Category: Recensioni

  • RECENSIONE ULTIMA NOTTE A SOHO

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    Edgar Wright è sicuramente uno dei registi più apprezzati e amati dalla critica degli ultimi 15 anni. Salito alla ribalta grazie a commedie come Hot Fuzz (2007) e L’Alba dei Morti Dementi (2004) e all’action musicale Baby Driver (2017), è riuscito, grazie a uno stile estremamente peculiare, ad affermarsi come uno dei nomi più interessanti del panorama hollywoodiano contemporaneo. 

    Per questo motivo la sua ultima fatica Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), presentata a fuori concorso Venezia 78  in seguito a slittamenti dovuti alla pandemia, era uno dei film più attesi dell’anno, anche grazie a un cast di attori sulla cresta dell’onda come Anya Taylor-Joy e Matt Smith. 

    Va detto, innanzitutto, che questa pellicola si distacca in parte da quello che è lo stile del regista inglese, che decide di firmare un thriller dal sapore orrorifico, abbandonando quasi completamente l’approccio comedy, per creare un racconto molto più serioso, con tinte molto più dark di quelle a cui ha abituato il pubblico nel corso della sua carriera. 

    Il film racconta la storia di Ellie, studentessa inglese di provincia che arriva a Londra per studiare moda in un’importante università, che si troverà ad essere trasportata in sogno nella Swinging London degli anni ‘60 e ad assistere alla vita notturna dell’aspirante cantante Sandy, che qualche decennio prima aveva vissuto nella sua stessa stanza in affitto nel quartiere di Soho.  

    La protagonista, inizialmente affascinata da queste visioni, scoprirà presto il lato oscuro e sordido che si cela dietro la superficie scintillante delle notti al neon anni ‘60, oscillando sempre di più tra realtà e sogno, tra follia e paranormale.   

    Il primissimo elemento che salta all’occhio analizzando il film è sicuramente la maestria e l’abilità tecnica messa in campo nella realizzazione di questo progetto. L’attenzione al dettaglio di Wright è ai limiti del maniacale, ogni inquadratura è perfettamente studiata, rendendo ogni soluzione registica mai superflua e mai scontata nella forma. Il cineasta inglese riesce nel difficile compito di costruire una messa in scena molto glamour ed elegante che regala più di qualche guizzo geniale: molto interessante e molto ben realizzato, infatti, è il gioco di specchi che fa da leitmotiv per tutta la durata della pellicola, risultando un espediente molto efficace sia narrativamente che a livello visivo. Va riconosciuto, però, come la vera scena madre del film (parlando sempre di aspetti tecnico-formali) sia, indubbiamente, la prima sequenza di ballo nel locale londinese anni ’60 che è, onestamente, un momento di grande cinema, una commistione strabiliante di coreografia e montaggio.

    La mano di Wright, in ogni caso, è presente e si vede soprattutto nell’utilizzo della colonna sonora, vera e propria co-protagonista del film. Come accadeva già in Baby Driver, infatti, essa non si limita al ruolo di accompagnamento e commento musicale, ma diventa elemento centrale nella costruzione di molte sequenze che si basano, appunto, sul ritmo e sulle atmosfere evocate dalla canzone scelta, influenzando e dirigendo i movimenti degli attori in scena, precisamente calibrati sulla colonna sonora. 

    Un altro comparto che va sicuramente elogiato è quello dei costumi che, anche grazie a delle scenografie molto ben realizzate, riesce a trasportare immediatamente lo spettatore nella Londra degli anni ’60, creando un contesto così cool e visivamente caratteristico che fa quasi rimpiangere il non averlo potuto vivere di persona. 

    Nonostante, quindi, un ottimo reparto tecnico in toto, ciò che ruba veramente la scena è la direzione della fotografia: la maggior parte del film si svolge in notturna e Chung Chung-hoon (DoP sudcoreano già collaboratore di Park Chan-wook, qui alla prima volta con Wright) catapulta il pubblico in una città chic e patinata, fatta di pioggia e luci al neon, con i blu e i rossi a farla indiscutibilmente da padroni, creando un ambiente visivo suggestivo e coerente con le intenzioni della pellicola, che, pur pagando più di qualche debito alle ultime opere di Nicolas Winding Refn, riesce a intavolare un discorso cromatico interessante ed efficace

    Per quanto riguarda il cast risulta particolarmente convincente la prova della protagonista Thomasin McKenzie che invece, messa in ombra a livello promozionale dalla collega Anya Taylor-Joy, si rivela essere un’interprete convincente e azzeccata, in una parte forse un po’ stereotipata, ma certamente non facile. 

    Parlando invece proprio di Anya Taylor-Joy è innegabile che la giovane attrice abbia il physique du role per interpretare la classica diva d’altri tempi; tutti i pezzi infatti sono al posto giusto: lo sguardo buca lo schermo, il look è quello giusto, il portamento è da grande star. La scrittura del personaggio, tuttavia, non le permette di mettere in mostra tutto il suo talento. Insomma: la ragazza si farà, ma certamente non è questo il ruolo della consacrazione a livello cinematografico. 

    Breve menzione anche per il principale interprete maschile, ovvero Matt Smith che, così come la Taylor-Joy, ha il merito di risultare estremamente bello e affascinante, ma  anche nel suo caso non si può dire che regali un’interpretazione memorabile. 

    Per spendere due parole sul messaggio del film, è chiaro come Edgar Wright si inserisca nell’ormai grande solco di pellicole che discutono sulla percezione della figura femminile all’interno della società, discorso quanto mai attuale ed importante nella realtà contemporanea. 

    Il regista, però, sciupa forse la possibilità di approfondire veramente la tematica, limitandosi ad usarla come espediente narrativo qui e come elemento per creare e alimentare la tensione là. Così tra sguardi viscidi e affamati di uomini predatori alla Il Silenzio degli Innocenti e storie di donne fisicamente e psicologicamente oppresse da un mondo che le riduce a semplici pezzi di carne con un “nome adorabile”, la pellicola si limita a far percepire il disagio allo spettatore, ma senza imbastire un discorso più approfondito a riguardo. 

    In conclusione, questo Last Night in Soho si rivela essere un film che, soprattutto nella prima metà, riesce a mettere in mostra idee molto interessanti e a regalare momenti di grande spessore cinematografico, ma che allo stesso tempo sfocia in una seconda metà sicuramente godibile e avvincente, che fallisce però nel pareggiare l’originalità delle premesse, cadendo in stilemi ed espedienti già visti e che tradiscono le grandi promesse della prima ora di pellicola. 

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  • RECENSIONE MADRES PARALELAS: FAMIGLIA E MEMORIA AL FEMMINILE FIRMATA ALMODÓVAR

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    Non è facile portare sullo schermo i rapporti familiari senza scadere nel banale o nello stucchevole, eppure dopo aver visto Madres Paralelas si ha quella strana sensazione che si può provare dopo aver visitato in ospedale quella vecchia amica di infanzia appena diventata madre, o dopo essere andati a posare un mazzo di fiori di fianco al nome di un lontano parente. Quella tenerezza mista al senso di incertezza verso il presente e il passato, nel rapportarsi con le grandi sorelle che regolano il mondo, vita e morte. Per questa sua ultima pellicola, Almodóvar ha scelto di portare avanti una riflessione delicata ma intensa sui rapporti che costituiscono una famiglia, la realtà che conosciamo sin dalla nostra nascita. Si potrebbe pensare che sia una tematica difficile, dato che probabilmente è stata affrontata già innumerevoli volte, tuttavia la mano del regista spagnolo ci mette davanti agli occhi qualcosa di nuovo, una narrazione sulla costruzione di legami profondi e sul recupero dei rapporti antichi che uniscono un albero genealogico.

    Ciò che salta all’occhio ancor prima di vedere il film è la particolarità della locandina, sulla quale possiamo vedere l’abbraccio tra le due attrici protagoniste mentre sui loro vestiti compaiono delle linee parallele. Naturalmente le linee stanno a indicare il percorso delle due donne, entrambe incontratesi in ospedale mentre erano incinte ed entrambe diventate madri nello stesso giorno. Le loro vite proseguono esattamente come due linee parallele, durante la gravidanza e la crescita delle loro rispettive figlie, fino poi ad incontrarsi nuovamente. Non abbiamo il coraggio di raccontarvi oltre e con questa piccola recensione speriamo di convincervi ad andare in sala il prima possibile!

    Madres Paralelas pone l’accento sull’importanza dei legami familiari, che siano quelli che ci legano ai nostri antenati o quelli che si stanno formando nel presente. La storia di “due madri sole” che trovano la forza di continuare nella reciproca solidarietà si mescola a una sottotrama dedicata all’importanza della memoria e del ricordo di chi ci ha preceduto. Piano piano, nel corso della narrazione, Almodóvar intreccia e mette su linee parallele storie e generazioni di donne alla ricerca del proprio posto nel mondo e dei tanti segreti sepolti nel passato che prima o poi dovranno essere (e verranno) dissotterrati. È l’opera con cui il regista si conferma ancora come uno dei migliori del nostro tempo, in grado di farci entrare nella vita di donne tormentate riuscendo allo stesso tempo a pareggiare i conti con il buio passato franchista della Spagna. E questo gli è stato possibile anche grazie alle splendide interpretazioni di attrici che reggono sulle loro spalle l’intera pellicola; parliamo di Penélope Cruz, tornata nuovamente al fianco di Almodovar dopo sette film insieme, e della giovane Milena Smith, candidata al premio Goya come miglior attrice rivelazione per il 2021. Le attrici, in compagnia di una terza, Aitana Sánchez-Gijón, portano sullo schermo tre figure femminili struggenti e delicate, assediate dal passato e dai rimpianti, ma decise a ricostruire la propria vita pezzo per pezzo, in nome dei profondi rapporti da cui sono legate.

    All’inizio del film, Almodóvar ci stupisce con scene emozionanti delle due protagoniste in ospedale, in procinto di partorire; si vede chiaramente come la tematica della maternità (ancor più se affrontata potendo contare solo su se stessi) venga trattata in modo diretto e senza romanticizzazione. I sentimenti delle due donne sulle loro rispettive gravidanze appaiono spesso discordanti, mentre la fatica, la sofferenza e la costante paura di non farcela ci vengono sbattute davanti agli occhi senza neanche avvisarci. Di conseguenza, le storie di queste donne riescono a farci riflettere su grandi temi come il controllo sul proprio corpo e sulla propria esistenza, insieme al sentimento logorante di vedere la propria vita “messa in pausa”, mentre tutte le altre continuano a scorrere intorno a noi. E tutto ciò viene trattato da un punto di vista esclusivamente femminile, ponendo l’accento su come l’avere dei figli possa essere un dono meraviglioso e insieme una condanna, soprattutto per chi si trova costretto a doversene occupare senza poter contare sull’aiuto di nessuno. Senza dubbio, Almodóvar si è assunto un grosso rischio nel voler portare sullo schermo una pellicola ricca di tematiche così scottanti, se consideriamo che, per di più, ha voluto affrontare anche il passato della Spagna franchista attraverso una riflessione basata sull’importanza della memoria e del ricordo di chi non è più con noi. Il cast è tutto al femminile, pochi attori sono di rilievo, e sembrano quasi non avere voce se comparati alle donne in primo piano. Interpretazioni meravigliose e una regia impeccabile, che ci accompagna in un film sorprendente, capace di farci riflettere e farci capire che privato e politico vivranno sempre insieme nelle nostre vite.

    Vi consigliamo assolutamente di correre in sala, una pellicola del genere è da non perdere, ancor meglio se avete la possibilità di vederla in lingua spagnola!

    Prima di lasciarvi, ci piacerebbe farvi conoscere una curiosità: sapevate che Almodóvar aveva già in un certo senso mostrato questa sua ultima opera nel 2009? In Gli abbracci spezzati, altro film che vede la collaborazione del regista con Penélope Cruz, non solo vediamo il protagonista scrivere un copione intitolato Madres Paralelas, ma in una scena compare anche una locandina con lo stesso titolo. Un vero e proprio cameo, quindi, di un film-nel-film: è lo stesso Almodóvar, e noi con lui, a rivolgere lo sguardo al passato, quella ciclicità che torna incessantemente nelle vite di tutti.

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  • RECENSIONE FREAKS OUT – VERSO UN NUOVO CINEMA POPOLARE ITALIANO

    Concepito agli inizi del 2016, girato nel 2018 dopo una lunghissima gestazione prolungata anche dalla pandemia, finalmente vede la luce Freaks Out, opera seconda di Gabriele Mainetti che, di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, tenta di bissare il successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot (2015), anche se certamente in questo caso siamo davanti ad un film ben più ambizioso.
    Ambientata a cavallo dell’8 settembre 1943, nella fase distensiva della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola ci racconta la storia di un gruppo scalcinato di fenomeni da baraccone, persone dotate di poteri straordinari che si guadagnano da vivere in un circo: Fulvio (Claudio Santamaria, già Enzo Ceccotti in Jeeg) è una sorta di uomo lupo dalla forza sovrumana, Cencio (Pietro Castellitto) è un ragazzo albino capace di manipolare insetti e aracnidi, Mario (Giancarlo Martini)  è una sorta di Magneto dalla mente semplice, e infine Matilde (Aurora Giovinazzo), una ragazzina con poteri elettrici impossibilitata al contatto umano. I quattro sono capitanati da Israel (Giorgio Tirabassi), un impresario ebreo. Le circostanze vedranno il gruppo alle prese con Franz (Franz Rogowski), musicista tedesco dipendente dall’etere, una sostanza psicotropa che gli crea visioni del futuro tramite le quali è convinto di poter servire il Reich.
    Il budget sopra la media del film, costato circa 15 milioni di euro, tradisce sicuramente il desiderio di realizzare un vero e proprio kolossal a pochi anni di distanza da Il Primo Re (Matteo Rovere, 2019) che, seppur non perfetto, aveva una struttura produttiva complessa, di quelle che in Italia non si vedevano da quarant’anni (senza cercare paragoni insensati a livello artistico con Leone o Bertolucci). 

    Pur basato su un soggetto originale, il film è estremamente derivativo in molti dei suoi punti. La ricerca dell’originalità narrativa non era però il fine ultimo di Mainetti e Guaglianone, che hanno dichiarato di essersi ispirati più al cinema pop americano e soprattutto ai mecha di Go Nagai che ai fumetti supereroistici. Nonostante questo, allo spettatore i protagonisti di Freaks Out non potranno che ricordare gli X-Men - in particolare Matilde, un po’ Fenice Nera e un po’ Rogue (con una spruzzatina di Daenerys Targaryen) -, X-Men che di fatto erano stati alla base anche dell’altro film supereroistico realizzato in Italia negli ultimi anni, Il Ragazzo Invisibile (Gabriele Salvatores, 2014).
    Rispetto al precedente Jeeg, il passaggio, spostato dai palazzoni della periferia capitolina a un’ambientazione naturale, e il tempo della narrazione, dalla contemporaneità ad un periodo storico ben preciso, fanno respirare una nuova aria di epica pop. Il circo, le ambientazioni dei laboratori di Franz (villain che perde notevolmente con lo Zingaro di Luca Marinelli in Jeeg, probabilmente la componente migliore del film) e l’accampamento dei Diavoli Storpi (su cui qualche produttore americano avrebbe già ordinato un paio di spin off) esaltano tutto un complesso di maestranze, di costumisti, scenografi e responsabili di effetti speciali che troppo spesso in Italia vengono relegati a lavori di comodo oppure ingabbiati in schemi più algidi (come nel comunque splendido Pinocchio di Matteo Garrone).
    Non occorre indagare al microscopio pregi e difetti di questo film, quanto guardare alla componente produttiva: siamo davanti a una commedia capace di staccarsi dalle solite ambientazioni realistiche. Certo, si resta comunque nei dintorni di Roma - le scelte più singolari come la Trieste del Ragazzo Invisibile non hanno la stessa aria familiare per il pubblico - ma con Freaks Out ci troviamo davanti forse dopo molto tempo a un film fantastico che non sia per forza basato sul patrimonio letterario preesistente (al contrario dei film di Garrone, Il Racconto dei Racconti o il sopracitato Pinocchio), un film che potrebbe affrontare con coraggio il mercato internazionale senza dover raccontare di criminalità organizzata.
    Le critiche possibili, le più classiche, dalla trama “piena di buchi” ai personaggi “poco approfonditi”, sono forse mosse da una repulsione verso un cinema narrativamente meno esigente, senza contare i circa trenta minuti rimossi dal montaggio finale.

    Probabilmente noi spettatori non dobbiamo fare altro che riscoprire la nostra capacità di godere di una bella storia, raccontata in maniera semplice e coerente, con dei personaggi coinvolgenti e un comparto scenico superlativo. Riscoprire la capacità di ammirare un grandissimo sforzo produttivo e incoraggiarlo, apprezzandone anche i difetti e le ingenuità. Il cinema di genere in Italia deve ripopolarsi, il pubblico ha voglia di intrattenersi con storie che escono dal seminato della commedia e della crime story all’italiana. E soprattutto il cinema italiano ha la necessità di vendere e vendersi all’estero in una maniera differente, con prodotti più che dignitosi e capaci magari anche di trascendere il mezzo cinema, evitando anche errori come quello di non scegliere Pinocchio come rappresentante agli Oscar 2021 nella categoria di Miglior Film Internazionale in favore di Notturno di Gianfraco Rosi, film certamente meno digeribile per il pubblico straniero. 
    Sarebbe un immenso errore valutare Freaks Outsemplicemente per il film che è e non per ciò che vuole essere, per ciò che potrebbe rappresentare: un grandissimo passo per il cinema italiano verso un’evoluzione, per un nuovo cinema popolare.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE LOCKE – PICCOLO THRILLER DEL QUOTIDIANO

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    Un’automobile che è la sola ambientazione del film, un solo personaggio che diventa sineddoche della solitudine che attraversa tutta la società.

    Locke è il secondo cortometraggio scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore e creatore di Peaky Blinders). Un film indipendente del 2013 costato poco meno di due milioni di dollari, che fin dai primi trailer ha catturato l’attenzione per la sua premessa fulminante: la presenza di un solo attore in scena (Tom Hardy nel ruolo dell’eponimo Locke), ripreso per tutto il tempo all’interno di una automobile. Nonostante l’originalità, soprattutto in un’epoca di blockbuster e grandi produzioni, quest’idea rischiava di essere una lama a doppio taglio.

    L’idea di un kammerspiel all’ennesima potenza, di un dramma ridotto all’osso in termini di ambientazioni e personaggi (a parte Tom Hardy, il cast è presente solo come voci al telefono) rischiava di risultare solo un esercizio di stile. Per mantenere alto l’interesse era necessario che la regia, il montaggio e l’interpretazione principale fossero in grado di reggere un meccanismo drammatico così stringato, ma il motivo per cui siamo qui a parlarne è proprio perché la combinazione di questi elementi funziona alla perfezione ed è in grado di mantenere alta l’attenzione per tutti i suoi 85 minuti.

    Ivan Locke è un uomo serio, un capocantiere che ha gestito la propria vita all’insegna della precisione e della correttezza nei confronti di famiglia e colleghi. La sua vita integerrima crolla quando riceve la notizia che una collega, ammalata di solitudine come lui, sta per partorire il figlio avuto a seguito dell’incontro di una notte con lui. Oltre al crollo del suo matrimonio, a seguito di questa rivelazione Locke è costretto ad affrontare difficoltà burocratiche in vista di un’importantissima giornata di lavoro a cui non potrà essere presente.

    Quello messo in scena da Steven Knight è un thriller dell’ordinario: la posta in gioco è di proporzioni relative, il viaggio dura un’ora e mezza su un’autostrada per Londra, non c’è un antagonista (almeno, non nel senso più canonico del termine), il protagonista non compie azioni straordinarie. Le conseguenze di questa odissea notturna ricadono tutte sulla psicologia del personaggio, sul suo rispetto di sé come persona: Locke è un eroe tragico “quotidiano” che sacrifica la vita che ha costruito per fare la cosa giusta, pur sapendo ciò che gli costerà in termini personali e professionali. L’antagonista (o l’insieme di antagonisti) del film, se c’è, è incorporeo ancora più delle voci al telefono con cui Locke dialoga: il padre morto con cui Locke immagina di conversare e sul quale scarica tutta la sua amarezza, le aspettative di una società cinica e votata solo al profitto, pronta ad abbandonarlo non appena devia dalla “retta” via, le sue stesse nevrosi.

    Locke è un film dall’impianto teatrale che però non esclude la specificità del medium per il quale è stato creato, anzi: il rapporto tra uomo e società viene sottolineato proprio dalla tecnica cinematografica spontanea e con pochi fronzoli.

    Ivan Locke viene pedinato da una macchina da presa nervosa, e il montaggio (di Justine Wright) oscilla in modo inquieto tra il dramma individuale nella macchina e le panoramiche di autostrade e paesaggi urbani, in cui si consumano forse tanti altri drammi simili che lo spettatore non può vedere. Le riprese, effettuate nel corso di sole otto notti – con le chiamate “in diretta” del resto del cast – sono spesso sfocate per rendere la stanchezza fisica e psicologica del protagonista, mentre le luci di lampioni e fari sono riflessi lontani e confusi che impediscono l’orientamento.

    Nonostante il lato tecnico e la scrittura siano entrambi ottimi, questo è ovviamente il film di Tom Hardy. L’attore britannico è noto per la sua capacità di calarsi nel personaggio con tutto sé stesso con il rischio di sfociare nell’overacting, ma in questo caso ha trovato la combinazione perfetta tra attore e personaggio: pur concedendosi a qualche sporadico virtuosismo, per la maggior parte del tempo lascia trasparire tutta l’umanità del suo Ivan Locke e resta sempre al servizio del personaggio, risultando per questo ancora più magnetico e veritiero.

    Locke è un piccolo film ma ricco di attenzione ai dettagli e alla psicologia del suo eroe e, al netto di diverse forzature drammatiche e di alcuni eccessi – le battute melodrammatiche riservate alla moglie, per esempio, si incastrano male nel realismo dei dialoghi -, è un film teso e dritto al punto, anche grazie alla sua essenzialità. 

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  • RECENSIONE SCENE DA UN MATRIMONIO – IL NUOVO FASCINO DEL GIÀ VISTO

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    Se non fosse già stato abbastanza evidente il fatto che l’industria cinematografica e televisiva degli ultimi anni punti moltissimo sul rifacimento e, più in generale, sul recupero in diverse forme di prodotti del passato, l’ennesima conferma arriva ora dalla nuova miniserie targata HBO Scene da un matrimonio, remake dell’omonima miniserie di Ingmar Bergman, emblema del cinema d’autore europeo. Esistente anche in una versione cinematografica e ispiratrice più o meno diretta di numerose opere, da parte della filmografia di Woody Allen fino al recente film di Noah Baumbach Storia di un matrimonio, passando per un altro remake italiano e un sequel diretto da Bergman stesso, Sarabanda, l’opera viene adesso ripresa con interpreti Oscar Isaac e Jessica Chastain, nei ruoli rispettivamente di Jonathan e Mira, marito e moglie che convivono da otto anni all’interno di un matrimonio apparentemente perfetto ma che vedremo collassare da lì a poco, con tutte le conseguenze del caso. 

    Attraverso cinque episodi, ognuno dei quali incentrato su una specifica situazione (le scene del titolo), quest’opera analizza, senza indicare colpevoli o vittime, la contorta storia d’amore fra i due coniugi, mettendo in primo piano la loro costante incapacità di comprendere i propri desideri, prima e dopo la rottura, e costruendo una storia che si basa su continue contraddizioni, vista l’enorme difficoltà dei protagonisti ad affrontare (e a sopravvivere) a quello che viene descritto – parafrasando –  come il secondo evento più traumatico che una persona possa vivere nella propria vita. Qui il merito della resa va, oltre che alla sceneggiatura di Hagai Levi, anche alle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti, e in particolare di Jessica Chastain, il cui personaggio è forse il più complesso e contrastato fra i due, costantemente attraversato da tensioni opposte che è abilissima a far emergere in maniera spesso anche violenta ma mai a caso. 

    A differenza dell’originale del 1973, qui i ruoli sono in parte invertiti: in questo caso è Mira, la moglie, a rompere il matrimonio a causa della sua relazione extraconiugale, ma mantiene alcune caratteristiche professionali e di ruolo all’interno della coppia della Marianne dell’originale svedese. Ripercorrendo in modo abbastanza dettagliato la stessa trama, ma scambiando alcuni tasselli, si crea quindi qualcosa di nuovo. Mira è una donna realizzata professionalmente, guadagna molto più del marito eppure all’interno del matrimonio sembra sottomettersi alle sue idee e convinzioni da intellettuale un po’ snob, per poi cambiare quasi radicalmente e, oscillando fra vari estremi, affronta un percorso anche di crescita che la porta ad un parziale nuovo equilibrio, e alla consapevolezza, quantomeno, di non sapere rispondere a determinate domande. Jonathan invece segue un percorso che lo porta da una falsa sicurezza iniziale, distrutta dal divorzio, ad una nuova consapevolezza, che però sul finale è messa nuovamente in discussione mostrando, così, tutte le sue crepe e fragilità. La cifra della narrazione è quindi l’incapacità di dare risposte definitive alle domande e ai bisogni dei due protagonisti. Vengono costantemente aperti quesiti a cui non è possibile dare una risposta certa, rifuggendo l’idea che l’arte ci debba per forza fornire una giusta chiave di lettura e un indirizzamento sui temi che tratta. Piuttosto la grande lezione risiede nell’accettazione dell’incapacità di comprendere ciò che vogliamo e i nostri bisogni e che esista un modo giusto o sbagliato di affrontare qualsiasi sfida nella vita. La pace forzata e i sentimenti ben diretti e controllati sono al contrario tossici: se il conflitto c’è, è più sano, nonostante tutto, dargli lo spazio che merita.

    Gli episodi si svolgono quasi interamente all’interno della casa dei due, dando alla serie un’impostazione teatrale da dramma alla Ibsen, con taglio psicologico che da centralità alla parola e alla recitazione nervosa dei due attori; una tipologia estremamente classica ma di cui si sentiva un po’ la mancanza in televisione. Prova del fatto che la miniserie sta diventando il nuovo formato di punta tale spesso da superare il cinema in sforzo produttivo e ricerca estetica, qui accuratezza e qualità sono esibite in maniera manifesta, a partire dai curiosi piani sequenza iniziali che ci portano attraverso il set fino al momento del ciak, in cui assistiamo alla trasformazione dell’attore in personaggio. 

    Scene da un matrimonio si dimostra quindi capace di reggere il confronto con l’originale, con un giusto equilibrio di fedeltà e innovazione che non stravolge ma nemmeno ricalca pedissequamente ciò che avevamo già visto. La sfida, ardua visto il capolavoro con cui necessariamente la serie si doveva confrontare, è stata superata con slancio e sicurezza.

  • RECENSIONE HALLOWEEN KILLS – IL RITORNO DELLO SLASHER

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    Quando nel 1978 John Carpenter dava vita ad Halloween ed al personaggio di Michael Myers, con la sua maschera bianca e la lenta camminata, non pensava certo di produrre un franchise che sarebbe rimasto in vita con nuove pellicole a distanza di quarant’anni. Ma ciò era innanzitutto una sua scelta, vista la sua intenzione di creare una serie di film a tema halloween, ognuno con protagonista una storia differente (l’Halloween III del 1982 doveva infatti inizialmente essere la seconda storia di questa raccolta, ma visto il successo e l’attaccamento nei confronti del personaggio di Myers e del poco riscontro verso questa nuova storia la produzione decise di continuare a produrre sequel della storia originale). Si passa così di decennio in decennio con diversi seguiti e tentativi di riproporre l’Ombra (The shape in originale, titolo con cui ci si riferisce al villain della pellicola nei titoli di testa) alcuni più ed altri meno riusciti. 

    Si arriva così al 2018, anno in cui il regista David Gordon Green, assieme a Jason Blum, Danny McBride e lo stesso Carpenter alla produzione, propongono una nuova pellicola del brand, intitolato semplicemente Halloween e la cui storia è un diretto seguito dell’originale del ’78, cancellando quindi tutti i seguiti e le novità introdotte. In seguito all’ottimo successo ottenuto dalla pellicola, si riuscì a procedere secondo il piano iniziale: inizialmente infatti non si era pensato ad un solo sequel, ma ad una trilogia, originariamente pensata da girare “back to back”, ma i produttori vollero aspettare di vedere i risultati della prima pellicola. Gli incassi però bastarono per convincere a produrre i due seguiti, Halloween Kills e Halloween Ends. Il primo dei due, originariamente pensato per uscire nelle sale nel Novembre del 2020 ma poi slittato a causa pandemia Covid-19, è finalmente arrivato al cinema nell’Ottobre del 2021, perfettamente in tempo per il periodo di dolcetto o scherzetto. 

    GLI ANNI ’80, MA OGGI

    Il film inizia con un flashback, che ci porta direttamente agli eventi della notte di Halloween del ’78 dove vediamo un giovane agente Hawkins incappare in Myers ed ingaggiando con lui un inseguimento prima ed uno scontro all’interno della casa d’infanzia dell’assassino poi, nel quale il poliziotto colpisce per sbaglio un collega e con cui il film cerca di ricreare le atmosfere dell’originale, creando un ottimo risultato. Dopo i titoli di testa, che contano uno stile grafico estremamente citazionista e l’utilizzo della colonna sonora classica divenuta ormai iconica, la pellicola riprende esattamente da dove la precedente si è interrotta, con Laurie e la sua progenie che fugge verso l’ospedale dalla casa in fiamme, dove hanno lasciato Michael a bruciare vivo. Ma come la storia insegna, non è così semplice uccidere l’Ombra, che infatti riesce ad uscire dalla casa, sterminando un’intera squadra di vigili del fuoco arrivati sul posto. Alla notizia della sua fuga e del suo possibile arrivo in città, tutti cominciano a mobilitarsi e tra questi troviamo alcuni sopravvissuti dal primo massacro, come Tommy Doyle e Lindsay Wallace (i due bambini a cui Laurie fece da babysitter nel ’78), Marion Chambers (vecchia assistente del Dr. Loomis) e Lonnie Elam. 

    La pellicola procede per le quasi due ore di durata con un susseguirsi di scene cariche di tensione che culminano nella maestosa comparsa di Myers che riempie queste sequenze di sangue, richiamando in pieno stile gli splatter anni ’80, e lo fa trucidando le sue vittime con estrema violenza. In alternanza a queste sequenze, il film ne presenta altre con uno stile smaccatamente più comico, che riescono nel tentativo di smorzare la tensione ma cadendo a volte nel produrre delle risate involontarie che finiscono per spezzare un po’ l’atmosfera che era riuscito sapientemente a creare.

    L’OMBRA DI MICHAEL

    Interessante risulta anche il tentativo degli sceneggiatori di approfondire il personaggio di Michael, scavando dentro la sua psiche e cercando le motivazioni che lo spingono ad uccidere (tenendo conto che questo è in realtà un tema abbastanza delicato e che ogni pellicola ha trattato a propria discrezione, senza mai seguire una linea guida di base), non riuscendoci però fino in fondo. Si gettano infatti anche le basi per un discorso sul Male, cercando di motivare questo suo essere quasi immortale e su come lui stia “contagiando” le altre persone rendendole violente, ma il tutto è come rimasto agli inizi, un testo senza analisi nel cui lo spettatore non detiene gli elementi per poter trarre delle conclusioni effettive e di cui può soltanto quindi speculare in attesa del prossimo ed ultimo capitolo, nella speranza che le idee si siano finalmente schiarite.

    La presenza così centrale di Michael in questa pellicola, che riesce come detto sopra a costruire sequenze estremamente inquietanti grazie anche all’uso della maschera in variante bruciata che aggiunge un fattore di ulteriore paura al personaggio, finisce indubbiamente per mettere in secondo piano tutti gli altri personaggi. Prima su tutti la Laurie Strode di Jamie Lee Curtis, che in questa pellicola viene relegata ad un minimo ruolo sull’esterno, probabilmente in attesa della futura ed ultima iterazione del brand in cui sarà nuovamente la protagonista; più centrali risultano gli altri sopravvissuti originali che si imbarcano in questa impossibile lotta contro il male, attraverso cui il film riesce un po’ ad approfondire il pensiero umano in quella particolare situazione e riesce a scardinare (almeno inizialmente) il topos dei personaggi che non sanno nulla del villain, mostrandoli qui consci del nemico e pronti a combattere. 

    Sul lato tecnico, Green svolge un buon lavoro soprattutto nelle scene più calme, dove si prepara lentamente la comparsa di Michael e si costruisce un’ottima tensione; si percepisce invece un po’ di confusione nelle scene più movimentate (come il massacro iniziale o quello finale), nel quale il regista non riesce a gestire nel migliore dei modi l’uccisione di molteplici personaggi sullo schermo, complice anche un montaggio non sempre al top.

    CONCLUSIONI

    Halloween Kills è il perfetto film horror per passare questo halloween 2021: con un’essenza splatter che rimanda agli anni ’80, riempie lo schermo di sangue ed uccisioni estremamente violente, impostando Michael come vero protagonista della pellicola e con cui la pellicola riesce sapientemente a creare anche scena di vera tensione. Peccato per alcuni guizzi di scrittura che, se approfonditi a dovere, avrebbero potuto donare al personaggio e alle vicende un tocco in più e lo stesso vale per gli altri personaggi, che rimangono un po’ sullo sfondo e vengono usati soltanto come pedine per mandare avanti il massacro. Nonostante i difetti presenti (di cui qualcuno anche più tecnico), la pellicola si regge egregiamente in piedi e riesce comunque nel suo intento: essere una pellicola di intermezzo di questa nuova trilogia ed il cui scopo principale era intrattenere con lo splatter (dove invece la prima pellicola del 2018 tentava più la strada dell’horror ansiogeno). Resta soltanto da attendere il terzo ed ultimo capitolo, nella speranza che sia una summa degli elementi che più funzionano nei suoi predecessori e che riesca a dare degna conclusione alla saga.

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  • RECENSIONE LUX ÆTERNA DI GASPAR NOÉ – IL CINEMA COME POTERE

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FES

    Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg chiacchierano durante una pausa sul set. Parlano di vita, cinema e stregoneria. Attorno a loro un formicaio di operatori, comparse, tecnici, truccatori, elettricisti, produttori, giornalisti, curiosi, molestatori. Le riprese ricominciano, bisogna bruciare le streghe. La situazione, problematica, si aggrava fino al punto di rottura (visivo) (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Con questo nuovo mediometraggio, Gaspar Noé attenta dichiaratamente alla vita delle persone cercando di provocare negli spettatori un attacco epilettico, in modo da realizzare  la citazione di Dostoevskij provocatoriamente riportata all’inizio del film: “siete tutti in buona salute, ma non potreste mai immaginare la felicità che prova l’epilettico un secondo prima della crisi. Tutta la felicità di una vita non la cambierei mai con questa, per niente al mondo”.

    Il mediometraggio si apre con immagini tratte da Dies irae di Carl Theodor Dreyer, in cui viene mostrato il rogo di una strega, tema alla base di tutta la pellicola. Poco dopo ci spostiamo su Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg che parlano, tra le altre cose, di fronte a un fuoco di roghi di streghe realizzati in film precedenti, in un dialogo fluviale, denso e sconclusionato, in cui viene inserito anche il concetto di elevazione estetica che una strega destinata al rogo vive, in quanto in quel momento diventa essa stessa la regina del “villaggio”, poiché oggetto dell’attenzione di tutti. Dopo questa verbosissima introduzione, si avviano i preparativi per la realizzazione della scena del rogo nel film di Béatrice e una doppia camera si muove in questo set labirintico, totalmente disorganizzato e delirante, pieno di intrusi, tra produttori in piena rivolta verso la regista, critici rompiscatole in cerca di notizie, sedicenti registi che si proclamano nuovi geni della cinematografia mondiale proponendo discutibili progetti che vogliono narrare della vita e della morte, nuove star in ascesa e il direttore della fotografia che con una buona dose di supponenza (dato che ha lavorato con Jean Luc Godard) decide di effettuare un colpo di stato e prendere in mano le redini del film. Nel frattempo la povera Charlotte viene sconvolta da un evento accaduto alla figlia.

    Se in Climax, di cui Lux Æterna è un seguito spirituale,  Noé aveva messo in scena la discesa negli inferi di un gruppo di ballo, in questo caso ci porta direttamente su un set infernale realizzando quasi tutto il film in split-screen, bombardandoci di informazioni ed esasperando lo spettatore con lunghi piani sequenza paralleli, costringendolo a seguire diversi avvenimenti in contemporanea. La tensione e il nervosismo crescono negli addetti ai lavori del film e in chi sta guardando. Noé paragona la realizzazione di un’opera a un gioco di potere, come atto di violenza  del regista dittatore sugli attori e la troupe, costringendo la Gainsbourg a una performance fisicamente estenuante, in cui si realizza questa elevazione estetica della strega durante il rogo, pur di ottenere un grande risultato, come se il fine giustificasse i mezzi. Il discorso si sdoppia nell’ultima parte, costringendo anche lo spettatore ad assistere a flash di luci e suoni ripetuti in maniera estenuante con il fine ultimo di causare una reazione da parte nostra. Gaspar Noé ha deciso ormai da tempo di portare avanti un’idea di cinema come esperienza sensoriale, cercando di provocare una reazione fisica nell’audience e riuscendo, a suo modo, a costruire uno stile unico nel panorama cinematografico contemporaneo. Prendere o lasciare.

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  • RECENSIONE PRISONERS OF THE GHOSTLAND – UNA MONTAGNA RUSSA DI DIVERTIMENTO

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    L’ultima fatica di Sion Sono apre la Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione torinese indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico.

    Nella pericolosa città di frontiera di Samurai Town uno spietato rapinatore di banche di nome Hero (Nicolas Cage) viene fatto uscire di prigione da Il Governatore, un ricco signore della guerra la cui nipote adottiva Bernice (Sofia Boutella) è scomparsa. Questi offre al prigioniero la libertà in cambio della salvezza della giovane fuggiasca. Per sfuggire al mondo degli incubi in cui si muove, Hero dovrà spezzare la maledizione che controlla la misteriosa Ghostland. Fasciato da una tuta di pelle che si autodistruggerà entro tre giorni, il bandito parte per un viaggio alla ricerca della ragazza e della sua redenzione.

    Sono unisce le forze con Nicolas Cage, il cui nome nei titoli di testa viene accolto da un applauso del pubblico a dimostrazione di quando l’attore californiano sia diventato fenomeno cult negli ultimi anni, per produrre un giocattolone di quasi puro intrattenimento che riesce nel suo obiettivo di divertire il pubblico e permette a Sono di sfogare la sua visionarietà. 

    Il regista costruisce un colorato Giappone post-apocalittico miscelato con l’influenza del mondo occidentale, prendendo a piene mani dall’immaginario di Mad Max di George Miller o di Doomsday di Neil Marshall e mettendo in scena luoghi fumosi costituiti da impalcature  visibili, come se Sono ci facesse l’occhiolino e ci mettesse al corrente che si tratta di set cinematografici, di finzione, di divertissement. Le citazioni non si contano, come quella evidente da L’armata delle tenebre di Sam Raimi, e il film a tratti è un western, a tratti uno zombie movie, a tratti una storia sui samurai. 

    Il personaggio di Nicolas Cage, costretto a una missione in stile Suicide Squad dal Governatore, interpretato da  Bill Moseley, deve farsi strada in un mondo multietnico di freaks, in cui l’individualismo del popolo assoggettato è annullato e, ad eccezione dei capi e tiranni, tutti parlano per coscienza collettiva. 

    Da questo miscuglio di citazioni e generi, Sono costruisce un film miracolosamente riuscito, in cui a momenti di grande ilarità si alternano scene di grande tensione e momenti sinceramente commoventi, a dimostrazione del talento del regista giapponese nel gestire una materia così complessa. L’entrata a Ghostland in particolare, risulta essere un piccolo gioiello all’interno della pellicola, in cui Sono può dare sfogo a tutta la sua fantasia nella costruzione di questo strano mondo.

    Se a primo impatto il film può sembrare puro barocchismo, in realtà l’opera nel complesso risulta essere molto più intelligente. Il regista sfrutta la storia surreale per criticare  l’ingerenza statunitense nel mondo giapponese, alternando frecciatine dirette (il “bring the America” del Governatore per indicare “porta i soldi”, ricchezza che nella storia risulta essere fittizia) a riferimenti importanti riguardanti lo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, a dimostrazione di come sia un argomento ancora davvero sentito nel Paese del Sol Levante. Il nuovo Giappone per Sono può nascere solo dall’espiazione della colpa statunitense (incarnata metaforicamente dal personaggio di Nicolas Cage) di aver utilizzato gli ordigni atomici  e dalla contaminazione tra l’America e il mondo orientale, ma non dalla conquista di quest’ultimo da parte della prima.  Fino a questo momento il tempo resta bloccato e i fantasmi del passato impediscono alla popolazione di Ghostland di progredire, nel timore che il doomsday clock possa ricominciare a scorrere e portare a una nuova apocalisse, omaggio oltre che all’oggetto reale anche al medesimo presente nella graphic novel Watchmen di Alan Moore.

    Tanti concetti messi in scena con maestria da Sono, con una regia solida, un comparto attoriale in perenne overacting, aspetto coerente con le altre componenti del film, con Nicolas Cage che interpreta se stesso e una sempre brava Sofia Boutella, una curatissima fotografia, delle ottime musiche e delle scene di combattimento coreografate magnificamente.

    Se siete in cerca di montagne russe scritte con intelligenza, questo film fa decisamente per voi.

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  • RECENSIONE I’M YOUR MAN – AUTOMI CHE AMANO LE DONNE

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    Alma (Maren Eggert) è un’archeologa quarantenne che vive sola e lavora come ricercatrice al Pergamonmuseum di Berlino, dove studia le antiche forme di scrittura della civiltà persiana. Con la promessa di vedersi destinati dal suo capo alcuni fondi per una spedizione, unica single tra i dipendenti, è invitata a prender parte a un curioso esperimento sociale: dovrà trascorrere tre settimane in compagnia di un (fin troppo) premuroso e attraente robot umanoide installato in casa propria, Tom (Dan Stevens, il Matthew Crawley di Downton Abbey), messo a punto con sofisticati algoritmi per essere il partner perfetto e soddisfare ogni esigenza affettiva della donna, la quale, al termine del periodo di prova, dovrà stilare un bilancio di valutazione del consorte. La forzata convivenza tra Alma e Tom produrrà equilibri imprevisti e insospettabili affinità tra i due. 

    Centrato più sulle dinamiche di corpi estranei e sconosciuti che si avvicinano, si studiano e negoziano spazi, e su desideri ed esigenze nel nido domestico, piuttosto che sulle classiche leggi della robotica al cinema, I’m Your Man (Ich bin dein Mensch) della tedesca Maria Schrader (regista della serie Unorthodox) accantona presto la premessa fantascientifica e le implicazioni tecnologiche sull’artificiale, senza mai caricare l’impianto di futuribili suggestioni visive e apocalittiche. Ci troviamo, senza troppi scompensi immaginativi, nel mezzo dell’intima e prosaica attualità del quotidiano. Nel taciturno, nevrotico e frettoloso vivere contemporaneo. Fatto di alienazioni abilmente mascherate nella routine lavorativa, esistenze segnate e solitarie, traumi non esorcizzati, sentimenti repressi e trattenuti nella comfort zone, dietro le porte degli appartamenti (singoli) chiuse in faccia al pressante e competitivo giudizio degli altri. 

    La riflessione sul contatto, le interazioni e le influenze tra umano e artificiale, lungi da investire robuste speculazioni filosofiche a cui molta sci-fi iconica ci ha abituato, riguarda qui la comune e più ristretta dimensione delle sfuggenti e precarie relazioni sentimentali. Diventate così complicate e inaccessibili da rendere necessario un blind date a tavola con un adone sintetico come Tom, all’interno di un’elegante e affollata sala da ballo in cui Alma si trova circondata da una miriade di coppie di ologrammi, che simulano complicità e mimano tentativi di seduzione: il set artefatto per il suo appuntamento, il fondale senza materia di una modernità sussiegosa e anaffettiva che al tocco si dissolve, e che senza la stampella del simulacro non sembra più capace di vero slancio poetico, del gesto impulsivo come dono gratuito, del gusto del gioco e dell’effusione amorosa oltre gli affettati protocolli sociali. 

    Può essere definita reale la felicità nonostante la consapevolezza che essa derivi da un qualcosa di artificiale? Maria Schrader è molto abile e mai troppo banale nel dirigere dialoghi nella penombra o in piena luce, nell’alternanza dei duelli e degli scontri dialettici tra Alma e Tom, giocando su incroci ed inversioni delle due specie sotto il tetto: l’algida e laccata corazza di infallibile calcolatore e uomo perfetto, programmato al millimetro, che riveste Tom si apre poco a poco ad includere reazioni e dolori umani (fino a dare forma e concretezza a un falso ricordo di un amore infantile vagheggiato da Alma). Mentre la bravissima Maren Eggert, volto da diva del cinema muto, con la sua durezza di lineamenti teutonici e la sua dolcezza istintiva, nella freddezza guardinga e spigolosa della sua interpretazione distaccata – che incarna la somatizzazione di un profondo trauma – sembra essere il vero robot che deve sciogliere il suo involucro e riabbracciare calore e sensibilità. 

    Nell’approfondirsi del rapporto con Tom, Alma fa così la stessa (ri)scoperta della dimensione umana, espressiva e creativa che il suo lavoro al museo tenta di portare alla luce nelle antiche scritture: attestando la presenza, presso le civiltà premoderne, delle invenzioni linguistiche e delle metafore poetiche al puro servizio del sentimento, al solo scopo di gioirne e goderne in sé, oltre i codici ufficiali e la ratio impersonale delle tavole marmoree. Una traduzione di segni emotivi, in un parallelo tra il passato arcaico da decifrare e un presente altrettanto illeggibile, che sembra ricalcare il rapporto tra il Mito e la sua attualizzazione in Undine (2020) di Christian Petzold: altra recente favola romantica sui generis del cinema europeo, che come I’m Your Man segue il percorso esistenziale della protagonista femminile (là una guida turistica, qui un’archeologa) tra una mutevole geografia berlinese (là il Märkisches Museum tra plastici architettonici e planimetrie, qui statue e reperti del Pergamon) in bilico tra natura e cultura, razionalismo scientifico e passioni disordinate, verità interiore e falsi idoli della tecnica. 

    Tra una bella sequenza in notturna nelle sale del Pergamonmuseum a luci spente, e qualche veniale sbandamento (la stucchevole parentesi idilliaca con Tom attorniato dai cervi nel bosco, e la corsa a piedi nudi sull’erba), la Schrader compone un’intelligente ipotesi di bromance come riscoperta del sé e delle proprie potenzialità affettive, un vulnerabile melodramma da camera doppia sussurrato in toni lievi ed ipnotici che, se proprio non rivoluziona il discorso sui corpi artificiali del cinema, riuscirà almeno a riparare i pezzi di qualche cuore malandato, senza bisogno di troppi algoritmi e ricambi meccanici. 

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  • RECENSIONE VENOM 2: LA FURIA DI CARNAGE – UN FILM FUORI TEMPO MASSIMO

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    Dopo il grande successo dei cinecomic e, in particolare, del personaggio di Spiderman, l’arrivo di Venom, suo acerrimo nemico nella versione cartacea, era inevitabile. Arrivò così il 2007, anno in cui uscì il terzo capitolo della trilogia dedicata all’arrampica muri diretta da Sam Raimi, pellicola che inizialmente doveva vedere nel personaggio di Sandman (Uomo Sabbia per la nostra penisola) il nemico principale, ma in cui la produzione inserì a forza proprio il simbionte alieno per creare “ciò che i fan avrebbero voluto”. Purtroppo tutti sappiamo come questa manovra causò al film diversi problemi, trasformandolo da “capitolo preferito per i fan” al “capitolo che i fan vogliono dimenticare”. Con l’addio di Raimi e la creazione di una nuova serie di film dedicati all’universo Amazing, il personaggio di Venom venne lasciato da parte.  Fino al 2018, quando un nuovo film raggiunse le sale e a sorpresa di tutti si trattava di una pellicola stand alone dedicata al simbionte, che non era il villain, bensì il protagonista delle vicende.

    La pellicola fu un enorme successo di pubblico, ma non si trattava certo di ciò che la gente si aspettava: Venom non era più un villain, bensì un antieroe caratterizzato da un carattere molto più scherzoso della sua controparte cartacea. Un cambiamento che molti fan faticarono a digerire, creando schieramenti opposti tra chi apprezzava la pellicola ed il cambio di toni e chi invece accusava Sony di aver rovinato il personaggio nel tentativo di creare il loro “Deadpool” personale. 

    In questa battaglia si inserisce poi la critica specializzata, che critica aspramente la pellicola, bocciandola su quasi tutti i fronti.

    Ma le critiche passarono presto in secondo piano, visto il più che positivo esordio ed il grande successo al botteghino che sarebbe continuato per parecchie settimane. Notizie estremamente positive per i produttori, che cominciarono a vagliare la possibilità di creare un loro universo condiviso (formato da diversi antieroi dei fumetti Marvel) e di dare un seguito al film. Si arriva così all’autunno 2021, in particolare al mese di ottobre, nel quale è arrivato in sala il nuovo capitolo dedicato a Venom, questa volta caratterizzato dalla presenza di un altro famoso simbionte: Carnage. Purtroppo però, non tutto è andata per il verso giusto ed il film che è arrivato nei cinema è tutt’altro che il seguito sperato. Vediamo quindi dove la pellicola ha sbagliato questa volta.

    UN FILM SENZ’ANIMA

    La pellicola inizia poco dopo la fine del capitolo precedente: Eddie Brock (Tom Hardy) e Venom condividono la loro vita, caratterizzata da improvvisi sbalzi d’umore e litigi, mentre cercano di portare a termine un reportage su Cletus Kasady (Woody Harrelson), serial killer rinchiuso in carcere e che, per qualche misterioso motivo, sembra avere un’ossessione proprio per Brock. Dopo alcune sequenze che mettono ben in chiaro l’intenzione di creare un’atmosfera chiaramente scanzonata e tutt’altro che seria, entra in scena il personaggio di Carnage, il quale da inizio alla sua carneficina attirando, però, su di sé l’attenzione di Venom.

    Non approfondisco ulteriormente la trama della pellicola poiché quasi nient’altro è presente nel film, soprattutto a causa di una scrittura che probabilmente non sapeva proprio cosa raccontare. Le vicende che dovrebbero portare la trama ad una vera e propria partenza non generano altro che caos, dovuto alla struttura del racconto. Se inizialmente il film si presenta come un poliziesco con elementi da film di supereroi, magari un po’ scanzonato, continua invece presentando una sequenza di gag quasi sconnesse tra di loro, nel quale lo spettatore fatica a trovare un nesso logico o un collegamento e che, inoltre, finiscono per creare in lui un senso di disagio ed imbarazzo (cringe, usando un termine del web). Questo anche perché tutti i personaggi risultano eccessivamente stereotipati e sono caratterizzati da comportamenti talmente assurdi da risultare fuori luogo perfino in un film di questo genere.

    Le scene di combattimento vengono relegate ad una decina di minuti per la prima ora della pellicola e vengono affidate esclusivamente al personaggio di Carnage, in quanto Venom non è protagonista di nessuna scena d’azione fino allo scontro finale, estremamente confusionario sia a livello registico (firmate da un Andy Serkis estremamente moscio e fuori forma) che a livello di gestione dei personaggi e dei loro rapporti di potere e che arriva decisamente troppo presto, rimarcando come il film abbia dei problemi di gestione dei tempi. Continuando sull’aspetto visivo bisogna inoltre sottolineare come la CGI funzioni finché nascosta dalla fotografia particolarmente scura della pellicola, poiché quando interagisce con l’elemento umano in live action mostra pesantemente il fianco.

    Risulta doveroso spendere due parole sulla scena post-credit della pellicola (saranno quindi presenti spoiler in questo paragrafo. In caso non siate interessati all’analisi della scena in questione potete saltare direttamente alle conclusioni), con cui non solo ci viene introdotta la questione della vastissima conoscenza di cui dispongono i simbionti, ma che soprattutto catapulta (letteralmente) Eddie e Venom dentro l’MCU portando a pensare alla presenza dei due nello Spiderman: No Way Home in arrivo a dicembre. Resta comunque da scoprire se si tratterà soltanto di un breve cameo o di un ruolo importante all’interno della pellicola, valutando anche l’ipotesi di una possibile riscrittura del personaggio vista l’atmosfera estremamente seria che sembrava caratterizzare il trailer del film uscito negli scorsi mesi.

    CONCLUSIONI

    Con questo seguito, Sony presenta al pubblico un film pieno di problemi, a partire dalla scrittura delle vicende che si risolvono in una sequela di gag particolarmente sconnesse tra loro e che termina in uno scontro finale che arriva troppo velocemente e caratterizzato da una grossa confusione sia a livello di scenografie che a livello registico, con il quale Andy Serkis raggiunge il suo risultato peggiore. Una pellicola che ridicolizza eccessivamente tutti i personaggi ed in primis Venom, mettendo loro in bocca battute pessime e spesso cringe, che portano lo spettatore in un costante senso di imbarazzo. Una pellicola che sembra essere nata fuori tempo massimo, che poteva forse funzionare negli anni ’90, ma sicuramente non oggi e non dopo lo standard fissato dai numerosi cinecomic usciti in questi anni.

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