Category: Recensioni

  • RECENSIONE LASCIALI PARLARE – CON MERYL STREEP

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    “Si tratta di un errore molto comune: la gente pensa che l’immaginazione dell’autore sia sempre all’opera, che egli inventi costantemente un’infinita serie di avvenimenti ed episodi. Che semplicemente immagini le sue storie partendo dal nulla. Nella realtà, è vero l’opposto. Quando le persone scoprono che sei uno scrittore, sono loro a portarti i personaggi e gli eventi. E fin tanto che conservi la capacità di osservare e ascoltare con attenzione queste storie continueranno a […] cercarti nel corso della tua vita. A colui che ha spesso raccontato le storie degli altri, molte storie saranno raccontate.”

    Così all’inizio di Grand Budapest Hotel, Wes Anderson spiega il mestiere dello scrittore. O meglio chi sono gli scrittori.

    Un autore, così presentato, sembra essere una persona attenta, in grado di unire esuberanza e capacità di restare nell’ombra ad osservare. Uno scrittore non crea dal nulla, ma rielabora ciò che lo circonda. È attratto dalle deviazioni, dalle anomalie della vita di cui viene a conoscenza. Queste colpiscono la sua attenzione, si fissano nella sua mente, e germogliano ramificandosi, espandendosi e dando vita a splendidi nuovi fiori.

    “Perché pensare per figure e personaggi? Perché queste sintesi si presentano a noi come risposte emergenti e vive, come nascite o novità a venire, come un avvenire del pensiero. Perciò il pensiero inventa come evolve la vita e come procede il mondo”

    (Michel Serres, Il mancino zoppo)

    Gli scrittori sono ladri poetici e silenziosi. Alice Hughes è tutto questo.

    Lasciali parlare (Steven Soderbergh, 2020) è la storia di una rinomata scrittrice, Alice Hughes, appunto, interpretata da Meryl Streep, che dall’America si imbarca su una nave diretta in Inghilterra per ricevere un premio. Alice sta scrivendo il suo nuovo libro, di cui nessuno sa nulla, e la speranza del suo editore è che si tratti del sequel del suo successo “You always/You never”. Sulla nave con lei ci sono, sotto sua richiesta, due sue vecchie amiche dell’università, Susan e Roberta, e suo nipote Tyler. Nell’imbarcazione è però presente anche un’altra sua conoscenza, la sua agente, salita sulla nave a sua insaputa per ricercare informazioni riguardo al manoscritto.

    La vicenda fondamentale si svolge sulla nave, con pochi cambi di ambientazione. Qui verrà progressivamente definitivo, in diversi modi e tempi, il rapporto tra le tre amiche. In particolare il film si concentra sulla costante tensione tra Alice e Roberta. L’accusa, da parte di quest’ultima ad Alice, è quella di aver “rubato” la storia del suo matrimonio e di averla sfruttata per scrivere il suo libro, danneggiando la sua vita proprio pubblicando quella storia. Alice risponde alle accuse (mentendo, non sappiamo in che percentuale) dicendo che tutti i suoi personaggi parlano di se stessa. Le due amiche non riusciranno a comunicare realmente per gran parte del film, quasi cercando di contenere un problema che prima o poi le avrebbe portate inevitabilmente a un confronto diretto.

    Una sempre elegantissima Meryl Streep riesce ad interpretare alla perfezione un personaggio profondamente sensibile, intimamente legato ai suoi affetti e affascinato da ciò che accade nel mondo esterno. Allo stesso tempo, però, Alice presenta un muro che la separa dagli altri: è chiusa in sé, non riesce a esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni e appare totalmente presa dal suo lavoro e dai libri che legge.

    La si vede rispettare una solida routine di scrittura e nuoto. La si vede spesso, infatti, uscire dalla piscina della nave con fierezza e distensione, come se quell’atto fosse terapeutico per lei.

    Una simpatica side story è invece quella del nipote Tyler e del suo rapporto con Karen, l’agente di Alice. I due si conoscono perché la donna lo prega di ottenere delle informazioni sul manoscritto e su sua zia. Questo il punto di partenza di un legame che si instaura con risvolti non scontati.

    Il personaggio di Tyler inoltre rappresenta un fulcro ironico della vicenda, perché non solo viene incaricato da Karen di tenere d’occhio Alice, ma anche da Alice di controllare le sue amiche per accertarsi che si divertano, e infine da Roberta al fine di cercare informazioni su un uomo a cui potrebbe essere interessata. Tutto ciò avviene con una benevolenza e ingenuità da parte di Tyler che non possono non far sorridere.

    Uno degli elementi da lodare di più è la schiettezza che accompagna i fatti narrati. Nulla viene edulcorato, i personaggi sono credibili, con pregi e difetti. Un’orchestrazione dinamicamente equilibrata di diversi tipi umani e dei loro rapporti, che non si separa troppo dalla realtà.

    Un’orchestrazione che però, paradossalmente, non c’è stata: il film è stato girato in soli dieci giorni, dando agli attori una breve descrizione dei fatti, e lasciando la scena a un’improvvisazione quasi completa. Un tempo da record per un’opera cinematografica della portata qualitativa di Lasciali parlare.

    Un ultimo elemento, secondario ma comunque importante, sono le musiche di Thomas Newman. Sembrano quasi richiamare le note di Angelo Badalamenti nella colonna sonora di Twin Peaks (David Lynch, 1990), contribuendo certamente a creare l’atmosfera caratteristica di questo film.

    Questo film è disponibile nei migliori siti di streaming per il noleggio o l’acquisto.

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  • RECENSIONE MORTAL KOMBAT DI SIMON MCQUOID

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    Portare un videogioco al cinema non è sicuramente un compito facile. In molti hanno provato (vedi Silent Hill di Christophe Gans, 2006, Doom di Andrzej Bartkowiak, 2006, o la saga di Resident Evil  di Paul W.S. Anderson per citarne alcuni tra i più famosi), ma la maggior parte ha fallito. Si trattava infatti di prodotti mediocri, spesso con budget limitati e che non riuscirono ad essere apprezzati né dalla critica specializzata né dal pubblico più generalista, arrivando, talvolta, a diventare dei cult. E’ il caso anche del primo adattamento del franchise di Mortal Kombat, uscito nell’ormai lontano 1995 e diretto dal già citato Paul W.S. Anderson: un film limitato soprattutto dal budget molto ridotto e dalla tecnologia dell’epoca, che portarono alla creazione di un prodotto estremamente insufficiente e pieno di problemi, diventato però un “guilty pleasure” per molti fan della serie, che continuano a ritenerlo ancora oggi un pezzo da non dimenticare della storia del marchio MK.

    A 26 anni di distanza da quel film, Warner Bros assieme a James Wan e New Line Cinema ha deciso di riprovarci, portando alla creazione di una nuova trasposizione del videogioco, che proprio nella scorsa generazione videoludica ha conosciuto una rinascita con il nono capitolo (e reboot della serie) uscito nel 2011 e, soprattutto, il grande successo riscontrato dall’undicesimo capitolo uscito l’anno scorso. Con Simon McQuoid alla regia e Greg Russo e Dave Callaham alla sceneggiatura, il film ha raggiunto in contemporanea le sale ed HBO Max nel mese di Aprile, per poi sbarcare in Italia il 30 Maggio.

    FIGHT!

    Il film comincia con un prologo estremamente esplicativo del tipo di prodotto che lo spettatore sta per guardare. L’abitazione di Hanzo Hasashi viene infatti attaccata da alcuni uomini del clan rivale, il Lin Kuei, con la risultante della morte di tutti i membri del clan Shirai Ryu, compresa la famiglia di Hanzo, morta congelata. Arrivato sulla scena, il ninja riesce ad eliminare in maniera estremamente violenta e splatter diversi rivali, soccombendo però al loro capo Bi Han, capace di controllare e creare armi di ghiaccio. Dal Giappone feudale la scena si sposta poi nel presente, dove il protagonista Cole Young, portatore di un marchio a forma di testa di dragone, si ritrova obbligato ad addestrarsi ed a combattere guerrieri con abilità sovrumane, in quanto prescelto per combattere nel Mortal Kombat, un mortale torneo tra regni.

    Anche cercando di riassumere e semplificare il più possibile, la trama risulta particolarmente confusa, complice il fatto di essere nata come pretesto per combattimenti estremamente gore in cabinati arcade e di essersi poi espansa successivamente, portandosi però dietro diversi problemi e buchi di trama. All’interno del film questo aspetto pesa parecchio. La struttura narrativa, che ad una semplice occhiata può sembrare semplice risulta invece inutilmente complicata e contorta, portando anche lo spettatore più attento a confondersi. Inoltre il protagonista, creato da zero per film, risulta un personaggio abbastanza piatto, che non riesce mai a emergere affiancato ai vari personaggi secondari, complice anche la scelta di un attore espressivamente anonimo e uno stile di combattimento che risulta troppo classico e banale.

    IL PARADISO DEI FAN (O QUASI)

    Nonostante nel film manchino diversi personaggi famosi del videogame, la maggior parte dei protagonisti dei capitoli principali sono presenti. Inoltre sono proposti con estrema cura sia per i costumi sia per i “moveset”, quasi identici a quelli presenti nei videogiochi. Vedere sullo schermo personaggi come Scorpion, Sub Zero, Kung Lao e Liu Kang sono, per un fan, un vero spettacolo. Ugualmente non si può invece dire per i personaggi meno conosciuti: se Kabal, Jax o Kano sono curati quasi ai limiti della perfezione, personaggi come Reptile, Mileena o Reiko hanno subito un forte restyling rendendoli completamente diversi dagli originali, facendogli perdere tutto il loro fascino.

    Il cuore di Mortal Kombat sono però sempre stati i combattimenti estremamente splatter ed eccessivi. Può sembrare cosa semplice da trasporre al cinema, abituati come siamo alla visione di film cruenti, ma così non è. Nel videogioco un personaggio può venire colpito alla testa da un gigantesco martello, per poi rialzarsi subito dopo come se niente fosse, con la barra dei punti vita unica vittima dell’accaduto; una cosa di questo tipo non può essere inserita all’interno di un prodotto cinematografico. Anche qui il film riesce a risultare molto godibile e divertente, con combattimenti lunghi ma appaganti e divertenti che spesso si concludono con le sanguinolenti Fatality che hanno reso famoso il franchise, anche queste trasposte con molta fedeltà e cura.

    Il film è inoltre pieno di riferimenti che soltanto i fan potranno notare. Da veri e propri Easter Eggs a citazioni di frasi celebri del gioco che, per mantenersi tali, non sono state tradotte nell’adattamento in lingua italiana. Fioccano quindi frasi come “Fatality!” o “Finish Him!”, passando per la celebre frase finale di ogni scontro qui  pronunciata da Kano “Kano Wins”  fino alla famigerata “Get Over Here!” di Scorpion; si consiglia comunque di guardare, se possibile, il film in lingua originale soprattutto per apprezzare ancora di più la scelta attoriale e la corretta pronuncia dei nomi dei combattenti.

    NON E’ TUTTO ORO CIO’ CHE LUCCICA

    Chiusa questa parentesi estremamente positiva, ci sono altri due punti di cui bisogna parlare. Il primo riguarda proprio il Mortal Kombat, il torneo che dà il nome al film. Se nel capostipite videoludico e nella trasposizione del 1995 si trovava, giustamente, al centro della vicenda, qui viene relegato ai margini, fungendo quasi esclusivamente come incipit della vicenda, togliendogli quindi tutto il fascino di quel macabro torneo che dovrebbe invece essere al centro della trama. Se per un fan può essere un dispiacere più che un problema, così però non è per lo spettatore generico, il quale si ritroverà spesso confuso soprattutto sul funzionamento e le regole della competizione in questione, che vengono semplicemente esposte da alcune linee di testo (anche particolarmente vaghe e criptiche) subito dopo l’apparizione del titolo.

    Altro punto debole è l’inserimento del marchio del dragone, non presente nei videogiochi. In quest’ultimi chiunque può combattere nel torneo e i giusti addestramenti permettono di imparare alcune tecniche, sempre se non si fa parte di una dinastia di “magici guerrieri”. Nel film invece soltanto chi ha il marchio può partecipare e, se non lo acquisti per diritto di nascita, puoi ottenerlo soltanto uccidendo qualcuno che lo possiede. Inoltre, soltanto se si possiede questo marchio, si può attingere ad un’energia interiore che permette di sviluppare poteri sovrumani. Se da un lato risolve le varie assurdità su cui le controparti videoludiche non si sono mai soffermate (come monaci che sparano fuoco dalla mani o si teletrasportano), dall’altro limita di molto il modo in cui si svolgono le vicende aggiungendo un’ulteriore (ed inutile) complicazione.

    Dal punto di vista registico, il film risulta un lavoro mediocre, dovuto forse anche al fatto che questo sia un esordio alla regia per primo Simon McQuoid. Le vicende risultano abbastanza chiare, senza però particolari picchi espressivi e con un paio di momenti più concitati durante le scene d’azione che risultano un po’ confusi.

    D’altro canto gli effetti speciali e visivi sono ottimi. In primis il ghiaccio creato da Sub Zero è reso in maniera stupenda, come anche il fuoco di Scorpion, le braccia robotiche di Jax o il personaggio di Goro (finalmente possiamo dimenticarci il “pupazzone” presente nell’adattamento del ’95). Purtroppo qualche piccola incertezza c’è: un personaggio la cui testa è stata aggiunta in CGI in maniera poco rifinita o i movimenti del personaggio di Kabal, il quale vedendolo in azione sembra quasi interamente creato a computer, creando un effetto non sempre gradevole per gli occhi. Per fortuna si tratta perlopiù di piccolezze, legate inoltre a personaggi che presentano un minutaggio a schermo abbastanza ridotto.

    CONCLUSIONI

    Nonostante una regia abbastanza mediocre e diversi problemi sul lato della sceneggiatura, questa trasposizione di Mortal Kombat può tranquillamente essere definita uno dei migliori adattamenti di un videogioco al cinema. Soprattutto per i fan, il film è una gioia per gli occhi, con molti personaggi iconici curati e trasposti ai limiti della perfezione, nonostante qualche cambiamento per alcuni, ma soprattutto con un prodotto che risulta molto divertente e che riprende appieno l’anima splatter e violenta del videogioco. Tutt’altro che un capolavoro quindi, ma sicuramente uno di quei film di cui si fa felicemente un rewatch ogni volta che lo trasmettono in televisione.

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  • RECENSIONE IL DIVIN CODINO – IL VIAGGIO DELL’ER(R)O(R)E

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    Io sto sempre andando a casasempre alla casa di mio padre
    Novalis

    “Chi è, Roberto Baggio?”: è la domanda che ne Il Divin Codino l’inviato di una Tv locale rivolge al timido fenomeno diciassettenne, quando ancora è una brillante promessa coi piedi ben piantati sui campi di provincia del Vicenza, ma già tutto il calcio che conta ne corteggia il talento cristallino. Il biopic Netflix di Letizia Lamartire prova a rispondere, ripercorrendo la gloriosa e sofferta vicenda umana e privata del fuoriclasse di Caldogno in tre atti drammatici e temporali che assomigliano alle tappe di un personale calvario: il grave infortunio dell’85 che complica l’approdo in Serie A alla Fiorentina, l’avventura sfortunata e il tragico epilogo ai Mondiali di USA ’94, la rinascita a Brescia sotto la guida dell’amato Carletto Mazzone (Martufello), subito vanificata dalla delusione per la mancata convocazione in Giappone-Corea 2002. Intercettando la parabola di un campione così ascetico, ermetico e silenzioso, sovranamente distante, per deviare dall’iconica traiettoria del rigore sbagliato di Pasadena, che lo ha consegnato all’immaginario collettivo – non solo degli sportivi – ben più dei suoi successi.

    È l’eterno flash di quella sfera inspiegabilmente sparata alta al cielo – in un fuoricampo infinito e assoluto – la scena madre che continua a segnarne il vissuto, e a togliergli il sonno a distanza di anni. L’orizzonte degli eventi che contrae e dilata, accelera e rallenta il tempo del calcio al pallone inghiottito in un buco nero, modificandone il corso e la percezione tra passato e presente, che si rincorrono in palleggio nell’analogia fondamentale del film, il flashforward del predestinato. I raccordi alternati tra il piccolo Roberto che va sul dischetto, sistema il pallone, prende la rincorsa e segna frantumando i vetri dell’officina di papà, e il campione affermato che a un passo dalla gloria fallisce il tiro nella finalissima. Con le urla di gioia del bambino vittorioso – Baggio era così, faceva da sé la telecronaca del tripudio – che fanno invasione di campo sonora riversandosi sulle immagini mute dello scoramento della sconfitta, prima di sprofondare nella dissolvenza in nero che, purtroppo, non sarà mai vero oblio.

    Non sta però nell’impianto visivo – attestato su una confezione standard da serial –  e nel (debole) racconto di imprese e cadute sportive, l’elemento di maggior fascino de Il Divin Codino. Anzi, nelle riprese sul campo – con l’impiego di una Betacam vintage per mimare la patina anni ’90 – sconta una piattezza televisiva che, nel restituire la poesia in movimento e gli arabeschi imprevedibili del genio di Baggio, non si distacca dal replay d’imitazione dei gesti tecnici fissati nelle celebri immagini d’archivio (un’estetica del calcio giocato ripensata fuori da format e highlights della diretta Tv è annoso problema dei film sul pallone).

    Insieme all’interpretazione pensosa, monacale, in sottrazione, quasi in assenza di Andrea Arcangeli (Romulus), ciò che convince, nello script di Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (i due terzi della writing room di 1992 e seguiti), ispirato “alla vita e alla persona” più che alla leggenda di Baggio, è il raccoglimento ombroso e tormentato nella vulnerabilità dell’uomo (dietro il campione). Nella dimensione appartata della disciplina interiore (il superamento del vuoto, la forza di volontà del riscatto, la graduale adesione al buddhismo). Senza l’epica della celebrazione divistica ma con la mistica della resurrezione attraverso ostacoli e sofferenze, in cui le stimmate del divino sono l’umanissima incisione dei duecentoventi punti di sutura al ginocchio martirizzato.

    Un percorso fisico e spirituale lungo un paradigma della coscienza che, come sostiene Stefano Piri, autore di un bel saggio sul calciatore (Roberto Baggio – Avevo solo un pensiero, 66thand2nd edizioni), è facilmente assimilabile al cammino iniziatico del viaggio dell’eroe, perseguito dal film anche nel tratteggio delle figure ancillari: l’amico di preghiera Maurizio Boldrini e il manager Vittorio Petrone come mentori e coach spirituali, il mutaforme Arrigo Sacchi – una sfinge a bordocampo – che mette in ombra e alla prova il talento, il padre Florindo (Andrea Pennacchi) come inflessibile guardiano della soglia della predestinazione, che forgia carattere e saggia la volontà con l’innesto di una false memory fatale.

    Perché in fondo, Il Divin Codino è una grande parabola di riconciliazione padre-figlio: tra un padre ostico, anaffettivo, inavvicinabile, e un figliol prodigo eternamente smarrito in cerca dell’approvazione, che si danno (al)la caccia, si rincorrono a distanza per tutta la vita trovandosi infine in un abbraccio sulle note di Paradise di Bruce Springsteen. Qualcosa che vale forse più di un rigore maledetto…

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  • RECENSIONE BABYTEETH – LE DEVIAZIONI DEL TEEN (MÉLO)DRAMA

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    Il teen cancer romance, la rom-com di adolescenti e giovani con malattie, è ormai un diffuso sottogenere della commedia drammatica contemporanea: dolci e accorate storie di formazione e love story precocemente azzoppate dalla scoperta della malattia o infermità di uno o più personaggi, per cui, spesso, il primo amore rischia di essere anche l’ultimo. Il tema è delicato e gli esempi diversi, con toni ed esiti alterni, tra l’approccio sincero, senza ricatti emotivi, e lo stucchevole piagnisteo melodrammatico. Si ha una buona panoramica del filone vedendo un pugno di film come 50/50 (2011) di Jonathan Levine, Now Is Good (2012) di Ol Parker, Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) di Alfonso Gomes-Rejon, Colpa delle stelle (2014) di Josh Boone (dal bestseller young adult di John Green), Il sole a mezzanotte – Midnight Sun (2018) di Scott Speer, e, ultimo arrivato, dalla Germania, Io rimango qui (2020) di André Erkau. Senza dimenticare i recenti epigoni italiani: Sul più bello (2020) di Alice Filippi e Sulla stessa onda (2021) di Massimiliano Camaiti.

    Prova a sparigliare le carte del canone, dando una ventata d’aria fresca a stereotipi e lacrime facili, Babyteeth (2019), opera prima della regista australiana Shannon Murphy, adattamento dell’opera teatrale del 2012 di Rita Kalnejais (qui alla sceneggiatura), in sala dal 13 maggio dopo la presentazione alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia (al co-protagonista Toby Wallace è andato il Premio Mastroianni come miglior attore esordiente).

    La sedicenne Milla – una misurata e convincente Eliza Scanlen, già Beth March in Piccole donne di Greta Gerwig e in un piccolo ruolo nel thriller Le strade del male -, affetta da grave tumore, conosce per caso lo sbandato Moses (Toby Wallace), ventitreenne con cui entra in affinità a dispetto di background agli antipodi: per lei, nevrotica famiglia borghese con padre psichiatra (Ben Mendelsohn) e madre ex-pianista dipendente dagli ansiolitici (Essie Davis, abbonata al ruolo di genitrice sfibrata e scostante come in Babadook (2014) di Jennifer Kent); per lui, cacciato di casa e ripudiato dalla madre, vita da randagio tra droghe, furti e richieste di soldi. Il loro legame è però speciale, sostegno prezioso alla lotta di Milla e alla rifondazione di una nuova armonia familiare, sullo sfondo di una tragedia inevitabile.

    Il film si apre sull’immagine simbolica e ingrandita di un dente insanguinato che affoga coreograficamente sul fondo di un bicchiere d’acqua: il dente da latte di Milla – a cui fa riferimento il titolo -, simbolo di un destino bloccato in un anacronismo, come in un loop temporale, in cui resiste il retaggio della fanciullezza ma, allo stesso tempo, è negato l’approdo alla maturità dalla condanna della malattia terminale.

    Già dalla spiazzante irruzione di Moses – sconvolto outsider che pare scappato da un film di Xavier Dolan – alle spalle di Milla, sulla banchina della stazione, Shannon Murphy palesa subito uno spirito anarchico, fieramente marginale e anticonformista. Instradando il suo teen (mélo)drama dell’incontro di solitudini sui binari non lineari di un rapporto che procede a salti e singhiozzi, tra bruschi strappi e riavvicinamenti affettuosi. In una cornice narrativa libera ed episodica, incentrata sul frammento e sulla deviazione, che alterna spontaneamente, senza troppe ricadute, picchi drammatici e distensione emotiva, in brevi sequenze introdotte da didascalie a getto che incapsulano il mood emotivo: una parola, uno sfogo, un soliloquio notturno alla luna, l’indicazione di una stasi o di una svolta, la descrizione di un attimo o di una tonalità sentimentale. Utilizzando filtri e linguaggio stilistico del cinema giovanile, mobilità della camera addosso ai personaggi, canzoni a massimo volume al punto giusto, colori fluo e disco-stroboscopia. Senza insistere morbosamente nella pornografia del dolore, nel compatimento strappalacrime per Milla (con qualche eccesso appesantito solo nel finale).

    Babyteeth va però oltre il recinto del teen drama: allargando i riflettori al disastrato mondo degli adulti, duplicando l’assortimento della coppia Milla-Moses nel tormentato ménage coniugale di Anna e Henry – i genitori della ragazza -, tenta di avvicinare le atmosfere, i comprimari weird, gli immaturi in crisi di mezza età, le pulsioni contrastanti e gli umori irrisolti di un certo cinema autoriale indie e mumblecore made in USA, traslocato nelle inquietudini borghesi e nella schizofrenia della suburbia australiana.

    Senza impuntarsi troppo nello scontro generazionale – anche se i conflitti non mancano -, guarda con empatia, di fronte all’estremo dolore, a una convivenza orizzontale ed inclusiva, per quanto mal assortita. Mettendo tutti attavolati – il quartetto principale e gli ospiti variamente sradicati (l’insegnante di violino, la strampalata vicina di casa incinta, il ragazzino orientale senza dimora) a discutere in cucina o a festeggiare nell’arioso salotto new age dei Finlay, tra piante e pianoforte, quasi fossimo in una terrazza di Ozpetek, all’altro lato dell’emisfero.

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  • RECENSIONE OXYGENE – SCI-FI THRILLER CON MELANIE LAURENT

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    Oxygène è una produzione franco-statunitense del 2021. Il film, diretto da Alexandre Aja e distribuito in Italia da Netflix, si distingue nell’enorme calderone della piattaforma streaming numero uno al mondo per il modo originale in cui la storia ci viene narrata.

    Protagonista assoluta di questo film, ambientato in un non ben definito futuro prossimo, è Elizabeth Hansen, una giovane donna intrappolata in una capsula criogenica che, risvegliatasi all’interno della macchina in seguito ad un guasto, dovrà trovare un modo per poter uscire prima che l’ossigeno finisca.

    Parlare di questo film senza fare nessuno spoiler risulta veramente complicato. Elizabeth Hansen non ricorda nulla del suo presente, non sa chi sia né il motivo per cui si trova all’interno della capsula. L’opera è incentrata totalmente su di lei, interpretata da una splendida Mélanie Laurent (indimenticabile Shoshanna in Bastardi senza gloria), e sul suo tentativo di fuga, mischiando attimi di terrore a momenti di speranza. Il co-protagonista è un’intelligenza artificiale, M.I.L.O., installata all’interno della capsula. Mathieu Amalric, doppiatore originale, ha prestato la voce al soggetto, riuscendo a dare ad esso un tono familiare, quasi caldo e rassicurante mantenendo, però, sempre un distacco emotivo tipico di un classico assistente virtuale.

    La prima cosa di cui è necessario parlare è anche il primo elemento che cattura l’attenzione dello spettatore: la meravigliosa recitazione di Mélanie Laurent. L’attrice francese, infatti, riesce a tenere sulle spalle l’intero film, grazie ad una mimica facciale capace di trasmettere qualsiasi tipo di emozione: paura, angoscia, ma anche speranza. La protagonista, essendo bloccata all’interno di una capsula criogenica, si trova in posizione supina per tutta la durata del film, motivo per cui la prova di Laurent è assolutamente incredibile. Riuscire a trasmettere una così vasta gamma di sentimenti soltanto utilizzando il viso non è cosa semplice.

    Il film è girato quasi interamente all’interno della capsula, con poche scene di flashback a fare da contorno alla narrazione. Nonostante l’ambientazione sia,dunque, davvero piccola, il regista riesce a farci percepire tutta l’angoscia e la paura di Elizabeth. La macchina da presa si concentra principalmente sul volto della protagonista, ma anche sui dettagli del suo corpo e su quelli della capsula in cui è rinchiusa, resa in maniera molto realistica anche se, comprensibilmente, futuristica. Nonostante questi limiti spaziali, il film non stanca e non annoia lo spettatore, ma anzi lo intrattiene dall’inizio alla fine, grazie anche a numerosi colpi di scena (alcuni sì, telefonati) che permettono di mantenere alta l’attenzione e la suspense.

    Infine, non si può non notare l’affinità della tematica con la nostra condizione dovuta alla pandemia globale. La protagonista si trova reclusa in un luogo da cui non può uscire, una sensazione che tutti noi abbiamo provato (certo, non a questi livelli) che spiega perfettamente il senso di vuoto ed oppressione che ha caratterizzato una parte delle nostre vite.

    Un thriller fantascientifico dunque molto ben riuscito, che porta a casa un risultato inaspettato con pochi mezzi ma con una sapiente messa in scena ed una grande interpretazione della protagonista.

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  • RECENSIONE CRUDELIA – IL NUOVO LIVE ACTION DISNEY

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    I remake live-action di casa Disney basati sui loro classici hanno avuto una storia fatta di alti e bassi: se i remake di Cenerentola o Il Libro della Giungla hanno avuto un buon risconto di critica e pubblico, Maleficient, La Bella e la Bestia o Il Re Leone sembrano non essere riusciti a giustificare la propria esistenza al di fuori del fare cassa sulla nostalgia degli spettatori. Compitini appena sufficienti, quindi, con giusto la novità di un impianto visivo nuovo e di nuovi interpreti. Il nuovo live-action Disney Crudelia non soffre di mediocrità; il suo problema, in un certo senso, è l’esatto opposto.

    Crudelia non solo è un ideale prequel de La Carica dei 101, ma è anche una origin story di Crudelia De Mon (qui interpretata da Emma Stone), una delle villain più iconiche dell’immaginario Disney. Il film segue dall’infanzia all’età adulta questa aspirante stilista divisa -come il bianco e il nero dei suoi capelli- tra una personalità buona e gentile, Estella, e un lato oscuro da sempre dentro di lei che chiama Cruella (nonostante il titolo del film il personaggio mantiene il nome originale inglese, Cruella de Vil). Estella, dopo un periodo di gavetta, inizia a lavorare per la tirannica stilista Baronessa Von Hellman (Emma Thompson). Dopo la scoperta della responsabilità della Baronessa relativamente ad un tragico episodio del suo passato, Estella/Cruella decide di usare le armi della moda contro di lei, con l’aiuto dei suoi amici Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser), per compiere la sua vendetta.

    Il plot non è il punto forte del film: questa revenge story procede per accumulazione più che per sviluppo narrativo, tra rivelazioni che riescono a essere sia prevedibili che improbabili, persino involontariamente comiche. Anche lo sviluppo della protagonista lascia parecchio a desiderare: Emma Stone è molto brava nel rappresentare entrambi i lati del suo personaggio, ma il continuo passaggio da Estella a Cruella (e viceversa) è sempre troppo repentino, e non giustificato né dalla trama né dalle (seppur drammatiche) rivelazioni che la coinvolgono.

    L’aspetto migliore di Crudelia è nella sua presentazione visiva. Esteticamente è tra i migliori live-action Disney e, senza dubbio, il più originale. Merito della solida regia di Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua, Tonya) che trascina lo spettatore in vorticose carrellate nell’ambientazione anni ‘60-’70, tra le sfarzose scenografie barocche di Fiona Crombie e i meravigliosi costumi di Jenny Beavan, già vincitrice di due Premi Oscar per Camera con Vista e Mad Max: Fury Road. Proprio i costumi diventano i veri protagonisti del film; non solo perché presentano un’immensa varietà di stili e colori, ma perché l’abbigliamento (e, più in generale, la moda) diventa espressione di un sentimento di rivalsa e di riscatto sociale. Cruella usa la moda come arma contro la sua nemesi ma anche contro il conformismo e la mancanza di immaginazione, colpendo dall’interno quella struttura di cui all’inizio tanto desiderava far parte.

    Al contrario di altri anemici live-action Disney, Crudelia è un quindi un film fondato sull’eccesso, nella messa in scena e nella trama. I colori sono sgargianti, i movimenti di macchina sontuosi, buona parte del cast è sopra le righe (le più misurate sono Emma Stone e soprattutto Emma Thompson, le migliori del film), la colonna sonora di classici punk e rock non dà tregua, i costumi sono sfarzosi, le soluzioni narrative melodrammatiche. Questo eccesso nella messa in scena rispecchia la personalità debordante della protagonista. Tuttavia, se all’inizio questo aspetto può divertire e incuriosire, sul lungo andare si rivela controproducente per il film stesso. L’accumulazione di eventi, rivelazioni e sottotrame fa pesare il minutaggio del film rendendolo inutilmente lungo, e anche quando sembra giungere alla naturale conclusione in realtà prosegue ulteriormente. Il film diventa in tal modo estenuante più che immaginativo, stucchevole più che elegante. Nel complesso Crudelia è un’ambiziosa e originale esperienza visiva, soprattutto per gli standard dei live-action Disney. Ma questa origin story, più simile al Joker di Todd Phillips che a Il diavolo veste Prada, avrebbe giovato di un maggior controllo della sua
    materia narrativa da parte degli autori: Estella/Cruella non può e non vuole essere moderata, Crudelia avrebbe forse dovuto esserlo di più.

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  • RECENSIONE HALSTON – SERIE NETFLIX CON EWAN MCGREGOR

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    In un momento di difficoltà storica per l’industria dello spettacolo, che, complice la pandemia e i conseguenti problemi produttivi, ha faticato a mantenere i ritmi a cui l’era della “peak television” ci aveva abituato, una delle poche eccezioni è rappresentata da Ryan Murphy. Quest’ultimo, infatti, fresco dell’accordo multi-milionario con Netflix, nell’ultimo anno ha dato alla luce un numero impressionante di progetti diversi fra loro, non sempre, bisogna dire, soddisfando le aspettative che ormai sono legate al suo nome. L’ultimo di questi è la miniserie Halston, che racconta, nell’arco di 5 puntate, l’ascesa e la caduta dell’omonimo stilista statunitense famoso negli anni ’70 nonché uno degli animatori e frequentatori più assidui della scena disco newyorkese che ruotava attorno al leggendario Studio 54.

    https://www.youtube.com/watch?v=yCgdWHwEnrg

    Questa miniserie è un ulteriore tassello di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere il programma narrativo e culturale di Ryan Murphy: partendo da spunti più o meno ancorati alla realtà (vedi Hollywood, Pose o American Crime Story) o ad altre narrative (ad esempio Ratched) vuole poi costruire un suo personale discorso, fornendo spunti di riflessione su svariate tematiche, fra cui in maniera preponderante il ruolo della comunità LGBTQ+ e delle altre minoranze. Nonostante in questo caso non curi personalmente la regia, affidata invece a Daniel Minhan, lo stile è comunque quello inconfondibilmente barocco che è ormai la cifra delle produzioni di Murphy, e che qui necessariamente esalta al massimo non solo i costumi, come ovvio che sia, ma anche gli ambienti, i quali, grazie anche ad un budget sicuramente molto alto, sono curati nei minimi particolari e risultano decisamente affascinanti e di impatto. Inoltre, come già si era visto in molte sue precedenti produzioni, Murphy non si pone apparentemente alcun problema nel portare sul piccolo schermo personaggi leggendari del mondo dello spettacolo statunitense, aspetto al quale altri, al suo posto, porrebbero molta più cautela. Ed ecco che nel corso dei cinque episodi troviamo, oltre ad Halston stesso, l’attrice e cantante Liza Minnelli, la celebre ballerina e coreografa Martha Graham, la designer Elsa Peretti e tanti altri animatori e frequentatori dello Studio 54. L’unico su cui si è mosso più prudentemente in questo caso è stato Andy Warhol, più volte nominato ma che non vediamo mai sullo schermo.

    Altro elemento riconoscibile che ritorna è una rappresentazione senza filtri del sesso, specialmente quello omosessuale, e dello sfrenato uso di droghe, quest’ultimo evidenziato molto bene, anche visivamente, nella sua ripetitività. Tutto ciò è oggi possibile grazie ai lavori di Ryan Murphy stesso ma anche di altri registi e produttori, i quali hanno portato allo sdoganamento di certe rappresentazioni sul piccolo schermo.

    L’aspetto che in questo caso risulta più tradizionale è probabilmente quello narrativo. La vita dello stilista infatti viene raccontata secondo il tipico schema di rise-and-fall  dell’antieroe, che, dopo una scalata vertiginosa verso un successo stratosferico, altrettanto vertiginosamente crolla, complice l’arroganza, la perdita dei punti di riferimento più fidati e il consumo smoderato di cocaina. Se questo rientrare in binari già prestabiliti rende la serie tutto sommato godibile, prevenendo alcuni scivoloni che in altri casi (di nuovo Hollywood oppure The Politician, ma soprattutto il musical The Prom) avevano rovinato progetti partiti con una premessa interessante, tuttavia ciò la rende anche prevedibile e non molto incisiva per quello che dovrebbe essere un prodotto di punta. Ci sono certo alcune riflessioni interessanti, come ad esempio lo scontro fra le ragioni del mercato, da cui lo stilista viene ad un certo punto travolto perdendo addirittura i diritti sul suo stesso nome, e quelle dell’arte, un fiore che dovrebbe essere coltivato e protetto con cura, perché fragile e prezioso, come le orchidee tanto amate dallo stilista – “bellissime ma senza nessun profumo”. Ma questi discorsi non vengono sviluppati ulteriormente, e si perdono, fini a sé stessi.

    Forse proprio quest’ultimo elemento disegna involontariamente un paragone con lo stesso Ryan Murphy, che nella sua produzione sovrabbondante forse ha perso la visione organica delle sue idee, a causa probabilmente di una mancata riflessione approfondito e di uno sviluppo coerente delle stesse. Non che l’aspetto commerciale sia un problema di per sé; la televisione soprattutto, ma anche il cinema, sono il caso più evidente di fusione fra arte, intrattenimento e necessità commerciali. Ma la differenza viene da come questi aspetti si compenetrano fra di loro in maniera organica e intelligente, sostenendosi a vicenda, e questa delicata alchimia non sempre negli ultimi tempi è venuta fuori nelle produzioni dello showrunner americano.

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  • RECENSIONE I MITCHELL CONTRO LE MACCHINE

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    I Mitchell contro le macchine è un film animato del 2021, scritto e diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe, prodotto dalla Sony Picture Animation e distribuito in Italia da Netflix.

    Il film ha inizio in medias res, in un mondo post apocalittico in cui dei robot hanno preso il controllo del pianeta Terra. Qui una voce narrante, che scopriremo essere quella di Katie Mitchell, figlia maggiore e protagonista del film, ci presenta in pochi minuti la situazione ed i personaggi principali. Dopo questa breve introduzione, il film ci riporta indietro di qualche giorno dentro casa Mitchell. Qui vengono presentati nel dettaglio tutti i componenti della famiglia nonché il loro carattere: il padre Rick, uomo di mezza età con una passione innata per la natura e un’avversione altrettanto forte per la tecnologia; la madre Linda, amorevole e comprensiva ma anche sbadata e insicura; il fratello minore Aaron, un bambino con problemi di socializzazione e che ama alla follia i dinosauri; il cane Mochie, un simpatico e ma decisamente poco intelligente carlino. Infine, abbiamo lei, Katie, la figlia maggiore, una videomaker alla fine del suo percorso scolastico il cui sogno è quello di fare cinema. Una famiglia, dunque, dai caratteri ben delineati, quasi stereotipati verrebbe da pensare, che però con l’avanzare del film dimostreranno la loro complessità e profondità.

    La trama si concentra soprattutto sul rapporto padre/figlia, un rapporto logorato da una visione del mondo completamente differente e da una classica crisi adolescenziale. Come già accennato, il sogno di Katie Mitchell è quello di studiare cinema, ed infatti utilizza costantemente i social per veicolari la sua passione e condividere cortometraggi buffi e divertenti che hanno come protagonista il cane Mochie. Quest’arte però non viene riconosciuta mai dal padre, che non guarda nemmeno i lavori di Katie perché fermamente convinto che non ci si possa guadagnare da vivere facendo questo per lavoro.

    Dopo una serie di vicissitudini, i Mitchell si ritrovano a compiere un lungo viaggio in auto, idea che ha avuto il padre per fare in modo di ristabilire una connessione all’interno della famiglia. È proprio durante il viaggio che il pianeta Terra viene invaso da robot super intelligenti che catturano tutti gli esseri umani, ad eccezione proprio della famiglia protagonista.

    Un incipit non troppo originale ma sviluppato egregiamente, che ci porta a vivere una vera e propria avventura in cui quattro persone comuni avranno il compito di salvare il mondo dalla nuova minaccia tecnologica. Per nulla banale è anche lo stile di animazione utilizzato per quest’opera. Così come già accaduto per Spider-Man: un nuovo universo (che, tuttavia, rimane ad oggi irraggiungibile per originalità), sempre prodotto dalla Sony Pictures e da Phil Lord e Christopher Miller, questo film si presenta graficamente fresco, innovativo, con uno stile in 3D ben distinto da quello tradizionale, che non lo fa assomigliare ai film d’animazione a cui siamo abituati e che trova un giusto equilibrio tra il cartoonesco e il realismo. Un gusto grafico che si sposa perfettamente con la trama del film e soprattutto con l’aria che si respira dall’inizio alla fine, fatta di gag, svolte inaspettate e continui riferimenti al cinema.

    Lo stile dell’animazione viene arricchito spesso anche da spunti grafici bidimensionali che richiamano evidentemente i video social che oggi le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo condividono. Il film è infatti da questo punto di vista molto attuale, la protagonista è un’adolescente dei giorni nostri, una ragazza che passa molto tempo su internet per condividere le proprie passioni, chattare con gli amici e divertirsi. Questo aspetto grafico, tuttavia, risulta a volte un po’ ridondante ed eccessivo.

    Continuando ad analizzare l’aspetto visivo del film, la parte più riuscita dell’opera, non possiamo non citare le sequenze di pura fantascienza che ci troviamo di fronte dall’inizio alla fine. Le ambientazioni futuristiche, i robot, i combattimenti, gli effetti di luce, tutto è reso alla perfezione e con un gusto davvero unico e coinvolgente. Chiunque ami questo genera troverà in I Mitchell contro le macchine un’opera da non perdere.

    Nonostante una leggerezza di fondo che permane durante tutta la visione del film, quest’ultimo, allo stesso tempo, non manca di puntare il dito non contro l’uso sconsiderato della tecnologia e contro i giganti del web. La satira nei confronti dei big della Silicon Valley è evidente è piuttosto diretta, come si può evincere da alcune frasi pronunciate dai nostri protagonisti:

    “Un’azienda tecnologica che non fa i nostri interessi?! Strano!”

    “Ehi, mi dispiace aver causato la rivolta delle macchine. Forse rubare i dati della gente e darli in pasto ad un’intelligenza artificiale nell’ambito di un monopolio tecnologico non regolamentato non è bello.”

    D’altra parte, la tecnologia è vista anche sotto una luce positiva, come la soluzione ai nostri mali, ma solo se usata in maniera coscienziosa. Un messaggio che potrebbe apparire banale, ma che è inserito perfettamente all’interno della narrazione del film, in particolare per quanto riguarda i risvolti del rapporto padre/figlia.

    Altro grande tema di questo film è, ovviamente, la famiglia. I Mitchell ci insegnano che non è necessario essere perfetti, non serve avere bellissime foto di famiglia o scambiarsi continuamente gesti d’affetto tra genitori e figli per essere una buona famiglia. Le uniche cose che servono sono l’amore e la comprensione, il cercare di venirsi incontro anche quando, inevitabilmente, ci sono dei dissapori e delle incomprensioni. Questo è il grande insegnamento di quest’opera, che si colloca probabilmente tra i migliori film dell’anno per il suo genere, confermando ancora una volta che quando si osa e si lascia libertà artistica agli autori, l’animazione è in grado di raggiungere livelli altissimi.

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  • RECENSIONE ARMY OF THE DEAD DI ZACK SNYDER

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    Nel bene e nel male, tutti conosciamo Zack Snyder. Entrato nel mondo della regia con il suo Dawn of the Dead  (remake di Zombi  di George Romero del 1978) nel 2004, passando per l’adattamento di alcuni fumetti, come 300  (2007) di Frank Miller e Watchmen  (2009) di Alan Moore, arrivando alla creazione del suo universo ispirato ai supereroi dell’universo DC culminato con il caso di Zack Snyder’s Justice League (2021), Snyder è riuscito ad ottenere una grande fama e apprezzamento soprattutto da parte del pubblico più generalista, mentre invece ha ricevuto grosse stroncature da parte della critica specializzata.

    Apprezzato o meno, Zack Snyder in questo 2021 sceglie di tornare sul tema degli zombie, lo stesso che lo aveva introdotto al cinema, ma con toni decisamente più leggeri e scanzonati. Anche questa volta Zack ci avrà messo il suo zampino?

    IL SOLITO ZOMBIE MOVIE

    Army of the Dead ci mostra fin da subito la causa della pandemia di zombie che infesterà Las Vegas per tutto il corso del film. Perdonatemi il termine, ma penso sia il migliore per descrivere ciò che succede nei primi 10 minuti di film: ignoranza. Ma in senso buono, dato che tutto funziona perfettamente nel catapultare lo spettatore all’interno di un film che volutamente non si prende sul serio e punta quindi soltanto al puro intrattenimento. Durante i titoli di testa, accompagnati dalla canzone Viva Las Vegas cantata da Richard Cheese, vediamo quelli che saranno i protagonisti del film affrontare l’inizio dell’epidemia tra esplosioni, sangue e budella. Il tutto avviene incessantemente a ritmo di musica e con vari intermezzi in cui i personaggi si presentano facendo vedere le proprie fotografie, mostrando chi erano prima di dell’apocalisse zombie (viene quasi da pensare che si tratti più di uno spot pubblicitario piuttosto che dell’inizio di un vero e proprio film).

    Dopo questa intro, iniza il film vero e proprio. Ci viene mostrato il protagonista, Scott Ward (Dave Bautista), venire contattato da un ricco uomo giapponese (Hiroyuki Sanada), il quale gli affida una missione: entrare in un caveau sotterraneo all’interno di un casinò di Las Vegas ed estrarre tutto il denaro al suo interno. Per avere successo nella missione, Ward decide quindi di formare una squadra composta dai migliori “talenti” in circolazione: chi riesce ad aprire porte impossibili da aprire, chi a pilotare elicotteri nel mezzo della battaglia e chi a tagliare a metà zombie con una sega elettrica. Il problema più grande è, però, il tempo. Il governo americano, infatti, dopo essere riuscito ad arginare il contagio zombie all’interno della città di Las Vegas, ha deciso di bombardarla con un ordigno nucleare così da eliminare per sempre tutti gli zombie, costringendo anche i nostri protagonisti ad agire in fretta per uscirne vivi.

    UN PRODOTTO CONFUSO

    Soffermandosi sulla sceneggiatura, il film ha un grosso problema: da un lato cerca di essere frivolo e scanzonato e dall’altro invece ricerca serietà e profondità, non riuscendo però a legare adeguatamente il tutto e creando quindi un miscuglio disomogeneo.

    Si passa infatti da momenti in cui sono le esplosioni e gli scontri a fuoco a farla da padrone, anche con la giusta dose di divertimento, a momenti in cui il film tenta di colpire nel profondo attraverso i dialoghi tra i diversi personaggi (soprattutto tra Scott e il personaggio della figlia interpretato da Ella Purnell), toccando anche i temi del femminismo o della libertà d’espressione, senza riuscire però a proporlo in modo interessante. Succede quindi che lo spettatore carico di adrenalina e desideroso di un continuo d’azione venga catapultato in dialoghi che risultano estremamente pesanti ed anti-climatici, rovinando non di poco l’esperienza complessiva del film, fino a sfociare in un finale anche fin troppo prevedibile.

    Pregio invece del film risulta essere la gestione degli zombie. Questi non sono infatti i classici non morti da film horror, quanto più da film fantasy o videogame, vista anche la distinzione che viene presentata tra quelli “classici”, qui chiamati Shambler, ed altri invece più potenti, agili ed intelligenti chiamati (con non molta fantasia) Alpha e che discendono direttamente dal primo infetto. Questi ultimi infatti indossano alcuni abiti peculiari (vedi la regina con la corona o il re con un elmo) ed utilizzano armi e cavalcano animali. Su quest’ultime mi soffermo un momento per apprezzare la CGI con cui sono state realizzate: sia il cavallo (che viene visto relativamente poco, ma è comunque ben fatto) ma soprattutto la tigre zombie, che risulta bellissima e terrificante al tempo stesso.

    UNA PUBBLICITÀ DI ZOMBIE

    Purtroppo, Army of the Dead ha un grosso problema dal punto di vista registico: sembra un lunghissimo spot pubblicitario. Nonostante l’utilizzo del rallenty non sia preponderante in questo prodotto rispetto agli altri suoi lavori, molte sequenze sembrano costruite appositamente per essere tagliate e postate sul web come pubblicità. Questo stile era già presente in altri film di Snyder (basti pensare nel suo recente Justice League e alla sequenza in cui Jason Momoa si strappa la maglietta e cammina al rallentatore lungo una passerella mentre viene bagnato dalle onde del mare, che ricorda terribilmente una pubblicità di un profumo), ma non risultava così schiacciante ed onnipresente quanto in questo film, tanto da risultare eccessivo e stucchevole, rendendo quindi anche le scene d’azione alla lunga particolarmente noiose.

    La fotografia è firmata sempre da Snyder e, nonostante l’abbandono dell’ormai abusata patinatura caratteristica dei suoi film, anche questa risulta a lungo andare eccessiva.

    Parlando del cast, che risulta estremamente funzionale nel proporre i classici stereotipi dei film d’azione, non si può non considerare un grande difetto: la mancanza di originalità. Non c’è nulla di male nel riproporre i soliti personaggi che hanno reso popolare il genere, purtroppo però il film non tenta minimamente di proporre alcun personaggio particolare, creando così poco interesse e parecchia noia nello spettatore, anche in quello più generalista. Abbiamo il tedesco biondo che cita Wagner ed è super intelligente, la sud-americana con la bandana in fronte, l’americano pelato con il berrettino verde e gli occhiali da sole sempre indosso, il pilota d’aerei con il sigaro sempre acceso e così via. L’unico personaggio che esce in parte dall’anonimato è quello del protagonista, grazie anche all’interpretazione particolarmente buona di Bautista.

    CONCLUSIONI

    Per chi si aspettava un prodotto trash ma divertente, magari simile agli adattamenti di Resident Evil con Milla Jovovich, rimarrà purtroppo deluso da un prodotto che, nonostante cerchi di essere divertente senza troppe pretese, finisce invece per averne fin troppe, inserendo in maniera forzata discorsi apparentemente profondi ma trattati in maniera banale, che rendono l’esperienza di visione particolarmente monotona e tediosa, vista anche la durata eccessiva (più di due ore). Mentre dal punto di vista registico e fotografico, Snyder sembra voler impacchettare una bellissima pubblicità, dimenticandosi però che sta invece facendo cinema.

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  • RECENSIONE IL CATTIVO POETA – IL TRAMONTO DI UN DIVO

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    Il cattivo poeta, film scritto e diretto da Gianluca Jodice, è uno sguardo sulla figura complessa e contraddittoria di Gabriele D’Annunzio, in particolare sugli ultimi anni di vita del Vate.

    La storia segue Giovanni Comini (Francesco Patanè): giovane federale di Brescia che viene incaricato dal segretario del partito fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) di sorvegliare il Vate, Gabriele d’Annunzio, oppositore dell’alleanza tra Mussolini e Hitler e, per questo, sempre più inviso a Mussolini in persona. Nel corso di questo incarico Comini, inizialmente entusiasta del Partito, comincia ad aprire gli occhi sulla sua vera natura.

    Quindi, più che a D’Annunzio, l’intreccio ruota principalmente attorno a Giovanni Comini e alla sua progressiva presa di coscienza della natura violenta e oppressiva del PNF. Il Vate, d’altra parte, gioca un ruolo non marginale, ma nemmeno così centrale come ci si potrebbe aspettare. Chi era in attesa di un vero e proprio biopic su di lui potrebbe, dunque, restare deluso: la maggior parte delle volte, Gabriele D’Annunzio sembra ricoprire un ruolo di catalizzatore del  cambiamento di Giovanni Comini e non di protagonista effettivo.

    Il film copre per “capitoli” gli ultimi anni di vita del “cattivo poeta”, dall’incarico assegnato a Giovanni Comini nel 1936 alla morte di D’Annunzio nel 1938. Questa scansione cronologica va però a svantaggio del film stesso, almeno all’inizio: a fatica tiene il passo con lo sviluppo dei personaggi, che procede “a singhiozzo” e non in modo spontaneo e naturale. Questo, assieme ai dialoghi perlopiù ingessati, contribuisce a rendere piatti e non così interessanti i personaggi, in particolare l’evoluzione di Giovanni Comini è piuttosto prevedibile fin dall’inizio.

    Anche per questo motivo, quando appare, Gabriele D’Annunzio ruba facilmente la scena a tutti gli altri presenti. Merito soprattutto della performance ammirevole di Sergio Castellitto: la sua interpretazione riesce quasi da sola a rendere D’Annunzio un personaggio davvero complesso e sfaccettato. Il D’Annunzio di Castellitto è un vecchio dall’eloquenza raffinata che a volte si muove come una marionetta, fisicamente prostrato dagli anni e dall’abuso di cocaina, e a volte rivela una vitalità inaspettata, quasi animalesca. Una continua tensione a superare i propri limiti fisici, quindi, che rivelano uno scavo psicologico da parte di Castellitto che almeno in parte supplisce alla sceneggiatura, poco interessata ad analizzare gli aspetti più “scomodi” e oscuri di D’Annunzio.

    Più che il D’Annunzio personaggio letterario o uomo a tutto tondo, quindi, il film è interessato a esplorare il lato di divo italiano e icona (decaduta). Questo studio sul personaggio unico del Vate riverbera una più ampia riflessione del film sul potere dei media e sulla costruzione di un mito, politico, letterario e mediatico. A questo contribuiscono l’essenziale ma efficace ricostruzione degli anni ‘30, fatta di canzoni d’epoca, interni ricostruiti a puntino ed esterni portati in vita grazie anche a effetti digitali di discreto livello, e la fotografia di Daniele Ciprì, che contrappone gli imponenti palazzi del potere fascista, la cui luce abbacinante ma gelida appiattisce i personaggi rendendoli figurine in divisa, agli intimi interni del Vittoriale, che ritagliano i  personaggi in una luce calda e intensa. La contrapposizione, quindi, è tra il mito di D’Annunzio, fallace e decadente ma in qualche modo onesto, e il mito di Mussolini, artificiale e fatto di motivi propagandistici: tanto che, quando Benito Mussolini entra in scena nel terzo capitolo, all’arrivo alla stazione di Verona non pronuncia nemmeno una battuta. Oltre ai motivi propagandistici, oltre alle pervasive rappresentazioni del Duce che tappezzano le strade, le case e i luoghi di potere, non c’è niente. Quando si affaccia dal balcone della stazione di Verona e viene acclamato dalla folla, nel suo non parlare Mussolini viene messo a nudo come una tronfia caricatura, vuota di significato. Poco più che un “vigile urbano”, come viene definito con spregio, assurto al successo solo grazie a propaganda e opportunismo. Al contrario, quando D’Annunzio si affaccia dal balcone del Vittoriale per salutare i suoi legionari dell’impresa di Fiume, è un uomo curvo e a malapena capace di reggersi in piedi, ma il suo è un discorso sincero, appassionato e commosso. Luisa Baccara (Elena Bucci) dice che tutti hanno bisogno di un balcone su cui recitare la parte dei protagonisti, ma anche che ci sono buone rappresentazioni e cattive rappresentazioni: nel caso de Il cattivo poeta, l’omaggio di D’Annunzio ai suoi legionari nel Vittoriale si colloca tra le prime, la pomposa e vacua farsa di Mussolini tra le seconde. E, da sempre, gli italiani sembrano essere pericolosamente affascinati dalle cattive rappresentazioni…

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