Category: Recensioni

  • RECENSIONE FLEABAG

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    We’re bad feminists”. Queste poche parole, che Fleabag – protagonista dell’omonima serie tv scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge – pronuncia appena cinque minuti dopo l’inizio, stabiliscono il tono dei successivi dodici episodi delle due stagioni, che sono una ventata d’aria fresca nel panorama della serialità televisiva. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è tratta dallo spettacolo teatrale omonimo del 2013, e ha portato all’attenzione del grande pubblico l’enorme talento della Waller-Bridge. L’attrice e sceneggiatrice si era già fatta notare per la miniserie Crashing (ora disponibile su Netflix), altra piccola perla da lei scritta e interpretata, e il suo talento era stato poi ulteriormente confermato dalla serie Killing Eve e da altri lavori.

    Dark comedy dai tratti sperimentali per gli standard televisivi, la prima cosa da dire su Fleabag è che fa genuinamente ridere di gusto, almeno tanto quanto fa anche piangere e riflettere. Il talento comico della Waller-Bridge funziona alla perfezione, è apparentemente naturale, sia nella scrittura che nell’interpretazione, e giunge inaspettato attraverso situazioni e personaggi surreali. La protagonista è una giovane donna sulla trentina che porta con sé il trauma dalla morte della sua migliore amica, e che conduce una vita irregolare e disfunzionale per la quale è costantemente giudicata da quasi tutti gli altri personaggi (tranne alcune importanti eccezioni), che dall’alto della loro presunta normalità la reputano vergognosa e sbagliata, una macchia da nascondere e alla quale non essere associati. Fra tutti questi personaggi grotteschi quello che spicca, anche grazie alla magistrale interpretazione di Olivia Colman, è quello della matrigna di Fleabag e di sua sorella Claire. Performer di eccellenza di questa società finta e superficiale, la matrigna si nasconde in una normalità che non esiste ma lascia trapelare un velo di isteria sotto la voce impostata e l’apparente stabilità, ed è un’artista egocentrica che, per dirne una, crea una mostra sulla sua vita sessuale, la “Sexhibition”, e si finge femminista e alternativa, ma che in realtà è ancora più ingabbiata nella recita che si è costruita e non può che essere definita, usando appellativi gentili, come cattiva, perfida e manipolatrice. L’uso di questi aggettivi associato al personaggio della matrigna (della quale fra l’altro non verremo mai a sapere il nome) fa intuire quanto la Waller-Bridge lavori su moltissimi livelli diversi, decostruendo, ricostruendo e intrecciando temi culturali in maniera tanto intelligente da sorprendere lo spettatore più attento, facendone vero e proprio spettacolo.

    Altra caratteristica interessante dal punto di vista formale è stata la scelta, ampiamente discussa, della costante rottura della quarta parete da parte della protagonista, che dialoga con noi spettatori, suoi “amici segreti”, per commentare ironicamente la vicenda. Anche questo elemento viene spinto ai suoi limiti estremi quando, nella seconda stagione, il personaggio del Prete, con il quale Fleabag stringe un’improbabile rapporto, si rende conto del fatto che la donna a volte va “da un’altra parte”, e per un attimo guarda anche lui in camera, facendo sussultare lo spettatore, che vede così scoperta la sua natura voyeurista.

    Tema costante della serie, come appare chiaro già dai primi minuti, proprio quello del femminismo, affrontato in maniera sempre molto sottile, acuta e intelligente e senza mai cadere nel didascalico. In primis è evidente la critica e la presa in giro verso un certo tipo di femminismo (che in realtà di femminista non ha niente) patinato, moralista ed edulcorato, che predica una perfezione alla quale la protagonista, e come lei molti altri, proprio non appartiene. Lei è imperfetta e questo la separa dal resto di un mondo che finge costantemente di essere qualcosa che non è. Di fronte a persone che si sforzano di nascondere le crepe delle loro esistenze, Fleabag è semplicemente sé stessa, anche se questo la porta a combinare una marea di errori nella sua vita. Ma del resto “le persone fanno errori, per questo si mettono le gomme sulle matite”, proprio come viene ricordato in uno dei più toccanti passaggi profondamente emotivi della serie, che fra le sue mille sfaccettature conserva anche un posto per questo tipo di tono.

    Prodotto straordinario su molti livelli, Fleabag sarà difficilmente replicabile dalla sua stessa autrice e interprete – che nel frattempo si è infatti dedicata ad altri tipi di progetti – e costituisce un’eredità ingombrante, ma anche un punto di partenza estremamente ricco con cui confrontarsi per coloro che vorranno continuare il discorso.

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  • RECENSIONE FARGO SERIE TV: IL CASO CHE SEPARA E UNISCE

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    Fargo è uno dei prodotti televisivi di maggior pregio degli ultimi anni: complici un cast eccellente e una sceneggiatura raffinata, la serie ideata e scritta da Noah Hawley viene considerata un esempio dell’alto standard qualitativo raggiunto dalle serie televisive nell’ultimo trentennio, in grado di raggiungere e in alcuni casi anche di superare il “fratello maggiore” cinema.

    La serie prende spunto dall’omonimo film (1996) dei fratelli Coen (produttori esecutivi del Fargo televisivo) ma se ne distanzia completamente: ogni stagione racconta una storia a sé, con personaggi e ambientazioni di volta in volta diverse, accomunate dal raccontare storie di crimini che coinvolgono persone comuni. Il sapore è proprio quello di un film dei fratelli Coen: personaggi eccentrici, dialoghi bizzarri e apparentemente senza uno scopo, province americane sonnacchiose che diventano teatri di violenze efferate.

    L’esempio migliore in questo senso è costituito dalla prima stagione, considerata unanimemente la migliore della serie: la storia segue Lester Nygaard (Martin Freeman), mediocre e pavido impiegato coinvolto in una sanguinosa vicenda dopo un incontro fortuito con il killer Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, vincitore del Golden Globe). Sulle tracce di entrambi l’agente di polizia Molly Solverson (Allison Tolman), che oppone a Lester e Lorne la propria intelligenza e moralità.

    Il gioco del gatto col topo è quindi condotto, a parti alterne, dai due fronti opposti: da una parte il Male in Lorne Malvo, killer freddo e metodico, abile nell’assumere ruoli e personalità differenti per arrivare ai suoi fini, mascherandosi da prete e da dentista – quindi un Male che assume forme diverse e apparentemente innocue: un altro tema tipico dei Coen – e in Lester Nygaard, incapace di rinunciarvi per codardia e per un confuso desiderio di rivalsa; dall’altra il Bene in Molly Solverson e in Gus Grimly (Colin Hanks), persone fallibili ma oneste e coraggiose. Per buona parte della serie, il gioco è sempre a vantaggio dei primi, continuamente un passo avanti agli agenti di polizia che cercano di fare il loro lavoro e devono, inoltre, vedersela anche con una più ampia rete criminale e con una catena di omicidi di omicidi iniziata proprio da Lorne Malvo e da Lester. Una tempesta di violenza, oscurità e doppiezza morale che travolge i due agenti, rappresentata dalla tempesta di neve che, nel sesto episodio, impedisce ai due agenti di vedere e catturare Malvo, e avrà un’altra importante conseguenza nella vita di entrambi.

    L’epifania religiosa del magnate Stavros Milos (Oliver Platt), bersaglio di Lorne Malvo la cui sottotrama occupa cinque dei dieci episodi, sembra indicare una possibile soluzione per risolvere questa confusione morale; ma quella sottotrama si rivela una falsa pista e l’evento “biblico” che la conclude finisce in una tragedia in cui non è riconoscibile alcun disegno divino. Ben presto, infatti, appare chiaro che c’è qualcos’altro a ostacolare o aiutare i personaggi nel loro percorso. Molly si lascia sfuggire Malvo solo perché lei entra in una stanza esattamente un momento dopo che lui ne è uscito; Lester e Lorne Malvo si incontrano una seconda volta, ancora, per puro caso e questo nuovo incontro casuale si rivelerà decisivo per la disfatta di entrambi; Gus risolverà il caso che infanga la sua reputazione di poliziotto perché ferma la sua auto, in maniera fortuita, vicino alla casa del criminale che sta cercando. Le storie dei personaggi, insomma, si intrecciano e si separano in un gioco di incontri fortuiti ed eventi casuali.

    Questa mano decisiva del Caso, lungi dall’essere frutto di soluzioni narrative sciatte da parte degli sceneggiatori, viene riconosciuta come determinante in un dialogo tra Molly e il suo superiore Bill Oswalt (Bob Odenkirk): nel raccontare il fortuito ritrovamento del figlio adottivo disperso, Bill si interroga con stupore sull’incredibile catena di eventi che ha portato padre e figlio – che non si erano mai incontrati di persona prima – a essere nello stesso luogo e a ritrovarsi per pura coincidenza.

    La scena con Bill avviene tra gli ultimi episodi, per giustificare e spiegare quanto avvenuto fino a quel momento e anche quanto accadrà poi: una serie di eventi in cui ha giocato un ruolo fondamentale quel qualcosa che sfugge a tutti i personaggi, per quanto metodici e determinati possano essere a raggiungere i propri obiettivi. Il racconto di Bill Oswalt sembra, tra l’altro, segnare una cesura tra il periodo in cui il Caso ha favorito prevalentemente Lorne Malvo e Lester e quello degli ultimi episodi in cui decide di aiutare Molly. I personaggi, è importante notarlo, non vengono mai deresponsabilizzati. Il male o il bene che compiono viene sempre da loro stessi, possono subire le conseguenze delle proprie azioni o provare a sfuggirvi, e non sembrano agire come burattini – tranne Lester che all’inizio sembra subire la fascinazione oscura di Malvo: semplicemente le loro azioni subiscono continui sgambetti e occasionali spinte da qualcosa di capriccioso e più grande di loro.

    A questo sembra a sua volta opporsi un’altra forza superiore, che fa capolino nel corso della storia, specialmente verso il finale: quella del Destino, che agisce in modi inaspettati per risolvere i conflitti e, ancora una volta, unire i personaggi. Certe volte, quindi la logica del Destino – la logica narrativa della serie? – sembra essere decisiva su quella del Caso: appare inevitabile che sia un personaggio in particolare a fermare Malvo e sembra altrettanto inevitabile che Lester e Lorne si incontrino di nuovo nonostante la distanza geografica e temporale che li ha separati fino a quel momento. E questa logica sembra contraddire i giochi del Caso visti finora.

    Al termine della prima stagione di Fargo, quindi, i nodi vengono al pettine, i personaggi vengono puniti o premiati, ma la domanda resta: chi vince, Caso o Destino? Come in molti film dei fratelli Coen, dallo stesso Fargo a Non è un paese per vecchi (2007) fino a A Serious Man (2009), la risposta è ambigua, o non c’è proprio. Viene lasciato allo spettatore il compito di provare a sbrogliare la matassa o la scelta di rinunciarvi e godersi lo spettacolo e le prove attoriali: tuttavia sottotraccia resta anche l’invito, in ogni caso, a dare il meglio di sé e a scegliere il Bene e la vita. Nonostante tutto il Male che viene commesso e il Caso che sembra sempre metterci lo zampino.

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  • RECENSIONE RIFKIN’S FESTIVAL DI WOODY ALLEN

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    Mort Rifkin (Wallace Shawn), bonario e disilluso professore di cinema newyorkese in pensione, accompagna senza entusiasmo la moglie Sue (Gina Gershon), indaffarata press agent dello show-biz, in trasferta spagnola al Festival del Cinema di San Sebastián. Mentre il rapporto sembra sfaldarsi a contatto col terzo incomodo Philippe (Louis Garrel), giovane e pretenzioso regista engagé inseparabile da Sue, spettri e visioni cominciano a turbare i sonni in albergo di Mort, ma un’insperata nuova conoscenza femminile gli regalerà l’occasione di riconsiderare la sua vita.

    Rifkin’s Festival dà la sensazione del ritorno a casa. Del ritrovarsi in un rifugio confortevole e familiare. In un posto delle fragole che sì, comporta qualche amarezza e più di un rimpianto, ma in fondo trasmette serenità. In primis la nostra, che torniamo a sederci tra le poltrone in sala a godere del film, ma soprattutto quella del suo autore che a ottantacinque anni, giunto al 50° lungometraggio, serafico, imperturbabilmente fedele a se stesso e ai sempiterni motivi per cui vale la pena vivere (e andare al cinema), si può permettere di clonare “alla lettera” i suoi sogni di celluloide, come mai aveva fatto prima, non con questa evidenza esibita nel replicare materia, feticci e figure del suo immaginario.

    Non sono più i tempi in cui, per affrancarsi dal comico puro e fregiarsi della patina d’autore drammatico e sofisticato, i prestiti dagli amati Bergman e Fellini passavano velatamente, sottotraccia intellettuale: nell’atmosfera cupa e raggelata e nelle plumbee solitudini di Interiors (1978), nei volti fellineschi dentro il traffico asfissiante nell’incipit di Stardust Memories (1980), nei fantasmi della memoria e degli affetti sopiti di Un’altra donna (1988). Oggi, Allen, giovandosi dell’aria frizzante e vacanziera di una luminosa San Sebastián, libero, giocoso e leggiadro come non mai – un paradosso, vista la gogna inquisitoria che subisce per i motivi che ben sappiamo – non cita Quarto Potere (1941), (1963), Persona (1966), Il settimo sigillo (1957), Lelouch, Godard, Buñuel (già in Midnight in Paris (2011) Gil imbeccava il regista spagnolo sull’idea centrale per L’angelo sterminatore (1962), che qui rivive con gli ospiti bloccati sulla soglia, impossibilitati a uscire).

    Nell’allestire il suo personale festival retrospettivo e introspettivo, il catalogo delle sue immagini-affezione, li rimette in scena, li rifà praticamente uguali, per filo e per segno (a modo suo, certo, e per tramite onirico e psicanalitico della guest star Mort Rifkin). Un calco formale perfetto: nel taglio dei piani e nei movimenti di macchina. Nello stile, nella grana e nei bianchi e neri delle inquadrature (sfavillante la pittura digitale di Vittorio Storaro, a contrasto con i magnifici esterni). Nei setting mimeticamente ricostruiti. Nei volti iconici e nella galleria dei personaggi noti che sfilano sui motivetti di Nino Rota o sulle biciclette di Jules e Jim (1962), nelle musiche e nei dialoghi rivisti ad arte (Gina Gershon ed Elena Anaya, dramatis Persona(e), arrivano a scambiarsi le battute in svedese!). Questione più estetica che filosofica, incarnata dallo stesso Mort, che passeggiando nelle chiese scredita l’ortodossia cristiana (“Come scrissi nella mia tesi di laurea: Gesù era un ottimo falegname, avrebbe dovuto rinascere nel labour day, non a Pasqua!”) ma ne celebra ammirato la bellezza iconografica.

    L’Allen’s festival non può certo dimenticare i consueti sofismi sui massimi sistemi. “Se la vita non ha significato, non è detto che debba essere vuota”, spiega il Tristo Mietitore – altra presenza abituale – tra le dritte per la dieta e i consigli per il fitness. Allen, come sempre, trova tregua dall’angosciante ricerca del senso, la pace con il proprio sé idealizzato, tuffando la bulimia creativa nella (retrò)proiezione delle pellicole del cinema classico ed europeo che gli girano in testa, e che lui continua a rigirare all’infinito, personali rocce di Sisifo sospinte in aeternum. Provando ancora una volta a non darla vinta alla Morte al tavolo della sua scacchiera, con Christoph Waltz a indossare il nero mantello di Max Von Sydow. Derivativo? Scontato? Batte sempre sugli stessi tasti? No. È la massima libertà possibile, testardamente inattuale, per chi si concede il ritorno salvifico e terapeutico allo smalto intatto delle immagini di cinema che ha amato, sottratte all'oblio e riportate fastosamente in vita, e fatte risplendere, per noi, una volta di più. Grazie, Woody!

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  • RECENSIONE NON MI UCCIDERE DI ANDREA DE SICA

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    Negli ultimi anni, in seguito alla rinascita del cinema italiano di genere, diversi giovani registi si sono affacciati nel panorama cinematografico del nostro paese. Tra questi troviamo Andrea De Sica, nipote di Vittorio De Sica, che dopo alcuni lavori come assistente volontario per Bertolucci in The Dreamers e assistente alla regia per Özpetek e Marra, abbiamo potuto osservarlo direttamente dietro la macchina da presa come regista per la serie Netflix Baby  e per il film I figli della notte del 2017.

    Ritornando al lavoro insieme all’attrice protagonista della serie Netflix Alice Pagani, De Sica si cimenta durante questo 2021 nella regia di una fiaba dark fantasy con elementi horror e dai toni che richiamano molto lavori come Twilight  (Catherine Hardwicke, 2008) o la serie tv Shadowhunters, cercando di proporne una versione in salsa nostrana.

    Alice Pagani e Rocco Fasano in una delle prime scene del film

    La trama segue le vicende della protagonista Mirta (Alice Pagani), la quale assieme al fidanzato Robin (Rocco Fasano) incontra la morte in quello che sembra essere un tragico incidente. Tuttavia,  poche ore dopo, torna magicamente in vita dotata di una forza sovrumana e con la necessità di cibarsi di carne umana: è diventata un Sopramorto. Oltre al dover affrontare questi cambiamenti, la perdita del proprio amato e una veloce ma necessaria crescita verso il mondo degli adulti, Mirta si ritroverà ad affrontare anche una setta di cacciatori di mostri, chiamati Benandanti.

    L’intento del film che si può evincere già dai primi minuti è quello di voler creare un teen drama con diversi elementi da film horror. Tuttavia, se qualcuno si aspetta di trovare un valido film di questo genere rimarrà dolorosamente scottato. Nonostante gli intenti, infatti, il film non riesce mai a proporre delle scene veramente paurose, fermandosi sempre un attimo prima, forse cercando di evitare di essere “troppo spaventoso” visto anche il target preadolescenziale che cerca di attirare. Il senso di inquietudine è infatti soltanto un’esca che il film usa per mettere in scena il dramma adolescenziale del passaggio verso la vita adulta, vista in chiave dark fantasy.

    Gli elementi migliori del film sono da trovare nel lato tecnico: la regia, anche se non strabiliante, riesce a mettere in scena le vicende in modo pulito ed elegante, aiutata da una fotografia molto curata che, assieme alle musiche azzeccatissime, riesce a creare la giusta atmosfera ed i giusti ambienti. Inoltre il film sfrutta l’alternanza giorno/notte non per mostrare il passaggio del tempo, bensì nell’uso di flashback, risultando così molto chiaro ma al tempo stesso funzionale. Le scene più chiare e limpide, dunque, illuminate dalla luce del sole sono infatti tutti flashback, nei quali il regista ci mostra la vita di Mirta prima della sua morte, mentre le scene nel presente con la Mirta “zombie” sono spesso ambientate di notte e presentano una fotografia più fredda, caratterizzata spesso dall’utilizzo del colore azzurro e del grigio.

    Il problema più grande del film risulta essere però proprio la sceneggiatura. Nonostante un soggetto interessante, il film non riesce in realtà a mettere in scena nessun elemento nel modo giusto. Oltre alla componente horror appena accennata, anche le parti più drammatiche e di crescita del personaggio sono abbastanza vuote ed inconcludenti. La protagonista accetta in maniera estremamente rapida e, di conseguenza, assurda il fatto di essere diventata un Sopramorto e di doversi cibare di esseri viventi. Questo personaggio, dunque, non presenta nessun percorso, perché cambia repentinamente all’inizio del film per poi rimanere sulla stessa linea retta per tutto il film. La guerra tra Sopramorti e Benandanti è poi soltanto accennata, senza fornire delle vere motivazioni per cui i personaggi delle due fazioni si comportano in un certo modo. Fazioni che, tra l’altro, sono estremamente anonime: i “mostri” sono soltanto un paio ed oltre a sapere che si devono cibare di persone ancora vive non si sa altro: con quale criterio si diventa Sopramorti, cosa comporta veramente ciò, da quanto tempo esiste questo concetto e perché? In più, la setta dei cattivi non utilizza armi particolari e non indossa divise riconoscibili, sono semplicemente uomini in felpa e jeans che utilizzano banali armi da fuoco.

    Nemmeno la gestione degli altri personaggi riesce a risollevare la situazione. Il personaggio di Robin, oltre ad essere recitato in maniera abbastanza pessima da un Rocco Fasano che finisce spesso per mangiarsi le parole e nonostante abbia un ruolo importante ai fini della trama, risulta essere (viene quasi da pensare in maniera voluta) un novello Edward Cullen, con l’aggravante però di scomparire per quasi tutto il film e di non riuscire poi a fare assolutamente niente.

    Il cattivo del film (il capo dei Benandanti interpretato da Fabrizio Ferracane) con il suo vestito elegante, il bastone e le scarpe da ginnastica non riesce ad andare oltre la presenza scenica vista la mancanza di una vera motivazione per le sue sadiche azioni, che risultano quindi quasi fini a se stesse. In maniera simile è così anche il personaggio di Sara, la “mentore” di Mirta interpretata da una Silvia Calderoni che, tolte le brevi sequenze d’azione, non riesce a dare un’impronta personale al personaggio che sembra soltanto un anonimo vampiro. Ma la cosa che più fa male è vedere il personaggio di Giacomo Ferrara (Ago) venire inserito a forza nel bel mezzo delle vicende per poi farlo uscire dieci minuti dopo in maniera ignobile ed insulsa: nemmeno la sua recitazione riesce a salvare il suo inutile personaggio.

    L’unica cosa che mi sento di salvare in questo ambito è la recitazione di Alice Pagani, che punta molto sulla presenza scenica prima che sui dialoghi e ciò funziona, con una buona mimica facciale e delle movenze studiate ed accurate per ogni situazione. Ottime anche le scene action in cui recita senza stuntman e con le quali dimostra ancora una volta il concetto espresso sopra.

    In conclusione, Non mi uccidere è un progetto con un’idea interessante e con una cura registica, fotografica e musicale azzeccata, ma che fallisce miseramente nel suo modo di raccontare una storia. Che sia l’elemento più horror o più teen drama, il film non riesce infatti a trovare un giusto equilibrio e la fallace scrittura dei personaggi e dell’ambiente in cui le vicende si svolgono non aiuta di certo. Viene quindi da chiedersi quanto sarebbe interessante rivedere ancora Andrea De Sica alla regia di un prodotto di questo tipo, magari questa volta però con una storia più curata.

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  • RECENSIONE GRACE E FRANKIE – L’IRRIVERENZA DELLA VECCHIAIA

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    Nel 2015 Netflix arrivava in Italia e da circa un paio d’anni si era lanciata nelle prime produzioni originali. Fra queste, oltre alle molto più famose House of Cards e Orange is the new black, troviamo anche una serie tv di genere comedy, dal successo sicuramente solido ma molto più silenzioso delle due sopracitate, e di tante altre nate successivamente. Sto parlando di Grace e Frankie, che giungerà presto alla sua settima (e ultima) stagione, in un periodo in cui le serie di Netflix muoiono nella stragrande maggioranza dopo un paio di stagioni.

    Guidata da un cast stellare di vecchie glorie quali Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterston, la vicenda racconta di quattro ultrasettantenni, concentrandosi specialmente sulle due protagoniste femminili, alle prese con il tempo che passa. Mentre cercano di confrontarsi con i cambiamenti che stanno avvenendo nella loro vita, riescono a mostrare la vecchiaia per quello che è, ovvero un periodo in cui, nonostante qualche acciacco e problema di memoria, non si deve essere condannati all’irrilevanza aspettando che arrivi la fine. La premessa è tanto strampalata quanto coinvolgente: la vita di Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) viene sconvolta quando i rispettivi mariti Robert (Martin Sheen) e Sol (Sam Waterston), soci in affari, rivelano di essere innamorati l’uno dell’altro e di volersi sposare dopo vent’anni di relazione nascosta. Mentre raccolgono i cocci della loro vita andata in pezzi, le due donne si trovano forzatamente a vivere assieme nella casa al mare posseduta in comproprietà dalle due ex-coppie. Le due protagoniste non potrebbero essere più diverse: la prima algida, rigida e conservatrice, vive di Valium e Martini. La seconda una hippie pazza e sconclusionata che fa abitualmente uso di marijuana. Inaspettatamente, però, la casualità degli eventi le spingerà a diventare grandi amiche e si aiuteranno a vicenda a ricostruire la propria vita. E saranno proprio le differenze fra le due a costituire il loro grande punto di forza e che permetterà loro di affrontare con slancio e ironia questo nuovo capitolo della loro vita fatto di relazioni, avventure e imprese imprenditoriali (ad un certo punto, per fare un esempio, si metteranno a produrre nientemeno che vibratori pensati specificamente per le donne anziane).

    Se quindi il tema centrale ed esplicito è sicuramente quello della vecchiaia, tuttavia ad un livello più implicito quello che la storia vuole comunicare è che, dopotutto, ci fa bene confrontarci con persone diverse da noi. La diversità infatti ci regala un punto di vista alternativo sulle cose e ci permette di smussare le nostre caratteristiche più aspre. Insomma, gli altri non ci possono cambiare del tutto, ma magari ci possono rendere migliori.

    Se la serie non ha la visibilità che meriterebbe è probabilmente perché si tratta di  una comedy dall’impostazione classica (è stata creata da Marta Kauffman, già ideatrice di Friends), in anni in cui il genere non gode di grande salute. Ma ciò che differenzia questa serie da molte altre è la qualità, altissima in ogni reparto: le battute sono brillanti, intelligenti e irriverenti, i personaggi irresistibili, magari un po’ stereotipati ma mai banali, e le interpretazioni ottime, a partire ovviamente dalle due protagoniste. E, oltre tutto questo, guardando con un occhio più attento, emerge anche un certo gusto Camp e diversi passaggi autoriflessivi che, per esempio, prendono in giro il ruolo del regista oppure certe scelte narrative un po’ strampalate della serie stessa. Tutto questo se il solo nome di Jane Fonda non fosse già sufficiente per convincervi a guardarla.

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  • RECENSIONE SOUL – LA RICERCA DELLA SEMPLICITÀ

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    Fin dai primi trailer e dalle prime immagini promozionali, Soul poteva essere considerato come un seguito spirituale di Inside Out. Entrambi, infatti, si dividono tra due piani di realtà: il nostro e un “altro”; in entrambi, I piani sono ben distinti graficamente –realistico e dettagliato il primo, più esplicitamente cartoonesco e inverosimile il secondo; entrambi sono diretti da Pete Docter (co-regista anche di Monsters & Co. e Up e, dal 2018, direttore creativo della Pixar). Tuttavia, queste palesi somiglianze non impediscono a Soul di creare e mantenere una propria originalità nel catalogo dei lungometraggi animati Pixar.

    La storia segue Joe Gardner (doppiato da Jamie Foxx in originale, da Neri Marcorè in italiano), appassionato jazzista e pianista che, a seguito di un incidente, si trova sotto forma di spirito tra le anime dirette all’Aldilà (reso graficamente in modo molto semplice ed efficace). Joe scappa da questa “passerella” verso l’altro mondo e raggiunge il luogo opposto, una sorta di giardino dai colori sgargianti in cui le anime dei non ancora nati si preparano per raggiungere la vita terrena. Qui incontra 22 (Tina Fey nella versione originale, Paola Cortellesi in quella italiana), un’anima non ancora nata, ribelle e testarda; I due stringeranno un’alleanza inizialmente invisa a entrambi e, come da miglior tradizione Disney Pixar, il loro viaggio riserverà svolte improvvise che arricchiranno entrambi.

    L’unico vero difetto di Soul è proprio questo: la storia. Se il plot è forse fin troppo convenzionale per gli alti standard della Pixar, l’intreccio viene sviluppato in modi che appaiono talvolta forzati, talvolta prevedibili: personaggi cambiano idea in un modo che sembra più conveniente a far avanzare la trama e poco coerente con la loro personalità, litigano e sembrano dividersi irrimediabilmente salvo poi riappacificarsi e imparare una lezione. E il mondo delle anime dei nascituri, per quanto reso con pennellate di pura creatività Pixar, dopo un “tour” iniziale viene approfondito troppo poco. Mentre Inside Out manteneva un certo equilibrio tra la parti ambientate nel “nostro” mondo e quelle nella mente di Riley, e per tutto il film sviluppava queste ultime con una riserva apparentemente senza fine di creatività, l’attenzione di Soul sembra focalizzato principalmente nella città di Joe.

    Qui, d’altra parte, vale la pena segnalare uno dei maggiori pregi del film: gli scorci della città sono da mozzare il fiato. L’aspetto grafico non è un dettaglio trascurabile, soprattutto in un film come Soul: il livello estremo di dettaglio nelle luci –l’inquadratura di una stanza in penombra arriva al fotorealismo-  nelle ombre, nei riflessi, nelle gocce di sudore sulle fronti dei jazzisti al termine di un concerto jazz, concorre a rendere il mondo di Joe estremamente fisico e terreno in contrasto con l’Aldilà estremamente stilizzato da una parte e il mondo dei nascituri, colorato e ai limiti dello stucchevole, dall’altra. Contrasto che si nota anche nelle animazioni: pesanti e, di nuovo, “realistiche” in un mondo, estremamente fluide e forse più gradevoli nel mondo degli spiriti.

    Anche il comparto sonoro è notevole: in un film il cui titolo gioca sull’ovvio doppio significato del termine “soul” (indica sia la parola “anima” in inglese ma anche il genere musicale che affonda le sue origini, tra gli altri, nel jazz) non poteva mancare una colonna sonora (curata da Trent Reznor e Atticus Ross) di musica elettronica profonda per le parti nel piano “superiore” degli spiriti, in contrasto con i trascinanti temi jazz di Jon Batiste. Nelle mani sbagliate, questo contrasto avrebbe potuto risultare stridente e fastidioso: qui è funziona a meraviglia, tanto da fruttare ai tre musicisti l’Oscar per la Migliore Colonna Sonora.

    Come sempre, però, è quando la Pixar mette in gioco i sentimenti dei suoi personaggi che dà il meglio di sé. L’avventura di Joe e di 22, per quanto a tratti sviluppata in modo non ideale, quando rallenta e si prende il suo tempo, rivela una profondità di sentimenti e riflessioni che ha spinto molti spettatori adulti a ritenere il film potenzialmente incomprensibile e noioso per I bambini cui è -anche- rivolto. Tutto il contrario: I film Pixar, come Soul, sono film “per tutta la famiglia”, si rivolgono al cuore degli spettatori di tutte le età invogliando alla riflessione attraverso il divertimento. La riflessione, l’anima di Soul, coinvolge allo stesso modo l’indaffarato e distratto Joe e l’iperattiva 22 e invita entrambi a fare una pausa, a godersi, anche solo per un attimo, le gioie quotidiane della vita terrena, a ricercare, nel trambusto e nella frenesia del mondo, quella passione anche semplice e “banale” per cui vale la pena vivere. Che sia la musica jazz o la vita stessa.

    Una profondità di contenuto e un ricchezza di forma che, nonostante i difetti nella storia e nello sviluppo dei personaggi, rendono Soul un film assolutamente da ammirare, e uno dei più densi di significato del catalogo Pixar.

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  • RECENSIONE NUEVO ORDEN DI MICHEL FRANCO

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    Nuevo Orden del messicano Michel Franco arriva sui nostri schermi portandosi dietro l’aura del film-caso, il clamore e le accese reazioni divisive – alcune di netto rifiuto – suscitate al Concorso della 77ª Mostra del Cinema di Venezia (dove il film ha comunque vinto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria). Un’opera che, se non davvero estrema, obbliga col radicalismo teso e feroce della sua messinscena a un forte contrasto di sensazioni di pancia e di testa, finendo per incoraggiare giudizi polarizzati.

    Siamo in un lussuoso villone all’aperto di Città del Messico, dove fervono i festeggiamenti per il matrimonio di Marianne Novelo, giovane rampolla di quella che si presume essere una delle famiglie più agiate, potenti e finanche corrotte del Paese. Mentre si assommano piccole ansie, incomprensioni familiari e strani presagi (scorre dell’acqua verdastra dai rubinetti…), l’inaspettata richiesta d’aiuto di un disperato ospite all’esterno e l’improvvisa irruzione alla festa di alcuni soggetti armati scatenano una spirale di eventi incontrollabili, in un furioso crescendo di tensioni sociali.

    Franco, fin dall’incipit, cura un fitto e fine lavoro di montaggio fatto di brevissimi flash e frammenti autonomi, ancora non narrativamente intelligibili eppure già spie di un disagio montante e disorientato immediatamente trasmesso allo spettatore. Indugiando su un quadro astrattista alla parete della villa, in un significativo accostamento analogico di immagini, le chiazze e i volumi di colore avviluppati indistintamente sulla tela sono assimilati a una carrellata in plongée sul mucchio informe di cadaveri vilipesi accatastati in un corridoio, rafforzando l’idea centrale dell’ammasso centrifugo di forze impazzite in circolo, della ragnatela di caos endemico e inestricabile che innerva tutto il film.

    Lo stile scelto per rappresentare la guerriglia insurrezionale e il ribollire dei disordini non è soltanto quello, di rigore e ormai di maniera, della camera a spalla e del realismo scabro e convulso nel mezzo di un reportage distopico per le strade di Città del Messico (sono dichiarate le influenze del Pontecorvo de La battaglia di Algeri e i sommovimenti sconvolgenti del Costa-Gavras di Z – L’orgia del potere). Spesso, anzi, Franco raggela e inchioda l’azione in alcuni piani sequenza immobilizzati che sotto una fredda luce da obitorio mostrano, senza compiacimento, l’implacabile spietatezza e il sadismo dei rivoltosi nell’inquisizione dei prigionieri.

    Non ha troppo senso, a fronte delle numerose ellissi e dell’innegabile ambiguità di alcuni snodi narrativi, accusare il film di confusione ideologica (la generale irresolutezza che può lasciare la visione di Nuevo Orden è semmai da imputare a una gestione episodica della coralità di personaggi e sottotrame non sempre calibrata al meglio).

    L’ottica di Franco è quella di sviare dalle barricate militanti e dai parteggiamenti. Slavando ogni coloritura politica o filosofica dall’intreccio – in mezzo a un cupo e fiammeggiante panorama amorfo, si stagliano soltanto il vestito rosso acceso di Marianne e il verdastro acido che fa da liquido catalizzatore dei ribelli. Inquadrando la radiografia di un Sistema al collasso e le sue dinamiche di esercizio del potere non come scontro di grigi apparati impersonali, in nome di principi superiori e massimi sistemi, ma come spinte sotterranee e dirompenti di pure forze pulsionali, di individui che lottano fisicamente per affermarsi e arricchirsi con la sopraffazione corporale, la sevizia e la cattura dell’altro, ma anche per la vita e la custodia degli affetti (la storyline della moglie malata di Rolando). In un regime di homo homini lupus che sembra essere il vero trait d’union strutturale della piramide sociale gerarchizzata.

    Volutamente poco empatico e al minimo sindacale nella definizione delle psicologie, Nuevo orden è pessimistico cinema della crudeltà dell’uomo sull’uomo, prima ancora che riflessione sulle storture di un Sistema. Michel Franco si fa largo nell’impeto caotico della massa riversandone il brulicante inconscio collettivo, il lato oscuro della rabbia di un popolo dagli echi universali, nei più biechi istinti repressi del singolo: è questo il senso delle scene di punizione e coercizione sessuale dei paramilitari. In un attualissimo rovesciamento esasperato della lezione di Luis Buñuel (il grande regista spagnolo è amatissimo da Franco), che assume la rivoluzione come atto antiborghese perennemente mancato e incompiuto, un moto circolare senza sbocco che si avvita e ritorce invariabilmente su – e contro – se stesso. E che più cresce d’intensità e ritmo, più si svuota di movente e direzione (come il film stesso?), al pari dei riti pomposi ma sgonfi delle classi dominanti. Il film è distribuito in Italia sulla piattaforma streaming I Wonderfull.

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  • RECENSIONE MY OCTOPUS TEACHER – UNA PIOVRA DA OSCAR

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    UNA PIOVRA DA OSCAR

    Sapete quante ventose conta in media una piovra? Sapete che può mutare forma e colore? Ma soprattutto, sapete che è in grado di creare legami d’amicizia?

    My Octopus Teacher (2020) di Pippa Ehrlich e James Reed si nasconde tra i tanti documentari proposti da Netflix. Eppure si è guadagnato l’Oscar nella sua categoria quest’anno e, se leggerete questa recensione, non faticherete a capirne il perché.

    Trailer

    LA TRAMA

    La trama è apparentemente semplice: Craig Foster, documentarista, si rende conto che sta affrontando un periodo di depressione e per reagire decide di ricominciare a dedicarsi al nuoto subacqueo. Non è una scelta casuale: Craig nuota nelle acque dell’Oceano sudafricano sin da piccolo, lì si sente a casa, torna bambino immerso nelle foreste di kelp e circondato da creature dai magnifici colori e dall’aspetto curioso. Durante una di queste immersioni si imbatte in una piccola piovra. E proprio come il piccolo principe di Saint-Exupéry fa con la volpe, Craig torna ogni giorno a farle visita, come se volesse addomesticarla. Ma per “addomesticamento” non si intende la volontà del protagonista di catturarla e costringerla in cattività, ma di osservarla più da vicino e di instaurare con questa incredibile creatura un legame da pari. Lo spettatore segue così, di settimana in settimana, l’evoluzione di questo rapporto, senza mai annoiarsi, senza mai vivere una giornata uguale all’altra.

    Chi avrebbe detto che due creature così differenti potessero instaurare un rapporto di amicizia? Un rapporto fatto di attese reciproche, di giochi ma anche di preoccupazione per l’incolumità dell’altro.

    Sin dall’inizio è evidente che l’intento del documentario non è la mera divulgazione scientifica. Questa pellicola si differenzia dalle altre del suo genere  proprio perché non si limita a restituire le immagini e a descrivere i comportamenti degli animali marini. La qualità dell’immagine permette di ammirare i pesci in tutta la loro gamma di colori fulgenti e di cogliere gli innumerevoli riflessi delle acque oceaniche.

    SENSAZIONI IMMERSIVE

    Lo spettatore rimane colpito dalla capacità del piccolo polpo di riconoscere gli esseri umani, dalla sua sconfinata curiosità grazie alla quale supera la diffidenza iniziale nonché dalla sua intelligenza e dai mille espedienti che attua per sopravvivere ai predatori. Un’ora e mezza di pura pace e tranquillità. Le immersioni, diurne e notturne, trasmettono la sensazione di tornare bambini e fanno riscoprire il desiderio di conoscenza e quella purezza d’animo propri dell’infanzia e soprattutto la necessità umana di stupirsi continuamente del mondo circostante che da adulti a volte si dimentica. Nel mondo ovattato e lento dell’oceano, lo spettatore impara di nuovo a dare valore all’autenticità dei rapporti e al tempo necessario per instaurarli distaccandosi dalla realtà umana sempre più veloce e superficiale.

    recensione my octopus teacher

    Tra i due protagonisti si instaura un vero rapporto di amicizia.

    GLI INSEGNAMENTI DELLA NATURA

    My Octopus Teacher vuole proprio  insegnarci che l’apertura emotiva a qualsiasi tipo di rapporto è fondamentale proprio perché abbiamo sempre qualcosa da imparare, anche dalle creature che ci sembrano troppo diverse da noi. In un momento storico in cui gli ambienti naturali, in particolare quelli marini, sono minacciati dalle attività umane, dalla pesca intensiva e dall’inquinamento, questo documentario ci costringe a una presa di coscienza sulla necessità di cambiare il nostro modo di concepire il rapporto che abbiamo con gli animali e con il nostro pianeta.

    Anche se è proprio la volpe di Saint-Exupéry a ricordarci che “l’essenziale è invisibile agli occhi” quando si parla di sentimenti: non possiamo più ignorare l’essenzialità della tutela della natura e dei diritti degli animali.

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  • RECENSIONE MANK: LA BIOGRAFIA DI QUARTO POTERE

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    Nonostante il diminutivo del suo cognome campeggi sulla locandina e nel trailer del film, Mank non è soltanto una biografia dello sceneggiatore e critico teatrale Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman). Il motivo si può trovare in una battuta pronunciata nel film dallo stesso Mankiewicz: “non è possibile ricostruire l’intera vita di un uomo in sole due ore di film”. Anche Mank, dunque, rinuncia a farlo, preferendo circoscrivere l’azione ad un periodo limitato, ma estremamente significativo, della vita dello sceneggiatore.

    Questo spaccato della vita di Mankiewicz comincia con un incidente stradale che lo costringe a letto con una gamba rotta. Durante questo periodo di forzata immobilità lavora alla stesura di Quarto Potere, quello che diventerà il suo lavoro da sceneggiatore più famosa e che, secondo il saggio Raising Kane di Pauline Kael (da cui Mank è ispirato), è attribuibile soprattutto a Mankiewicz e non ad Orson Welles (regista e protagonista del film). La cornice della lavorazione della sceneggiatura è intervallata dal racconto del rapporto, che si tramuta in aperto conflitto, con il magnate dell’editoria William Randolf Hearst (Charles Dance) e la sua amante, l’attrice Marion Davies (la bravissima Amanda Seyfried, meritatamente candidata all’Oscar).

    Mankiewicz viene ritratto con dovizia di particolari, e l’ottima interpretazione di Gary Oldman è fondamentale per tratteggiare un uomo arrogante, cinico ma anche malinconico, consapevole di essere un “buffone di corte” sulla via del tramonto. Anche per questo, dopo aver osservato e subito per anni i compromessi dell’industria cinematografica, si scopre deciso a voler vedere riconosciuta la paternità della propria opera nonostante il giovane Welles e la RKO, la casa di produzione di Quarto Potere, siano decisi ad impedirglielo. L’abituale perizia registica di David Fincher e la fotografia avvolgente di Erik Messerschmidt (vincitore dell’Oscar alla migliore fotografia per questo film) delineano un ambiente, quello dell’industria cinematografica, corrotto dai compromessi e dalla falsità. Mankiewicz, in questo senso, ci risulta quasi un estraneo sgradito a quel mondo di cui fa comunque parte e i cui fautori sono o potenti amorali e senza scrupoli come Hearst o ruffiani dispotici come il capo della MGM Louis B. Mayer.

    La sua vittoria personale nei confronti di questi individui, Mankiewicz la ottiene grazie a Quarto Potere. Oltre a essere il motore della trama, la sceneggiatura di Citizen Kane – e, per estensione, l’intero processo creativo di uno scrittore – diventa l’altra grande protagonista del film. Essa viene ritratta come summa ed elaborazione di esperienze, di incidenti, della propria visione politica e dei rapporti con gli altri e il mondo circostante. Hearst è l’ovvio modello per il “cittadino Kane”; un litigio con l’irascibile e quasi infantile Orson Welles (Tom Burke) è l’ispirazione per la famosa scena in cui Charles Foster Kane mette a soqquadro la sua camera in uno scatto d’ira.

    Anche le citazioni visive di Quarto Potere sono più che semplici easter eggs e strizzate d’occhio per intenditori cinefili. Il fresco vincitore del premio Oscar Erik Messerschmidt è, infatti, riuscito a ricreare, con incredibile dovizia di particolari, le stesse atmosfere presenti in Quarto Potere e che hanno reso, tra le altre cose, quel film rivoluzionario. Per fare ciò, oltre ad avere studiato nei minimi dettagli la fotografia di Gregg Toland [DoP di Quarto Potere], ha portato avanti una ricerca puntigliosa al fine di fornire allo spettatore un effetto simile a quello delle pellicole del tempo e per ricreare le stesse atmosfere in bianco e nero del film di Welles, utilizzando anche molte delle stesse focali utilizzate dallo stesso Toland.

    Mank si gusta come un film classico: la sceneggiatura di Jack Fincher, scritta negli anni ’90 e poi rifinita da Eric Roth, è un “dietro le quinte” di Hollywood lento e costante, che segue l’ingombrante presenza di Mankiewicz. La regia chirurgica di David Fincher e la fotografia in bianco e nero di Messerschmidt, che ritraggono impietosamente i meccanismi dell’industria cinematografica, ci ricordano il potere incantatorio della Settima Arte, e rendono Mank un film forse ostico per gli altri, ma imprescindibile per il pubblico di cinefili cui si rivolge.

    Il film è disponibile per la visione su Netflix e anche al cinema. Vi invitiamo a tornare in sala per sostenere gli esercenti e per godervi al meglio la fantastica fotografia di quest’opera.

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  • RECENSIONE IT’S A SIN (SERIE TV)

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    Nel 1987 i Pet Shop Boys, duo synth pop britannico, pubblicano il singolo It’s a sin, che condanna la morale cattolica basata sui concetti di peccato, vergogna e colpa. Attorno a questi temi ruota la storia raccontata dalla nuova serie televisiva firmata da Russel T. Davies (già noto, fra le altre cose, per un altro cult della serialità LGBT+ come Queer as folk), che proprio per questo motivo prende lo stesso titolo della canzone, e che è già andata in onda nel Regno Unito su Channel 4 e negli Stati Uniti su HBO Max, riscuotendo grande successo. La vicenda di It’s a sin inizia nel 1981 e segue lungo tutto il decennio la vita di un gruppo di ragazzi gay e queer che, fuggiti dalle loro famiglie di origini per trasferirsi a Londra e vivere apertamente la loro vita, si trovano a dover fronteggiare la minaccia dell’epidemia di AIDS, che sconvolgerà profondamente le loro esistenze.

    In particolare il personaggio su cui la serie insiste di più è quello di Richard Tozer, interpretato da Olly Alexander (frontman della band Years & Years), giovane rampante e ambizioso che arriva nella capitale inglese per studiare legge. Sarà grazie all’incontro con Jill, la quale diventerà sua grande amica, che avrà il coraggio di seguire il suo vero sogno, ovvero la recitazione, andando ancor di più contro le aspettative della famiglia. Anche il personaggio di Jill è particolarmente interessante: unica ragazza del gruppo, con genitori molto aperti mentalmente, è la prima che si preoccupa della nuova malattia che si sta diffondendo, nonostante in quel frangente non ne sia personalmente toccata, mentre ancora gli amici fanno finta di niente, o peggio, si danno apertamente alla negazione del pericolo che stanno correndo. Se fosse davvero così grave – dice ad un certo punto Richard – “sarebbe su tutti i notiziari”. Attraverso gli occhi di Jill vediamo l’impotenza di fronte ad una malattia di cui non si sa ancora niente, e di cui probabilmente una società così conservatrice non vuole sapere niente, soprattutto visto che ad essere colpiti sono gruppi marginalizzati che alcuni, molti, vorrebbero solo non esistessero.

    Al termine dei cinque episodi siamo capaci di tirare le fila e capire quello che la storia vuole comunicarci sotto la superficie: il vero problema, la vera malattia, è la vergogna. La maggior parte dei ragazzi che contraggono l’AIDS muore nel silenzio, nella vergogna, nella solitudine. “Vanno a casa”, come dice Carol, l’agente di Richard, riferendosi ai tanti attori gay che, in punto di morte, tornano nelle loro città di origine, in provincia, per sparire senza che nessuno sappia cosa gli è successo. I riferimenti a quanto sia tossico vivere costantemente sotto questa cappa oscurantista punteggiano la serie dal primo momento, ma esplodono verso la fine nel monologo in cui Jill incolpa la madre di Richard, Valerie, altro personaggio a suo modo straordinario, per la morte del figlio e di tutti quei ragazzi che il figlio ha contagiato, perché cresciuto in una casa infestata dalla vergogna. Vergogna che lo ha portato a credere, come tanti altri, di meritarsi la malattia, di meritarsi quella fine. E non a caso è mostrata la morte solo di coloro che in qualche modo si sono riscattati da questa spirale della vergogna, gli altri semplicemente scompaiono. Della loro morte vediamo solo i segni.

    Per quanto moralmente negativo, il personaggio di Valerie Tozer, madre di Richard, è forse uno dei più interessanti. gran parte del merito va all’interpretazione magistrale di Keeley Howes, che dopo quattro episodi da personaggio secondario, nell’ultimo esplode con una scena tour-de-force che dà al personaggio uno spessore, una complessità e una serie di contrasti, che lo rendono quantomeno affascinante, anche se negativo. Ma in generale è interessante vedere come siano le madri a tenere le fila di questo rapporto complicato con i figli, più o meno amati, più o meno accettati per quello che sono, a volte umane e a volte fredde come il ghiaccio, ma comunque presenti. Al contrario dei padri che, quando non completamente assenti, sono deliranti o dei fantasmi.

    Nonostante la morte e la malattia siano così presenti, o anzi, probabilmente proprio per questo motivo, la serie vibra di vita e di energia, di emozioni, di umorismo e irriverenza, di momenti di profonda umanità. Come tutte le buone storie, ti fa venire voglia di sognare e di vivere.

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