Category: Recensioni

  • RECENSIONE HALSTON – SERIE NETFLIX CON EWAN MCGREGOR

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    In un momento di difficoltà storica per l’industria dello spettacolo, che, complice la pandemia e i conseguenti problemi produttivi, ha faticato a mantenere i ritmi a cui l’era della “peak television” ci aveva abituato, una delle poche eccezioni è rappresentata da Ryan Murphy. Quest’ultimo, infatti, fresco dell’accordo multi-milionario con Netflix, nell’ultimo anno ha dato alla luce un numero impressionante di progetti diversi fra loro, non sempre, bisogna dire, soddisfando le aspettative che ormai sono legate al suo nome. L’ultimo di questi è la miniserie Halston, che racconta, nell’arco di 5 puntate, l’ascesa e la caduta dell’omonimo stilista statunitense famoso negli anni ’70 nonché uno degli animatori e frequentatori più assidui della scena disco newyorkese che ruotava attorno al leggendario Studio 54.

    https://www.youtube.com/watch?v=yCgdWHwEnrg

    Questa miniserie è un ulteriore tassello di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere il programma narrativo e culturale di Ryan Murphy: partendo da spunti più o meno ancorati alla realtà (vedi Hollywood, Pose o American Crime Story) o ad altre narrative (ad esempio Ratched) vuole poi costruire un suo personale discorso, fornendo spunti di riflessione su svariate tematiche, fra cui in maniera preponderante il ruolo della comunità LGBTQ+ e delle altre minoranze. Nonostante in questo caso non curi personalmente la regia, affidata invece a Daniel Minhan, lo stile è comunque quello inconfondibilmente barocco che è ormai la cifra delle produzioni di Murphy, e che qui necessariamente esalta al massimo non solo i costumi, come ovvio che sia, ma anche gli ambienti, i quali, grazie anche ad un budget sicuramente molto alto, sono curati nei minimi particolari e risultano decisamente affascinanti e di impatto. Inoltre, come già si era visto in molte sue precedenti produzioni, Murphy non si pone apparentemente alcun problema nel portare sul piccolo schermo personaggi leggendari del mondo dello spettacolo statunitense, aspetto al quale altri, al suo posto, porrebbero molta più cautela. Ed ecco che nel corso dei cinque episodi troviamo, oltre ad Halston stesso, l’attrice e cantante Liza Minnelli, la celebre ballerina e coreografa Martha Graham, la designer Elsa Peretti e tanti altri animatori e frequentatori dello Studio 54. L’unico su cui si è mosso più prudentemente in questo caso è stato Andy Warhol, più volte nominato ma che non vediamo mai sullo schermo.

    Altro elemento riconoscibile che ritorna è una rappresentazione senza filtri del sesso, specialmente quello omosessuale, e dello sfrenato uso di droghe, quest’ultimo evidenziato molto bene, anche visivamente, nella sua ripetitività. Tutto ciò è oggi possibile grazie ai lavori di Ryan Murphy stesso ma anche di altri registi e produttori, i quali hanno portato allo sdoganamento di certe rappresentazioni sul piccolo schermo.

    L’aspetto che in questo caso risulta più tradizionale è probabilmente quello narrativo. La vita dello stilista infatti viene raccontata secondo il tipico schema di rise-and-fall  dell’antieroe, che, dopo una scalata vertiginosa verso un successo stratosferico, altrettanto vertiginosamente crolla, complice l’arroganza, la perdita dei punti di riferimento più fidati e il consumo smoderato di cocaina. Se questo rientrare in binari già prestabiliti rende la serie tutto sommato godibile, prevenendo alcuni scivoloni che in altri casi (di nuovo Hollywood oppure The Politician, ma soprattutto il musical The Prom) avevano rovinato progetti partiti con una premessa interessante, tuttavia ciò la rende anche prevedibile e non molto incisiva per quello che dovrebbe essere un prodotto di punta. Ci sono certo alcune riflessioni interessanti, come ad esempio lo scontro fra le ragioni del mercato, da cui lo stilista viene ad un certo punto travolto perdendo addirittura i diritti sul suo stesso nome, e quelle dell’arte, un fiore che dovrebbe essere coltivato e protetto con cura, perché fragile e prezioso, come le orchidee tanto amate dallo stilista – “bellissime ma senza nessun profumo”. Ma questi discorsi non vengono sviluppati ulteriormente, e si perdono, fini a sé stessi.

    Forse proprio quest’ultimo elemento disegna involontariamente un paragone con lo stesso Ryan Murphy, che nella sua produzione sovrabbondante forse ha perso la visione organica delle sue idee, a causa probabilmente di una mancata riflessione approfondito e di uno sviluppo coerente delle stesse. Non che l’aspetto commerciale sia un problema di per sé; la televisione soprattutto, ma anche il cinema, sono il caso più evidente di fusione fra arte, intrattenimento e necessità commerciali. Ma la differenza viene da come questi aspetti si compenetrano fra di loro in maniera organica e intelligente, sostenendosi a vicenda, e questa delicata alchimia non sempre negli ultimi tempi è venuta fuori nelle produzioni dello showrunner americano.

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  • RECENSIONE I MITCHELL CONTRO LE MACCHINE

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    I Mitchell contro le macchine è un film animato del 2021, scritto e diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe, prodotto dalla Sony Picture Animation e distribuito in Italia da Netflix.

    Il film ha inizio in medias res, in un mondo post apocalittico in cui dei robot hanno preso il controllo del pianeta Terra. Qui una voce narrante, che scopriremo essere quella di Katie Mitchell, figlia maggiore e protagonista del film, ci presenta in pochi minuti la situazione ed i personaggi principali. Dopo questa breve introduzione, il film ci riporta indietro di qualche giorno dentro casa Mitchell. Qui vengono presentati nel dettaglio tutti i componenti della famiglia nonché il loro carattere: il padre Rick, uomo di mezza età con una passione innata per la natura e un’avversione altrettanto forte per la tecnologia; la madre Linda, amorevole e comprensiva ma anche sbadata e insicura; il fratello minore Aaron, un bambino con problemi di socializzazione e che ama alla follia i dinosauri; il cane Mochie, un simpatico e ma decisamente poco intelligente carlino. Infine, abbiamo lei, Katie, la figlia maggiore, una videomaker alla fine del suo percorso scolastico il cui sogno è quello di fare cinema. Una famiglia, dunque, dai caratteri ben delineati, quasi stereotipati verrebbe da pensare, che però con l’avanzare del film dimostreranno la loro complessità e profondità.

    La trama si concentra soprattutto sul rapporto padre/figlia, un rapporto logorato da una visione del mondo completamente differente e da una classica crisi adolescenziale. Come già accennato, il sogno di Katie Mitchell è quello di studiare cinema, ed infatti utilizza costantemente i social per veicolari la sua passione e condividere cortometraggi buffi e divertenti che hanno come protagonista il cane Mochie. Quest’arte però non viene riconosciuta mai dal padre, che non guarda nemmeno i lavori di Katie perché fermamente convinto che non ci si possa guadagnare da vivere facendo questo per lavoro.

    Dopo una serie di vicissitudini, i Mitchell si ritrovano a compiere un lungo viaggio in auto, idea che ha avuto il padre per fare in modo di ristabilire una connessione all’interno della famiglia. È proprio durante il viaggio che il pianeta Terra viene invaso da robot super intelligenti che catturano tutti gli esseri umani, ad eccezione proprio della famiglia protagonista.

    Un incipit non troppo originale ma sviluppato egregiamente, che ci porta a vivere una vera e propria avventura in cui quattro persone comuni avranno il compito di salvare il mondo dalla nuova minaccia tecnologica. Per nulla banale è anche lo stile di animazione utilizzato per quest’opera. Così come già accaduto per Spider-Man: un nuovo universo (che, tuttavia, rimane ad oggi irraggiungibile per originalità), sempre prodotto dalla Sony Pictures e da Phil Lord e Christopher Miller, questo film si presenta graficamente fresco, innovativo, con uno stile in 3D ben distinto da quello tradizionale, che non lo fa assomigliare ai film d’animazione a cui siamo abituati e che trova un giusto equilibrio tra il cartoonesco e il realismo. Un gusto grafico che si sposa perfettamente con la trama del film e soprattutto con l’aria che si respira dall’inizio alla fine, fatta di gag, svolte inaspettate e continui riferimenti al cinema.

    Lo stile dell’animazione viene arricchito spesso anche da spunti grafici bidimensionali che richiamano evidentemente i video social che oggi le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo condividono. Il film è infatti da questo punto di vista molto attuale, la protagonista è un’adolescente dei giorni nostri, una ragazza che passa molto tempo su internet per condividere le proprie passioni, chattare con gli amici e divertirsi. Questo aspetto grafico, tuttavia, risulta a volte un po’ ridondante ed eccessivo.

    Continuando ad analizzare l’aspetto visivo del film, la parte più riuscita dell’opera, non possiamo non citare le sequenze di pura fantascienza che ci troviamo di fronte dall’inizio alla fine. Le ambientazioni futuristiche, i robot, i combattimenti, gli effetti di luce, tutto è reso alla perfezione e con un gusto davvero unico e coinvolgente. Chiunque ami questo genera troverà in I Mitchell contro le macchine un’opera da non perdere.

    Nonostante una leggerezza di fondo che permane durante tutta la visione del film, quest’ultimo, allo stesso tempo, non manca di puntare il dito non contro l’uso sconsiderato della tecnologia e contro i giganti del web. La satira nei confronti dei big della Silicon Valley è evidente è piuttosto diretta, come si può evincere da alcune frasi pronunciate dai nostri protagonisti:

    “Un’azienda tecnologica che non fa i nostri interessi?! Strano!”

    “Ehi, mi dispiace aver causato la rivolta delle macchine. Forse rubare i dati della gente e darli in pasto ad un’intelligenza artificiale nell’ambito di un monopolio tecnologico non regolamentato non è bello.”

    D’altra parte, la tecnologia è vista anche sotto una luce positiva, come la soluzione ai nostri mali, ma solo se usata in maniera coscienziosa. Un messaggio che potrebbe apparire banale, ma che è inserito perfettamente all’interno della narrazione del film, in particolare per quanto riguarda i risvolti del rapporto padre/figlia.

    Altro grande tema di questo film è, ovviamente, la famiglia. I Mitchell ci insegnano che non è necessario essere perfetti, non serve avere bellissime foto di famiglia o scambiarsi continuamente gesti d’affetto tra genitori e figli per essere una buona famiglia. Le uniche cose che servono sono l’amore e la comprensione, il cercare di venirsi incontro anche quando, inevitabilmente, ci sono dei dissapori e delle incomprensioni. Questo è il grande insegnamento di quest’opera, che si colloca probabilmente tra i migliori film dell’anno per il suo genere, confermando ancora una volta che quando si osa e si lascia libertà artistica agli autori, l’animazione è in grado di raggiungere livelli altissimi.

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  • RECENSIONE ARMY OF THE DEAD DI ZACK SNYDER

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    Nel bene e nel male, tutti conosciamo Zack Snyder. Entrato nel mondo della regia con il suo Dawn of the Dead  (remake di Zombi  di George Romero del 1978) nel 2004, passando per l’adattamento di alcuni fumetti, come 300  (2007) di Frank Miller e Watchmen  (2009) di Alan Moore, arrivando alla creazione del suo universo ispirato ai supereroi dell’universo DC culminato con il caso di Zack Snyder’s Justice League (2021), Snyder è riuscito ad ottenere una grande fama e apprezzamento soprattutto da parte del pubblico più generalista, mentre invece ha ricevuto grosse stroncature da parte della critica specializzata.

    Apprezzato o meno, Zack Snyder in questo 2021 sceglie di tornare sul tema degli zombie, lo stesso che lo aveva introdotto al cinema, ma con toni decisamente più leggeri e scanzonati. Anche questa volta Zack ci avrà messo il suo zampino?

    IL SOLITO ZOMBIE MOVIE

    Army of the Dead ci mostra fin da subito la causa della pandemia di zombie che infesterà Las Vegas per tutto il corso del film. Perdonatemi il termine, ma penso sia il migliore per descrivere ciò che succede nei primi 10 minuti di film: ignoranza. Ma in senso buono, dato che tutto funziona perfettamente nel catapultare lo spettatore all’interno di un film che volutamente non si prende sul serio e punta quindi soltanto al puro intrattenimento. Durante i titoli di testa, accompagnati dalla canzone Viva Las Vegas cantata da Richard Cheese, vediamo quelli che saranno i protagonisti del film affrontare l’inizio dell’epidemia tra esplosioni, sangue e budella. Il tutto avviene incessantemente a ritmo di musica e con vari intermezzi in cui i personaggi si presentano facendo vedere le proprie fotografie, mostrando chi erano prima di dell’apocalisse zombie (viene quasi da pensare che si tratti più di uno spot pubblicitario piuttosto che dell’inizio di un vero e proprio film).

    Dopo questa intro, iniza il film vero e proprio. Ci viene mostrato il protagonista, Scott Ward (Dave Bautista), venire contattato da un ricco uomo giapponese (Hiroyuki Sanada), il quale gli affida una missione: entrare in un caveau sotterraneo all’interno di un casinò di Las Vegas ed estrarre tutto il denaro al suo interno. Per avere successo nella missione, Ward decide quindi di formare una squadra composta dai migliori “talenti” in circolazione: chi riesce ad aprire porte impossibili da aprire, chi a pilotare elicotteri nel mezzo della battaglia e chi a tagliare a metà zombie con una sega elettrica. Il problema più grande è, però, il tempo. Il governo americano, infatti, dopo essere riuscito ad arginare il contagio zombie all’interno della città di Las Vegas, ha deciso di bombardarla con un ordigno nucleare così da eliminare per sempre tutti gli zombie, costringendo anche i nostri protagonisti ad agire in fretta per uscirne vivi.

    UN PRODOTTO CONFUSO

    Soffermandosi sulla sceneggiatura, il film ha un grosso problema: da un lato cerca di essere frivolo e scanzonato e dall’altro invece ricerca serietà e profondità, non riuscendo però a legare adeguatamente il tutto e creando quindi un miscuglio disomogeneo.

    Si passa infatti da momenti in cui sono le esplosioni e gli scontri a fuoco a farla da padrone, anche con la giusta dose di divertimento, a momenti in cui il film tenta di colpire nel profondo attraverso i dialoghi tra i diversi personaggi (soprattutto tra Scott e il personaggio della figlia interpretato da Ella Purnell), toccando anche i temi del femminismo o della libertà d’espressione, senza riuscire però a proporlo in modo interessante. Succede quindi che lo spettatore carico di adrenalina e desideroso di un continuo d’azione venga catapultato in dialoghi che risultano estremamente pesanti ed anti-climatici, rovinando non di poco l’esperienza complessiva del film, fino a sfociare in un finale anche fin troppo prevedibile.

    Pregio invece del film risulta essere la gestione degli zombie. Questi non sono infatti i classici non morti da film horror, quanto più da film fantasy o videogame, vista anche la distinzione che viene presentata tra quelli “classici”, qui chiamati Shambler, ed altri invece più potenti, agili ed intelligenti chiamati (con non molta fantasia) Alpha e che discendono direttamente dal primo infetto. Questi ultimi infatti indossano alcuni abiti peculiari (vedi la regina con la corona o il re con un elmo) ed utilizzano armi e cavalcano animali. Su quest’ultime mi soffermo un momento per apprezzare la CGI con cui sono state realizzate: sia il cavallo (che viene visto relativamente poco, ma è comunque ben fatto) ma soprattutto la tigre zombie, che risulta bellissima e terrificante al tempo stesso.

    UNA PUBBLICITÀ DI ZOMBIE

    Purtroppo, Army of the Dead ha un grosso problema dal punto di vista registico: sembra un lunghissimo spot pubblicitario. Nonostante l’utilizzo del rallenty non sia preponderante in questo prodotto rispetto agli altri suoi lavori, molte sequenze sembrano costruite appositamente per essere tagliate e postate sul web come pubblicità. Questo stile era già presente in altri film di Snyder (basti pensare nel suo recente Justice League e alla sequenza in cui Jason Momoa si strappa la maglietta e cammina al rallentatore lungo una passerella mentre viene bagnato dalle onde del mare, che ricorda terribilmente una pubblicità di un profumo), ma non risultava così schiacciante ed onnipresente quanto in questo film, tanto da risultare eccessivo e stucchevole, rendendo quindi anche le scene d’azione alla lunga particolarmente noiose.

    La fotografia è firmata sempre da Snyder e, nonostante l’abbandono dell’ormai abusata patinatura caratteristica dei suoi film, anche questa risulta a lungo andare eccessiva.

    Parlando del cast, che risulta estremamente funzionale nel proporre i classici stereotipi dei film d’azione, non si può non considerare un grande difetto: la mancanza di originalità. Non c’è nulla di male nel riproporre i soliti personaggi che hanno reso popolare il genere, purtroppo però il film non tenta minimamente di proporre alcun personaggio particolare, creando così poco interesse e parecchia noia nello spettatore, anche in quello più generalista. Abbiamo il tedesco biondo che cita Wagner ed è super intelligente, la sud-americana con la bandana in fronte, l’americano pelato con il berrettino verde e gli occhiali da sole sempre indosso, il pilota d’aerei con il sigaro sempre acceso e così via. L’unico personaggio che esce in parte dall’anonimato è quello del protagonista, grazie anche all’interpretazione particolarmente buona di Bautista.

    CONCLUSIONI

    Per chi si aspettava un prodotto trash ma divertente, magari simile agli adattamenti di Resident Evil con Milla Jovovich, rimarrà purtroppo deluso da un prodotto che, nonostante cerchi di essere divertente senza troppe pretese, finisce invece per averne fin troppe, inserendo in maniera forzata discorsi apparentemente profondi ma trattati in maniera banale, che rendono l’esperienza di visione particolarmente monotona e tediosa, vista anche la durata eccessiva (più di due ore). Mentre dal punto di vista registico e fotografico, Snyder sembra voler impacchettare una bellissima pubblicità, dimenticandosi però che sta invece facendo cinema.

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  • RECENSIONE IL CATTIVO POETA – IL TRAMONTO DI UN DIVO

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    Il cattivo poeta, film scritto e diretto da Gianluca Jodice, è uno sguardo sulla figura complessa e contraddittoria di Gabriele D’Annunzio, in particolare sugli ultimi anni di vita del Vate.

    La storia segue Giovanni Comini (Francesco Patanè): giovane federale di Brescia che viene incaricato dal segretario del partito fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) di sorvegliare il Vate, Gabriele d’Annunzio, oppositore dell’alleanza tra Mussolini e Hitler e, per questo, sempre più inviso a Mussolini in persona. Nel corso di questo incarico Comini, inizialmente entusiasta del Partito, comincia ad aprire gli occhi sulla sua vera natura.

    Quindi, più che a D’Annunzio, l’intreccio ruota principalmente attorno a Giovanni Comini e alla sua progressiva presa di coscienza della natura violenta e oppressiva del PNF. Il Vate, d’altra parte, gioca un ruolo non marginale, ma nemmeno così centrale come ci si potrebbe aspettare. Chi era in attesa di un vero e proprio biopic su di lui potrebbe, dunque, restare deluso: la maggior parte delle volte, Gabriele D’Annunzio sembra ricoprire un ruolo di catalizzatore del  cambiamento di Giovanni Comini e non di protagonista effettivo.

    Il film copre per “capitoli” gli ultimi anni di vita del “cattivo poeta”, dall’incarico assegnato a Giovanni Comini nel 1936 alla morte di D’Annunzio nel 1938. Questa scansione cronologica va però a svantaggio del film stesso, almeno all’inizio: a fatica tiene il passo con lo sviluppo dei personaggi, che procede “a singhiozzo” e non in modo spontaneo e naturale. Questo, assieme ai dialoghi perlopiù ingessati, contribuisce a rendere piatti e non così interessanti i personaggi, in particolare l’evoluzione di Giovanni Comini è piuttosto prevedibile fin dall’inizio.

    Anche per questo motivo, quando appare, Gabriele D’Annunzio ruba facilmente la scena a tutti gli altri presenti. Merito soprattutto della performance ammirevole di Sergio Castellitto: la sua interpretazione riesce quasi da sola a rendere D’Annunzio un personaggio davvero complesso e sfaccettato. Il D’Annunzio di Castellitto è un vecchio dall’eloquenza raffinata che a volte si muove come una marionetta, fisicamente prostrato dagli anni e dall’abuso di cocaina, e a volte rivela una vitalità inaspettata, quasi animalesca. Una continua tensione a superare i propri limiti fisici, quindi, che rivelano uno scavo psicologico da parte di Castellitto che almeno in parte supplisce alla sceneggiatura, poco interessata ad analizzare gli aspetti più “scomodi” e oscuri di D’Annunzio.

    Più che il D’Annunzio personaggio letterario o uomo a tutto tondo, quindi, il film è interessato a esplorare il lato di divo italiano e icona (decaduta). Questo studio sul personaggio unico del Vate riverbera una più ampia riflessione del film sul potere dei media e sulla costruzione di un mito, politico, letterario e mediatico. A questo contribuiscono l’essenziale ma efficace ricostruzione degli anni ‘30, fatta di canzoni d’epoca, interni ricostruiti a puntino ed esterni portati in vita grazie anche a effetti digitali di discreto livello, e la fotografia di Daniele Ciprì, che contrappone gli imponenti palazzi del potere fascista, la cui luce abbacinante ma gelida appiattisce i personaggi rendendoli figurine in divisa, agli intimi interni del Vittoriale, che ritagliano i  personaggi in una luce calda e intensa. La contrapposizione, quindi, è tra il mito di D’Annunzio, fallace e decadente ma in qualche modo onesto, e il mito di Mussolini, artificiale e fatto di motivi propagandistici: tanto che, quando Benito Mussolini entra in scena nel terzo capitolo, all’arrivo alla stazione di Verona non pronuncia nemmeno una battuta. Oltre ai motivi propagandistici, oltre alle pervasive rappresentazioni del Duce che tappezzano le strade, le case e i luoghi di potere, non c’è niente. Quando si affaccia dal balcone della stazione di Verona e viene acclamato dalla folla, nel suo non parlare Mussolini viene messo a nudo come una tronfia caricatura, vuota di significato. Poco più che un “vigile urbano”, come viene definito con spregio, assurto al successo solo grazie a propaganda e opportunismo. Al contrario, quando D’Annunzio si affaccia dal balcone del Vittoriale per salutare i suoi legionari dell’impresa di Fiume, è un uomo curvo e a malapena capace di reggersi in piedi, ma il suo è un discorso sincero, appassionato e commosso. Luisa Baccara (Elena Bucci) dice che tutti hanno bisogno di un balcone su cui recitare la parte dei protagonisti, ma anche che ci sono buone rappresentazioni e cattive rappresentazioni: nel caso de Il cattivo poeta, l’omaggio di D’Annunzio ai suoi legionari nel Vittoriale si colloca tra le prime, la pomposa e vacua farsa di Mussolini tra le seconde. E, da sempre, gli italiani sembrano essere pericolosamente affascinati dalle cattive rappresentazioni…

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  • RECENSIONE THE FATHER – NULLA È COME SEMBRA

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Il film ha ottenuto sei candidature agli Oscar 2021 vincendo il premio per il miglior attore protagonista (Anthony Hopkins) e la migliore sceneggiatura non originale (Florian Zeller e Christopher Hampton).

    Quest’opera, tratta dall’omonima pièce teatrale del 2012 ideata dallo stesso Zeller, ci racconta la vita dell’anziano Anthony facendoci immergere nella sua mente colpita dalla demenza senile. Nonostante segua un copione unico dall’inizio alla fine, riesce a non essere mai pesante o noioso.

    The Father è un unicum nel suo genere per il modo in cui la malattia e la quotidianità del protagonista ci vengono narrate, attraverso gli occhi di un uomo anziano che perde progressivamente la capacità di ricordare e di comprendere la realtà, e non solo tramite le lenti di un osservatore esterno. Lo spettatore segue l’anziano in un labirinto di pensieri, nomi, persone che si fa via via più fitto, fino a districarsi solamente nel finale, intimo e straziante. Egli si trova fin da subito a contatto le difficoltà di Anthony nel ricordare e nel confondere avvenimenti e nomi, vive con lui il culmine di un disordine mentale e materiale estenuante. I piani temporali si uniscono e si interscambiano tra di loro per andare a formare una quotidianità imprevedibile, falsa e ripetitiva. Il modo in cui il regista sceglie di narrare questa storia, cioè in modo non lineare, rappresenta la malattia del protagonista, che si ritrova indifeso e disorientato di fronte ad una realtà che non controlla e che sente ad un tempo familiare ed estranea.

    Il film è ambientato quasi esclusivamente all’interno di una casa in continuo mutamento. La scenografia è tra gli aspetti più riusciti della pellicola: l’ambiente in cui Anthony è recluso muta in continuazione, mostrando una chiara analogia con la mente del protagonista e con le sue difficoltà non solo a ricordare ma anche a mettere in ordine quello che gli accade.

    Il film è retto quasi interamente, oltre che dall’ottima sceneggiatura, dall’attore protagonista. Anthony Hopkins (il più anziano attore a vincere l’Oscar al miglior attore protagonista) riesce a portare su schermo un personaggio indimenticabile, mostrando una vastissima gamma di emozioni: dalla tristezza all’euforia, dalla paura alla testardaggine. Non potremo fare a meno di empatizzare con lui fin dall’inizio della pellicola. Anthony Hopkins, in questo film, è come una persona a noi cara che sprofonda verso un oblio fatto di vuoti, solitudine e illusioni: la sua paura è la nostra paura, la sua confusione è la nostra confusione.

    Il rapporto che Anthony ha con gli altri personaggi è fondamentale nel comprendere la sua psiche stravolta dalla malattia. Le figure che si susseguono all’interno dell’abitazione appaiono come la personificazione delle sue paure recondite, e noi spettatori, partecipiamo della sua stessa confusione circa la loro vera identità. L’unico personaggio secondario con cui Anthony sembra avere un rapporto più stabile è Anne, interpretata da Olivia Colman, una donna forte e risoluta che cercherà in tutti i modi di prendersi cura dell’anziano.

    L’intento di Zeller è quello di mostrarci la vita di un essere umano devastata da una malattia mentale, facendoci entrare nella testa del protagonista per mostrarci i meccanismi che caratterizzano la sua mente. Un’opera che parla di noi, delle nostre paure e della caducità della nostra vita, che ci porta a riflettere su una piaga della civiltà contemporanea, ovvero le malattie neurologiche, che a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita sono entrate a far parte più o meno indirettamente dell’esperienze di molti di noi. Il regista parigino ha portato in scena un dramma solido, emozionante e autentico, aiutato, bisogna dirlo, da uno straordinario Anthony Hopkins, senza il quale, probabilmente, il film non avrebbe raggiunto un livello così alto.

    Un film da guardare e riguardare non solo per apprezzare l’interpretazione commovente di Hopkins ma anche per cogliere ogni dettaglio della meravigliosa scenografia. Da non perdere, è disponibile al cinema.[fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Rosario Azzaro" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com4_.png" image_id="1643|full" image_border_radius="" company="Direttore editoriale" link="https://framescinemawebzine.com/redazione" target="_blank"]

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  • RECENSIONE SI VIVE UNA VOLTA SOLA DI CARLO VERDONE

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    Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, Si vive una volta sola, è, come molti suoi film degli ultimi anni, una commedia permeata da una sorta di amarezza esistenziale di fondo, da una malinconia sottopelle che riaffiora tra le scene umoristiche.

    Il professor Umberto Gastaldi (Carlo Verdone) è un chirurgo di grande fama, divorziato, con una figlia che partecipa da soubrette a programmi televisivi di infimo livello. Lui e i suoi colleghi, Lucia Santilli (Anna Foglietta) e Corrado Pezzella (Max Tortora), dalla vita privata altrettanto difficile, passano le giornate a giocare scherzi particolarmente crudeli al loro collega, l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo), fino a quando non scoprono che questi è malato terminale. Così decidono di accompagnarlo per una settimana di ferie in Puglia, cercando di trovare il coraggio di comunicare la cattiva notizia all’ignaro amico. La trama è semplice, funzionale alle gag e ai momenti più malinconici, e ha risvolti piacevolmente prevedibili.

    Il tema della malattia è trattato con la giusta serietà, non viene buttato in farsa ma nemmeno sfruttato per facile melodramma: in sostanza, sebbene non particolarmente memorabile, l’aspetto più riuscito del film sono proprio i risvolti sentimentali imperniati sulla malattia, sulla fragilità della vita e dei rapporti umani. Ciò che invece funziona poco è la commedia, continuamente sospesa tra gag fiacche, personaggi di contorno macchiettistici, risvolti prevedibili. Alcuni momenti fanno sorridere, in altri si riesce a intravedere una certa verve umoristica e il talento comico dei protagonisti coinvolti, ma oltre a questo poco altro.

    La sceneggiatura (di Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino), in bilico tra un dramma solido ma non memorabile e una commedia all’acqua di rose, viene solo in parte risollevata dai personaggi. I migliori sono quelli di Lasalandra e soprattutto di Santilli, bene interpretati da Rocco Papaleo e Anna Foglietta: tutti e due riescono a equilibrare bene tempi comici azzeccati e spessore drammatico. Non così i personaggi di Gastaldi e Pezzella: Carlo Verdone e Max Tortora sono entrambi sotto tono e poco convincenti, non brillano né per comicità né per serietà, e sono penalizzati da una caratterizzazione banale il primo, insufficiente il secondo. Umberto Gastaldi in particolare, il primus inter pares tra i protagonisti, avrebbe il potenziale per arricchire il film di riflessioni come il rapporto tra genitori e figli e il contrasto tra una vita professionale eccellente e una privata disastrosa, ma nessuno di questi temi viene affrontato con vera convinzione, e risultano poco più che funzionali a caratterizzare il personaggio di Verdone. Il conflitto tra padre e figlia è perlomeno sfumato ed evita di cadere nel facile manicheismo ma, di nuovo, oltre a questo poco altro.

    Funzionale è anche la regia di Verdone, così come l’intero comparto tecnico-artistico del film: la fotografia, il montaggio, la colonna sonora, sono tutti strumentali alla narrazione ma non particolarmente degni di nota, efficaci ma non brillanti.

    Giudizio che, in ultima analisi, si può estendere a tutto il film: efficace ma non brillante. I fan e i completisti della filmografia di Carlo Verdone probabilmente troveranno di che godere, ed i momenti più sentimentali e malinconici funzionano, ma per il resto Si vive una volta sola è una commedia perfettamente nella media.

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  • RECENSIONE UN ALTRO GIRO DI THOMAS VINTERBERG

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    “Il problema con il mondo è che tutti gli altri sono indietro di qualche drink”, spiegava Humphrey Bogart, uno che di bevute se ne intendeva. Quasi la stessa tesi che in Un altro giro (Druk) di Thomas Vinterberg – vincitore dell’Oscar 2021 come miglior film internazionale – è accreditata allo psichiatra-filosofo norvegese Finn Skårderud, secondo cui la persona sobria sconterebbe un costante deficit di una piccola percentuale di alcool nel sangue (lo 0,05 %, uno o due bicchieri di vino), senza la quale non godrebbe davvero appieno dell’armonia con sé e il prossimo. Quattro professori in crisi di mezza età, Martin, Peter, Tommy e Nikolaj, variamente insoddisfatti delle loro vite, decidono allora di improvvisarsi alcolisti anonimi con piglio scientifico, in un progressivo crescere dell’etilometro a tutto schermo che porterà nuove epifanie e conseguenze nefaste.

    Non è, però, un goliardico e decerebrato hangover movie spinto agli eccessi, al contrario di quanto la locandina e un certo battage pubblicitario facciano pensare. Come ha notato, con sensibile affinità critica, Paolo Sorrentino – che reputa il film un capolavoro – in una recente call a due col regista danese per Variety, Vinterberg adotta una prospettiva più sottile e intimamente suggestiva. Piazzando il suo racconto in “quel preciso momento in cui non sei ubriaco, ma un po’ ubriaco”. Quella zona franca, libera ma sfuggente, precaria e mai durevole, difficile da filmare e mettere a fuoco, in cui “[…] credi che tutto sia possibile”. Una provvisoria tregua dal mondo che assomiglia alla felicità.

    In quest’ottica, Vinterberg si mostra capace di un piccolo film meno dogmatico e ambizioso dei precedenti affreschi al nero sulle torbide relazioni tra individuo e ambiente sociale – la famiglia in Festen (1998), la comunità ne Il sospetto (2012) e La comune (2016). Ma forse proprio per questo riesce a saggiare, con una regia fluida e frizzante, gusti musicali assortiti (da Tchaikovsky al funk 70’s dei The Meters) e una complice empatia aderente ai personaggi, tutte le sfumature e le diverse temperature di un dramedy in bilico tra euforia spensierata e dolorosa lucidità. Senza far mai sbandare i toni e sbilanciare le dosi del cocktail narrativo (probabile ragione dei favori dell’Academy e della company di Leo Di Caprio, che si è affrettata ad acquisire i diritti del remake Usa). Indulgendo sì nella descrizione affettuosa e divertita dei round alcolici del suo drink team, con un bel tepore luministico e funzionali angolazioni di ripresa in prossimità che, sfocando, danzando, ruotando e ruzzolando insieme al quartetto, giostrano equilibri sempre più precari, senza però pregiudicare lo spessore e il peso drammatico delle azioni dei personaggi. Trovando il baricentro e il termometro emotivo nel volto ferito di un intenso e generoso Mads Mikkelsen (premiato come miglior attore agli European Film Awards), su cui sono incise tutte le pieghe e i lividi tumefatti per una vita implosa e soffocante che prova a svoltare nei nuovi stimoli dati dall’ebbrezza (il difficile rapporto di Martin, continuamente rinegoziato, con la moglie Anika costituisce un cupo e  melanconico romance a sé stante)

    Assoldati come guru, a sorvegliare la narrazione, i padri nobili dell’alcolismo come realpolitik, gli artisti della bottiglia, i bevitori professionisti della grande Storia: Hemingway, Churchill, Franklin D. Roosevelt, il generale  Ulysses Grant, affissi alla lavagna da Martin per catturare l’attenzione dei suoi studenti, ricordandogli che “il mondo non è mai come te lo aspetti”. Pur senza il Bogart di Casablanca, che di nazionalità si professava ubriacone, Un altro giro caldeggia una coraggiosa e didattica ragionevolezza del bere anche a costo della tragedia, senza il proibizionismo morale del politicamente corretto. Vinterberg, pur segnato da un tremendo lutto familiare (la figlia scomparsa in un incidente d’auto a pochi giorni dall’inizio delle riprese), conserva la gioia della speranza verso il futuro, si unisce alla pazza folla delle nuove generazioni in festa e certifica che anche bevendo si diventa cittadini del mondo, con la serena accettazione della propria fallibilità.

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  • RECENSIONE JUPITER’S LEGACY – SUPEREROI IN CASA NETFLIX

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    Che momento fantastico per essere fan dei supereroi! Abbiamo il Marvel Cinematic Universe  in continua espansione sia sul grande sia sul piccolo schermo attraverso l’appuntamento, ormai settimanale, su Disney Plus. Sony sta producendo diversi film sui villain (vedi Venom  di Ruben Fleisher,  con il suo sequel appena annunciato con Andy Serkis alla regia, e il film su Morbius in uscita ad inizio 2022). Anche dal lato DC sono in uscita diversi prodotti come The Batman  di Matt Reves (rimandato al 2022) o The Suicide Squad  di James Gunn in uscita questa estate.

    Poi abbiamo Amazon, che tra i suoi originals ha sfornato quella che ormai è già divenuta una serie cult:

    The Boys, la serie anti-eroi per eccellenza. Una storia in cui non è così semplice distinguere tra buoni e cattivi ma in cui, senza dubbio, i protagonisti non possono essere considerati eroi, e la serie animata Invincible, tratta dai comics di Robert Kirkman. Non poteva, quindi, mancare Netflix all’appello, con una sua serie originale: forse è il caso di dire “Meglio tardi che mai”.

    LA TRAMA

    Come si evince dal titolo, la serie ruota tutta attorno alla legacy, ovvero all’eredità. I supereroi, riuniti in un’unica squadra chiamata L’Unione, proteggono il mondo da quasi cent’anni, capitanati da Sheldon Sampson AKA Utopian (Josh Duhamel) il quale garantisce la sicurezza della Terra insieme al fratello Walter AKA Brainwave (Ben daniels) e con la moglie Grace AKA Lady Liberty (Leslie Bibb).

    Ma l’età comincia a farsi sentire:  è arrivato il momento, dunque, di presentare la nuova generazione di supereroi. Ma saranno davvero pronti a lasciare il loro ruolo? Ed i figli saranno pronti per questa mansione?

    Parallelamente viene anche presentata una seconda storyline,  concentrata su Sheldon, Ben e sugli altri eroi dell’Unione durante gli anni ’20 alla scoperta di come hanno ottenuto i loro poteri e di come sono diventati i primi supereroi del mondo.

    SUPEREROI IN CALZAMAGLIA

    Dopo la visione del primo episodio non possono non tornare alla mente prodotti tipicamente anni ’90 come Tenage Mutant Ninja Turtles  o Power Rangers. Personaggi in tutine o costumi “plasticosi” (passatemi il termine) che combattono in maniera “scattosa” e che si fermano spesso in posa. Non parliamo del trucco del supercattivo Blackstar che richiama fin troppo quello rigido dei cattivi dei film anni ’90 (Wishmaster sei tu?).

    Tutto questo potrebbe far pensare ad un prodotto poco curato e destinato ad un pubblico principalmente di bambini: niente di più sbagliato. Ho voluto citare The Boys  all’inizio proprio perché questi due prodotti condividono il voler trattare i supereroi sotto un’ottica principalmente umana, sentimentale ed ideologica prima che sui combattimenti adrenalinici e mascolini tipici di film di questo genere Hollywoodiani. Proprio per questo si riesce a passare sopra tutte le caratteristiche da “prodotto di serie b” elencate.

    Il Codice, una serie di regole a cui gli eroi devono attenersi tra cui quella di non uccidere, viene messo in discussione dai tempi moderni che gli eroi si ritrovano a vivere, eroi che forse non sono pronti a diventare tali o forse non aspirano nemmeno a diventarlo. Proprio su questo la serie ci mostra i due figli di Sheldon, Brandon (Andrew Horton) il quale vuole essere a tutti i costi un degno successore del padre e Chloe (Elena Kampouris) che invece ripudia la vita supereroistica in favore di quella da star e modella. Droga, alcolismo, linguaggio e temi forti sono costantemente in primo piano in ogni minuto delle 8 puntate, ribadendo come la serie sia in realtà destinata ad un pubblico post adolescenziale, che si ritrovano a dover diventare i nuovi adulti con tutte le pressioni ed i pesi che ne conseguono.

    Complessivamente, nonostante tutte le buone idee ed intenzioni, la narrazione vera e propria risulta abbastanza semplice e, in diversi momenti, abbastanza prevedibile, soprattutto per un pubblico esperto di questo tipo di prodotti. Rimane comunque una storia interessante che riuscirà sicuramente ad intrattenere ed emozionare lo spettatore.

    UN TUFFO NEL PASSATO

    Come accennato in precedenza, la serie presenta anche una seconda storyline attraverso la quale ci vengono mostrati i nostri eroi ancora giovani e senza poteri affrontare il duro periodo del crollo della Borsa di Wall Street del 1929, evento che darà il via alle vicende che porteranno i personaggi ad ottenere i loro superpoteri, con annesse responsabilità. Lo stacco dal presente al passato ci viene mostrato con un cambio visivo sulle inquadrature: mentre le scene odierne presentano infatti le famose bande nere, le sequenze degli anni ’20 mostrano scene a tutto schermo, uno stratagemma che ricorda molto lo show WandaVision  di casa Disney.

    Tuttavia, la scelta di alternare costantemente le due storyline non funziona per diversi motivi. Innanzitutto  risulta un processo caotico, che non viene presentato allo spettatore, il quale si ritrova quindi sbalzato avanti e indietro e, nel momento in cui ci si abitua a questo procedimento, è evidente come il presente risulti spesso impossibilitato a portare avanti la sua narrazione a causa della presenza di un passato ancora da spiegare e che si prende sulle spalle anche il peso di voler illustrare la personalità e le motivazioni dei vari eroi che andranno a formare l’Unione.

    Il tutto sarebbe stato facilmente risolvibile organizzando la narrazione in maniera differente, ovvero dedicando, dopo un paio di episodi introduttivi nei confronti dei vari protagonisti e del mondo in cui vivono e agiscono, alcuni episodi ambientati interamente negli anni ’20, mostrando senza eccessi, e anche senza fretta, le origini e la lore dei vari poteri e supereroi, per poi tornare nel presente e spingere sull’acceleratore su una storyline che risulta accattivante ed interessante praticamente soltanto sul finale.

    SI POTEVA OSARE DI PIU’

    Dal punto di vista della regia, la serie non presenta picchi particolari, ma riesce a gestire bene tutte le sequenze, sia quelle calme, tranquille più dialogate, sia i combattimenti che risultano sempre chiari e mai confusi (cadendo però in scene d’azione molto plasticose come citato sopra). Molto curate  le transizioni tra passato e presente:  risultano estremamente piacevoli da vedere e mai banali. La fotografia è funzionale, anche se ricorda in diversi punti quella vista in altre produzioni di questo tipo (tocca tirare nuovamente in ballo il The Boys  di Amazon).

    La recitazione è molto buona, soprattutto quella dei veri protagonisti della serie, tra cui non possiamo non menzionare Ben Daniels, Elena Kampouris e l’incisivo, anche se meno presente, Matt Lantern. Anche gli interpreti dei personaggi secondari hanno fatto un ottimo lavoro. Tra le pecche bisogna nominare il trucco. A parte i costumi, a cui lo spettatore comunque finisce per abituarsi, l’invecchiamento dei personaggi non è dei migliori: si passa da personaggi a cui sono state aggiunte alcune rughe sulla fronte ed allungati ed ingrigiti i capelli o aggiunta una folta barba bianca, ad altri in cui la modifica del volto risulta addirittura esagerato, portando ad un risultato poco credibile, per finire in personaggi a cui sono semplicemente stati tinti i capelli di grigio, probabilmente a causa del budget ormai risicato.

    CONCLUSIONI

    Trovata nuova linfa come serie tv targata Netflix, il fumetto di Mark Millar presenta una storia cruda, che punta a smuovere gli animi degli spettatori attraverso interrogativi su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, su ciò che è bene e su ciò che è male. Lo fa con ottimi interpreti ed una regia e una fotografia che, seppur non innovative, colpiscono il segno, lasciando però scoperto il fianco a diverse problematiche nella sceneggiatura delle due storyline che vuole presentare e sul modo in cui vengono messe in scena.

    Complessivamente però si tratta di un ottimo pacchetto, di cui si aspetta con ansia una seconda stagione (o volume per come la serie le chiama). La speranza è che riescano a migliorarsi  visto il grande potenziale inespresso di questo prodotto.

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  • RECENSIONE: LA MAPPA DELLE PICCOLE COSE PERFETTE

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    24 ore che si ripetono, lo stesso giorno ancora e ancora e ancora, in un loop temporale dove una sola persona è cosciente di questo piccolo problema del tempo. È un’idea che è diventata nozione comune, ormai anche per gli stessi protagonisti dei film sui loop temporali. Sono state esplorate tutte le modalità e generi, dal puro sci-fi d’azione, al thriller, all’horror, con grande interesse alla commedia romantica, probabilmente perché la storia d’amore tra due persone intrappolate nello stesso giorno è adatta per rappresentare un amore tanto effimero quanto essenziale.

    Ed è in questo punto che si colloca il film in questione. Questa volta a rivivere la stessa storia abbiamo un giovane ragazzo un po’ nerd, Mark, che ripercorre le 5 fasi del dolore temporale come da manuale: sperimentazione, noia, tentativo di fuga, tristezza e presa di coscienza.

    Dopo aver visto più e più volte la stessa quotidianità, aver imparato una perfetta coreografia che lo rende agli occhi ignari di chi lo circonda al limite del sensitivo, e dopo aver sperimentato quello che tutti proverebbero in una situazione del genere, la sua solitaria vita trova una possibile compagnia in Margaret, l’unica altra persona che sembra cosciente di questa falla nel sistema.

    Il suo obiettivo è realizzare una mappa della città che indichi tutte le piccole cose perfette, quegli eventi dove la casualità sembra organizzarsi per mostrare qualcosa di unico e raro, i momenti fugaci che svoltano una giornata.

    Ma per quanto la possibilità di vivere senza conseguenze potendo riavvolgere il nastro e ricominciare da capo possa essere elettrizzante, dopo l’ennesimo risveglio in un mondo già vissuto iniziano ad emergere le complicazioni, e quello che sembrava essere un potere che ti rende cosciente della situazione mentre gli altri vivono in una sorta di dormiveglia senza mai andare avanti, si trasforma in una gabbia dove ad essere intrappolato non sono gli altri ma te stesso.

    Il film porta continui rimandi alla cultura nerd, strumento di analogia con ciò che accade ai protagonisti: dalle citazioni di Doctor Who, ai continui tentativi di superare un livello di uno sparatutto che dopo ogni fallimento si resetta (come la vita stessa dei protagonisti) e fino ai riferimenti ricorrenti ad altri film passati sui loop temporali, come Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) con Bill Murray. Esistono un’infinità di storie dal tempo ciclico, è il film stesso a mostrarcelo, ed è quindi necessario portare qualcosa che attiri l’attenzione dello spettatore per rendere questa ripetitività meno ripetitiva.

    Tecnicamente il film è scorrevole e rientra pienamente nei parametri del suo genere, non raggiungendo livelli di eccellenza. Mantiene per quasi tutta la pellicola una sensazione di standard, senza mai risaltare veramente sia dal lato registico che attoriale. Una semplice commedia come se ne possono trovare nei numerosi cataloghi online.

    Ma più si prosegue con la visione più assume carattere e profondità, riuscendo a condividere il suo messaggio di fondo attraverso le esperienze di Mark e Margaret: la difficoltà nel non essere pronti a lasciar andare un passato che pensiamo non averci ancora dato tutto quello che volevamo, l’importante e obbligatoria dipendenza sociale che ci contraddistingue in quanto esseri umani, per quanto ci si creda solitari, e il consiglio nel non cercare la perfezione nei grandi progetti, ma in quei momenti fugaci nella quotidianità capaci di strappare il sorriso anche in una giornata buia.

    La mappa delle piccole cose perfette è alla fine dei conti un film discreto, fa quello che deve, senza infamia e senza lode, ma non lasciando una sensazione di rimpianto per aver sprecato un’ora e mezza del proprio tempo alla comparsa dei titoli di coda.

    Chi ama il genere non ne resterà deluso e se avete un abbonamento Prime Video e qualche ora libera, o siete bloccati in un loop temporale e cercate ispirazioni su cosa fare nella vostra nuova ciclica vita, questo film potrebbe essere la soluzione.

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  • RECENSIONE SENZA RIMORSO DI STEFANO SOLLIMA

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    Correva l’anno 1984 quando uscì il primo romanzo di Tom Clancy, La grande fuga dell’Ottobre Rosso (dal quale fu poi tratto il famosissimo film del 1990 Caccia a Ottobre Rosso  di John McTiernan) che innalzò lo scrittore nell’olimpo dei racconti di spionaggio e fantapolitica. Da quel momento, infatti, Clancy riuscì a sfornare un romanzo dietro l’altro e a creare universi narrativi tutti opportunamente diversi tra di loro, con personaggi e storie memorabili che portarono alla creazione di svariati prodotti cinematografici (vedi anche Giochi di Potere  e Sotto il segno del pericolo  che negli anni ‘90 mettevano in scena i personaggi di Jack Ryan (Harrison Ford) e John Clark (Willem Dafoe) o Al vertice della tensione del 2002 di Phil Alden Robinson con Ben Affleck e Morgan Freeman) , ma anche videoludici o fumettistici, come le numerose iterazioni di brand come The Division, Ghost Recon, Rainbow Six o Splinter Cell.

    Amazon aveva già lavorato in questo campo con la riuscitissima serie tv Jack Ryan e, spinta forse anche dal successo del prodotto appena citato, ha pensato di sfruttare nuovamente questo franchise, arrivando così a produrre questo film, affidando la regia a Stefano Sollima, la scrittura a Taylor Sheridan e il ruolo di protagonista al famoso attore Michael B. Jordan.

    UN “ORIGIN STORY”

    Lo scopo del racconto è quello di presentare il personaggio di John Kelly, un NAVY SEAL che assieme alla sua squadra deve salvare e recuperare un ostaggio ad Aleppo per conto della CIA. Questa missione porterà, però, la squadra di Kelly nel mirino di alcuni soldati russi che elimineranno diversi membri, fallendo però con John, che riesce infatti a difendersi dall’attacco e ad uscirne vivo, ma senza poter salvare le persone che ama. Questo porta il protagonista verso un viaggio fatto di violenza e morte per trovare i responsabili, ma non tutto è quello che sembra.

    Il racconto, infatti, non si limita ad essere soltanto un montaggio di sequenze d’azione una dopo l’altra, ma inserisce momenti più tranquilli e ragionati, in cui sono lo spionaggio e la fantapolitica a farla da padrone. Il viaggio che il personaggio intraprende non serve, infatti, solo per placare la sua sete di vendetta, ma anche per renderlo conscio di come funziona il mondo in cui ha sempre vissuto, in cui non è sempre così semplice distinguere i buoni dai cattivi, tenendo anche conto della (ormai famosissima) strategia del doppio gioco, che non passa mai di moda.

    Purtroppo, però, lo scrittore Taylor Sheridan -reduce da sceneggiature di un certo peso come Sicario (Denis Villeneuve, 2015)  o la serie Yellowstone  di cui è anche regista- non riesce, in questo caso, a costruire una storia chiara e ben bilanciata. Sia chiaro, in una storia di spionaggio i segreti ci devono essere e devono essere scoperti pian piano, ma sembra che lo sceneggiatore non abbia voluto impegnarsi troppo nella realizzazione di una storia anche minimamente originale, inserendo inoltre molti personaggi con comportamenti ai limiti del ridicolo, motivati soltanto dal voler far provare allo

    spettatore emozioni forzate nei loro confronti. Inoltre alla prima visione l’intreccio può risultare alquanto complicato, visto anche il modo sbrigativo in cui viene spiegato allo spettatore niente però che non si possa risolvere con una seconda visione.

    AZIONE REALISTICA

    Lo scopo del film per le scene d’azione risulta chiarissimo già dai primi minuti. La squadra dei NAVY SEAL emerge da un bacino ed elimina con estrema coordinazione un gruppo di soldati armati, per poi procedere verso una base dove in pochi secondi riescono ad entrare ed eliminare tutti i bersagli ostili. Il tutto è presentato con molta serietà e realisticità e così sarà per la maggior parte del film.

    Durante le scene d’azione non si vedrà, infatti, nessuno saltare da un tetto all’altro come se niente fosse o creare maschere iperrealistiche, come in un Mission Impossible e non vengono presentati scontri “uno contro mille” come in un John Wick o in un Rambo. L’azione è molto simile a quanto un gruppo di soldati addestrati può fare nella realtà: c’è coordinazione e precisione, ma senza mai esagerare. Questo comporta però una minore “adrenalinictà” negli scontri di quanto invece ci si potrebbe aspettare da un prodotto di questo genere, cosa a cui lo spettatore fa comunque presto l’abitudine. In questo la regia di Sollima aiuta molto, sempre funzionale e molto chiara e che riesce a seguire i personaggi in ogni movimento, aumentando anche il senso di immedesimazione dello spettatore.

    Se non fosse per lo scontro finale. Dopo uno scontro con alcuni cecchini, il film presenta il classico stallo in cui qualcuno deve sacrificarsi per salvare gli altri componenti della squadra. Qui il film sembra dimenticarsi di tutto ciò che è stato costruito in precedenza, mettendo in scena uno scontro degno di un Fast and Furious in cui un personaggio riesce ad eliminare un esercito di nemici da solo e ad uscirne quasi illeso. La scena in sé funzionerebbe anche, sia dal punto registico che dal punto di vista coreografico, se non stonasse completamente con tutto quello avvenuto prima.

    IL FUTURO DEL FRANCHISE

    All’interno del film sono stati inoltre inseriti diversi rimandi ad altre opere di Tom Clancy. Principalmente i richiami sono due: il primo riguarda il personaggio secondario interpretato da Jodie Turner-Smith, Karen Greer, la quale ci viene detto essere la nipote di Jim Greer, altro famoso personaggio creato da Tom Clancy e che appare nella serie tv Jack Ryan  nominata ad inizio articolo; il secondo riguarda la scena post-credit, nella quale (senza fare spoiler) viene presentata l’intenzione di creare una task force internazionale chiamata “Rainbow”, andando quindi a citare i numerosi romanzi dell’autore riguardo la famosa squadra Rainbow Six  (conosciuta ai più grazie ai numerosi videogiochi che la vedono come protagonista).

    Si presenta quindi la possibilità che in casa Amazon si sviluppi un nuovo universo condiviso, ispirato al già presente nei libri Ryanverse, che potrebbe essere opportunamente modificato per essere trasposto attraverso diverse serie tv o film. Una possibilità molto interessante, che molti aspettano con anche una certa curiosità.

    CONCLUSIONI

    In conclusione, Senza Rimorso è un buon film al quale, però, manca un’anima propria. Anima che cerca di crearsi durante la pellicola con le ottime scene d’azione che puntano al realismo (e qui la regia di Sollima aiuta molto) ma che finisce per affossarsi con le sequenze più tranquille e con la scena d’azione finale, complice soprattutto una scrittura non all’altezza del compito che il film si poneva. Consigliata vivamente una seconda visione del film, che potrebbe aiutare a capire meglio l’intreccio inizialmente un po’ complicato di trama.

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