Eccoci qui, nel mezzo di un’afosa estate, a recensire il nuovo capitolo estivo dei Marvel Studios, l’ultimo prima dell’atteso film-evento Avengers: Doomsday previsto per dicembre. Si parla di Spider-Man: Brand New Day, quarto capitolo made in Marvel con Tom Holland nella tuta rossoblù dell’eroe arrampicamuri, che finalmente torna coi piedi per terra dopo il caotico capitolo multiversale No Way Home (2021!). Come tutti i film di Spider-Man si tratta di una coproduzione Marvel-Sony, al cinema dal 27 luglio in Italia e già campione di incassi negli Stati Uniti (il marketing del progetto meriterebbe un’analisi a parte).
Trama: dopo l’incantesimo che l’ha cancellato dalla memoria di tutti i suoi affetti in No Way Home, Peter Parker conduce un’esistenza isolata e solitaria, seguendo solo a distanza le vite dell’amico Ned (Jacob Batalon) e della ex MJ (Zendaya). Di tutta risposta, gli affari di Spider-Man hanno preso il sopravvento rendendolo eroe a tempo pieno, finché una nuova minaccia oscura non innesca in lui una trasformazione che lo obbliga a ritrovare equilibrio dentro di sé. Forse possono aiutarlo i tantissimi comprimari che lo circondano in questa nuova avventura.
Tessere i fili di una ragnatela
Una cosa che il film fa bene, e dal marketing non si sarebbe detto, è tenere insieme almeno tre fili di trama apparentemente scoordinati che trovano un modo fluido di intrecciarsi tra loro. Da una parte la missione vera e propria del film, che consiste nel fronteggiare un nuovo nemico in grado di controllare altri individui in maniera molto pericolosa; poi ci sono le difficoltà di Peter nel gestire il mostro che sembra crescergli dentro, e infine la trama “romantica” di recupero della memoria di Zendaya (ops, MJ) e (il francamente irritante) Ned. Le prime due linee narrative in particolare si integrano bene, con la soluzione al problema di Peter che diventa anche la soluzione al problema provocato dal villain (anche se questo espediente tende a scoprire un po’ la formula dietro il film). La terza linea, che sembrava puro fan service strumentale al marketing, in effetti tale si rivela: un fare e disfare infinito che parte dal film precedente ma sicuramente porta più gente in sala e viene fortunatamente tenuta a debita distanza dal cuore reale del film.

Brand New Day segna un nuovo giorno per lo Spider-Man dell’Universo Marvel, incorporando nella sua ragnatela numerosi filamenti provenienti sia dai precedenti capitoli MCU sia dagli Spider-Man venuti prima. Dalla trilogia di Sam Raimi riprende la ragnatela organica, la crisi di coscienza e una forma più oscura dell’eroe, derivante a sua volta dalla versione mai realizzata di James Cameron che dipingeva Spider-Man come un freak solitario e repellente nella mutazione adolescenziale in uomo-ragno; di Andrew Garfield usa le gag visive alla Buster Keaton. Un richiamo velato agli accordi di Sokovia, così come la presenza del Damage Control e di numerose guest star che sovraffollano la storia, integra infine Brand New Day nell’Universo Marvel.
Friendly Neighborhood Spider-Man
Per essere un Peter Parker solitario, questo Spider-Man è circondato da fin troppi personaggi provenienti dagli altri prodotti Marvel. Forse chi ne esce con la dinamica migliore è il Punisher di Jon Bernthal, la cui consistente importanza nella trama sancisce definitivamente la saga di Spider-Man come luogo privilegiato per canonizzare al cinema i personaggi delle serie Netflix (il capitolo precedente segnava il debutto MCU di Daredevil). Ne esce piuttosto bene anche Hulk, pur rivelando una certa confusione nell’utilizzo del suo personaggio ai piani alti, mentre sono meno fortunati altri personaggi che richiamano il passato e il futuro del MCU, tra cui il cattivo Scorpion già apparso in Homecoming. Il loro essere strumentali alle narrazioni che seguiranno (Doomsday o altro) determinano un terzo atto già visto prevedibile, con il solito villain che non è veramente cattivo ma ha soltanto passato una brutta giornata.

Un vincitore del film è il regista Destin Daniel Cretton, qui al suo terzo progetto Marvel dopo Shang-Chi e la sfortunata serie Wonder Man, che riesce a inserire nel lavoro commissionato un’azione reale e dinamica, anche se spesso penalizzata da effetti digitali troppo evidenti. Si apprezza però il tentativo riuscitissimo di riportare questo Spider-Man alla sua dimensione newyorkese assente dai capitoli precedenti. La Grande Mela qui è una città vera, pulsante, viva sopratutto nelle sequenze tra i grattacieli che ricordano le migliori volate di Tobey Maguire. L’unica volta nella storia in cui un grande studio ha fatto bene ad assecondare le richieste dei fan, assegnando finalmente anche a Tom Holland uno Spider-Man street level e incredibilmente fedele ai fumetti in alcune trovate visive e nel recupero di alcuni villain storici che però potevano essere usati meglio.
Appeso a un filo
Insomma, questo Brand New Day vive penzolando da un grattacielo all’altro, dalla legacy dell’eroe newyorkese per eccellenza al futuro dell’Universo Marvel, dall’oscurità di Maguire alle gag di Garfield, dal solitudine di Peter Parker al sovraffollato lavoro di Spider-Man, da momenti più riusciti ad altri meno efficaci, da un paternalismo un po’ invadente già negli ultimi titoli Marvel a scene genuinamente emozionanti e credibili. A tessere e controllare il filo in fondo è Tom Holland, che forse ha trovato la strada più coerente per il suo Spider-Man e nei cui panni è più a suo agio del Telemaco dell’Odissea di Nolan, involontario competitor al botteghino estivo 2026. Tom Holland, che finalmente ha capito di poter essere sia Spider-Man che Peter Parker, indossando la maschera solo quando serve veramente. In attesa del Doomsday.

Enrico Borghesio






























