Category: Archivio

Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • RECENSIONE LE OTTO MONTAGNE – CHI FUGGE E CHI RESTA

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    Alessandro Borghi e Luca Marinelli tornano a recitare insieme dopo l’incontro fulminante in un film che è già culto, Non essere cattivo di Claudio Caligari, per interpretare nuovamente la storia di un’amicizia maschile complessa e grandiosa come il profilo di una montagna. Le Otto Montagne, scritto e diretto dalla coppia, cinematografica e di fatto, composta da Felix Van Groeningen (Alabama Monroe, Beautiful Boy) e Charlotte Vandermeersch, è un adattamento dell’omonimo e amatissimo romanzo di Paolo Cognetti, che nel 2017 aveva trionfato al premio Strega. 

    Il rapporto tra i due protagonisti, Pietro e Bruno, attraversa le inclinazioni del tempo ma non quelle dello spazio, che rimane invece invariato dall’infanzia all’età adulta. I due amici trovano infatti nella montagna il punto fermo della loro amicizia, lo spazio perfetto per l’incontro tra due mondi distanti. Pietro viene da Torino e la montagna rappresenta per lui «Il tempo della leggerezza» che si alterna inevitabilmente al «tempo della gravità», quello trascorso in città, scandito dai suoni invadenti delle macchine e da lunghe giornate trascorse al chiuso tra i muri di casa e di scuola. Bruno invece fonde già durante l’infanzia la sua vita e la sua formazione con le rocce delle montagne, creando un legame così solido che lo porterà a non desiderare mai di vedere cosa c’è al di là delle alte vette. 

    La montagna così si delinea da subito come la terza, silenziosa, protagonista del film, ritratta con un formato 4:3, quadrato, che serve l’intento di non ridurre il paesaggio a cartolina quanto quello di mantenere sempre saldo, ad ogni inquadratura il legame con i personaggi che lo abitano. Il rischio da non correre nella resa fotografica era chiaro -viene esplicitato anche all’interno della sceneggiatura proprio dal montanaro Bruno- cioè quello di assumere una prospettiva esterna, restituendo l’immagine della montagna semplicemente come natura, un concetto astratto che romanticizza gli aspetti più aspri della vita in alta quota. La supervisione di Paolo Cognetti sul progetto in questo senso è risultata decisiva, un maestro di montagna che ha guidato e messo alla prova gli autori e gli interpreti coinvolti radicandoli nel territorio. 

    Pietro arriva sulle alpi valdostane da villeggiante ed entra in contatto con la montagna grazie alla profonda passione che il padre nutre per le lunghe escursioni, preziosi momenti che  rappresentano l’unica forma di evasione che si concede in una vita completamente dedita al lavoro. Nonostante questo, con il trascorrere degli anni, i ricordi che legano lui, suo padre e le alpi si fanno via via più rari, complice un rapporto difficile dove incomprensione e distanza diventano altezze insormontabili. Ed è anche da qui, dal difficile tentativo di venire a patti con l’eredità paterna – sia concreta che astratta – che si rinforza definitivamente il legame tra Pietro e Bruno. Se il primo si era allontanato dal padre in gioventù ribellandosi all’idea di vita che quest’ultimo desiderava per lui, il secondo si trova invece costretto, almeno inizialmente, a seguirne le tracce, diventando anch’esso muratore, per poi recidere altrettanto duramente, in età adulta, questo legame. 

    D’altra parte anche il rapporto tra Pietro e Bruno non scorre in modo lineare, conosce allontanamenti e silenzi che durano quasi vent’anni. Durante questo tempo Bruno stringe un rapporto sempre più forte con le proprie origini mentre Pietro sceglie di abbandonare completamente questo tassello della sua formazione. Come accade però nei grandi rapporti, caratterizzati da un’intesa che oltrepassa la quotidianità, il tempo trascorso non rappresenta un ostacolo ed è proprio sui silenzi che invece si costruisce la comprensione dell’altro. 

    A dare profondità alla ricerca e all’essenzialità espressiva di Pietro c’è Luca Marinelli la cui sensibilità e introversione trovano un proseguimento naturale con l’interpretazione del personaggio. Alessandro Borghi invece torna a misurarsi con la trasformazione del proprio corpo, lavorando in particolare sull’accento, e ci restituisce una delle sue interpretazioni più riuscite e credibili. 

    Le Otto Montagne è un ritratto libero dell’amicizia che riesce a costruire sui contrasti un orizzonte comune. I percorsi, come anche le bussole che guidano i protagonisti sono radicalmente diversi: pochi punti ma fissi per Bruno, una ricerca incessante, in continuo divenire per Pietro. Come due facce complementari della stessa medaglia, capita anche che amino le stesse persone, ma questo accade sempre in momenti sfalsati. Il viaggio di scoperta intrapreso da Pietro concede poco spazio alla presenza di affetti stabili nella sua vita e spesso Bruno sembra invece saperne colmare le mancanze, come accade prima con il padre e poi con la fidanzata, lasciando in Pietro non solo con la consapevolezza che Bruno sia una delle parti migliori di sé ma anche con  il dubbio che possa essere in fondo un uomo migliore. 

    Non interessa però sapere chi tra i due possa avere ragione, resta infatti senza risposta il quesito esistenziale posto dai saggi del popolo nepalese nel quale si imbatte Pietro: in un mondo fatto a ruota, composto da otto mari e otto monti, con una grande vetta al suo centro – chiamata monte Sumeru- impara di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è salito in cima al monte Sumeru? 

    L’unica risposta certa risiede nel prestare attenzione alle sfide, alle risate, ai silenzi, alle increspature della vita che portano Bruno e Pietro a condividere la scalata più difficile, quella verso la comprensione di sé stessi. 

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  • TRAILER DI BUSSANO ALLA PORTA – IL NUOVO FILM DI M. NIGHT SHYAMALAN

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    Il regista M. Night Shyamalan fa un regalo ai fan per Natale: il 25 dicembre Universal Pictures ha pubblicato il trailer finale di Knock at the Cabin / Bussano alla porta, il nuovo film dell’autore de Il sesto senso con Dave Bautista e Rupert Grint, in uscita a febbraio 2023. 

    TRAILER ORIGINALE

    TRAILER ITALIANO

    La sinossi del film infatti è molto semplice ma efficacemente inquietante, come le trame del regista: durante una vacanza in una baita tra i boschi, una bambina e i suoi genitori vengono presi in ostaggio da quattro sconosciuti armati, che annunciano di venire dal futuro con l’obiettivo di impedire l’imminente apocalisse affidando a loro una terribile scelta

    Dopo il successo del suo più recente lungometraggio Old, Shyamalan sceglie di nuovo lo scenario (quasi) unico per il suo nuovo film, un misterioso home invasion che si svolge in uno chalet. La minaccia si mostra ai protagonisti per mezzo di quattro persone apparentemente comuni, ma del tutto ostili; le loro parole profetizzano una devastazione che solo le vittime possono evitare, ad altissimo prezzo. 

    L’illustre cast è composto da Dave Bautista (Glass Onion), il candidato al Tony e all’Emmy Jonathan Groff (Mindhunter), Ben Aldridge (Fleabag), il candidato ai BAFTA Nikki Amuka -Bird (Old), la debuttante Kristen Cui, Abby Quinn (Piccole donne) e Rupert Grint (Harry Potter). 

    La sceneggiatura è di M. Night Shyamalan con Steve Desmond e Michael Sherman ed è basata sul bestseller nazionale The Cabin at the End of the World di Paul Tremblay. Shyamalan ha dichiarato che questo è lo script più veloce che abbia mai scritto.

    Producono M. Night Shyamalan e i suoi collaboratori Marc Bienstock e Ashwin Rajan, con Steven Schneider, Christos V. Konstantakopoulos e Ashley Fox produttori esecutivi. Le case di produzione coinvolte sono Universal Pictures, Blinding Edge Pictures, FilmNation Features e Wishmore Entertainment. 

    Il film uscirà il 2 febbraio 2023 nelle sale italiane e il 3 febbraio in USA, ma il primo appuntamento del 2023 con M. Night Shyamalan è fissato al 13 gennaio prossimo con l’uscita della quarta stagione di Servant su Apple TV+.

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  • Recensione The Fabelmans – Il ragazzo con la macchina da presa

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    L’amarcord-movie intimo, introspettivo e retrospettivo, più o meno metafilmico, è ormai un diffuso sottogenere del cinema contemporaneo, col quale autori maturi e affermati rivisitano in prima persona – appena occultati sotto un acerbo alter ego finzionale – le difficoltà, i sogni e le speranze della crescita, le radici familiari e identitarie, il background esistenziale e l’origin story del mestiere intrapreso. In cerca delle preziose scintille memoriali disseminate lungo il racconto di formazione emotiva ed educazione cinematica, che ne ha favorito e guidato le scoperte, le epifanie e il percorso da predestinati, o da fulminati strada facendo, sulla via della settima arte che li ha consacrati all’adorazione delle platee internazionali.

    Dopo Belfast di Kenneth Branagh, È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, e, in toni e forme diverse, Empire of Light di Sam Mendes, Bardo di Alejandro González Iñárritu e Armageddon Time di James Gray, anche il regista per antonomasia, il più celebre e popolare al mondo, Steven Spielberg, si cimenta in The Fabelmans con la malinconica, sofferta e affettuosa rievocazione autobiografica del suo passato personale, familiare e professionale.

    Attraversato dai folgoranti baluginii di luce della magia del cinema alla maniera degli accecanti flash prodotti dagli spari dei pistoleri nel B-western da cortile che l’aspirante giovane cineasta Sammy Fabelman (un ottimo e vulnerabile Gabrielle LaBelle) gira con amici e parenti, con le puntine da disegno che bucano la pellicola scavandovi all’interno una luminosa fenditura di senso aggiuntivo. Accrescendo la suspense, l’epica rozza ma irresistibile della narrazione, l’immedesimazione complice e sbalordita degli spettatori, rapiti e disposti a sospendere l’incredulità anche di fronte ai trucchi più semplici, come zampilli cascanti di gelato trasformati in disgustosa cacca d’uccello in caduta libera sui ragazzini in spiaggia (i primi colpi dell’arte della narrazione spielberghiana e della sua stupefacente effettistica a misura d’individuo).

    IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO

    Il racconto si apre nel New Jersey in un freddo gennaio del 1952, dove il bimbo Sammy Fabelman è accompagnato per la prima volta in una sala cinematografica dai genitori (gli ottimi Paul Dano e Michelle Williams). Terrorizzato dall’imponenza delle figure gigantesche e torreggianti del grande schermo, che è per lui un’arcana grotta del mistero, su cui scorre il clamoroso crash ferroviario de Il più grande spettacolo del mondo (The Greatest Show on Earth, 1952) di Cecil B. DeMille: l’immagine catastrofica del treno che travolge a tutta birra l’auto e i convogli sui binari, si fissa negli occhioni spalancati di Sammy in una fatale scena primaria che si schianta sul suo volto e si imprime all’istante nella sua mente con la forza di una pellicola impressionata

    Un incredibile incidente di percorso che mette in moto la vivace immaginazione del bambino, al tempo stesso turbato e affascinato. Un traumatico Big Bang che lo scuote con uno shock di tale inaudita potenza (“la persistenza della visione”, spiega suo padre) da spingerlo a rimettere in scena quanto visto con un modellino-giocattolo, fatto correre in pista nel garage di casa. E a filmare il tutto con una cinepresa 8mm, per imbrigliare la pericolosa eccedenza di un sogno più vero del vero, finalmente catturato e addomesticato dalla coscienza. 

    Il battesimo del fuoco – con l’accecante luce del cinema – è avvenuto: per Sammy è solo la prima fermata verso il compimento di un impeto visuale e di un incontenibile temperamento artistico, il primo step di un apprendistato umano e lavorativo nell’universo delle immagini. In un viaggio che sarà tanto appagante quanto accidentato, in cui imparerà a rielaborare gli inevitabili scossoni e i manrovesci della realtà con la stessa provvidenziale sensibilità che immette nella costruzione della grande illusione del cinema. 

    LA CONQUISTA DEL WESTERN

    Appoggiato alla (ri)scrittura calibratissima e mai appesantita di Tony Kushner, lo stile adottato da Spielberg nel rimaneggiare una materia iconica e imperitura, fluttuante e incandescente come il cinema da lui amato e imitato – ripercorso col filtro altrettanto flagrante, ma sfuggente e ingannevole, di ricordi ed esperienze personali, mascherati come un velo o una lente posta davanti all’obiettivo (e al noioso diktat dell’obiettività) -, è quello di un’equilibrata classicità, piana e lineare ma di sicuro impatto per lo spettatore, che in ogni frangente aderisce senza sforzo alle amabili insicurezze e allo stupore meravigliato di Sammy. 

    Con la difesa positiva e la strenua conservazione (in video) della dimensione infantile, mai banalmente regressiva, che da sempre marchia di autenticità perduta il cinema umanista e immaginifico di Spielberg. Il biopic buffamente camuffato, e la psicanalitica auto-fiction infusa di mitologie del cinema e inevitabili esigenze drammaturgiche, non perdono mai la bussola del coinvolgimento narrativo, evitando che il piacere del racconto affoghi nell’eccesso compiaciuto di citazionismo isterico e traboccante. 

    The Fabelmans certifica una volta per tutte ed eleva al massimo grado ciò che Mauro Resmini, nella sua monografia, individua come un tratto fondamentale del regista: la cinefilia di Spielberg “non è quella gelida del postmodernismo, puntellata da citazioni e inside jokes.  […] Si tratta piuttosto di una cinefilia “di mezzo”, emozionata e partecipe, naturalmente incline ai generi (il western, il film bellico, il film d’avventura, i b-movies di fantascienza) e perdutamente innamorata dell’epica di John Ford, Victor Fleming e David Lean. Così, più che riflettere sul cinema attraverso la cinefilia, Spielberg istintivamente confonde l’uno nell’altra, nell’infinita ricerca di un modo di raccontare che copra l’abisso tra suggestioni personali e miti universali” (Mauro Resmini, Steven Spielberg, Il Castoro cinema, 2014 ).

    Spielberg staziona dunque dentro i grandi generi classici solo il tempo che gli serve a inquadrarne i tratti formali e gli stilemi fondanti per lo sviluppo del suo io registico in fieri, espresso dal suo imberbe alter ego Sammy, in ammirazione ed emulazione dei padri nobili che riuscirà perfino a incontrare: il western fordiano di Ombre Rosse (1939) rifatto in carrozza di seconda mano, con le infiltrazioni a mano armata e l’epica dei duelli di L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). E poi il film di guerra, con le lacrime vere che si distendono sugli spari e la polvere, coprendo la strage degli uomini, aprendo all’empatia della compassione umana sul campo di battaglia, che il nostro regista dispiegherà in opere come Salvate il soldato Ryan (1998).

    A SCUOLA DI CINEMA

    Oppure richiama un genere per ripensarne gli stereotipi, come nel godibilissimo segmento high-school movie dal sapore vintage (più che il ballo in palestra del suo West Side Story, richiama certe amare o nostalgiche atmosfere da prom night di vecchi compagni di scorribande come George Lucas (American Graffiti, 1973) e Bob Zemeckis (Ritorno al futuro, 1985). In cui le canoniche macchiette del loser bullizzato e dell’atleta belloccio vengono scombussolate, grazie alla duplice capacità rivelatoria e quasi medianica del cinema di registrare al tempo stesso un’impassibile verità in trasparenza e un surplus di realtà aumentata celata a un primo sguardo. 

    Può sembrare incongruo che il prestante e ottuso bad guy Logan, bel tomo tutto cazzotti, machismo e vessazioni fino a un attimo prima, mostri poi una finissima e sorprendente capacità di autoanalisi emotiva, angosciato all’improvviso dalla insostenibile perfezione aurea dell’immagine del suo doppio di celluloide, brillantemente colto dall’occhio partecipe – quanto involontariamente? – della cinepresa di Sammy. 

    Ma il punto è che Spielberg vuole illustrarci come il cinema sia al tempo stesso il canale privilegiato in cui riversare e sciogliere tensioni, conflitti e abusi subiti nella giungla della vita reale, e uno strumento trasfigurante di diagnostica interiore così esatto, potente e trasversale da essere addirittura in grado di bucare la corazza di stolida aggressiva e smania predatoria di uno come Logan, il più stronzo di tutti, consentendogli di accedere a un’impensabile visibilità del sé, e a una complessa e problematica re-visione della sua identità, tutt’altro che granitica e muscolare.   

    SPIELBERG FAMILY VALUES 

    La parte più strettamente privata del vissuto di Spielberg emerge invece in una descrizione umoristica e disincantata del milieu ebraico di origine, radunato negli aspri e divertiti confronti al tavolo della cucina (tra tovaglie e stoviglie di carta, perché le mani da pianista della mamma non vanno certo usurate nel lavaggio dei piatti). Con la nonna paterna interpretata dalla simpatica Jeannie Berlin, che rimodula un ruolo di cinismo senile simile a quello offerto in Cafè Society (2016) di Woody Allen. Spicca soprattutto il siparietto confessionale, velatamente surreale – come in un dialogo dei fratelli Coen -, nella funambolica incursione del sozzo e stramboide zio Boris (Judd Hirsch), sgarruppato ma acuto sopravvissuto circense, che redarguisce e incoraggia la vocazione di Sammy, presagendo strappi e ferite dolorose di chi come il nipote ha davanti il glorioso ma travagliato destino dell’artista. Un’inedita, per certi versi insospettabile, chiave di mordace e stralunata commedia umana spielberghiana, che fa il paio con l’irrisione della devozione religiosa nella scena della fidanzata innamorata – e per nulla timorata – di Gesù, che ruba un bacio a Sammy con la scusa di soffiargli in bocca lo Spirito Santo.

    SCENE MADRI E CINE-PADRI

    La madre di Sammy, Mitzi, è l’architrave centrale dell’intreccio, figura fondamentale a cui il regista ritorna per perdonarla idealmente (come in preciso dialogo del film), e assumerla come irrinunciabile e protettivo spirito guida di tutto quanto realizzerà da adulto. Perennemente circonfusa da un’aura abbagliante fatta della stessa materia palpitante, irreale e sognante del cinema (“tu mi vedi per quella che sono veramente”, confessa la donna al figlio), come fosse una falena in costumi d’organza, una inquieta e immacolata creatura di pura luce attivata dal proiettore. Un Peter Pan al femminile, del quale Sammy disvela l’ombra scura nelle pieghe delle immagini al rallentatore. Una dolce e testarda eroina di un infiammato melodramma, che abbraccia la quiete domestica ma incrina la patina soft della sit-com innocua e accomodante di Casa Fabelman (curiosamente dissonante la breve scena della fuga in macchina con i figli verso il vortice di un tornado in stile mago di Oz della suburbia, simile alla corsa in auto verso l’incendio delle colline hollywoodiane della schizofrenica madre della piccola Marilyn in Blonde di Andrew Dominik). 

    Una femminilità disarmonica, fragile e tragica, in cerca del diritto alla sensibilità e all’innata vena artistica oltre il dettame sociale, che si dibatte imprigionata come una scimmietta in gabbia in un pastelloso musical drama in technicolor degli anni ’50: luminosa e oscura, soave ed eterea (suona il piano nel salotto di casa col vestito della festa, danza come una delicata vestale notturna in camicia da notte, irradiata dalle luci dei fanali dell’auto davanti al fuoco del campeggio), ordinaria e domestica, affettuosamente familiare e violentemente perturbante, generosa ed egoista, amorevole e respingente. 

    La recitazione intensa e dolente di Michelle Williams, sempre – volutamente – sul filo dell’overacting esagitato e nevrotico, è funzionale a rappresentare proprio l’eccesso sentimentale, dirompente e scomposto del cinema. Il cinema, vuole dirci Spielberg – e non a caso la madre è osservata da uno sguardo bifocale, con ideali flashback retrospettivi (ri)proiettati però al contrario, dal punto di vista del cineasta vergine e ingenuo -, emerge proprio in quest’enfasi emotiva e gestuale che scompagina i composti equilibri di facciata. È questa la sua verità: il quid di sentimento, paura, pazza intemperanza e desiderio sovraccarico incarnato da Mitzi. 

    Complementare alla figura più assente e distaccata, per quanto mai davvero anaffettiva, del padre Burt: inappuntabile, affidabile ed efficiente come una cinepresa che ha tutti i pezzi al loro posto – del resto è lui stesso a rivelarne al figlio tutti i dettagli, con piglio scientifico e ingegneristico -, ma che raramente si accende di vero calore che possa far vibrare e infiammare la pellicola. 

    Servono l’una e l’altra cosa, unite e inestricabili, per fare il cinema: la tecnica e la poesia, il freddo strumento e il cuore pulsante che gli dona vita. Al posto dell’automa meliesiano di Hugo Cabret (2011) di Scorsese, Spielberg mette in moto il meccanismo del tempo perduto e ritrovato riattivando i segreti annidati nel suo umanissimo e imperfetto nucleo genitoriale. Costruisce la sua familiare macchina-cinema sotto i nostri occhi, assemblando nel salotto di casa e al tavolo di montaggio i due pilastri fondamentali della sua esistenza, che si rianimano fuori e dentro lo schermo: l’indispensabile razionalità della tecnica, lo zelo rigoroso del lavoro meccanico (il padre), e l’irrinunciabile fervore artistico e affettivo che carica di vera passione le immagini in movimento (la madre). Traslando il dramma individuale in una storia di riscatto universale in cui tutti possono identificarsi, proprio attraverso il riconoscimento delle verità scomode e dell’empatia naturale che si genera nel contatto – e nel contrasto – con l’evidenza ordinaria e la fantasia strabiliante delle immagini.

    PRIME VISIONI E FINAL CUT 

    The Fabelmans è così un grande film di e sul montaggio. Inteso sia come riflessione pratica sull’arte squisitamente analogica e artigianale di composizione e combinazione creativa dei frammenti che, legandosi, infondono senso e ritmo alle ammalianti motion pictures (molte le inquadrature in dettaglio anatomico sulle strisce di pellicola attaccate al tavolo, lo scorrimento dei rulli, il ronzio dei proiettori), sia come metafora umana e soggettiva dello sforzo terapeutico di Sammy di far disperatamente stare insieme – e insieme per sempre, nell’immortalità non deperibile delle immagini-cinema – ciò che intorno a lui sta inesorabilmente disgregandosi (il matrimonio di Burt e Mitzi, e con esso l’unità della famiglia). 

    E, per estensione, diventa traccia del profondo lavorio interiore a lungo rimuginato e metabolizzato da Spielberg, fino a presentare davanti a un vasto pubblico (come accade più volte all’ansioso Sammy) la sua vita di curiosa e normale diversità come fosse un rewatch di episodi franti e dispersi che si raccordano e saldano in una possibile sequenza compatta e unitaria, sicura e protetta. 

    Un montato felicemente caotico di dolorosi giornalieri quotidiani e inserti fuori posto che trovano una definitiva collocazione nel catartico final cut della materia autobiografica, esorcizzata tra sogno, realtà, ricordi, revisioni e salvifiche manipolazioni ad arte. Girando idealmente la manovella avanti e indietro proprio come al tavolo di montaggio. Restando bloccati con stupore incredulo o intervenendo lucidamente, laddove necessario, per suturare gli strappi e riempire i vuoti di senso.

    SENTIERI SELVAGGI DEL GIOVANE ARTISTA

    Se c’è un motivo stilistico caratterizzante in The Fabelmans, è quello del movimento circolare. Presente, a livello figurativo, nelle numerose immagini delle bobine di pellicola arrotolata, che ruotano e scorrono in tutto il film – nonché nel tracciato ovale del mini-set del modellino ferroviario, con il trenino che, fissato nel filmato di Sammy, gira in tondo all’infinito sul circuito dei binari (prima dello schianto finale) -, emerge con ancor più fluida chiarezza nell’uso ricorsivo della panoramica a 360°, impiegata da Spielberg nei momenti di maggior spiazzamento emotivo del protagonista, idealmente paralizzato al centro di situazioni e scenari più grandi di lui, che gli si srotolano – letteralmente – intorno, causandogli una brusca vertigine

    Prima, la cinepresa compie un giro completo attorno a Sammy nel momento in cui questi scopre sbigottito la verità sulla vera natura della relazione della madre con l’amico di famiglia Bennie (Seth Rogen), in una toccante e prolungata scena in montaggio alternato, dove la musica eseguita al pianoforte da Mitzi (il concerto in D minore di Bach) si fa spia del disagio e del precipitare del climax drammatico, sottolineando come incupito commento sonoro le immagini incriminate sotto gli occhi da Sammy. 

    Poi, quando Sammy si trova catapultato nell’anticamera dell’ufficio del burbero John Ford (un David Lynch già di culto, appena nascosto da benda e cappello), il movimento a 360° in semi-soggettiva passa in rassegna le locandine dei grandi capolavori western del maestro appesi al muro, quasi issando il ragazzo alle soglie della giostra del grande cinema, sulle note elegiache (Ethan returns) dello score di Sentieri Selvaggi (1956). L’attesa spaurita di Sammy di ricevere udienza, mentre il venerato maestro, sovranamente distante, si prende tutto il tempo del mondo per accendersi un sigaro con calma olimpica, e la fulminante lezione sugli orizzonti cinematografici appesi al quadro, sono momenti di grandissimo cinema. 

    Ma è forse nella bella e fugace immagine del piccolo Sammy che osserva ipnotizzato lo schianto del suo trenino, proiettato sulle sue piccole dita raccolte a formare un mini-schermo di fronte a sé, che è contenuta la sintesi di tutto il pensiero dello stupore spielberghiano: una salvifica e mirabolante fascinazione ottica che in ogni momento dobbiamo tenere a portata di mano, stretta tra le dita, senza che nessuno possa mai portarcela via.

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  • 5 FILM PER UN “CATTIVO NATALE”

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    Se anche tu sei stufo del detto “A Natale siamo tutti più buoni” e di tutti gli stereotipi dolci e zuccherosi delle festività natalizie, dai un’occhiata a questa lista di cinque film per un “Cattivo Natale”!

    KRAMPUS – NATALE NON È SEMPRE NATALE (2015) – MICHAEL DOUGHERTY

    Disponibile su Rakuten TV, TIMVISION, CHILI, Apple iTunes, Infinity, Google Play

    Doveva accadere. Prima o poi qualcuno avrebbe dovuto fare un film su una delle creature dicembrine preferite dagli amanti dell’horror e che, non per niente, secondo la tradizione accompagna l’arrivo di Santa Claus: il Krampus! Per chi non sapesse di cosa si tratta, il Krampus è una figura mitologica dai tratti demoniaci derivante dalla tradizione religiosa-folkloristica delle zone europee di lingua tedesca, tuttora celebrata attraverso macabre sfilate il 5 dicembre in Austria, Croazia, Slovenia e Italia.

    Michael Dougherty ha pensato bene di sfruttare le sembianze mostruose del Krampus per realizzare una commedia-horror compatta e divertente. La storia è semplicissima: il Natale di una famiglia viene rovinato dall’arrivo di un Krampus. Fine. Niente di trascendentale, ma se sei in cerca di un film da vedere ai lumi di un albero di Natale e che intrattenga per poco più di un’ora e mezza, forse è il film che potrebbe fare al caso tuo. Ci sono anche gli elfi!

    BLACK CHRISTMAS (UN NATALE ROSSO SANGUE) (1974) – Bob Clark

    Disponibile gratuitamente su YouTube

    L’adattamento italiano del titolo, seppur discutibile, parla chiaro: Black Christmas è un proto-slasher natalizio coi controfiocchi, se non un capolavoro sicuramente un capo d’opera che in quanto tale è rimasto nella storia, la definizione di cult. 

    Proto-slasher perché stabilisce definitivamente tutti i tòpoi del genere, assieme a Reazione a catena di Bava (di tre anni prima) e a Non aprite quella porta di Hooper (dello stesso anno): dal gruppo di giovani malcapitati che – in un climax di tensione hitchcockiana – incontreranno la morte uno dopo l’altro, agli spazi d’azione circoscritti, alle soggettive che ispireranno Halloween di Carpenter, fino alla telefonata dell’assassino che verrà decostruita da Scream.

    Di grande livello è anche la regia che passa da inquietanti soggettive dell’omicida a sinuose oggettive delle vittime, così come sono favolosamente descritti i personaggi tramite cui Clark ritrae qualsiasi ceto sociale americano del tempo non risparmiando nessuno.

    Ma soprattutto: il “bodycount” arriva in una cornice natalizia davvero suggestiva e inusuale per il tempo! 

    INSIDE – À L’INTÉRIEUR (2007) – Alexandre Bustillo e Julien Maury

    Disponibile su Amazon Prime Video, TIMVISION e CHILI

    Si, va bene, grazie all’acclamazione della critica è uno degli horror che assieme a Martyrs, Frontiers – ai confini dell’inferno e Alta Tensione ha contribuito a riportare in auge il cinema horror francese lanciando l’ondata della “New French Extremity”, ma a noi interessa il Natale. C’è il Natale in Inside – À l’intérieur?

    La storia parla della vedova Sarah che alla vigilia di Natale, durante una visita medica, scopre che quel giorno corrisponde anche alla vigilia del suo parto. La stessa sera una donna misteriosa bussa alla porta di Sarah che, preoccupata, chiama subito la polizia, ma la donna non si arrende e farà di tutto per entrare in casa.

    Nell’intrecciarsi di home invasion, horror psicologico, splatter, allegorie cristologiche (il nascituro che dovrà vedere la luce esattamente il 25 dicembre) e riletture del mito della strega, l’atmosfera natalizia non è estremamente palesata nel film. C’è un “però”: il solo pensiero che tutte le vicende si svolgono alla vigilia di Natale contribuisce a regalare un’aura di inquietudine mai banale (e si intravede anche qualche lucina d’atmosfera qua e là).

    Il regalo che attende Sarah sotto all’albero non sarà dei più piacevoli.

    GREMLINS (1984) – JOE DANTE

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Lo so. Questo è scontato. Non può esistere amante del cinema che non conosca i mitici Gremlins, però fa sempre e solo bene un invito alla visione. Nel 1984 la regia di Joe Dante e la penna di Chris Columbus regalarono all’immaginario collettivo la prima trasposizione su pellicola della creatura folkloristica del Gremlin (non sono mai state indicate le sue sembianze, l’interpretazione dei due registi è interamente libera e personale), destinata a segnare tutta la tradizione natalizia ottantina e di tutti gli anni a venire. Una vera e propria commedia nera ad ambientazione natalizia, dove le malefiche e dispettose compagini di mostriciattoli a forma di goblin daranno sfoggio di tutte le loro abilità fra le luci di Natale della cittadina di Kingston Falls.

    Assolutamente iconici per l’utilizzo degli “animatronics” (splendida la duplice sembianza del delizioso Gizmo e delle sue arcigne e squamose evoluzioni) e per la loro caratterizzazione con le famose “tre regole” per essere accuditi: tenerli lontani dalla luce solare, non bagnarli per non farli moltiplicare e non dargli da mangiare dopo la mezzanotte (se non si vuole assistere alla nascita del loro lato maligno).

    Niente da dire: Gremlins è sempre l’opzione più valida per un 25 dicembre tutt’altro che zuccheroso e sdolcinato… E già che ci sei, perché non recuperare anche il seguito Gremlins 2 – La nuova stirpe?

    BABBO BASTARDO (2003) – TERRY ZWIGOFF

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Come potrebbe mancare l’icona anti-Natale per eccellenza in una lista dedicata a un “Cattivo Natale”?

    Willie (il protagonista interpretato da Billy Bob Thornton) è il Babbo Natale di un grande magazzino che con l’avvicinarsi del Natale dovrebbe rendere felici le fiumane di bimbi in trepidante attesa di esprimere i loro desideri. C’è un piccolo problema: Willie è alcolizzato, cinico, volgare, depresso, fumatore accanito e amante del sesso promiscuo. Per di più è anche un ex scassinatore professionista che si limita a compiere un unico grosso colpo all’anno. Si avvicina il Natale e Babbo Natale è deciso a compiere quell’unica rapina proprio in quel magazzino aiutato da Marcus, il suo fedele elfo socio in affari affetto da nanismo. Il Natale non è mai stato così sboccato e irriverente come con questo film… Provare per credere.

    Lo sapevi? A dicembre 2021 si è tenuta la settimana tematica dedicata interamente al Natale! Clicca qui per recuperarla.

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  • CHARLIE CHAPLIN – UN CORPO CHE PARLA

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    Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.

    La camminata clownesca del vagabondo Charlot, il suo bastone da passeggio e i suoi vestiti larghi, i suoi sguardi languidi e ingenui, le sue buffe e molteplici espressioni: sono anche questi gli elementi iconici che hanno consacrato il nome di Charlie Chaplin nel tempo. Il suo contributo artistico è stato immenso al punto da essere ancora considerato una delle più grandi star della storia del cinema, persino dagli spettatori più generalisti e meno impegnati. Ciò non sorprende considerando il panorama cinematografico con cui ci confrontiamo ogni giorno, sempre più simile per fruizione a quello dei primi anni del Novecento. Si tratta, infatti, di un cinema delocalizzato, abituato alla rapidità, alla brevità dei filmati e alla spiccata dimensione attrattiva dei prodotti multimediali. Al giorno d’oggi, la fruizione del grande pubblico è decisamente più interessata all’evasione che alla riflessione. Un tipo di visione che per certi versi sembra avvicinare il cinema odierno a quello delle origini. La cinematografia di Chaplin continua a funzionare proprio per la sua immediatezza, ma anche per le tematiche universali ed eterne che affronta. Tra le principali: la diversità, l’inarrestabile trascorrere del tempo, l’evoluzione delle tecnologie, l’istinto alla sopravvivenza, la pietà umana e la speranza dinanzi alle difficoltà e agli orrori della guerra. Temi messi in scena attraverso gag comiche e situazioni drammatiche che, nella stragrande maggioranza dei casi, terminano con un lieto fine. Quest’ultimo dettaglio valse all’attore l’accusa di buonismo da parte di numerosi critici e colleghi.
    Tuttavia, l’universalità del suo cinema è sicuramente una delle tante ragioni per le quali Charlie Chaplin è ancora sulla bocca di tutti dopo più di cento anni e continua ad avvicinare intere generazioni alla sua comicità. Apparentemente molto semplice, la comicità di Charlie Chaplin è in realtà molto complessa, ma non per questo meno universale. Fortemente convinto della superiorità del linguaggio del corpo sulle parole, Chaplin portò avanti un cinema di intrattenimento che fu in grado di reinventarsi negli anni. Dopo i primi film leggeri in seguito attraversò fasi decisamente più impegnate, in particolare dopo l’avvento del sonoro e le esperienze delle due guerre mondiali.  Nonostante le numerose comiche nei confronti della società americana e dei nazionalismi, Chaplin non poteva definirsi un rivoluzionario sul piano sociale e politico. Chaplin non voleva sovvertire alcunché che non fosse il cinema. Quella era la sua rivoluzione personale. Un artista che, a differenza di molti della sua generazione, riuscì a sfruttare i cambiamenti storici e i mutevoli gusti del grande pubblico per accrescere e modellare la propria arte.

    COME CHARLES SPENCER DIVENNE CHARLIE CHAPLIN

    Charles Spencer nacque a Londra il 16 aprile 1889. Come la famiglia di Keaton, anche quella di Chaplin era composta da attori di varietà che lo trascinarono sulla scena sin dalla tenera età.
    Nel 1910 la famiglia Spencer emigrò in America, dove solcò i palchi statunitensi fino al 1912. L’anno seguente sarebbe iniziata l’avventura davanti la macchina da presa del giovane Charlie grazie alla figura di Mack Sennet, che abbiamo già incontrato nell’articolo precedente su Buster Keaton. Charlie venne assunto per soppiantare Ford Sterling, un attore comico che aveva minacciato di lasciare Sennet e il suo pessimo carattere. Questa esperienza fu fondamentale per Chaplin e gli consentì, in poco tempo, di farsi un nome all’interno dei Keystone Studios e della scena slapstick. L’anno successivo il personaggio iconico Charlot prese ufficialmente vita. Chaplin più volte ha affermato di aver assemblato il proprio costume scegliendo indumenti a caso nel guardaroba dello studio. Già nella comica Kid auto races at Venice del 1914, Chaplin compare in campo indossando l’iconico costume da tramp (trd. vagabondo) composto da scarpe larghe, pantaloni ampi, giacca e panciotto sgualciti e di seconda mano, bombetta, baffi e bastone da passeggio. Un personaggio che, nonostante la povertà cui è costretto, non vuole mai rinunciare all’eleganza, ma soprattutto alla dignità. Charlot, tuttavia, non si atteggia a gentiluomo, ma lo è per natura. Per tale ragione, non esita mai a prodigarsi per l’altro o a disprezzare le ingiustizie, al punto da risultare spesso impertinente nei confronti delle autorità. Come scrisse l’attore nelle sue memorie: 

    [Charlot è] un vagabondo, un gentiluomo, un sognatore, un poeta, un solitario in cerca d’affetto d’amore e di avventure, capace anche di raccogliere le cicche delle sigarette dal marciapiede, di rubare le caramelle a un bambino in culla e all’occorrenza di sferrare calci nel sedere a una signora chic.

    Un clown buffo e al tempo stesso una maschera tragica. Humor e commozione. In questa dicotomia risiede la forza immortale di questo personaggio e la formula comica del suo cinema. A tal proposito, Chaplin raccontò:

    Mi è rimasto in mente un incidente. In fondo alla via c’era un macello, e davanti a casa nostra passavano le pecore ivi destinate. Ricordo che ne scappò una, e corse giù per la strada tra le risa degli astanti. Alcuni tentarono di acciuffarla, altri inciamparono e caddero per terra. Mi ero divertito un mondo alle capriole dell’animale, tanto sembrava comico il suo panico. Ma quando esso fu catturato e ricondotto al macello, compresi tutta la realtà della tragedia e corsi a casa da mia madre strillando e piangendo: «L’ammazzano! L’ammazzano!». Per parecchi giorni non riuscii a dimenticare la buffa caccia di quel rigido pomeriggio di primavera; e mi domando se non fu proprio quell’episodio a creare la premessa delle mie future opere cinematografiche: la combinazione di tragico e di comico. 

    Charlot è un reietto che vive ai margini della società e che, per questo, non conosce la cattiveria né l’egoismo e non pratica mai l’ingiustizia; al contrario è lui stesso ad essere oggetto di derisione in virtù della sua purezza, della sua umanità e della sua ingenuità infantile. Accanto a ciò, il vagabondo sa essere anche molto astuto e testardo. Nonostante le numerose disgrazie, Charlot non si butta mai giù di morale riuscendo sempre, in un modo o nell’altro, a cavarsela o a vedere il bicchiere mezzo pieno, e mai mezzo vuoto. La forza di questo personaggio risiede proprio nella sua semplicità, ma anche nell’espressività e nei frenetici numeri acrobatici in cui è spesso coinvolto involontariamente. Ad ogni modo, Charlot è molto diverso dal personaggio di Buster Keaton. Se da un lato c’è un volto impassibile, scultoreo e un corpo di gomma, dall’altro vi è un tramp estremamente espressivo, impacciato e dallo sguardo dolce. Charlot, inoltre, si rapporta ai sentimenti in modo decisamente diverso da Buster: il vagabondo, pur essendo preda della timidezza e della goffaggine, appare decisamente più tenace dinanzi alle situazioni al punto che molto spesso si butta alla cieca affidandosi alla propria pancia. E’ un personaggio indiscutibilmente più istintivo che, anche in seguito all’affermazione del sonoro, continuerà ad esprimersi e a comunicare principalmente attraverso il proprio corpo, i propri occhi e raramente attraverso la propria voce.

    L’UNIVERSALITÀ DEL LINGUAGGIO DEL CORPO

    Quando si parla di slapstick comedy non si può che far riferimento al corpo, strumento privilegiato dai performers nelle loro gag fisiche. Il corpo degli attori slapstick pareva fatto di gomma: l’avrebbero potuto sottoporre a qualsiasi vessazione fisica, ma sarebbe sempre tornato come prima. In questo sta la comicità delle gag e del genere stesso.
    Con l’avvento del sonoro molti attori del muto furono messi da parte dal momento che, apparentemente, il corpo sembrava aver lasciato posto alla parola. A differenza di Keaton o della Swanson, Charlie Chaplin e il suo cinema furono in grado di sopravvivere all’avvento della parola sul grande schermo; eppure, Chaplin sarà uno dei grandi sostenitori della superiorità del linguaggio fisico su quello verbale. Il corpo del suo Charlot era in grado di parlare senza emettere alcun suono giacché il corpo è di per sé uno straordinario strumento di comunicazione in grado di attraversare barriere culturali e linguistiche nazionali.

    Dall’avvento del sonoro, non riuscivo a fare progetti per il futuro. […] Certuni mi dissero che il vagabondo poteva anche acquistare la parola. La cosa era inconcepibile, perché la prima parola che avesse pronunciato lo avrebbe trasformato in un’altra persona.

    Il cinema muto è universale poiché in grado di parlare allo spettatore attraverso un linguaggio interiore, implementato grazie ai movimenti dell’attore e al silenzio. Il gesto degli attori e la loro espressività scandivano la narrazione, davano voce ad essa accompagnando il pubblico nella costruzione di questo dialogo interiore. Per queste e molte altre ragioni, Chaplin valorizzò il corpo a discapito della voce, anche negli anni successivi al periodo del muto.
    Nei primi anni di diffusione, il rapporto con il sonoro fu particolarmente problematico tanto per le professionalità interne quanto per i teorici del cinema. Vi erano due problematiche di fondo, una esclusivamente pratica e una più filosofica. Nel primo caso questa importante novità trascinò dietro di sé una serie di problematiche inerenti all’aspetto tecnico della registrazione, che doveva fare i conti con la rumorosità del set, un luogo brulicante di professionalità, caotico e tutt’altro che silenzioso; nel secondo caso, invece, è necessario riflettere sul dibattito che si sviluppò in quegli anni, al quale presero parte registi e teorici di tutto il mondo, come Sergej Ejzenštejn, Pudovkin, Boris Ejchenbaum e lo stesso Charlie Chaplin.  Vi furono alcune posizioni estremamente contrarie al sonoro e alle possibilità offerte da questa innovazione tecnologica. Tra le tante teorie ricordiamo quella di Rudolf Arnheim. Nel saggio Nuovo Laocoonte il filosofo tracciò alcuni tratti specifici e immutabili che definiscono la natura del medium cinematografico. Alcune di queste caratteristiche: la rappresentazione bidimensionale di oggetti e spazi tridimensionali; l’assenza di suono e di colore; la composizione di forme visive all’interno dell’inquadratura; la frammentazione degli spazi e dei tempi e il loro assemblamento attraverso il montaggio; infine, la necessità di tradurre le sensazioni non visive e sensoriali attraverso le immagini. Questi fattori differenzianti distinguono nettamente il cinema muto dagli altri media, tra i quali la radio. Se il cinema muto è tale proprio in virtù del suo esprimersi attraverso le immagini in movimento, la radio, invece, opera attraverso i suoni senza ricorrere alle immagini. Secondo il filosofo, pertanto, i due media non dovrebbero mai contaminarsi a vicenda poiché impegnati su due campi totalmente diversi che designano la loro individuale specificità. Da qui il rifiuto da parte di Arnheim di tutte le possibili evoluzioni tecnologiche in campo cinematografico come il sonoro, il colore e la stereoscopia.
    Alla posizione di Arnheim si affianca quella di Chaplin, che diede voce alla paura diffusa secondo la quale il sonoro avrebbe finito per assoggettare a sé tutte le altre componenti espressive riducendo l’autonomia del gesto e del movimento, considerate da Chaplin le peculiarità del cinema. In aggiunta a ciò, vi era il rischio che il parlato potesse ricondurre i film ad un maggiore realismo allontanandoli dalla loro dimensione artistica e prettamente cinematografica. Per molti, tra i quali lo stesso Arnheim, il cinema era tale in virtù della sua distanza e differenza dalla realtà

    TEMPI MODERNI: LA VOCE CHE NON PARLA

    Nonostante il dibattito acceso, il cinema di Charlie Chaplin si aprì al suono in modo del tutto inedito. In un primo momento, l’attore seppe sfruttare il sonoro per svelare al pubblico l’inconsistenza della parola e la sua inferiorità espressiva rispetto al movimento e al linguaggio del corpo. Modern Times (Tempi moderni, 1936) è un esempio lampante di quanto al cinema siano le immagini a parlare, non le parole. Celeberrima è la gag in cui Charlot viene assorbito e integrato negli ingranaggi della macchina da fabbrica, una delle scene più iconiche e replicate della storia del cinema. La pellicola fu rivoluzionaria sotto molti punti di vista. Se da un lato pone l’accento sulla tematica del lavoro alienante e spersonalizzante nelle fabbriche dei primi del Novecento con l’avvento della catena di montaggio, dall’altro non si può definire un vero film sonoro, quanto piuttosto un esperimento semi-sonorizzato. Gli unici suoni che sentiamo provengono, infatti, da altoparlanti o da altri dispositivi tecnologici e meccanici. Sono parole metalliche, private di umanità e a pronunciarle non è mai Charlot. Tuttavia, accanto a questi suoni, vi è anche la celebre Nonsense Song o Titine che il 5 febbraio 1936 sconvolse gli spettatori del Rivoli Theater di New York. Fu, infatti, la prima volta che il pubblico poté ascoltare e conoscere la voce di Charlie Chaplin. Attraverso questo brano musicale Chaplin sfrutta il sonoro per criticarlo malinconicamente e dimostrare che non sono le parole a dar senso alla canzone, ma l’atteggiamento che Charlot ha nel cantarla e la sua gestualità, il cui fulcro risiede nelle mani, nei piedi e nei suoi occhi. Tipico di Chaplin, che farà del suo sguardo trasognato e dolce la sua cifra stilistica. 

    Se bella giu satore | je notre so cafore | je notre si cavore | je la tu la ti la twah. || La spinash o la bouchon | cigaretto portobello | si rakish spaghaletto | ti la tu la ti la twah. || Senora pilasina | voulez-vous le taximeter? | Le zionta su la seata | tu la tu la tu la wa. || Sa montia si n’amora | la sontia so gravora | la zontcha con sora | je la possa ti la twah. || Je notre so lamina | je notre so cosina | je le se tro savita | je la tossa vi la twah. || Se motra so la sonta | chi vossa l’otra volta | li zoscha si catota | tra la la la la la la

    Le parole della Nonsense song sono inventate col pretesto narrativo dell’improvvisazione di chi non ricorda il testo di una canzone. Le frasi sono, infatti, costruite sulla base di assonanze e allusioni con alcune espressioni provenienti da lingue diverse, tra le quali l’italiano, il francese e lo spagnolo. L’unione di questi termini fittizi dà vita ad una lingua universale, improvvisata, inesistente e incarnata, dove sono i gesti a dare significato alle parole e non viceversa. Con questa scena Chaplin volle, infatti, dimostrare che le parole non sono necessarie alla comunicazione quando il nostro corpo è già di per sé uno mezzo d’espressione straordinario e universale. Tutto questo discorso potrebbe essere riassunto attraverso le parole silenti in didascalia e provenienti dalle labbra della protagonista di Modern Times nel tentativo di rassicurare il confuso e spaventato Charlot prima della sua performance sonora nonsense: Sing! Never mind the words!”.

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  • LIVE #26: IL CINEMA E IL NATALE – I NOSTRI CULT PREFERITI

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    Con Luca Orusa e Mattia Bianconi. Qual è il vostro cult natalizio preferito? Buone feste da parte di tutta la redazione di Frames Cinema!

    Buona visione!

    Potete seguirci qui: https://linktr.ee/framescinema

    Seguiteci su Youtube e Twitch per non perdervi le prossime Live!

  • TRE FILM PER SOPRAVVIVERE AL BLOCCO DELLO SCRITTORE

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    Poche cose piacciono di più, a chi scrive per passione o per professione, che parlare del proprio mestiere: neanche lo scrittore più -fintamente- modesto è immune dalla tentazione un po’ vanesia di raccontare gioie e dolori del creare storie, personaggi, dialoghi. Perché anche raccontare del momento di crisi, quando le idee latitano e la pagina resta bianca è, a suo modo, una forma di divertimento, oltre che un momento di terapia e di intima confessione.
    E il cinema non è stato da meno: ci si diverte sempre un sacco a veder cuocere a fuoco lento scrittori e scrittrici sulla graticola della mancanza di idee. Allo stesso modo, il blocco dello scrittore è tra le cose più difficili da raffigurare al cinema con successo. Una persona che si riconosce in questo ostacolo della scrittura può trovare di conforto rivederlo tormentare qualcun altro, di fronte a un foglio irrimediabilmente bianco: tutti gli altri si annoierebbero a morte.

    Per questo, il cinema ha spesso rivolto un occhio particolarmente impietoso su questo momento della vita di uno scrittore: da Shining a madre!, lo sconfortante inaridimento del flusso creativo diventa occasione di mostrare l’altra faccia del successo, un volto privato fatto di notti insonni, dubbi esistenziali e, più raramente, occasioni di riscatto personale.

    BARTON FINK – È SUCCESSO A HOLLYWOOD – SGUARDO DI CLASSE E APOCALISSE CREATIVA

    L’idea per il film di Joel ed Ethan Coen, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1991, nasce, come molti dei film su questo tema -come sarà anche per Charlie Kaufman per Il ladro di orchidee-, dal blocco dello scrittore riscontrato dai due sceneggiatori durante la scrittura di un altro film, in questo caso Crocevia della morte. Lo scrittore in crisi in Barton Fink è invece l’eponimo drammaturgo di successo interpretato da John Turturro, cantore della gente comune, incaricato da un pomposo produttore di Hollywood di realizzare un film di pugilato in grado di mettere d’accordo pubblico e critica. Lo sfondo di questa gravosa impresa, dalle conseguenze sempre più inquietanti, è un umidiccio albergo di infimo ordine popolato dagli stravaganti personaggi tipici di un film dei Coen; in particolare il vicino di stanza Charlie Meadows (JohnGoodman), un commesso viaggiatore apparentemente amichevole.

    Non è un caso che l’ambientazione scelta per questo thriller psicologico dai risvolti horror sia la dorata Hollywood classica degli anni ‘40, la fabbrica dei sogni dominata da produttori rampanti e dal divismo. Il blocco dello scrittore che stritola Barton Fink è un granello di sabbia che blocca gli ingranaggi del delicato meccanismo industriale hollywoodiano, ma diventa anche sintomo dell’impossibilità conoscitiva di Fink nei confronti della classe sociale di cui vorrebbe spacciarsi come cantore, della “gente comune” che lui in realtà non riconosce più.

    Il fatiscente albergo di Los Angeles in cui alloggia Fink diventa ben presto ricettacolo di nevrosi creative, tensioni di classe e incubi storici, in cui il grande drammaturgo borghese diventa inerme testimone, di cui si scopre solo “un turista” e non il protagonista. La crisi della creatività del singolo nell’industria cinema assume in Barton Fink una dimensione quasi lovecraftiana, di orrore estremo e incommensurabile, che dalla piccola stanza umidiccia si allarga all’intero edificio sociale e lo inghiotte tra le fiamme. Lasciando con la nuda consapevolezza che ciò che cercavi, l’idea che hai inseguito per tutto il tempo, era quella piccola cosa che è sempre stata davanti ai tuoi occhi, fin dal principio.

    RUBY SPARK – SMONTARE IL MALE GAZE

    L’unico film non thriller di questo breve excursus è la commedia romantica di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Protagonista è lo scrittore in crisi Calvin (Paul Dano) che, per guarire dal proprio stallo creativo ed esistenziale, comincia a scrivere di una ragazza immaginaria, Ruby Sparks (Zoe Kazan, anche sceneggiatrice). Questa diventa improvvisamente concreta, e Calvin trova in lei una ragazza ideale perché può modificarne la personalità a suo piacimento, pigiando i tasti della propria macchina da scrivere per aggiungere o togliere parti di caratterizzazione e backstories. Inutile dire che la convivenza non sarà così semplice, soprattutto per uno scrittore con una grave insufficienza di vita vissuta.

    Ruby Sparks parte dall’assunto che è più probabile per una scrittrice creare con successo personaggi maschili verosimili che non il contrario. O, perlomeno, che è molto facile per uno scrittore adagiarsi nei propri preconcetti e ricorrere alla creazione di figure stereotipiche con la pretesa di verosimiglianza, e affollare così cinema e letteratura di personaggi femminili di cartone.

    Creata da uno scrittore in crisi che di donne non sa poi molto, Ruby Sparks viene scritta come la ragazza ideale proprio perché imperfetta in modo sistematico, costruita ad arte per rispecchiare un immaginario maschile di complessità che nasconde in realtà una grave mancanza di consapevolezza da parte del suo autore.

    L’arte creata senza consapevolezza è una creatura amorfa, e il rapporto tempestoso con il suo autore si conclude nell’unico modo possibile: con la ribellione della creatura nei confronti del creatore, con l’allontanamento dalle grinfie di una macchina da scrivere bugiarda. La cura per il blocco creativo è, come sempre, una doccia fredda di realtà; una cosciente analisi di sé e dei propri limiti, come autori e come persone immerse in un groviglio di relazioni che è l’anima della scrittura, e della vita.

    7 PSICOPATICI – LE REGOLE DELLA SCENEGGIATURA PERFETTA

    Nell’assolata Los Angeles di 7 psicopatici, lo sceneggiatore alcolizzato Marty (Colin Farrell) è bloccato sulla sua ultima sceneggiatura, 7 psicopatici, che trasforma a turno in una macabra storia di assassini, in un dramma personale e poi in una storia d’amore; il suo migliore amico Billy (Sam Rockwell) rapisce dei cani assieme al religiosissimo Hans (Christopher Walken) per truffarne i proprietari, fino al momento in cui rapiscono lo Shih Tzu della persona sbagliata; un misterioso serial killer sparge il panico in città, e potrebbe diventare la nuova fonte d’ispirazione per la sceneggiatura di Marty.

    Numerosi sono gli inizi possibili della black comedy di Martin McDonagh che ribalta continuamente le aspettative e gioca di anticipazioni, di false piste, di riflessi. Protagonista di 7 psicopatici è il puro e infantile piacere del raccontare, senza compromessi né scrupoli. Immaginarsi diversi da sé, ipotizzare inverosimili risoluzioni da film per una vicenda sempre più contorta: tutto diventa un gioco, il gioco del racconto. Per fare ciò dimostra anche l’utilità di conoscere le regole di base di questo gioco. Essere artisti “di talento” (qualsiasi cosa ciò significhi) serve a poco: bisogna conoscere le basi, per poterle rovesciare con coscienza e maturare. Martin McDonagh prende un qualsiasi manuale di sceneggiatura e ne segue a puntino i dettami. Prima di strapparne le pagine e dargli fuoco.

    Nel farlo ci ricorda che scrivere una buona sceneggiatura ha pure un qualcosa di intrinsecamente ludico: i meccanismi fondamentali di una storia sono sempre gli stessi, da più di duemila anni. Ciò che conta è il modo con cui noi demoliamo questi meccanismi per rimontarli in forme sempre uguali, sempre nuove.

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  • POOP SQUAD E STORYLAND DI RT POOP: UN NUOVO MODO DI FARE CINEMA?

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    Raffaele Tamarindo è il nome che si nasconde dietro al progetto RT poop, canale youtube dedicato alla creazione di poop: ovvero dei montaggi, solitamente di qualche minuto, creati utilizzando filmati esistenti, rivisitandoli e dando loro un significato molto diverso rispetto all’originale. Loop di immagini, spezzoni di dialoghi rimontati per creare dal nulla frasi di senso compiuto (o forse no) con il risultato di ottenere un filmato del tutto nuovo, spesso con l’obiettivo di provocare una risata nello spettatore.

    Raffaele Tamarindo

    Il canale RT poop viene aperto nel lontano 2017 con un video dedicato ad Alberto Angela, ed in breve riscuote un notevole successo, portando il creatore ad ampliare in fretta il proprio catalogo di personaggi inserendo Piero Angela, Don Matteo, Enrico Mentana, John Snow, Pablo Escobar ecc. E’ proprio su queste basi e ispirandosi al modello Marvel di Universo Condiviso portato agli estremi, nell’ottobre 2017 viene pubblicato il primo video della fortunata serie Poop Squad, un mega crossover in stile Avengers in cui i vari protagonisti del canale vengono uniti, creando un vero e proprio team con accostamenti al limite dell’assurdo, come Nonno Libero combattente al fianco di John Snow. Se questa semplice combinazione risulta di base geniale, il progetto diventa sempre più ambizioso con l’uscita di Poop Squad 2 – Age of Trump, in cui oltre ad aggiungere nuovi personaggi, Raffaele Tamarindo fa le prove generali per ciò che avverrà in seguito: se i video precedenti erano basati su brevi siparietti tra diversi personaggi o erano costruiti come dei trailer, con  Poop Squad 2 viene messo in scena un vero e proprio dialogo tra i membri del team, ottenuto attraverso il montaggio audio e video estrapolato dai film e serie tv da cui i protagonisti provengono.

    Ma è nel maggio del 2019 che avviene la svolta definitiva con Poop Squad 3 -Television War, frutto di un lavoro di 4 mesi: un vero e proprio film, con tanto di inizio, sviluppo e fine, della durata di 45 minuti. Quest’opera, oltre a essere probabilmente il crossover più ambizioso di sempre, si avvale anche della collaborazione di diversi doppiatori dei vari personaggi, in particolare Maurizio Merluzzo nel ruolo di Carlo Conti “Elettrico”, Daniele Giuliani nel ruolo di John Snow, Claudia Catani nel ruolo di Cersei “Celeste” Lannister, Salvatore Esposito nel ruolo di Genny Savastano ed Enrico Mentana nel ruolo di se stesso, che permettono a RT poop di costruire veri e propri dialoghi, mentre i personaggi sono completamente scontornati dai loro video e immersi in nuovi ambienti. Con Television War si perde anche l’idea di basare tutto su una comicità pura, con sequenze epiche (tra cui una che ricorda la famosa scena di Avengers: Endgame in cui Captain America solleva il martello di Thor, scena assolutamente non copiata, ma sviluppata per puro caso parallelamente al blockbuster Marvel), drammatiche e numerose risate amare, che ricordano per ispirazione la commedia all’italianaIn questo film viene anche introdotto un tema molto caro al regista, che verrà portato avanti ulteriormente nel successivo progetto Storyland, su cui viene costruito l’intero intreccio: la lotta per il dominio dell’industria dell’intrattenimento tra la Poop Squad e  i pilastri della trash television (di cui si fanno portatori, tra gli altri, Carlo Conti, Barbara D’Urso e Roberto Giacobbo). Tra colpi di scena, momenti toccanti e sequenze al cardiopalma il risultato è un piccolo gioiello. Tuttavia l’opera migliore di Raffaele Tamarindo deve ancora arrivare.

    Il 24 gennaio 2021 debutta il primo episodio di Storyland, una serie che si collega direttamente a Television War, ma che racconta allo stesso tempo una nuova storia. Il mondo creato da RT poop non ha più confini ormai, per cui diventa naturale vedere interagire Fantozzi con Darth Vader o diverse versioni dello stesso personaggio che sono diventate iconiche nella cultura pop, anticipando in questo senso progetti come Spider Man – No Way Home.  Se le prime due puntate sono pregevoli da un punto di vista tecnico, è con il terzo e il quarto episodio che il livello si alza mostruosamente. La terza puntata ci regala grandi risate e momenti di sincera commozione, con una sceneggiatura di grande intelligenza, tra partite a bridge che diventano il simbolo di un’amicizia e la creazione di legami tra personaggi di cui non sapevamo di avere bisogno, come tra Thanos e la signora Fletcher o tra Nonno Libero e Capitan Barbossa, grazie anche al coinvolgimento di Pietro Ubaldi, doppiatore di Geoffrey Rush. E’ tuttavia con il quarto capitolo che Storyland mostra tutta la sua potenza, sfruttando appieno il concetto su cui si basa la poop: riprendere immagini di altre opere e donare loro un nuovo significato, una tecnica che può letteralmente trascendere la morte, una creatività che può far rivivere sogni e ricordi, che raggiunge il culmine nel commovente finale in cui difficilmente si possono trattenere le lacrime. L’abilità di RT poop come sceneggiatore si ritrova anche nella prima scena di dialogo tra due personaggi in cui il regista ha potuto dirigere i doppiatori di entrambi: Maurizio Merluzzo come Ragnar di Vikings e Benedetta Degli Innocenti come Rey di Star Wars. L’interpretazione di quest’ultima, unita alla nuova caratterizzazione del personaggio, dona al pubblico una Rey più apprezzabile di quella presente nell’intera ultima trilogia di Star Wars. Una creatività straripante che produce un’opera che per il sottoscritto non si può che definire Cinema con la C maiuscola, un progetto che lotta contro l’oscurità del conformismo a cui cinema e serie tv stanno andando incontro negli ultimi anni. Potete supportare il progetto di Raffaele su Patreon.

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  • TIM BURTON E IL POLITICALLY CORRECT – WEDNESDAY E INCLUSIVITÀ

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    Il 23 novembre è stata rilasciata su Netflix Wednesday, lo spin-off della Famiglia Addams creato da Tim Burton. La serie ha riscosso subito molto successo, ottenendo un notevole riscontro mediatico soprattutto su Instagram e Tik Tok. Ci sono state tuttavia anche diverse polemiche, specialmente su Twitter, a proposito del rapporto tra Burton e l’inclusività nel cast. 

    Il regista era già stato oggetto di accuse di razzismo in diverse occasioni, arrivando a dire nel 2021 in un’intervista alla festa del cinema di Roma che «Non si può più dire nulla. Credo sia una situazione opprimente per tutti. Personalmente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno»

    Con Wednesday nello specifico il problema secondo molti starebbe nell’aver rappresentato come negativi due personaggi (Bianca Barclay e Lucas Walker) interpretati da attori di colore (Joy Sunday e Iman Marson).

    Per quanto sia giusto pretendere inclusività e rispetto nelle rappresentazioni seriali e cinematografiche è tuttavia il caso di chiedersi se assumere questa chiave di lettura in maniera assoluta non porti ad interpretazioni erronee, anche nei confronti dei propri obiettivi.

    Dunque, due personaggi interpretati da attori neri sarebbero negativi, ma qual è il primo impatto che abbiamo con Bianca? Burton ce la presenta come una ragazza popolare, sicura di sé, circondata da amici e ancora coinvolta in un rapporto travagliato con il suo ex fidanzato Xavier. Non esattamente una persona emarginata e sola. La figura di Lucas Walker dà la medesima idea di un ragazzo con autostima e tranquillamente ambientato. Sarebbe necessario riflettere se queste caratteristiche non delineino un’immagine della comunità BIPOC ancor migliore di quanto avrebbe fatto proporre dei personaggi scialbi, privi di personalità e ipocritamente “buoni”.

    LE SCELTE DEL CAST

    L’universo narrativo creato da Tim Burton ha comunque un rapporto controverso con la rappresentazione inclusiva. Il regista infatti predilige da sempre attori bianchi e sebbene non l’abbia mai ammesso pubblicamente con queste parole, in molti credono che Burton ritenga le persone bianche, con il loro colorito e le loro caratteristiche, più adeguate al suo aesthetic. Samuel L. Jackson in “Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” (2016) e pochi altri casi sono peculiari eccezioni nella filmografia di Burton, che ha schiettamente criticato il concetto di “politically correct” a proposito della sitcom “La famiglia Brady”, ritenendolo nei fatti più offensivo degli stessi contenuti che cerca di regolare. In Burton la narrazione predomina e lo stile che vi si accorda è subordinato all’essenza del film.

     Things either call for things, or they don’t 

    (Burton)

    Anche questo punto suscita domande le cui risposte non sono affatto scontate e vanno a toccare tematiche sia etiche sia legate all’autorialità del regista. 

    L’estetica di Tim Burton è uscita dagli schermi del cinema ormai da tempo, assumendo quasi più l’accezione di riferimento culturale che di stile di un autore. Lo straordinario successo del regista e la popolarità delle sue opere più significative hanno garantito longevità alla sua maniera, ormai parte di un vero e proprio immaginario comune. È quindi necessario chiedersi, fino a che punto questo universo appartiene ancora a Burton?  Un interrogativo che assume ancora più valore se riferito al presente che stiamo vivendo, caratterizzato da un’estrema facilità nella creazione di contenuti accessibili a chiunque sui social. Dunque, chiunque in qualità di fan voglia far proprio l’aesthetic di Tim Burton, magari richiamandolo con riferimenti precisi in foto e video postati, può farlo senza preoccuparsi dell’opinione del suo creatore. Una prospettiva questa che in realtà non era mai stata messa in discussione, diversamente dall’aspetto di questa polemica che riguarda nello specifico i film.

    Alla domanda: «in quali colori sogni?» Tim Burton risponde: «bianco».

    L’ULTIMA PAROLA STA AL REGISTA?

    Pur realizzando opere per un pubblico vastissimo e variegato, è giusto che l’autore in quanto tale continui ad avere autorità sui suoi lavori, tanto più in un caso così legato al vissuto e all’interiorità del regista. Non si tratta di credere che “solo alle persone bianche capitino cose strane” o che “i neri non possano essere tristi”, come molti utenti hanno scritto negli ultimi anni sui vari social. È la visione del mondo di Tim Burton e se ne fossero mancate le basi (personaggi talmente bianchi da risultare quasi malati, atteggiamenti straniati, estetica goth, riferimento ai miti della sua infanzia) il cosmo che è stato poi amato dal pubblico non sarebbe mai esistito; inoltre, con Wednesday Burton ha dimostrato di riuscire comunque ad includere la diversità, solo si rifiuta di scadere nel banale. Ma come abbiamo detto, il suo modo di presentarci Bianca e Lucas, in fondo, è solo apprezzabile.

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  • IL TRAILER DI OPPENHEIMER: IL NUOVO FILM DI CHRISTOPHER NOLAN

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    “Non la temeranno finché non la capiranno. E non la capiranno finché non l’avranno usata.”

    Sono approdati online sui canali ufficiali di Universal Pictures un poster e un trailer di Oppenheimer, ultima attesa fatica di Christopher Nolan.

    Dopo essere stata proiettata negli Stati Uniti e in qualche cinema anche in Italia allegata alle copie IMAX di Avatar: La via dell’acqua, la clip di un minuto e mezzo mostra le prime immagini dal nuovo film che racconta la vita del creatore della bomba atomica, J. Robert Oppenheimer, interpretato da Cillian Murphy

    TRAILER ORIGINALE

    TRAILER ITALIANO

    Proprio l’attore, qui alla sua sesta collaborazione con Nolan, è protagonista assoluto del nuovo trailer. Mentre udiamo Oppenheimer esprimere i propri dubbi e preoccupazioni riguardo alla portata della propria creazione, le immagini che scorrono mostrano la sperimentazione attorno alla bomba, intervallata da grafiche di esplosioni e atomi. Questo trailer segue un teaser molto più breve pubblicato a luglio scorso. Il nuovo poster del film mostra invece lo scienziato che osserva l’esplosione della bomba da un oblò.

    Già nei giorni scorsi erano uscite alcune informazioni sulla pellicola attesa per l’estate 2023, grazie al nuovo numero di Total Film, che ha inoltre diffuso le prime immagini dei protagonisti Cillian Murphy, Emily Blunt e Robert Downey Jr

    Come confermano le foto, il nuovo film di Christopher Nolan è stato girato sia a colori che in bianco e nero, come in una sorta di ritorno alle origini del cineasta con Memento, del quale circa il 25% era effettivamente bicromatico. D’altra parte, il regista è anche un noto estimatore del formato IMAX, perciò Oppenheimer sarà il primo film in assoluto ad essere in bianco e nero IMAX. Per realizzare quest’impresa, lui e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema hanno lanciato una sfida al team di fotochimica della Kodak, portando a un risultato che definiscono “sensazionale e straordinario”.

    Ma non si tratta è l’unica sfida di Oppenheimer: nella cover story di Total Film, Christopher Nolan spiega di aver ricreato in maniera pratica, senza l’utilizzo di CGI, un’esplosione atomica. La scena, realizzata grazie allo studio della fisica quantistica da parte del supervisore degli effetti visivi Andrew Jackson e realizzata “in una pianura desertica del Nuovo Messico in condizioni meteo straordinarie” ricrea il Trinity Test, nome in codice della prima detonazione nucleare della storia effettuata il 16 luglio del 1945 nel deserto del Nuovo Messico dall’esercito degli Stati Uniti d’America.

    Riguardo al nuovo film, Nolan ha dichiarato che Oppenheimer è una storia dall’immensa portata e ambizione, nonché la sfida più grande della propria carriera per quanto riguarda la gestione dell’ampiezza della storia (si dice che la storia raccontata copra 45 anni di vita dello scienziato), che è stato in grado di affrontare al meglio grazie alla propria troupe. 

    Oppenheimer racconterà un momento molto importante del ‘900: lo sviluppo della bomba atomica e il ruolo avuto da Robert Oppenheimer nel progetto Manhattan che, durante la seconda guerra mondiale, ha portato alla scoperta di una tecnologia poi impiegata, con esiti terribili, in Giappone per portare a termine il conflitto con i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

    Il cast del film comprende, oltre a Cillian Murphy nei panni di Julius Robert Oppenheimer, Emily Blunt (Kitty Oppenheimer), Matt Damon (Tenente Gerenale Leslie Groves), Robert Downey Jr (Lewis Strauss), Florence Pugh (Jean Tatlock), Rami Malek, David Dastmalchian, Jack Quaid, Matthew Modine, Benny Safdie, Josh Hartnett, Dane DeHaan, Alden Ehrenreich, Alex Wolff, David Krumholtz.

    Prodotto da Universal Pictures dopo la separazione di Christopher Nolan dalla Warner Bros., Oppenheimer, scritto e diretto da Nolan, uscirà in Italia il 20 luglio 2023 e il giorno dopo negli Stati Uniti.

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