Category: Recensioni

  • RECENSIONE MODERN LOVE (STAGIONE 2)

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    Lo scorso 13 agosto è uscita, dopo una lunga attesa, la seconda stagione di Modern Love, serie televisiva antologica targata Prime Video, che si promette di indagare le varie sfaccettature dell’amore nel mondo contemporaneo, prendendo spunto dalle storie pubblicate sull’omonima rubrica del New York Times.

    Vedere la prima stagione di Modern Love in pieno lockdown può aver contribuito ad evidenziare tutte le caratteristiche positive della serie: quell’accorpare scampoli di vita quotidiana, abbastanza originali da catturare l’attenzione per una caratteristica particolare, a volte un nucleo narrativo curioso e inusuale, o, ancora più spesso, per una maniera alternativa di raccontare una storia altrimenti uguale a tante altre, il tutto accomunato da una patinatissima estetica indie e da una malinconica leggerezza che in quel momento sapeva tanto di vita.

    Il secondo atto di questa serie antologica risulta invece parzialmente deludente.  L’idea di base vorrebbe rimanere la stessa, ma si scontra con una mancanza cronica di storie un minimo originali o di idee forti su come raccontarle. Se il primo e l’ottavo (ed ultimo) episodio della stagione si salvano puntando sul sentimentalismo e sul dramma, e le lacrime scorrono copiose, la maggior parte degli altri episodi sono più che altro inconsistenti. Il secondo episodio, La Ragazza Notturna incontra un Ragazzo Diurno, va avanti per trentacinque minuti senza che al suo interno succeda praticamente niente, mentre i due episodi dedicati all’amore adolescenziale e giovanile sono banali e simili a tanti altri teen drama, ma privi di qualsiasi tensione, sviluppo o possibilità di attaccamento nei confronti dei personaggi, vista la durata limitata. Il terzo episodio, Estranei su un treno (Per Dublino), vede protagonista le fasi iniziali della pandemia da coronavirus, che mette i bastoni fra le ruote ad un amore sbocciato durante un breve viaggio in treno, quasi fossero altri tempi; è divertente e ben scritto ma il finale talmente aperto da non essere un finale lascia l’amaro in bocca. Una parziale eccezione è rappresentata dal settimo episodio, Come mi ricordi, breve ed efficace nel ripercorrere, nel tempo di un fugace incontro in strada, gli stadi iniziali di una frequentazione fra due ragazzi mai trasformatasi in relazione vera e propria, alternando in stile Rashomon il punto di vista dell’uno e dell’altro protagonista, in quello che è l’episodio che più riesce a ripercorrere il solco della prima stagione.

    Altro elemento che rende questa seconda stagione più debole della prima è la mancanza dell’elemento unificante di New York come setting e sfondo di tutte le storie precedentemente raccontate, che nella città si intrecciavano, e che l’avevano resa l’ulteriore e onnipresente protagonista della serie, in una maniera che ricordava un po’ il ruolo assunto dalla stessa città nel classico delle commedie romantiche Harry ti presento Sally. La mancanza di questo filo conduttore toglie alla seconda stagione un ulteriore elemento caratteristico, rendendo i vari episodi una raccolta di mediometraggi privi di qualsiasi elemento che li unifichi fra loro.

    Si cerca quindi di riprendere i fattori che avevano fatto il successo della prima stagione, ma la mancanza di alchimia generale fra di essi non fa scoccare quella scintilla che tanto ci aveva fatto emozionare, e lo spettatore raramente riesce ad accedere a quella strana evasione nella malinconia che probabilmente si aspettava di trovare.

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  • RECENSIONE EVANGELION: 3.0+1.0 THRICE UPON A TIME – LA FINE DI UN VIAGGIO

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    Parlare di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non è un impresa facile e soprattutto non è possibile farlo senza tirare in ballo il mondo intero di Neon Genesis Evangelion, creato da quel folle visionario di Hideaki Anno. Un mondo, limitandoci alle sole opere cinematografiche/seriali, costituito dalla serie originale di 26 episodi, due film di cui uno dedicato alla conclusione della serie e 4 film che compongono la Rebuild, una nuova storia, che parte dallo stesso incipit della serie e poi devia in un nuovo percorso narrativo che culmina con la pellicola di cui andiamo qui a parlare, che risulta essere impossibile da comprendere senza la visione dei film precedenti, essendone un seguito diretto. Il concetto di finale per i fan di Evangelion è sempre stato problematico: se il finale della serie risultava essere estremamente astratto a causa anche del minimo budget a disposizione, il film The End of Evangelion (adorato dal sottoscritto) non era riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico, a causa anche in questo caso del delirio psichedelico messo in scena e scaturito dalla mente visionaria di Anno. Si arriva dunque dopo 26 anni dalla serie originale a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il finale della Rebuild, film lungamente atteso e di lunghissima gestazione a causa anche della crisi personale di Anno che ha portato ad un rigetto verso l’animazione e verso il mondo stesso di Evangelion.

    Si riparte dunque da dove eravamo rimasti alla fine del precedente Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo.  In seguito al Fourth Impact, rimasti senza i loro Evangelion, Shinji, Asuka, e Rei cercano rifugio nei desolanti e rossi resti di Tokyo-3. Ma il pericolo della fine del mondo è ancora lontano dall’essere scomparso. Un nuovo Impact sembra arrivare all’orizzonte e sarà quello che porterà alla vera fine di Evangelion.

    Il film  si presenta quasi subito come diverso rispetto agli altri componenti della tetralogia, prima di tutto nella durata, decisamente più lunga, e nel ritmo, molto più rilassato nella prima metà, con atmosfere più serene e a tratti bucoliche, lontano dalla frenesia che ha sempre caratterizzato tutto il mondo di Evangelion. La pellicola, realizzata con un misto tra CGI e tecnica di disegno tradizionale, raggiunge una magnificenza visiva mai ottenuta in nessun altro prodotto legato a questo brand e riprende dai film precedenti il gusto per le scene di azione esagerate e altamente spettacolari, caratterizzate da una regia estremamente dinamica e mai così ispirata, eliminando la messa in scena confusionaria riscontrata a tratti negli altri capitoli della tetralogia. Anno, da buon cinefilo, omaggia apertamente numerose pellicole, come Matrix, PaprikaThe Truman Show, e registi come Cronemberg e Kubrick, con alcune sequenze psichedeliche ispirate direttamente a 2001: Odissea nello spazio, o addirittura pittori come Magritte, aprendosi sul finale anche al metacinema. Visivamente omaggia anche il vecchio ciclo di Evangelion, con inquadrature riprese esattamente dal folle The End of Evangelion, e lo stesso finale della serie originale, con intere scene realizzate con bozze di disegni, che nel passato erano state utilizzate per mancanza di budget e in questo caso vengono trasformate in un mezzo cinematografico per rappresentare i ricordi, vaghi e meno dettagliati esattamente come nelle nostre menti, o per rappresentare il concetto stesso di creazione, di genesi del mondo, similmente al processo creativo con cui avviene la realizzazione di un’opera d’arte.

    Una delle forze principali del mondo di Evangelion è sempre stata la costruzione della narrazione sulla base di argomenti complessi, dalla religione alla psicologia, alla crescita di ragazzi a cui è stata rubata la naturale maturazione da adulti egoisti, uniti con il puro cinema di intrattenimento. Questo ha sempre portato con sé una notevole dose di spaesamento nello spettatore, in quanto la narrazione e lo sviluppo del mistero non avveniva mai in maniera perfettamente comprensibile, con la chiarezza espositiva spesso sacrificata sull’altare della spettacolarità visiva. Quest’ultima pellicola continua in questo percorso, facendoci perdere in questo enorme e complesso mondo costruito da Anno. Ed è proprio in questo che, secondo il sottoscritto, sta la chiave di lettura dell’intero progetto di Evangelion e che i fan più accaniti probabilmente non accetteranno mai: dopo 26 anni, possiamo tranquillamente affermare che ad Anno non interessa più di tanto far capire agli spettatori per filo e per segno tutte le informazioni con cui vengono bombardati. La cosa più importante di questa meravigliosa storia non è (esattamente come in Lost) il mistero su cui viene costruita la vicenda, ma i personaggi, i suoi meravigliosi e iconici personaggi. Tutto questo mondo non è altro che l’involucro della crescita di Shinji, Asuka, Rei (la cui parabola in questo film è da lacrime) e Misato, vero mastice che tiene insieme con forza questo mix di esplosioni, botte da orbi, angeli, Dio e Freud.  Lo stesso Gendo, il villain finale, viene umanizzato e approfondito rispetto alla storia originale e finalmente ci viene regalato il tanto atteso confronto con il figlio Shinji. 

    Questa saga Rebuild è stata una nuova occasione per tutti, per i personaggi e per Anno, che in 26 anni è cambiato come persona e come artista, ha attraversato un periodo di depressione ed è rinato, cresciuto, come il protagonista Shinji, mettendo tutto sé stesso in questa nuova epopea in qualche modo autobiografica. I Children hanno finalmente trovato il loro posto nel mondo e Anno con loro, entrando definitivamente nella storia del cinema di animazione e del cinema in generale con una delle opere più ambiziose mai realizzate. Congratulazioni Anno!

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  • RECENSIONE STAR WARS THE BAD BATCH – UNA GALASSIA FIN TROPPO FAMILIARE

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    Quello di Dave Filoni è un nome che, nel bene e nel male, è sulla bocca di tutti i fan di Star Wars: co-autore di tutte le serie d’animazione ambientate nella galassia lontana lontana (The Clone Wars, Rebels e Resistance), nonché produttore esecutivo, sceneggiatore e regista per The Mandalorian, negli ultimi anni il suo lavoro nell’universo creato da George Lucas si è concentrato sulle serie televisive in cui ha creato alcuni dei personaggi più amati del franchise.

    The Bad Batch è il proseguimento ideale di The Clone Wars, la cui eccellente stagione finale uscita nel 2020 stabiliva le basi per questo spin-off con l’introduzione dell’omonima Bad Batch, una squadra altamente specializzata di quei cloni soldato introdotti in L’attacco dei Cloni. La serie prende le mosse dall’Ordine 66 visto in conclusione della trilogia prequel: i cavalieri Jedi sono stati eliminati, Palpatine è diventato imperatore e la Repubblica sta venendo smantellata in favore dell’Impero Galattico. La Bad Batch, finita la Guerra dei Cloni, deve decidere per quale causa combattere e affrontare il tradimento di uno dei loro.

    Sul lato estetico, è tra i punti più alti mai raggiunti in una serie d’animazione occidentale. L’ultima stagione di The Clone Wars aveva già lasciato a bocca aperta per l’altissima qualità della CGI e delle animazioni, ma The Bad Batch va oltre: gli establishing shots che introducono i pianeti raggiungono livelli di dettaglio che non sfigurerebbero affatto in uno dei film Pixar degli ultimi anni. Questo aspetto non è secondario, men che meno in un franchise che fa dell’impatto visivo elemento imprescindibile del proprio world-building. Anche in questo la serie non delude: ogni pianeta presenta uno stile unico che lo rende interessante e diverso dagli altri, ed è ricco di personaggi secondari e specie aliene uniche. L’atmosfera avventurosa di Star Wars, insomma, si respira appieno.

    Ciò che lascia a desiderare sono i personaggi e le storie raccontate in questa stagione. Non perché la serie sia carente in caratterizzazioni o nello sviluppo della trama, ma perché non si prende nemmeno dei rischi nel portare avanti questa nuova ramificazione della saga.

    È una difficoltà insita nell’introdurre una nuova serie e nuovi protagonisti, e nemmeno The Clone Wars e Rebels sono riusciti a evitarla nelle loro prime stagioni, ma in The Bad Batch risulta particolarmente fastidiosa. Il potenziale di questo capitolo della Saga viene sfruttato solo in alcuni episodi, non a caso i migliori -nello specifico in apertura e in chiusura di stagione-: solo in questi viene esplorata appieno l’epoca di transizione, idealmente dall’epica guerriera dei prequel alle influenze western di Una Nuova Speranza, e viene pure accennata l’origine degli iconici stormtroopers visti per la prima volta nel suddetto film. Per il resto, invece, la serie si accontenta di riproporre situazioni e personaggi talmente archetipici da diventare stereotipati, a partire dalla squadra di protagonisti. 

    Non è una novità né, come si diceva, una colpa esclusiva di The Bad Batch: Star Wars, da sempre è una saga che fa delle ripetizioni mitiche uno dei suoi aspetti fondativi. Il famigerato “È come una poesia, con le sue rime” detto da George Lucas, la concezione dei film (e delle serie) come un grande poema epico fatto di rime e ricorsi della storia, è ciò che rende affascinante questo universo fantasy travestito da fantascienza. Da parte degli autori di Star Wars, tuttavia, questo mandato diventa spesso e volentieri una cattiva abitudine che fa scadere il fascino dell’archetipo nell’assenza di originalità, gli omaggi alla Saga nel fanservice fine a sé stesso. E purtroppo The Bad Batch, con tutti i suoi innegabili pregi, non fa eccezione in questo.

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  • RECENSIONE BONE TOMAHAWK – IL RINNOVO DEL WESTERN

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    Al termine della visione di Bone Tomahawk, la prima considerazione che giunge alla mente è che S. Craig Zahler è ufficialmente uno dei registi indipendenti da tenere d’occhio nei prossimi anni. Salito alla ribalta con lo splendido Dragged Across Concrete di tre anni fa, Zahler mostra sin dal suo esordio nel 2015 con Bone Tomahawk di essere capace di creare un cinema estremamente personale e focalizzato sulla creazione di personaggi iconici e al contempo realistici. Il film è ambientato nell’America di fine Ottocento, quando la tranquillità di un piccolo villaggio viene sconvolta da un inquietante accadimento notturno: un’infermiera, un criminale ferito e il giovane vice-sceriffo sono scomparsi nel nulla. A portarli via, si scopre presto, è stata una tribù di cavernicoli cannibali. Lo sceriffo e altri tre uomini, compreso il marito della donna, decidono di partire per ritrovare e trarre in salvo gli sventurati.  Sebbene l’incipit ricordi un incrocio tra Sentieri Selvaggi di John Ford e Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, il risultato finale risulta essere uno dei western più originali e riusciti prodotti negli ultimi anni. S. Craig Zahler, anche sceneggiatore del film, costruisce dei personaggi solidi, che impariamo ad amare durante la pellicola, grazie a scambi di battute che sembrano essere scritte da Tarantino e filtrate dalla sensibilità di Jim Jarmusch. Zahler riesce ad aggiungere a questa combinazione un’impronta più realistica rispetto ai due colleghi registi, creando un risultato ancora diverso, in qualche modo più umano. Questo improbabile quartetto di eroi è portato in scena magistralmente da Kurt Russell, Matthew Fox, Richard Jenkins e Patrick Wilson, che lavorano tutti di sottrazione e senza essere mai sopra le righe. Se Kurt Russell si limita a fare Kurt Russell in maniera più bonaria rispetto al solito, le due punte di diamante della pellicola risultano essere un sorprendente Patrick Wilson, che porta in scena un’interpretazione fisicamente ed emotivamente intensa, e il grandissimo  Richard Jenkins, che con la sua parlantina e i continui aneddoti fa entrare il suo Cicoria direttamente nei nostri cuori. Anche Matthew Fox, il mitico Jack di Lost, non sfigura di fianco ai colleghi e dipinge un personaggio molto più profondo di quello che può sembrare a un primo impatto. 

    A  S. Craig Zahler non basta però produrre un buon western e decide di rinnovare il genere inserendo elementi di puro horror all’interno della pellicola, con rimandi folcloristici e splatter in abbondanza, realizzato efficacemente nonostante il basso budget con effetti speciali artigianali, soprattutto nella parte finale del film. Il passaggio da un genere all’altro risulta essere naturale e mai forzato anche grazie alla presenza continua di un’ironia di fondo che permette al film di non prendersi mai troppo sul serio e di mantenere un miracoloso equilibrio, caratterizzato da un tono totalmente anticlimatico, sottolineato anche da una colonna sonora pressoché assente. Il regista, oltre a essere una penna sopraffina ed estremamente abile nella direzione degli attori, come confermato anche nel successivo Dragged Across Concrete con Mel Gibson e Vince Vaughn in grande spolvero, sfoggia anche un’ottima padronanza della messa in scena, con un ampio uso della camera fissa e di campi lunghi, che riescono a dare un’idea di grande staticità, di attesa, di frustrazione per l’impossibilità di poter salvare subito i propri cari, sfruttando pienamente lo scenario desertico in cui è ambientata la pellicola. Ed è proprio sull’attesa che è costruito il film, un’attesa realistica e opposta alla classica adrenalina hollywoodiana, esattamente come realizzato da Jim Jarmursh con il suo meraviglioso Dead Man.

    L’opera prima di S. Craig Zahler non si può definire un capolavoro, ma risulta essere una pellicola prima estremamente godibile,  originale e capace di dare nuova linfa a un genere come il western, risultato spesso stagnante negli ultimi anni, che però sta vivendo finalmente una nuova giovinezza anche grazie a opere come questa.

    Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

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  • RECENSIONE FAST AND FURIOUS 9

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    Volenti o nolenti, tutti conosciamo Fast and Furious. Partito nel 2001 come thriller poliziesco nel modo delle gare clandestine con una predisposizione verso l’azione, è riuscito a rendere iconici personaggi come il Dom Toretto di Vin Diesel ed il Brian O’Connor di Paul Walker creandosi un’enorme fan base sparsa in tutto il mondo e a produrre un franchise in continua espansione, che conta all’attivo otto capitoli ufficiali ed uno spin off incentrato sui personaggi di Hobbs (Dwayne Johnson) e Shaw (Jason Statham).

    A vent’anni di distanza dal primo capitolo e superata una pandemia, Dom Toretto è tornato nelle sale cinematografiche con il nono capitolo del franchise. Messe da parte ormai da tempo le atmosfere ed il rombo delle gare clandestine che caratterizzava i primi tre capitoli a favore dell’azione spettacolarizzata tipica delle pellicole hollywoodiane, i protagonisti della serie si ritrovano in questa pellicola ad affrontare Jacob (John Cena), fratello esiliato dalla famiglia di Dom, e la già conosciuta Cypher (Charlize Theron) in uno scontro tra passato e presente per la salvezza del mondo e dell’umanità. Tornato Justin Lin alla direzione (già regista della saga dal terzo al sesto capitolo), la pellicola cerca di presentare un misto di azione “in movimento” con inseguimenti e corse e di azione “classica” con i personaggi che si riempiono di mazzate.

    LOTTA IN FAMIGLIA

    L’introduzione del personaggio di Jacob porta il racconto ad usufruire di diversi flashback, che già dall’inizio della pellicola permettono allo spettatore di scoprire nuovi dettagli sul passato anche di Dom e Mia, soprattutto nel loro rapporto con il defunto padre e sul perché il fratello fosse finora rimasto nell’ombra. Nel presente, l’ex organizzatore di gare clandestine è ormai in “pensione” dopo gli avvenimenti del precedente film e vive una vita isolata ma tranquilla assieme alla moglie Letty (Michelle Rodriguez) ed al figlio Brian, finché alcune vecchie conoscenze non li convincono a rientrare in azione per cercare il Signor Nessuno, ora scomparso, ed un dispositivo che potrebbe porre fine all’ordine mondiale. Situazione ormai all’ordine del giorno per Dom, che però si trova presto a dover affrontare come principale nemico il fratello ed il suo socio Otto, assieme (ovviamente) ad un esercito privato composto da migliaia di uomini addestrati ed armati fino ai denti. Complessivamente, le vicende risultano abbastanza classiche, riprendendo le dinamiche ormai collaudate dai capitoli precedenti della saga. 

    Soffermandosi un po’ sui personaggi, invece, risulta palese come questo nono capitolo risulti in realtà il secondo di una (probabile) trilogia interna alla serie incentrata soprattutto sulla vita di Dominic e su chi e cosa lo circonda. Già con l’ottavo capitolo, infatti, gli sceneggiatori avevano girato le carte in tavola inserendo il suo personaggio come “villain” (anche se costretto) della storia, mostrando quindi allo spettatore lati del suo carattere e della sua personalità che fino a quel momento non erano stati così approfonditi. Qui con l’inserimento di Jacob si approfondisce ancora di più il suo stile di vita ed il modo in cui si rapporta con la sua famiglia di sangue, finora messa sempre in secondo piano da quella degli amici. Non stiamo certo parlando di un viaggio introspettivo degno di un prodotto d’autore, ma risulta sicuramente apprezzabile l’impegno per approfondire un personaggio che, diciamocelo chiaramente, vediamo soltanto come una grande massa di muscoli in quasi tutti i frangenti della saga. Come ottimo ed interessante risulta anche la scrittura di Jacob, che più che un villain è una persona che non si ferma davanti a niente pur di ottenere ciò che vuole e che compie durante un film un interessante percorso di crescita personale (vale comunque anche per lui il discorso fatto per il fratello, sottolineando però come John Cena sia riuscito a dare un’ottima prova attoriale riuscendo a rubare la scena ogni singola volta in cui compare a schermo).

    ALTI E BASSI

    La regia di Justin Lin si attesta su un buon livello ed è capace di intrattenere sia nelle scene d’azione in movimento sui veicoli ma soprattutto nei combattimenti corpo a corpo, che risultano in questo capitolo favolosi, quasi al pari di pellicole come John Wick o Atomica Bionda: ogni colpo che viene sferrato lo spettatore riesce quasi a sentirlo sulla propria pelle, eliminando completamente quel senso di finzione che spesso si incontra nei film di questo genere, e in questo la regia gioca un ruolo fondamentale, con movimenti di macchina che, anche senza essere strabilianti o far urlare al miracolo, riescono a donare dinamicità alle varie sequenze. Il tutto va però inserito in un contesto che è tutto fuorché realistico, con personaggi che saltano da altezze spropositate senza accusare il minimo dolore o che eseguono acrobazie ai limiti delle possibilità umane, senza tirare in ballo la super forza che caratterizza i protagonisti e la quasi invulnerabilità che gli permette di correre nel mezzo di una sparatoria ed uscirne illesi.

    Questo l’elemento che meno convince dell’ultima iterazione della saga, il suo essere diventato ormai “troppo”. Se nello spinoff Hobbes & Shaw  si cercava di dare una motivazione alle stranezze che succedevano nella pellicola tirando in ballo innesti e potenziamenti quasi da fantascienza, qui si propone ormai di tutto senza nemmeno fermarsi un secondo e pensare di essersi ormai portati oltre il limite. Basta citare alcune sequenze già presenti nei trailer, come l’attraversamento di un burrone attaccandosi con la macchina ad un cavo di un ponte che si sta sgretolando sotto le ruote del veicolo o il magnete che attira oggetti e veicoli facendogli sfidare le leggi della gravità. Se da un lato ciò rende il prodotto estremamente spettacolare, dall’altro rischia però di portare lo spettatore a stizzirsi in quanto troppo eccessivo e poco realistico. Preme però fare un enorme plauso alla creazione ed alla realizzazione delle scene, che la produzione è riuscita anche i questo capitolo a realizzare, ovviamente con l’ausilio di alcuni trucchi di montaggio ma limitando l’utilizzo di computer grafica al minimo indispensabile.

    CONCLUSIONI

    Per i fan della saga, tornare al cinema per godersi sul grande schermo Dom e la sua famiglia sarà uno spettacolo per gli occhi, complice una buona regia con il ritorno di Justin Lin ed una sceneggiatura che, seppur con dei limiti, riesce ad approfondire personaggi già conosciuti e ad introdurre ottimamente il fratello Jacob. Diversamente invece se non si è fan, poiché la pellicola risulta tutt’altro che perfetta ed eccede in tutto, risultando estremamente pacchiana ed assurda. Se si cerca una pellicola con cui divertirsi e spegnere il cervello, questa è sicuramente una buona scelta, anche se non risulta comunque il capitolo più riuscito della saga.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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  • RECENSIONE GUNPOWDER MILKSHAKE

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    Cosa succede se si mettono insieme Karen Gillan, Lena Headey, Carla Cugino, Angela Basset e Michelle Yeoh, le si rende dei killer (quasi) infallibili e le si inserisce in un universo chiaramente ispirato ai recenti John Wick, ma con più violenza? Si ottiene un bel mix,a volte anche un po’ confuso, di nome Gunpowder Milkshake. Chiaramente l’idea alla base del progetto, scritto e diretto da Navot Pupushado (conosciuto dai più per Big Bad Wolves  da lui stesso diretto e per cui vinse numerosi premi) era quella di creare una pellicola sulla falsa riga dell’enorme successo che fu di John Wick ed relativi sequel, creando una one army (questa volta) woman, una killer che uccide all’interno di un mondo gestito da diverse società segrete seguendo delle regole ben precise (non si può uccidere chi si vuole, ci sono alcuni luoghi dove le armi sono vietate e così via).

    La differenza chiaramente risulta nella tinta prettamente femminile che la pellicola presenta con un cast di antieroine (perdonate il francesismo) cazzutissime, ma che presentano allo stesso tempo forti ideali e sentimenti ben evidenti.

    JOHN WICK AL FEMMINILE, MA NON TROPPO

    La protagonista della pellicola è Sam, killer esperta che lavora per una società segreta composta da alcuni degli uomini più potenti del mondo chiamata The Firm e che, durante uno dei suoi lavori, finisce per uccidere le persone sbagliate, ritrovandosi una infinità di killer alle spalle ed una ragazzina di 8 anni (e tre quarti) a cui badare. Da qui la pellicola alterna scene tranquille e dialogate in cui presentare ed approfondire il mondo nel quale vivono i personaggi e le sue regole, a scene di combattimento decisamente sopra le righe e piene zeppe di sangue, discostandosi da quella corrente che si sta sviluppando negli ultimi anni e che punta a presentare combattimenti adrenalinici ma ai limiti del realismo (per non citare sempre il nostro assassino interpretato da  Keanu Reeves si possono prendere come esempi Atomica Bionda (Devid Leitch, 2017) o Tyler Rake (Sam Hargrave, 2020), che presentano combattimenti basati sulle capacità reali degli attori e quindi con un uso limitato di stuntman). Questa gestione dei combattimenti risulta al tempo stesso un punto di forza, poiché le scene risultano particolarmente divertenti riuscendo a divertire ed intrattenere lo spettatore, ma anche un punto a sfavore, poiché alla lunga rischiano di diventare eccessive. 

    A livello di scrittura, i personaggi secondari risultano purtroppo solamente accennati, sia per quel che riguarda il loro carattere sia per i rapporti con il resto dei personaggi e del mondo che sta loro intorno, rendendoli forse un eccessivamente stereotipati, soprattutto nel caso delle tre bibliotecarie decisamente troppo simili e poco diversificate tra di loro. Per quanto riguarda invece la protagonista e la madre, la scrittura risulta più curata, riuscendo ad approfondire il loro carattere e mettendo in scena un ottimo scontro “sentimentale” tra le due. 

    I villain d’altro canto risultano anche loro abbastanza anonimi, finendo per essere i classici cattivi grossi e rozzi che vogliono uccidere per sete di vendetta. Peccato soprattutto per Ralph Ineson, che si ritrova ad interpretare un ruolo per il quale è completamente sprecato.

    SANGUE AL NEON

    Il lato tecnico del film è la parte più riuscita del prodotto. La regia riesce in diversi punti a creare delle sequenze stupende, soprattutto per quanto riguarda le scene di combattimento, che risultano chiare e divertenti. In questo aiuta moltissimo la fotografia, che riempie le scene di luci artificiali ed al neon, riuscendo a spettacolarizzare in questo modo diverse sequenze di combattimento. Ottima e perfettamente inserita nel contesto è la colonna sonora, cha accompagna nella giusta maniera i vari momenti del film.

    La recitazione risulta particolarmente buona. Certo, non siamo di fronte alle migliori interpretazioni del cast, ma soprattutto dal lato dei “buoni” risulta palese come le attrici si siano divertite parecchio nell’interpretare questi personaggi. Una menzione d’onore va a tre attori in particolare: la prima è Chloe Coleman, che interpreta la bambina Emily alla perfezione nonostante la giovane età; la seconda va a Paul Giamatti, che nonostante abbia uno screen time minore rispetto ad altri colleghi riesce a mettere in scena un’interpretazione memorabile; l’ultima va alla protagonista Karen Gillan, che è riuscita a dare vita ad un personaggio “strano” ma allo stesso tempo equilibrato per il ruolo che interpreta, soprattutto grazie alle sue espressioni ed alla mimica facciale.

    CONCLUSIONE

    Nonostante l’ottimo cast che ci regala delle interpretazioni degne di nota, la seconda pellicola di Navot Pupushado si inserisce in quell’elenco di film d’azione “nella media”, che non cerca di innovare ma di divertire il pubblico, senza porsi limiti. Lo fa traendo ispirazione dai successi più recenti del genere, creando però una sceneggiatura abbastanza scialba e dei personaggi secondari e dei villain anonimi. Alza l’asticella il reparto tecnico, soprattutto grazie ad una buona regia ed una fotografia “al neon” accattivante. Si poteva certo fare di più, ma risulta comunque un film adatto per passare una serata in cui spegnere il cervello divertendosi.

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  • RECENSIONE LEGION: NON IL SOLITO SUPEREROE

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    A partire dai primi 2000, il genere cinecomic ha visto un vero e proprio rinascimento cinematografico: il genere aveva già conosciuto adattamenti di successo come Superman di Richard Donner e Batman di Tim Burton, ma è con a X-Men di Bryan Singer, Spider-Man di Sam Raimi e Batman Begins di Christopher Nolan che il genere ha saputo raggiungere un equilibrio tra autorialità e grandissimo successo di pubblico nel nuovo millennio.

    Anche il piccolo schermo è stato mezzo di storie di supereroi interessanti, soprattutto dopo la nascita del Marvel Cinematic Universe. Se la differenza di budget tra cinema e tv è vistosa, le serie tv di supereroi non hanno niente da invidiare per originalità e diversità alle loro controparti cinematografiche: ottimi prodotti tra cui la miniserie di Watchmen, sperimentazioni di successo come Daredevil e The Boys e storie più tradizionali come il franchise televisivo dell’Arrowverse, solo per citarne alcuni, dimostrano la capacità del medium televisivo di attingere a piene mani dai fumetti per creare serie di qualità.

    Creata da Noah Hawley, già creatore e showrunner della serie Fargo, Legion è l’esempio perfetto di come si possa sperimentare con personaggi e topoi del genere supereroistico ottenendo risultati sorprendenti.

    La storia segue David Haller (Dan Stevens), giovane paziente di un istituto psichiatrico che soffre di schizofrenia; nell’istituto in cui è prigioniero conosce Sydney Barrett (Rachel Keller), ragazza con fobie da contatto con cui instaura una relazione romantica. Ciò che lui stesso crede siano allucinazioni, tuttavia, scopre essere frutto di immensi poteri che vengono alla luce in circostanze tragiche: quando viene rivelata la sua vera natura di mutante, David diventa vittima di un braccio di ferro tra una sinistra agenzia governativa e un’organizzazione guidata da Melanie Bird (Jean Smart), terapista con un tragico passato che si prefigge di aiutare i mutanti come David.

    Se questa premessa vi sembra familiare non c’è da stupirsi: la serie è imparentata con il filone narrativo degli X-Men, creati da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963 e portati al cinema con successo da Bryan Singer. Nonostante le analogie tematiche (la paura per il diverso, la frattura insanabile tra singolo e società) e nonostante sia a sua volta una co-produzione Marvel Television e Fox, tuttavia, Legion non fa parte del medesimo franchise e condivide con i fumetti solo alcuni personaggi, tra cui lo stesso David (creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz nel 1985) e suo padre, il professor Charles Xavier (interpretato da Harry Lloyd nella terza stagione). Inoltre Legion segue fin da subito una strada originale, preferendo alle storie corali dei film una narrazione psicologica ricca dalle tinte surreali. Il pilot è una dichiarazione d’intenti: i primi minuti seguono la crescita di David e rendono chiaro che la serie esplora il suo punto di vista, immerge lo spettatore nella sua psiche.

    La forma della storia diventa anche il suo contenuto: allo smarrimento di David e dello spettatore contribuisce una narrazione fatta di flashback ingannatori, montaggio disorientante e pure improvvisi numeri musicali fuori contesto dall’estetica di un videoclip. Una scelta (che solo ogni tanto sfocia in un certo virtuosismo compiaciuto) accattivante e soprattutto vincente nel restituire il punto di vista frammentario e confuso di David, in un modo che spesso richiama Se mi lasci ti cancello (fonte d’ispirazione dichiarata) ed efficace anche nell’arricchire l’atmosfera surreale della serie con improvvise sferzate orrorifiche.

    Anche da un punto di vista puramente visivo la confusione viene espressa dall’assenza di precise coordinate temporali: costumi e ambientazioni sono un mix impazzito tra passato e futuro, asettiche scenografie futuristiche si mescolano a tecnologie retrò. L’utilizzo di oggetti di scena dall’estetica retrofuturistica è comune anche in altre serie cinecomic come Loki o Doom Patrol, ma in Legion la scelta è doppiamente efficace proprio perché cozza con un’ambientazione sci-fi così pulita e colorata.

    Anticonvenzionale è pure nel delineare il suo contraddittorio e affascinante protagonista: David è un mutante potentissimo ma inerme, spesso in balia di eventi che lui stesso scatena inconsapevolmente.

    Legion è quindi una serie televisiva unica, non solo nel suo genere: un pastiche di fantascienza, horror e classica storia di supereroi, che si inserisce in modo coerente nella corrente narrativa degli X-Men ma guadagnandosi una propria identità, tanto che potrebbe addirittura piacere anche ai non appassionati di cinecomics. Non resta che aspettare di vedere se Noah Hawley, dopo questo e Fargo, riesce a replicare il miracolo con la sua già annunciata serie su Alien

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  • RECENSIONE OLD DI SHYAMALAN – LA VITA E LA MORTE

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    M. Night Shyamalan. Già soltanto a nominare questo nome, i cinefili di tutto il mondo si dividono in due schieramenti: chi lo apprezza e chi lo detesta. Magari si possono trovare anche persone situate più nel mezzo, che apprezzano soltanto alcuni dei suoi film o ne salvano alcuni e ne affossano completamente altri, ma resta il fatto che se si cerca l’opinione di una sua pellicola sia in ambito di critica specializzata che di pubblico, in tutti i casi si passa spesso da opinioni estremamente positive (arrivando a definire il regista come un genio visionario e i suoi film dei capolavori) ad opinioni estremamente negative, che bocciano completamente la pellicola e tutto il suo lavoro da regista e sceneggiatore.

    Old non fa eccezione. Cercando in rete si possono già trovare opinioni completamente discordanti: chi lo ritiene uno dei migliori di Shyamalan, chi lo ritiene un prodotto pessimo di cui non si salva nulla e chi invece sta nel mezzo, salvando qualcosa e bocciando qualcos’altro. Questa recensione si posiziona in quest’ultimo blocco, vediamo perché.

    IL SOLITO CARO VECCHIO SHYAMLAN

    Come da prassi per la (quasi) totalità dei suoi film, Shyamalan non è soltanto regista ma anche sceneggiatore. Questo si nota già dall’idea alla base della storia, che sfrutta il tempo, meccanica già ampiamente raccontata e sfruttata da numerosissimi prodotti sia letterari sia audiovisivi, ma adattandola ad un contesto nuovo ed intrigante.

    I protagonisti della storia sono i componenti della famiglia Cappa, composta dai genitori Guy e Prisca (interpretati magistralmente dai rispettivi Gael Garcia Bernal e Vicky Crieps) e dai due figli Maddox e Trent, che arrivati in vacanza in un resort tropicale si lasciano convincere dal direttore della struttura a visitare, insieme ad altre tre famiglie, una spiaggia nascosta oltre le montagne. Arrivati sul luogo, i personaggi si rendono però presto conto che qualcosa di strano aleggia in quella zona, scoprendo di non poter più tornare indietro e che, rimanendo lì, invecchiano molto più velocemente del previsto.

    Questa idea, tanto semplice quanto geniale alla base della pellicola, tratta dalla graphic novel di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters intitolata “Castello di sabbia”, si dimostra in realtà un buon pretesto per mettere in scena una storia nella quale al centro dell’attenzione non è tanto l’isola in sé, quanto come le persone vivono la situazione ed interagiscono tra di loro, obbligandoli a fare i conti anche con i vari segreti che i componenti dei nuclei famigliari si tenevano nascosti tra di loro. Su questo aspetto la pellicola si prende parecchio tempo, forse anche un po’ troppo, permettendo però allo spettatore di conoscere, senza esserne annoiato, tutti i personaggi e riuscendo così ad empatizzare con loro in una situazione così surreale. Non può ovviamente mancare anche qui il classico plot twist alla Shyamalan che, nonostante sia un po’ più telefonato e semplice da intuire rispetto ad altre sue opere precedenti, fa comunque la sua figura e funziona egregiamente.

    UN RACCONTO UMANO

    Come affermato sopra, i personaggi sono il fulcro della vicenda e questi, oltre che essere scritti con grande cura e minuzia, sono soprattutto ottimamente interpretati. La scelta del cast è stata ottima, su tutti la scelta degli attori per interpretare i bambini/ragazzi che crescono in maniera estremamente rapida durante la storia. Innanzitutto a livello visivo la somiglianza tra gli attori è impressionante (ricorda in questo la cura nella scelta del cast vista nella serie Netflix Dark), permettendo quindi allo spettatore di riconoscere subito il nuovo attore come il personaggio cresciuto e riuscendo a far ulteriormente empatizzare lo spettatore nei confronti dei genitori, che vedono i propri figli cambiare davanti ai loro occhi. Come prova attoriale non si possono non nominare i Maddox e Trent “ragazzi”, interpretati da Thomasin McKenzie e Alex Wolff in maniera superba, riuscendo efficacemente a mettere in scena dei personaggi che crescono troppo velocemente, senza avere nemmeno il tempo di metabolizzare le conseguenze di questa crescita.

    A livello registico, la pellicola si attesta su un buon livello. Shyamalan non cerca di innovare la sua regia, continuando quindi ad usare i classici stilemi che lo accompagnano, con molti primi piani e movimenti di macchina molto veloci e fluidi. Se si apprezza la sua regia, in questa pellicola si rimarrà sicuramente estasiati anche dalla fotografia e dalla scenografia del film, che riescono a mettere in scena un vero e proprio paradiso terrestre che si trasforma però presto in un claustrofobico incubo.

    CONCLUSIONI

    Old  risulta essere nel bene e nel male “il classico film alla Shyamalan”, con un’idea interessante alla base, uno sviluppo dei personaggi molto marcato, con una durata forse un po’ eccessiva. Bisogna però dare merito anche alla scelta attoriale, che eleva la pellicola grazie a delle fantastiche performance sia dei protagonisti principali che dei personaggi più secondari. Se si è detrattori di Shyamalan, questa sarà un’altra volta buona per raccontare al mondo quanto sia un regista ed uno sceneggiatore incapace, mentre i fan troveranno sicuramente un prodotto che ameranno alla follia. Se ci si trova nel mezzo, il consiglio è quello di approfittare della sua presenza nelle sale per recuperarlo e magari farsi una propria idea su questo film a cui si può dire tutto, ma non che sia un qualcosa di già visto e poco originale.

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  • RECENSIONE BLACKOUT LOVE

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    Prima di poter parlare di Blackout Love bisogna capire che genere di film è. Il lungometraggio confezionato da Francesca Marino viene definito una commedia non romantica, definizione più che adatta. Questa non è una storia d’amore, ma una storia che parla dell’amore, nello specifico della parte più dolorosa di quest’ultimo, dei graffi e delle ferite che possono lasciare le relazioni. Ciò che risulta è una commedia che tende spesso ad avere picchi drammatici, e che esce quindi dai canoni della commedia romantica classica.

    Seguiamo la storia di Valeria (Anna Foglietta) che già dalle prime scene si vuole mostrare come una donna tanto forte quanto solitaria, saltando di letto in letto senza volere alcun legame e mantenendo orgogliosamente un completo controllo sulla sua vita. Ma l’unica cosa forte e ruvida è la corazza che ha costruito attorno a sé per proteggere un animo sensibile e ancora scottato dalla spiacevole fine di un grande amore. Quando si ritrova il suo ex compagno Marco (Alessandro Tedeschi) in casa dopo che l’uomo ha subito un grave incidente con conseguente perdita di memoria, a Valeria verrà chiesto di stare al gioco per evitare ulteriori shock a Marco. Riluttante all’idea di rivivere in modo fittizio una storia così dolorosa, deciderà infine di sfruttare l’occasione per attuare la sua vendetta.

    Oltre alle costante presenza di momenti drammatici in un film che sostanzialmente è una commedia, c’è anche il delineamento dei protagonisti a rendere più difficile l’immersione per il pubblico. Valeria e Marco tendono a mostrare solo i loro difetti caratteriali, che li rendono dei personaggi a volte fastidiosi e pungenti per i loro modi di fare, soprattutto quando interagiscono tra loro, rendendo lo spettatore un elemento esterno che fatica ad amalgamarsi e immedesimarsi nelle vicende.

    Ma nonostante il film prenda decisioni particolari che rendono più complessa la possibilità di immergersi nel racconto, tutto è gestito nel migliore dei modi per ottenere comunque un buon risultato. 

    Anna Foglietta ci mostra una grande prova attoriale, con una versatilità eccezionale in grado di passare senza problemi dalla spensieratezza della commedia alla profondità del dramma.

    Dal lato registico si denota la capacità di gestire questi grandi cambi di stile, mantenendo la storia un tutt’uno e coerentemente sviluppata per quanto possibile, con un lievissimo calo verso il finale che può sembrare non prenda la direzione più logica, dovuto al crescendo dei toni tragici pur restando di fondo una commedia.

    Per quanto i personaggi siano costruiti per essere distanti e in un costante conflitto interiore ed esteriore, risulta possibile empatizzare con loro. In particolare Valeria, che tenta continuamente di non mostrare le sue debolezze tanto ai personaggi quanto allo spettatore, non riesce ad evitare di nascondere un dolore a cui tutti, chi più chi meno, sono familiari per esperienze personali o vicine. Il dolore sentimentale della fine obbligata di un rapporto senza possibilità di spiegazioni, un elemento portante della propria vita che da un giorno all’altro sparisce senza motivo, lasciandoti ferito e desideroso di un riscatto per riprendere le redini della tua vita. Un riscatto che Valeria cerca disperatamente, sentendo di essere uscita sconfitta dalla rottura e privata della possibilità di esprimere le proprie opinioni al riguardo.

    Il film porta con sé un grande quesito. Quando finisce un amore c’è chi lascia e chi viene lasciato, un vincitore e uno sconfitto, oppure si vince e si perde insieme?

    Ci viene mostrato il lato peggiore dell’amore, quello che consuma, che fa nascere il risentimento, il suo essere competitivo, una corsa a chi si riprende meglio alla fine del rapporto.

    Blackout Love è un progetto coraggioso per le sue particolarità, ma che riesce ad essere interessante e a conciliare due generi che di base sono divergenti. Il film merita la visione per quanto non sia per tutti. Ma se si riesce a vedere oltre le problematiche date dall’inconciliabilità dei generi su alcuni punti, si potrà osservare un prodotto ben confezionato che vale la pena di conoscere. 

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