’arte Vittorio Sgarbi: «Il cinema coincide con la vita, mentre la grande arte del passato manteneva una distanza tra sé stessa e la realtà. Quindi non posso che compiacermi nel dare un premio, la mia fiducia e considerazione a un artista che ha fatto coincidere le due cose. […] L’uomo è mortale, mentre l’attore che stiamo per premiare è immortale e vivrà per l’eternità nei suoi film che continueremo a vedere per il tempo che ci verrà concesso di vivere». La motivazione del premio è stata letta in diretta dal doppiatore Roberto Pedicini, storica voce italiana di Spacey: «per aver apportato, con la sua filmografia, un personale contributo estetico e autoriale allo sviluppo dell’arte drammatica».

    Kevin Spacey in apertura al suo discorso di accettazione ha mostrato gratitudine per tutte le persone che hanno reso possibile la sua carriera in oltre 40 anni di cinema, e più polemicamente ha ringraziato il Museo del Cinema per aver avuto ‘le palle’ (detto in italiano) di invitarlo per ricevere questo premio. Il riferimento implicito è all’onda di silenzio e sdegno subito da parte di Hollywood in seguito all’uscita delle prime accuse nel novembre 2017, in particolare la sostituzione completa del suo personaggio in Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, e la cacciata e richiesta di risarcimento di Netflix per la serie House of Cards. L’attore successivamente si è commosso mentre ringraziava il manager e compagno Evan Lowenstein che l’ha sempre supportato in questi anni spronandolo nei momenti più difficili.

    Durante la Materclass Kevin Spacey ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera, citando aneddoti come la telefonata ricevuta da Jack Lemmon durante la Cerimonia degli Oscar, rievocando i personaggi più conosciuti dal pubblico, da Keyzer Söze a John Doe, da Jack Vincennes a Lester Burnham, da Lex Luthor a Frank Underwood, e narrando delle esperienze di collaborazione con registi come Sam Mendes, David Fincher e Bryan Singer. In serata invece Kevin Spacey ha introdotto una proiezione speciale di American Beauty presso la gremita Sala Uno del Cinema Massimo: ha ricordato la tagline, ispirata casualmente da una scritta che appariva sul fondale di una scena del film, una frase che per Spacey appare tuttora significativa come approccio alla vita: “Look Closer” (“guarda da più vicino”).

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  • RECENSIONE HIS DARK MATERIALS 3 – UNO SPLENDIDO FINALE

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    “E se il gesto compiuto da Eva fosse un meraviglioso atto, un gesto di coraggio?”

    E’ possibile scrivere una saga fantasy per ragazzi capace di inserire al suo interno dibattiti sul libero arbitrio, sull’esistenza di Dio e sul suo ruolo nel mondo? La risposta è sì se ti chiami Philip Pullman. La terza e ultima stagione di His Dark Materials scritta da Jack Thorne, prodotta da BBC e HBO, è approdata su Sky e Now nello scorso dicembre, portando a termine la trasposizione della celebre saga scritta dallo scrittore inglese a fine anni ‘90, composta  da La bussola d’oro, La lama sottile e Il cannochiale d’ambra, con il primo libro già portato sul grande schermo con l’omonimo film del 2007, un tentativo poco felice con tra i protagonisti Daniel Craig, Nicole Kidman e Eva Green.

    Se la serie si era già attestata su buoni livelli nelle precedenti stagioni, grazie a una grande cura tecnica e una notevole fedeltà al materiale originario, con questo terzo ciclo di episodi il livello si alza ulteriormente, complice anche il crescendo che caratterizza i libri. Non pochi dubbi avevano accolto l’annuncio della serie a suo tempo, a causa delle controversie legate alla posizione apertamente anticlericale delle opere di Pullman, che avrebbe potenzialmente potuto spingere gli sceneggiatori a non  rimanere fedeli allo spirito dei libri.  Proprio in questo aspetto il film del 2007 aveva fallito, tagliando completamente tra le altre cose il finale de La bussola d’oro, uno dei momenti più drammatici dell’intera saga. La serie in questo non fallisce, parlando apertamente di uccidere Dio, del fatto che sia un creatore fittizio, un usurpatore, della menzogna dietro cui si è nascosta la religione e sui ha costruito il proprio potere; sulla volontà di sopprimere il libero arbitrio, per poter controllare gli abitanti dei vari mondi che compongono il Multiverso.

    James McAvoy nei panni di Lord Asriel

    La terza stagione, accompagnata dalla sempre meravigliosa sigla iniziale, riprende le avventure di Lyra e Will, interpretati da Dafne Keen(Logan) e Amir Wilson, da dove si era interrotta la seconda, e di Lord Asriel, Marisa Coulter e Mary Malone, impersonati rispettivamente da da James McAvoy, Ruth Wilson e Simone Kirby, dando finalmente molto spazio al primo, mera comparsa nella stagione precedente. Al cast tra gli altri si aggiunge Adewale Akinnuoye-Agbaje, il Mr Eko di Lost. Il tono sin dall’inizio è estremamente cupo e riflette il clima di guerra aperta contro L’Autorità(Dio), un conflitto che si ambienta in scenari decisamente vari, con i vari protagonisti che si spostano tra innumerevoli mondi e interagiscono con molte nuove creature, dai piccoli gallivespiani alle meravigliose arpie, passando per i mulefa e incontrando vecchie conoscenze come gli orsi corazzati, tutti elementi realizzati con grande cura del dettaglio e una CGI di altissimo livello, che fa impallidire la maggior parte delle produzioni seriali attuali (ma d’altronde “it’s not TV, it’s HBO”). Tornano anche i meravigliosi dæmon, incarnazione fisica dell’anima di personaggi, che ancora stupiscono per la grande espressività. Occasione questa anche per ricordare la prematura scomparsa di Helen McCrory, doppiatrice del dæmon di Asriel Stelmaria. Non convince invece il poco ispirato design degli angeli, che però compensano con la loro affascinante natura: angeli che si amano tra loro, con tanto di relazione omosessuale tra due di loro. Tra le ambientazioni è doveroso elogiare la rappresentazione della Terra dei Morti, composta da una prima parte che sembra ambientata nel Messico di Breaking Bad per la fotografia adottata e realizzata come se fosse una fabbrica, con le anime dei defunti in fila per entrare nella prigione delle anime, organizzati da ufficiali eleganti in pieno stile british. La seconda sezione risulta quasi di ispirazione fulciana ed è estremamente suggestiva, capace di trasmettere il vuoto che nella visione di Pullman attende l’umanità dopo la morte, che rappresenta l’ennesima bugia raccontata dall’Autorità: non c’è paradiso o inferno, ma solo un eterno purgatorio. Una divinità vendicativa, che non permette l’uso del libero arbitrio se rivolto contro di essa, un villain enigmatico e riuscito proprio grazie al poco minutaggio a lui dedicato e al mistero che lo coinvolge.

    Lyra e Will

    Tutti i personaggi completano il loro arco narrativo, con Lyra e Will che vanno incontro al loro destino, meraviglioso e terribile al tempo stesso, con uno straordinario monologo finale interpretato splendidamente da Dafne Keen e ripreso direttamente dal libro. L’amore è potere ed l’unica cosa che possa creare un nuovo Eden, ed in questo il mito del serpente tentatore viene rivisitato, diventando un concetto positivo, falsificato dall’Autorità per soggiogare l’umanità. Dall’altra parte Amir Wilson non convince pienamente, in particolare se paragonato al comparto attoriale degli adulti, con un James McAvoy, che trasmette la furia di Asriel, la sua volontà di distruggere il dominio dell’Autorità, la sua capacità di sacrificare ogni cosa per questo scopo e il dibattito interno che vive tra l’essere un uomo di scienza e il suo doversi inchinare a una profezia. Ma la vera punta di diamante resta Marisa Coulter, interpretata da una magnifica Ruth Wilson, che finisce il suo percorso di evoluzione: un personaggio capace finalmente di riconciliarsi con la sua anima, includendo tutte le sfaccettature che la definiscono, dall’approccio manipolativo, alla repressione dei sentimenti, all’esplosione del suo amore, rappresentata perfettamente in tutte le sue ambiguità.

    Uno dei difetti principali si riscontra nella regia delle scene d’azione, con la battaglia finale degli angeli tanto attesa che risulta essere sì spettacolare, ma caratterizzata da un minutaggio ridotto  e lasciata in background per motivi di budget, che non può non lasciare un po’ l’amaro in bocca. Tuttavia la serie ha la forza e la capacità di non essere solo un bellissimo involucro, ma è in grado di creare un rollercoaster di emozioni che asfalta lo spettatore, compensando abbondantemente le mancanze e confermando come His Dark Materials sia una serie di indubbia maturità, non abbastanza conosciuta di Italia. Un adattamento che soddisferà anche i fan dei libri e che è stato capace di far provare in chi scrive le stesse emozioni provate parecchi anni fa nella lettura delle opere di Philip Pullman.

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    Caporedattore

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  • CRITICS’ CHOICE AWARDS 2023 – I VINCITORI

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    La notte di Everything Everywhere All at Once, Abbott Elementary e Better Call Saul

    Continua l’award season con la 28esima edizione dei Critics’ Choice Awards, che ha visto trionfare Everything Everywhere All at Once con ben 5 premi tra cui miglior film e regia. Cate Blanchett per Tár e Brendan Fraser per The Whale sbaragliano la concorrenza nei premi come migliori protagonisti, affiancati dagli inarrestabili Angela Bassett per Black Panther: Wakanda Forever e Ke Huy Quan per Everything Everywhere All at Once

    I premi tecnico-artistici sono equamente distribuiti fra tutti i titoli della stagione, ma salta sicuramente all’occhio la quasi assenza di riconoscimenti per Gli spiriti dell’isola e The Fabelmans che avevano trionfato ai Golden Globe (solo Gabriel LaBelle, protagonista del film di Spielberg, è stato nominato miglior giovane interprete), e la vittoria di Glass Onion: Knives Out come miglior commedia (in aggiunta al più prevedibile riconoscimento per il cast corale). Si confermano anche Pinocchio di Guillermo Del Toro e “Naatu Naatu” di RRR rispettivamente nelle sezioni di film animato e canzone.

    Per quanto riguarda la tv, la serata appartiene ad Abbott Elementary per la commedia e a Better Call Saul per il drammatico, in quest’ultimo caso recuperando il mancato giusto riconoscimento ai Golden Globe. Fra premi più o meno sempre coerenti con quelli assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, si può citare la vittoria dell’ex Harry Potter Daniel Redcliffe per Weird: The Al Yankovic Story.

    Il film con il maggior numero di premi per il cinema risulta dunque Everything Everywhere All at Once (5 statuette), seguito da Tár, Black Panther: Wakanda Forever, Glass Onion: Knives Out e RRR, tutti vincitori di due premi. Per la TV Better Call Saul è la serie più premiata con 3 statuette, seguita da Abbott Elementary, The Dropout e Weird: The Al Yankovic Story con due premi ciascuna.

    Il prossimo appuntamento importate dell’award season sono ora i BAFTA domenica 19 febbraio, oltre ai numerosi premi dei sindacati. L’annuncio delle nomination agli Academy Award è atteso martedì 24 gennaio, mentre la Notte degli Oscar 2023 si terrà domenica 12 marzo.

    Ecco di seguito la lista dei vincitori dei Critics’ Choice Awards 2023:

    CINEMA

    Miglior film – Everything Everywhere All at Once

    Miglior regia – Daniel Kwan & Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Miglior attrice protagonista – Cate Blanchett, Tár

    Miglior attore protagonista – Brendan Fraser, The Whale

    Miglior attrice non protagonista – Angela Bassett, Black Panther: Wakanda Forever

    Miglior attore non protagonista – Ke Huy Quan, Everything Everywhere All at Once

    Miglior giovane interprete – Gabriel LaBelle, The Fabelmans

    Miglior cast corale – Glass Onion: Knives Out

    Miglior sceneggiatura originale – Daniel Kwan, Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Miglior sceneggiatura non originale – Sarah Polley, Women Talking

    Miglior fotografia – Claudio Miranda, Top Gun: Maverick

    Miglior montaggio – Paul Roger, Everything Everywhere All at Once

    Migliori costumi – Black Panther: Wakanda Forever

    Miglior scenografia – Florencia Martin, Anthony Carlino, Babylon

    Miglior colonna sonora – Hildur Guðnadóttir, Tár

    Miglior canzone – “Naatu Naatu”, RRR

    Miglior trucco e acconciatura – Elvis

    Migliori effetti speciali – Avatar: The Way of Water

    Miglior film commedia – Glass Onion: Knives Out

    Miglior film straniero – RRR

    Miglior film animato – Pinocchio

    TELEVISIONE

    Miglior serie drammatica – Better Call Saul

    Miglior attrice protagonista in una serie drammatica – Zendaya, Euphoria

    Miglior attore protagonista in una serie drammatica – Bob Odenkirk, Better Call Saul

    Miglior attrice non protagonista in una serie drammatica – Jennifer Coolidge, The White Lotus

    Miglior attore non protagonista in una serie drammatica – Giancarlo Esposito, Better Call Saul

    Miglior serie commedia – Abbott Elementary

    Miglior attrice protagonista in una serie commedia – Jean Smart, Hacks

    Miglior attore protagonista in una serie commedia – Jeremy Allen White, The Bear

    Miglior attrice non protagonista in una serie commedia – Sheryl Lee Ralph, Abbott Elementary

    Miglior attore non protagonista in una serie commedia – Henry Winkler, Barry

    Miglior miniserie TV – The Dropout

    Miglior film TV – Weird: The Al Yankovic Story

    Miglior attrice protagonista in una miniserie o film TV – Amanda Seyfried, The Dropout

    Miglior attore protagonista in una miniserie o film TV – Daniel Radcliffe, Weird: The Al Yankovic Story

    Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film TV – Niecy Nash-Betts, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer

    Miglior attore non protagonista in una miniserie o film TV – Paul Walter Hauser, Black Bird

    Miglior serie animata – Harley Quinn

    Miglior serie straniera – Pachinko: la moglie coreana 

    Miglior talk show – Last Week Tonight with John Oliver

    Miglior commedia speciale – Norm Macdonald: Nothing Special

    PREMI SPECIALI

    #SeeHer Award – Janelle Monáe

    Lifetime Achievement Award – Jeff Bridges

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  • STRADE PERDUTE – IL FILM MANIFESTO DI DAVID LYNCH

    [Questo articolo contiene spoiler sulla pellicola in oggetto]

    Strade perdute (Lost Highway, 1997), film della svolta nella carriera del visionario David Lynch, torna al cinema per merito del progetto Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna, nella versione restaurata da Criterion, dal 16 al 18 gennaio.

    David Lynch è tra i registi contemporanei più eclettici, riconoscibili e iconici. Nel mondo dell’audiovisivo ha ricoperto qualsiasi ruolo, da quelli più noti, come il regista e lo sceneggiatore, fino ad altri meno scontati, quali il montatore e lo scenografo, non lesinando anche parti più o meno memorabili in veste di attore; al di là del cinema, invece, è un pittore e un musicista, guru della meditazione trascendentale, per genialità e attitudine si potrebbe azzardare un paragone con David Bowie, presente nello spiazzante Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me, 1992). È proprio parlando di Twin Peaks (1990-1991) che emerge la vera funzione pionieristica del regista: nel 1990, almeno con un ventennio d’anticipo rispetto allo strapotere di Netflix, David Lynch è stato capace di dimostrare le infinite possibilità della televisione, precursore del ruolo di primaria importanza ricoperto dalla serialità al giorno d’oggi.

    Prima di Strade perdute David Lynch era già stato capace di distinguersi per la sua capacità di introdurre in vari generi – dall’horror al dramma biografico, dalla fantascienza al thriller, dal noir al road movieforti elementi di inquietudine, quasi estrapolati da una dimensione ulteriore, allucinata e non riconducibile al mondo concreto, quello da noi tutti sperimentato nella vita quotidiana. Qualcosa cambia con Twin Peaks e soprattutto con il prequel cinematografico Fuoco cammina con me: l’inquietante e l’inspiegabile diventano il centro della rappresentazione lynchiana, riuscendo ad ampliare il proprio sguardo a mondi e dimensioni ulteriori, sovvertendo le regole dello spazio, del tempo e ogni logica pre-esistente.

    Nonostante possa essere incluso tra i lavori più riusciti di David Lynch, l’accoglienza di Fuoco cammina con me al Festival di Cannes fu generalmente negativa e anche al botteghino il film non ebbe i risultati sperati, non riuscendo a convincere a pieno la critica e non rispettando le aspettative dei fan della serie. Proprio per questo Strade perdute, come già anticipato, è il film della svolta nella carriera di Lynch, per certi versi lo si potrebbe anche elevare allo status di film-manifesto, una sorta di dichiarazione d’intenti che segna l’andamento della carriera del regista negli anni a venire e che troverà il suo massimo compimento in quello che, quasi all’unanimità, può essere considerato come il suo più grande capolavoro: Mulholland Drive (2001). Dopo la cancellazione della serie tv Twin Peaks e dopo la pessima accoglienza di Fuoco cammina con me in molti pensavano che Lynch fosse pronto a dirigersi verso il viale del tramonto. La storia dimostra il contrario e basterebbero soltanto alcune battute di Strade perdute per dimostrarlo.

    Il film inizia all’interno dell’appartamento di Fred e Renée Madison. I due coniugi ricevono per posta delle videocassette contenenti riprese della loro abitazione, prima soltanto dall’esterno, poi anche dell’interno, con dettagli via via sempre più allarmanti. Dopo aver segnalato l’accaduto alla polizia, vi è uno scambio di battute illuminante tra Fred e un agente.

    Fred: “Preferisco ricordare le cose a modo mio”

    Poliziotto: “Si spieghi meglio”

    Fred: “Come le ricordo io, non necessariamente come sono avvenute”

    Prima ancora che le vicende del film diventino più oscure ed ermetiche, con evidenti tinte surreali, David Lynch sembra voler segnalare l’imminente cambio di registro della narrazione o più in generale la radicalizzazione del suo stile – nel modo più esplicito a sua disposizione: enunciando il tutto a parole. La soggettività del ricordo è la componente prima di una visione del mondo basata sul predominio dell’inconscio. Si mettono in primo piano le modalità tramite le quali dei dati vengono registrati piuttosto che l’oggettività dei dati stessi. La dimensione del sogno diventa preponderante, i personaggi si sdoppiano e si ricompongono in una sola identità che rappresenta la sintesi delle precedenti, le personalità diventano magmatiche e i volti e gli oggetti finiscono col diventare dei segni che non trovano rispondenza con un significato canonico.

    Si tratta di un cinema in cui tutto è il contrario di quel che sembra. Nonostante quanto affermato, pensare a questa operazione come l’autocompiacimento di un autore cervellotico rappresenterebbe il più madornale tra gli errori. Tutti gli elementi presenti in Strade perdute – così come nei successivi Mulholland Drive, Inland Empire (2006) o Twin Peaks – Il ritorno (2017) – soggiacciono a delle regole precise seppur incomprensibili. Proprio per questo motivo l’atto della percezione delle migliaia di stimoli presenti nella messa in scena di una pellicola lynchiana rappresenta il fine ultimo dell’esperienza di visione. Pur non rifiutando la forma del racconto, lo scopo ultimo di David Lynch non è quello di raccontare una storia: essa rappresenta soltanto un punto di partenza di un percorso ben più ampio di decostruzione della narrazione e degli elementi a essa riferiti. Partendo da queste considerazioni si può facilmente arrivare a una conclusione: la ricerca del significato univoco di un’opera di Lynch potrebbe non avere un’effettiva utilità o addirittura potrebbe essere un’azione controproducente, con il rischio di macchiare un’esperienza di visione vergine, mai come in Lynch diversa di spettatore in spettatore.

    Da Strade perdute emerge anche un’intenzione metacinematografica da parte dell’autore che, oltre a rendere evidenti i meccanismi della narrazione, mette in scena l’atto del catturare il mondo con la macchina da presa. A ricoprire questo ruolo è l’icona che ha reso questo film un vero e proprio cult, “The Mistery Man“, un uomo cadaverico, onnipresente e dai poteri ignoti, che vanno dall’ubiquità alla capacità di plasmare la realtà: quasi un semidio, una metafora del ruolo che un regista-auteur ricopre rispetto alla propria creatura audiovisiva. Vediamo l’uomo misterioso impugnare una macchina da presa o semplicemente il risultato finale delle sue riprese, che segnano il destino del protagonista, il suo mutamento, il suo ritorno a una condizione che rappresenta la sintesi delle precedenti. Si tratta di un lavoro di selezione e montaggio che caratterizza un cinema in corso d’opera, mai realmente finito, in cui la storia raccontata non è già data ma appare quasi in fase di svolgimento e in continuo mutamento.

    Il cinema di David Lynch rimane innanzitutto un’avvolgente esperienza sensoriale: un cinema di luci e ombre, di suoni e rumori, di corpi e oggetti messi dinanzi allo spettatore in tutta la loro materialità e al contempo nella loro inafferrabilità. La musica è un elemento di fondamentale importanza in tutte le opere del regista, passando da Blue Velvet cantata da Isabella Rossellini nell’omonimo film, fino ad arrivare alle performance al Roadhouse in Twin Peaks e soprattutto al termine di quasi ogni episodio di Twin Peaks – Il ritorno. In Strade perdute la musica assurge quasi a elemento tematico entrando in perfetta comunicazione con l’anarchia del racconto: le note del compianto Angelo Badalamenti passano dalla malinconia, al mistero, alla più pura schizofrenia e si confondono in un manto di sonorità pungenti e differenti tra loro, che vede coinvolti anche David Bowie, Lou Reed, i Rammstein e Marilyn Manson tra gli altri.

    Parlando di elementi ricorrenti nella filmografia di Lynch, anche qua le tende, rosse come nella Black lodge di Twin Peaks, ricoprono il ruolo di confine tra mondi e realtà differenti, rappresentando un vero e proprio limbo, una terra di mezzo. Nelle visioni allucinate, tra il buio più totale e i lampi che abbagliano lo sguardo degli spettatori, vi è una forte ricorrenza del colore rosso. Il rosso è il colore del sangue e dei corpi martoriati; è il colore dei capelli di Renée, della morte, della rinascita e del mistero della vita; è il colore della passione, della sensualità e del rossetto sulle labbra di Patricia Arquette, spesso e volentieri inquadrate in particolare. In fin dei conti Strade perdute è anche un film erotico, in cui la sessualità motiva ogni avvenimento riportato: da un sospetto tradimento a uno effettivamente compiuto, con rappresentazioni dal grande coinvolgimento e che lasciano ben poco spazio all’immaginazione. Ciò è reso possibile soprattutto dalla sfuggente presenza di Patricia Arquette nei panni di Renée Madison e Alice Wakefield, nei panni di una post femme fatale che diventa icona di una concezione rivisitata del neo-noir. In lei il confine tra vittima e carnefice risulta più sottile che mai e si esplicita nella sua sessualità, ma il desiderio maschile a conti fatti viene soffocato da una donna che afferma inequivocabilmente: “Non mi avrai mai“. Un po’ come nessuno di noi riuscirà mai a entrare pienamente nella sfavillante testa di David Lynch.

    Alessandro Corrao

  • CURB YOUR ENTHUSIASM – L’IMPREVEDIBILE VIRTÙ DELL’IMBARAZZO

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    Grande successo di critica e pubblico in patria, trasmessa e conosciuta pochissimo in Italia, Curb your enthusiasm è una serie ideata da Larry David e trasmessa da HBO. Se ne parla molto tra gli addetti ai lavori, e viene messa nello scaffale della quality tv targata HBO, poco distante da I Soprano e The Wire, per i suoi contenuti profondamente innovativi nell’ambito della serialità comedy.

    La serie, arrivata all’undicesima stagione l’anno scorso e già rinnovata per una dodicesima, nasce come costola di uno special datato 1999, Larry David: Curb your enthusiasm, mockumentary sullo scorbutico comico e produttore televisivo Larry David. Non un nome nuovo per gli appassionati: è il co-creatore, assieme al comico Jerry Seinfeld, della seminale sit-com Seinfeld, anticipatrice di buona parte delle serie comedy contemporanee. Al centro della serie di Seinfeld e David troviamo quattro amici trentenni, cinici, egocentrici e indifferenti ai disastri che provocano nelle vite altrui, durante le loro disavventure. Un concept originale per l’epoca, quello dello “show about nothing”, che Larry David riprende e approfondisce in Curb your entusiasm, portandolo alle estreme conseguenze.

    DI REGISTI, ATTORI E PRODUTTORI

    In Curb your enthusiasm, Larry David interpreta sé stesso. Anziano produttore televisivo newyorkese, famoso per il successo di Seinfeld, Larry David conduce una vita agiata tra le colline di Los Angeles, perennemente in bilico tra inamidata way of life alto-borghese e disastri inaspettati.

    Una delle novità più evidenti è l’assenza di un confine netto tra realtà e finzione. La serie sceglie un approccio semi-documentaristico ma senza replicare il formato mockumentary, e un ampio ricorso all’improvvisazione -che genera occasionali esternazioni out of character da parte degli interpreti, non immuni all’assurdità delle vicende- su un canovaccio di partenza che scandisce le storie dei singoli episodi e la trama orizzontale delle stagioni. I dialoghi ripropongono il quotidiano brusio delle conversazioni di tutti i giorni, ingigantendone nevrosi e meschinità. Il più piccolo fastido quotidiano, per azione di un personaggio privo di filtri e consapevolezza sociale come Larry David, degenera puntualmente in abnormi disastri.

    Sfondo della quotidiana lotta di Larry David contro tutti è una Los Angeles -e, nell’ottava stagione, New York- dalle numerose possibilità per creare imbarazzo e scompensi, soprattutto tra le celebrità che David si trova tra i piedi. Che siano litigare con Ben Stiller su una frase di circostanza cui nessuno baderebbe, recitare in un gangster movie di Martin Scorsese o in una riproposizione di The producers di Mel Brooks, o perfino visitare gli uffici della HBO, giusto per essere meta-televisivi fino in fondo. Un affollato mondo di cameo celebri -quelli appena menzionati sono solo la punta dell’iceberg-, tutti interpretati da loro stessi, tutti variabilmente permalosi e suscettibili ai fastidi creati dall’uragano David.

    COME ROVINARE UNA FESTA

    Larry David attraversa la serie di disavventure e catastrofi con l’imperturbabilità di una figura archetipica contemporanea: a volte vincitore, molto più spesso perdente, ma anche involontario complice delle meschinità dei costrutti sociali. Un perenne elemento di disturbo nelle norme più radicate, che provoca nello spettatore ilarità e imbarazzo in egual misura.

    Nella sua disamina della fragilità delle norme sociali, Curb your enthusiasm è la serie che, più di tutte, ha affinato l’arte della comicità sull’imbarazzo. Tutto diventa occasione di risate e disagio, dalla malattia alla morte all’ebraismo. Non mancano momenti di umorismo più tradizionale e gag ricorrenti – la tipica risposta di Larry “pretty, pretty, pretty, pretty, pretty good”, divenuta la catch-phrase della serie-, ma la serie trae la sua forza dalla messa in ridicolo della convenzione, di ciò che la gente bene ritiene giusto e corretto.

    L’idea di “politicamente scorretto” fin troppo spesso diventa solo una scusa per giustificare umorismo becero e offensivo, oppure per porsi da sé in una posizione di presunta superiorità morale o intellettuale. Curb your enthusiasm politicamente scorretto lo è con una facciata di sorniona indifferenza, che non risparmia niente e nessuno, soprattutto il suo stesso protagonista. È questo a rendere Curb your entusiasm un unicum nel panorama delle serie comedy: il suo sguardo ambiguo, sul filo del rasoio tra comicità e malessere, che ci fa ridere delle quotidiane disgrazie del protagonista e che, allo stesso tempo, ci fa provare invidia per la sua assenza di filtri, e per la sua capacità di scoprire i punti fragili dei nostri rapporti quotidiani.

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  • BACK TO BLACK – INIZIANO LE RIPRESE DELLA BIOPIC DI AMY WINEHOUSE

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    Marisa Abela sarà Amy Winehouse nel biopic Back To Black diretto da Sam Taylor-Johnson. L’annuncio viene dalla casa di produzione Studio Canal, che con una foto diffusa su Instagram che comunica l’avvio della produzione. 

    Le prime voci di un film su Amy Winehouse risalgono al 2015, quando fu prodotto il documentario  Amy, prodotto da A24 per la regia di Asif Kapadia, che vinse l’Oscar al miglior documentario l’anno seguente. Per la biopic musicale, invece, genere cinematografico sempre più in voga con l’uscita di Bohemian Rhapsody, Rocketman ed Elvis, sono stati affiancati nel tempo diversi nomi al progetto, tra cui Lady Gaga e Noomi Rapace. 

    Dopo anni di limbo, a luglio 2022 Variety ha ufficializzato la regia di Sam Taylor-Wood e il volto di Marisa Abela. Back To Black, dal titolo dell’immortale brano dell’artista, racconterà la vita e la carriera di una delle voci più amate e iconiche della storia della musica, scomparsa prematuramente nel 2011.  Al quotidiano britannico The Guardian la regista ha dichiarato che questo progetto è il suo lavoro “da sogno” e che vuole “creare un film che tutti ameremo e apprezzeremo per sempre. Proprio come facciamo con Amy.

    La foto pubblicata ritrae l’attrice inglese Marisa Abela nei panni della cantante con la sua acconciatura caratteristica, grandi orecchini a cerchio, l’inconfondibile neo e i tatuaggi. Marisa Abela, classe 1996, è nota soprattutto per essere la protagonista della serie BBC Industry, e parteciperà al cast dell’attesissimo Barbie di Greta Gerwig.

    Dietro la macchina da presa c’è Sam Taylor-Johnson, regista di Cinquanta sfumature di grigio con Dakota Johnson e Jamie Dornan e della biopic musicale Nowhere Boy, incentrata sull’adolescenza a Liverpool di John Lennon. La sceneggiatura è scritta dalla Johnson stessa insieme al collaboratore Matt Greenhalgh, basandosi sul libro Saving Amy di Daphne Barak e con il benestare della famiglia Winehouse

    Studio Canal si occuperà di produzione e distribuzione. Le riprese iniziano lunedì 16 gennaio a Londra, e il film dovrebbe arrivare nelle sale nel 2024.

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  • GOLDEN GLOBE 2023 – TRIONFO DI SPIELBERG E DI GLI SPIRITI DELL’ISOLA

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    Si è svolta a Los Angeles l’80esima edizione dei Golden Globe che ha visto trionfare The Fabelmans di Steven Spielberg e Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) di Martin McDonagh, rispettivamente nelle categorie di miglior film drammatico e commedia o musical. I due autori hanno ottenuto anche la statuetta come miglior regista (la terza per Spielberg dopo Schindler’s List – La lista di Schindler e Salvate il soldato Ryan) e per la miglior sceneggiatura (la seconda di McDonagh dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri). 

    Gli attori premiati sono stati Austin Butler (Elvis) e Cate Blanchett (Tàr) per i ruoli drammatici e Colin Farrell (Gli spiriti dell’isola) e Michelle Yeoh (Everything Everywhere All at Once) nella sezione commedia o musical. Completano i premi alla recitazione con i ruoli di supporto Angela Bassett per Black Panther: Wakanda Forever (il primo premio alla recitazione mai assegnato ad un film del Marvel Cinematic Universe) e Ke Huy Quan per Everything Everywhere All at Once.

    Nell’ambito televisivo sono stati premiati House of the Dragon come miglior serie drammatica, Abbott Elementary come serie commedia o musical e The White Lotus come miniserie o film tv. Premiati anche gli interpreti di Dahmer, The Bear, Yellowstone e (tardivamente) Euphoria

    Durante la serata hanno trovato spazio anche le assegnazioni dei premi onorari alla carriera per cinema e televisione. L’attore Eddie Murphy ha accettato il Cecile DeMille Award con un divertente discorso in cui ha citato anche il famigerato schiaffo di Will Smith a Chris Rock alla cerimonia degli Oscar 2022. Il Carol Burnett Award è stato invece consegnato a Ryan Murphy, anticipato da un toccante discorso di Billy Porter sull’importanza degli show del produttore.

    La consegna dei Golden Globe è stata nuovamente trasmessa in tv (su Sky Atlantic e su Now Tv in Italia) dopo un anno di stop dovuto alle accuse di razzismo rivolte alla Hollywood Foreign Press Association che assegna i premi. Proprio ironizzando sul rinnovamento dell’organizzazione si è aperta la serata con il monologo del presentatore Jerrod Carmichael: “Sono qui perché sono nero. Qualunque cosa io dica stasera sono illicenziabile”. 

    Altro momento saliente della cerimonia è stato l’intervento del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky introdotto da Sean Penn. Tra gli applausi del pubblico ha dichiarato in un video messaggio  che “Non ci sarà una terza guerra mondiale. Non è una trilogia” e ha ringraziato il mondo libero per il sostegno al popolo ucraino.

    Uno dei discorsi di accettazione più interessanti della serata è stato quello del migliore attore non protagonista Ke Huy Quan che commosso ha ringraziato Steven Spielberg per avergli dato un’opportunità nel 1984 con Indiana Jones e il tempio maledetto (in cui interpretava il giovane Shorty Round) e i Daniels per avergli offerto una nuova occasione di brillare oltre 30 anni dopo in Everything Everywhere All at Once. Anche la sua co-protagonista Michelle Yeoh ha mostrato gratitudine per un premio che giunge dopo molti anni difficili nell’industria di Hollywood per un’attrice asiatica.

    Divertente il ringraziamento di Jennnifer Coolidge, premiata come miglior attrice non protagonista nella miniserie The White Lotus, grazie alla quale ha guadagnato una svolta professionale e privata che ha sempre cercato nella propria carriera. Nel ricevere il riconoscimento come miglior attrice di supporto in Black Panther: Wakanda Forever, invece, Angela Bassett ha voluto ricordare il compianto collega Chadwick Boseman

    Probabilmente il momento più toccante di tutta la premiazione è stato il discorso di Steven Spielberg nell’accettare il premio alla miglior regia di The Fabelmans, che ha dedicato ai suoi famigliari: per anni ha disseminato nei suoi film tracce della propria autobiografia, e durante il periodo di lockdown del 2020 si è reso conto di quanto fosse importante che questa storia fosse raccontata per davvero, convinto dalla moglie e dal co-sceneggiatore della pellicola Tony Kushner.

    Il film più premiato della serata risulta Gli spiriti dell’isola (al cinema in Italia dal 23 febbraio) con tre statuette, seguito da The Fabelmans (ancora presente in alcune sale italiane) ed Everything Everywhere All at Once, entrambi con due premi. Restano a bocca asciutta sia James Cameron per Avatar: la via dell’acqua che Tom Cruise per Top Gun: Maverick. Per quanto riguarda la televisione, gli show più premiati sono Abbott Elementary (disponibile su Disney+) e The White Lotus (in Italia su Sky e Now Tv), rispettivamente con tre e due vittorie. 

    Il prossimo appuntamento dell’award season sono i Critics Choice Awards domenica 15 gennaio e i BAFTA domenica 19 febbraio, oltre ai numerosi premi dei sindacati. L’annuncio delle nomination agli Academy Award è atteso martedì 24 gennaio, mentre la Notte degli Oscar 2023 si terrà domenica 12 marzo.

    Ecco di seguito tutti i vincitori dei Golden Globe 2023: in grassetto è indicato il vincitore fra i candidati.

    FILM

    Miglior film commedia o musical

    Babylon

    Gli spiriti dell’isola

    Everything Everywhere All at Once

    Glass Onion – Knives Out

    Triangle of Sadness

    Miglior attrice in un film commedia o musical

    Lesley Manville, La signora Harris va a Parigi

    Margot Robbie, Babylon

    Anya Taylor-Joy, The Menu

    Emma Thompson, Il piacere è tutto mio

    Michelle Yeoh, Everything Everywhere All at Once

    Miglior attore in un film commedia o musical

    Diego Calva, Babylon

    Daniel Craig, Glass Onion – Knives Out

    Adam Driver, White Noise

    Colin Farrell, Gli spiriti dell’isola

    Ralph Fiennes, The Menu

    Miglior film drammatico

    Avatar: La via dell’acqua

    Elvis

    The Fabelmans

    Tár

    Top Gun: Maverick

    Miglior attrice in un film drammatico

    Cate Blanchett, Tár 

    Olivia Colman, Empire of Light

    Viola Davis, The Woman King 

    Ana de Armas, Blonde

    Michelle Williams, The Fabelmans

    Miglior attore in un film drammatico

    Austin Butler, Elvis

    Brendan Fraser, The Whale

    Hugh Jackman, The Son

    Bill Nighy, Living

    Jeremy Pope, The Inspection

    Miglior attrice non protagonista in un film

    Angela Bassett, Black Panther: Wakanda Forever 

    Kerry Condon, Gli spiriti dell’isola

    Jamie Lee Curtis, Everything Everywhere All at Once

    Dolly De Leon, Triangle of Sadness

    Carey Mulligan, She Said

    Miglior attore non protagonista in un film

    Brendan Gleeson, Gli spiriti dell’isola

    Barry Keoghan, Gli spiriti dell’isola

    Brad Pitt, Babylon

    Ke Huy Quan, Everything Everywhere All at Once

    Eddie Redmayne, The Good Nurse

    Miglior regia di un film

    James Cameron, Avatar: La via dell’acqua

    Daniel Kwan, Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Baz Luhrmann, Elvis 

    Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola

    Steven Spielberg, The Fabelmans

    Miglior sceneggiatura di un film

    Tár

    Everything Everywhere All at Once

    Gli spiriti dell’isola

    Women Talking

    The Fabelmans

    Miglior film straniero

    All Quiet on the Western Front

    Argentina, 1985

    Close

    Decision to Leave

    RRR

    Miglior film d’animazione

    Pinocchio

    Inu-Oh

    Marcel the Shell with Shoes On

    Il Gatto con gli Stivali 2

    Red

    Miglior canzone originale

    Carolina”, Taylor Swift (Where the Crawdads Sing)

    Ciao Papa”, Roeben Katz, Guillermo del Toro (Pinocchio)

    Hold My Hand”, Lady Gaga (Top Gun: Maverick)

    Lift Me Up”, Rihanna (Black Panther: Wakanda Forever)

    Naatu Naatu”, Kala Bhairava, M. M. Keeravani, Rahul Sipligunj (RRR)

    Miglior colonna sonora di un film

    Carter Burwell, Gli spiriti dell’isola

    Alexandre Desplat, Pinocchio

    Hildur Guðnadóttir, Women Talking

    Justin Hurwitz, Babylon

    John Williams, The Fabelmans

    SERIE TV

    Miglior serie commedia o musical

    Abbott Elementary

    The Bear

    Hacks

    Only Murders in the Building

    Wednesday

    Miglior attrice in una serie commedia o musical

    Quinta Brunson, Abbott Elementary

    Kaley Cuoco, The Flight Attendant

    Selena Gomez, Only Murders in the Building

    Jenna Ortega, Wednesday

    Jean Smart, Hacks

    Miglior attore in una serie commedia o musical

    Donald Glover, Atlanta

    Bill Hader, Barry  

    Steve Martin, Only Murders in the Building  

    Martin Short, Only Murders in the Building  

    Jeremy Allen White, The Bear

    Miglior serie drammatica

    Better Call Saul

    The Crown

    House of the Dragon

    Ozark

    Scissione

    Miglior attrice in una serie drammatica 

    Emma D’Arcy, House of the Dragon

    Laura Linney, Ozark

    Imelda Staunton, The Crown

    Hilary Swank, Alaska Daily

    Zendaya, Euphoria

    Miglior attore in una serie drammatica

    Jeff Bridges, The Old Man

    Kevin Costner, Yellowstone

    Diego Luna, Andor

    Bob Odenkirk, Better Call Saul

    Adam Scott, Scissione

    Miglior attrice non protagonista in una serie

    Elizabeth Debicki, The Crown

    Hannah Einbinder, Hacks

    Julia Garner, Ozark

    Janelle James, Abbott Elementary

    Sheryl Lee Ralph, Abbott Elementary 

    Miglior attore non protagonista in una serie

    John Lithgow, The Old Man

    Jonathan Pryce, The Crown

    John Turturro, Scissione

    Tyler James Williams, Abbott Elementary

    Henry Winkler, Barry

    Miglior miniserie o film tv

    Black Bird

    Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    The Dropout 

    Pam & Tommy

    The White Lotus

    Miglior attrice in miniserie o film tv

    Jessica Chastain, George & Tammy

    Julia Garner, Inventing Anna

    Lily James, Pam & Tommy

    Julia Roberts, Gaslit

    Amanda Seyfried, The Dropout

    Miglior attore in una miniserie o film tv

    Taron Egerton, Black Bird

    Colin Firth, The Staircase

    Andrew Garfield, In nome del cielo

    Evan Peters, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Sebastian Stan, Pam & Tommy

    Miglior attrice non protagonista in serie, miniserie o film tv

    Jennifer Coolidge, The White Lotus

    Claire Danes, Fleishman Is in Trouble

    Daisy Edgar-Jones, In nome del cielo

    Niecy Nash, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Aubrey Plaza, The White Lotus

    Miglior attore non protagonista in serie, miniserie o film tv

    1. Murray Abraham, The White Lotus

    Domhnall Gleeson, The Patient

    Paul Walter Hauser, Black Bird

    Richard Jenkins, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Seth Rogen, Pam & Tommy

    PREMI ONORARI ALLA CARRIERA

    Cecil B. DeMille Award alla carriera

    Eddie Murphy

    Carol Burnett Award alla carriera televisiva

    Ryan Murphy



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  • RECENSIONE LE VELE SCARLATTE – LA POESIA VISIVA DI PIETRO MARCELLO

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    [Questa recensione contiene spoiler sulla pellicola in oggetto]

    Dopo il successo di Martin Eden (2019), Pietro Marcello firma il suo terzo lungometraggio di finzione: presentato come film di apertura alla Quinzaine des Réalisateurs del 75° Festival di Cannes, Le vele scarlatte è liberamente tratto dal romanzo di Aleksandr Grin Vele scarlatte del 1923. 

    Ambientato nella Francia rurale del Nord, la pellicola di Marcello si sviluppa tra la narrazione del ritorno di Raphaël (Raphaël Thiéry) dalla Grande Guerra e la crescita della figlia Juliette (Juliette Jouan), tra emarginazione, emancipazione femminile e un pizzico di magia. Pur trattandosi di un piccolo film, Le vele scarlatte si distingue per la sua potenza visiva che dona al lungometraggio un caldo respiro poetico. Il regista casertano sceglie di narrare la travagliata storia di una famiglia francese con tono fiabesco e sognante, acuito da un lirismo sorprendente.

    POESIA E MAGIA 

    Le vele scarlatte si snoda intorno a una duplice rappresentazione della natura che, di conseguenza, si proietta sull’intero impianto narrativo del film. Da un lato la natura paludosa, concreta, così come lo è la realtà contadina in cui Raphaël ritorna dopo aver vissuto sulla sua pelle il dramma della guerra: è una realtà cruda, in cui la comunità ripudia il reduce e lo bolla come reietto dopo la morte della moglie, deceduta indirettamente a causa dello stupro subito dal gestore dell’osteria di paese. Dall’altro, a compensare il realismo narrativo, c’è la natura magica, poetica, incarnata dalla figura di Juliette, creatura bellissima ma anche tenace, che non si lascia sottomettere dal maschilismo imperante della comunità. Questo bilanciamento viene espresso, in particolare, dall’inserzione, da parte di Marcello, di inquadrature che mostrano la bellezza dell’ambiente, acuita da un sapiente uso della luce naturale.

    La vena poetica della pellicola si concretizza, a livello narrativo, con l’aggiunta dell’elemento magico, soprattutto nella seconda parte. L’anziana strega del paese, ostracizzata dalla comunità, incontra spesso la giovane Juliette nella campagna che, durante i loro colloqui, non è più fangosa ma carica di magia. La donna profetizza l’incontro della ragazza con l’amore della sua vita, proveniente da lontano, che giungerà sulle vele scarlatte per portarla via dal villaggio natìo.

    Juliette è un animo solitario, dedita alla musica e al canto, per questo ripudiata dalla società come il padre. È intorno alla sua figura leggiadra come una ninfa di bosco che aleggia l’aura magica che si riflette sulla natura circostante. La protagonista assume in sé sia questo tratto fiabesco, sia la volontà di emancipazione femminile presente a più riprese nel film. Questo dualismo è costante nel corso della narrazione, perfettamente bilanciato. Tuttavia, l’elemento magico che dovrebbe essere fondamentale si perde a scapito di un tratto poetico decisamente più marcato: il realismo “magico” è presente, ma frettolosamente ridotto all’anziana “strega” e a un paio di scene. Sicuramente la durata del film (100 minuti) ha inciso sulla scrittura, in cui si sente la mancanza di una più marcata impronta soprannaturale. Anche i momenti canori – dichiaratamente legati alla magia – riservati a Juliette si sarebbero potuti concretizzare in maniera differente, in una forma più marcata, specialmente nella prima parte del film. In particolare, il legame stesso tra magia e canzoni – come Hirondelle, splendidamente cantata da Juliette – pare, a mente fredda, troppo forzato.

    L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE IN UN MICROCOSMO RURALE

    Le vele scarlatte è calato dentro la Storia: c’è la Grande Guerra, la ripresa economica della Francia, il progresso che avanza alla velocità degli aeroplani e dei treni; Pietro Marcello sceglie i filmati d’archivio, colorati, per restituire l’impianto storico che fa da palcoscenico alle vicende. In contrasto con questo avanzamento, c’è il microcosmo rurale in cui vivono Raphaël e Juliette, caratterizzato da ferree regole non scritte, dalla necessità di lavorare per sopravvivere, ma anche da un forte legame con la natura.

    Reduce dalla realizzazione di Martin Eden, Pietro Marcello è conscio della necessità di elaborare un background storico-culturale dettagliato. Tuttavia, Le vele scarlatte viene percepito fin dalla prima inquadratura come un film “piccolo”, limitato entro una cornice narrativa fiabesca in cui non viene percepita la Storia: essa c’è, ma viene ridotta alla selezione di filmati d’archivio inseriti nel corso del film. Certamente è necessario esperire Le vele scarlatte più come una fiaba di primo Novecento che come un film storico in senso stretto. In questo modo è possibile apprezzare, invece, la capacità di Marcello di delineare vizi e virtù di una comunità rurale della Francia settentrionale: l’attenzione rivolta verso costumi e scenografie contribuisce a ricreare fedelmente l’ambientazione agreste.

    In questo quadro si inserisce il tema dell’emancipazione femminile che inizia a prender forma negli anni del primo Dopoguerra. Specularmente alla forza di Juliette, aleggia, nel corso del film, la madre della giovane, Marie, che in seguito allo stupro subito si auto-condanna alla morte, vagando per la boscaglia per tutta la notte, al freddo, dopo essere stata vittima della violenza. In contrapposizione, Juliette reagisce a un tentativo di stupro per mano del figlio dell’uomo che al tempo inflisse la condanna alla madre della protagonista. Questo parallelismo, che cita (volontariamente o meno) il film Volver (2000) di Pedro Almodóvar, esplicita la capacità delle nuove generazioni di ribellarsi ai soprusi del patriarcato, reagendo in nome della volontà di emanciparsi. Questo elemento viene ben incarnato dalla figura di Juliette, che in virtù della sua natura indipendente e artistica – ella canta e suona il piano – viene additata come “strega” dalla comunità, un marchio che, dagli anni Settanta a oggi, viene riletto dalle femministe come un’invenzione del patriarcato.

    Ma alla fine la salvezza giunge con un uomo. Le vele scarlatte arrivano, Juliette incontra l’aviatore-principe azzurro Jean (Louis Garrel) che la porterà via a bordo del suo aeroplano. Cedendo il passo a un romanticismo fiabesco, il film dunque non incarna appieno la volontà di dipingere un personaggio femminile e femminista. Marcello, in questo senso, resta con un piede in due scarpe: da un lato c’è l’emancipazione di genere, culminante nella scena in cui Juliette si sottrae allo stupro; dall’altro la venuta di un uomo, l’unico che può effettivamente cambiare le sorti della vita di Juliette. 

    UN FIABESCO RACCONTO NOVECENTESCO

    Nonostante le discrepanze riscontrate nella sceneggiatura – scritta a sei mani da Marcello, Braucci, Ameline – Le vele scarlatte resta un prodotto filmico poetico e stilisticamente elegante. Le immagini della natura magica arricchiscono una pellicola a metà tra realismo e fiaba. La colonna sonora, in particolare, restituisce l’atmosfera sognante di questo bel film firmato da uno dei registi più promettenti del panorama italiano. Pietro Marcello, alla sua terza opera di finzione, rimarca il suo talento come regista e sceneggiatore: Le vele scarlatte è pura poesia visiva, una fiaba ai confini del mondo che delizia ed emoziona. 

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  • Mary Poppins e l’eredità definitiva di Walt Disney

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    Uno degli ultimi film prodotti da Walt Disney, sigillo definitivo della sua carriera

    Durante gli anni ‘60 Walt Disney stava vivendo l’ultima fase della sua vita. Ciò che era nato come un piccolo progetto di animazione e laboratorio creativo a Kansas City nel 1920 era diventato un grande studio di produzione e distribuzione cinematografica alle porte di Hollywood. I relativi insuccessi di pubblico negli anni ‘50, uniti al successo di film molto più prudenti da un punto di vista artistico, avevano progressivamente allontanato Walt dal cuore del proprio impero, l’animazione, spingendolo verso nuovi orizzonti: la realizzazione del parco Disneyland, la conduzione dell’omonimo programma televisivo, perfino il sogno della “città del futuro”, il cui primo seme chiamato EPCOT sarebbe poi sorto nel suo secondo parco a tema – Walt Disney World in Florida – completato solo dopo la sua morte. I disegni animati erano per lui un’occupazione secondaria, i disegni scarabocchiati e le trame semplici e buffe de La Carica dei 101 e La Spada nella Roccia erano ben lontani dalla sua idea di arte, ma il pubblico non era dello stesso avviso.

     Una promessa, fatta alle sue figlie nel lontano 1938, lo fece però tornare sui propri passi. Il più grande desiderio delle due bambine era infatti quello di vedere una trasposizione in immagini del loro libro preferito: Mary Poppins di Pamela Lyndon Travers. La fortuna delle due era quella di avere come padre la persona più adatta a realizzare il sogno di un bambino, la loro sfortuna era un’autrice decisamente restia a concedere i diritti, tanto più a Disney, che lei detestava nemmeno troppo velatamente.

    Dopo anni di tentativi andati a vuoto, le difficoltà economiche della Travers giocarono a favore di Disney. Il film aveva il via libera, ma a durissime condizioni poste dall’autrice: un ruolo nella sceneggiatura, supervisione a qualsiasi aspetto del film fino al montaggio, totale assenza di momenti musical e animazioni. Tuttavia, anche nero su bianco era a Disney che spettava l’ultima parola. Non appena la Travers salì sul proprio aereo per Londra, i creativi Disney si sbizzarrirono

    Siamo nei primi del ‘900 a Londra e la ricca famiglia Banks ha un problema: non riesce a trovare una bambinaia in grado di gestire correttamente i due vivaci bambini, Jane e Michael. Il padre George è un direttore di banca, la madre Winifred una suffragetta. George, inglesissimo e autoritario, strappa e getta nel camino una lettera in cui i bambini esprimevano i loro desideri riguardo la “tata perfetta” ma la lettera arriva comunque a Mary Poppins, una bizzarra tata magica “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” che mostrerà ai bambini, ma anche ai genitori, la vita sotto un diverso aspetto, in compagnia anche del simpatico Bert.

    Non sarebbe certo un errore considerare Mary Poppins una convenzionale e rassicurante commedia fantastica per tutta la famiglia. La sequenza animata all’interno del disegno di Bert è affascinante ma prudente (Gli animali e i personaggi sembrano ricalcati su quelli de La Carica dei 101, anche se i pinguini camerieri si riveleranno un’idea vincente). Senza dubbio la regia di Robert Stevenson non brilla per innovazione e a tratti appare davvero poco coraggiosa, la sceneggiatore Don DaGradi aveva le mani legate dalla presenza austera della Travers e solo in un secondo momento, con la fine delle permanenza a Burbank dell’autrice e l’arrivo come co-sceneggiatore di Bill Walsh, si registrò un cambio di rotta. Walsh si era fatto strada in Disney come autore di fumetti a suo agio con le trame più assurde, i personaggi più stravaganti e le soluzioni più improbabili, creando anche il personaggio di Eta Beta. La sua mano si vede molto nella natura estremamente frammentaria della narrazione, che come in tutti gli altri Disney del periodo a partire da La carica dei 101 si può riassumere in una sequenza di buffi incontri. I dialoghi sono già di per sé un mix di formalismo e innocenza infantile, britannico fino al midollo (oppure britannico visto dagli americani, allo spettatore la scelta). Lo spettatore meno propenso al sense of wonder non si lascia incantare e la realizzazione forse troppo “confettosa” dell’adattamento e del doppiaggio italiani non incanta lo spettatore nostrano. Il film è tanto ottimista quanto benpensante, la sua morale è tanto cristianamente altruista (l’elemosina è proprio davanti alla cattedrale) quanto ingenuamente conservatrice (la relazione tra Mary Poppins e Bert non sembra andare oltre la bizzarra amicizia). Eppure…

    Eppure ci troviamo davvero di fronte alla sublimazione dell’idea di arte di un uomo che al volgere al termine della sua vita vuole anche guardarsi dentro e specchiarsi un’ultima volta nei sogni suoi e delle sue figlie. Anche attraverso le musiche di due geni come i fratelli Robert e Rchard Sherman. Senza analizzarla in toto, la colonna sonora resta il più grande punto di forza del film, insieme alle interpretazioni dei suoi tre attori principali e non è un caso che siano proprio loro a cantare i tre pezzi migliori. 

    The Life I Lead è il pezzo con cui George Banks, il padre dei bambini interpretato da un magistrale David Tomlinson, enuncia allo spettatore il suo perfetto e borghese british lifestyle. Brano che nella seconda parte del film, con la presa di coscienza da parte di George dell’inconsistenza delle sue formalità, si tramuterà in un’esplosione di gioia infantile in Let’s go Fly a Kyte. Un vero peccato che questo pezzo sia rimasto meno nei cuori degli spettatori rispetto ad altri simpatici ma meno ispirati come A Spoonful of Sugar e Supercalifragilisticexpialidocious.

    Feed the Birds (Tuppence a Bag) è il brano con cui Mary Poppins spiega ai bambini il concetto di carità, con l’esempio della vecchina che nutre gli uccelli davanti alla chiesa, contro la retorica imprenditoriale del risparmio promossa dal padre banchiere. Forse uno dei brani maggiormente vicini alla visione delle cose di Walt Disney che nel letto d’ospedale durante i suoi ultimi giorni chiedeva continuamente di riascoltarla. Probabilmente l’interprete Julie Andrews deve a questo momento il suo Oscar alla miglior attrice vinto contro quella Audrey Hepburn a cui era stato assegnato il ruolo in My Fair Lady che Andrews aveva interpretato a teatro.

    E infine abbiamo Chim Chim Cher-ee, il tema di Bert, forse il personaggio più tragico del film, nonostante l’apparenza spensierata ci troviamo davanti ad un vagabondo, con il volto del divo della televisione, il mattatore Dick van Dyke. Nulla da fare, forse il miglior brano mai apparso in un film Disney, con un Oscar a testimoniarlo.

    Non bastano le 5 vittorie su 12 nomination agli Oscar (tra cui quella al Miglior Film praticamente inattesa) a testimoniare l’immensa eredità che questo film ha nella memoria collettiva, regalando momenti e personaggi iconici e riconoscibili. Non bastano gli emuli più o meno riusciti come Pomi d’Ottone e Manici di Scopa (il piano B di Disney in caso di mancata realizzazione di Mary Poppins) o Elliott il Drago Invisibile, un sequel Il Ritorno di Mary Poppins e uno strano dietro le quinte Saving Mr. Banks (tutt’altro che “praticamente perfetto sotto ogni aspetto”)  Ciò che a molti spettatori potrebbe sembrare una timida e convenzionale casetta di bambole in movimento, in realtà è davvero pronto a regalare negli anni l’eredità di numerosi artisti, raccontando una storia di semplice e bambinesca umanità, per chi è ben contento di accoglierla.

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  • BEAU IS AFRAID – JOAQUIN PHOENIX È PROTAGONISTA NEL TRAILER DEL NUOVO FILM DI ARI ASTER

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    È arrivato il primo trailer ufficiale di Beau is Afraid, nuovo attesissimo film scritto e diretto da Ari Aster, già acclamato autore di Hereditary e Midsommar.

    Il film vede l’attore premio Oscar Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista assoluto, tuttavia l’effettiva trama rimane ancora avvolta nel mistero. Dopo la rivelazione del titolo ufficiale a dicembre e la partenza della campagna promozionale preliminare con uno strambo poster incentrato sul volto del protagonista ritratto a vari stadi di età, ora il trailer fornisce qualche indizio in più, pur rimanendo folle e delirante, in linea con i lavori precedenti del regista.

    Il filmato di due minuti e mezzo ci proietta direttamente nella vita scombussolata del personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, il quale sembra soffrire di una strana forma di delirio, probabilmente causato da traumi derivanti da un’infanzia difficile. Proprio quando si era deciso a tornare a casa per la morte della madre, il personaggio subisce un incidente e da quel momento il lato onirico della storia prende il sopravvento sulla realtà e non riusciamo più a distinguere cosa è reale dal resto.

    Beau is Afraid, inizialmente intitolato Disappointment Blvd., è stato progettato a lungo da Ari Aster, e in un primo momento è stato descritto come un “horror surrealista ambientato in un presente alternativo”, nel quale Joaquin Phoenix interpreta un “uomo estremamente ansioso ma dall’aspetto piacevole che ha un rapporto molto intenso con la prepotente madre e che non ha mai conosciuto suo padre. Quando la madre muore, Beau dovrà avventurarsi in un viaggio verso casa che vedrà coinvolte alcune selvagge minacce soprannaturali”.

    Beau is Afraid è diretto da Ari Aster, che ha inoltre firmato la sceneggiatura del film. Nel cast accanto a Joaquin Phoenix vediamo anche Nathan Lane, Patti LuPone, Amy Ryan, Kylie Rogers, Parker Posey, Stephen McKinley Henderson, Denis Ménochet, Hayley Squires, Michael Gandolfini, Armen Nahapetian, Zoe Lister-Jones e Richard Kind. Il film è prodotto e distribuito da A24, mentre lo stesso Aster e Lars Knudsen sono accreditati come produttori per Square Peg. Tra i produttori esecutivi figurano invece Len Blavatnik, Danny Cohen, Elisa Alvares e Timo Argillander.

    Beau is Afraid uscirà negli Stati Uniti il 21 aprile 2023, mentre non è ancora stata comunicata la data d’uscita italiana.

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