Category: Recensioni

  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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  • Recensione Collective di Alexander Nanau

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    Trailer

    La notte del 30 ottobre 2015 scoppia un incendio nella discoteca Colectiv di Bucarest. 27 persone rimangono uccise e oltre 180 ferite. Le proteste popolari successive all’accaduto portano alle dimissioni del governo di allora. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia altre 37 persone muoiono di infezione negli ospedali romeni, a causa delle condizioni sanitarie inadatte ad ospitare pazienti ustionati. È questa la base storica del documentario Collective di Alexander Nanau, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019, già vincitore agli European Film Awards e recentemente candidato agli Oscar 2021 come miglior documentario e miglior film straniero.

    La narrazione prende il via da una tragedia recente e poco nota, ma compie fin da subito la scelta di concentrarsi poco sulle vittime e sugli eventi effettivamente accaduti al Colectiv e di focalizzarsi invece sulla corruzione sistemica della sanità romena. Nanau segue implacabile prima il giornalista Cătălin Tolontan della Gazeta Sporturilor (l’equivalente romeno della Gazzetta dello Sport), autore degli scoop sulle drammatiche condizioni degli ospedali che portarono alla morte dei 37 feriti (tutti infettati da batteri, dal momento che nelle cliniche venivano utilizzati disinfettanti diluiti fino a dieci volte, incapaci di sterilizzare la strumentazione medica), e in seguito il nuovo Ministro della Salute Vlad Voiculescu, uomo retto che tenta di ristrutturare la sanità del paese.

    Il documentario, dunque, non è mai cronachistico (tant’è vero che la tragedia del Colectiv viene sinteticamente raccontata in alcune scritte iniziali), ma assomiglia più ad un teso e ritmato thriller politico d’inchiesta, in cui a poco a poco i protagonisti portano alla luce il marciume di un sistema politico corrotto fino al midollo, in cui ogni aspetto è regolato esclusivamente da rapporti economici, che arricchiscono i potenti e opprimono i più deboli.

    Il fatto di cronaca è dunque solo il punto di partenza per un inquietante viaggio nel grande leviatano: lo Stato romeno e il suo sistema sanitario, impegnati a convogliare un’immagine di progresso e sicurezza (tant’è vero che fu impedito il trasferimento di molti feriti per ustione in cliniche estere più moderne e salubri), ma in realtà affetti da corruzione endemica e indicibile arretratezza (non si può non ripensare ai capolavori di Cristian Mungiu: Oltre le colline e soprattutto Un padre, una figlia).

    Il ritratto che ne emerge dice di un paese completamente paralizzato che, grazie al coraggio di uomini come Tolontan e Voiculescu, si dibatte nel tentativo di liberarsi dalla stretta della sua Storia e di politiche spesso sciagurate. “Loro [i politici e le istituzioni, ndr] sanno già tutto, ma non fanno nulla per cambiare le cose.”, denuncia una dottoressa. Il finale è da pelle d’oca. Il film, da non perdere, è distribuito in Italia sulla piattaforma streaming IWonderfull.

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    Questa recensione è apparsa per la prima volta nella nostra pagina Instagram @framescinema_com.

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  • Recensione Minari di Lee Isaac Chung

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    Trailer del film

    Trama

    Siamo nell’Arkansas degli anni ’80, in un campo aperto con un terriccio dall’“ottimo colorito”. È così che Jacob (Steven Yeoun), padre di Anne (Noel Kate Cho) e David (Alan Kim), presenta a sua moglie Monica la fattoria che ha scelto per la sua famiglia in cui produrre verdure coreane per la comunità locale. Quella che a Jacob sembra l’opportunità di dare un futuro migliore ai propri figli, a lei sembra solo una landa desolata e lontana “più di un’ora dall’ospedale”. Lee Isaac Chung, regista dell’opera, conosce molto bene questa realtà: il film è, infatti, quasi autobiografico, ed è probabilmente per questo che riesce a rappresentare così bene le dinamiche intimistiche della famiglia Yi e i piccoli conflitti che emergono tra i suoi membri, intenti a mettere le radici sul terreno americano, terreno che non poche volte si presenterà insidioso.

    Lee Isaac Chung, il regista del film

    Il punto di forza della pellicola

    Chung presenta la quotidianità della famiglia: i lavori domestici, quello nei campi, gli scherzi tra genitori e figli, la domenica in Chiesa. Ma il lavoro è tanto e la coppia, spesso in crisi, decide di far venire dalla Corea del Sud la madre di Monica per occuparsi di Anne e del piccolo David, il quale soffre di problemi di cuore. Il film non sarebbe lo stesso senza il personaggio di Soonja, interpretata da Yoon Yeo-jeong, vincitrice del premio Oscar come migliore attrice non protagonista. Soonja è una nonna diversa, non “fa i cookies” ma gioca a carte, dice le parolacce e ama guardare la lotta libera in tv. Si prende gioco dei nipoti ma li stimola anche a essere curiosi, a esplorare, ad adattarsi alla loro nuova vita e a vedere le opportunità nelle difficoltà. È lei a portare agli Yi i semi del Minari, una pianta aromatica coreana. Soonja rappresenta il legame con la Corea del Sud, dunque con le proprie origini, ma anche la necessità dell’incontro tra culture e modi di pensare differenti. Il regista ci ricorda attraverso questo personaggio l’importanza dei legami familiari e delle tradizioni, ma ancora di più dei legami universali tra esseri umani.

    Yoon Yeo-jeong nei panni di Soon-ja, la nonna della famiglia. L’attrice sudcoreana ha vinto l’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista per questo ruolo

    La dura quotidianità della famiglia

    La colonna sonora composta da Emile Mosseri, candidata all’Oscar, accompagna le immagini dolcemente senza mai sovrastarle.

    Questa pellicola riesce, in un momento storico difficile per la comunità asiatica, a parlare di tematiche come l’immigrazione e l’integrazione in maniera poetica ma allo stesso tempo concreta. Il messaggio che vuole trasmettere, al termine della visione, ci appare chiaro: le differenze non possono che farci fiorire.

    Proprio per la profondità del suo messaggio e per la sua bellezza, dopo aver vinto  il Gran premio della giuria U.S. Dramatic al Sundance Film Festival 2020 e il Golden Globe per miglior film straniero, l’Accademy l’ha candidato a 6 premi Oscar tra cui quello al miglior film e miglior regista. Il film, come già anticipato, è riuscito ad ottenere il premio per la Migliore Attrice non Protagonista (clicca qui per una carrellata di articoli sugli Oscar).

    Da oggi, lunedì 26 aprile, è disponibile al cinema in occasione della riapertura delle sale cinematografiche. Non perdetevelo.

    Alan Kim, a soli 7 anni, porta sulla schermo una performance convincente e spontanea.

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  • Recensione Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

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    Dopo quasi 14 anni prende vita il progetto di Aaron Sorkin sulle vicende dei Chicago Seven, un gruppo di attivisti accusati dal governo federale degli Stati Uniti di cospirazione e istigazione alla sommossa nel corso della manifestazione finita in tragedia avvenuta durante la convention del Partito Democratico del
    1968 a Chicago.

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    Il film, in gara per i 93esimi oscar con 6 nomination e disponibile su Netflix, segue il processo contro i sette (o otto) imputati, ricostruendo gradualmente i fatti accaduti 5 mesi prima del processo. Aaron Sorkin, autore e regista di questo lungometraggio, riconferma le sue abilità, riuscendo a portare sul grande schermo un’eccellente trasposizione degli eventi realmente accaduti. Il tono con cui il film affronta un argomento così delicato, per quanto possa superficialmente sembrare troppo leggero e inadatto, è in realtà capace di rispecchiare l’aria che si respirava nelle rivoluzioni sessantottine in America, gestendo magistralmente le varie figure di spicco dei movimenti che si opponevano alla guerra in Vietnam in modo leggero ma mai svilente o ridicolizzante. In particolare i personaggi interpretati da Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman) e Jeremy Strong (Jerry Rubin), leader dello Youth International Party (Yippies) e i più “esuberanti” del gruppo, si permettono delle battute più scherzose e libertine, senza mai però eclissare i loro valori morali e diventare una macchietta tutto “Sesso, droga e rock&roll”.

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    Il regista e sceneggiatore Aaron Sorkin.

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    Così come nel ‘68 i vari gruppi che lottavano per una rivoluzione della società non erano uniti, le figure di spicco dei vari movimenti che si troveranno tutti seduti al tavolo della difesa sono eterogenei e in contrasto tra loro per modalità e opinioni, ma faranno fronte comune verso lo stesso obiettivo: far cessare
    la guerra in Vietnam. Ciò è subito messo in chiaro dalla prima sequenza del film che ci introduce i vari volti dei protagonisti intenti a motivare la loro presenza alla convention, con o senza permesso, evidenziando le caratteristiche che li differenziano o dallo scontro Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Hayden (Eddie Redmayne) che si evolve durante la pellicola che rappresenta chiaramente la frattura che il fronte pacifista stava attraversando in quel periodo.

    La macchina da presa si sbilancia in favore degli imputati mostrando come la sentenza sembri essere stata decisa a priori secondo pregiudizi razziali e culturali, trasformando il processo in un “processo politico” con sopo punitivo ed esemplare per ogni manifestante cercando di ottenere la condanna attraverso ogni mezzo. Una nota di merito a Sacha Baron Cohen che pur interpretando un personaggio molto simile ai suoi ruoli precedenti e in grado di dargli spessore e un livello di serietà e di solida morale sotto le vesti edonistiche hippie, senza ricadere in un “Aladeen figlio dei fiori”.

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    Sacha Baron Cohen interprete di Abbie Hoffman, ruolo che gli è valso la candidatura agli Oscar 2021.

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    Il resto dell’apparato attoriale non è comunque da meno. Nessuno dei ruoli principali è infatti sotto tono ottenendo un lavoro corale che funziona. L’utilizzo di materiali d’archivio si amalgama alla perfezione con la narrazione, sottolineando il forte impatto mediatico dell’evento, ben sintetizzato dagli slogan che la folla esprime rumorosamente: “Tutto il mondo sta guardando”.

    Il processo ai Chicago 7 racconta di un importante episodio della storia americana per la lotta verso una trasformazione sociale purtroppo dimenticato da molti e che dovrebbe invece essere ricordata e guardata da tutto il mondo, oggi come 50 anni fa, perché l’essenza dei temi trattati è immortale e valida ancora oggi, sebbene sotto abiti diversi adattati al periodo preso in questione.

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    Il cast del film.

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    I veri protagonisti della vicenda di Chicago.

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    Questo articolo è stato scritto per la pagina Instagram Frames Cinema, quindi era stato pensato un formato più consono per quel social network che per il sito web.

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    Questo articolo è stato scritto da:

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  • Recensione Judas and the Black Messiah – L’ultimo orizzonte del Black Cinema

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    Sin dagli anni ‘80, con gli esordi di registi come Spike Lee e John Singleton, il cosiddetto Black cinema ha trovato nuova vita, lasciandosi alle spalle la blaxploitation della decade precedente e aprendosi a nuovi orizzonti e grandi ambizioni. Negli ultimi dieci anni, in particolare, una nuova generazione di autori (Ryan Coogler, Barry Jenkins, Ava DuVernay, Jordan Peele…) ha dato nuova linfa a questo cinema, che occupa un ruolo sempre più centrale nell’industria hollywoodiana, raccogliendo spesso ampi consensi e successi (“Black Panther”, in tal senso, è un film epocale e già pienamente storicizzato). In questo contesto si inserisce alla perfezione “Judas and the Black Messiah” di Shaka King, ennesimo film che si assume il compito di raccontare una pagina oscura delle lotte per i diritti civili degli afroamericani.

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    Il regista Shaka King

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    La pellicola inizia a Chicago nel 1967 quando Fred Hampton, leader della sezione dell’Illinois delle Pantere Nere, fonda la cosiddetta Rainbow Coalition, che pone fine alle rivalità tra i vari movimenti socialisti e anti-capitalisti della città e li riunisce tutti, nel tentativo di riuscire finalmente ad imporre un vero cambiamento sociale. L’FBI allora infiltra nell’organizzazione il giovane criminale William O’Neal, incaricandolo di fornirgli informazioni sulle attività del movimento e di Hampton in particolare.

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    Lakeith Stanfield nei panni di William O’Neal, il “giuda” della pellicola.

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    Il film è un dramma storico ben strutturato e scritto con garbo, che si avvale della bella fotografia di Sean Bobbitt (collaboratore fisso di Steve McQueen) e della messa in scena classica e sicura di King per raccontare al meglio una delle pagine più nere della storia dell’FBI. Il Bureau, guidato da un mefistofelico J. Edgar Hoover (impersonato da un irriconoscibile Martin Sheen), è il vero villain del film ed è raccontato in tutti i suoi meschini meccanismi. La forza della pellicola, che risulta godibile pur senza particolari guizzi, sta però tutta nelle interpretazioni dei protagonisti e nel modo in cui il regista inquadra i loro corpi. Daniel Kaluuya, sorprendente protagonista di “Scappa – Get Out” interpreta Hampton con straordinaria incisività (consigliatissima la visione in lingua originale, visto il gran lavoro svolto dall’attore proprio sulla parlata) ed è bravissimo a passare dal carisma dirompente dei comizi politici alla esitante sensibilità dei colloqui con la fidanzata Deborah Johnson.

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    Daniel Kaluuya nei panni di Fred Hampton, il “Black Messiah” del film. Una performance straordinaria che probabilmente gli varrà l’Oscar come miglior attore non protagonista.

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    Dominique Fishback, che la interpreta con grande dolcezza, gioca sulla propria fisicità formosa e sulla propria pelle vagamente butterata per dar vita al corpo e all’anima del personaggio forse più bello del film: una donna che porta in grembo una vita ed è innamorata sì di una causa politica, ma anche del proprio uomo che ogni giorno dichiara di essere pronto a morire per i propri ideali. Shaka King, pur impegnato a mettere in scena il dramma storico, dissemina il film di scene intime, in cui i personaggi (e gli attori) rivelano il meglio di sé.

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    Daniel Kaluuya nei panni di Fred Hampton e Dominique Fishback nei panni di Deborah Johnson, la fidanzata di Hampton.

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    All’appello a questo punto manca solo il Giuda del titolo: William O’Neal, interpretato anch’egli alla grande da Lakeith Stanfield, che dà vita a un antieroe cupo e dubbioso, con cui lo spettatore entra in empatia anche di fronte al tradimento commesso. I suoi dubbi e la sua incapacità di esimersi dalla colpa più grande non lasciano indifferenti.

    “Judas and the Black Messiah” rimane dunque complessivamente un significativo tassello all’interno dell’itinerario del black cinema contemporaneo di impronta storica e rappresenta soprattutto una bella occasione per ammirare un cast di giovani attori al massimo del loro talento.

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  • Recensione One Night in Miami… – Esordio alla regia di Regina King

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    Miami, 25 febbraio 1964: Cassius Clay viene incoronato campione del mondo dei pesi massimi e, in seguito, si ritrova in un motel con il celebre attivista Malcolm X, il cantante Sam Cooke e il campione di football americano Jim Brown. Quella che avrebbe dovuto essere una serata di festeggiamenti tra amici sfocia in un’accesa discussione sul futuro della comunità afroamericana.

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    Trailer del film d’esordio alla regia di Regina King.

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    Tratto dalla pièce teatrale di Kemp Powers (co-regista e sceneggiatore di “Soul”) e da lui stesso adattato, immagina l’incontro tra quattro personaggi storici che furono realmente amici e che giocarono, ognuno a modo proprio, un ruolo importante nelle lotte della comunità black. Regina King esordisce alla regia e ha il grande merito di essere riuscita a rendere la pellicola piuttosto dinamica e a darle sapore cinematografico: il film non è mai eccessivamente statico o claustrofobico e non risente, come talvolta accade, della propria origine teatrale.

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    La regista Regina King.

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    Grande è inoltre l’intuizione di aprire il racconto con quattro sequenze brevi ma fondamentali ambientate nel 1963, tramite le quali lo spettatore familiarizza con i singoli protagonisti e ne comprende la situazione sociale. Da metà film in poi, invece, ci si trasferisce al motel e la forza della sceneggiatura di Powers sta nel sottolineare il conflitto tra Malcolm X e Sam Cooke, che hanno idee diametralmente opposte su come la lotta per i diritti civili vada condotta e sul rapporto da intrattenere con i bianchi.

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    Il primo, tra i leader del movimento afroamericano della Nazione dell’Islam, sostiene la necessità di prendere una posizione netta contro i bianchi (li chiama “diavoli”) e vorrebbe che ognuno dei tre amici sfruttasse il proprio ascendente e divenisse un’arma al servizio della lotta (anche violenta, se necessario) per reclamare i propri diritti. Proprio per questo Malcolm cerca in ogni modo di convincere Cassius Clay (appena assurto a leggenda del pugilato e quindi detentore di uno straordinario prestigio) a diventare musulmano e ad unirsi alla Nazione dell’Islam e, al contrario, critica proprio Sam Cooke.

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    Kingsley Ben-Adir nei panni di Malcolm X.

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    Quest’ultimo, cantante di successo, sogna invece di esibirsi con successo al Copacabana (celebre locale “bianco” di New York) ed è pronto anche a subire delle umiliazioni pur di riuscire un giorno ad essere accettato e acclamato anche dal pubblico bianco. Cooke è un borghese che combatte la sua lotta per i diritti tramite il proprio successo professionale: possiede un’etichetta di musica “nera” ed è economicamente indipendente da qualsiasi padrone. Malcolm lo critica perché spreca il suo talento in “ruffianate”, Cooke al contrario sogna di “entrare nel cuore dei bianchi” e di vincere così la propria battaglia per l’integrazione.

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    Leslie Odom Jr. nei panni di Sam Cooke.

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    Sono due prospettive differenti, sulle quali Powers e la King costruiscono un complesso dibattito ideologico, mai banale e soprattutto estremamente attuale (pensiamo a Black Lives Matter). Al buon risultato complessivo contribuiscono quattro attori in forma smagliante che, grazie anche alla regia classica ma sicura, vedono le proprie sensibili performance esaltate. “Quella notte a Miami…” è, in definitiva, uno dei più significativi risultati di quel black cinema che negli ultimi anni sta tornando ad occupare un posto di assoluto rilievo nello scenario produttivo statunitense. Potrebbe dire la sua anche agli Oscar (a proposito, cliccate qui per leggere le nostre previsioni).

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    La recensione che avete letto era stata pubblicata originariamente sulla nostra pagina Instagram, il formato è dunque pensato più per quel social network che per un sito web.

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  • Recensione Malcolm & Marie – Un vortice autodistruttivo

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    Sam Levinson, showrunner di “Euphoria“, recupera la sua attrice feticcio Zendaya e le affianca John David Washington nel primo film hollywoodiano “pandemico”. Concepito in fretta e furia e girato in 20 giorni nell’estate 2020 in un’isolata villa californiana, racconta una serata nella vita di Malcolm, un regista, e Marie, la sua compagna.

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    Il problema è che, pur dando spazio al talento dei due attori, il film è tutto urlato, sopra le righe, una litigata senza sosta che rischia di stremare lo spettatore. Ad un certo punto un personaggio dice all’altro: “You’re being dramatic“. Ecco, il film è esattamente così: melodrammatico, enfatico. I dialoghi sono un calderone di temi caldissimi: la donna, il black cinema della contemporaneità e la sua lettura in chiave politica, l’isolamento e naturalmente i rapporti di coppia. A Levinson manca però la capacità di dare un senso e una direzione al tutto: accenna, ma non approfondisce e non riesce a trarre un significato superiore dalle parole che mette in bocca ai propri personaggi.

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    La co-protagonista, interpretata da Zendaya.

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    Certo, la messa in scena è raffinata, fatta di lunghi piani sequenza ben composti e di un bianco e nero affascinante, e gli interpreti danno il meglio di sé. Ma sono posti al servizio di una sceneggiatura monocorde e strepitante, che rischia di ubriacare lo spettatore con i suoi dialoghi fluviali e predicatori. Non a caso la scena più bella, raro momento di tregua nel film, è quella in cui Malcolm e Marie, seduti sul patio di casa, ascoltano una canzone che dice tutto ciò che vorrebbero dirsi. Il silenzio dei due parla più e meglio di loro.

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    Forse la scena migliore del film.

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    Questa recensione è apparsa per la prima volta nella pagina Instagram di Frames Cinema, è quindi pensata per un post su Instagram più che per un sito web.

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale.