Category: Recensioni

  • RECENSIONE DUNE – LA SCI-FI UMANISTA DI DENIS VILLENEUVE

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    Nel trasporre parte del primo volume della celebre saga letteraria di Frank Herbert, l’attesissimo Dune di Denis Villeneuve imbocca da subito – nello scivolare a perdita d’occhio (azzurro Fremen) sulle onde del deserto di Arrakis – la strada di un poderoso gigantismo visivo, che fa leva sulla potenza sensoriale del suono e dell’immagine come leve primarie della rappresentazione. Un colossale world building, impressionante per compattezza e coerenza, inventiva e originalità nel ricreare il foltissimo immaginario letterario non solo in pianeti, cittadelle e astronavi su larga scala, ma fin nei dettagli dell’arsenale di tools tecnologici: scudi ologrammatici (a cui pare si sia ispirato il lettore George Lucas – grande fan del ciclo di Dune – per le spade laser dei suoi Jedi), visori e mirini ottici, libro-film a far da proiettori di memorie e conoscenze.

    Villeneuve modella l’avveniristica età feudale di Herbert aderendo a un’estetica monstre di grande impatto ma in fondo low-fi: dimostrando impeto visionario insieme a un gusto quasi analogico per un’immagine retrofuturista – evidente nel design dei velivoli d’aria con board di leve, spie e pulsantiere, nei mezzi di terra come la mietitrice che riproduce all’infinito il ciclo inarrestabile del lavoro e del Capitale (incarnato dalla richiestissima spezia), o ancora in tute e imbardamenti degni di un polveroso Mad Max

    Al servizio di un’epica cavalleresca, medioevale prima che fantascientifica, vi è una messinscena che all’intasamento frenetico di botti e scintille in CGI – oggi predominanti – predilige un gusto per la composizione figurativa classica e prospettica, nella costruzione di volumi, spazi, edifici, geometrie granitiche e scie di oggetti volanti. In tanto sfolgorante fulgore scenografico, si percepisce nettamente lo scarto di Villeneuve rispetto alla piattezza plastificata e alla confusione martellante e fumettistica di prodotti consimili nella fantascienza contemporanea. C’è tutto un senso di attesa e di preparazione rituale. Una calma studiata da officiante nel ritrarre le pose solenni. Una cadenza, un passo lento e arioso dell’inquadratura che modella l’oscura monumentalità di parate, cerimoniali, sfilate di figure schiacciate e rimpicciolite in un grande quadro coreografico dagli echi stilistici che sembrano risalire fino a Leni Riefenstahl. Dall’alto di una mobilità sinuosa che si incunea a volo d’uccello in panoramiche sopra palazzi e mura di Arrakis e nel paesaggismo sconfinato del deserto. 

    Ma la sottile abilità di Villeneuve sta in realtà nel saper bilanciare tutto questo apparato con la dimensione umanista del suo cinema, che in Dune è preponderante ancora una volta, in una tensione perfettamente in equilibrio tra colossale gigantismo e ripiegamento intimista. Un’attenzione alle psicologie – non senza qualche trappola di una recitazione talvolta stereotipata – esternata in un uso insistito dei primi piani e della dialettica classica del campo/controcampo, come poco si vede nella caotica sci-fi di oggi. 

    Dune finisce così per appartenere tanto alla mitologia del suo creatore originario, tanto alla visione del mondo e all’autorialismo di Villeneuve. In questo senso, il film costituisce il più recente approdo delle suggestive speculazioni esistenziali e filosofiche sul conflitto delle individualità che il regista canadese ha disseminato nei precedenti Arrival (2016) e Blade Runner 2049 (2017). Per quella che ad oggi – in attesa di eventuali seguiti e ulteriori sviluppi della galassia di Herbert – si configura come una robusta trilogia sci-fi con una sua profonda e ben definita poetica, ogni volta plasmata in forme inedite e costantemente aperta al dubbio e all’ambiguità del senso. Incentrata sulla quest della ricerca identitaria e della verità su se stessi – a dire il vero già in essere in un’opera di sdoppiamenti e scissioni come Enemy (2013) -, e racchiusa nelle pieghe di cortocircuiti emotivi spazio-temporali, dentro enigmi, sfumature e ombre da decifrare nei segnali offerti dal linguaggio visivo e sonoro (il sound design e gli scores dei film di Villeneuve, l’abbiamo visto, sono sempre unità narrative e macchine sensoriali che si comportano come funzioni e personaggi veri e propri). 

    Un percorso di comprensione e riconoscimento del sé da rintracciarsi nell’evidenza nascosta in segni criptici, visioni oniriche (?) ingannevoli o profetiche, e voci interiori che illuminano epifanie su un destino più vasto. Che riguarda non soltanto la missione solitaria dell’eletto, ma si intreccia alle sorti di tutte le specie e le parti sociali chiamate in causa nell’universo di riferimento. Non ci riferiamo esclusivamente al giovane Paul Atreides (Timothée Chalamet) di Dune, solo l’ultimo epigono a seguire questa parabola. Ma è quanto, per altri versi, già sperimenta Louise Banks (Amy Adams) in Arrival: coraggiosa studiosa di antichi alfabeti alla scoperta premonitrice del proprio doloroso percorso affettivo e di vita, segnata da un sacrificio privato (una figlia persa, mentre a Paul tocca la scomparsa del padre) che si sovrappone al suo provvidenziale salvataggio della Terra. Non da una reale minaccia esterna, bensì dai suoi abitanti biliosi, marziali e dissennati (gli stessi di Dune), ottusamente prigionieri di una delirante fobia per il diverso. 

    Tutto ciò grazie al contatto con una dimensione aliena con la quale Louise comunica ed empatizza attraverso uno schermo bianco e rettangolare, squisitamente cinematografico, da cui rimbombano vibrazioni e si proiettano figure e simboli morfologicamente sconosciuti, che però registrano sorprendenti affinità col vissuto personale della donna: l’insistente presenza della figlia appare a turbare i sogni di Louise come avviene per la misteriosa ragazza del deserto (la guerriera Fremen Chani interpretata da Zendaya) che insidia la coscienza di Paul in Dune. La mano di Louise appoggiata sul vetro della parete-schermo, per esporsi e interagire con le creature, non è un’immagine troppo lontana dal gesto di Paul costretto a infilare le dita nella misteriosa scatola nera della Reverenda Madre, per farsi “leggere” dentro e – anche qui – stabilire una connessione con un’impalpabile energia sensibile, catalizzatrice della crescita morale e dell’evoluzione dell’ordine costituito verso il bene collettivo. Entrambi i personaggi di Paul e Louise tentano, a partire da un’estensione potenziata delle possibilità espressive, una comunione fisica e spirituale con un universo linguistico e sensoriale complesso, di difficile traduzione, ma in qualche modo addomesticabile e fatto progressivamente proprio. Diventano protagonisti di una sorta di conversione, che li trasforma in preziosi anelli di congiunzione per guidare l’agire autodistruttivo di un’umanità congenitamente isterica e bellicosa, sempre sul punto di implodere, preda di fazioni, odi radicalizzati e tensioni estremiste (profeti fanatici, militari e politici reazionari in Arrival, le casate, i gruppi etnici e le corporazioni in Dune) verso una pacificazione ancora possibile. 

    Anche in Blade Runner 2049, con la storia dell’indagine sulle origini e la vera natura dell’agente K., assistiamo a un altro cupo e malinconico viaggio nella definizione di un’identità che si sublima presto in una riflessione ontologica più grande, direttamente discendente dal prototipo di Ridley Scott: su quanto ci sia di umano e di artificiale – e se sia possibile distinguerli – nelle immagini della coscienza, del sogno e del ricordo. Il personaggio di Ryan Gosling, cercatore di esseri sintetici obsolescenti, portato lui stesso a un certo punto a sospettare di essere il figlio di una replicante, è alle prese, come Paul Atreides, con la messa a fuoco dello stesso carico di apparizioni fantasmatiche su più piani temporali, a cui dover dare un senso, un corpo e una direzione (l’agente K. rivolto a far luce sul passato, Paul oppresso da un futuro che ancora non riesce ad evocare completamente). Sono immersi nello stesso serbatoio di visioni indecidibili tra ancoraggio alla realtà e introflessione onirica, tra una profezia che può (auto)avverarsi e compiere un destino (Paul), e una sequenza di (falsi?) dati biologici che rischia di confermare o invalidare il senso di un’intera esistenza (l’agente K.). 

    Due film certamente diversi per derivazioni e mitologie di riferimento, Dune e Blade Runner 2049. Villeneuve sembra tuttavia legarli anche attraverso un altro piccolo dettaglio: un’analogia tra la statuetta del toro in corsa che Paul osserva in Dune – oggetto emblema dell’attività del nonno paterno – e il cavallino-giocattolo che l’agente K. ritrova in Blade Runner 2049 (ma il fil rouge si tende fino al modellino in miniatura dell’alieno-eptapode scorto tra i giochi della figlia di Louise in Arrival): due simulacri di identità fluide, instabili e inafferrabili, due indizi ugualmente decisivi e fuorvianti, due simboli di un’eredità problematica e di un retaggio genealogico che riconduce ai grandi padri (veri o putativi), a indicare o confondere il sentiero di una missione continuamente rimessa alla prova. “Questo è solo l’inizio”, decreta Paul chiudendo il primo pannello di Dune. Che sia su Arrakis o su altri lidi immaginifici, restiamo in attesa delle nuove sfide che verranno per gli specialissimi umani di Denis Villeneuve.  

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  • RECENSIONE LA RAGAZZA DI STILLWATER

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    È uscito nelle sale l’ultimo lavoro di Tom McCarthy, un thriller con protagonista Matt Damon in un caso giudiziario ispirato al caso Knox, con il quale però condivide solo alcuni punti superficiali.

    Seguiamo la storia di Bill Baker (Matt Damon, appunto), un umile lavoratore dell’Oklahoma che si trova ad andare oltreoceano per far visita alla figlia (Abigail Breslin) detenuta in un carcere a Marsiglia ormai da 5 anni, accusata di un omicidio che continua a sostenere di non aver commesso. Nel disperato tentativo di dimostrare la sua innocenza in una terra straniera, senza conoscere la lingua e senza alcun sostegno da parte delle giustizia che ritiene il caso chiuso ed impossibile da riaprire, Bill incontra Virginie (Camille Cottin) e la piccola Maya (Lilou Siavaud), che riusciranno a fargli intravedere la possibilità di costruirsi una vita ed una famiglia senza però dimenticare il suo obbiettivo, che lo tormenta costantemente: trovare il modo di dimostrare l’innocenza della figlia Allison.

    Il film, presentato fuori concorso alla 74esima edizione del Festival di Cannes, ha riscosso un grande successo riconfermando le grandi abilità di Tom McCarthy, già conosciuto per lavori amati dalla critica come Il caso Spotlight, con cui ha vinto anche l’Oscar per la sceneggiatura.

    La struttura narrativa è solida e ben scritta, sostenuta da un reparto tecnico semplice ma efficace. Le scelte registiche sono chiare ed essenziali e la fotografia non presenta sbavature.

    Un grande plauso va alla prova attoriale di tutto il cast, in particolare alla giovanissima attrice nei panni di Maya e ad un Matt Damon superlativo che riesce a trasmettere pienamente l’essenza del film e del suo personaggio, quello di un uomo intrappolato in una società e in una cultura a lui estranea. Il film si sofferma, infatti, sullo scontro culturale che i personaggi vivono costantemente. Bill Baker è un americano al 100%, quasi stereotipato, e lo dimostra in tutto: dalla postura al modo di pensare. Sarà costretto ad affrontare le difficoltà di interagire con una Marsiglia chiusa e ostile con lo straniero per cercare di salvare la figlia.

    Per quanto le premesse sembrino mostrare il lato investigativo come principale, in realtà la storia che ci viene mostrata ha ben altri obiettivi, tra cui la già citata voglia di mostrare la diffidenza verso l’altro (non solo nei confronti del protagonista ma anche verso comunità minori) e un costante desiderio di redenzione e riempimento dei vuoti nelle vite dei personaggi. Il rapporto incrinato con la figlia Allison porterà Bill a vedere in Maya e Virginie, in cerca di una figura paterna per la figlia e di un compagno per la madre, una perfetta seconda chance, una possibilità di redimersi dagli errori passati e ricominciare da zero. Ma per quanto possa provarci non può lasciarsi alle spalle il suo passato.

    Il punto focale del film è proprio l’interazione tra i personaggi che mostrano con evidenza la differenza tra due mondi, quello americano e quello europeo, sia negli aspetti più semplici come lo stile di vita quotidiano, sia nel profondo andando a mostrare la tradizione e il pensiero politico che contraddistinguono i due continenti, con un America trumpiana molto più decisa e pronta a ottenere con ogni mezzo ciò che vuole e un Europa, nello specifico una piccola comunità della Francia, diffidente nei confronti dei modi di fare dello straniero statunitense.

    L’autore riesce a valorizzare ogni dettaglio della storia, tutto è coordinato e trasmette bene l’idea che il regista vuole comunicare, dalle ambientazioni agli sguardi degli attori. La ragazza di Stillwater è in definitiva un ottimo lavoro, soprattutto grazie alle abilità del suo autore, che riesce ad usare lo scheletro di un thriller investigativo per analizzare un contesto multiculturale più generale attraverso la storia drammatica di un singolo individuo.

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  • RECENSIONE IL COLLEZIONISTA DI CARTE – L’INFERNO PRIMA DEL POKER

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    Con Il collezionista di carte (The Card Counter in originale) Paul Schrader conferma di essere senza dubbio uno dei registi e sceneggiatori più coerenti della storia del cinema. Il film racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. La sua esistenza, da sempre vissuta nell’ombra, viene sconvolta quando incontra Cirk (Tye Sheridan), un giovane che è in cerca di vendetta.

    I temi centrali del cinema di Schrader sono sempre stati il racconto della solitudine di personaggi abbandonati, il senso di colpa e la possibile redenzione. E’ quindi naturale collegare quest’ultima fatica a una delle sue prime sceneggiature, il riconosciuto capolavoro di Martin Scorsese Taxi Driver. Tuttavia gli anni sono passati e la sua visione del mondo è cambiata. Il regista continua il percorso intrapreso nel suo meraviglioso film precedente First Reformed, ma spinge l’acceleratore sul pessimismo, e dipinge un’America ancora più oscura, illuminata dalla luce fittizia, vuota e artificiale dei casinò, luoghi costruiti sul denaro, ma a cui non sembra più importare dei soldi, ormai relegati a mero mezzo per creare spettacolo. Questo, uno dei temi su cui è costruito il film, non ha più alcun potere sulle persone, che vengono travolte dal passato e dal fardello dei propri errori e delle proprie scelte. Un debito verso la vita che è efficacemente sottolineato attraverso la metafora più volte ripresa durante la pellicola del debito di un giocatore di poker professionista verso i propri creditori. Eppure Schrader, esattamente come in First Reformed, crede che ci sia ancora della speranza di redenzione e che tale speranza vada trovata nell’amore, anche di uno sconosciuto, raggiungibile solo dopo aver espiato i propri peccati e aver accettato il proprio passato, cosa che non tutti sono disposti a fare. Durante la pellicola non mancano frecciate all’imperialismo statunitense, che è di fatto l’origine dei problemi dei protagonisti, e alla finzione del sogno americano (la più riuscita risulta essere il mago del poker di origine ucraina che si fa chiamare Mr. USA e che viene puntualmente battezzato da uno dei personaggi con “That fucking USA”), portando in scena la personale crociata del regista contro le contraddizioni della sua nazione.

    Concetti sicuramente non nuovi e già trattati dallo stesso Schrader, ma indubbiamente se la sceneggiatura fosse stata messa nelle mani di qualcun altro probabilmente avremmo ottenuto un risultato decisamente mediocre. In questa pellicola ciò che fa davvero la differenza è la messa in scena a dir poco sublime, tra piani sequenza e grandangoli estremi adottati in alcune riuscitissime sequenze horror, che crea un’atmosfera sospesa e sempre pronta ad esplodere. Gli attori sono diretti magistralmente da Schrader, capitanati da un Oscar Isaac in grande forma che lavora di sottrazione. Il suo  William Tillich è un personaggio freddo, schivo, all’apparenza senza sentimenti, ma in realtà estremamente profondo. Nella sua vita ha vissuto esperienze terribili e atroci che non vuole affrontare, per cui l’unico modo per riuscire a convivere e a tenere a bada l’inferno presente dentro di lui è condurre una vita abitudinaria, in carcere prima e come piccolo giocatore d’azzardo poi. Una persona che si sente così sporca dentro da non riuscire a dormire in una camera d’albergo senza coprirla di lenzuoli, per evitare di lasciare tracce di sé stesso, per evitare di corrompere anche quel luogo. Una persona che inizialmente cerca di non instaurare rapporti umani, i quali si limitano a poche interazioni nei bar di hotel e casinò di fronte a un drink, che finisce di bere sempre per primo in modo da poter fuggire. Solo l’incontro con Cirk lo smuoverà e gli permetterà di affrontare i suoi demoni.

    In conclusione  Schrader confeziona un grande film, accompagnato da musiche meravigliose, in cui porta avanti la sua poetica, senza inventare nulla e proponendo una variazione sui temi che ama trattare, ma riuscendo ad ammaliare e a colpire ancora una volta, come solo un grande maestro del cinema contemporaneo riesce a fare.

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  • RECENSIONE MALIGNANT DI JAMES WAN

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    Dopo aver diretto Fast and Furious 7  nel 2015 e Acquaman  nel 2018, due pellicole rivolte al grande pubblico e con un impronta più action, e dopo aver curato la produzione di tutti i vari film che compongono il ConjuringVerse  (da lui inaugurato nel 2013 con L’evocazione – The Conjuring), James Wan è finalmente tornato dietro la macchina da presa per dirigere un film horror. Un ritorno alle origini, a quel genere che nel (ormai lontano) 2004 lo presentava al mondo con quel piccolo gioiello dell’horror indipendente che fu Saw – L’enigmista.

    A 17 anni dal suo debutto nelle sale, Wan è oggi un baluardo, un esempio di un regista che è riuscito negli anni a creare prodotti ottimamente costruiti senza però rinunciare al grande pubblico, non risultando mai costretto alla produzione di pellicole per un piccola nicchia. Tra le pellicole che tutti hanno sentito nominare almeno una volta nella vita e quelle passate un po’ più in sordina (specialmente nel caso dell’ottimo Dead Silence (2007) da molti dimenticato e che merita di essere riscoperto), non si può certo dire che Wan sia incappato in errori o passi falsi con i suoi film (rimanendo nell’analisi delle pellicole da lui dirette, in quanto tra le numerose produzioni si trovano diversi prodotti di dubbia bellezza). Quando però in data 20 Luglio venne reso pubblico il trailer del suo nuovo film, dal titolo Malignant, le opinioni si spaccarono in due fronti, tra chi entusiasta smaniava di correre in sala a vedere un nuovo horror degno di nota in quanto targato Wan e chi vedeva nel trailer un miscuglio di cliché e scene già viste, con il timore quindi che quello che sarebbe arrivato in sala di lì a qualche mese sarebbe stato un “film nato vecchio”.

    All’arrivo della pellicola nelle sale, vediamo se si tratta dell’ennesimo ottimo horror targato Wan destinato ad entrare subito nelle classifiche online dei migliori film del genere oppure se questa volta si è effettivamente di fronte al primo passo falso del regista.

    QUESTA NON E’ LA CLASSICA STORIA DI FANTASMI

    Con questa affermazione comincia il romanzo Giro di vite  di Henry James e così affermo subito che, a discapito di tutto ciò che poteva trasparire dal trailer (ragazzina tormentata dall’amico immaginario, che in realtà si rivela essere un demone che uccide tutte le persone che le stanno accanto e così via), la pellicola rende ben chiaro fin da subito come, in realtà, il tutto sia più originale ed interessante. La protagonista, Madison, vive una situazione familiare particolarmente difficile con il fidanzato Derek e spesso le loro discussioni finiscono con gravi episodi di violenza domestica. Una notte il fidanzato viene però attaccato ed ucciso da una strana creatura, che poi insegue Madison fino a colpirla e farla svenire. Da qui prendono il via le indagini di una coppia di detective, che cercano di risolvere una serie di brutali omicidi che vengono vissuti dalla protagonista del film come “sogni lucidi”.

    Non addentrandosi ulteriormente nella storia per evitare di rivelare troppo, la pellicola comincia subito “in medias res” e prosegue senza troppe remore in numerose sequenze estremamente cruente e sanguinolente, andando a ripescare a piene mani gli elementi principali della saga di Saw (oltre alla crudezza, le sequenze investigative che in Saw erano più di contorno, qui risultano centrali alla narrazione e molto più curate), il tutto accompagnato dalla miglior regia mai messa in campo da Wan. Piani sequenza uno dietro l’altro, movimenti di macchina perfetti, primi piani sul volto della protagonista lasciando in penombra le movenze dell’assassino sullo sfondo, tutti elementi che arricchiscono i momenti horror della tensione tipica dei suoi lavori più recenti (vedi Insidious  o The Conjuring) e che riescono a rendere l’atmosfera costantemente agghiacciante. A questo si aggiunge poi una colonna sonora azzaccatissima, che risulta anche qui un mix dei temi presenti nelle sue precedenti pellicole, passando da pezzi più sussurrati con le classiche sonorità da horror “demoniaco” a brani più grezzi e gracchianti, puntando più sull’effetto disturbante.

    ALTI E BASSI

    Sul lato recitativo, la protagonista Annabelle Willis fa un ottimo lavoro, riuscendo a portare sullo schermo un ottima interpretazione sia nei momenti più tranquilli sia in quelli più inquietanti, dove riesce a donare una performance di paralisi nel sonno estremamente funzionale. Passando ai personaggi secondari, il livello scende leggermente, complice una scrittura di alcuni dialoghi non perfetta e che fa risultare i personaggi spesso fuori luogo (soprattutto la coppia di poliziotti interpretati da George Young e Michole Briana White).

    Questo ci conduce alla parte più problematica della pellicola. Se infatti la regia è fenomenale e funziona dall’inizio alla fine senza sbavature, lo stesso non si può dire della sceneggiatura. Nella prima metà del film, la scrittura delle varie scene, in realtà, funziona, presentando nel modo giusto i personaggi principali, il villain Gabriel e presentando al pubblico una base per le vicende estremamente interessante e dal gran potenziale. Superato però il soggetto curato da Wan stesso e passati alla realizzazione vera e propria delle vicende (la scrittura della sceneggiatura è stata curata da Akela Cooper) e del loro sviluppo, si cade in risoluzioni piatte e già viste ed andando ad inserire elementi eccessivi, come il plot twist che, se sulla carta poteva funzionare, viene mostrato e costruito in maniera anticlimatica, distruggendo completamente l’atmosfera ottimamente creata nella prima parte.

    Un ultimo momento va dedicato a Gabriel, villain che funziona alla perfezione nella prima parte della pellicola, grazie soprattutto alla messa in scena di una creatura antropomorfa ma sbagliata, che si muove in maniera disumana e con poteri chiaramente sovrannaturali. Si è di fronte ad un vero e proprio boogeyman, come lo furono Michael Myers, Jason Voorhes o Leatherface, estremamente caratteristico che viene però completamente rovinato dalle ultime sequenze del film, dove tutta la componente più orrorifica del personaggio viene messa da parte in favore di una spettacolarità che risulta però fuori luogo e che finisce per spazientire lo spettatore.

    CONCLUSIONI

    Con questa pellicola, James Wan dimostra ancora una volta di essere tra i migliori registi horror in circolazione al giorno d’oggi, capace di portare sullo schermo storie interessanti in maniera sempre nuova ed originale, migliorandosi sempre di più. Purtroppo però l’interessante idea di base viene sviluppata in maniera eccessiva nella seconda parte del film, rovinando completamente ciò che di buono era stato fino a quel momento costruito, in primis il villain Gabriel, che passa dall’essere un nuovo e caratteristico boogyeman ad una grossa occasione sprecata. Si attendono quindi con ansia i nuovi progetti di Wan, con la speranza che la sua bravura alla regia venga accompagnata da una buona scrittura delle vicende.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – AMERICA LATINA

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    Giunti al loro terzo film, con “America Latina” i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo si immergono ancora una volta nella provincia laziale per raccontare la storia del dentista Massimo (Elio Germano) che, alle prese con un’agghiacciante scoperta, vede la propria quotidianità sconvolta. Quello che ormai possiamo constatare con sicurezza è che i fratelli D’Innocenzo sono due veri autori nel panorama del cinema italiano: hanno una propria visione del mondo, un proprio stile, i propri temi. “America Latina”, infatti, è la conferma di tutto ciò, pur trattandosi del film più debole della loro filmografia. I due registi raccontano la crisi del maschio nella desolata realtà provinciale ma, dopo un inizio affascinante e visivamente ammaliante, scarnificano la narrazione a tal punto che il film resta del tutto arenato alle sue premesse. Non ci troviamo di fronte a una potente narrazione sospesa alla Antonioni, bensì a un’opera incompiuta nella sua esibita (e forzata) autorialità. È come se i D’Innocenzo celassero la semplicità (il film è tutto giocato su una singola metafora svelata a 5′ dall’inizio) del loro discorso dietro una confezione ostentatamente impegnativa e faticosa (il film dura 90′, ma la durata percepita è almeno il doppio, tra interminabili silenzi che fan tanto “cinema d’autore”). Tra Lanthimos e Haneke – senza la dirompenza e del primo e lo sguardo spietato ed entomologico del secondo -, i D’Innocenzo rischiano la maniera già al terzo film.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – THE LAST DUEL

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    "The Last Duel", ventiseiesimo film di Ridley Scott (che a Venezia 78 ha ritirato il Premio Cartier Glory to The Filmmaker), adatta un libro di Eric Jager e racconta la storia vera (seppur ampiamente romanzata) dell'ultimo duello legalmente autorizzato nella storia francese, tenutosi nel 1386. In quell'occasione, Sir Jean de Carrouges (Matt Damon) si batté con lo scudiero ed ex amico Jacques Le Gris (Adam Driver) per vendicare la violenza sessuale commessa da quest'ultimo nei confronti della propria moglie Marguerite de Carrouges (Jodie Comer). Scott e i suoi sceneggiatori (lo stesso Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) adottano una struttura tripartita alla "Rashomon" per meglio rendere le psicologie e i punti di vista dei tre personaggi principali e realizzano uno dei più fulgidi esempi di cinema post-MeToo: un film a tesi, sì, ma mai retorico o forzato nel raccontare una vicenda in cui i riferimenti all'attualità si sprecano. Grazie anche a un cast in grandissima forma (Jodie Comer, in particolare, è eccezionale), Scott mette in scena due archetipi antitetici di machismo e li fa scontrare in un duello che ruota attorno a una donna, ma che è solo un'ulteriore autoesaltazione virile, in una società in cui le donne sono solo oggetti di contesa (economica, d'onore). La messinscena – come sempre accade nel cinema di Scott – è a dir poco magnificente (squadra che vince non si cambia: Dariusz Wolski alla fotografia, Arthur Max alla scenografia, Janty Yates ai costumi), in un film invernale, freddissimo nei toni e nei colori, volutamente antiepico (com'era uno dei film più belli e sottovalutati dello Scott post-2000: "Le crociate – Kingdom of Heaven"). Ma a lasciare davvero a bocca aperta è la lunga sequenza del duello: una scena di brutalità sconvolgente, in cui Scott – grande narratore d'azione – racconta la fatica dei corpi schiacciati dalle armature, il peso delle spade, il dolore delle ferite. È un momento di grandissimo cinema, che finisce istantaneamente nel pantheon delle migliori sequenze d'azione viste negli ultimi anni.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – FREAKS OUT

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    “Freaks Out” era forse il film più atteso di Venezia 78: produzione enorme (circa 13 milioni di euro), post-produzione eterna (2 anni) e soprattutto la curiosità per l’opera seconda di quel Gabriele Mainetti che aveva stupito tutti nel lontano 2015 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il film mantiene la promessa di essere un UFO assoluto nel contesto del cinema italiano: un’avventura picaresca ricca di effetti speciali e sonori di altissimo livello, che sta a metà tra le suggestioni circensi felliniane e la grandeur di Sergio Leone. Scritto da Mainetti con Nicola Guaglianone, ha la sua forza in un impianto visivo di indiscutibile potenza visionaria (che si accompagna alla grande competenza tecnica), messo al servizio di una sceneggiatura semplice ma efficace. Chi si aspetta il capolavoro rimarrà forse deluso, ma “Freaks Out” è soprattutto una promessa per il futuro, il manifesto di un cinema italiano capace di tornare a sognare in grande. Ottimo il cast di interpreti e in particolare la rivelazione Aurora Giovinazzo (che interpreta Matilde, vera protagonista del film).

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – HALLOWEEN KILLS

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    “Halloween Kills” di David Gordon Green è il secondo capitolo, dopo “Halloween” (2018), della nuova trilogia di sequel diretti del rivoluzionario “Halloween – La notte delle streghe” (1978) di John Carpenter (che qui è produttore esecutivo). La storia prende il via direttamente dal finale del film precedente, con Michael Myers che sopravvive all’incendio della casa di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis, Leone d’Oro alla Carriera a Venezia 78) e riprende i consueti massacri. La regia di Green, come sempre, è molto elegante (c’è anche uno splendido flashback ambientato nel 1978, in cui le immagini riprendono la grana e le luci del film originale) e tutto sommato il film scorre via in maniera abbastanza godibile, tra sgozzamenti e scotennamenti vari. Certo, i cliché sono tanti, i momenti “trash” non mancano e, alla lunga, la reiterazione degli omicidi rischia di stancare, ma fa parte del gioco e chi va a vedere un film del genere sa cosa aspettarsi. L’aspetto più convincente della pellicola è la riflessione sulla bestializzazione della società statunitense che, posta di fronte alla paura incarnata dal “boogeyman”, si abbandona alla violenza e alla ricerca di capri espiatori. Al contrario convince sempre meno la ormai conclamata invulnerabilità di Michael Myers, che le prende da tutti e continua a rialzarsi come nulla fosse: Carpenter nel 1978 era ambiguo e inquietante nel rappresentare il personaggio; qui ormai siamo più dalle parti dei Looney Tunes.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – QUI RIDO IO

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    “Qui rido io” di Mario Martone, in concorso a Venezia 78, racconta la vita di Eduardo Scarpetta (1853-1925), padre del teatro dialettale moderno e grande attore napoletano. Al culmine del successo, l’uomo fa la spola tra i palcoscenici e il proprio complesso nucleo familiare, composto da mogli, amanti e figli legittimi e non (tra questi ultimi: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, mai riconosciuti dal padre). A un certo punto Scarpetta, dopo aver assistito a una messa in scena de “La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio, decide di scriverne una parodia e per questo viene denunciato per plagio. Martone torna nella sua Napoli e si immerge nel mondo teatrale partenopeo, ricreato con grande magnificenza figurativa, per mettere in scena una riflessione sul rapporto tra riso, satira e potere. Ma “Qui rido io” è soprattutto il racconto dell’uomo Scarpetta: multiforme, barocco e debordante sul palco come nella vita, è un attore nato e un padre degenerato, che ama se stesso e il suo talento più dei suoi stessi figli, con cui vive un rapporto altalenante. Servillo gli dona anima e corpo e dà vita a un personaggio ricco di sfumature. Certo, qualche minuto in meno avrebbe giovato al film e in generale Martone fatica a trasporre la complessità intellettuale in emozione cinematografica. Ugualmente, “Qui rido io” è un film riuscito nelle sue ambizioni e rappresenta uno dei migliori risultati del Martone recente.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – LA SCUOLA CATTOLICA

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    “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, presentato fuori concorso a Venezia 78, racconta il celebre massacro del Circeo (29 settembre 1975), in cui tre ragazzi dell’alta borghesia romana violentarono e massacrarono di botte due ragazze, causando la morte di una di esse. Il film, tratto dal romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati, focalizza la sua attenzione sul contesto sociale e formativo dei tre autori del delitto e si ambienta per larga parte nella scuola cattolica dove i tre studiarono. Purtroppo Mordini, nel raccontare l’oscura vicenda, si ferma alla superficie delle cose e non sa indagare realmente le radici della violenza e del male scatenatisi. In “La scuola cattolica” manca un vero punto di vista sulla storia, non c’è una visione precisa degli eventi. Per questo il film si limita alla fiacca (e spesso confusa) messa in scena del crimine e dei suoi antefatti, senza che il regista abbia il coraggio di inquietare realmente lo spettatore costringendolo a guardare il male in faccia. Un’intervista qualsiasi di Franca Leosini, in questo senso, è ben più incisiva (e questo la dice lunga). Nella parte finale, poi, si sfiora il torture porn con una messa in scena esplicita del massacro, che risulta completamente gratuita in un film incapace di suscitare qualsiasi tipo di empatia con i personaggi. Una grande delusione.

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