Category: Recensioni

  • RECENSIONE: LA MAPPA DELLE PICCOLE COSE PERFETTE

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    24 ore che si ripetono, lo stesso giorno ancora e ancora e ancora, in un loop temporale dove una sola persona è cosciente di questo piccolo problema del tempo. È un’idea che è diventata nozione comune, ormai anche per gli stessi protagonisti dei film sui loop temporali. Sono state esplorate tutte le modalità e generi, dal puro sci-fi d’azione, al thriller, all’horror, con grande interesse alla commedia romantica, probabilmente perché la storia d’amore tra due persone intrappolate nello stesso giorno è adatta per rappresentare un amore tanto effimero quanto essenziale.

    Ed è in questo punto che si colloca il film in questione. Questa volta a rivivere la stessa storia abbiamo un giovane ragazzo un po’ nerd, Mark, che ripercorre le 5 fasi del dolore temporale come da manuale: sperimentazione, noia, tentativo di fuga, tristezza e presa di coscienza.

    Dopo aver visto più e più volte la stessa quotidianità, aver imparato una perfetta coreografia che lo rende agli occhi ignari di chi lo circonda al limite del sensitivo, e dopo aver sperimentato quello che tutti proverebbero in una situazione del genere, la sua solitaria vita trova una possibile compagnia in Margaret, l’unica altra persona che sembra cosciente di questa falla nel sistema.

    Il suo obiettivo è realizzare una mappa della città che indichi tutte le piccole cose perfette, quegli eventi dove la casualità sembra organizzarsi per mostrare qualcosa di unico e raro, i momenti fugaci che svoltano una giornata.

    Ma per quanto la possibilità di vivere senza conseguenze potendo riavvolgere il nastro e ricominciare da capo possa essere elettrizzante, dopo l’ennesimo risveglio in un mondo già vissuto iniziano ad emergere le complicazioni, e quello che sembrava essere un potere che ti rende cosciente della situazione mentre gli altri vivono in una sorta di dormiveglia senza mai andare avanti, si trasforma in una gabbia dove ad essere intrappolato non sono gli altri ma te stesso.

    Il film porta continui rimandi alla cultura nerd, strumento di analogia con ciò che accade ai protagonisti: dalle citazioni di Doctor Who, ai continui tentativi di superare un livello di uno sparatutto che dopo ogni fallimento si resetta (come la vita stessa dei protagonisti) e fino ai riferimenti ricorrenti ad altri film passati sui loop temporali, come Ricomincio da capo (Harold Ramis, 1993) con Bill Murray. Esistono un’infinità di storie dal tempo ciclico, è il film stesso a mostrarcelo, ed è quindi necessario portare qualcosa che attiri l’attenzione dello spettatore per rendere questa ripetitività meno ripetitiva.

    Tecnicamente il film è scorrevole e rientra pienamente nei parametri del suo genere, non raggiungendo livelli di eccellenza. Mantiene per quasi tutta la pellicola una sensazione di standard, senza mai risaltare veramente sia dal lato registico che attoriale. Una semplice commedia come se ne possono trovare nei numerosi cataloghi online.

    Ma più si prosegue con la visione più assume carattere e profondità, riuscendo a condividere il suo messaggio di fondo attraverso le esperienze di Mark e Margaret: la difficoltà nel non essere pronti a lasciar andare un passato che pensiamo non averci ancora dato tutto quello che volevamo, l’importante e obbligatoria dipendenza sociale che ci contraddistingue in quanto esseri umani, per quanto ci si creda solitari, e il consiglio nel non cercare la perfezione nei grandi progetti, ma in quei momenti fugaci nella quotidianità capaci di strappare il sorriso anche in una giornata buia.

    La mappa delle piccole cose perfette è alla fine dei conti un film discreto, fa quello che deve, senza infamia e senza lode, ma non lasciando una sensazione di rimpianto per aver sprecato un’ora e mezza del proprio tempo alla comparsa dei titoli di coda.

    Chi ama il genere non ne resterà deluso e se avete un abbonamento Prime Video e qualche ora libera, o siete bloccati in un loop temporale e cercate ispirazioni su cosa fare nella vostra nuova ciclica vita, questo film potrebbe essere la soluzione.

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  • RECENSIONE SENZA RIMORSO DI STEFANO SOLLIMA

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    Correva l’anno 1984 quando uscì il primo romanzo di Tom Clancy, La grande fuga dell’Ottobre Rosso (dal quale fu poi tratto il famosissimo film del 1990 Caccia a Ottobre Rosso  di John McTiernan) che innalzò lo scrittore nell’olimpo dei racconti di spionaggio e fantapolitica. Da quel momento, infatti, Clancy riuscì a sfornare un romanzo dietro l’altro e a creare universi narrativi tutti opportunamente diversi tra di loro, con personaggi e storie memorabili che portarono alla creazione di svariati prodotti cinematografici (vedi anche Giochi di Potere  e Sotto il segno del pericolo  che negli anni ‘90 mettevano in scena i personaggi di Jack Ryan (Harrison Ford) e John Clark (Willem Dafoe) o Al vertice della tensione del 2002 di Phil Alden Robinson con Ben Affleck e Morgan Freeman) , ma anche videoludici o fumettistici, come le numerose iterazioni di brand come The Division, Ghost Recon, Rainbow Six o Splinter Cell.

    Amazon aveva già lavorato in questo campo con la riuscitissima serie tv Jack Ryan e, spinta forse anche dal successo del prodotto appena citato, ha pensato di sfruttare nuovamente questo franchise, arrivando così a produrre questo film, affidando la regia a Stefano Sollima, la scrittura a Taylor Sheridan e il ruolo di protagonista al famoso attore Michael B. Jordan.

    UN “ORIGIN STORY”

    Lo scopo del racconto è quello di presentare il personaggio di John Kelly, un NAVY SEAL che assieme alla sua squadra deve salvare e recuperare un ostaggio ad Aleppo per conto della CIA. Questa missione porterà, però, la squadra di Kelly nel mirino di alcuni soldati russi che elimineranno diversi membri, fallendo però con John, che riesce infatti a difendersi dall’attacco e ad uscirne vivo, ma senza poter salvare le persone che ama. Questo porta il protagonista verso un viaggio fatto di violenza e morte per trovare i responsabili, ma non tutto è quello che sembra.

    Il racconto, infatti, non si limita ad essere soltanto un montaggio di sequenze d’azione una dopo l’altra, ma inserisce momenti più tranquilli e ragionati, in cui sono lo spionaggio e la fantapolitica a farla da padrone. Il viaggio che il personaggio intraprende non serve, infatti, solo per placare la sua sete di vendetta, ma anche per renderlo conscio di come funziona il mondo in cui ha sempre vissuto, in cui non è sempre così semplice distinguere i buoni dai cattivi, tenendo anche conto della (ormai famosissima) strategia del doppio gioco, che non passa mai di moda.

    Purtroppo, però, lo scrittore Taylor Sheridan -reduce da sceneggiature di un certo peso come Sicario (Denis Villeneuve, 2015)  o la serie Yellowstone  di cui è anche regista- non riesce, in questo caso, a costruire una storia chiara e ben bilanciata. Sia chiaro, in una storia di spionaggio i segreti ci devono essere e devono essere scoperti pian piano, ma sembra che lo sceneggiatore non abbia voluto impegnarsi troppo nella realizzazione di una storia anche minimamente originale, inserendo inoltre molti personaggi con comportamenti ai limiti del ridicolo, motivati soltanto dal voler far provare allo

    spettatore emozioni forzate nei loro confronti. Inoltre alla prima visione l’intreccio può risultare alquanto complicato, visto anche il modo sbrigativo in cui viene spiegato allo spettatore niente però che non si possa risolvere con una seconda visione.

    AZIONE REALISTICA

    Lo scopo del film per le scene d’azione risulta chiarissimo già dai primi minuti. La squadra dei NAVY SEAL emerge da un bacino ed elimina con estrema coordinazione un gruppo di soldati armati, per poi procedere verso una base dove in pochi secondi riescono ad entrare ed eliminare tutti i bersagli ostili. Il tutto è presentato con molta serietà e realisticità e così sarà per la maggior parte del film.

    Durante le scene d’azione non si vedrà, infatti, nessuno saltare da un tetto all’altro come se niente fosse o creare maschere iperrealistiche, come in un Mission Impossible e non vengono presentati scontri “uno contro mille” come in un John Wick o in un Rambo. L’azione è molto simile a quanto un gruppo di soldati addestrati può fare nella realtà: c’è coordinazione e precisione, ma senza mai esagerare. Questo comporta però una minore “adrenalinictà” negli scontri di quanto invece ci si potrebbe aspettare da un prodotto di questo genere, cosa a cui lo spettatore fa comunque presto l’abitudine. In questo la regia di Sollima aiuta molto, sempre funzionale e molto chiara e che riesce a seguire i personaggi in ogni movimento, aumentando anche il senso di immedesimazione dello spettatore.

    Se non fosse per lo scontro finale. Dopo uno scontro con alcuni cecchini, il film presenta il classico stallo in cui qualcuno deve sacrificarsi per salvare gli altri componenti della squadra. Qui il film sembra dimenticarsi di tutto ciò che è stato costruito in precedenza, mettendo in scena uno scontro degno di un Fast and Furious in cui un personaggio riesce ad eliminare un esercito di nemici da solo e ad uscirne quasi illeso. La scena in sé funzionerebbe anche, sia dal punto registico che dal punto di vista coreografico, se non stonasse completamente con tutto quello avvenuto prima.

    IL FUTURO DEL FRANCHISE

    All’interno del film sono stati inoltre inseriti diversi rimandi ad altre opere di Tom Clancy. Principalmente i richiami sono due: il primo riguarda il personaggio secondario interpretato da Jodie Turner-Smith, Karen Greer, la quale ci viene detto essere la nipote di Jim Greer, altro famoso personaggio creato da Tom Clancy e che appare nella serie tv Jack Ryan  nominata ad inizio articolo; il secondo riguarda la scena post-credit, nella quale (senza fare spoiler) viene presentata l’intenzione di creare una task force internazionale chiamata “Rainbow”, andando quindi a citare i numerosi romanzi dell’autore riguardo la famosa squadra Rainbow Six  (conosciuta ai più grazie ai numerosi videogiochi che la vedono come protagonista).

    Si presenta quindi la possibilità che in casa Amazon si sviluppi un nuovo universo condiviso, ispirato al già presente nei libri Ryanverse, che potrebbe essere opportunamente modificato per essere trasposto attraverso diverse serie tv o film. Una possibilità molto interessante, che molti aspettano con anche una certa curiosità.

    CONCLUSIONI

    In conclusione, Senza Rimorso è un buon film al quale, però, manca un’anima propria. Anima che cerca di crearsi durante la pellicola con le ottime scene d’azione che puntano al realismo (e qui la regia di Sollima aiuta molto) ma che finisce per affossarsi con le sequenze più tranquille e con la scena d’azione finale, complice soprattutto una scrittura non all’altezza del compito che il film si poneva. Consigliata vivamente una seconda visione del film, che potrebbe aiutare a capire meglio l’intreccio inizialmente un po’ complicato di trama.

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  • RECENSIONE LA DONNA ALLA FINESTRA

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    VERTIGINI DELL’OCCHIO E DELLA MENTE

    Anna Fox (Amy Adams) è una psicologa che vive autoreclusa tra le mura di casa poiché affetta da un’acuta forma di agorafobia che le impedisce di uscire e affrontare il mondo esterno. La scossa al torpore depressivo giunge quando, osservando i vicini del palazzo di fronte, assiste al presunto omicidio di una donna misteriosa che lei stessa ha ospitato poco prima, ma che per tutti sembra non essere mai esistita.

    Tra il titolo originale, The Woman in the Window – omonimo al romanzo di A.J. Finn e al noir allucinato di Fritz Lang del 1945 -, e la traduzione italiana, La donna alla finestra, che spalanca il gioco di specchi e assonanze con La finestra sul cortile (1954), il film dell’inglese Joe Wright guarda decisamente a Hitchcock, agli inganni dello sguardo, a segni e verità nascoste nelle immagini. Le analogie con il regista londinese possono essere scorte da subito, a cominciare proprio dall’occhio come figura chiave: dal primissimo piano sulla pupilla spalancata di Anna, simile alla palpebra spiraliforme che apre i titoli di testa di La donna che visse due volte (Vertigo,1958), e, ancor di più, al vitreo e sbarrato bulbo oculare della bionda Marion Crane riversa sul pavimento del bagno di Psyco (1960). Quello di Anna è da subito uno sguardo dubbio, ambivalente, spettrale: fisso su qualcosa e al tempo stesso smarrito nel vuoto, lo sguardo della vittima e del colpevole, di un corpo e di un fantasma in disequilibrio sulla soglia indecidibile tra il mondo dei vivi e dei morti.

    È lo sguardo monoculare del cinema, che nell’incipit si muove felpato carrellando tra gli stanzoni vuoti dell’appartamento, scoprendo sulla Tv le immagini a scatti, al rallenty, proprio de La finestra sul cortile. Joe Wright dichiara immediatamente l’intento di costruirne una sorta di remake al femminile, dove le ossessioni hitchcockiane e l’avventura dello sguardo/vertigine incontrano le trincee di solitudine, il dissesto mentale e le nevrosi patologiche del mondo cittadino contemporaneo. Scegliendo però l’esatta sequenza in cui Thorwald, l’assassino, tenta di strangolare il fotografo Jeffries (James Stewart), il regista si mostra pienamente consapevole del rischio di finire strozzato nel confronto impietoso con il capolavoro originale. È quello che succede? Sì e no. Dipende, appunto, con che occhi guardiamo.

    Più che sulla filosofia di sir Alfred – il mito della caverna platonica che proietta illusioni e desideri del reporter-spettatore sugli schermi del cortile di fronte – il film piazza l’obiettivo su un (ri)quadro comportamentale che pone i riflettori sulla personalità lacerata e la fisiognomica del volto sfibrato e abbruttito di Anna. Il tutto ci viene mostrato sotto una lente distorta che ne rifrange il profondo disagio e l’instabilità emotiva, ma anche lo sguardo incrinato e la paralisi esistenziale (dunque non il semplice incidente alle gambe che immobilizzava postura e punto di vista di James Stewart nel capolavoro di Hitchcock).

    In un fitto apparato cinefilo di clip di classici in bianco e nero che rinforza le derive della coscienza e della psiche: dall’interpretazione dei sogni visivi di Dalì in Io ti salverò (1945) – con un altro occhio surreale, tagliato con le forbici, sovrapposto a quello di Anna – all’incubo della Vertigine (1944) di Otto Preminger.

    Dopo Cecilia ne L’uomo invisibile (2020) e Cassie in Una donna promettente, Anna è un’altra donna vessata e in trappola che non viene creduta, e pertanto è costretta ad agire da sola – diabolico contrappasso – nell’affrontare il pericolo che scardina la sua solitudine.

    Uscito dal bunker di Churchill (L’ora più buia, 2017), Joe Wright si chiude dentro la panic room del thriller psicologico a misura del singolo. Il regista si confina in una precisa tendenza del cinema contemporaneo – che ha il suo acme in Sto pensando di finirla qui (2020) di Charlie Kaufman – che costruisce gli ambienti narrativi modellandoli sulla forma mentis del personaggio, sviluppando l’intreccio dentro un’ambigua e claustrofobica soggettiva cerebrale – e sensoriale – dei protagonisti (non sono casuali i frammenti de La Fuga (1947) di Delmer Daves, il noir della coppia Bogart-Bacall girato interamente in soggettiva per tutta la prima parte).

    Come nella schizofrenica dissociazione spazio-temporale dell’anziano di The Father (2020), e nell’isolamento acustico e sociale del batterista di Sound of Metal (2020), anche Anna sconta una clausura individuale e una dissonanza cognitiva che mette in crisi l’affidabilità del suo sguardo, la bontà delle intuizioni investigative e la leggibilità degli eventi. Aldilà dei sintomi hitchcockiani –  Anna è agorafobica come Stewart in Vertigo – è questa la molla più interessante, che accende un intrigo giallo dal grande potenziale teorico – il ruolo di immagini, scatti e zoomate nel decrittare indizi e prove – purtroppo largamente sfilacciato in uno sviluppo poco convincente, talvolta implausibile, dello script di Tracy Letts (Killer Joe).

    Un peccato, visto il cast d’eccezione (non solo Amy Adams, ma anche Julianne Moore, Gary Oldman, Jennifer Jason Leigh, Anthony Mackie), e un comparto tecnico di lusso: la fotografia cangiante di Bruno Delbonnel che alterna penombra e bagliori e mescola filtri cromatici e simmetrie, lo score sinistramente saltellante del burtoniano Danny Elfman, la scenografica magione di evidente matrice hitchcockiana (spirali di scale, finestre e muri di mattoni, tetti, lucernari e seminterrati). Eppure il tutto non è valorizzato al meglio da una regia non sempre ispirata, che spesso non va oltre la semplice citazione (il celebre carrello-zoom a piombo sulle scale di Vertigo, qui in discesa rallentata). E da un generale andamento sbrigativo incapace di distaccarsi dagli standard di un medio psyco thriller con flashback, spiegoni e plot twist al punto giusto (?), tra grossolane macchie di sangue a tutto schermo, personaggi malriusciti  – quello della Moore, che fa continuamente al verso a Jane Russell – e poliziotti decisamente tonti e poco credibili.

    Per i puristi hitchcockiani, atmosfere e stile del capolavoro originale restano a distanza siderale (per una rielaborazione moderna, meglio recuperare il mélo alla finestra tra Joaquin Phoenix e Gwyneth Paltrow in Two Lovers (2008) di James Gray).

    Per chi cerca evasione con qualche brivido thriller infuso di torsioni psicologiche e un po’ d’azione, potrebbe bastare.

    Il film è disponibile su Netflix. Sulla piattaforma, per proseguire con i remake hitchcockiani, trovate anche Rebecca di Ben Wheatley.

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  • RECENSIONE SESSO SFORTUNATO O FOLLIE PORNO DI RADU JUDE

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    Orso d’Oro alla Berlinale 2021, Sesso sfortunato o follie porno (titolo internazionale: Bad Luck Banging or Loony Porn) di Radu Jude dimostra ancora una volta la vivacità straordinaria del cinema romeno contemporaneo che negli ultimi anni, grazie a firme come Cristian Mungiu e Cristi Puiu (in questi giorni su MUBI con l’acclamatissimo e fluviale Malmkrog), si è confermato come uno dei più interessanti d’Europa.

    La vicenda narrata da Jude è semplice: un’insegnante di un prestigioso liceo di Bucarest realizza con il proprio marito un video pornografico, che però finisce per circolare prima su PornHub e in seguito su diversi altri blog. I genitori degli alunni della professoressa, venuti in possesso del filmato e sdegnati, chiedono la convocazione di una riunione speciale nel cortile della scuola (il film è ambientato durante l’era Covid, con tanto di mascherine e distanziamento sociale) per discutere dell’accaduto.

    Se la trama può sembrare lineare, però, la struttura del film, articolata in tre capitoli e tre finali, non lo è. Nella prima parte intitolata ‘Strada a senso unico’, infatti, lo spettatore segue la protagonista Emi in un viaggio surreale e apparentemente senza meta per le strade di una Bucarest quasi fantascientifica e fuori dal tempo (c’è il Covid, vero, ma quando si ambienta davvero il film?), invasa da cantieri rumorosi, traffico infernale, tram sferraglianti, clacson e sirene inarrestabili, musiche da centro commerciale che si fondono a marcette dal sapore dittatoriale, manifesti elettorali, cartelloni pubblicitari sconci, slot machine, gente travestita da animale, uomini libidinosi e soprattutto fiumi di persone che si guardano attorno sbigottite e paiono costantemente trovarsi nel posto sbagliato. L’apertura di Sesso sfortunato o follie porno è un piccolo capolavoro di cinema del caos esistenziale, reso tramite un lavoro sul sonoro che ha dell’incredibile e dà vita a 45 minuti di visione esperienziale: una straordinario sunto dell’assurdità del presente, messo in scena con sguardo caustico da un regista che, tanto divertito quanto disgustato, predilige i campi lunghi e il distacco da una realtà ridicola ripresa in maniera oggettiva e quasi documentaristica. Si ride, e non poco, dell’ordinario sfacelo della vita urbana.

    Nella seconda parte ‘Breve dizionario di aneddoti, cartelli e meraviglie’, invece, Jude affastella immagini di repertorio, filmati storici, scenette assurde, balletti, definizioni da vocabolario, elucubrazioni, esiti di ricerche (sapevate che in Romania la parola più cercata su internet è “pompino”? La seconda è “empatia”) ed esplicazioni di figure retoriche in una sorta di excursus intellettuale sull’inconscio collettivo della nazione romena, paese dilaniato dalle contraddizioni di una storia novecentesca e non solo tra le più complesse e travagliate d’Europa.

    Tutto ciò è funzionale, in definitiva, al raggiungimento della terza parte, ‘Prassi e insinuazioni (Sitcom)’, in fondo l’unica realmente narrativa: viene infatti celebrato il “processo” kafkiano alla docente protagonista da parte dei genitori. Se il film si apriva con la visione del video porno al centro della vicenda – con tanto di fellatio e penetrazione – è nel terzo capitolo che si consuma il vero scandalo. Jude mette in scena con ferocia il perbenismo borghese che, appellandosi ai valori morali più alti (c’è persino chi indossa la mascherina con su scritto “I can’t breathe”), rivela tutta la propria bassezza in un gioco al massacro verbale che, in un profluvio di parole, rivela ed esplicita quell’inconscio umano aberrante, contraddittorio e ipocrita che pervadeva rapsodicamente la seconda parte del film. In tal senso Sesso sfrenato o follie porno è davvero l’antidoto migliore al dilagare del politicamente corretto, in quanto pellicola radicata nella storia e nelle piccole e grandi responsabilità di un popolo, troppo spesso rimosse e seppellite sotto la patina di una modernità solo apparentemente più presentabile. E Jude, riuscendo miracolosamente a tenere insieme una struttura filmica apparentemente sbilenca, chiude la pellicola con grande coerenza, all’insegna della risata mordace e del contrappasso dantesco, trovando la perfetta collocazione per la tragedia e la commedia che pervadono il film: la prima nella storia, la seconda nel presente, riflesso distorto e caricaturale di orrori dimenticati.

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  • RECENSIONE I CARE A LOT – PREDATORI E PREDE

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    Al mondo esistono soltanto due tipi di persone: i predatori e le prede. Sta a noi scegliere se voler essere un agnello o vivere da leoni. È questa la visione di Marla Grayson (Rosamund Pike), una tutrice legale che si muove nella zona grigia della legge per truffare e sfruttare il più possibile anziani che necessitano di assistenza. E non è l’unica a pensarla così, anzi. in I Care a Lot, infatti, chiunque passi su schermo evidenzia il suo lato più corrotto ed egoistico, senza mostrare alcuna esitazione nel schiacciare gli altri per raggiungere successo e benessere personale. Le loro vittime fanno solo da sfondo, relegati al loro ruolo di “mucche da mungere” e ogni categoria sociale solitamente protetta o tutelata viene completamente ribaltata, mostrando donne meschine e anziani insolenti, impedendo allo spettatore di creare un rapporto empatico con chiunque.

    Mai fu più vera l’espressione di hobbesiana memoria “Homo homini lupus”.

    I problemi nel suo piano perfetto arrivano quando mette gli occhi su una succosissima preda, una gallina dalle uova d’oro che, però, porterà con sé molte complicanze apparentemente insormontabili. Marla incarna appieno il sogno americano, determinata ad avere successo e a entrare a far parte del piccolo gruppo di ricchi in grado di usare i soldi come arma e nel farlo ci mostra il lato più oscuro di questo sogno: dietro alla figura di una persona intraprendente fatta da sé e che tramite le sue sole forze e abilità riesce a scalare la vetta del successo, si nasconde un essere maligno e avido disposto a far affondare chiunque pur di ottenere ciò che vuole.

    Il film porta una critica tanto al capitalismo come veleno per le menti, quanto alle falle del sistema sanitario statunitense (e non solo) che consentono di rivoltare leggi e norme a proprio piacimento, permettendo di agire ingiustamente, ma lasciando la fedina penale immacolata.

    Rosamund Pike, già alle prese con un ruolo subdolo e macchinatore in Gone Girl (D. Fincher 2014), ci regala uninterpretazione eccellente, riuscendo anche solo con lo la recitazione fisica a mettere in chiaro la determinazione ad affermare la propria superiorità, rendendo a volte i dialoghi tautologici e superflui.

    Il potenziale della pellicola non rispecchia purtroppo il risultato finale. Il lavoro di J Blackson riesce a intrattenere e mantenere lo spettatore davanti allo schermo, ma sembra perdere la bussola con l’avanzare del film.

    L’idea alla base è interessante sia come narrativa che come messaggio. Guardando i primi minuti ci si aspetta una lotta più psicologica, con la protagonista che cerca ogni cavillo legale per assicurarsi la vittoria in un gioco di maschere. Marla Grayson, infatti, mostra fin da subito come dietro a tutti quei sorrisi quasi plastici e i grandi discorsi per il benessere del cliente, si nasconde una quasi totale assenza di moralità. Il tribunale è il suo palcoscenico e campo di battaglia, dove convincere il giudice e manovrarlo a suo piacimento, a differenza del principale antagonista che vede il suo punto di forza nell’aggressività e illegalità. Con il susseguirsi degli eventi, però, lo scontro vede abbandonare le aule del tribunale per trasformarsi in un film d’azione, con tanto di esplosioni e rapimenti al limite del possibile, dove due semplici tutrici legali mettono in seria difficoltà killer professionisti della mafia russa.

    Oltre alla dubbia credibilità che due persone, per quanto determinate, riescano a scontrarsi a viso aperto contro una criminalità organizzata, questo cambio di rotta trascura uno dei punti di forza potenziali del film: la critica all’inefficienza del sistema giudiziario, in particolar modo nella gestione della sanità, che oltre a non tutelare il più debole, gli impedisce di liberarsi dalla morsa del carnefice, in quanto sulla carta non sono stati commessi illeciti. Questo punto focale viene sostituito dalla ricerca di vendetta e da una sfida personale, abbandonando la manipolazione delle leggi e lasciando spazio all’illegalità pura e semplice.

    Il tentativo di recupero nell’epilogo non è sufficiente a nascondere come questo film non abbia le idee chiare del genere a cui appartiene e non riesce a risollevare pienamente le sorti della pellicola.

    Il film in sostanza intrattiene, con una buona tecnica registica e una grande interpretazione dei ruoli principali, ma lascia un po’ di amaro in bocca per la confusione narrativa che stona nel secondo atto e una mancata possibilità di portare una critica sociale non solo accennata, ma ben approfondita.

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  • RECENSIONE ZEDER – I NON MORTI ROMAGNOLI DI PUPI AVATI

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    Nell’ambito del cinema horror italiano, Pupi Avati è un nome che nel corso degli anni è diventato quasi sinonimo di cult. Il regista romagnolo è infatti una delle figure che, dagli anni ’60 in poi, assieme a figure come Fulci o Bava ha infatti portato in alto il nome dell’horror italiano anche all’estero, grazie soprattutto alle sue sceneggiature mai banali e ad una regia sempre ottima. Partendo dal suo capolavoro più conosciuto La Casa dalle finestre che ridono  del 1976 al suo più recente Il Signor Diavolo  del 2019, ci sono però film che (quasi in maniera inspiegabile) rimangono ancora oggi nascosti ai più. Uno di questi è forse il miglior prodotto che il regista abbia mai creato: Zeder  del 1983.

    UN HORROR “MATTUTINO”

    Il protagonista del film è Stefano (interpretato da un Gabriele Lavia in formissima), un giovane scrittore che, in cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, si imbatte in una teoria riguardante i cosiddetti

    Terreni K, luoghi in cui “il confine con la morte si fa molto labile” e sembrano capaci di resuscitare i morti.

    Da qui il protagonista si ritroverà ad interagire con una mole di personaggi secondari che sono tali soltanto per minutaggio sullo schermo e assolutamente non per importanza o scarsità di scrittura. Si incontrano infatti personaggi scritti benissimo, ognuno con il proprio ruolo nella vicenda e la propria caratterizzazione minuziosa.

    La regia e la fotografia si attestano su livelli altissimi, con la quasi totalità delle scene girate durante il giorno sotto la luce del sole, ma riuscendo comunque a trasmettere un senso d’inquietudine ed un’angoscia pari soltanto ai grandi film del genere (come il recente Midsommar  di Aster del 2019 per citarne uno). La recitazione è ottima e riesce ad inserire lo spettatore in località ben precise (anche grazie alle parlate quasi dialettali, che non risultano però mai presenti in maniera eccessiva o fastidiosa, di alcuni personaggi secondari), ma è soprattutto nella scelta delle ambientazioni che Avati svolge un lavoro eccezionale, riuscendo a passare da centro città affollati ad ipogei sotterranei fino ad ex colonie marittime ed edifici in costruzione, il tutto collegato da una storia assolutamente geniale.

    PUPI AVATI VS STEPHEN KING

    La sceneggiatura, oltre che nella scrittura dei personaggi, mostra una spiccata originalità anche nelle situazioni a cui essi vanno incontro, come spesso accade nei lavori di genere di Avati, anche se qui mostra il fianco a qualche piccolo problema nella gestione di alcune vicende. Non si parla di veri e propri buchi di trama, quanto di accadimenti che avrebbero forse necessitato di una maggiore spiegazione ed attenzione nella scrittura.

    Una piccola chicca, che sa quasi di leggenda, riguarda il soggetto del racconto: molto probabilmente  la descrizione dei Terreni K avrà fatto suonare qualche campanello nei conoscitori del genere horror, soprattutto tra i lettori di Stephen King. Il funzionamento di questi terreni, infatti, rimanda molto da vicino a ciò che avviene nel libro Pet Sematary  (divenuto Cimitero Vivente nella trasposizione cinematografica del 1989), tant’è che alcune persone credono in un ispirazione dello stesso King da questo film di Avati (anche le date di uscita confermano questa teoria, con il film romagnolo in anticipo di circa quattro mesi rispetto al romanzo americano).

    In conclusione, Zeder  mostra, forse, il miglior Pupi Avati regista e sceneggiatore, con un horror gotico che riesce a spaventare e a creare tensione, forte di una regia salda, una fotografia magnifica sia nelle numerose scene diurne, sia nelle più rare scene notturne, un’ottima recitazione ed una sceneggiatura che, nonostante qualche inciampo, riesce a tenere incollato lo spettatore dall’inizio alla fine, curioso come il protagonista Stefano, di saperne sempre di più sui Terreni K e sugli oscuri segreti che essi celano.

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  • RECENSIONE FLEABAG

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    We’re bad feminists”. Queste poche parole, che Fleabag – protagonista dell’omonima serie tv scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge – pronuncia appena cinque minuti dopo l’inizio, stabiliscono il tono dei successivi dodici episodi delle due stagioni, che sono una ventata d’aria fresca nel panorama della serialità televisiva. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è tratta dallo spettacolo teatrale omonimo del 2013, e ha portato all’attenzione del grande pubblico l’enorme talento della Waller-Bridge. L’attrice e sceneggiatrice si era già fatta notare per la miniserie Crashing (ora disponibile su Netflix), altra piccola perla da lei scritta e interpretata, e il suo talento era stato poi ulteriormente confermato dalla serie Killing Eve e da altri lavori.

    Dark comedy dai tratti sperimentali per gli standard televisivi, la prima cosa da dire su Fleabag è che fa genuinamente ridere di gusto, almeno tanto quanto fa anche piangere e riflettere. Il talento comico della Waller-Bridge funziona alla perfezione, è apparentemente naturale, sia nella scrittura che nell’interpretazione, e giunge inaspettato attraverso situazioni e personaggi surreali. La protagonista è una giovane donna sulla trentina che porta con sé il trauma dalla morte della sua migliore amica, e che conduce una vita irregolare e disfunzionale per la quale è costantemente giudicata da quasi tutti gli altri personaggi (tranne alcune importanti eccezioni), che dall’alto della loro presunta normalità la reputano vergognosa e sbagliata, una macchia da nascondere e alla quale non essere associati. Fra tutti questi personaggi grotteschi quello che spicca, anche grazie alla magistrale interpretazione di Olivia Colman, è quello della matrigna di Fleabag e di sua sorella Claire. Performer di eccellenza di questa società finta e superficiale, la matrigna si nasconde in una normalità che non esiste ma lascia trapelare un velo di isteria sotto la voce impostata e l’apparente stabilità, ed è un’artista egocentrica che, per dirne una, crea una mostra sulla sua vita sessuale, la “Sexhibition”, e si finge femminista e alternativa, ma che in realtà è ancora più ingabbiata nella recita che si è costruita e non può che essere definita, usando appellativi gentili, come cattiva, perfida e manipolatrice. L’uso di questi aggettivi associato al personaggio della matrigna (della quale fra l’altro non verremo mai a sapere il nome) fa intuire quanto la Waller-Bridge lavori su moltissimi livelli diversi, decostruendo, ricostruendo e intrecciando temi culturali in maniera tanto intelligente da sorprendere lo spettatore più attento, facendone vero e proprio spettacolo.

    Altra caratteristica interessante dal punto di vista formale è stata la scelta, ampiamente discussa, della costante rottura della quarta parete da parte della protagonista, che dialoga con noi spettatori, suoi “amici segreti”, per commentare ironicamente la vicenda. Anche questo elemento viene spinto ai suoi limiti estremi quando, nella seconda stagione, il personaggio del Prete, con il quale Fleabag stringe un’improbabile rapporto, si rende conto del fatto che la donna a volte va “da un’altra parte”, e per un attimo guarda anche lui in camera, facendo sussultare lo spettatore, che vede così scoperta la sua natura voyeurista.

    Tema costante della serie, come appare chiaro già dai primi minuti, proprio quello del femminismo, affrontato in maniera sempre molto sottile, acuta e intelligente e senza mai cadere nel didascalico. In primis è evidente la critica e la presa in giro verso un certo tipo di femminismo (che in realtà di femminista non ha niente) patinato, moralista ed edulcorato, che predica una perfezione alla quale la protagonista, e come lei molti altri, proprio non appartiene. Lei è imperfetta e questo la separa dal resto di un mondo che finge costantemente di essere qualcosa che non è. Di fronte a persone che si sforzano di nascondere le crepe delle loro esistenze, Fleabag è semplicemente sé stessa, anche se questo la porta a combinare una marea di errori nella sua vita. Ma del resto “le persone fanno errori, per questo si mettono le gomme sulle matite”, proprio come viene ricordato in uno dei più toccanti passaggi profondamente emotivi della serie, che fra le sue mille sfaccettature conserva anche un posto per questo tipo di tono.

    Prodotto straordinario su molti livelli, Fleabag sarà difficilmente replicabile dalla sua stessa autrice e interprete – che nel frattempo si è infatti dedicata ad altri tipi di progetti – e costituisce un’eredità ingombrante, ma anche un punto di partenza estremamente ricco con cui confrontarsi per coloro che vorranno continuare il discorso.

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  • RECENSIONE FARGO SERIE TV: IL CASO CHE SEPARA E UNISCE

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    Fargo è uno dei prodotti televisivi di maggior pregio degli ultimi anni: complici un cast eccellente e una sceneggiatura raffinata, la serie ideata e scritta da Noah Hawley viene considerata un esempio dell’alto standard qualitativo raggiunto dalle serie televisive nell’ultimo trentennio, in grado di raggiungere e in alcuni casi anche di superare il “fratello maggiore” cinema.

    La serie prende spunto dall’omonimo film (1996) dei fratelli Coen (produttori esecutivi del Fargo televisivo) ma se ne distanzia completamente: ogni stagione racconta una storia a sé, con personaggi e ambientazioni di volta in volta diverse, accomunate dal raccontare storie di crimini che coinvolgono persone comuni. Il sapore è proprio quello di un film dei fratelli Coen: personaggi eccentrici, dialoghi bizzarri e apparentemente senza uno scopo, province americane sonnacchiose che diventano teatri di violenze efferate.

    L’esempio migliore in questo senso è costituito dalla prima stagione, considerata unanimemente la migliore della serie: la storia segue Lester Nygaard (Martin Freeman), mediocre e pavido impiegato coinvolto in una sanguinosa vicenda dopo un incontro fortuito con il killer Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, vincitore del Golden Globe). Sulle tracce di entrambi l’agente di polizia Molly Solverson (Allison Tolman), che oppone a Lester e Lorne la propria intelligenza e moralità.

    Il gioco del gatto col topo è quindi condotto, a parti alterne, dai due fronti opposti: da una parte il Male in Lorne Malvo, killer freddo e metodico, abile nell’assumere ruoli e personalità differenti per arrivare ai suoi fini, mascherandosi da prete e da dentista – quindi un Male che assume forme diverse e apparentemente innocue: un altro tema tipico dei Coen – e in Lester Nygaard, incapace di rinunciarvi per codardia e per un confuso desiderio di rivalsa; dall’altra il Bene in Molly Solverson e in Gus Grimly (Colin Hanks), persone fallibili ma oneste e coraggiose. Per buona parte della serie, il gioco è sempre a vantaggio dei primi, continuamente un passo avanti agli agenti di polizia che cercano di fare il loro lavoro e devono, inoltre, vedersela anche con una più ampia rete criminale e con una catena di omicidi di omicidi iniziata proprio da Lorne Malvo e da Lester. Una tempesta di violenza, oscurità e doppiezza morale che travolge i due agenti, rappresentata dalla tempesta di neve che, nel sesto episodio, impedisce ai due agenti di vedere e catturare Malvo, e avrà un’altra importante conseguenza nella vita di entrambi.

    L’epifania religiosa del magnate Stavros Milos (Oliver Platt), bersaglio di Lorne Malvo la cui sottotrama occupa cinque dei dieci episodi, sembra indicare una possibile soluzione per risolvere questa confusione morale; ma quella sottotrama si rivela una falsa pista e l’evento “biblico” che la conclude finisce in una tragedia in cui non è riconoscibile alcun disegno divino. Ben presto, infatti, appare chiaro che c’è qualcos’altro a ostacolare o aiutare i personaggi nel loro percorso. Molly si lascia sfuggire Malvo solo perché lei entra in una stanza esattamente un momento dopo che lui ne è uscito; Lester e Lorne Malvo si incontrano una seconda volta, ancora, per puro caso e questo nuovo incontro casuale si rivelerà decisivo per la disfatta di entrambi; Gus risolverà il caso che infanga la sua reputazione di poliziotto perché ferma la sua auto, in maniera fortuita, vicino alla casa del criminale che sta cercando. Le storie dei personaggi, insomma, si intrecciano e si separano in un gioco di incontri fortuiti ed eventi casuali.

    Questa mano decisiva del Caso, lungi dall’essere frutto di soluzioni narrative sciatte da parte degli sceneggiatori, viene riconosciuta come determinante in un dialogo tra Molly e il suo superiore Bill Oswalt (Bob Odenkirk): nel raccontare il fortuito ritrovamento del figlio adottivo disperso, Bill si interroga con stupore sull’incredibile catena di eventi che ha portato padre e figlio – che non si erano mai incontrati di persona prima – a essere nello stesso luogo e a ritrovarsi per pura coincidenza.

    La scena con Bill avviene tra gli ultimi episodi, per giustificare e spiegare quanto avvenuto fino a quel momento e anche quanto accadrà poi: una serie di eventi in cui ha giocato un ruolo fondamentale quel qualcosa che sfugge a tutti i personaggi, per quanto metodici e determinati possano essere a raggiungere i propri obiettivi. Il racconto di Bill Oswalt sembra, tra l’altro, segnare una cesura tra il periodo in cui il Caso ha favorito prevalentemente Lorne Malvo e Lester e quello degli ultimi episodi in cui decide di aiutare Molly. I personaggi, è importante notarlo, non vengono mai deresponsabilizzati. Il male o il bene che compiono viene sempre da loro stessi, possono subire le conseguenze delle proprie azioni o provare a sfuggirvi, e non sembrano agire come burattini – tranne Lester che all’inizio sembra subire la fascinazione oscura di Malvo: semplicemente le loro azioni subiscono continui sgambetti e occasionali spinte da qualcosa di capriccioso e più grande di loro.

    A questo sembra a sua volta opporsi un’altra forza superiore, che fa capolino nel corso della storia, specialmente verso il finale: quella del Destino, che agisce in modi inaspettati per risolvere i conflitti e, ancora una volta, unire i personaggi. Certe volte, quindi la logica del Destino – la logica narrativa della serie? – sembra essere decisiva su quella del Caso: appare inevitabile che sia un personaggio in particolare a fermare Malvo e sembra altrettanto inevitabile che Lester e Lorne si incontrino di nuovo nonostante la distanza geografica e temporale che li ha separati fino a quel momento. E questa logica sembra contraddire i giochi del Caso visti finora.

    Al termine della prima stagione di Fargo, quindi, i nodi vengono al pettine, i personaggi vengono puniti o premiati, ma la domanda resta: chi vince, Caso o Destino? Come in molti film dei fratelli Coen, dallo stesso Fargo a Non è un paese per vecchi (2007) fino a A Serious Man (2009), la risposta è ambigua, o non c’è proprio. Viene lasciato allo spettatore il compito di provare a sbrogliare la matassa o la scelta di rinunciarvi e godersi lo spettacolo e le prove attoriali: tuttavia sottotraccia resta anche l’invito, in ogni caso, a dare il meglio di sé e a scegliere il Bene e la vita. Nonostante tutto il Male che viene commesso e il Caso che sembra sempre metterci lo zampino.

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  • RECENSIONE RIFKIN’S FESTIVAL DI WOODY ALLEN

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    Mort Rifkin (Wallace Shawn), bonario e disilluso professore di cinema newyorkese in pensione, accompagna senza entusiasmo la moglie Sue (Gina Gershon), indaffarata press agent dello show-biz, in trasferta spagnola al Festival del Cinema di San Sebastián. Mentre il rapporto sembra sfaldarsi a contatto col terzo incomodo Philippe (Louis Garrel), giovane e pretenzioso regista engagé inseparabile da Sue, spettri e visioni cominciano a turbare i sonni in albergo di Mort, ma un’insperata nuova conoscenza femminile gli regalerà l’occasione di riconsiderare la sua vita.

    Rifkin’s Festival dà la sensazione del ritorno a casa. Del ritrovarsi in un rifugio confortevole e familiare. In un posto delle fragole che sì, comporta qualche amarezza e più di un rimpianto, ma in fondo trasmette serenità. In primis la nostra, che torniamo a sederci tra le poltrone in sala a godere del film, ma soprattutto quella del suo autore che a ottantacinque anni, giunto al 50° lungometraggio, serafico, imperturbabilmente fedele a se stesso e ai sempiterni motivi per cui vale la pena vivere (e andare al cinema), si può permettere di clonare “alla lettera” i suoi sogni di celluloide, come mai aveva fatto prima, non con questa evidenza esibita nel replicare materia, feticci e figure del suo immaginario.

    Non sono più i tempi in cui, per affrancarsi dal comico puro e fregiarsi della patina d’autore drammatico e sofisticato, i prestiti dagli amati Bergman e Fellini passavano velatamente, sottotraccia intellettuale: nell’atmosfera cupa e raggelata e nelle plumbee solitudini di Interiors (1978), nei volti fellineschi dentro il traffico asfissiante nell’incipit di Stardust Memories (1980), nei fantasmi della memoria e degli affetti sopiti di Un’altra donna (1988). Oggi, Allen, giovandosi dell’aria frizzante e vacanziera di una luminosa San Sebastián, libero, giocoso e leggiadro come non mai – un paradosso, vista la gogna inquisitoria che subisce per i motivi che ben sappiamo – non cita Quarto Potere (1941), (1963), Persona (1966), Il settimo sigillo (1957), Lelouch, Godard, Buñuel (già in Midnight in Paris (2011) Gil imbeccava il regista spagnolo sull’idea centrale per L’angelo sterminatore (1962), che qui rivive con gli ospiti bloccati sulla soglia, impossibilitati a uscire).

    Nell’allestire il suo personale festival retrospettivo e introspettivo, il catalogo delle sue immagini-affezione, li rimette in scena, li rifà praticamente uguali, per filo e per segno (a modo suo, certo, e per tramite onirico e psicanalitico della guest star Mort Rifkin). Un calco formale perfetto: nel taglio dei piani e nei movimenti di macchina. Nello stile, nella grana e nei bianchi e neri delle inquadrature (sfavillante la pittura digitale di Vittorio Storaro, a contrasto con i magnifici esterni). Nei setting mimeticamente ricostruiti. Nei volti iconici e nella galleria dei personaggi noti che sfilano sui motivetti di Nino Rota o sulle biciclette di Jules e Jim (1962), nelle musiche e nei dialoghi rivisti ad arte (Gina Gershon ed Elena Anaya, dramatis Persona(e), arrivano a scambiarsi le battute in svedese!). Questione più estetica che filosofica, incarnata dallo stesso Mort, che passeggiando nelle chiese scredita l’ortodossia cristiana (“Come scrissi nella mia tesi di laurea: Gesù era un ottimo falegname, avrebbe dovuto rinascere nel labour day, non a Pasqua!”) ma ne celebra ammirato la bellezza iconografica.

    L’Allen’s festival non può certo dimenticare i consueti sofismi sui massimi sistemi. “Se la vita non ha significato, non è detto che debba essere vuota”, spiega il Tristo Mietitore – altra presenza abituale – tra le dritte per la dieta e i consigli per il fitness. Allen, come sempre, trova tregua dall’angosciante ricerca del senso, la pace con il proprio sé idealizzato, tuffando la bulimia creativa nella (retrò)proiezione delle pellicole del cinema classico ed europeo che gli girano in testa, e che lui continua a rigirare all’infinito, personali rocce di Sisifo sospinte in aeternum. Provando ancora una volta a non darla vinta alla Morte al tavolo della sua scacchiera, con Christoph Waltz a indossare il nero mantello di Max Von Sydow. Derivativo? Scontato? Batte sempre sugli stessi tasti? No. È la massima libertà possibile, testardamente inattuale, per chi si concede il ritorno salvifico e terapeutico allo smalto intatto delle immagini di cinema che ha amato, sottratte all'oblio e riportate fastosamente in vita, e fatte risplendere, per noi, una volta di più. Grazie, Woody!

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  • RECENSIONE NON MI UCCIDERE DI ANDREA DE SICA

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    Negli ultimi anni, in seguito alla rinascita del cinema italiano di genere, diversi giovani registi si sono affacciati nel panorama cinematografico del nostro paese. Tra questi troviamo Andrea De Sica, nipote di Vittorio De Sica, che dopo alcuni lavori come assistente volontario per Bertolucci in The Dreamers e assistente alla regia per Özpetek e Marra, abbiamo potuto osservarlo direttamente dietro la macchina da presa come regista per la serie Netflix Baby  e per il film I figli della notte del 2017.

    Ritornando al lavoro insieme all’attrice protagonista della serie Netflix Alice Pagani, De Sica si cimenta durante questo 2021 nella regia di una fiaba dark fantasy con elementi horror e dai toni che richiamano molto lavori come Twilight  (Catherine Hardwicke, 2008) o la serie tv Shadowhunters, cercando di proporne una versione in salsa nostrana.

    Alice Pagani e Rocco Fasano in una delle prime scene del film

    La trama segue le vicende della protagonista Mirta (Alice Pagani), la quale assieme al fidanzato Robin (Rocco Fasano) incontra la morte in quello che sembra essere un tragico incidente. Tuttavia,  poche ore dopo, torna magicamente in vita dotata di una forza sovrumana e con la necessità di cibarsi di carne umana: è diventata un Sopramorto. Oltre al dover affrontare questi cambiamenti, la perdita del proprio amato e una veloce ma necessaria crescita verso il mondo degli adulti, Mirta si ritroverà ad affrontare anche una setta di cacciatori di mostri, chiamati Benandanti.

    L’intento del film che si può evincere già dai primi minuti è quello di voler creare un teen drama con diversi elementi da film horror. Tuttavia, se qualcuno si aspetta di trovare un valido film di questo genere rimarrà dolorosamente scottato. Nonostante gli intenti, infatti, il film non riesce mai a proporre delle scene veramente paurose, fermandosi sempre un attimo prima, forse cercando di evitare di essere “troppo spaventoso” visto anche il target preadolescenziale che cerca di attirare. Il senso di inquietudine è infatti soltanto un’esca che il film usa per mettere in scena il dramma adolescenziale del passaggio verso la vita adulta, vista in chiave dark fantasy.

    Gli elementi migliori del film sono da trovare nel lato tecnico: la regia, anche se non strabiliante, riesce a mettere in scena le vicende in modo pulito ed elegante, aiutata da una fotografia molto curata che, assieme alle musiche azzeccatissime, riesce a creare la giusta atmosfera ed i giusti ambienti. Inoltre il film sfrutta l’alternanza giorno/notte non per mostrare il passaggio del tempo, bensì nell’uso di flashback, risultando così molto chiaro ma al tempo stesso funzionale. Le scene più chiare e limpide, dunque, illuminate dalla luce del sole sono infatti tutti flashback, nei quali il regista ci mostra la vita di Mirta prima della sua morte, mentre le scene nel presente con la Mirta “zombie” sono spesso ambientate di notte e presentano una fotografia più fredda, caratterizzata spesso dall’utilizzo del colore azzurro e del grigio.

    Il problema più grande del film risulta essere però proprio la sceneggiatura. Nonostante un soggetto interessante, il film non riesce in realtà a mettere in scena nessun elemento nel modo giusto. Oltre alla componente horror appena accennata, anche le parti più drammatiche e di crescita del personaggio sono abbastanza vuote ed inconcludenti. La protagonista accetta in maniera estremamente rapida e, di conseguenza, assurda il fatto di essere diventata un Sopramorto e di doversi cibare di esseri viventi. Questo personaggio, dunque, non presenta nessun percorso, perché cambia repentinamente all’inizio del film per poi rimanere sulla stessa linea retta per tutto il film. La guerra tra Sopramorti e Benandanti è poi soltanto accennata, senza fornire delle vere motivazioni per cui i personaggi delle due fazioni si comportano in un certo modo. Fazioni che, tra l’altro, sono estremamente anonime: i “mostri” sono soltanto un paio ed oltre a sapere che si devono cibare di persone ancora vive non si sa altro: con quale criterio si diventa Sopramorti, cosa comporta veramente ciò, da quanto tempo esiste questo concetto e perché? In più, la setta dei cattivi non utilizza armi particolari e non indossa divise riconoscibili, sono semplicemente uomini in felpa e jeans che utilizzano banali armi da fuoco.

    Nemmeno la gestione degli altri personaggi riesce a risollevare la situazione. Il personaggio di Robin, oltre ad essere recitato in maniera abbastanza pessima da un Rocco Fasano che finisce spesso per mangiarsi le parole e nonostante abbia un ruolo importante ai fini della trama, risulta essere (viene quasi da pensare in maniera voluta) un novello Edward Cullen, con l’aggravante però di scomparire per quasi tutto il film e di non riuscire poi a fare assolutamente niente.

    Il cattivo del film (il capo dei Benandanti interpretato da Fabrizio Ferracane) con il suo vestito elegante, il bastone e le scarpe da ginnastica non riesce ad andare oltre la presenza scenica vista la mancanza di una vera motivazione per le sue sadiche azioni, che risultano quindi quasi fini a se stesse. In maniera simile è così anche il personaggio di Sara, la “mentore” di Mirta interpretata da una Silvia Calderoni che, tolte le brevi sequenze d’azione, non riesce a dare un’impronta personale al personaggio che sembra soltanto un anonimo vampiro. Ma la cosa che più fa male è vedere il personaggio di Giacomo Ferrara (Ago) venire inserito a forza nel bel mezzo delle vicende per poi farlo uscire dieci minuti dopo in maniera ignobile ed insulsa: nemmeno la sua recitazione riesce a salvare il suo inutile personaggio.

    L’unica cosa che mi sento di salvare in questo ambito è la recitazione di Alice Pagani, che punta molto sulla presenza scenica prima che sui dialoghi e ciò funziona, con una buona mimica facciale e delle movenze studiate ed accurate per ogni situazione. Ottime anche le scene action in cui recita senza stuntman e con le quali dimostra ancora una volta il concetto espresso sopra.

    In conclusione, Non mi uccidere è un progetto con un’idea interessante e con una cura registica, fotografica e musicale azzeccata, ma che fallisce miseramente nel suo modo di raccontare una storia. Che sia l’elemento più horror o più teen drama, il film non riesce infatti a trovare un giusto equilibrio e la fallace scrittura dei personaggi e dell’ambiente in cui le vicende si svolgono non aiuta di certo. Viene quindi da chiedersi quanto sarebbe interessante rivedere ancora Andrea De Sica alla regia di un prodotto di questo tipo, magari questa volta però con una storia più curata.

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