Category: Recensioni

  • RECENSIONE SHIVA BABY

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    Nella tradizione ebraica, lo Shiva è il periodo di sette giorni di lutto in cui i parenti stretti, dopo una sepoltura, si riuniscono per il cordoglio nella dimora del defunto, tra preghiere, banchetti commemorativi e familiari in visita. Nel corso di questo rituale sociale, lungo un’unità di tempo e luogo di poco meno di ottanta minuti, si svolge la vicenda di Shiva Baby (2020), opera prima della canadese Emma Seligman, che esordisce nel lungometraggio espandendo il suo omonimo corto del 2018 (presentato come tesi di laurea alla New York University). Protagonista, in entrambi i casi, la venticinquenne attrice e stand-up comedian statunitense Rachel Sennott, fattasi un nome come caustica battutista su Twitter, in un live-show su Instagram e nella webserie – da noi inedita – Ayo and Rachel Are Single (a occhio, un talento promettente)

    Seguiamo dunque le traversie di Danielle, spigliata studentessa incerta sul futuro e in crisi di identità, che, all’insaputa di tutti, lavora come sugar baby per maturi clienti in cambio di soldi e costosi regali. Dopo un appuntamento, recandosi di malavoglia a uno Shiva nei sobborghi di Brooklyn in compagnia dei genitori, distante e annoiata in mezzo alla calca dei congiunti, si imbatte in Maya, sua ex amante. Non bastasse, si trova di fronte proprio l’uomo col quale si è intrattenuta poco prima, con avvenente moglie e figlioletta neonata al seguito a complicare gli imbarazzi, tra parenti ficcanaso che si intromettono da ogni dove e una tensione che per Danielle comincia a farsi insostenibile. 

    È facile riconoscere il folto background di riferimento del film della Seligman. Tra i toni dell’irriverente commedia umana, il coming of age indie e l’ansia montante da kammerspiel psicologico, riunisce umorismo alla Fran Lebowitz, un’antieroina alla Greta Gerwig, la trasgressione al senso comune, le stilettate puntute alla morale, l’attentato all’ipocrisia borghese e ai dettami dell’ortodossia religiosa (e sessuale), la provocazione dissacratoria e il cinismo paradossale del milieu ebraico di tante opere di Woody Allen e dei fratelli Coen (nel cast, spicca Fred Melamed nel ruolo del padre e del goffo schlemiel, comparso in numerosi film di Allen nonché rivale amoroso di Larry Gopnik in A Serious Man (2009). 

    Con, in più, la convulsione schizofrenica del nucleo familiare slabbrato dalla pecora nera – mina vagante alla Rachel getting married (2008) di Mike Nichols, alcuni riflessi della serialità recente (Transparent, Unorthodox) e le dichiarate ispirazioni della regista: il ritratto delle insicurezze teen di Palo Alto (2013) di Giò Coppola, l’osteggiata relazione tra donne e la ricerca dell’identità femminile schiacciata dalla comunità in Disobedience (2017) di Sebastián Lelio, il pedinamento attoriale e l’improvvisazione alla Cassavetes

    Shiva Baby procede però sicuro sulle sue gambe. Un’opera libera, spontanea, coraggiosa, ben scritta e ancor meglio recitata (la Sennott è fantastica), orgogliosamente personale, che rielabora il vissuto autobiografico di Emma Seligman – bisessuale e appartenente alla comunità ebraica come la sua Danielle – in una disorientata ricerca di sé che rifiuta le etichette e accetta benevolmente la stasi, l’indecisione, il blocco esistenziale, e che non teme di mostrare contraddizioni e vulnerabilità della generazione Z. Riflettendo su un tema spinoso come la gestione della sessualità, il consapevole e compiaciuto sfruttamento del corpo da parte di Danielle, senza ricorrere al revanscismo ideologico femminista, che anzi viene apertamente deriso, al pari del resto, nelle battute su corsi di gender business (?!) e pink pussyhats in marcia nei cortei. 

    Anche nella brillante direzione degli attori e nella messa in scena, Emma Seligman dimostra una grande padronanza del linguaggio filmico, fatto di precise scelte stilistiche: montaggio svelto e puntuale nei dialoghi più tesi, uso di lenti anamorfiche – della cinematographer  Maria Rusche – per raggruppare l’affollamento di personaggi nell’ampiezza della profondità di campo, distinguendo l’isolamento estraniato e il senso di prigionia di Daniele dai capannelli di familiari sfocati sullo sfondo. È lei l’insider a cui si aggrappa il punto di vista, a spasso tra gli interni nell’ansiogena mobilità della camera a mano, che aumenta progressivamente la sensazione di opprimente claustrofobia schiacciata sul volto della ragazza: un’atmosfera soffocante e inquisitoria, con la costante pressione fisica e psicologica dei parenti appostati in salotto, pronti a far domande scomode e bloccare le vie di fuga, grottescamente distorti (le facce mostruose che si ingozzano di cibo e assillano Danielle con smorfie ghignanti). Con uno score pizzicato, ispirato alla musica Klezmer, per tirare le corde emotive di Danielle in vibrazioni quasi horror. E un finale spiraglio di ottimismo che, nello stipare tutti i personaggi in un gremito furgoncino delle diversità alla Little Miss Sunshine (2006), trova il mezzo migliore per una tregua dai conflitti. 

    Per dirla in soldoni, tanta roba per un magnifico esordio.

    Il film è disponibile su MUBI 

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  • RECENSIONE EST – DITTATURA LAST MINUTE DI ANTONIO PISU

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    Ottobre 1989. In televisione passano le immagini di Bush, Reagan e Gorbacev, il Cesena pareggia in casa con la Lazio, Ezio Greggio e Raffaele Pisu conducono la seconda edizione di Striscia la Notizia, Franco Battiato è in cima alle classifiche musicali. E’ in questo momento che tre giovani ragazzi, Pago, Rice e Bibi partono per una vacanza di dieci giorni verso l’Europa dell’Est e finiranno per vivere il viaggio più importante della loro vita. Basandosi sul libro “Addio Ceausescu” scritto da due dei protagonisti della storia Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi, Andrea Pisu costruisce al suo secondo lungometraggio un road movie all’italiana, che tra momenti comici e sonori “dio boh” porta lo spettatore a scoprire o ricordare un’epoca che ormai sembra molto lontana, ma in realtà incredibilmente vicina.

    TRE GIOVANI RAGAZZI 

    Il punto di forza del film sono senza dubbio i tre protagonisti, interpretati magistralmente dai giovanissimi Matteo Gatta e Jacopo Costantini affiancati da un Lodo Guenzi che lascia per un attimo il mondo della musica per entrare nel cinema, riuscendo comunque a dare un’ottima prova attoriale. Se il tutto comincia con un tono estremamente sarcastico e leggero, con i tre ragazzi che partono da Cesena carichi di biancheria intima da vendere nei paesi dell’Urss ed un susseguirsi di battute sulle loro relazioni e la ricerca di belle ragazze lungo il loro viaggio, il tutto assume un tono molto più serio quando in Ungheria incontrano un uomo che chiede loro di portare una valigia dalla sua famiglia in Romania, ancora sotto la dittatura di Ceauşescu e da cui lui è scappato da diversi mesi.

    La sceneggiatura del film risulta molto solida, riuscendo a proporre una storia che ben bilancia momenti più comici e tranquilli a veri e propri attimi di tensione da thriller, tra inseguimenti, cimici, telefoni sotto controllo e polizia segreta. Ben scritti sono anche i vari personaggi secondari, tutti ben caratterizzati ed unici ma senza mai sfociare in un eccessivo stereotipo, riuscendo così a mostrare con naturalezza lo stile di vita delle persone in quel periodo. Oltre che ben interpretati, i tre protagonisti sono anche ben scritti, soprattutto nel mostrare l’influenza che questa storia ha su di loro e sul loro modo di essere e di vivere. 

    A livello registico ci si ritrova davanti ad un buon lavoro, che non stupisce mai ma riesce comunque a tenere incollati allo schermo, curiosi di vedere lo svolgersi delle vicende. 

    FELICITÀ

    Non si possono non nominare altri due elementi fondamentali per il film e che ne permettono la riuscita. Il primo è la scenografia. Dai paesaggi iniziali di Cesena si ha un progressivo passaggio alle zone sotto dittatura, caratterizzate da una fotografia particolarmente spenta e grigia, magari non originalissima ma che contribuisce enormemente a favorire l’immersione in uno stile di vita dove anche le piccole cose, come l’odore del caffè, una barretta di cioccolata o un reggiseno di pizzo, sono un qualcosa di inaspettato, un vero e proprio dono. Uno stile di vita a cui i tre ragazzi (come tutti noi del resto) faticano ad adattarsi e che cercano di cambiare, rischiando parecchio.

    L’altro elemento è la colonna sonora. Il film è infatti un vero e proprio repertorio di musica anni ’80 italiana, tra Al Bano e Romina con “Felicità” e Franco Battiato con “Voglio vederti danzare” il film riesce a riportare lo spettatore in quegli anni di vinili, musicassette e Sanremo, con le canzoni della nostra penisola ascoltate in tutto il mondo, spopolando proprio in quei territori dove per reperire anche solo una cassetta era necessario un procedimento estremamente pericoloso. 

    CONCLUSIONE

    Andrea Pisu riesce a confezionare un pregevolissimo road movie, trasportato da tre bravissimi attori e da un’ottima sceneggiatura che riesce a mostrare tutta la crudezza e l’orrore della vita sotto dittatura, bilanciando il tutto con l’inserimento di momenti un po’ più leggeri e divertenti. Con una colonna sonora di tutto rispetto ed una scenografia forse poco originale ma non per questo non funzionale, il film riesce a catturare l’attenzione di ogni tipo di spettatore, dal più cinefilo al più occasionale.

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  • RECENSIONE ESTATE ’85: LA BALLATA DEGLI AMORI SEPOLTI

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    Francia, estate del 1985. L’annoiato sedicenne Alex (Félix Lefebvre) si è da poco trasferito con la famiglia nella città marinara di Le Tréport, nella Senna Marittima. Un giorno, sorpreso al largo delle acque della Manica da un nubifragio che rovescia la sua piccola imbarcazione, viene tratto in salvo da David (Benjamin Voisin), ribelle e carismatico diciottenne col quale nasce subito un’amicizia, destinata a trasformarsi rapidamente in una trascinante passione. Ma un evento tragico grava sulla sorte dei ragazzi…

    Dal libro per adolescenti Danza sulla mia tomba (1982) del britannico Aidan Chambers, François Ozon, trasferendo l’ambientazione dal Sud dell’Inghilterra alle coste della Normandia, trae un insolito teen romance che alle palpitazioni amorose intreccia un’evoluzione drammatica dall’atmosfera funerea e a tinte cupe, con un’ingombrante pulsione di morte che aleggia costante e parallela al racconto di educazione sentimentale. Un melodramma intimo e processuale, affidato alla voice over di Alex (il film si apre con il suo arresto), che indaga à rebours sulle verità della storia e della relazione di coppia, nelle pieghe tra il resoconto cronachistico e l’idealizzazione romanzata nel lavoro della scrittura – tema già esplorato da Ozon in Swimming Pool  (2003) e in Nella casa (2012). «L’unica cosa che conta – dice Alex – è riuscire a fuggire dalla propria storia»

    Siamo noi a inventare chi amiamo, a costruire illusoriamente il soggetto dell’attrazione? Estate ‘85 è un film di proiezioni e fantasmi del desiderio: Alex entra in scena come una sfocata silhouette che cammina in controluce, e apre il racconto con un flashback che qualifica la presenza cruciale di David come «cadavere in vita», un living dead dal destino già segnato sul modello wilderiano di Viale del tramonto (1950). Ozon asseconda i macabri umori del protagonista e lo ritrae in pose da camera mortuaria (la vasca da bagno in cui si immerge come in un sarcofago egizio), in nature morte di gusto pittorico (il profilo del giovane affiancato a un teschio sullo scaffale), o in piccole associazioni cinefile a tema sepolcrale (il poster dello scult The Awakening (1980) in camera di Alex). 

    Il regista francese si insinua con pudore e delicatezza nell’alchimia crescente dei contatti tra Alex e David. Senza insistere, come spesso fatto altrove (Giovane e bella (2013),  Doppio amore (2017), sul sesso esibito e sulla carnalità dei corpi. Dichiarando, per bocca di Alex, di non voler spiare dal buco della serratura quanto avviene dietro le porte chiuse. Carezzando, piuttosto, il languire di Alex per le labbra livide, il pallore cereo e gli occhi spenti dell’amato, nella scena en travesti all’obitorio, più scomposta e pretestuosa rispetto alle suggestioni di un’opera come Una nuova amica (2014), in cui il ruolo del travestitismo e dell’identità gender fluid assumeva vera centralità tematica.

    Pur filmando in una granulosa pellicola Super 16mm che ricrea mood, immaginario e look giovanile degli iconici anni ’80 – tra Reebok bianche, Levi’s 501 e giubbotti in denim -, Ozon non ostenta mai un’estetica troppo glam e patinata. Senza nostalgie di maniera, offre un controcanto noir, problematico e spigoloso, da moderno poeta maudit (David cita i versi di Verlaine), di un tormentato rapporto affettivo nel decennio dell’euforia e del disimpegno. In anni in cui le coppie dello stesso sesso ancora costituivano un argomento socialmente scomodo, difficile da far venire a galla fronteggiando le resistenze del contesto pubblico e familiare. 

    Anche la ricca compilation delle celebri hit (In between days dei Cure, l’immancabile Self control, Cruel Summer  dei Bananarama) si carica di un senso preciso, quando spara a tutto volume nelle cuffie del walkman la ballatona Sailing di Rod Stewart: non solo il pezzo per l’affettuoso isolamento acustico nella bolla sentimentale di un nuovo tempo delle mele aggiornato alla sensibilità LGBT (la scena dell’abbraccio in discoteca), ma vero spleen emozionale della promessa di danzare sulla tomba, dissotterrando la memoria dolceamara degli amori sepolti. 

     

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  • RECENSIONE TUTTI PER UMA

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    Susy Laude esordisce alla regia con Tutti per Uma, la storia di una famiglia tutta al maschile composta dal nonno Attila (Antonio Catania), suo fratello minore – lo zio Dante (Lillo), il figlio Ezio (Pietro Sermonti), i due nipoti Francesco (Gabriele Ansanelli) e Emanuele (Valerio Bartocci) e il cane Mimmo. In casa Ferliga regna un clima di tensione e continui litigi, dati dai vari problemi che i componenti della famiglia devono affrontare, in primis le scarse vendite e conseguenti debiti che l’azienda vinicola di famiglia, un tempo rinomata, sta provocando. Ma l’arrivo misterioso di una principessa dell’Austria dal nome impronunciabile potrebbe migliorare le sorti delle loro vite. Presentata al resto della famiglia sotto un’altra identità, la presenza di Uma (Laura Bilgeri) porta i Ferliga a circondarsi di un’aria di falsa serenità, per fare colpo sulla graziosa fanciulla.

    Il film si presenta fin da subito come un prodotto indirizzato ad un target di bambini, con toni fiabeschi e superficiali, risultando tuttavia eccessivamente semplice, anche per il pubblico a cui è destinato. Le premesse riguardanti la storia sembrano interessanti, con una semplice commedia unita alle più classiche favole su principi e principesse e con un cast promettente capace di strappare una risata anche ad un pubblico più generalista. Purtroppo il suo sviluppo lascia molto a desiderare. Non esiste un filo logico per tutta la durata del film e gli eventi accadono senza alcuna continuità logica con ciò che si è visto nella sequenza precedente. Molto spesso inoltre, eventi o azioni di cui si parla nei dialoghi non vengono mostrate su schermo, ma subiscono un’ellissi lasciandole all’immaginario dello spettatore, una pratica rischiosa che, se non viene fatta con criterio e intelligenza, rischia di rendere la storia del film incomprensibile.

    La parte narrativa della favola cerca di dare un’identità particolare e interessante alla storia, finendo invece per banalizzarla: un classico modello della principessa col suo principe azzurro senza spessore o originalità, che non riesce a legarsi bene con il resto della storia, risultando abbastanza superflua. Non banali sarebbero potuti risultare gli intermezzi Musical del film, che rimandano chiaramente ad una classica pellicola Disney, ma la loro scarsa presenza rendono le poche performance musicali un ulteriore ingrediente eterogeneo di un film che sembra più un miscuglio confusionario di generi e scenette.
    Le parti comiche, principalmente slapstcik, hanno poco mordente, risultando fiacche e provocando davvero poche risate. Anche le gag tra la coppia Lillo – Sermonti, che sulla carta dovrebbero risultare stellari, risultano banali e fuori luogo, come la sequenza che riprende le classiche gag anni ‘20, piacevoli forse per chi le guarda con un occhio consapevole, ma che per chiunque altro risultano alla pari di scenette tipici di programmi come paperissima sprint.

    I personaggi risultano poco definiti, restando tutti molto piatti per tutta la durata dell’opera. Ogni componente della famiglia Ferliga ha i suoi drammi personali e tratti riconoscibili, ma il loro percorso, quando presente, è mal raccontato, dando un illusione di sviluppo quando su schermo non si vede una singola inquadratura che lo motivi, come se l’autore sapesse dove andare a parare ma non sapesse come arrivarci. Probabilmente il vero problema di questo film è che cerca di fare troppo, inserendo forzatamente temi e particolari per ogni membro della famiglia, senza riuscire a gestirli e svilupparli a dovere, essendo poi costretto a ricorrere a salti temporali e lasciando così allo spettatore il compito di immaginare il percorso che porta dalla situazione iniziale a quella finale di ogni sottotrama presente nella storia. Infine, se un buon film si giudica da un buon antagonista, allora Tutti per Uma è ancora più in difficoltà. Lo zio Victor (Dino Abbrescia), principale antagonista, è, alla pari di tutti gli altri personaggi, una macchietta.

    Nei primi minuti di quest’opera filmica veniamo introdotti dal piccolo di casa, Emanuele, e ciò che segue sembra proprio il racconto della storia dal suo punto di vista, quello di un bambino che racconta a spizzichi e bocconi senza seguire una logica ma seguendo il suo istinto. Una bell’idea a livello concettuale ma nel pratico molto difficile da seguire, facendo vivere agli spettatori un’esperienza non appagante, anzi a tratti frustrante per alcune scelte narrative illogiche.
    Tutti per Uma è purtroppo una delusione. Nonostante un comparto attoriale e un presupposto narrativo con un buon potenziale, infatti, non riesce ad essere mai appetibile, nemmeno per un pubblico di più piccoli.

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  • RECENSIONE COMEDIANS – COMICITÀ E ODIO

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    L’omonimo spettacolo teatrale di Trevor Griffiths è alla base di Comedians, nuovo film scritto e diretto da Gabriele Salvatores.

    La voce rauca di Tom Waits con le canzoni Rain Dogs e Downtown Train apre e chiude il sipario su un non-luogo, una non specificata e piovosa città del Nord Italia. L’azione è quasi tutta contenuta in due sole stanze, l’aula di una scuola dove sei aspiranti comici (Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa) preparano il loro numero, e la sala in cui si  esibiscono: nell’aula i sei comici ripassano le lezioni del loro insegnante, l’ex
    comico Eddie Barni (Natalino Balasso), consapevoli che il loro numero verrà valutato dall’agente teatrale Bernardo Celli (Christian de Sica), per decidere chi di loro verrà assunto nella sua agenzia. Tutti i sei comici sono persone insoddisfatte e frustrate, che vedono nell’ingaggio di Celli la possibilità di evadere dalle loro vite; Barni, d’altra parte, nell’insegnare loro una forma costruttiva di comicità, spera di riscattare le loro esistenze e, in parte, anche la propria.

    Più che la storia o i personaggi, quel che conta in Comedians è l’umore che pervade tutto il film: Gabriele Salvatores immerge infatti lo spettatore in un mood rabbioso e acido, dove la comicità dei sei attori e i rapporti l’uno con l’altro scaturiscono da rancori, ostilità, aperto disprezzo, ed esplodono nei furiosi litigi dietro le quinte e qualche volta anche sul palcoscenico, come i due fratelli interpretati da Ale e Franz divisi da differenze inconciliabili ma costretti a esibirsi assieme, oppure il giovane ribelle e insofferente di Giulio Pranno il cui male di vivere si esprime in una comicità scioccante e urlata. Questa atmosfera plumbea viene resa anche grazie ai colori spenti (fotografia di Italo Petriccione) e allo squallore delle ambientazioni (production design di Rita Rabassini).

    In questa rabbia si gioca la differenza abissale tra due opposti modi di intendere la comicità, incarnati da Barni e Celli: il primo insegna una comicità che prenda atto del male nel mondo e lo incanali in un’energia positiva che arricchisca il pubblico, il secondo professa una comicità più immediata, meno filosofica. Il conflitto del film, quindi, riguarda l’annoso dilemma se l’arte debba limitarsi a descrivere la realtà o se debba provare anche a migliorarla.

    Le caratterizzazioni dei personaggi funzionano, anche se gli attori sono incastrati in dialoghi così smaccatamente teatrali da essere per la maggior parte forzati, poco naturali. L’intenzione di Salvatores era probabilmente di rendere i personaggi più simili a caratteri teatrali che a persone credibili e verosimili, ma questa idea riesce solo in parte a causa delle differenze tra linguaggio del cinema e linguaggio del teatro. Questo scarto tra intenzione di Salvatores e resa su schermo influenza anche la riuscita dello stesso umorismo di Comedians, un po’ a causa dei dialoghi di cui sopra, un po’ per la natura di molte gag, in cui le battute fondate su stereotipi sessisti si sprecano. Se questo da una parte può servire a sottolineare la sgradevolezza misantropica dei protagonisti, dall’altra fossilizza la comicità di Comedians in un repertorio fuori tempo massimo, non efficace: nel 2021 ci si aspetterebbe un umorismo un po’ diverso da battute su “donne facili” e persone sovrappeso. Anche perché sembra contraddire l’intenzione del film di mostrare come vincitore morale Eddie Barni, quello che teorizza una comicità universale e costruttiva.

    Comedians è un film interessante, che conferma la capacità di Gabriele Salvatores di raccontare storie dal sapore diverso rispetto al solito cinema italiano. Tuttavia, conferma anche la sua attitudine a raccontarle più con furbizia che con profondità: introduce alcune ottime idee e sfrutta un buon cast di attori, conferisce al film un’atmosfera molto riuscita, ma la tesi che porta avanti si sovrappone alla storia e ai personaggi in un modo non così  approfondito come lo stesso Salvatores crede.

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  • RECENSIONE CHAOS WALKING – TANTO RUMORE, POCA SOSTANZA

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    La produzione di Chaos Walking, nuovo film di Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow), è stata particolarmente travagliata. Nel 2011 la Lionsgate ha acquisito i diritti per l’adattamento della serie di romanzi Chaos Walking, scritti da Patrick Ness, e ha affidato la sceneggiatura al premio Oscar Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello). In seguito Kaufman ha abbandonato il progetto, e la sua sceneggiatura è stata riscritta da altri sei sceneggiatori tra cui lo stesso Patrick Ness. Infine, tra 2018 e 2019, il film ha subito riprese aggiuntive a causa dell’accoglienza negativa alle prime proiezioni di prova. Purtroppo, questa lavorazione turbolenta si riflette anche nel prodotto finale.

    La storia era estremamente promettente, e all’inizio sembra discostarsi dai cliché del cinema di fantascienza. Nel futuro, in un remoto pianeta colonizzato dai terrestri, gli uomini subiscono uno strano effetto che fa sì che i loro pensieri siano visibili a tutti gli altri, sotto forma di proiezioni o echi telepatici. Il giovane Todd Hewitt (Tom Holland) vive in un villaggio senza donne -tutte apparentemente uccise dai nativi del pianeta, gli Spackle-, fino a quando una ragazza di nome Viola (Daisy Ridley), naufraga da una scialuppa lanciata da un’astronave in orbita attorno al pianeta. Per proteggerla dal sindaco Prentiss (Mads Mikkelsen) e per permetterle di contattare la sua astronave, Todd e Viola cominciano un viaggio che porterà alla luce segreti sul mondo che Todd credeva di conoscere. L’idea più interessante naturalmente riguarda proprio la visualizzazione dei pensieri degli uomini o, come viene chiamato nel film, il “rumore”: un flusso di ricordi, pensieri, emozioni e fantasie che aleggia attorno a loro sotto forma di riverberi colorati e di immagini, talvolta estremamente verosimili.

    Purtroppo, questa premessa davvero originale non viene trattata in modo coerente. Il “rumore” viene spiegato come un qualcosa di continuo e ininterrotto (come dovrebbe essere il flusso di pensieri nella nostra mente) ma nei fatti sembra intermittente, venendo utilizzato quando la trama lo richiede o quando dev’essere portata avanti la caratterizzazione dei personaggi, o anche per costruire delle gag, come ad esempio quando Todd Hewitt, che non ha mai visto una ragazza per tutta la sua vita, si ritrova in viaggio con Viola e tradisce continuamente la sua attrazione nei confronti di lei. Anche il potenziale per mostrare in modo creativo e originale i pensieri dei personaggi non viene mai sfruttato appieno, e si riduce ad alcuni momenti visivamente interessanti e nient’altro.

    La superficialità nell’esplorare il rumore è in realtà sintomo del problema maggiore che affligge Chaos Walking: l’assenza di coesione nello svolgimento della storia. Sicuramente anche a causa delle riscritture e delle riprese aggiuntive il worldbuilding non è pienamente esplorato, molti personaggi vengono introdotti e abbandonati senza che si sappia più niente di loro e pochi sono davvero approfonditi. La storia zoppica da metà film in poi.

    La regia di Doug Liman riesce a mantenere un minimo di coinvolgimento nonostante il ritmo altalenante, e la fotografia cupa di Ben Seresin conferisce una concretezza adeguata a questo mondo post-apocalittico, ma da sole non bastano; inoltre nelle scene più concitate il montaggio è disorientante e non riesce a seguire con chiarezza i personaggi. Gli attori fanno del loro meglio, ma è evidente che sia mancata loro una direzione salda e raramente sono convincenti nonostante il loro indubbio carisma.

    La sensazione maggiore che emerge alla fine del film è quella di un’occasione sprecata. Anche senza pensare a come sarebbe stato questo film se fosse stato sceneggiato da Charlie Kaufman, considerate le premesse e le persone di talento coinvolte, Chaos Walking risulta un film d’azione fin troppo convenzionale, e per nulla originale o creativo come avrebbe dovuto essere.

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  • RECENSIONE THE CONJURING: PER ORDINE DEL DIAVOLO

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    James Wan. Un nome che, quando pronunciato, è capace di far battere forte il cuore di milioni di fan del cinema horror, memore soprattutto di aver creato alcune delle saghe horror più conosciute al mondo. Debuttando con forse il suo lavoro più famoso, Saw-L’enigmista, nel 2004 ha dato vita ad una serie di film che, tra alcuni alti ma soprattutto tanti bassi, continua a tornare in sala con nuovi capitoli ancora oggi (vedi Spiral-L’eredità di Saw diretto da Darren Lynn Bousman in uscita nelle sale a Giugno); passando per Dead Silence (2007), un pregevolissimo horror meno conosciuto ma non per questo meno valido; ha poi diretto nel 2010 il film Insidious, divenuto oggi un cult per una nicchia di appassionati nonostante il buon successo ottenuto all’epoca, dando origine anche qui ad una saga proseguita con altri tre capitoli (di cui lui è però regista soltanto dei primi due) ed uno ancora in dirittura d’arrivo.

    E’ però nel 2013 che si presenta al mondo nel ruolo di regista del film che molti ritengono il suo capolavoro: The Conjuring. Basandosi sulla storia dei demonologi Ed e Lorraine Warren, Wan era riuscito infatti a creare un horror che fosse al tempo stesso commerciale ed adatto al grande pubblico ma capace anche di toccare i tasti giusti, confezionando (ancora una volta) il fenomeno del momento. Il prodotto fu talmente un successo da portare la produzione a creare un vero e proprio Universo Condiviso, popolato da diverse storie che, in un modo o in un altro, finiscono sempre per collegarsi tra di loro. Nascono così Annabelle con le sue tre iterazioni (John R. Leonetti, 2014; David S. Sandberg, 2017; Gary Dauberman, 2019), The Nun (Corin Hardy, 2018), Ll Llorona (Michael Canvas, 2019) ed un seguito diretto del “capostipite” sempre con James Wan alla regia chiamato The Conjuring – Il caso Enfield uscito nel 2016.

    Esclusi il secondo The Conjuring ed il secondo Annabelle (chiamato Annabelle Creation), purtroppo si tratta di prodotti scialbi se non addirittura pessimi. Dopo 5 anni dall’ottimo secondo capitolo, i coniugi Warren sono tornati protagonisti per un’altra iterazione, questa volta non più diretti da Wan, bensì dal Michael Canvas già regista del pessimo Lla Lorona e questo già fece storcere il naso a molti e le aspettative per il film si abbassarono drasticamente, con qualcuno che inneggiava al disastro ancora prima dell’uscita dei trailer. Purtroppo, queste persone avevano ragione.

    UN (FORSE TROPPO RIPIDO) CAMBIO DI ROTTA

    Abbandonata la struttura della “casa infestata” presentata nei primi due capitoli, il film decide di cominciare in “medias res”, nel bel mezzo dell’azione. Gli Warren sono infatti già nel bel mezzo di un esorcismo (a differenza degli altri due film in cui bisognava attendere oltre la metà del film), il cui protagonista è un bambino di 8 anni. Le possibilità di salvarlo sono molto basse, perciò il cognato Arne Johnson (Ruairi O’Connor) decide di prendere il demone che infesta il bambino dentro di sé. Ciò porta il ragazzo a commettere un omicidio per il quale viene arrestato ma, una volta arrivato in tribunale, afferma, con l’appoggio degli Warren, che la causa delle sue azioni è dovuta ad una possessione demoniaca.

    Da qui il film procederà come un horror poliziesco, nel quale i due coniugi “interpretano” il ruolo dei detective ed il loro scopo è trovare le prove della possessione e poterle presentare in tribunale. Sulla carta, l’idea è interessantissima: non solo si allontana dalla struttura dei precedenti capitoli (evitando di essere quindi stucchevole come “more of the same”), ma apre le porte ad un tipo di narrazione particolare e funzionale che permetterebbe anche di discutere tematiche anche scottanti, in primis il discorso sul poter utilizzare la “scusa” della possessione in tribunale. Peccato che tutto questo funga da mero pretesto per far cominciare gli eventi del film, riducendo all’osso tutte le possibili discussioni che se ne potrebbero ricavare e portando i protagonisti di questa vicenda ad avere soltanto una piccolissima parte, troppo ridotta perché lo spettatore possa provare anche un minimo di empatia nei loro confronti.

    Un esempio su come gestire questa struttura narrativa è L’esorcismo di Emily Rose (Scott Derrickson, 2005). Anche lui tratto da una storia vera, condivide con questo terzo capitolo l’inserimento di un processo in tribunale, nel quale però si verifica la veridicità di un esorcismo e quindi l’effettiva possessione della ragazza, piuttosto che la presenza di alcune malattie. Nonostante la piccola differenza di argomento, è un esempio di come riuscire a coniugare un argomento giuridico con un elemento sovrannaturale alternandolo a veri e propri momenti horror.

    I DETECTIVE WARREN

    Passando alla parte poliziesca, solitamente si utilizza un modus operandi per coniugarla con l’elemento horror: questa infatti è spesso più un pretesto per poter portare i protagonisti verso i momenti spaventosi ed inquietanti che sono l’effettivo cuore del prodotto. Coraggiosamente, questo prodotto tenta di fare il contrario, ma finisce per fallire. Il far partire il tutto dalla necessità di provare la soprannaturalità dell’evento (dove spesso è invece il contrario) è una premessa interessante, ma il film decide di ribaltare tutta la struttura sopracitata, inserendo quindi le scene horror non come punto d’arrivo delle indagini ma come pretesto per portare i protagonisti in alcuni luoghi o verso alcune scelte. Questo però conduce il film verso una monotonia estrema, con la sequenza “arrivo in un luogo – scena horror” riproposta più e più volte per quasi tutta la durata del film, rendendo tutte le sequenze che dovrebbero fare dello spavento il loro punto di forza estremamente monotone e banali (complice anche un eccessivo e continuo uso di jumpscare classici).

    Se l’horror risulta così marginale (o banale) è forse per dare più spazio all’elemento investigativo della storia. Peccato che anche qui il tutto sia di una estrema banalità. Il “villain” del film non è più il demone in sé, bensì un satanista in carne ed ossa che l’ha evocato e da qui il prodotto aveva “carta bianca” vista la novità nell’universo condiviso di questa scelta. In realtà il tutto si risolve in maniera abbastanza semplice e prevedibile, senza riuscire mai a coinvolgere pienamente lo spettatore, vista anche la mediocre gestione dei vari personaggi che compongono questa storyline e la pochezza nello sviluppo del satanista e delle sue motivazioni.

    Due esempi di ottima costruzione di questa struttura vengono ancora dal sopracitato Scott Derrickson, con i suoi Sinister (2012) e Liberaci dal male (2014), entrambi caratterizzati da una struttura narrativa che mescola un’indagine (nel primo caso giornalistica e nel secondo poliziesca) all’elemento horror in maniera riuscitissima.

    Nota positiva risultano invece i due protagonisti. Patrick Wilson e Vera Farmiga sono perfettamente calati nei loro  ruoli ed hanno tra di loro una chimica veramente eccezionale. Portando avanti ciò che già era stato mostrato nei precedenti, i due personaggi riescono ancora a raccontare qualcosa di loro che non sapevamo, rimanendo comunque interessanti e permettendo allo spettatore di entrare sempre di più in sintonia con loro pellicola dopo pellicola.

    IL VERO PROBLEMA

    Come detto sopra, il prodotto fallisce pienamente nell’essere un film spaventoso o perlomeno inquietante e questo è da imputare principalmente ad un fattore: il cambio di regia. Per quanto Wan non sia un maestro alla pari di altri registi, è innegabile che la mano per creare ottimi film ce l’ha senz’altro. Niente di troppo peculiare, ma è quel movimento di macchina o quella scelta stilistica particolare che riesce a rendere memorabili ed emozionati le varie sequenze presenti nei primi due capitoli, che qui invece mancano completamente. Canvas non è un cattivo regista, ma la sua esposizione risulta estremamente basilare e statica, portando le varie sequenze a perdere tutto l’entusiasmo e la carica che avrebbero potuto presentare se gestiti da una mano più esperta.

    Ne sono un altro esempio i jumpscare. Tra Insidious e i due The Conjuring, è innegabile che a Wan questo espediente piaccia. Questi però risultano inseriti in maniera intelligente all’interno della narrazione, portando quindi lo spettatore a spaventarsi spesso, vista anche la varietà di situazioni che il regista è capace di creare. Canvas invece inserisce il jumpscare nella modalità più classica possibile, portando anche lo spettatore meno abituato ad intuire dopo poche sequenze la struttura che c’è dietro la loro comparsa.

    Ottimo il montaggio, che riesce a creare delle bellissime sequenze oniriche, confuse il giusto e belle visivamente, mentre la fotografia si attesta sulla mediocrità. Esclusi i due protagonisti sopra citati, i personaggi secondari contano una buona interpretazione da parte degli attori, tutti particolarmente in parte.

    CONCLUSIONI

    Nonostante l’ottimo soggetto e la formidabile coppia Wilson-Farmiga a trainare il tutto, The Conjuring Per ordine del diavolo soccombe sotto il peso dei predecessori. Una regia modesta, ma non a livello di James Wan, una sceneggiatura con molti problemi ed una gestione dei momenti horror monotona e stantia abbassano di molto la qualità complessiva del prodotto. Non si tratta certo di un film terribile, ma è sicuramente un peccato vedere un universo nato da ottimi prodotti scadere sempre più verso la mediocrità.

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  • RECENSIONE LES AMOURS IMAGINAIRES

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    “Oh cielo! faccio la parrucchiera da 20 anni, ne ho acconciate a dozzine di cucchiai spaiati!”

    Non c’è battuta migliore che descriva i protagonisti de Les Amours imaginaires l’opera seconda di Xavier Dolan, passata nel 2010 nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Francis e Marie, due amici d’infanzia, sono infatti perennemente alla ricerca dell’amore. Lui, interpretato dal regista stesso, è insicuro, nervoso, un eroe romantico dei giorni nostri. Lei (Monia ChoKri) dall’aspetto di una diva d’altri tempi, mostra una personalità determinata, ben descritta dalla frase da lei stessa pronunciata “Avere un alto quoziente intellettivo è indispensabile per chi ha occhi marroni”.

    Durante una festa l’attenzione dei due giovani viene attirata da Nicolas, interpretato da un affascinate Niels Schneider, che sin da subito instaura con i due un rapporto decisamente ambiguo. Così, sulle note di Bang Bang di Dalida, inizia tra Francis e Marie una guerra senza esclusione di colpi, fatta di regali costosi, appostamenti, forcine e bei vestiti.

    Lo spettatore percepisce tutte le emozioni, le aspettative e le delusioni dei due protagonisti, che, intenti a pianificare la prossima mossa per raggiungere l’oggetto del desiderio, non si rendono conto di averlo idealizzato. Come in una partita di tennis, lo spettatore vede vincere prima Francis e poi Marie e poi di nuovo Francis a seconda dell’umore e delle attenzioni concesse da Nicolas che, come una figura divina, dà e toglie, senza mai concedersi. Ma l’aspetto veramente apprezzabile di quest’opera è il sapiente uso del linguaggio filmico, capace di donare ai personaggi una profondità psicologica unica.

    Le immagini, spesso più eloquenti dei personaggi stessi, permettono a Dolan di coinvolgere tutti i sensi dello spettatore che così assapora nella propria bocca il gusto amaro della tequila bevuta da Marie dopo un rifiuto, percepisce sotto le sue dita il frusciante raso blu della giacca nuova di Francis e sente le mani sudare per quel telefono che non squilla.

    L’uso di sequenze illuminate con diversi cromatismi (se avete apprezzato Love di Gaspar Noé sapete di cosa sto parlando) nei momenti in cui i due protagonisti si mettono a nudo, sono un’ulteriore espressione della capacità del regista di portare lo spettatore a sintonizzarsi sulle emozioni dei personaggi attraverso la costruzione scenica. Sebbene la trama non sembri particolarmente complessa lo spettatore alla fine del film si trova davanti a una riflessione di non poco conto: “è forse più importante avere qualcuno con cui dormire a cucchiaio o qualcuno che ti ripari in un giorno di pioggia?”. Lo trovate su Amazon Prime Video!

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  • RECENSIONE ZACK SNYDER’S JUSTICE LEAGUE

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    Una stessa storia può essere raccontata in tanti modi diversi. Lo sapeva bene lo scrittore Raymond Queneau, quando nel 1947 scrisse il celebre “Esercizi di stile”, libro contenente 99 versioni diverse della stessa storia: alcune lunghe, altre brevi, alcune in prosa, altre in versi, e così via. Lo sa bene Zack Snyder che, dopo aver dovuto abbandonare il progetto di Justice League nel 2017 a causa di una ben nota tragedia famigliare, ha deciso di rimettersi al lavoro e di portare finalmente alla luce la sua personale visione del film del 2017, che all’epoca era stato ultimato con non poche modifiche da Joss Whedon.

    In questo caso è davvero bene parlare di visione “snyderiana”: questo nuovo Justice League non è infatti semplicemente una versione estesa del film precedente (quello di Whedon durava un paio d’ore, qui si sfiorano le 4), ma è realmente una pellicola diversa, che adotta una prospettiva differente con cui guardare agli eroi protagonisti. Non a caso molte immagini già viste nel film del 2017 sono qui presenti in forma manipolata, con nuovi effetti visivi, nuovi colori, nuove musiche, nuove atmosfere. Tutto il film è persino stato riadattato in un nostalgico quanto inutile rapporto 4:3.

    La storia invece, a grandi linee, è sempre la stessa: dopo la morte di Superman, sacrificatosi al termine di Batman v Superman, una nuova minaccia incombe, dal momento che Darkseid, uno dei Nuovi Dei, ha inviato sulla Terra il suo potente zio Steppenwolf con l’obiettivo di recuperare le tre Scatole Madri che, se riunite, darebbero vita all’Unità, in grado di riplasmare a piacimento il pianeta. Batman e Wonder Woman a quel punto cercano l’aiuto di Aquaman, Flash e Cyborg per dar vita ad una squadra di eroi in grado di contrastare l’invasione aliena.

    Fin dal principio ci si rende conto del lavoro che Snyder intende portare avanti: i primi 20’ sono sostanzialmente privi di azione, scene il cui unico scopo è creare un’atmosfera cupa, di disperazione per un mondo che crolla e che ha perso il suo salvatore.

    Al contrario il film di Whedon iniziava in medias res, con una convulsa sequenza di combattimento tra Batman e un parademone. Qui, invece, tutto è dilatato, il racconto è arioso, in un lento crescendo di epicità che alla pellicola di Whedon era costantemente negata da tagli grossolani e da un ritmo frenetico.

    Laggiù Aquaman, dopo un dialogo con Batman, si tuffava nel mare, qui la stessa cosa avviene con un coro di donne che intona un solenne canto popolare in sottofondo. Certo, il cinema di Snyder è tronfio e pesante, non è una novità, ma al contempo sa imporre uno stile preciso e un notevole afflato epico alla narrazione. Con più tempo a disposizione c’è inoltre più spazio per introdurre i personaggi nuovi, in particolare Flash e Cyborg. Vero è che ciò risulta in un primo atto spropositatamente lungo, ma il racconto ne guadagna in chiarezza e lo spettatore, che finalmente riesce a comprendere qualcosa in più delle motivazioni degli eroi, in adesione empatica.

    Indubbio è che la qualità della scrittura rimanga tutto sommato carente (la sceneggiatura è sempre di Chris Terrio, premio Oscar per “Argo”), con dialoghi deboli, significative incoerenze di trama e discontinuità di ritmo (il finale, ad esempio, è decisamente anticlimatico), ma tutto sommato non è una novità per i film di Snyder, un regista che scrive con le immagini, imponendo un’iconografia tanto estrema quanto indiscutibilmente affascinante. Può non piacere, certo, ma Zack Snyder’s Justice League ha la sua forza maggiore proprio nell’unicità dei suoi fotogrammi, espressione di un’idea di eroismo ben chiara, fatta di gravitas e sacrificio.

    I film di casa Marvel, con cui il paragone è inevitabile, sono certamente scritti meglio e messi in scena con garbo da registi di mestiere, ma in molti casi (e con le dovute eccezioni!) propongono immagini piatte, indistinguibili le une dalle altre. Il risultato definitivo è sicuramente più equilibrato e rassicurante, ma non può vantare la decisa personalità dei film DC diretti da Snyder, in cui scontri supereroistici scuotono il pianeta e la sala cinematografica (in questo caso, ahinoi, il nostro salotto). Batman v Superman e L’uomo d’acciaio, in tal senso, erano altrettanto iconici, estremi, a loro modo indimenticabili o comunque risaltanti in mezzo alla sovente piattezza del panorama del cinema commerciale contemporaneo.

    Zack Snyder’s Justice League, in definitiva, pur condividendo la trama con il film del 2017 ultimato da Joss Whedon, è capace di imporre un nuovo senso alla narrazione e lo fa con un grande spettacolo di immagini, tanto ricco di storture quando di momenti esaltanti, ma indiscutibilmente personale e coraggioso, capace di portare un passo avanti ciò che può essere fatto nell’ambito del supereroismo cinematografico. Hallelujah.

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  • RECENSIONE RAYA E L’ULTIMO DRAGO – L’ULTIMO “CLASSICO” DISNEY

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    Nel 2021 Raya entra a far parte della grande famiglia Disney come principessa e protagonista del 59° classico della famosa casa di produzione.

    In una terra leggendaria, Kumandra, le persone vivono in armonia insieme ai draghi fino alla comparsa di alcuni spiriti maligni, i Druun, che si nutrono di ogni forza vitale trasformando in pietra coloro con cui entrano in contatto. Il sacrificio del drago Sisu riporta la pace risvegliando gli uomini pietrificati ma non riuscendo a salvare la sua stessa specie, di cui rimangono solo statue. Tutto ciò che resta della magia di queste creature è una gemma che porterà gli uomini a scontrarsi e dividersi per il suo possesso. Dopo 500 anni la magica gemma viene saccheggiata dai vari clan, un avido gesto che risveglia i Druun riportando il caos in un regno ormai profondamente diviso. Raya intraprenderà un viaggio alla ricerca del drago che fermò al tempo i Druun e che si racconta essere dormiente, nella speranza di porre nuovamente fine a questa minaccia e di riunificare le varie regioni, da tempo divise, nell’antica e armoniosa Kumandra.

    Una delle caratteristiche tipiche dei classici Disney, le canzoni, è assente in questa pellicola, assenza che non pesa in alcun modo e rende la narrazione simile a un racconto epico di una qualche leggenda orientale. Per il resto la firma dello studio d’animazione è evidente, e immerge lo spettatore in una storia e in dei personaggi dai gusti riconoscibili, seguendo il percorso intrapreso nei film di quest’ultima era.

    Il film, infatti, continua la stessa linea di idee dei lavori precedenti, in particolare per la caratterizzazione della protagonista. Come Elsa e Vaiana, l’eroina di questo lungometraggio ha un carattere forte e ribelle, e dimostra di essere in grado di badare a se stessa. Per quanto abbia una forte personalità, Raya non è praticamente mai sola su schermo, ma anzi condivide la scena con i vari personaggi, coerentemente con il senso di comunione e fiducia reciproca che è alla base del film.

    Vendetta, rivalsa e obiettivi personali sono ciò che spingono in principio Raya a compiere il suo viaggio, ferita dai colpi alle spalle che le hanno fatto perdere la speranza nel prossimo e nella possibilità di riunificazione dei vari popoli come un tempo, a differenza di Sisu che, pur risvegliatosi in un mondo diviso, ha ancora in mente i tempi passati ed è genuinamente convinto della bontà intrinseca delle persone. Con l’influenza del simpatico drago e il ricordo del sogno del padre ormai pietrificato, Raya affronta le varie regioni nel tentativo di recuperare tutti i pezzi rubati della gemma, inizialmente vedendo chiunque fuori da se stessa come una minaccia o un ostacolo, come lo spietato guerriero Tong o la dispettosa Noi, ma riuscendo poi a vedere ciò che li accomuna: sono tutti esseri umani, un unico popolo diviso per colpa di uno stesso male che ha portato a una completa sfiducia e un mancato coraggio da parte di ognuno di fare il primo passo verso la riconciliazione.

    Raya e l’ultimo drago affronta molto bene i temi della fiducia e della comunione tra le persone, evidenziando le effettive difficoltà nella loro realizzazione ma anche i benefici che esse comportano. In un stallo di completa sfiducia qualcuno deve agire per primo e mollare la presa, ma solo se si ha il coraggio di avere fede nell’animo umano, rendendosi vulnerabili e rischiando di essere colpiti seppellendo l’ascia da guerra per primi, si potrà vedere l’altro non più come un nemico ma come un alleato.

    A livello tecnico il lungometraggio è sbalorditivo, i colori e la fotografia che ci accompagnano per tutta l’opera sono una gioia per gli occhi e l’animazione è di una qualità elevata.

    Sotto ogni aspetto Raya e l’ultimo drago non delude, e Walt Disney ci riconferma la sua grande capacità di portare al pubblico opere di alto livello, capaci di appassionare i più piccoli così come gli adulti con la loro magica ricetta in grado di far rivivere il bambino che è dentro di noi.

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