Category: Recensioni

  • RECENSIONE LUX ÆTERNA DI GASPAR NOÉ – IL CINEMA COME POTERE

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FES

    Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg chiacchierano durante una pausa sul set. Parlano di vita, cinema e stregoneria. Attorno a loro un formicaio di operatori, comparse, tecnici, truccatori, elettricisti, produttori, giornalisti, curiosi, molestatori. Le riprese ricominciano, bisogna bruciare le streghe. La situazione, problematica, si aggrava fino al punto di rottura (visivo) (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Con questo nuovo mediometraggio, Gaspar Noé attenta dichiaratamente alla vita delle persone cercando di provocare negli spettatori un attacco epilettico, in modo da realizzare  la citazione di Dostoevskij provocatoriamente riportata all’inizio del film: “siete tutti in buona salute, ma non potreste mai immaginare la felicità che prova l’epilettico un secondo prima della crisi. Tutta la felicità di una vita non la cambierei mai con questa, per niente al mondo”.

    Il mediometraggio si apre con immagini tratte da Dies irae di Carl Theodor Dreyer, in cui viene mostrato il rogo di una strega, tema alla base di tutta la pellicola. Poco dopo ci spostiamo su Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg che parlano, tra le altre cose, di fronte a un fuoco di roghi di streghe realizzati in film precedenti, in un dialogo fluviale, denso e sconclusionato, in cui viene inserito anche il concetto di elevazione estetica che una strega destinata al rogo vive, in quanto in quel momento diventa essa stessa la regina del “villaggio”, poiché oggetto dell’attenzione di tutti. Dopo questa verbosissima introduzione, si avviano i preparativi per la realizzazione della scena del rogo nel film di Béatrice e una doppia camera si muove in questo set labirintico, totalmente disorganizzato e delirante, pieno di intrusi, tra produttori in piena rivolta verso la regista, critici rompiscatole in cerca di notizie, sedicenti registi che si proclamano nuovi geni della cinematografia mondiale proponendo discutibili progetti che vogliono narrare della vita e della morte, nuove star in ascesa e il direttore della fotografia che con una buona dose di supponenza (dato che ha lavorato con Jean Luc Godard) decide di effettuare un colpo di stato e prendere in mano le redini del film. Nel frattempo la povera Charlotte viene sconvolta da un evento accaduto alla figlia.

    Se in Climax, di cui Lux Æterna è un seguito spirituale,  Noé aveva messo in scena la discesa negli inferi di un gruppo di ballo, in questo caso ci porta direttamente su un set infernale realizzando quasi tutto il film in split-screen, bombardandoci di informazioni ed esasperando lo spettatore con lunghi piani sequenza paralleli, costringendolo a seguire diversi avvenimenti in contemporanea. La tensione e il nervosismo crescono negli addetti ai lavori del film e in chi sta guardando. Noé paragona la realizzazione di un’opera a un gioco di potere, come atto di violenza  del regista dittatore sugli attori e la troupe, costringendo la Gainsbourg a una performance fisicamente estenuante, in cui si realizza questa elevazione estetica della strega durante il rogo, pur di ottenere un grande risultato, come se il fine giustificasse i mezzi. Il discorso si sdoppia nell’ultima parte, costringendo anche lo spettatore ad assistere a flash di luci e suoni ripetuti in maniera estenuante con il fine ultimo di causare una reazione da parte nostra. Gaspar Noé ha deciso ormai da tempo di portare avanti un’idea di cinema come esperienza sensoriale, cercando di provocare una reazione fisica nell’audience e riuscendo, a suo modo, a costruire uno stile unico nel panorama cinematografico contemporaneo. Prendere o lasciare.

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  • RECENSIONE PRISONERS OF THE GHOSTLAND – UNA MONTAGNA RUSSA DI DIVERTIMENTO

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    L’ultima fatica di Sion Sono apre la Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione torinese indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico.

    Nella pericolosa città di frontiera di Samurai Town uno spietato rapinatore di banche di nome Hero (Nicolas Cage) viene fatto uscire di prigione da Il Governatore, un ricco signore della guerra la cui nipote adottiva Bernice (Sofia Boutella) è scomparsa. Questi offre al prigioniero la libertà in cambio della salvezza della giovane fuggiasca. Per sfuggire al mondo degli incubi in cui si muove, Hero dovrà spezzare la maledizione che controlla la misteriosa Ghostland. Fasciato da una tuta di pelle che si autodistruggerà entro tre giorni, il bandito parte per un viaggio alla ricerca della ragazza e della sua redenzione.

    Sono unisce le forze con Nicolas Cage, il cui nome nei titoli di testa viene accolto da un applauso del pubblico a dimostrazione di quando l’attore californiano sia diventato fenomeno cult negli ultimi anni, per produrre un giocattolone di quasi puro intrattenimento che riesce nel suo obiettivo di divertire il pubblico e permette a Sono di sfogare la sua visionarietà. 

    Il regista costruisce un colorato Giappone post-apocalittico miscelato con l’influenza del mondo occidentale, prendendo a piene mani dall’immaginario di Mad Max di George Miller o di Doomsday di Neil Marshall e mettendo in scena luoghi fumosi costituiti da impalcature  visibili, come se Sono ci facesse l’occhiolino e ci mettesse al corrente che si tratta di set cinematografici, di finzione, di divertissement. Le citazioni non si contano, come quella evidente da L’armata delle tenebre di Sam Raimi, e il film a tratti è un western, a tratti uno zombie movie, a tratti una storia sui samurai. 

    Il personaggio di Nicolas Cage, costretto a una missione in stile Suicide Squad dal Governatore, interpretato da  Bill Moseley, deve farsi strada in un mondo multietnico di freaks, in cui l’individualismo del popolo assoggettato è annullato e, ad eccezione dei capi e tiranni, tutti parlano per coscienza collettiva. 

    Da questo miscuglio di citazioni e generi, Sono costruisce un film miracolosamente riuscito, in cui a momenti di grande ilarità si alternano scene di grande tensione e momenti sinceramente commoventi, a dimostrazione del talento del regista giapponese nel gestire una materia così complessa. L’entrata a Ghostland in particolare, risulta essere un piccolo gioiello all’interno della pellicola, in cui Sono può dare sfogo a tutta la sua fantasia nella costruzione di questo strano mondo.

    Se a primo impatto il film può sembrare puro barocchismo, in realtà l’opera nel complesso risulta essere molto più intelligente. Il regista sfrutta la storia surreale per criticare  l’ingerenza statunitense nel mondo giapponese, alternando frecciatine dirette (il “bring the America” del Governatore per indicare “porta i soldi”, ricchezza che nella storia risulta essere fittizia) a riferimenti importanti riguardanti lo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, a dimostrazione di come sia un argomento ancora davvero sentito nel Paese del Sol Levante. Il nuovo Giappone per Sono può nascere solo dall’espiazione della colpa statunitense (incarnata metaforicamente dal personaggio di Nicolas Cage) di aver utilizzato gli ordigni atomici  e dalla contaminazione tra l’America e il mondo orientale, ma non dalla conquista di quest’ultimo da parte della prima.  Fino a questo momento il tempo resta bloccato e i fantasmi del passato impediscono alla popolazione di Ghostland di progredire, nel timore che il doomsday clock possa ricominciare a scorrere e portare a una nuova apocalisse, omaggio oltre che all’oggetto reale anche al medesimo presente nella graphic novel Watchmen di Alan Moore.

    Tanti concetti messi in scena con maestria da Sono, con una regia solida, un comparto attoriale in perenne overacting, aspetto coerente con le altre componenti del film, con Nicolas Cage che interpreta se stesso e una sempre brava Sofia Boutella, una curatissima fotografia, delle ottime musiche e delle scene di combattimento coreografate magnificamente.

    Se siete in cerca di montagne russe scritte con intelligenza, questo film fa decisamente per voi.

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  • RECENSIONE I’M YOUR MAN – AUTOMI CHE AMANO LE DONNE

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    Alma (Maren Eggert) è un’archeologa quarantenne che vive sola e lavora come ricercatrice al Pergamonmuseum di Berlino, dove studia le antiche forme di scrittura della civiltà persiana. Con la promessa di vedersi destinati dal suo capo alcuni fondi per una spedizione, unica single tra i dipendenti, è invitata a prender parte a un curioso esperimento sociale: dovrà trascorrere tre settimane in compagnia di un (fin troppo) premuroso e attraente robot umanoide installato in casa propria, Tom (Dan Stevens, il Matthew Crawley di Downton Abbey), messo a punto con sofisticati algoritmi per essere il partner perfetto e soddisfare ogni esigenza affettiva della donna, la quale, al termine del periodo di prova, dovrà stilare un bilancio di valutazione del consorte. La forzata convivenza tra Alma e Tom produrrà equilibri imprevisti e insospettabili affinità tra i due. 

    Centrato più sulle dinamiche di corpi estranei e sconosciuti che si avvicinano, si studiano e negoziano spazi, e su desideri ed esigenze nel nido domestico, piuttosto che sulle classiche leggi della robotica al cinema, I’m Your Man (Ich bin dein Mensch) della tedesca Maria Schrader (regista della serie Unorthodox) accantona presto la premessa fantascientifica e le implicazioni tecnologiche sull’artificiale, senza mai caricare l’impianto di futuribili suggestioni visive e apocalittiche. Ci troviamo, senza troppi scompensi immaginativi, nel mezzo dell’intima e prosaica attualità del quotidiano. Nel taciturno, nevrotico e frettoloso vivere contemporaneo. Fatto di alienazioni abilmente mascherate nella routine lavorativa, esistenze segnate e solitarie, traumi non esorcizzati, sentimenti repressi e trattenuti nella comfort zone, dietro le porte degli appartamenti (singoli) chiuse in faccia al pressante e competitivo giudizio degli altri. 

    La riflessione sul contatto, le interazioni e le influenze tra umano e artificiale, lungi da investire robuste speculazioni filosofiche a cui molta sci-fi iconica ci ha abituato, riguarda qui la comune e più ristretta dimensione delle sfuggenti e precarie relazioni sentimentali. Diventate così complicate e inaccessibili da rendere necessario un blind date a tavola con un adone sintetico come Tom, all’interno di un’elegante e affollata sala da ballo in cui Alma si trova circondata da una miriade di coppie di ologrammi, che simulano complicità e mimano tentativi di seduzione: il set artefatto per il suo appuntamento, il fondale senza materia di una modernità sussiegosa e anaffettiva che al tocco si dissolve, e che senza la stampella del simulacro non sembra più capace di vero slancio poetico, del gesto impulsivo come dono gratuito, del gusto del gioco e dell’effusione amorosa oltre gli affettati protocolli sociali. 

    Può essere definita reale la felicità nonostante la consapevolezza che essa derivi da un qualcosa di artificiale? Maria Schrader è molto abile e mai troppo banale nel dirigere dialoghi nella penombra o in piena luce, nell’alternanza dei duelli e degli scontri dialettici tra Alma e Tom, giocando su incroci ed inversioni delle due specie sotto il tetto: l’algida e laccata corazza di infallibile calcolatore e uomo perfetto, programmato al millimetro, che riveste Tom si apre poco a poco ad includere reazioni e dolori umani (fino a dare forma e concretezza a un falso ricordo di un amore infantile vagheggiato da Alma). Mentre la bravissima Maren Eggert, volto da diva del cinema muto, con la sua durezza di lineamenti teutonici e la sua dolcezza istintiva, nella freddezza guardinga e spigolosa della sua interpretazione distaccata – che incarna la somatizzazione di un profondo trauma – sembra essere il vero robot che deve sciogliere il suo involucro e riabbracciare calore e sensibilità. 

    Nell’approfondirsi del rapporto con Tom, Alma fa così la stessa (ri)scoperta della dimensione umana, espressiva e creativa che il suo lavoro al museo tenta di portare alla luce nelle antiche scritture: attestando la presenza, presso le civiltà premoderne, delle invenzioni linguistiche e delle metafore poetiche al puro servizio del sentimento, al solo scopo di gioirne e goderne in sé, oltre i codici ufficiali e la ratio impersonale delle tavole marmoree. Una traduzione di segni emotivi, in un parallelo tra il passato arcaico da decifrare e un presente altrettanto illeggibile, che sembra ricalcare il rapporto tra il Mito e la sua attualizzazione in Undine (2020) di Christian Petzold: altra recente favola romantica sui generis del cinema europeo, che come I’m Your Man segue il percorso esistenziale della protagonista femminile (là una guida turistica, qui un’archeologa) tra una mutevole geografia berlinese (là il Märkisches Museum tra plastici architettonici e planimetrie, qui statue e reperti del Pergamon) in bilico tra natura e cultura, razionalismo scientifico e passioni disordinate, verità interiore e falsi idoli della tecnica. 

    Tra una bella sequenza in notturna nelle sale del Pergamonmuseum a luci spente, e qualche veniale sbandamento (la stucchevole parentesi idilliaca con Tom attorniato dai cervi nel bosco, e la corsa a piedi nudi sull’erba), la Schrader compone un’intelligente ipotesi di bromance come riscoperta del sé e delle proprie potenzialità affettive, un vulnerabile melodramma da camera doppia sussurrato in toni lievi ed ipnotici che, se proprio non rivoluziona il discorso sui corpi artificiali del cinema, riuscirà almeno a riparare i pezzi di qualche cuore malandato, senza bisogno di troppi algoritmi e ricambi meccanici. 

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  • RECENSIONE VENOM 2: LA FURIA DI CARNAGE – UN FILM FUORI TEMPO MASSIMO

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    Dopo il grande successo dei cinecomic e, in particolare, del personaggio di Spiderman, l’arrivo di Venom, suo acerrimo nemico nella versione cartacea, era inevitabile. Arrivò così il 2007, anno in cui uscì il terzo capitolo della trilogia dedicata all’arrampica muri diretta da Sam Raimi, pellicola che inizialmente doveva vedere nel personaggio di Sandman (Uomo Sabbia per la nostra penisola) il nemico principale, ma in cui la produzione inserì a forza proprio il simbionte alieno per creare “ciò che i fan avrebbero voluto”. Purtroppo tutti sappiamo come questa manovra causò al film diversi problemi, trasformandolo da “capitolo preferito per i fan” al “capitolo che i fan vogliono dimenticare”. Con l’addio di Raimi e la creazione di una nuova serie di film dedicati all’universo Amazing, il personaggio di Venom venne lasciato da parte.  Fino al 2018, quando un nuovo film raggiunse le sale e a sorpresa di tutti si trattava di una pellicola stand alone dedicata al simbionte, che non era il villain, bensì il protagonista delle vicende.

    La pellicola fu un enorme successo di pubblico, ma non si trattava certo di ciò che la gente si aspettava: Venom non era più un villain, bensì un antieroe caratterizzato da un carattere molto più scherzoso della sua controparte cartacea. Un cambiamento che molti fan faticarono a digerire, creando schieramenti opposti tra chi apprezzava la pellicola ed il cambio di toni e chi invece accusava Sony di aver rovinato il personaggio nel tentativo di creare il loro “Deadpool” personale. 

    In questa battaglia si inserisce poi la critica specializzata, che critica aspramente la pellicola, bocciandola su quasi tutti i fronti.

    Ma le critiche passarono presto in secondo piano, visto il più che positivo esordio ed il grande successo al botteghino che sarebbe continuato per parecchie settimane. Notizie estremamente positive per i produttori, che cominciarono a vagliare la possibilità di creare un loro universo condiviso (formato da diversi antieroi dei fumetti Marvel) e di dare un seguito al film. Si arriva così all’autunno 2021, in particolare al mese di ottobre, nel quale è arrivato in sala il nuovo capitolo dedicato a Venom, questa volta caratterizzato dalla presenza di un altro famoso simbionte: Carnage. Purtroppo però, non tutto è andata per il verso giusto ed il film che è arrivato nei cinema è tutt’altro che il seguito sperato. Vediamo quindi dove la pellicola ha sbagliato questa volta.

    UN FILM SENZ’ANIMA

    La pellicola inizia poco dopo la fine del capitolo precedente: Eddie Brock (Tom Hardy) e Venom condividono la loro vita, caratterizzata da improvvisi sbalzi d’umore e litigi, mentre cercano di portare a termine un reportage su Cletus Kasady (Woody Harrelson), serial killer rinchiuso in carcere e che, per qualche misterioso motivo, sembra avere un’ossessione proprio per Brock. Dopo alcune sequenze che mettono ben in chiaro l’intenzione di creare un’atmosfera chiaramente scanzonata e tutt’altro che seria, entra in scena il personaggio di Carnage, il quale da inizio alla sua carneficina attirando, però, su di sé l’attenzione di Venom.

    Non approfondisco ulteriormente la trama della pellicola poiché quasi nient’altro è presente nel film, soprattutto a causa di una scrittura che probabilmente non sapeva proprio cosa raccontare. Le vicende che dovrebbero portare la trama ad una vera e propria partenza non generano altro che caos, dovuto alla struttura del racconto. Se inizialmente il film si presenta come un poliziesco con elementi da film di supereroi, magari un po’ scanzonato, continua invece presentando una sequenza di gag quasi sconnesse tra di loro, nel quale lo spettatore fatica a trovare un nesso logico o un collegamento e che, inoltre, finiscono per creare in lui un senso di disagio ed imbarazzo (cringe, usando un termine del web). Questo anche perché tutti i personaggi risultano eccessivamente stereotipati e sono caratterizzati da comportamenti talmente assurdi da risultare fuori luogo perfino in un film di questo genere.

    Le scene di combattimento vengono relegate ad una decina di minuti per la prima ora della pellicola e vengono affidate esclusivamente al personaggio di Carnage, in quanto Venom non è protagonista di nessuna scena d’azione fino allo scontro finale, estremamente confusionario sia a livello registico (firmate da un Andy Serkis estremamente moscio e fuori forma) che a livello di gestione dei personaggi e dei loro rapporti di potere e che arriva decisamente troppo presto, rimarcando come il film abbia dei problemi di gestione dei tempi. Continuando sull’aspetto visivo bisogna inoltre sottolineare come la CGI funzioni finché nascosta dalla fotografia particolarmente scura della pellicola, poiché quando interagisce con l’elemento umano in live action mostra pesantemente il fianco.

    Risulta doveroso spendere due parole sulla scena post-credit della pellicola (saranno quindi presenti spoiler in questo paragrafo. In caso non siate interessati all’analisi della scena in questione potete saltare direttamente alle conclusioni), con cui non solo ci viene introdotta la questione della vastissima conoscenza di cui dispongono i simbionti, ma che soprattutto catapulta (letteralmente) Eddie e Venom dentro l’MCU portando a pensare alla presenza dei due nello Spiderman: No Way Home in arrivo a dicembre. Resta comunque da scoprire se si tratterà soltanto di un breve cameo o di un ruolo importante all’interno della pellicola, valutando anche l’ipotesi di una possibile riscrittura del personaggio vista l’atmosfera estremamente seria che sembrava caratterizzare il trailer del film uscito negli scorsi mesi.

    CONCLUSIONI

    Con questo seguito, Sony presenta al pubblico un film pieno di problemi, a partire dalla scrittura delle vicende che si risolvono in una sequela di gag particolarmente sconnesse tra loro e che termina in uno scontro finale che arriva troppo velocemente e caratterizzato da una grossa confusione sia a livello di scenografie che a livello registico, con il quale Andy Serkis raggiunge il suo risultato peggiore. Una pellicola che ridicolizza eccessivamente tutti i personaggi ed in primis Venom, mettendo loro in bocca battute pessime e spesso cringe, che portano lo spettatore in un costante senso di imbarazzo. Una pellicola che sembra essere nata fuori tempo massimo, che poteva forse funzionare negli anni ’90, ma sicuramente non oggi e non dopo lo standard fissato dai numerosi cinecomic usciti in questi anni.

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  • RECENSIONE THE LAST DUEL DI RIDLEY SCOTT

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    1977, Festival di Cannes. Ridley Scott vince il premio per la miglior opera prima con I Duellanti, film in costume ambientato nella Francia napoleonica che racconta la rivalità decennale tra due nobili ufficiali della Grande Armée. Con  questo esordio folgorante, che lancia la carriera del regista inglese e lo rende immediatamente uno dei nomi più in vista del panorama hollywoodiano, Scott apre un percorso che avrebbe continuato in futuro con pellicole come Le Crociate – Kingdom of Heaven, Il Gladiatore e Robin Hood, e che porta avanti ancora nel 2021 con The Last Duel, che pare davvero chiudere – molto romanticamente – un cerchio iniziato, appunto, con un duello. Nonostante il regista britannico sia noto per la sua versatilità, avendo affrontato molti generi nel corso della sua lunghissima carriera, si può affermare tranquillamente che questo tipo di racconto storico sia tra i filoni di maggior  successo dell’intera produzione scottiana e che con questo The Last Duel ci si trova di fronte a uno dei prodotti più convincenti e riusciti della filmografia post-2000 del regista

    Il film, che racconta la storia vera di un processo e del Duello di Dio (l’ultimo legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo) che ne conseguirà, presenta la vicenda attraverso il punto di vista di tutti e tre i personaggi principali, ovvero l’accusatore Jean de Carrouges (Matt Damon), l’accusato Jacques Le Gris (Adam Driver) e la moglie del primo, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), vittima del delitto di violenza carnale in questione. Ciò che rende veramente notevole narrazione è che essa venga strutturata secondo la forma classica, almeno a livello di immaginario cinematografico, dei processi giudiziari: il primo atto rappresenta l’arringa dell’Accusa, il secondo quella della Difesa e il terzo la deposizione del testimone chiave, che sfocia poi nella Sentenza-Duello finale. 

    Questa costruzione dell’intreccio funziona perfettamente senza risultare pesante o ridondante e permette allo spettatore di rivivere le stesse sequenze più volte, notando tutti i piccoli cambiamenti causati dalla distorsione della percezione e della memoria di chi racconta. 

    Nel realizzare questa struttura narrativa, che sulla carta sarebbe potuta apparire eccessivamente ripetitiva, Scott è aiutato da un cast stellare in ottima forma: Jodie Comer ruba indubbiamente la scena, regalando un’interpretazione straordinariamente intensa, soprattutto nella seconda parte della pellicola, e affermandosi come vera e propria protagonista morale della storia. Notevole anche la prova attoriale di Ben Affleck nei panni del Conte Pierre, un personaggio davvero ben scritto: tragicomico, a tratti grottesco, funziona molto bene e dà respiro allo spettatore, spezzando il tono drammatico del film. 

    Valutazioni opposte, invece, per quanto riguarda i due rivali: se Matt Damon riesce ad essere in parte dall’inizio alla fine, fornendo nel complesso un’ottima interpretazione, lo stesso non si può dire di Adam Driver, che nonostante abbia sicuramente il physique du role giusto, risulta il meno convincente del quartetto. 

    Per quanto riguarda il comparto tecnico, Ridley Scott si conferma una garanzia di qualità per quanto riguarda la messa in scena che è, come al solito, eccezionale, dimostrando ancora una volta il suo incredibile talento visivo. 

    La fotografia è eccellente e coerente con le ambientazioni: tutti gli esterni presentano colori fortemente desaturati, in cui sono i toni dei grigi e dei blu a farla da padroni, in un paesaggio costantemente gelido e innevato (chi scrive, dopo mezz’ora di film, si è dovuto rimettere la giacca come “percependo” il freddo trasmesso dalle immagini) che contrasta fortemente, però, con gli interni illuminati da calde e morbide luci di candele e camini. Oltre alla direzione della fotografia magistrale di Dariusz Wolski, però, è necessario lodare anche il reparto scenografico, che riesce a creare degli ambienti estremamente dettagliati e credibili, che trasportano immediatamente lo spettatore nel mondo medievale del XIV secolo, anche grazie a straordinarie vedute in esterna ricostruite in CGI, che restano sempre coerenti con il lessico visivo del film ed evitano quel fastidioso effetto “videogioco” a cui, purtroppo, si assiste ormai troppo spesso. 

    Ciò che, però, rende veramente notevole a livello tecnico questa pellicola sono le scene di combattimento, girate con una sicurezza e una maestria che pochi altri registi oltre a Scott possono vantare.

    Prendendo a piene mani dalle sue fatiche precedenti (su tutte Il Gladiatore e Le Crociate), il regista regala sequenze di guerra davvero strabilianti, la cui unica pecca è – forse – la durata troppo breve, in quanto del materiale così ben diretto avrebbe meritato sicuramente qualche minuto di schermo in più. Minuti che non vengono lesinati, invece nella scena finale del duello, certamente una delle migliori del film e, probabilmente, una delle migliori sequenze di combattimento viste in un prodotto audiovisivo negli ultimi anni, nella quale Scott riesce a far immergere totalmente lo spettatore in uno scontro terribile, facendo percepire tutta la fatica dei duellanti, il peso delle armature in ferro, la violenza dei colpi di spada e ascia, mantenendo costantemente altissima la tensione e il pathos che una sequenza del genere comporta. 

    Oltre alle grandissime scene che possono essere definite d’azione, la regia risulta molto efficace anche nelle sequenze più intime e drammatiche, che colpiscono quando devono colpire ed emozionano quando devono emozionare.

    Per quanto riguarda, invece, il contenuto tematico dell’opera, il film si fa notare per l’importanza e l’attualità del messaggio e per il coraggio nel raccontarlo, senza risultare mai retorico o inutilmente didascalico. In una Hollywood scossa, ormai da qualche anno, dal caso Weinstein e dalla nascita del movimento MeToo, Scott e i suoi sceneggiatori (gli stessi Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener) realizzano una pellicola che punta dritta al cuore della questione, raccontando una storia che, prima che una dichiarazione politica, è un dramma fortemente umano, che problematizza alcuni tra i temi chiave della società contemporanea, in cui spesso le vittime di abusi e violenze vengono colpevolizzate e inquisite. 

    The Last Duel, in sintesi, ricorda al mondo come ancora oggi, purtroppo, ci voglia un coraggio eroico per denunciare, nonché forza e caparbietà per ottenere giustizia, e come chiedere a una vittima di stupro cosa indossasse, che cosa avesse bevuto o se possa aver in qualche modo provocato il suo aguzzino restino domande medievali, che non dovrebbero più essere poste nell’Anno del Signore 2021 d.C. 

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  • RECENSIONE TRE PIANI DI NANNI MORETTI – SENZA PROFONDITÀ NÉ ANIMA

    Dopo l’esordio nel 1978 con Ecce Bombo, dopo il Premio alla Regia ricevuto nel 1993 con Caro Diario e la Palma d’Oro conquistata nel 2001 con La Stanza del figlio (con un Mulholland Drive che ancora grida vendetta), Nanni Moretti torna a Cannes con il suo primo film basato su soggetto non originale, nella fattispecie il romanzo omonimo di Eshkol Nevo, composto da tre drammi borghesi ambientati nello stesso condominio, situato ovviamente a Roma, quartiere Prati. Vittorio e Dora (Nanni Moretti e Margherita Buy) sono due professionisti alle prese con il figlio fresco colpevole di omicidio stradale; Monica (Alba Rohrwacher) è una neo-mamma che soffre per la lontananza continua del marito (Adriano Giannini), per gli spettri del passato e la paura di impazzire come sua madre; Lucio (Riccardo Scamarcio) sospetta un possibile abuso subito dalla figlioletta ad opera del vecchietto vicino di pianerottolo che se ne prende cura quando i genitori non ci sono.
    Tre vicende estremamente drammatiche che non vengono né smorzate dalla consueta ironia morettiana (anzi di morettiano forse ci sono solo i maglioni a collo alto e il tango illegal sul finale) né supportate da una narrazione coinvolgente, complice anche un cast di assoluto spessore in cui nessuno degli attori riesce a fornire un'interpretazione all'altezza della propria carriera. 

    Le figure femminili risultano assolutamente presenti in funzione dell'uomo, anche quando questi è assente, e magari ciò dovrebbe essere propedeutico all’obiettivo a cui tende ciascuna di loro: riuscire a vivere senza il marito, perdonare e avere un rapporto civile con il fedifrago, scegliere di dare un taglio al passato, affrontare la vita adulta. Nel caso di Monica non è nemmeno chiaro se il suo percorso sia verso la pazzia o la salute, se verso l’indipendenza personale o verso la conciliazione col marito, e la sua bizzarra ultima inquadratura confonde ancora di più il tutto.
    Il condominio probabilmente dovrebbe apparire come luogo di "prigionia"ma non è reso a pieno nemmeno dal monologo di Margherita Buy nel terzo atto. Il duplice salto temporale, 5 anni in entrambi i casi, non ci fornisce una vera evoluzione, i personaggi e il loro ambiente risultano identici sia all'interno che all'esterno (eccezion fatta per i bambini, per ovvie ragioni). L’epoca di ambientazione è sì contemporanea ma completamente slegata dalla società attuale, e non basta certo una scena a narrare il dramma dell’odio xenofobo. Il senso di giustizia, la lealtà familiare, la convivenza con il dubbio sono tutti temi che nel film vengono trattati con una sufficienza stucchevole, in una maniera che ricorda più Muccino che il Moretti che conosciamo tutti, e in questo caso è veramente difficile non restare delusi.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE ISOLATION – CRONACHE DAL LOCKDOWN

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    In cinque diversi episodi, altrettanti registi europei raccontano il primo lockdown concentrandosi su diversi aspetti. Il documentario, uscito lunedì 4 ottobre al cinema, vede uniti i lavori di Michele Placido, Julia von Heinz, Olivier Guerpillon, Jaco Van Dormael e Michael Wintebottom.

    La morte addosso – Michele Placido

    In questo primo episodio Placido sceglie di mostrare il lato più evidente e comunemente sentito di quella che è stata la quarantena di marzo 2020: l’impressione della morte che aleggia nell’aria, la solitudine, la necessità di sopperire alla mancanza della vita di tutti i giorni costruendo un legame forte con piccole abitudini come passeggiate nella natura o la ricerca di un rifugio nei monumenti e nell’arte. Il regista evidenzia l’importanza della capacità di adattarsi e di arrivare ad amare quegli aspetti della vita che non si possono cambiare per stare bene. Un tentativo che, nonostante partisse da buoni presupposti, non riesce a svilupparsi in maniera originale. Non ci si discosta troppo dalle solite immagini viste più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo quando si è tentato di descrivere questo periodo drammatico: il materiale di repertorio registrato da un cellulare che mostra le camminate solitarie di Placido, la breve intervista a Bocelli sull’amore delle proprie abitudini, scene di ospedali in crisi, del Papa e di Mattarella non comunicano niente più di quel senso di pesantezza, tedio, sofferenza e talvolta noia che abbiamo tutti già presente e di cui siamo stanchi

    Due padri – Julia Von Heinz

    Segue il racconto da parte della regista tedesca Julia Von Heinz della  peculiare maniera in cui lei ha trascorso la quarantena. In seguito alla morte del padre, il giorno prima del lockdown, Julia si era recata a casa del defunto per occuparsi di mobili e altri oggetti da spostare o gettare. Qui, aprendo il computer, rimane sconvolta da qualcosa che non avrebbe mai sospettato: l’omosessualità del padre. Il suo periodo di quarantena quindi è stato un viaggio verso la conoscenza di questo aspetto del suo genitore, tramite messaggi ad altri membri della comunità gay di cui quest’ultimo faceva parte, e confronti con il regista Rosa von Praunheim. L’obiettivo di Julia è quello di raccontare schiettamente tutta la verità, per cancellare i sentimenti di vergogna e disagio che pensava suo padre potesse aver provato. Intenzioni nobili sicuramente che forse però sfociano un po’ nell’indiscrezione. Dai suoi racconti si percepisce un uomo, suo padre, molto timido e riservato, ma non necessariamente schiavo di un timore e un imbarazzo di sé tale da rendere necessario combattere in questo modo. Presentando del materiale pornografico gay che aveva per protagonisti due ragazzi giovani la Von Heinz voleva tentare un impatto visivo forte e significativo ma non riesce spesso a raggiungere quel grado di delicatezza tale da raccontare con tatto un tema così sensibile. Un racconto comunque meno banale di quello di Placido.

    Liberty, equality, immunity – Olivier Guerpillon

    Il terzo episodio costituisce il gioiello del documentario: Guerpillion non ha niente a che fare con le atmosfere pesanti evocate dai suoi colleghi. Per narrare una vicenda drammatica come la prima ondata di coronavirus appare quasi scontato adottare toni gravosi e angoscianti. Il regista francese si dimostra quindi originale sia nelle tematiche scelte che nel modo di raccontarle: con ironia e leggerezza descrive come la Svezia (paese in cui si era trasferito da tempo) aveva affrontato il mese di marzo 2020. Con frammenti di film di Bergman ed estratti di diversi contenuti mediatici offre simpatici spunti di riflessione non solo su come ci si sarebbe dovuti comportare e su quanto è invece accaduto (ricordiamo che la Svezia è stato il paese europeo con le norme meno severe per il contenimento del virus), ma anche sul popolo svedese e i suoi comportamenti abitudinari. Un punto di vista diverso e interessante, di gran lunga il migliore dei cinque.

    Mourning in the time of Coronavirus – Jaco Van Dormae

    Il regista belga sceglie di condividere il dramma della morte del padre di sua moglie, concentrandosi su una delle situazioni più tristi della quarantena: gli anziani nelle case di cura. Michèle Anne non aveva potuto vedere suo padre nei suoi ultimi giorni di vita perché le misure di sicurezza avevano imposto la chiusura delle case di riposo, aumentando di molto il senso di solitudine e di abbandono già di per sé spesso presente in questi luoghi. Giocando con i colori Van Dormae predilige il bianco e nero e inquadrature statiche con una musica struggente di sottofondo. Disorganizzazione e panico vengono messi in evidenza con materiali di repertorio di interviste a politici ed esperti. Una vicenda toccante che non poteva essere descritta diversamente ma ancora una volta rimane ancorata a parametri ben definiti (senso di angoscia e pesantezza, musica melodrammatica, scene di persone che comunicano tramite videochiamate, interviste televisive) da cui solo Guerpillion riesce ad affrancarsi.

    Isolation – Michael Winterbottom

    Un altro interessante punto di vista è quello del regista inglese Michael Winterbottom, che racconta la storia di Eglantina e suo figlio Alvin, due richiedenti d’asilo in Inghilterra. Neanche in questo caso ci si discosta dalle atmosfere gravose; tuttavia, a livello di contenuti l’episodio non risulta scialbo o insulso. 

    Il limbo in cui i richiedenti d’asilo si trovano può durare a volte anche anni, senza possibilità di lavorare o studiare. Questo dramma è stato ovviamente intensificato dalla quarantena. Eglantina e suo figlio hanno vissuto segregati in una stanza con cucina condivisa, tenendosi in contatto con parenti che non vedevano da molti anni solo tramite videochiamate. Angosciante ma con una storia che merita di essere ascoltata.

    A più di un anno distanza dai fatti raccontati è importante ricordare quanto avvenuto e non smettere di provare empatia, tuttavia Isolation è un lavoro che, nonostante gli ottimi presupposti, non riesce a svilupparsi come potrebbe. Un vero peccato.

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  • RECENSIONE RESPECT – RITRATTO CONVENZIONALE DI UNA DONNA ECCEZIONALE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Era solo questione di tempo prima che anche Aretha Franklin ricevesse il trattamento “biopic musicale” – ritornato in auge negli ultimi anni con film quali Bohemian Rhapsody e Rocketman – che consente di (ri)scoprire un’icona musicale ascoltando una selezione di canzoni storiche, reinterpretate per l’occasione, e allo stesso tempo di studiare la persona dietro l’artista. É proprio questo il filone che segue anche Respect, film finito in development hell per alcuni anni e per il quale è stata coinvolta in fase di pre-produzione anche la stessa Aretha Franklin, prima della sua scomparsa nel 2018.

    Figlia di un pastore battista, Aretha Franklin (Jennifer Hudson) cresce in una casa che vive pienamente il fermento culturale dell’epoca così come le battaglie per i diritti civili degli afroamericani. La casa di famiglia che vanta ospiti illustri come Sam Cooke e Duke Ellington, l’amicizia con Martin Luther King Jr e gli appassionati discorsi del padre C.L. (Forest Whitaker). Il film documenta la vita e la carriera artistica della Regina del Soul, dagli anni ‘50 fino al 1972, anno di uscita dell’album gospel Amazing Grace, uno dei suoi più grandi successi. Una vita travagliata e una carriera musicale impareggiabile che, tuttavia, sono state raccontate nel modo più prevedibile e didascalico possibile.

    Respect è un biopic che segue quasi tutti i passaggi obbligati del genere: formazione, ascesa, caduta, redenzione di una leggenda musicale si susseguono con una prevedibilità che fa tenerezza da quanto è stereotipata. I lati oscuri della protagonista (l’alcolismo, le sue insicurezze) vengono inoltre trattati in modo vacuo, quasi con pudore, senza dar loro il giusto peso. Forse solo il rapporto tormentato con il padre (Forest Whitaker) e con il primo marito Ted White (Marlon Wayans), e il suo faticoso cammino verso la consapevolezza vengono trattati con la giusta gravitas. Il fatto che un film sia basato su una vita vera non dovrebbe impedire di studiare la vicenda con uno sguardo originale o con un certo spessore, cose che qui mancano. La regia di Liesl Tommy (apprezzata regista teatrale e vincitrice di un Tony Award) è buona anche se non molto innovativa, così come il resto del comparto tecnico, dal montaggio alla fotografia: la ricostruzione storica dei tre decenni raccontati nel film è sufficientemente patinata e gradevole ma non degna di nota. Il problema è proprio nella sceneggiatura, competente a livello drammaturgico ma superficiale, che si tira indietro quando dovrebbe al contrario insistere sui temi che suggerisce. Questi difetti strutturali, oltre a far perdere ben presto interesse per delle vicende prive di mordente, schiacciano anche quello che avrebbe potuto essere il maggior pregio del film: l’interpretazione da protagonista di Jennifer Hudson. L’interpretazione infatti è molto buona, e in alcune scene fa trasparire tutto il carisma e la bravura dell’attrice vincitrice del premio Oscar nel 2007, ma si ha costantemente l’impressione che la Hudson avrebbe potuto offrire molto di più, se solo avesse avuto tra le mani un ruolo più consistente,. Occasione mancata anche qui, insomma: un cast di bravi attori cui non è stato dato del materiale all’altezza.

    L’intenzione di offrire un ritratto imparziale della persona prima che dell’artista è evidente, ma Respect finisce con l’essere fin troppo vago e convenzionale. Un biopic che può essere piacevole per scoprire un’icona della musica, ma che in definitiva non rende giustizia alla figura della Regina del Soul.

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  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

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    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

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  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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