Category: Recensioni

  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

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    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

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  • RECENSIONE 007 NO TIME TO DIE

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    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” 

    Scriveva così Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, e probabilmente non esiste concetto migliore per valutare questo No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga storicamente più importante del cinema di intrattenimento, così come non vi è maniera più calzante per inquadrare questa pellicola all’interno della pentalogia targata Daniel Craig. 

    Lo 007 di Fukunaga (primo regista americano a dirigere un Bond-Movie), infatti, rompe alcuni dei canoni portanti nell’iconografia filmica della spia più famosa del grande schermo, riuscendo a creare un prodotto atipico, ma che nella sua diversità si rivela essere una degna e soddisfacente conclusione del percorso iniziato nel 2006 con Casino Royale. 

    Il primo punto di distacco tra questo film e gli altri dell’era Craig è, senza dubbio, l’incipit. In tutti i quattro capitoli precedenti, infatti, lo spettatore veniva catapultato nel bel mezzo di una missione sconosciuta, con sequenze più o meno action a seconda della pellicola, ma pur sempre mettendo in scena un Bond in servizio sul campo. Fukunaga decide, al contrario, di abbandonare l’inizio in medias res e di aprire questo No Time to Die con un lungo flashback dal sapore vagamente horrorifico, lento nel ritmo e glaciale nella fotografia e nella regia, regalando fin da subito una delle migliori sequenze del film.

    Nonostante ciò, il classico inseguimento bondiano d’apertura arriva (anche abbastanza inaspettatamente) e funziona molto bene, complice una Matera che non sfigura in confronto all’Istanbul di Skyfall e alla Città del Messico di Spectre, ma anche grazie a un importante peso tematico-narrativo che questa sequenza porta con sé.

    Un altro pilastro che viene abbattuto da Fukunaga e dagli sceneggiatori è la figura della Bond-Girl. Se dal trailer e dalle immagini promozioni sembrava chiaro che questo ruolo sarebbe stato ricoperto da Ana de Armas,  il film prende poi sorprendentemente una piega diversa, relegando il personaggio della giovane attrice cubana a una manciata di minuti di screentime, e segnando, di fatto, la totale assenza di una Bond-Girl degna di questo nome. Nonostante questa scelta sia narrativamente e tematicamente giustificata, resta l’amaro in bocca per un personaggio che aveva il carisma e il physique du role giusto per funzionare molto bene all’interno della pellicola, soprattutto grazie alla sua interprete, bravissima a bucare lo schermo in quelle poche scene in cui è presente, in un ruolo non semplice, in equilibrio tra il sensuale, l’action e il comico. 

    A fare da contraltare femminile alla più classica figura della donna bondiana, vi è la scelta di inserire una “nuova” 007, ovvero un’agente che, dopo il ritiro a vita privata di James, prende il suo posto nei servizi segreti, ricevendo anche lo stesso numero del suo predecessore. Questo personaggio, purtroppo, non si cala mai perfettamente nella parte, complice anche una scrittura non sempre eccelsa, rivelando un arco narrativo telefonato e a tratti forzato. Leggendo questa decisione in un’ottica di reinterpretazione moderna della figura femminile, sarebbe stato forse più opportuno dare maggiore spessore alla classica Bond-Girl (come fu per la Vesper Lynd di Eva Green), evitando di creare un personaggio decisamente troppo action, che spesso finisce per pestare i piedi al vero 007 nelle scene più dinamiche. 

    Per quanto riguarda la figura del protagonista in sé, Fukunaga continua nel solco introspettivo tracciato prima da Campbell con Casino Royale e poi soprattutto da Sam Mendes con Skyfall. In questo senso si può affermare tranquillamente che l’intero film ruoti intorno all’emotività e al turbamento interiore di Bond, qui come mai prima alle prese con fantasmi e volti che tornano dal passato, tradimenti, redenzioni e responsabilità, forse, inedite nella storia del personaggio.

    Parlando dell’ovvio, la prova attoriale di Craig è estremamente convincente nel dipingere uno 007 vulnerabile, umano, sofferente e tormentato, regalando quella che a mente fredda potrebbe diventare l’interpretazione più matura vista in un Bond-Movie e che, al netto dei quattro film precedenti, apre nuovamente (e forse chiude) la questione su chi sia effettivamente il miglior James Bond visto sul grande schermo.

    Nonostante, come già ampiamente discusso, alcuni grandi canoni vengano abbattuti, altri rimangono ben saldi e anzi diventano punti di forza. Bellissime e funzionali le location internazionali, su tutte la già citata Matera e la Norvegia, così come funzionale e convincente è il classico British Humor bondiano, che qui spezza in modo sapiente il tono generalmente serio della pellicola, senza risultare mai fuori posto. 

    Ultimo, ma non meno importante, è l’utilizzo di gadget tecnologici, elemento tipico della saga, che funziona molto bene in questo film e che ha anche la funzione di dividere visivamente il “vecchio” 007 dal nuovo mondo contemporaneo, così distante dall’immaginario da Guerra Fredda legato al personaggio (un esempio molto interessante è l’Aston Martin modernissima guidata dalla nuova 007, confrontata con la leggendaria Aston Martin guidata da Craig).

    Analizzando l’aspetto tecnico della pellicola, Fukunaga applica una regia pulita ed elegante quando necessario, con movimenti di macchina intelligenti ed ispirati, concedendosi qualche guizzo molto interessante (la prima scena di irruzione dei soldati Spectre dopo i titoli di testa è una vera chicca), ma riuscendo allo stesso tempo a dirigere scene d’azione in modo chiaro e preciso, utilizzando spesso piani sequenza perfetti, che non risultano mai mero sfoggio virtuosistico, ma restano sempre funzionali alla narrazione.

    Menzione d’onore per un reparto fotografico sugli scudi, forse il migliore dell’era Craig e per un comparto tecnico comunque di ottimo livello, su tutti montaggio e colonna sonora davvero notevoli

    Il film, infatti, vive di atmosfere molto cupe e molto ben gestite: si passa da combattimenti urbani illuminati al neon a La Havana, fino a sequenze in una nebbiosa foresta norvegese dal gusto quasi alla Jurassic Park, mantenendo costantemente un’attenzione al dettaglio sinceramente sopra la media. 

    Prima di parlare dei lati negativi che, seppur pochi, sono presenti, va riconosciuto a Fukunaga e agli sceneggiatori di essere riusciti a chiudere tematicamente la pentalogia in maniera ottima, dando ancora più importanza al Bond-Uomo e al carattere introspettivo di questo reboot, concludendo in modo molto convincente tutti gli archi narrativi aperti nei precedenti film e utilizzando personaggi del passato senza risultare mai banale.

    Il neo più importante di questo venticinquesimo capitolo della saga resta la gestione del villain.

    No Time to Die, purtroppo, inciampa nello stesso punto in cui era inciampato Spectre, facendo forse anche peggio del suo predecessore: il personaggio di Rami Malek (così come fu per Christoph Walz)  diventa, infatti, davvero significativo ai fini della trama solo dopo una buona metà del film. Se in Spectre, però, l’ombra di Blofeld si insinuava sulla scena anche (e soprattutto) in sua assenza, in questo film regna un po’ di confusione sull’identificazione del nemico di Bond per tutta la prima parte, con due o tre personaggi a contendersi la poltrona. 

    Facendo un bilancio, No Time to Die si rivela essere un ottimo film che, forse, non arriva ai livelli altissimi di Skyfall e del quale subirà sicuramente il paragone, ma nonostante questo rimane un’opera molto interessante e visivamente eccellente, una chiusura sensata ed emozionante a una storia gestita con grande maestria nel corso di questi ultimi cinque film dell’era Craig, in attesa di un nuovo inizio, di nuovi Vodka Martini agitati e non mescolati e soprattutto di un nuovo 007, pronto a raccogliere lo scettro che dal 1962 passa di mano in mano, per ricordare al mondo che il nome è Bond, James Bond.

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  • RECENSIONE IL BUCO – DISCESA NEL CUORE DELLA TERRA

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    Torna dopo undici anni lontano dal grande schermo Michelangelo Frammartino, regista milanese di origini calabresi autore di Le quattro volte. Un ritorno degno di essere presentato nel concorso principale della 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e capace di portare a casa il Premio Speciale della Giuria, conquistando il gruppo di giurati capitanati da Bong John-Ho.

    Di tutto si può dire della nuova opera di Frammartino, tranne che non sia un prodotto indubbiamente originale e coraggioso. Nell’agosto del 1961, i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese, già esploratori di tutte le cavità del Nord Italia, cambiano rotta e puntano al Sud, nel desiderio di esplorare altre grotte sconosciute all’uomo, immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Qui, nel Pollino, in Calabria, questi giovanissimi speleologi, calandosi nel buio della terra, scopriranno una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso di Bifurto. Il buco narra la storia della loro straordinaria impresa.

    Frammartino, coadiuvato dal talento di Renato Berta alla fotografia, Giliano Carli al montaggio e Simone Paolo Oliveri al sonoro (tutti doverosamente da citare), crea un cinema esperienziale e contemplativo di rara bellezza caratterizzato da un lento incedere, ammaliandoci immediatamente con inquadrature paradisiache di tramonti ispirati alle opere del pittore Turner e catturando i suoni della natura del Pollino e dei suoi abitanti, mostrati con un piglio documentaristico e una sensibilità che ricorda Robert Bresson. Il lavoro sul sonoro effettuato da Oliveri è particolarmente emblematico, capace di catapultarci nei luoghi mostrati catturandone i rumori, ma trascurando le parole degli uomini, che non hanno significato e si perdono nell’ambiente circostante, creando una colonna sonora direttamente con la natura e privando il film di ogni altra musica. Frammartino mostra l’impresa degli speleologi con campi lunghi e lenti movimenti di macchina che esaltano la discesa verso il basso, sfruttando una grande profondità di campo. Tuttavia la vera forza della pellicola sta nel non essere pura estetica o solo mero esercizio di stile.

    Il regista costruisce infatti un discorso aperto a più interpretazioni e riconducibile volendo all’eterno confronto tra uomo e natura, attraverso la figura emblematica del pastore. Egli è il primo personaggio presentato durante il film, un uomo che parla solo il linguaggio degli animali, un custode che osserva ogni giorno l’accesso all’Abisso di Bifurto, portale di accesso alla Terra e rappresentazione della purezza della sua natura interiore. Dal suo punto di osservazione uomini e mucche si confondono alla vista e all’udito, in un crogiolo di sensazioni indefinito.

    Questo finché non inizia la discesa. Gli speleologi, rappresentazione involontaria del Nord industrializzato, sottolineato dalla trasmissione televisiva che riporta la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano a cui assiste un paesino del Pollino a inizio pellicola, entrano nell’Abisso, portale di accesso alla Terra più pura, comportando un malessere fisico nel pastore. Questa relazione a distanza, realizzata splendidamente dal montaggio parallelo di Giliano Carli, si evolve e porta a un finale quasi trascendente per il pastore, che si unisce definitivamente a ciò che custodisce, a dimostrazione di come il luogo più puro sulla Terra, nonostante le apparenze, non possa essere davvero violato dall’uomo. Concetti non nuovi, ma messi in scena con un’eleganza e un soggetto talmente particolare da non poter lasciare indifferenti.

    Grazie al lavoro di tutti i membri della crew di questa pellicola, di cui possiamo solo immaginare le numerose difficoltà realizzative a causa dei luoghi inospitali in cui è stata girata (i fonici si sono a tutti gli effetti improvvisati speleologi), Frammartino crea un film unico, a suo modo innovativo, scarno nella narrazione, ma potente nelle immagini e nella messa in scena. Da vedere necessariamente al cinema.

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  • RECENSIONE ESCAPE ROOM 2

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    Quando Takao Katoe iniziò nel 2008 a riempire bar di indovinelli e indizi e a sfidare le persone a risolvere gli enigmi e a fuggire, sicuramente non si sarebbe mai immaginato del successo che questo suo “gioco” avrebbe avuto, tanto da arrivare prima in America e successivamente anche in Europa, diventando un vero e proprio fenomeno mondiale. Un fenomeno talmente diffuso che anche il mondo del cinema decise di attingerne a piene mani, con la prima iterazione datata 2017 e dal nome (non molto fantasioso) 

    Escape Room. Si trattava di una produzione abbastanza piccola, che centrava l’obiettivo nella prima parte della pellicola per poi perdersi verso il finale a causa del tentativo di inserire elementi horror che risultavano però troppo fuori luogo e che finirono per rovinare completamente l’ottima atmosfera creata dalla pellicola.

    Dopo due anni, Original Film e Warner Bros hanno deciso di proporre la loro versione di un escape room, in cui inserire stanze super esagerate ma bellissime da vedere, creando quell’effetto di intrattenimento che mancava alla pellicola del 2017 (con cui, per onor di cronaca, affermiamo non esserci nessun collegamento). Forte anche di un cast, magari non perfetto, ma sicuramente funzionale, e di una buona scrittura della storia, la pellicola riuscì a riscuotere un buon successo, tanto da portare alla produzione di un sequel che, dopo numerosi rinvii causa Covid-19, ha finalmente raggiunto le sale in questo Settembre 2021.

    P.S. L’articolo contiene spoiler sulla prima pellicola, in particolare sul finale, mentre è completamente spoiler free riguardo al secondo capitolo qui recensito.

    MORE OF THE SAME

    Il film si apre con un’ottima (anche se didascalica) sequenza di riassunto delle vicende viste nel primo capitolo, utile a rinfrescare la memoria a chi il film l’aveva visto ma anche per coloro i quali si sono recati in sala senza averlo recuperato. Un’ottima idea.

    La storia riprende poi da dove l’avevamo lasciata. Zoey (Taylor Russell) sta cercando di affrontare i traumi lasciati dall’escape room, ma senza dimenticare il suo vero obiettivo: distruggere Minos e impedire la creazione di altri giochi. Risolto un ulteriore enigma, decide quindi di partire assieme a Ben (Logan Miller) per New York e cercare le coordinate di una sede della Minos. Ovviamente il piano non va come sperato, e i due ragazzi si ritrovano bloccati all’interno di una nuova escape room, questa volta assieme a un gruppo di persone tutte accomunate dal fatto di essere le uniche sopravvissute a un gioco della Minos Corporation.

    La premessa funziona. Tutta la prima parte in cui il film mostra come i due ragazzi stiano facendo i conti con i traumi lasciati dall’esperienza passata è ottimamente resa a schermo, e la loro piccola indagine funziona. Nel momento in cui, però, si forma il nuovo gruppo e riprende il gioco, la pellicola diventa un vero e proprio more of the same, una riproposizione di quello che era già stato mostrato nel primo capitolo. Le stanze non sono le stesse, ovviamente, e si nota anche la cura nella loro creazione, con indizi, enigmi e sfide che (seppur estremamente sopra le righe) funzionano, senza far mai incappare lo spettatore nel pensiero “questa cosa però poteva essere risolta molto più facilmente”. A livello di ritmo e proseguimento delle vicende si sente invece la pesantezza di una struttura già vista e che lo spettatore, di conseguenza, conosce già, portandolo ad indovinare dove la storia andrà a parare già prima della metà della pellicola. Questo vale non solo per uno spettatore più “esperto” che, dopo la visione di decine di film del genere, si approccia a questa pellicola, ma vale anche per uno spettatore più “casual” e ciò non perché lo svolgimento sia banale in sé, ma poiché è lo stesso del primo film.

    Raggiunta la fine del gioco (esattamente come nel primo capitolo) la pellicola presenta un plot twist che, nonostante sia abbastanza telefonato, risulta comunque apprezzabile, soprattutto nel mostrare i “retroscena” delle varie escape room e di come Minos lavori per crearle. Se questo funziona, diversamente invece bisogna purtroppo dire del finale, che risulta banale e volto a creare un effetto sorpresa che lo spettatore aveva però intuito già da parecchio.

    Preso come film di puro intrattenimento, la pellicola funziona. E’ molto divertente e riesce comunque a creare una costante ansia durante tutte le stanze. Buona anche la scelta degli attori, che si ritrovano però ad interpretare personaggi che non riescono mai a spiccare, soprattutto a causa di una scrittura che sembra quasi abbozzata. Buona la regia, che in questo secondo capitolo si cimenta in interessanti movimenti di macchina con l’obiettivo di rendere le scene ancora più adrenaliniche, incappando però qualche volta nel rischio di rendere il tutto meno chiaro, e buona anche la fotografia, che riesce a donare vita alle stanze e ai giochi creati da Minos.

    CONCLUSIONI

    Con Escape Room 2 arriva al cinema un vero e proprio more of the same, che propone tutto ciò che nel primo aveva funzionato e lo fa bene. Peccato per una scrittura abbastanza banale delle vicende e dei personaggi, che risultano piatti e di cui lo spettatore dimentica subito dopo la loro dipartita. Anche il finale risulta banalotto e telefonato, lasciando soltanto la speranza che, in caso anche questa seconda pellicola abbia il successo ottenuto dalla prima, in un terzo capitolo puntino a una ventata d’aria fresca.

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  • RECENSIONE TITANE – PALMA D’ORO A CANNES

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    Titane è un film diretto da Julia Ducournau, regista francese al suo secondo lungometraggio dopo Raw (2016). La pellicola, premiata con la Palma d’oro a Cannes nel 2021, ha ricevuto critiche contrastanti dovute alla singolarità dell’opera. Quella di Titane è una visione sensoriale disturbante, che gioca con ciò che più può disgustare lo spettatore a tal punto da impaurirlo solo con una pura suggestione, ancor prima di mostrare effettivamente qualcosa, il tutto nonostante la violenza gratuita sia uno dei fattori del film maggiormente percepibili.

    Dopo una breve presentazione della protagonista (Agathe Rousselle) nella sua fase infantile e dell’incidente scatenante, assistiamo ad immagini spinte e provocanti che orientano lo spettatore verso una dimensione erotica per poi farlo diventare, sorprendentemente, testimone di una violenza inaudita. Quest’ultima componente andrà scemando nella seconda parte del film, quando subentrerà il personaggio interpretato da Vincent Lindon, capace di emozionare e strappare due o tre risate (le uniche dell’intero film).

    Paura, tensione e suspense sono sin da subito manifeste tra il pubblico, che a volte preferisce voltarsi, rifiutandosi di vedere qualcosa per cui ha in effetti pagato un biglietto. Un comportamento po’ un paradossale, giustificato però dalla propensione verso l’orrido che tanto piace alla Ducournau. La visione di Titane è sicuramente unica nel suo genere, poiché suoni ed immagini contribuiscono ad una continua e costante paura di vedere qualcosa di eccessivamente crudo e sicuramente molto meno piacevole rispetto al sangue color Ferrari tipico di registi come Tarantino. Qui la violenza gioca un ruolo molto diverso, prima visiva e fisica, poi psicologica. Lo spettatore si sente straziato, anche solo con un primo piano di un personaggio che urla senza che venga mostrata effettivamente la fonte del dolore.

    È un film sicuramente sui generis, non apprezzabile da tutti, soprattutto a causa di un sottotesto che lascia spiazzati e incerti anche dopo la fine della visione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico bisogna oggettivamente riconoscere la bravura di ogni maestranza dietro a questa produzione, con punti forti fotografia, colonna sonora e montaggio. Quest’ultimo presenta numerose microellissi e Jump-cuts utili a snellire alcune scene, rendendo la durata del film perfetta. Ottima la regia, da sottolineare soprattutto la seconda sequenza, colma di movimenti di macchina liberi, svincolati, ingannevoli, utili a descrivere il contesto circostante e a fungere da establishing shot. Non da meno la scelta delle musiche, adeguate ad ogni contesto, a volte funzionali alle dinamiche del racconto, altre invece giocando per contrasto con l’azione rappresentata. Per intenderci, una scena di grande azione e violenza costruita sulle note di un brano più allegro, che vorrebbe stendere un velo di ironia sul tutto, anche se a volte, invano.

    È un film tutt’altro che ironico, sarebbe più corretto definirlo raccapricciante, drammatico e allegorico. In conclusione, dunque, un film molto forte e non consigliabile a chi è sensibile alla visione di contenuti crudi del genere Body horror. Al contrario, chi trova anche interessante e appassionante questo genere, non può che vedere quest'opera. Il film uscirà nelle sale italiane il 30 settembre.

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  • RECENSIONE SEX EDUCATION – STAGIONE 3

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    Seppur con alterne vicende, uno dei generi su cui Netflix ha puntato di più, e di conseguenza ottenuto alcuni dei suoi più grandi successi, è proprio il teen drama, e fra i vari titoli di spicco che la piattaforma di streaming offre c’è sicuramente Sex Education. Giunta ormai alla sua terza stagione, disponibile dal 17 settembre, la serie ha attirato da subito molta curiosità e riscosso molto successo, per il fatto di affrontare apertamente e senza taboo il tema del sesso, specialmente dal punto di vista degli adolescenti ma non solo. Questa idea di fondo ha portato ad una serie allora stesso tempo frizzante e profonda, che racconta il mondo dei ragazzi e dei giovani in maniera autentica e mai superficiale o manichea, riuscendo però anche ad avere un afflato didattico e informativo insieme puntuale e poco invadente. 

    Quello che era stato uno dei motori narrativi principali delle prime due stagioni, ovvero la “clinica del sesso” clandestina messa su dal protagonista Otis e dall’amica Meave, della quale lui è innamorato, viene meno in questa terza stagione, per l’allontanamento dei due causato da Isaac in chiusura della seconda stagione, evento chiacchieratissimo da tutti i fan della serie. Se da un lato questa scelta era in qualche modo obbligata e scontata, per evitare di spremere e logorare eccessivamente questo meccanismo serializzante più di quanto fosse possibile, dall’altro lascia un vuoto, che viene quindi colmato da una ulteriore focalizzazione sui personaggi, le loro storie e le relazioni che instaurano fra loro. Per il momento la scelta premia e sembra funzionare grazie al grande attaccamento che gli spettatori hanno sviluppato nei confronti dei personaggi, indubbiamente ben costruiti, e con il merito di coprire una vasta gamma di identità diverse con uno sguardo intersezionale e mai banale. Resta da vedere però se in vista della quarta stagione –che sembra per ora confermata – questo taglio dato alla vicenda non vada anch’esso ad esaurirsi. Infatti questo inizio di stagione partiva forte di numerose trame aperte e che aspettavano uno sviluppo e una risposta: il triangolo fra Otis, Meave e Isaac, il rapporto fra Eric e Adam, e l’inaspettata gravidanza di Jean Milburn, solo per nominarne alcune; la sensazione è che invece questi nuovi episodi lascino ai loro successori molto meno materiale da cui ripartire.

    Il liceo Moordale, che nel frattempo si è guadagnato la nomea di “scuola del sesso”, vede così una nuova preside Hope Haddon, incaricata di ridare prestigio alla scuola e riportarvi l’ordine, con metodi via via sempre meno ortodossi. In questo contesto si consuma uno scontro culturale e generazionale fra la preside stessa e un nuovo personaggio che viene introdotto nella serie, ovvero Cal, persona non-binaria che di fronte alla rigida classificazione di genere che la preside vuole portare avanti nella scuola si batte per i suoi diritti. Questo filone della trama ha il merito di porre l’attenzione su un tema decisamente di attualità nel dibattito culturale contemporaneo, ovvero lo scontro fra un certo tipo di femminismo della seconda ondata, rappresentato da Hope, che sotto una apparente patina progressista è invece estremamente coercitivo, moralista e inquadrato in una visione del genere rigidamente binaria, e invece una più aggiornata visione intersezionale e non-binaria che si è progressivamente affermata soprattutto fra i più giovani. La serie ha il merito di far capire chiaramente come la vita quotidiana delle persone transgender e non binarie, ma non solo, possa essere negativamente influenzata da questo tipo di chiusura mentale e discriminazione, ma allo stesso tempo, dipingendo la preside in maniera così spudoratamente negativa, con tratti quasi macchiettistici, rischia di far pensare che autoritarismo e discriminazioni avvengano nel mondo reale in maniera così scopertamente classificabile, quando in realtà il metodo utilizzato è spesso molto più sottile e subdolo, difficile da individuare, e quindi, in definitiva, più pericoloso. 

    Come anche nelle precedenti stagioni parte del fascino della serie poggia su una curatissima estetica retrò e pop declinata in tutti gli aspetti, dalla fotografia alla colonna sonora, la quale rinuncia ai successi del momento per attingere a piene mani dalla musica dagli anni ’60 agli anni ’90, e su un montaggio veloce e frizzante in certi momenti, ma che sa rallentare nelle numerose scene di maggiore intensità emotiva.

    In conclusione Sex Education si conferma un prodotto ben costruito e che, seppur abbia inevitabilmente perso un po’ l’aura di novità che aveva inizialmente, continua ad essere interessante e coinvolgente, a patto che nel futuro sappia fornire una conclusione naturale della vicenda senza trascinarla troppo per le lunghe, rischio che pende sempre sulle serie di grande successo come questa.

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  • RECENSIONE SPACE JAM NEW LEGENDS

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    GUARDIANI DELLA GALASSIA WARNER

    Salta subito all’occhio, in Space Jam: New Legends (Space Jam: A New Legacy) di Malcolm D. Lee (segnalatosi con la parodia blaxploitation di Undercover Brother (2002), principalmente noto per essere il cugino del celebre Spike), un’invadente e reiterata spinta (auto)promozionale. Già a pochi minuti dall’inizio, con la ripresa che parte dalla skyline di Burbank, la grande città-studio, all’alba: con lo stesso slancio di una discesa sulle montagne russe di una giostra a tema, scatta un pianosequenza che, aggirando l’iconica water tower scudata Warner Bros., si fionda giù a rotto di collo tra i corridoi degli studios, fin dentro il rutilante cuore informatico dell’azienda: il fantomatico Serververse, il ricco universo virtuale custode dell’immaginario della galassia WB, costellato di tutti i suoi slot narrativi, personaggi e pianeti-franchise (Harry Potter, il DC Universe, Mad Max, Game of Thrones e tanti altri). 

    Gigantesco software in cui vive confinato il machiavellico Al-G Rhythm, intelligenza artificiale (o è forse un bug?) a cui presta volto e corpo un infido Don Cheadle. Che cerca gloria – o forse un posto da creative CEO della compagnia? – catturando la star NBA LeBron James all’interno del suo mondo, con la complicità dello scontento Dom (Cedric Joe): il figlio adolescente dell’atleta, in cerca di rivalsa e riconoscimento paterno delle frustrate ambizioni di genietto del game design. In una strabiliante sfida virtuale all’ultimo canestro che, dietro la jam session sintetica e multidimensionale tra corpi ibridi e Looney Tunes sotto nuove forme, propone una trita ricomposizione di buoni sentimenti familisti.  

    «ABBIAMO BISOGNO DI NUOVE ATTRAZIONI»

    Un simpatico e nemmeno troppo spaesato LeBron James, dunque, metacinematograficamente convertito in figurina digitale, da far (s)fruttare al pari delle altre properties della Casa-madre, ennesima costola prigioniera del marchio, l’ultimo brand in licenza esclusiva di uno storytelling mediale all’apparenza inesauribile. Basta, una dichiarazione così trasparente e spudorata sugli scopi della missione, per fare del film un interessante giocattolone di intrattenimento dotato di una propria autocoscienza teorica? Bastano, le pluriassortite sequenze-remake di cult e classici Warner, filologicamente storpiati dall’arrembante anarchia vignettistica dei Looney Tunes (da Matrix , con la Nonna sospesa in aria come Carrie-Anne Moss, fino al Rick’s Bar di Casablanca, con LeBron in smoking bianco alla Bogart), per trasformarlo in un immersivo e fecondo viaggio tridimensionale dentro cataloghi e archivi dell’immaginario alla Ready Player One (2018) di Spielberg? 

    Visti gli esiti, decisamente no. Non c’è un vero ripensamento critico di immagini ricontestualizzate, siamo semplicemente in presenza di un colossale spottone esteso a lungometraggio. Un accelerato grand tour nella galassia Warner Bros., che vorrebbe riflettere sui processi di character design e le pratiche selvagge di remake e crossover, ma dove tutto è svolto in maniera così pedestremente gratuita, tracimante e sfacciatamente survoltata da far smarrire gusto e senso di inside jokes e citazioni.

    In cui anche il fan-quiz ingaggiato con lo spettatore, invitato a contare quanti più cameo possibili delle icone WB che affollano gli spalti (It, The Mask, il King Kong del Monsterverse, il Pinguino di Batman e i Drughi di Arancia Meccanica, ma c’è davvero di cui sbizzarrirsi), diventa niente più che un giochetto per attenuare lo sbadiglio davanti a un match di fantabasket incredibilmente privo di pathos agonistico, per di più girato con confuso e sbalestrato senso dell’azione, senza vera suspense emotiva per le sorti dei contendenti (solo in Bugs Bunny è appena accennato un discorso sul rischio obsolescenza dei personaggi digitali). 

    Eppure, per altri versi, si chiarisce perfino qualcosa sullo scenario attuale della celebrity culture, prestando attenzione al pubblico assiepato insieme ai beniamini della finzione (che, in fondo, è il medesimo del film): la miriade di spettatori-follower ingurgitati tramite smartphone nel “campo di forza” virtuale. Un target generico e allargato, il solo per cui (ancora) si offra una visione, l’unica audience che resta ai tempi magri delle sale desertificate: quella catturata con lo swipe-up dentro il recinto del blockbuster (aperta parentesi: per chi fosse interessato, anche il recente saggio di Stuart Cunningham e David Craig, “Social media entertainment – Quando Hollywood incontra la Silicon Valley” (Minimum Fax), con le sue riflessioni sulla zone miste tra intrattenimento e interattività, pubblicità e contenuto, potrebbe ben spiegare in quale variegato e complesso ecosistema mediale si inserisce un oggetto come Space Jam: New Legends)

    «VEDIAMO SE MI RICORDO ANCORA COME SI FA»

    Il coinvolgimento nel grande match lascia tuttavia molto a desiderare. Salvando qualche numero divertente (la moltiplicazione di Willie Coyote gettato a canestro, la rap battle di Porky Pig, la Nonna alcolista che ingolla Martini nello spogliatoio), manca sulla superficie impazzita del parquet quello spirito ironicamente genuino, ingenuamente artigianale, che ai tempi fece la fortuna del curioso collage in tecnica mista di Space Jam (1996) di Joe Pytka

    Pur non essendo, chi scrive, completamente al riparo da una time capsule di affettuosa nostalgia generazionale per il film del ‘96, anzi moderatamente soggetto alla sindrome millennial, formato BoJack Horseman, di chi versa lacrimucce indulgenti per tutto quanto di bello (?) e di meglio (?) prodotto nei rimpianti anni ’90, non siamo così sprovveduti da farne una questione di onestà e purezza del prodotto originale: tanto è marketing capillarmente trasversale il progetto di New Legends modellato attorno a King James, tanto lo era il primo Space Jam nel mettere su rampa di (ri)lancio internazionale, in egual misura, un fenomeno al tempo già global come Michael Air Jordan e le truppe animate dei Looney Tunes in splendente restyling (con Duffy Duck a ringraziare pubblicamente baciando il logo WB stampigliato sul suo deretano pennuto).

    Ciò che non convince, a differenza del predecessore, è piuttosto la ricostruzione di un universo di gioco caotico e sovrabbondante ma freddo, che anestetizza la partecipazione di chi guarda lasciandolo in panchina. In un quintetto-base di supervillain mostruosi e geneticamente modificati che schiera nello scorrettissimo Goon Squad, insieme al giovane Dom James, il Wet-Fire di Klay Thompson e le giocatrici della WNBA Diana Taurasi e Nneka Ogwumike, il freezing time di Chronos, versione ipercinetica del Damian Lillard dei Portland Trail Blazers, scompone il tempo e ferma il cronometro quasi fosse il Quicksilver della Marvel, facendo però solo esibizione convulsa e sfiancante. Come tutti, del resto. Nel casino imperante, quasi nulla rimane della plastica poesia al ralenty e delle mosse improvvisate del primo Space Jam, col braccione gommoso – stile pupazzo tirato di Mr. Muscle – di Michael Jordan allungato in distensione, per schiacciare a canestro sul filo della sirena.

    Ma del resto ben venticinque anni – e tanta CGI sotto i ponti – sono passati dal primo Space Jam. La generazione Game Boy in 2D – che scorgiamo tra le mani dello stesso LeBron bambino nel prologo – ha lasciato il campo ad esperti adolescenti pro-player che i videogiochi se li fanno da sé e a propria immagine. In un tripudio di skills e gimmick pompate a dismisura, in cui la pallacanestro praticamente scompare, e in cui tecnica e abilità sono sostitute dall’accumulo scriteriato, perfino irregolare, di bonus, balzi e pedane da platform game e gettoni di potenziamento. 

    Il senso ultimo della new legacy trasmessa dal titolo originale è allora quello di un sequel-reboot che fa pesante e affannoso rebuilding sul proprio dream team immaginifico, costretto a inseguire l’estetica dominante del cinecomics ad ogni angolo del campo, finendo stremato. In cui anche i punti di forza del vecchio film con Michael Jordan, la spettacolarità cartoonesca, le impossibili giocate ad effetto che curvano le leggi della fisica e della gravità nella forma ibrida del live-action animato, si disperdono in un marasma stordente di effettistica dopata e convulsi rimbalzi da flipper videoludico, con il parquet ormai indistinguibile da un qualunque campo di battaglia bombardato di supereroi in delirio di onnipotenza. 

    Time out, please. 

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  • RECENSIONE QUI RIDO IO – L’ARTISTA, L’UOMO, LA MASCHERA

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    Mario Martone ama analizzare la sua Napoli attraverso la lente della Storia e, in particolare, attraverso il prisma di personaggi storici: Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso, gli eroi risorgimentali di Noi credevamo e gli intellettuali di Capri-Revolution. Qui Rido Io, presentato allo scorso Festival di Venezia, è il ritratto di Edoardo Scarpetta, attore, commediografo, figura fondamentale per il teatro in dialetto napoletano.

    Nei primi anni del ‘900, Scarpetta (Toni Servillo) è all’apice della sua fama: la sua commedia Miseria e nobiltà è un successo, e il personaggio di Felice Sciosciammocca ha scalzato Pulcinella dal pantheon dei personaggi della commedia italiana. Tanto estroverso sul palco quanto metodico e severo nella vita privata, Edoardo Scarpetta semina figli legittimi e illegittimi che vorrebbe inserire nel mondo dello spettacolo. La sua vita, meticolosamente programmata, subisce un contraccolpo quando mette in scena una parodia intitolata Il figlio di Jorio: l’autore dell’opera originale, Gabriele d’Annunzio (Paolo Pierobon), decide di intentargli una causa che durerà tre anni e che rischia di minare reputazione e carriera dell’attore. Nel frattempo, Scarpetta dovrà fare i conti con avversari esterni e interni alla sua stessa famiglia, con le conseguenze della sua vita sessuale e con la sua stessa vanità d’artista.

    Qui Rido Io è, in fondo, il biopic di un aristocratico, di un uomo che fa scolpire il motto “Qui rido io” sulla parete della sua magione, Villa La Santarella, per rivendicare un vacuo potere di padre-padrone su quelli che abitano sotto il suo tetto. Ma un aristocratico che vede vacillare un potere che ha sempre dato per scontato: colui che ha soppiantato Pulcinella è destinato a venire soppiantato a sua volta, e a farlo sarà non il vanaglorioso d’Annunzio né i giovani intellettuali di cui cerca in fondo l’appoggio, ma la sua stessa stirpe, i fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino (interpretati dai giovanissimi Alessandro Manna, Marzia Onorato e Salvatore Battista), tre dei numerosi figli illegittimi di Edoardo Scarpetta. In particolare è Eduardo, destinato a diventare uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento, qui ancora un bambino che, prima dietro le quinte e poi alla luce del palcoscenico, esce dall’ombra del padre per prendersi il suo posto nella Storia.

    Scarpetta vive la differenza tra chi è sul palco e chi è fuori come un Charlie Chaplin ante litteram: un uomo che vive una continua contraddizione tra l’artista amato dal pubblico ma sulla via del tramonto, l’uomo vanitoso che fa i conti con la propria mortalità e la maschera buffa che indossa a teatro.

    Questo ruolo non poteva trovare interprete migliore di Toni Servillo, che si riconferma per l’ennesima volta l’attore italiano più versatile in circolazione. Buffoneria, pomposità, severità, amarezza, occasionale generosità: Toni Servillo salta da un registro all’altro con naturalezza mostruosa, e senza mai schiacciare il personaggio ma mettendosi anzi al suo servizio.

    Questo re della risata si muove nella Napoli fervente della vita culturale e artistica dell’età giolittiana, resa visivamente in modo efficace, merito anche di una ricostruzione storica (scenografie di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, costumi di Ursula Patzak) forse fin troppo essenziale ma sempre elegante. La Napoli di Qui Rido Io è un palcoscenico, lo sfondo di un dramma in cui la musica la fa da padrona. La sceneggiatura – scritta con Ippolita di Majo – e la regia di Mario Martone sono sempre rigorose, quasi antropologiche. Con tutti i difetti che ne derivano: il suo è un cinema che si prende il suo tempo e osserva con distacco le vicende che racconta, e per questo può a volte stancare e rendere difficile la partecipazione emotiva ai drammi interiori dei suoi personaggi.

    Ma i difetti nella narrazione si sorvolano facilmente di fronte all’eleganza della messa in scena, e l’attenzione di Martone per i dettagli e il carisma del suo protagonista bastano da soli a mantenere intatto il fascino di un dramma storico con incursioni nella commedia.

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  • RECENSIONE SUPERNOVA

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    Sam e Tusker sono compagni di vita da vent’anni. Sam (Colin Firth) è un pianista, Tusker (Stanley Tucci) uno scrittore. Quando li incontriamo i due sono a bordo di un camper, immersi nella campagna inglese. Sam, al volante, sta litigando con il navigatore. Tusker, una vecchia cartina alla mano, lo prende in giro. È così che Supernova (Harry Macqueen) ci introduce nella vita della coppia, con un quadro di una normalità semplice e familiare. Quello che non è semplice, e che scopriamo quasi subito, è che a Tusker già da un paio d’anni è stata diagnosticata una demenza precoce, che lentamente gli sta facendo perdere la capacità di ricordare e di fare alcuni semplici gesti. 

    Sulla scia di Still Alice (Richard Glatzer e Wash Westmoreland), che già nel 2014 aveva portato sullo schermo il dramma della malattia precoce, Supernova ci porta dentro un brevissimo segmento della vita di una coppia che cerca di convivere con una nuova e faticosa compagna che, ancor più della malattia in sé, è la paura di un futuro incerto. Durante il viaggio di Sam e Tusker tra le persone e i luoghi a loro cari, la tematica del futuro ricorre spesso, e a poco a poco le divergenze di pensiero che i due hanno sull’argomento diventano evidenti. Sam progetta degli anni pieni, in cui il suo lavoro è messo da parte per sfruttare ogni prezioso attimo insieme a Tusker. Cerca di ignorare il peggiorare della malattia del compagno e rifiuta l’idea di aver presto bisogno di un aiuto esterno. Tusker, dal canto suo, ha già tracciato un percorso diverso, non accetta il pensiero di diventare un semplice passeggero della sua vita, di essere un peso per Sam, di non riuscire più a scrivere le proprie pagine in autonomia.

    I due punti di vista, così inconciliabili, vanno a toccare un argomento oggi quanto mai attuale, e portano a domandarsi: quanto altruismo c’è nel prendersi cura della persona che amiamo? E quando l’altruismo rischia di cadere dall’altra parte del sottile filo degli opposti sporcandosi di egoismo?

    A dare spessore alla pellicola contribuiscono una bella fotografia, che – pur senza particolari guizzi – ci immerge a pieno nella calma della campagna inglese e nel calore intimo degli ambienti familiari, e la prova attoriale dei due protagonisti. Firth e Tucci disegnano alla perfezione la complicità e la tenerezza di un amore di lunga data, ma è in particolare Tucci che colpisce per la sua interpretazione di una fierezza dolorosa e commovente.

    In Supernova non ci sono pillole, ospedali o medici, non c’è pietismo o commiserazione, e il racconto della malattia diventa quasi un pretesto per portarci dentro alle dinamiche più vere e dure della vita e dell’amore. La pellicola è a tutti gli effetti un road movie che percorre un breve tratto della vita di una coppia qualsiasi. Un tratto così breve che il film a un certo punto viene quasi troncato, accompagnandoci ai titoli di coda con le ultime note di un piano, e lasciandoci – volutamente –  un senso di vuoto e incompiutezza.

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  • RECENSIONE MONDOCANE

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    Mondocane è un film prodotto nel 2020 da Groenlandia (Matteo Rovere) e Minerva Picture, uscito in sala il 3 settembre del 2021 dopo numerose  posticipazioni a causa della pandemia da covid-19. 

    Il film presenta tra i suoi attori principali Alessandro Borghi, che interpreta  Testacalda, antagonista del film e star dello stesso, volto maggiormente  noto al pubblico per le sue interpretazioni precedenti (Il primo ReSuburra, Non essere cattivo e molti altri), che sorprendentemente,  nonostante sia importante, non è il vero fulcro di questo film, come ci si sarebbe aspettato.  

    E’ sicuramente un personaggio trascurato in un primo momento, la sua  apparizione è attesa da tutti e preparata accrescendo la curiosità del  pubblico, che però in un primo momento potrebbe rimanere deluso; tra i  difetti del film dunque si potrebbe sottolineare questo primo ritratto del  personaggio, un po’ “macchietta“, a tratti interessante, a tratti ambiguo. Nella seconda parte del film c’è decisamente un miglioramento, il  personaggio diventa più centrale e utile ai risvolti narrativi, viene  approfondito il suo passato così da permetterci di avere un quadro più  completo e a renderlo un villain sensato. 

    Il film presenta molti “buchi” se così possiamo intenderli, ma questi  possono anche essere interpretati come una scelta dell’autore , Alessandro  Celli, all’esordio. Una scelta che, dunque, lascerebbe aperte e incerte molte  cose, com’è tipico delle ambientazioni distopiche e quindi non del tutto  contestabile. 

    Il vero protagonista del film è l’ambientazione, il quadro sociale che se ne  trae è quello di un mondo molto probabilmente futuro e lontano dal nostro,  molto grigio, cupo e distopico. Le istituzioni sembrano aver preso il  controllo di alcune aree a causa di una violenza incontrollata, come se  fosse seguita ad una guerra civile. 

    C’è chi ha accettato ciò, soprattutto le persone più benestanti e chi no, chi  vive ancora nella Taranto “vecchia”. Questa separazione della città  pugliese in due, che ricorda molto le due Berlino, est e ovest, evidenzia un  punto di rottura nella società, una separazione economico-sociale.

    Nella Taranto vecchia si aggirano le “formiche”, questo gruppo di ribelli  che compiono atti vandalici, furti, omicidi, spaccio di droghe e vivono  nella trasgressione. Testacalda (Borghi) è a capo del gruppo e chiunque  non sia nato in ottime condizioni sociali ambisce ad entrare a far parte  delle formiche come Pisciasotto (Giuliano Soprano) e Mondocane  (Dennis Protopapa), due reietti della società salvati da un pescatore che  cercano un riscatto. 

    Mondocane è un film che parla di amicizia, lealtà, fiducia e tradimento, ma  porta una riflessione più profonda rispetto all’abbandono. Sorprendenti le interpretazioni dei due giovani protagonisti, che si  destreggiano bene nel dialetto pugliese senza apparire caricaturali o  grotteschi. 

    In ultima istanza, merita di essere accennato l’aspetto tecnico del film. La regia non è sorprendente, nella sua semplicità però è efficace, il punto  di forza è sicuramente la fotografia di Giuseppe Maio, tendente al color  seppia, ricorda molte le atmosfere di Mad Max, funzionale al contesto  rappresentano, aiutata anche dalle location più idonee per questo film, è il  fiore all’occhiello della produzione.  

    Altra nota positiva sono sicuramente le musiche composte da Federico  Bisozzi, Davide Tomat, con un ottimo sound elettronico, non sono per  niente fuori luogo rispetto alle atmosfere del film, anzi in alcune sequenze  del film sono fonte di adrenalina. 

    Nonostante i notevoli difetti, Mondocane è un film audace, intrattiene il  pubblico, fa emergere molte domande e riflessioni, ma soprattutto è un  buon esordio italiano, l’autore, così come noi spettatori, può auspicare ad un miglioramento. 

    Come opera prima, Alessandro Celli potrebbe dirsi più che soddisfatto,  considerato che oltre ad essersi occupato della regia, ha scritto soggetto e  sceneggiatura, quest’ultimi altrettanto complicati e rischiosi. Purtroppo il film esce nel periodo “sbagliato” ovvero il ritorno in sala nella stagione autunnale, ma con una concorrenza spietata che rischia di  renderlo invisibile e di non riuscire a fargli ottenere un buon incasso al  botteghino. 

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