Category: Recensioni

  • RECENSIONE LA DONNA ALLA FINESTRA

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    VERTIGINI DELL’OCCHIO E DELLA MENTE

    Anna Fox (Amy Adams) è una psicologa che vive autoreclusa tra le mura di casa poiché affetta da un’acuta forma di agorafobia che le impedisce di uscire e affrontare il mondo esterno. La scossa al torpore depressivo giunge quando, osservando i vicini del palazzo di fronte, assiste al presunto omicidio di una donna misteriosa che lei stessa ha ospitato poco prima, ma che per tutti sembra non essere mai esistita.

    Tra il titolo originale, The Woman in the Window – omonimo al romanzo di A.J. Finn e al noir allucinato di Fritz Lang del 1945 -, e la traduzione italiana, La donna alla finestra, che spalanca il gioco di specchi e assonanze con La finestra sul cortile (1954), il film dell’inglese Joe Wright guarda decisamente a Hitchcock, agli inganni dello sguardo, a segni e verità nascoste nelle immagini. Le analogie con il regista londinese possono essere scorte da subito, a cominciare proprio dall’occhio come figura chiave: dal primissimo piano sulla pupilla spalancata di Anna, simile alla palpebra spiraliforme che apre i titoli di testa di La donna che visse due volte (Vertigo,1958), e, ancor di più, al vitreo e sbarrato bulbo oculare della bionda Marion Crane riversa sul pavimento del bagno di Psyco (1960). Quello di Anna è da subito uno sguardo dubbio, ambivalente, spettrale: fisso su qualcosa e al tempo stesso smarrito nel vuoto, lo sguardo della vittima e del colpevole, di un corpo e di un fantasma in disequilibrio sulla soglia indecidibile tra il mondo dei vivi e dei morti.

    È lo sguardo monoculare del cinema, che nell’incipit si muove felpato carrellando tra gli stanzoni vuoti dell’appartamento, scoprendo sulla Tv le immagini a scatti, al rallenty, proprio de La finestra sul cortile. Joe Wright dichiara immediatamente l’intento di costruirne una sorta di remake al femminile, dove le ossessioni hitchcockiane e l’avventura dello sguardo/vertigine incontrano le trincee di solitudine, il dissesto mentale e le nevrosi patologiche del mondo cittadino contemporaneo. Scegliendo però l’esatta sequenza in cui Thorwald, l’assassino, tenta di strangolare il fotografo Jeffries (James Stewart), il regista si mostra pienamente consapevole del rischio di finire strozzato nel confronto impietoso con il capolavoro originale. È quello che succede? Sì e no. Dipende, appunto, con che occhi guardiamo.

    Più che sulla filosofia di sir Alfred – il mito della caverna platonica che proietta illusioni e desideri del reporter-spettatore sugli schermi del cortile di fronte – il film piazza l’obiettivo su un (ri)quadro comportamentale che pone i riflettori sulla personalità lacerata e la fisiognomica del volto sfibrato e abbruttito di Anna. Il tutto ci viene mostrato sotto una lente distorta che ne rifrange il profondo disagio e l’instabilità emotiva, ma anche lo sguardo incrinato e la paralisi esistenziale (dunque non il semplice incidente alle gambe che immobilizzava postura e punto di vista di James Stewart nel capolavoro di Hitchcock).

    In un fitto apparato cinefilo di clip di classici in bianco e nero che rinforza le derive della coscienza e della psiche: dall’interpretazione dei sogni visivi di Dalì in Io ti salverò (1945) – con un altro occhio surreale, tagliato con le forbici, sovrapposto a quello di Anna – all’incubo della Vertigine (1944) di Otto Preminger.

    Dopo Cecilia ne L’uomo invisibile (2020) e Cassie in Una donna promettente, Anna è un’altra donna vessata e in trappola che non viene creduta, e pertanto è costretta ad agire da sola – diabolico contrappasso – nell’affrontare il pericolo che scardina la sua solitudine.

    Uscito dal bunker di Churchill (L’ora più buia, 2017), Joe Wright si chiude dentro la panic room del thriller psicologico a misura del singolo. Il regista si confina in una precisa tendenza del cinema contemporaneo – che ha il suo acme in Sto pensando di finirla qui (2020) di Charlie Kaufman – che costruisce gli ambienti narrativi modellandoli sulla forma mentis del personaggio, sviluppando l’intreccio dentro un’ambigua e claustrofobica soggettiva cerebrale – e sensoriale – dei protagonisti (non sono casuali i frammenti de La Fuga (1947) di Delmer Daves, il noir della coppia Bogart-Bacall girato interamente in soggettiva per tutta la prima parte).

    Come nella schizofrenica dissociazione spazio-temporale dell’anziano di The Father (2020), e nell’isolamento acustico e sociale del batterista di Sound of Metal (2020), anche Anna sconta una clausura individuale e una dissonanza cognitiva che mette in crisi l’affidabilità del suo sguardo, la bontà delle intuizioni investigative e la leggibilità degli eventi. Aldilà dei sintomi hitchcockiani –  Anna è agorafobica come Stewart in Vertigo – è questa la molla più interessante, che accende un intrigo giallo dal grande potenziale teorico – il ruolo di immagini, scatti e zoomate nel decrittare indizi e prove – purtroppo largamente sfilacciato in uno sviluppo poco convincente, talvolta implausibile, dello script di Tracy Letts (Killer Joe).

    Un peccato, visto il cast d’eccezione (non solo Amy Adams, ma anche Julianne Moore, Gary Oldman, Jennifer Jason Leigh, Anthony Mackie), e un comparto tecnico di lusso: la fotografia cangiante di Bruno Delbonnel che alterna penombra e bagliori e mescola filtri cromatici e simmetrie, lo score sinistramente saltellante del burtoniano Danny Elfman, la scenografica magione di evidente matrice hitchcockiana (spirali di scale, finestre e muri di mattoni, tetti, lucernari e seminterrati). Eppure il tutto non è valorizzato al meglio da una regia non sempre ispirata, che spesso non va oltre la semplice citazione (il celebre carrello-zoom a piombo sulle scale di Vertigo, qui in discesa rallentata). E da un generale andamento sbrigativo incapace di distaccarsi dagli standard di un medio psyco thriller con flashback, spiegoni e plot twist al punto giusto (?), tra grossolane macchie di sangue a tutto schermo, personaggi malriusciti  – quello della Moore, che fa continuamente al verso a Jane Russell – e poliziotti decisamente tonti e poco credibili.

    Per i puristi hitchcockiani, atmosfere e stile del capolavoro originale restano a distanza siderale (per una rielaborazione moderna, meglio recuperare il mélo alla finestra tra Joaquin Phoenix e Gwyneth Paltrow in Two Lovers (2008) di James Gray).

    Per chi cerca evasione con qualche brivido thriller infuso di torsioni psicologiche e un po’ d’azione, potrebbe bastare.

    Il film è disponibile su Netflix. Sulla piattaforma, per proseguire con i remake hitchcockiani, trovate anche Rebecca di Ben Wheatley.

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  • RECENSIONE SESSO SFORTUNATO O FOLLIE PORNO DI RADU JUDE

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    Orso d’Oro alla Berlinale 2021, Sesso sfortunato o follie porno (titolo internazionale: Bad Luck Banging or Loony Porn) di Radu Jude dimostra ancora una volta la vivacità straordinaria del cinema romeno contemporaneo che negli ultimi anni, grazie a firme come Cristian Mungiu e Cristi Puiu (in questi giorni su MUBI con l’acclamatissimo e fluviale Malmkrog), si è confermato come uno dei più interessanti d’Europa.

    La vicenda narrata da Jude è semplice: un’insegnante di un prestigioso liceo di Bucarest realizza con il proprio marito un video pornografico, che però finisce per circolare prima su PornHub e in seguito su diversi altri blog. I genitori degli alunni della professoressa, venuti in possesso del filmato e sdegnati, chiedono la convocazione di una riunione speciale nel cortile della scuola (il film è ambientato durante l’era Covid, con tanto di mascherine e distanziamento sociale) per discutere dell’accaduto.

    Se la trama può sembrare lineare, però, la struttura del film, articolata in tre capitoli e tre finali, non lo è. Nella prima parte intitolata ‘Strada a senso unico’, infatti, lo spettatore segue la protagonista Emi in un viaggio surreale e apparentemente senza meta per le strade di una Bucarest quasi fantascientifica e fuori dal tempo (c’è il Covid, vero, ma quando si ambienta davvero il film?), invasa da cantieri rumorosi, traffico infernale, tram sferraglianti, clacson e sirene inarrestabili, musiche da centro commerciale che si fondono a marcette dal sapore dittatoriale, manifesti elettorali, cartelloni pubblicitari sconci, slot machine, gente travestita da animale, uomini libidinosi e soprattutto fiumi di persone che si guardano attorno sbigottite e paiono costantemente trovarsi nel posto sbagliato. L’apertura di Sesso sfortunato o follie porno è un piccolo capolavoro di cinema del caos esistenziale, reso tramite un lavoro sul sonoro che ha dell’incredibile e dà vita a 45 minuti di visione esperienziale: una straordinario sunto dell’assurdità del presente, messo in scena con sguardo caustico da un regista che, tanto divertito quanto disgustato, predilige i campi lunghi e il distacco da una realtà ridicola ripresa in maniera oggettiva e quasi documentaristica. Si ride, e non poco, dell’ordinario sfacelo della vita urbana.

    Nella seconda parte ‘Breve dizionario di aneddoti, cartelli e meraviglie’, invece, Jude affastella immagini di repertorio, filmati storici, scenette assurde, balletti, definizioni da vocabolario, elucubrazioni, esiti di ricerche (sapevate che in Romania la parola più cercata su internet è “pompino”? La seconda è “empatia”) ed esplicazioni di figure retoriche in una sorta di excursus intellettuale sull’inconscio collettivo della nazione romena, paese dilaniato dalle contraddizioni di una storia novecentesca e non solo tra le più complesse e travagliate d’Europa.

    Tutto ciò è funzionale, in definitiva, al raggiungimento della terza parte, ‘Prassi e insinuazioni (Sitcom)’, in fondo l’unica realmente narrativa: viene infatti celebrato il “processo” kafkiano alla docente protagonista da parte dei genitori. Se il film si apriva con la visione del video porno al centro della vicenda – con tanto di fellatio e penetrazione – è nel terzo capitolo che si consuma il vero scandalo. Jude mette in scena con ferocia il perbenismo borghese che, appellandosi ai valori morali più alti (c’è persino chi indossa la mascherina con su scritto “I can’t breathe”), rivela tutta la propria bassezza in un gioco al massacro verbale che, in un profluvio di parole, rivela ed esplicita quell’inconscio umano aberrante, contraddittorio e ipocrita che pervadeva rapsodicamente la seconda parte del film. In tal senso Sesso sfrenato o follie porno è davvero l’antidoto migliore al dilagare del politicamente corretto, in quanto pellicola radicata nella storia e nelle piccole e grandi responsabilità di un popolo, troppo spesso rimosse e seppellite sotto la patina di una modernità solo apparentemente più presentabile. E Jude, riuscendo miracolosamente a tenere insieme una struttura filmica apparentemente sbilenca, chiude la pellicola con grande coerenza, all’insegna della risata mordace e del contrappasso dantesco, trovando la perfetta collocazione per la tragedia e la commedia che pervadono il film: la prima nella storia, la seconda nel presente, riflesso distorto e caricaturale di orrori dimenticati.

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  • RECENSIONE I CARE A LOT – PREDATORI E PREDE

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    Al mondo esistono soltanto due tipi di persone: i predatori e le prede. Sta a noi scegliere se voler essere un agnello o vivere da leoni. È questa la visione di Marla Grayson (Rosamund Pike), una tutrice legale che si muove nella zona grigia della legge per truffare e sfruttare il più possibile anziani che necessitano di assistenza. E non è l’unica a pensarla così, anzi. in I Care a Lot, infatti, chiunque passi su schermo evidenzia il suo lato più corrotto ed egoistico, senza mostrare alcuna esitazione nel schiacciare gli altri per raggiungere successo e benessere personale. Le loro vittime fanno solo da sfondo, relegati al loro ruolo di “mucche da mungere” e ogni categoria sociale solitamente protetta o tutelata viene completamente ribaltata, mostrando donne meschine e anziani insolenti, impedendo allo spettatore di creare un rapporto empatico con chiunque.

    Mai fu più vera l’espressione di hobbesiana memoria “Homo homini lupus”.

    I problemi nel suo piano perfetto arrivano quando mette gli occhi su una succosissima preda, una gallina dalle uova d’oro che, però, porterà con sé molte complicanze apparentemente insormontabili. Marla incarna appieno il sogno americano, determinata ad avere successo e a entrare a far parte del piccolo gruppo di ricchi in grado di usare i soldi come arma e nel farlo ci mostra il lato più oscuro di questo sogno: dietro alla figura di una persona intraprendente fatta da sé e che tramite le sue sole forze e abilità riesce a scalare la vetta del successo, si nasconde un essere maligno e avido disposto a far affondare chiunque pur di ottenere ciò che vuole.

    Il film porta una critica tanto al capitalismo come veleno per le menti, quanto alle falle del sistema sanitario statunitense (e non solo) che consentono di rivoltare leggi e norme a proprio piacimento, permettendo di agire ingiustamente, ma lasciando la fedina penale immacolata.

    Rosamund Pike, già alle prese con un ruolo subdolo e macchinatore in Gone Girl (D. Fincher 2014), ci regala uninterpretazione eccellente, riuscendo anche solo con lo la recitazione fisica a mettere in chiaro la determinazione ad affermare la propria superiorità, rendendo a volte i dialoghi tautologici e superflui.

    Il potenziale della pellicola non rispecchia purtroppo il risultato finale. Il lavoro di J Blackson riesce a intrattenere e mantenere lo spettatore davanti allo schermo, ma sembra perdere la bussola con l’avanzare del film.

    L’idea alla base è interessante sia come narrativa che come messaggio. Guardando i primi minuti ci si aspetta una lotta più psicologica, con la protagonista che cerca ogni cavillo legale per assicurarsi la vittoria in un gioco di maschere. Marla Grayson, infatti, mostra fin da subito come dietro a tutti quei sorrisi quasi plastici e i grandi discorsi per il benessere del cliente, si nasconde una quasi totale assenza di moralità. Il tribunale è il suo palcoscenico e campo di battaglia, dove convincere il giudice e manovrarlo a suo piacimento, a differenza del principale antagonista che vede il suo punto di forza nell’aggressività e illegalità. Con il susseguirsi degli eventi, però, lo scontro vede abbandonare le aule del tribunale per trasformarsi in un film d’azione, con tanto di esplosioni e rapimenti al limite del possibile, dove due semplici tutrici legali mettono in seria difficoltà killer professionisti della mafia russa.

    Oltre alla dubbia credibilità che due persone, per quanto determinate, riescano a scontrarsi a viso aperto contro una criminalità organizzata, questo cambio di rotta trascura uno dei punti di forza potenziali del film: la critica all’inefficienza del sistema giudiziario, in particolar modo nella gestione della sanità, che oltre a non tutelare il più debole, gli impedisce di liberarsi dalla morsa del carnefice, in quanto sulla carta non sono stati commessi illeciti. Questo punto focale viene sostituito dalla ricerca di vendetta e da una sfida personale, abbandonando la manipolazione delle leggi e lasciando spazio all’illegalità pura e semplice.

    Il tentativo di recupero nell’epilogo non è sufficiente a nascondere come questo film non abbia le idee chiare del genere a cui appartiene e non riesce a risollevare pienamente le sorti della pellicola.

    Il film in sostanza intrattiene, con una buona tecnica registica e una grande interpretazione dei ruoli principali, ma lascia un po’ di amaro in bocca per la confusione narrativa che stona nel secondo atto e una mancata possibilità di portare una critica sociale non solo accennata, ma ben approfondita.

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  • RECENSIONE ZEDER – I NON MORTI ROMAGNOLI DI PUPI AVATI

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    Nell’ambito del cinema horror italiano, Pupi Avati è un nome che nel corso degli anni è diventato quasi sinonimo di cult. Il regista romagnolo è infatti una delle figure che, dagli anni ’60 in poi, assieme a figure come Fulci o Bava ha infatti portato in alto il nome dell’horror italiano anche all’estero, grazie soprattutto alle sue sceneggiature mai banali e ad una regia sempre ottima. Partendo dal suo capolavoro più conosciuto La Casa dalle finestre che ridono  del 1976 al suo più recente Il Signor Diavolo  del 2019, ci sono però film che (quasi in maniera inspiegabile) rimangono ancora oggi nascosti ai più. Uno di questi è forse il miglior prodotto che il regista abbia mai creato: Zeder  del 1983.

    UN HORROR “MATTUTINO”

    Il protagonista del film è Stefano (interpretato da un Gabriele Lavia in formissima), un giovane scrittore che, in cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, si imbatte in una teoria riguardante i cosiddetti

    Terreni K, luoghi in cui “il confine con la morte si fa molto labile” e sembrano capaci di resuscitare i morti.

    Da qui il protagonista si ritroverà ad interagire con una mole di personaggi secondari che sono tali soltanto per minutaggio sullo schermo e assolutamente non per importanza o scarsità di scrittura. Si incontrano infatti personaggi scritti benissimo, ognuno con il proprio ruolo nella vicenda e la propria caratterizzazione minuziosa.

    La regia e la fotografia si attestano su livelli altissimi, con la quasi totalità delle scene girate durante il giorno sotto la luce del sole, ma riuscendo comunque a trasmettere un senso d’inquietudine ed un’angoscia pari soltanto ai grandi film del genere (come il recente Midsommar  di Aster del 2019 per citarne uno). La recitazione è ottima e riesce ad inserire lo spettatore in località ben precise (anche grazie alle parlate quasi dialettali, che non risultano però mai presenti in maniera eccessiva o fastidiosa, di alcuni personaggi secondari), ma è soprattutto nella scelta delle ambientazioni che Avati svolge un lavoro eccezionale, riuscendo a passare da centro città affollati ad ipogei sotterranei fino ad ex colonie marittime ed edifici in costruzione, il tutto collegato da una storia assolutamente geniale.

    PUPI AVATI VS STEPHEN KING

    La sceneggiatura, oltre che nella scrittura dei personaggi, mostra una spiccata originalità anche nelle situazioni a cui essi vanno incontro, come spesso accade nei lavori di genere di Avati, anche se qui mostra il fianco a qualche piccolo problema nella gestione di alcune vicende. Non si parla di veri e propri buchi di trama, quanto di accadimenti che avrebbero forse necessitato di una maggiore spiegazione ed attenzione nella scrittura.

    Una piccola chicca, che sa quasi di leggenda, riguarda il soggetto del racconto: molto probabilmente  la descrizione dei Terreni K avrà fatto suonare qualche campanello nei conoscitori del genere horror, soprattutto tra i lettori di Stephen King. Il funzionamento di questi terreni, infatti, rimanda molto da vicino a ciò che avviene nel libro Pet Sematary  (divenuto Cimitero Vivente nella trasposizione cinematografica del 1989), tant’è che alcune persone credono in un ispirazione dello stesso King da questo film di Avati (anche le date di uscita confermano questa teoria, con il film romagnolo in anticipo di circa quattro mesi rispetto al romanzo americano).

    In conclusione, Zeder  mostra, forse, il miglior Pupi Avati regista e sceneggiatore, con un horror gotico che riesce a spaventare e a creare tensione, forte di una regia salda, una fotografia magnifica sia nelle numerose scene diurne, sia nelle più rare scene notturne, un’ottima recitazione ed una sceneggiatura che, nonostante qualche inciampo, riesce a tenere incollato lo spettatore dall’inizio alla fine, curioso come il protagonista Stefano, di saperne sempre di più sui Terreni K e sugli oscuri segreti che essi celano.

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  • RECENSIONE FLEABAG

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    We’re bad feminists”. Queste poche parole, che Fleabag – protagonista dell’omonima serie tv scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge – pronuncia appena cinque minuti dopo l’inizio, stabiliscono il tono dei successivi dodici episodi delle due stagioni, che sono una ventata d’aria fresca nel panorama della serialità televisiva. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è tratta dallo spettacolo teatrale omonimo del 2013, e ha portato all’attenzione del grande pubblico l’enorme talento della Waller-Bridge. L’attrice e sceneggiatrice si era già fatta notare per la miniserie Crashing (ora disponibile su Netflix), altra piccola perla da lei scritta e interpretata, e il suo talento era stato poi ulteriormente confermato dalla serie Killing Eve e da altri lavori.

    Dark comedy dai tratti sperimentali per gli standard televisivi, la prima cosa da dire su Fleabag è che fa genuinamente ridere di gusto, almeno tanto quanto fa anche piangere e riflettere. Il talento comico della Waller-Bridge funziona alla perfezione, è apparentemente naturale, sia nella scrittura che nell’interpretazione, e giunge inaspettato attraverso situazioni e personaggi surreali. La protagonista è una giovane donna sulla trentina che porta con sé il trauma dalla morte della sua migliore amica, e che conduce una vita irregolare e disfunzionale per la quale è costantemente giudicata da quasi tutti gli altri personaggi (tranne alcune importanti eccezioni), che dall’alto della loro presunta normalità la reputano vergognosa e sbagliata, una macchia da nascondere e alla quale non essere associati. Fra tutti questi personaggi grotteschi quello che spicca, anche grazie alla magistrale interpretazione di Olivia Colman, è quello della matrigna di Fleabag e di sua sorella Claire. Performer di eccellenza di questa società finta e superficiale, la matrigna si nasconde in una normalità che non esiste ma lascia trapelare un velo di isteria sotto la voce impostata e l’apparente stabilità, ed è un’artista egocentrica che, per dirne una, crea una mostra sulla sua vita sessuale, la “Sexhibition”, e si finge femminista e alternativa, ma che in realtà è ancora più ingabbiata nella recita che si è costruita e non può che essere definita, usando appellativi gentili, come cattiva, perfida e manipolatrice. L’uso di questi aggettivi associato al personaggio della matrigna (della quale fra l’altro non verremo mai a sapere il nome) fa intuire quanto la Waller-Bridge lavori su moltissimi livelli diversi, decostruendo, ricostruendo e intrecciando temi culturali in maniera tanto intelligente da sorprendere lo spettatore più attento, facendone vero e proprio spettacolo.

    Altra caratteristica interessante dal punto di vista formale è stata la scelta, ampiamente discussa, della costante rottura della quarta parete da parte della protagonista, che dialoga con noi spettatori, suoi “amici segreti”, per commentare ironicamente la vicenda. Anche questo elemento viene spinto ai suoi limiti estremi quando, nella seconda stagione, il personaggio del Prete, con il quale Fleabag stringe un’improbabile rapporto, si rende conto del fatto che la donna a volte va “da un’altra parte”, e per un attimo guarda anche lui in camera, facendo sussultare lo spettatore, che vede così scoperta la sua natura voyeurista.

    Tema costante della serie, come appare chiaro già dai primi minuti, proprio quello del femminismo, affrontato in maniera sempre molto sottile, acuta e intelligente e senza mai cadere nel didascalico. In primis è evidente la critica e la presa in giro verso un certo tipo di femminismo (che in realtà di femminista non ha niente) patinato, moralista ed edulcorato, che predica una perfezione alla quale la protagonista, e come lei molti altri, proprio non appartiene. Lei è imperfetta e questo la separa dal resto di un mondo che finge costantemente di essere qualcosa che non è. Di fronte a persone che si sforzano di nascondere le crepe delle loro esistenze, Fleabag è semplicemente sé stessa, anche se questo la porta a combinare una marea di errori nella sua vita. Ma del resto “le persone fanno errori, per questo si mettono le gomme sulle matite”, proprio come viene ricordato in uno dei più toccanti passaggi profondamente emotivi della serie, che fra le sue mille sfaccettature conserva anche un posto per questo tipo di tono.

    Prodotto straordinario su molti livelli, Fleabag sarà difficilmente replicabile dalla sua stessa autrice e interprete – che nel frattempo si è infatti dedicata ad altri tipi di progetti – e costituisce un’eredità ingombrante, ma anche un punto di partenza estremamente ricco con cui confrontarsi per coloro che vorranno continuare il discorso.

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  • RECENSIONE FARGO SERIE TV: IL CASO CHE SEPARA E UNISCE

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    Fargo è uno dei prodotti televisivi di maggior pregio degli ultimi anni: complici un cast eccellente e una sceneggiatura raffinata, la serie ideata e scritta da Noah Hawley viene considerata un esempio dell’alto standard qualitativo raggiunto dalle serie televisive nell’ultimo trentennio, in grado di raggiungere e in alcuni casi anche di superare il “fratello maggiore” cinema.

    La serie prende spunto dall’omonimo film (1996) dei fratelli Coen (produttori esecutivi del Fargo televisivo) ma se ne distanzia completamente: ogni stagione racconta una storia a sé, con personaggi e ambientazioni di volta in volta diverse, accomunate dal raccontare storie di crimini che coinvolgono persone comuni. Il sapore è proprio quello di un film dei fratelli Coen: personaggi eccentrici, dialoghi bizzarri e apparentemente senza uno scopo, province americane sonnacchiose che diventano teatri di violenze efferate.

    L’esempio migliore in questo senso è costituito dalla prima stagione, considerata unanimemente la migliore della serie: la storia segue Lester Nygaard (Martin Freeman), mediocre e pavido impiegato coinvolto in una sanguinosa vicenda dopo un incontro fortuito con il killer Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, vincitore del Golden Globe). Sulle tracce di entrambi l’agente di polizia Molly Solverson (Allison Tolman), che oppone a Lester e Lorne la propria intelligenza e moralità.

    Il gioco del gatto col topo è quindi condotto, a parti alterne, dai due fronti opposti: da una parte il Male in Lorne Malvo, killer freddo e metodico, abile nell’assumere ruoli e personalità differenti per arrivare ai suoi fini, mascherandosi da prete e da dentista – quindi un Male che assume forme diverse e apparentemente innocue: un altro tema tipico dei Coen – e in Lester Nygaard, incapace di rinunciarvi per codardia e per un confuso desiderio di rivalsa; dall’altra il Bene in Molly Solverson e in Gus Grimly (Colin Hanks), persone fallibili ma oneste e coraggiose. Per buona parte della serie, il gioco è sempre a vantaggio dei primi, continuamente un passo avanti agli agenti di polizia che cercano di fare il loro lavoro e devono, inoltre, vedersela anche con una più ampia rete criminale e con una catena di omicidi di omicidi iniziata proprio da Lorne Malvo e da Lester. Una tempesta di violenza, oscurità e doppiezza morale che travolge i due agenti, rappresentata dalla tempesta di neve che, nel sesto episodio, impedisce ai due agenti di vedere e catturare Malvo, e avrà un’altra importante conseguenza nella vita di entrambi.

    L’epifania religiosa del magnate Stavros Milos (Oliver Platt), bersaglio di Lorne Malvo la cui sottotrama occupa cinque dei dieci episodi, sembra indicare una possibile soluzione per risolvere questa confusione morale; ma quella sottotrama si rivela una falsa pista e l’evento “biblico” che la conclude finisce in una tragedia in cui non è riconoscibile alcun disegno divino. Ben presto, infatti, appare chiaro che c’è qualcos’altro a ostacolare o aiutare i personaggi nel loro percorso. Molly si lascia sfuggire Malvo solo perché lei entra in una stanza esattamente un momento dopo che lui ne è uscito; Lester e Lorne Malvo si incontrano una seconda volta, ancora, per puro caso e questo nuovo incontro casuale si rivelerà decisivo per la disfatta di entrambi; Gus risolverà il caso che infanga la sua reputazione di poliziotto perché ferma la sua auto, in maniera fortuita, vicino alla casa del criminale che sta cercando. Le storie dei personaggi, insomma, si intrecciano e si separano in un gioco di incontri fortuiti ed eventi casuali.

    Questa mano decisiva del Caso, lungi dall’essere frutto di soluzioni narrative sciatte da parte degli sceneggiatori, viene riconosciuta come determinante in un dialogo tra Molly e il suo superiore Bill Oswalt (Bob Odenkirk): nel raccontare il fortuito ritrovamento del figlio adottivo disperso, Bill si interroga con stupore sull’incredibile catena di eventi che ha portato padre e figlio – che non si erano mai incontrati di persona prima – a essere nello stesso luogo e a ritrovarsi per pura coincidenza.

    La scena con Bill avviene tra gli ultimi episodi, per giustificare e spiegare quanto avvenuto fino a quel momento e anche quanto accadrà poi: una serie di eventi in cui ha giocato un ruolo fondamentale quel qualcosa che sfugge a tutti i personaggi, per quanto metodici e determinati possano essere a raggiungere i propri obiettivi. Il racconto di Bill Oswalt sembra, tra l’altro, segnare una cesura tra il periodo in cui il Caso ha favorito prevalentemente Lorne Malvo e Lester e quello degli ultimi episodi in cui decide di aiutare Molly. I personaggi, è importante notarlo, non vengono mai deresponsabilizzati. Il male o il bene che compiono viene sempre da loro stessi, possono subire le conseguenze delle proprie azioni o provare a sfuggirvi, e non sembrano agire come burattini – tranne Lester che all’inizio sembra subire la fascinazione oscura di Malvo: semplicemente le loro azioni subiscono continui sgambetti e occasionali spinte da qualcosa di capriccioso e più grande di loro.

    A questo sembra a sua volta opporsi un’altra forza superiore, che fa capolino nel corso della storia, specialmente verso il finale: quella del Destino, che agisce in modi inaspettati per risolvere i conflitti e, ancora una volta, unire i personaggi. Certe volte, quindi la logica del Destino – la logica narrativa della serie? – sembra essere decisiva su quella del Caso: appare inevitabile che sia un personaggio in particolare a fermare Malvo e sembra altrettanto inevitabile che Lester e Lorne si incontrino di nuovo nonostante la distanza geografica e temporale che li ha separati fino a quel momento. E questa logica sembra contraddire i giochi del Caso visti finora.

    Al termine della prima stagione di Fargo, quindi, i nodi vengono al pettine, i personaggi vengono puniti o premiati, ma la domanda resta: chi vince, Caso o Destino? Come in molti film dei fratelli Coen, dallo stesso Fargo a Non è un paese per vecchi (2007) fino a A Serious Man (2009), la risposta è ambigua, o non c’è proprio. Viene lasciato allo spettatore il compito di provare a sbrogliare la matassa o la scelta di rinunciarvi e godersi lo spettacolo e le prove attoriali: tuttavia sottotraccia resta anche l’invito, in ogni caso, a dare il meglio di sé e a scegliere il Bene e la vita. Nonostante tutto il Male che viene commesso e il Caso che sembra sempre metterci lo zampino.

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  • RECENSIONE RIFKIN’S FESTIVAL DI WOODY ALLEN

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    Mort Rifkin (Wallace Shawn), bonario e disilluso professore di cinema newyorkese in pensione, accompagna senza entusiasmo la moglie Sue (Gina Gershon), indaffarata press agent dello show-biz, in trasferta spagnola al Festival del Cinema di San Sebastián. Mentre il rapporto sembra sfaldarsi a contatto col terzo incomodo Philippe (Louis Garrel), giovane e pretenzioso regista engagé inseparabile da Sue, spettri e visioni cominciano a turbare i sonni in albergo di Mort, ma un’insperata nuova conoscenza femminile gli regalerà l’occasione di riconsiderare la sua vita.

    Rifkin’s Festival dà la sensazione del ritorno a casa. Del ritrovarsi in un rifugio confortevole e familiare. In un posto delle fragole che sì, comporta qualche amarezza e più di un rimpianto, ma in fondo trasmette serenità. In primis la nostra, che torniamo a sederci tra le poltrone in sala a godere del film, ma soprattutto quella del suo autore che a ottantacinque anni, giunto al 50° lungometraggio, serafico, imperturbabilmente fedele a se stesso e ai sempiterni motivi per cui vale la pena vivere (e andare al cinema), si può permettere di clonare “alla lettera” i suoi sogni di celluloide, come mai aveva fatto prima, non con questa evidenza esibita nel replicare materia, feticci e figure del suo immaginario.

    Non sono più i tempi in cui, per affrancarsi dal comico puro e fregiarsi della patina d’autore drammatico e sofisticato, i prestiti dagli amati Bergman e Fellini passavano velatamente, sottotraccia intellettuale: nell’atmosfera cupa e raggelata e nelle plumbee solitudini di Interiors (1978), nei volti fellineschi dentro il traffico asfissiante nell’incipit di Stardust Memories (1980), nei fantasmi della memoria e degli affetti sopiti di Un’altra donna (1988). Oggi, Allen, giovandosi dell’aria frizzante e vacanziera di una luminosa San Sebastián, libero, giocoso e leggiadro come non mai – un paradosso, vista la gogna inquisitoria che subisce per i motivi che ben sappiamo – non cita Quarto Potere (1941), (1963), Persona (1966), Il settimo sigillo (1957), Lelouch, Godard, Buñuel (già in Midnight in Paris (2011) Gil imbeccava il regista spagnolo sull’idea centrale per L’angelo sterminatore (1962), che qui rivive con gli ospiti bloccati sulla soglia, impossibilitati a uscire).

    Nell’allestire il suo personale festival retrospettivo e introspettivo, il catalogo delle sue immagini-affezione, li rimette in scena, li rifà praticamente uguali, per filo e per segno (a modo suo, certo, e per tramite onirico e psicanalitico della guest star Mort Rifkin). Un calco formale perfetto: nel taglio dei piani e nei movimenti di macchina. Nello stile, nella grana e nei bianchi e neri delle inquadrature (sfavillante la pittura digitale di Vittorio Storaro, a contrasto con i magnifici esterni). Nei setting mimeticamente ricostruiti. Nei volti iconici e nella galleria dei personaggi noti che sfilano sui motivetti di Nino Rota o sulle biciclette di Jules e Jim (1962), nelle musiche e nei dialoghi rivisti ad arte (Gina Gershon ed Elena Anaya, dramatis Persona(e), arrivano a scambiarsi le battute in svedese!). Questione più estetica che filosofica, incarnata dallo stesso Mort, che passeggiando nelle chiese scredita l’ortodossia cristiana (“Come scrissi nella mia tesi di laurea: Gesù era un ottimo falegname, avrebbe dovuto rinascere nel labour day, non a Pasqua!”) ma ne celebra ammirato la bellezza iconografica.

    L’Allen’s festival non può certo dimenticare i consueti sofismi sui massimi sistemi. “Se la vita non ha significato, non è detto che debba essere vuota”, spiega il Tristo Mietitore – altra presenza abituale – tra le dritte per la dieta e i consigli per il fitness. Allen, come sempre, trova tregua dall’angosciante ricerca del senso, la pace con il proprio sé idealizzato, tuffando la bulimia creativa nella (retrò)proiezione delle pellicole del cinema classico ed europeo che gli girano in testa, e che lui continua a rigirare all’infinito, personali rocce di Sisifo sospinte in aeternum. Provando ancora una volta a non darla vinta alla Morte al tavolo della sua scacchiera, con Christoph Waltz a indossare il nero mantello di Max Von Sydow. Derivativo? Scontato? Batte sempre sugli stessi tasti? No. È la massima libertà possibile, testardamente inattuale, per chi si concede il ritorno salvifico e terapeutico allo smalto intatto delle immagini di cinema che ha amato, sottratte all'oblio e riportate fastosamente in vita, e fatte risplendere, per noi, una volta di più. Grazie, Woody!

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  • RECENSIONE NON MI UCCIDERE DI ANDREA DE SICA

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    Negli ultimi anni, in seguito alla rinascita del cinema italiano di genere, diversi giovani registi si sono affacciati nel panorama cinematografico del nostro paese. Tra questi troviamo Andrea De Sica, nipote di Vittorio De Sica, che dopo alcuni lavori come assistente volontario per Bertolucci in The Dreamers e assistente alla regia per Özpetek e Marra, abbiamo potuto osservarlo direttamente dietro la macchina da presa come regista per la serie Netflix Baby  e per il film I figli della notte del 2017.

    Ritornando al lavoro insieme all’attrice protagonista della serie Netflix Alice Pagani, De Sica si cimenta durante questo 2021 nella regia di una fiaba dark fantasy con elementi horror e dai toni che richiamano molto lavori come Twilight  (Catherine Hardwicke, 2008) o la serie tv Shadowhunters, cercando di proporne una versione in salsa nostrana.

    Alice Pagani e Rocco Fasano in una delle prime scene del film

    La trama segue le vicende della protagonista Mirta (Alice Pagani), la quale assieme al fidanzato Robin (Rocco Fasano) incontra la morte in quello che sembra essere un tragico incidente. Tuttavia,  poche ore dopo, torna magicamente in vita dotata di una forza sovrumana e con la necessità di cibarsi di carne umana: è diventata un Sopramorto. Oltre al dover affrontare questi cambiamenti, la perdita del proprio amato e una veloce ma necessaria crescita verso il mondo degli adulti, Mirta si ritroverà ad affrontare anche una setta di cacciatori di mostri, chiamati Benandanti.

    L’intento del film che si può evincere già dai primi minuti è quello di voler creare un teen drama con diversi elementi da film horror. Tuttavia, se qualcuno si aspetta di trovare un valido film di questo genere rimarrà dolorosamente scottato. Nonostante gli intenti, infatti, il film non riesce mai a proporre delle scene veramente paurose, fermandosi sempre un attimo prima, forse cercando di evitare di essere “troppo spaventoso” visto anche il target preadolescenziale che cerca di attirare. Il senso di inquietudine è infatti soltanto un’esca che il film usa per mettere in scena il dramma adolescenziale del passaggio verso la vita adulta, vista in chiave dark fantasy.

    Gli elementi migliori del film sono da trovare nel lato tecnico: la regia, anche se non strabiliante, riesce a mettere in scena le vicende in modo pulito ed elegante, aiutata da una fotografia molto curata che, assieme alle musiche azzeccatissime, riesce a creare la giusta atmosfera ed i giusti ambienti. Inoltre il film sfrutta l’alternanza giorno/notte non per mostrare il passaggio del tempo, bensì nell’uso di flashback, risultando così molto chiaro ma al tempo stesso funzionale. Le scene più chiare e limpide, dunque, illuminate dalla luce del sole sono infatti tutti flashback, nei quali il regista ci mostra la vita di Mirta prima della sua morte, mentre le scene nel presente con la Mirta “zombie” sono spesso ambientate di notte e presentano una fotografia più fredda, caratterizzata spesso dall’utilizzo del colore azzurro e del grigio.

    Il problema più grande del film risulta essere però proprio la sceneggiatura. Nonostante un soggetto interessante, il film non riesce in realtà a mettere in scena nessun elemento nel modo giusto. Oltre alla componente horror appena accennata, anche le parti più drammatiche e di crescita del personaggio sono abbastanza vuote ed inconcludenti. La protagonista accetta in maniera estremamente rapida e, di conseguenza, assurda il fatto di essere diventata un Sopramorto e di doversi cibare di esseri viventi. Questo personaggio, dunque, non presenta nessun percorso, perché cambia repentinamente all’inizio del film per poi rimanere sulla stessa linea retta per tutto il film. La guerra tra Sopramorti e Benandanti è poi soltanto accennata, senza fornire delle vere motivazioni per cui i personaggi delle due fazioni si comportano in un certo modo. Fazioni che, tra l’altro, sono estremamente anonime: i “mostri” sono soltanto un paio ed oltre a sapere che si devono cibare di persone ancora vive non si sa altro: con quale criterio si diventa Sopramorti, cosa comporta veramente ciò, da quanto tempo esiste questo concetto e perché? In più, la setta dei cattivi non utilizza armi particolari e non indossa divise riconoscibili, sono semplicemente uomini in felpa e jeans che utilizzano banali armi da fuoco.

    Nemmeno la gestione degli altri personaggi riesce a risollevare la situazione. Il personaggio di Robin, oltre ad essere recitato in maniera abbastanza pessima da un Rocco Fasano che finisce spesso per mangiarsi le parole e nonostante abbia un ruolo importante ai fini della trama, risulta essere (viene quasi da pensare in maniera voluta) un novello Edward Cullen, con l’aggravante però di scomparire per quasi tutto il film e di non riuscire poi a fare assolutamente niente.

    Il cattivo del film (il capo dei Benandanti interpretato da Fabrizio Ferracane) con il suo vestito elegante, il bastone e le scarpe da ginnastica non riesce ad andare oltre la presenza scenica vista la mancanza di una vera motivazione per le sue sadiche azioni, che risultano quindi quasi fini a se stesse. In maniera simile è così anche il personaggio di Sara, la “mentore” di Mirta interpretata da una Silvia Calderoni che, tolte le brevi sequenze d’azione, non riesce a dare un’impronta personale al personaggio che sembra soltanto un anonimo vampiro. Ma la cosa che più fa male è vedere il personaggio di Giacomo Ferrara (Ago) venire inserito a forza nel bel mezzo delle vicende per poi farlo uscire dieci minuti dopo in maniera ignobile ed insulsa: nemmeno la sua recitazione riesce a salvare il suo inutile personaggio.

    L’unica cosa che mi sento di salvare in questo ambito è la recitazione di Alice Pagani, che punta molto sulla presenza scenica prima che sui dialoghi e ciò funziona, con una buona mimica facciale e delle movenze studiate ed accurate per ogni situazione. Ottime anche le scene action in cui recita senza stuntman e con le quali dimostra ancora una volta il concetto espresso sopra.

    In conclusione, Non mi uccidere è un progetto con un’idea interessante e con una cura registica, fotografica e musicale azzeccata, ma che fallisce miseramente nel suo modo di raccontare una storia. Che sia l’elemento più horror o più teen drama, il film non riesce infatti a trovare un giusto equilibrio e la fallace scrittura dei personaggi e dell’ambiente in cui le vicende si svolgono non aiuta di certo. Viene quindi da chiedersi quanto sarebbe interessante rivedere ancora Andrea De Sica alla regia di un prodotto di questo tipo, magari questa volta però con una storia più curata.

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  • RECENSIONE GRACE E FRANKIE – L’IRRIVERENZA DELLA VECCHIAIA

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    Nel 2015 Netflix arrivava in Italia e da circa un paio d’anni si era lanciata nelle prime produzioni originali. Fra queste, oltre alle molto più famose House of Cards e Orange is the new black, troviamo anche una serie tv di genere comedy, dal successo sicuramente solido ma molto più silenzioso delle due sopracitate, e di tante altre nate successivamente. Sto parlando di Grace e Frankie, che giungerà presto alla sua settima (e ultima) stagione, in un periodo in cui le serie di Netflix muoiono nella stragrande maggioranza dopo un paio di stagioni.

    Guidata da un cast stellare di vecchie glorie quali Jane Fonda, Lily Tomlin, Martin Sheen e Sam Waterston, la vicenda racconta di quattro ultrasettantenni, concentrandosi specialmente sulle due protagoniste femminili, alle prese con il tempo che passa. Mentre cercano di confrontarsi con i cambiamenti che stanno avvenendo nella loro vita, riescono a mostrare la vecchiaia per quello che è, ovvero un periodo in cui, nonostante qualche acciacco e problema di memoria, non si deve essere condannati all’irrilevanza aspettando che arrivi la fine. La premessa è tanto strampalata quanto coinvolgente: la vita di Grace (Jane Fonda) e Frankie (Lily Tomlin) viene sconvolta quando i rispettivi mariti Robert (Martin Sheen) e Sol (Sam Waterston), soci in affari, rivelano di essere innamorati l’uno dell’altro e di volersi sposare dopo vent’anni di relazione nascosta. Mentre raccolgono i cocci della loro vita andata in pezzi, le due donne si trovano forzatamente a vivere assieme nella casa al mare posseduta in comproprietà dalle due ex-coppie. Le due protagoniste non potrebbero essere più diverse: la prima algida, rigida e conservatrice, vive di Valium e Martini. La seconda una hippie pazza e sconclusionata che fa abitualmente uso di marijuana. Inaspettatamente, però, la casualità degli eventi le spingerà a diventare grandi amiche e si aiuteranno a vicenda a ricostruire la propria vita. E saranno proprio le differenze fra le due a costituire il loro grande punto di forza e che permetterà loro di affrontare con slancio e ironia questo nuovo capitolo della loro vita fatto di relazioni, avventure e imprese imprenditoriali (ad un certo punto, per fare un esempio, si metteranno a produrre nientemeno che vibratori pensati specificamente per le donne anziane).

    Se quindi il tema centrale ed esplicito è sicuramente quello della vecchiaia, tuttavia ad un livello più implicito quello che la storia vuole comunicare è che, dopotutto, ci fa bene confrontarci con persone diverse da noi. La diversità infatti ci regala un punto di vista alternativo sulle cose e ci permette di smussare le nostre caratteristiche più aspre. Insomma, gli altri non ci possono cambiare del tutto, ma magari ci possono rendere migliori.

    Se la serie non ha la visibilità che meriterebbe è probabilmente perché si tratta di  una comedy dall’impostazione classica (è stata creata da Marta Kauffman, già ideatrice di Friends), in anni in cui il genere non gode di grande salute. Ma ciò che differenzia questa serie da molte altre è la qualità, altissima in ogni reparto: le battute sono brillanti, intelligenti e irriverenti, i personaggi irresistibili, magari un po’ stereotipati ma mai banali, e le interpretazioni ottime, a partire ovviamente dalle due protagoniste. E, oltre tutto questo, guardando con un occhio più attento, emerge anche un certo gusto Camp e diversi passaggi autoriflessivi che, per esempio, prendono in giro il ruolo del regista oppure certe scelte narrative un po’ strampalate della serie stessa. Tutto questo se il solo nome di Jane Fonda non fosse già sufficiente per convincervi a guardarla.

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  • RECENSIONE SOUL – LA RICERCA DELLA SEMPLICITÀ

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    Fin dai primi trailer e dalle prime immagini promozionali, Soul poteva essere considerato come un seguito spirituale di Inside Out. Entrambi, infatti, si dividono tra due piani di realtà: il nostro e un “altro”; in entrambi, I piani sono ben distinti graficamente –realistico e dettagliato il primo, più esplicitamente cartoonesco e inverosimile il secondo; entrambi sono diretti da Pete Docter (co-regista anche di Monsters & Co. e Up e, dal 2018, direttore creativo della Pixar). Tuttavia, queste palesi somiglianze non impediscono a Soul di creare e mantenere una propria originalità nel catalogo dei lungometraggi animati Pixar.

    La storia segue Joe Gardner (doppiato da Jamie Foxx in originale, da Neri Marcorè in italiano), appassionato jazzista e pianista che, a seguito di un incidente, si trova sotto forma di spirito tra le anime dirette all’Aldilà (reso graficamente in modo molto semplice ed efficace). Joe scappa da questa “passerella” verso l’altro mondo e raggiunge il luogo opposto, una sorta di giardino dai colori sgargianti in cui le anime dei non ancora nati si preparano per raggiungere la vita terrena. Qui incontra 22 (Tina Fey nella versione originale, Paola Cortellesi in quella italiana), un’anima non ancora nata, ribelle e testarda; I due stringeranno un’alleanza inizialmente invisa a entrambi e, come da miglior tradizione Disney Pixar, il loro viaggio riserverà svolte improvvise che arricchiranno entrambi.

    L’unico vero difetto di Soul è proprio questo: la storia. Se il plot è forse fin troppo convenzionale per gli alti standard della Pixar, l’intreccio viene sviluppato in modi che appaiono talvolta forzati, talvolta prevedibili: personaggi cambiano idea in un modo che sembra più conveniente a far avanzare la trama e poco coerente con la loro personalità, litigano e sembrano dividersi irrimediabilmente salvo poi riappacificarsi e imparare una lezione. E il mondo delle anime dei nascituri, per quanto reso con pennellate di pura creatività Pixar, dopo un “tour” iniziale viene approfondito troppo poco. Mentre Inside Out manteneva un certo equilibrio tra la parti ambientate nel “nostro” mondo e quelle nella mente di Riley, e per tutto il film sviluppava queste ultime con una riserva apparentemente senza fine di creatività, l’attenzione di Soul sembra focalizzato principalmente nella città di Joe.

    Qui, d’altra parte, vale la pena segnalare uno dei maggiori pregi del film: gli scorci della città sono da mozzare il fiato. L’aspetto grafico non è un dettaglio trascurabile, soprattutto in un film come Soul: il livello estremo di dettaglio nelle luci –l’inquadratura di una stanza in penombra arriva al fotorealismo-  nelle ombre, nei riflessi, nelle gocce di sudore sulle fronti dei jazzisti al termine di un concerto jazz, concorre a rendere il mondo di Joe estremamente fisico e terreno in contrasto con l’Aldilà estremamente stilizzato da una parte e il mondo dei nascituri, colorato e ai limiti dello stucchevole, dall’altra. Contrasto che si nota anche nelle animazioni: pesanti e, di nuovo, “realistiche” in un mondo, estremamente fluide e forse più gradevoli nel mondo degli spiriti.

    Anche il comparto sonoro è notevole: in un film il cui titolo gioca sull’ovvio doppio significato del termine “soul” (indica sia la parola “anima” in inglese ma anche il genere musicale che affonda le sue origini, tra gli altri, nel jazz) non poteva mancare una colonna sonora (curata da Trent Reznor e Atticus Ross) di musica elettronica profonda per le parti nel piano “superiore” degli spiriti, in contrasto con i trascinanti temi jazz di Jon Batiste. Nelle mani sbagliate, questo contrasto avrebbe potuto risultare stridente e fastidioso: qui è funziona a meraviglia, tanto da fruttare ai tre musicisti l’Oscar per la Migliore Colonna Sonora.

    Come sempre, però, è quando la Pixar mette in gioco i sentimenti dei suoi personaggi che dà il meglio di sé. L’avventura di Joe e di 22, per quanto a tratti sviluppata in modo non ideale, quando rallenta e si prende il suo tempo, rivela una profondità di sentimenti e riflessioni che ha spinto molti spettatori adulti a ritenere il film potenzialmente incomprensibile e noioso per I bambini cui è -anche- rivolto. Tutto il contrario: I film Pixar, come Soul, sono film “per tutta la famiglia”, si rivolgono al cuore degli spettatori di tutte le età invogliando alla riflessione attraverso il divertimento. La riflessione, l’anima di Soul, coinvolge allo stesso modo l’indaffarato e distratto Joe e l’iperattiva 22 e invita entrambi a fare una pausa, a godersi, anche solo per un attimo, le gioie quotidiane della vita terrena, a ricercare, nel trambusto e nella frenesia del mondo, quella passione anche semplice e “banale” per cui vale la pena vivere. Che sia la musica jazz o la vita stessa.

    Una profondità di contenuto e un ricchezza di forma che, nonostante i difetti nella storia e nello sviluppo dei personaggi, rendono Soul un film assolutamente da ammirare, e uno dei più densi di significato del catalogo Pixar.

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