Category: Rubriche

  • STREGHE, MOSTRI, SESSUALITÀ FEMMINILE: DA MARIANNE A JENNIFER’S BODY

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    La casa della signora Daugeron cade letteralmente a pezzi, le persiane sono sempre chiuse, il giardino non viene curato da mesi, non si direbbe sia abitata se non per la cassetta della posta verde con il nome ancora ben visibile. All’interno sono accatastate pile e pile di romanzi, in quasi tutte le lingue del mondo, e l’autore è sempre lo stesso: Emma Larsimon. Le storie dell’orrore di Emma hanno come antagonista principale la strega Marianne, entità malvagia che «non se ne va mai a mani vuote».

    Emma scrive ciò che sogna, i suoi romanzi sono la trasposizione di incubi ricorrenti che aveva da adolescente, cessati solo quando sono stati trascritti nelle avventure di Lizzie Lark. Emma vorrebbe concludere la serie di libri che l’ha resa famosa, tuttavia l’improvviso incontro con una vecchia amica la costringerà a tornare a Elden, sua città natale, e ad affrontare demoni rimasti a dormire sotto la luce intermittente di un faro. Marianne è tornata e sta per riprendersi ciò che è suo.

    Se amate le serie horror come The Haunting of Hill House, allora non potete perdervi questa piccola perla francese: Marianne è la storia di una giovane donna tormentata dal rimorso e dal senso di colpa, incarnati nella forma di una strega a dir poco terrificante.

    LE STREGHE E IL FASCINO DEL MALE

    Marianne

    La figura e il simbolismo della strega affascinano da sempre i racconti dell’orrore, così anche il cinema (Suspiria, The Witch) e la televisione (American Horror Story). La rappresentazione messa in scena nella serie Marianne è particolarmente interessante: la strega, salvo in alcuni momenti, si incarna principalmente in due figure, un’anziana donna dall’aspetto inquietante (la signora Daugeron) e una giovane affascinante vestita con abiti d’epoca. Le due immagini opposte si avvicinano molto a ciò che ormai nell’immaginario collettivo può essere associato a una strega: una vecchia un po’ inquietante come la befana o una bellissima ragazza pronta a stregarci. La doppia caratterizzazione funziona molto bene in Marianne, ed è necessario fare i complimenti all’attrice Mireille Herbstmeyer, la cui bravura è chiara già nel primo episodio della serie. Il terrore si mescola al fascino e alla seduzione, le armi più importanti che una figura del genere si trova ad usare. Nella cultura popolare (e di conseguenza anche nel cinema) abbondano donne seduttrici e malvagie che nascondono il loro essere senza scrupoli dietro un bel viso. Un esempio che risale agli anni ’40 è la bellissima Irena, protagonista del film Il bacio della pantera (Cat People, 1942), convinta di essere la discendente di una comunità di streghe e per questo condannata a trasformarsi in una bestia famelica in qualunque momento. Più recente è il caso di Jennifer’s Body (2009) in cui l’aspetto seducente della protagonista nasconde in realtà un vero e proprio mostro assetato di sangue.

    LA VISIONE FEMMINISTA

    Cat People

    La sessualità è una delle caratteristiche prevalenti di queste figure e la teoria cinematografica femminista si è interrogata molto sulle relative implicazioni che comporta. Una delle visioni più affascinanti (anche se forse non proprio confortante) vede la strega (e di conseguenza tutte le forme del cosiddetto “mostruoso femminile”) come simbolo della rivalsa femminile contro la violenza maschile sistematica, e in quanto tale elemento da condannare. La forte carica sessuale del personaggio riduce la sessualità femminile ad essere qualcosa di pericoloso, terrificante e distruttivo. Jennifer sembra una normalissima ragazza, popolare, forse un po’ superficiale, ma la sua insaziabile sete di sangue la porta a sedurre più di un uomo per poi farlo orribilmente a pezzi. La mostruosità femminile è soltanto un modo per incarnare le lotte femministe contro il sistema patriarcale; le storie sulla sessualità distruttiva delle donne sono costruite per poter giustificare il controllo della società su di essa. Questo è ciò che le streghe ricordano costantemente alle donne: la libertà sessuale va repressa, la potenza femminile spaventa, più di una pantera famelica.

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  • CRITICS’ CHOICE AWARDS 2023 – I VINCITORI

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    La notte di Everything Everywhere All at Once, Abbott Elementary e Better Call Saul

    Continua l’award season con la 28esima edizione dei Critics’ Choice Awards, che ha visto trionfare Everything Everywhere All at Once con ben 5 premi tra cui miglior film e regia. Cate Blanchett per Tár e Brendan Fraser per The Whale sbaragliano la concorrenza nei premi come migliori protagonisti, affiancati dagli inarrestabili Angela Bassett per Black Panther: Wakanda Forever e Ke Huy Quan per Everything Everywhere All at Once

    I premi tecnico-artistici sono equamente distribuiti fra tutti i titoli della stagione, ma salta sicuramente all’occhio la quasi assenza di riconoscimenti per Gli spiriti dell’isola e The Fabelmans che avevano trionfato ai Golden Globe (solo Gabriel LaBelle, protagonista del film di Spielberg, è stato nominato miglior giovane interprete), e la vittoria di Glass Onion: Knives Out come miglior commedia (in aggiunta al più prevedibile riconoscimento per il cast corale). Si confermano anche Pinocchio di Guillermo Del Toro e “Naatu Naatu” di RRR rispettivamente nelle sezioni di film animato e canzone.

    Per quanto riguarda la tv, la serata appartiene ad Abbott Elementary per la commedia e a Better Call Saul per il drammatico, in quest’ultimo caso recuperando il mancato giusto riconoscimento ai Golden Globe. Fra premi più o meno sempre coerenti con quelli assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, si può citare la vittoria dell’ex Harry Potter Daniel Redcliffe per Weird: The Al Yankovic Story.

    Il film con il maggior numero di premi per il cinema risulta dunque Everything Everywhere All at Once (5 statuette), seguito da Tár, Black Panther: Wakanda Forever, Glass Onion: Knives Out e RRR, tutti vincitori di due premi. Per la TV Better Call Saul è la serie più premiata con 3 statuette, seguita da Abbott Elementary, The Dropout e Weird: The Al Yankovic Story con due premi ciascuna.

    Il prossimo appuntamento importate dell’award season sono ora i BAFTA domenica 19 febbraio, oltre ai numerosi premi dei sindacati. L’annuncio delle nomination agli Academy Award è atteso martedì 24 gennaio, mentre la Notte degli Oscar 2023 si terrà domenica 12 marzo.

    Ecco di seguito la lista dei vincitori dei Critics’ Choice Awards 2023:

    CINEMA

    Miglior film – Everything Everywhere All at Once

    Miglior regia – Daniel Kwan & Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Miglior attrice protagonista – Cate Blanchett, Tár

    Miglior attore protagonista – Brendan Fraser, The Whale

    Miglior attrice non protagonista – Angela Bassett, Black Panther: Wakanda Forever

    Miglior attore non protagonista – Ke Huy Quan, Everything Everywhere All at Once

    Miglior giovane interprete – Gabriel LaBelle, The Fabelmans

    Miglior cast corale – Glass Onion: Knives Out

    Miglior sceneggiatura originale – Daniel Kwan, Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Miglior sceneggiatura non originale – Sarah Polley, Women Talking

    Miglior fotografia – Claudio Miranda, Top Gun: Maverick

    Miglior montaggio – Paul Roger, Everything Everywhere All at Once

    Migliori costumi – Black Panther: Wakanda Forever

    Miglior scenografia – Florencia Martin, Anthony Carlino, Babylon

    Miglior colonna sonora – Hildur Guðnadóttir, Tár

    Miglior canzone – “Naatu Naatu”, RRR

    Miglior trucco e acconciatura – Elvis

    Migliori effetti speciali – Avatar: The Way of Water

    Miglior film commedia – Glass Onion: Knives Out

    Miglior film straniero – RRR

    Miglior film animato – Pinocchio

    TELEVISIONE

    Miglior serie drammatica – Better Call Saul

    Miglior attrice protagonista in una serie drammatica – Zendaya, Euphoria

    Miglior attore protagonista in una serie drammatica – Bob Odenkirk, Better Call Saul

    Miglior attrice non protagonista in una serie drammatica – Jennifer Coolidge, The White Lotus

    Miglior attore non protagonista in una serie drammatica – Giancarlo Esposito, Better Call Saul

    Miglior serie commedia – Abbott Elementary

    Miglior attrice protagonista in una serie commedia – Jean Smart, Hacks

    Miglior attore protagonista in una serie commedia – Jeremy Allen White, The Bear

    Miglior attrice non protagonista in una serie commedia – Sheryl Lee Ralph, Abbott Elementary

    Miglior attore non protagonista in una serie commedia – Henry Winkler, Barry

    Miglior miniserie TV – The Dropout

    Miglior film TV – Weird: The Al Yankovic Story

    Miglior attrice protagonista in una miniserie o film TV – Amanda Seyfried, The Dropout

    Miglior attore protagonista in una miniserie o film TV – Daniel Radcliffe, Weird: The Al Yankovic Story

    Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film TV – Niecy Nash-Betts, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer

    Miglior attore non protagonista in una miniserie o film TV – Paul Walter Hauser, Black Bird

    Miglior serie animata – Harley Quinn

    Miglior serie straniera – Pachinko: la moglie coreana 

    Miglior talk show – Last Week Tonight with John Oliver

    Miglior commedia speciale – Norm Macdonald: Nothing Special

    PREMI SPECIALI

    #SeeHer Award – Janelle Monáe

    Lifetime Achievement Award – Jeff Bridges

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  • GOLDEN GLOBE 2023 – TRIONFO DI SPIELBERG E DI GLI SPIRITI DELL’ISOLA

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    Si è svolta a Los Angeles l’80esima edizione dei Golden Globe che ha visto trionfare The Fabelmans di Steven Spielberg e Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) di Martin McDonagh, rispettivamente nelle categorie di miglior film drammatico e commedia o musical. I due autori hanno ottenuto anche la statuetta come miglior regista (la terza per Spielberg dopo Schindler’s List – La lista di Schindler e Salvate il soldato Ryan) e per la miglior sceneggiatura (la seconda di McDonagh dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri). 

    Gli attori premiati sono stati Austin Butler (Elvis) e Cate Blanchett (Tàr) per i ruoli drammatici e Colin Farrell (Gli spiriti dell’isola) e Michelle Yeoh (Everything Everywhere All at Once) nella sezione commedia o musical. Completano i premi alla recitazione con i ruoli di supporto Angela Bassett per Black Panther: Wakanda Forever (il primo premio alla recitazione mai assegnato ad un film del Marvel Cinematic Universe) e Ke Huy Quan per Everything Everywhere All at Once.

    Nell’ambito televisivo sono stati premiati House of the Dragon come miglior serie drammatica, Abbott Elementary come serie commedia o musical e The White Lotus come miniserie o film tv. Premiati anche gli interpreti di Dahmer, The Bear, Yellowstone e (tardivamente) Euphoria

    Durante la serata hanno trovato spazio anche le assegnazioni dei premi onorari alla carriera per cinema e televisione. L’attore Eddie Murphy ha accettato il Cecile DeMille Award con un divertente discorso in cui ha citato anche il famigerato schiaffo di Will Smith a Chris Rock alla cerimonia degli Oscar 2022. Il Carol Burnett Award è stato invece consegnato a Ryan Murphy, anticipato da un toccante discorso di Billy Porter sull’importanza degli show del produttore.

    La consegna dei Golden Globe è stata nuovamente trasmessa in tv (su Sky Atlantic e su Now Tv in Italia) dopo un anno di stop dovuto alle accuse di razzismo rivolte alla Hollywood Foreign Press Association che assegna i premi. Proprio ironizzando sul rinnovamento dell’organizzazione si è aperta la serata con il monologo del presentatore Jerrod Carmichael: “Sono qui perché sono nero. Qualunque cosa io dica stasera sono illicenziabile”. 

    Altro momento saliente della cerimonia è stato l’intervento del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky introdotto da Sean Penn. Tra gli applausi del pubblico ha dichiarato in un video messaggio  che “Non ci sarà una terza guerra mondiale. Non è una trilogia” e ha ringraziato il mondo libero per il sostegno al popolo ucraino.

    Uno dei discorsi di accettazione più interessanti della serata è stato quello del migliore attore non protagonista Ke Huy Quan che commosso ha ringraziato Steven Spielberg per avergli dato un’opportunità nel 1984 con Indiana Jones e il tempio maledetto (in cui interpretava il giovane Shorty Round) e i Daniels per avergli offerto una nuova occasione di brillare oltre 30 anni dopo in Everything Everywhere All at Once. Anche la sua co-protagonista Michelle Yeoh ha mostrato gratitudine per un premio che giunge dopo molti anni difficili nell’industria di Hollywood per un’attrice asiatica.

    Divertente il ringraziamento di Jennnifer Coolidge, premiata come miglior attrice non protagonista nella miniserie The White Lotus, grazie alla quale ha guadagnato una svolta professionale e privata che ha sempre cercato nella propria carriera. Nel ricevere il riconoscimento come miglior attrice di supporto in Black Panther: Wakanda Forever, invece, Angela Bassett ha voluto ricordare il compianto collega Chadwick Boseman

    Probabilmente il momento più toccante di tutta la premiazione è stato il discorso di Steven Spielberg nell’accettare il premio alla miglior regia di The Fabelmans, che ha dedicato ai suoi famigliari: per anni ha disseminato nei suoi film tracce della propria autobiografia, e durante il periodo di lockdown del 2020 si è reso conto di quanto fosse importante che questa storia fosse raccontata per davvero, convinto dalla moglie e dal co-sceneggiatore della pellicola Tony Kushner.

    Il film più premiato della serata risulta Gli spiriti dell’isola (al cinema in Italia dal 23 febbraio) con tre statuette, seguito da The Fabelmans (ancora presente in alcune sale italiane) ed Everything Everywhere All at Once, entrambi con due premi. Restano a bocca asciutta sia James Cameron per Avatar: la via dell’acqua che Tom Cruise per Top Gun: Maverick. Per quanto riguarda la televisione, gli show più premiati sono Abbott Elementary (disponibile su Disney+) e The White Lotus (in Italia su Sky e Now Tv), rispettivamente con tre e due vittorie. 

    Il prossimo appuntamento dell’award season sono i Critics Choice Awards domenica 15 gennaio e i BAFTA domenica 19 febbraio, oltre ai numerosi premi dei sindacati. L’annuncio delle nomination agli Academy Award è atteso martedì 24 gennaio, mentre la Notte degli Oscar 2023 si terrà domenica 12 marzo.

    Ecco di seguito tutti i vincitori dei Golden Globe 2023: in grassetto è indicato il vincitore fra i candidati.

    FILM

    Miglior film commedia o musical

    Babylon

    Gli spiriti dell’isola

    Everything Everywhere All at Once

    Glass Onion – Knives Out

    Triangle of Sadness

    Miglior attrice in un film commedia o musical

    Lesley Manville, La signora Harris va a Parigi

    Margot Robbie, Babylon

    Anya Taylor-Joy, The Menu

    Emma Thompson, Il piacere è tutto mio

    Michelle Yeoh, Everything Everywhere All at Once

    Miglior attore in un film commedia o musical

    Diego Calva, Babylon

    Daniel Craig, Glass Onion – Knives Out

    Adam Driver, White Noise

    Colin Farrell, Gli spiriti dell’isola

    Ralph Fiennes, The Menu

    Miglior film drammatico

    Avatar: La via dell’acqua

    Elvis

    The Fabelmans

    Tár

    Top Gun: Maverick

    Miglior attrice in un film drammatico

    Cate Blanchett, Tár 

    Olivia Colman, Empire of Light

    Viola Davis, The Woman King 

    Ana de Armas, Blonde

    Michelle Williams, The Fabelmans

    Miglior attore in un film drammatico

    Austin Butler, Elvis

    Brendan Fraser, The Whale

    Hugh Jackman, The Son

    Bill Nighy, Living

    Jeremy Pope, The Inspection

    Miglior attrice non protagonista in un film

    Angela Bassett, Black Panther: Wakanda Forever 

    Kerry Condon, Gli spiriti dell’isola

    Jamie Lee Curtis, Everything Everywhere All at Once

    Dolly De Leon, Triangle of Sadness

    Carey Mulligan, She Said

    Miglior attore non protagonista in un film

    Brendan Gleeson, Gli spiriti dell’isola

    Barry Keoghan, Gli spiriti dell’isola

    Brad Pitt, Babylon

    Ke Huy Quan, Everything Everywhere All at Once

    Eddie Redmayne, The Good Nurse

    Miglior regia di un film

    James Cameron, Avatar: La via dell’acqua

    Daniel Kwan, Daniel Scheinert, Everything Everywhere All at Once

    Baz Luhrmann, Elvis 

    Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola

    Steven Spielberg, The Fabelmans

    Miglior sceneggiatura di un film

    Tár

    Everything Everywhere All at Once

    Gli spiriti dell’isola

    Women Talking

    The Fabelmans

    Miglior film straniero

    All Quiet on the Western Front

    Argentina, 1985

    Close

    Decision to Leave

    RRR

    Miglior film d’animazione

    Pinocchio

    Inu-Oh

    Marcel the Shell with Shoes On

    Il Gatto con gli Stivali 2

    Red

    Miglior canzone originale

    Carolina”, Taylor Swift (Where the Crawdads Sing)

    Ciao Papa”, Roeben Katz, Guillermo del Toro (Pinocchio)

    Hold My Hand”, Lady Gaga (Top Gun: Maverick)

    Lift Me Up”, Rihanna (Black Panther: Wakanda Forever)

    Naatu Naatu”, Kala Bhairava, M. M. Keeravani, Rahul Sipligunj (RRR)

    Miglior colonna sonora di un film

    Carter Burwell, Gli spiriti dell’isola

    Alexandre Desplat, Pinocchio

    Hildur Guðnadóttir, Women Talking

    Justin Hurwitz, Babylon

    John Williams, The Fabelmans

    SERIE TV

    Miglior serie commedia o musical

    Abbott Elementary

    The Bear

    Hacks

    Only Murders in the Building

    Wednesday

    Miglior attrice in una serie commedia o musical

    Quinta Brunson, Abbott Elementary

    Kaley Cuoco, The Flight Attendant

    Selena Gomez, Only Murders in the Building

    Jenna Ortega, Wednesday

    Jean Smart, Hacks

    Miglior attore in una serie commedia o musical

    Donald Glover, Atlanta

    Bill Hader, Barry  

    Steve Martin, Only Murders in the Building  

    Martin Short, Only Murders in the Building  

    Jeremy Allen White, The Bear

    Miglior serie drammatica

    Better Call Saul

    The Crown

    House of the Dragon

    Ozark

    Scissione

    Miglior attrice in una serie drammatica 

    Emma D’Arcy, House of the Dragon

    Laura Linney, Ozark

    Imelda Staunton, The Crown

    Hilary Swank, Alaska Daily

    Zendaya, Euphoria

    Miglior attore in una serie drammatica

    Jeff Bridges, The Old Man

    Kevin Costner, Yellowstone

    Diego Luna, Andor

    Bob Odenkirk, Better Call Saul

    Adam Scott, Scissione

    Miglior attrice non protagonista in una serie

    Elizabeth Debicki, The Crown

    Hannah Einbinder, Hacks

    Julia Garner, Ozark

    Janelle James, Abbott Elementary

    Sheryl Lee Ralph, Abbott Elementary 

    Miglior attore non protagonista in una serie

    John Lithgow, The Old Man

    Jonathan Pryce, The Crown

    John Turturro, Scissione

    Tyler James Williams, Abbott Elementary

    Henry Winkler, Barry

    Miglior miniserie o film tv

    Black Bird

    Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    The Dropout 

    Pam & Tommy

    The White Lotus

    Miglior attrice in miniserie o film tv

    Jessica Chastain, George & Tammy

    Julia Garner, Inventing Anna

    Lily James, Pam & Tommy

    Julia Roberts, Gaslit

    Amanda Seyfried, The Dropout

    Miglior attore in una miniserie o film tv

    Taron Egerton, Black Bird

    Colin Firth, The Staircase

    Andrew Garfield, In nome del cielo

    Evan Peters, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Sebastian Stan, Pam & Tommy

    Miglior attrice non protagonista in serie, miniserie o film tv

    Jennifer Coolidge, The White Lotus

    Claire Danes, Fleishman Is in Trouble

    Daisy Edgar-Jones, In nome del cielo

    Niecy Nash, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Aubrey Plaza, The White Lotus

    Miglior attore non protagonista in serie, miniserie o film tv

    1. Murray Abraham, The White Lotus

    Domhnall Gleeson, The Patient

    Paul Walter Hauser, Black Bird

    Richard Jenkins, Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story

    Seth Rogen, Pam & Tommy

    PREMI ONORARI ALLA CARRIERA

    Cecil B. DeMille Award alla carriera

    Eddie Murphy

    Carol Burnett Award alla carriera televisiva

    Ryan Murphy



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  • RECENSIONE LE VELE SCARLATTE – LA POESIA VISIVA DI PIETRO MARCELLO

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    [Questa recensione contiene spoiler sulla pellicola in oggetto]

    Dopo il successo di Martin Eden (2019), Pietro Marcello firma il suo terzo lungometraggio di finzione: presentato come film di apertura alla Quinzaine des Réalisateurs del 75° Festival di Cannes, Le vele scarlatte è liberamente tratto dal romanzo di Aleksandr Grin Vele scarlatte del 1923. 

    Ambientato nella Francia rurale del Nord, la pellicola di Marcello si sviluppa tra la narrazione del ritorno di Raphaël (Raphaël Thiéry) dalla Grande Guerra e la crescita della figlia Juliette (Juliette Jouan), tra emarginazione, emancipazione femminile e un pizzico di magia. Pur trattandosi di un piccolo film, Le vele scarlatte si distingue per la sua potenza visiva che dona al lungometraggio un caldo respiro poetico. Il regista casertano sceglie di narrare la travagliata storia di una famiglia francese con tono fiabesco e sognante, acuito da un lirismo sorprendente.

    POESIA E MAGIA 

    Le vele scarlatte si snoda intorno a una duplice rappresentazione della natura che, di conseguenza, si proietta sull’intero impianto narrativo del film. Da un lato la natura paludosa, concreta, così come lo è la realtà contadina in cui Raphaël ritorna dopo aver vissuto sulla sua pelle il dramma della guerra: è una realtà cruda, in cui la comunità ripudia il reduce e lo bolla come reietto dopo la morte della moglie, deceduta indirettamente a causa dello stupro subito dal gestore dell’osteria di paese. Dall’altro, a compensare il realismo narrativo, c’è la natura magica, poetica, incarnata dalla figura di Juliette, creatura bellissima ma anche tenace, che non si lascia sottomettere dal maschilismo imperante della comunità. Questo bilanciamento viene espresso, in particolare, dall’inserzione, da parte di Marcello, di inquadrature che mostrano la bellezza dell’ambiente, acuita da un sapiente uso della luce naturale.

    La vena poetica della pellicola si concretizza, a livello narrativo, con l’aggiunta dell’elemento magico, soprattutto nella seconda parte. L’anziana strega del paese, ostracizzata dalla comunità, incontra spesso la giovane Juliette nella campagna che, durante i loro colloqui, non è più fangosa ma carica di magia. La donna profetizza l’incontro della ragazza con l’amore della sua vita, proveniente da lontano, che giungerà sulle vele scarlatte per portarla via dal villaggio natìo.

    Juliette è un animo solitario, dedita alla musica e al canto, per questo ripudiata dalla società come il padre. È intorno alla sua figura leggiadra come una ninfa di bosco che aleggia l’aura magica che si riflette sulla natura circostante. La protagonista assume in sé sia questo tratto fiabesco, sia la volontà di emancipazione femminile presente a più riprese nel film. Questo dualismo è costante nel corso della narrazione, perfettamente bilanciato. Tuttavia, l’elemento magico che dovrebbe essere fondamentale si perde a scapito di un tratto poetico decisamente più marcato: il realismo “magico” è presente, ma frettolosamente ridotto all’anziana “strega” e a un paio di scene. Sicuramente la durata del film (100 minuti) ha inciso sulla scrittura, in cui si sente la mancanza di una più marcata impronta soprannaturale. Anche i momenti canori – dichiaratamente legati alla magia – riservati a Juliette si sarebbero potuti concretizzare in maniera differente, in una forma più marcata, specialmente nella prima parte del film. In particolare, il legame stesso tra magia e canzoni – come Hirondelle, splendidamente cantata da Juliette – pare, a mente fredda, troppo forzato.

    L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE IN UN MICROCOSMO RURALE

    Le vele scarlatte è calato dentro la Storia: c’è la Grande Guerra, la ripresa economica della Francia, il progresso che avanza alla velocità degli aeroplani e dei treni; Pietro Marcello sceglie i filmati d’archivio, colorati, per restituire l’impianto storico che fa da palcoscenico alle vicende. In contrasto con questo avanzamento, c’è il microcosmo rurale in cui vivono Raphaël e Juliette, caratterizzato da ferree regole non scritte, dalla necessità di lavorare per sopravvivere, ma anche da un forte legame con la natura.

    Reduce dalla realizzazione di Martin Eden, Pietro Marcello è conscio della necessità di elaborare un background storico-culturale dettagliato. Tuttavia, Le vele scarlatte viene percepito fin dalla prima inquadratura come un film “piccolo”, limitato entro una cornice narrativa fiabesca in cui non viene percepita la Storia: essa c’è, ma viene ridotta alla selezione di filmati d’archivio inseriti nel corso del film. Certamente è necessario esperire Le vele scarlatte più come una fiaba di primo Novecento che come un film storico in senso stretto. In questo modo è possibile apprezzare, invece, la capacità di Marcello di delineare vizi e virtù di una comunità rurale della Francia settentrionale: l’attenzione rivolta verso costumi e scenografie contribuisce a ricreare fedelmente l’ambientazione agreste.

    In questo quadro si inserisce il tema dell’emancipazione femminile che inizia a prender forma negli anni del primo Dopoguerra. Specularmente alla forza di Juliette, aleggia, nel corso del film, la madre della giovane, Marie, che in seguito allo stupro subito si auto-condanna alla morte, vagando per la boscaglia per tutta la notte, al freddo, dopo essere stata vittima della violenza. In contrapposizione, Juliette reagisce a un tentativo di stupro per mano del figlio dell’uomo che al tempo inflisse la condanna alla madre della protagonista. Questo parallelismo, che cita (volontariamente o meno) il film Volver (2000) di Pedro Almodóvar, esplicita la capacità delle nuove generazioni di ribellarsi ai soprusi del patriarcato, reagendo in nome della volontà di emanciparsi. Questo elemento viene ben incarnato dalla figura di Juliette, che in virtù della sua natura indipendente e artistica – ella canta e suona il piano – viene additata come “strega” dalla comunità, un marchio che, dagli anni Settanta a oggi, viene riletto dalle femministe come un’invenzione del patriarcato.

    Ma alla fine la salvezza giunge con un uomo. Le vele scarlatte arrivano, Juliette incontra l’aviatore-principe azzurro Jean (Louis Garrel) che la porterà via a bordo del suo aeroplano. Cedendo il passo a un romanticismo fiabesco, il film dunque non incarna appieno la volontà di dipingere un personaggio femminile e femminista. Marcello, in questo senso, resta con un piede in due scarpe: da un lato c’è l’emancipazione di genere, culminante nella scena in cui Juliette si sottrae allo stupro; dall’altro la venuta di un uomo, l’unico che può effettivamente cambiare le sorti della vita di Juliette. 

    UN FIABESCO RACCONTO NOVECENTESCO

    Nonostante le discrepanze riscontrate nella sceneggiatura – scritta a sei mani da Marcello, Braucci, Ameline – Le vele scarlatte resta un prodotto filmico poetico e stilisticamente elegante. Le immagini della natura magica arricchiscono una pellicola a metà tra realismo e fiaba. La colonna sonora, in particolare, restituisce l’atmosfera sognante di questo bel film firmato da uno dei registi più promettenti del panorama italiano. Pietro Marcello, alla sua terza opera di finzione, rimarca il suo talento come regista e sceneggiatore: Le vele scarlatte è pura poesia visiva, una fiaba ai confini del mondo che delizia ed emoziona. 

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  • IL CINEMA HORROR DI MICHELE SOAVI – L’EREDE DIMENTICATO

    Ho fatto il vigile del fuoco. Ho visto tante scene di orrore, macchine contorte con dentro persone alcune ancora vive. Le aprivamo con le motoseghe o delle tronchesi enormi. Questo forse mi ha dato un distacco, perché ormai per noi […] vedere a volte proprio la carne, con i vetri infilati nel corpo, con le lamiere, alcuni morti mozzati: dopo un po’ […] non mi colpiva più.

    Michele Soavi

    Classe 1957, Michele Soavi nasce in una famiglia di artisti e scrittori da cui fin da piccolo riceve quasi per osmosi la passione per l’arte e la pittura. Dopo un’adolescenza scolastica difficile, Soavi comincia subito a lavorare come vigile del fuoco maturando un’esperienza nel rapporto con il dolore e la morte che risulterà centrale per il suo processo di crescita come regista. Negli anni ’70 infatti comincia a lavorare sui set dei b-movie all’italiana collaborando con nomi quali Lucio Fulci (per cui interpreta Tommy Fisher in Paura nella città dei morti viventi), Lamberto Bava (è il Man in Black di Demoni), Dario Argento (per cui reciterà in Tenebre, Phenomena ed Opera) e Joe D’Amato, ma è durante il periodo di crisi che il genere affronta negli anni ’80 che Soavi riesce a compiere il salto da attore ad aiuto regista prima ed a regista poi.

    Proprio verso la fine degli anni ’80, con l’uscita nelle sale del suo primo lungometraggio Deliria, i fan e la critica trovano in Michele Soavi quello che sembra essere l’erede capace di prendere le redini del genere dai grandi nomi che gli avevano fatto scuola e di portare avanti la produzione di un certo tipo di cinema dell’orrore. 

    Così effettivamente fu, almeno fino al 1994. Con l’uscita nelle sale di DellaMorte DellAmore si sancisce infatti l’abbandono dell’horror da parte del cineasta in favore della regia di fiction per la televisione. Qualche sporadico bagliore si presentò successivamente nel 2006 e nel 2008 con l’uscita dei rispettivi Arrivederci amore, ciao e Il sangue dei vinti che marcano una breve parentesi di ritorno alla regia per il grande schermo, ma lasciando comunque da parte il cinema dell’orrore in favore del noir e thriller che aveva contraddistinto fin da subito i suoi lavori televisivi.

    Vogliamo però accompagnarvi oggi indietro nel tempo, per riscoprire le ragioni per cui Michele Soavi forse era effettivamente l’erede designato dell’horror di cui avevamo bisogno ma che forse non ci meritavamo.

    DELIRIA – LO SLASHER SECONDO SOAvi

    Fu quel grande genio di Aristide Massaccesi che […] mi disse: “Michele, ho pensato di farti debuttare, di farti fare a te un film da regista.”

    Michele Soavi

    Partendo dalla sceneggiatura di Luigi Montefiori (che curò anche il soggetto di partenza), Aristide Massaccesi assieme alla sua casa di produzione associata Filmirage presenta a Michele Soavi – già da diversi anni aiuto regia di Dario Argento – il progetto di un tipico slasher a basso costo: un gruppo di giovani adulti facenti parte di una compagnia teatrale si chiude all’interno di un teatro per potersi cimentare in un’intensa sessione di prove, ignari che all’interno della struttura si trova però un efferato serial killer fuggito da un ospedale psichiatrico nelle vicinanze.

    Da una sceneggiatura decisamente semplice ma al tempo stesso ricca di spunti, Soavi crea quello che per molti fu uno degli slasher migliori degli anni ’80. Centrale nel racconto è l’anima metacinematografica con cui Soavi riflette sul cinema attraverso il teatro: una produzione a basso budget, che deve essere realizzata in tempi molto ristretti, con attori sconosciuti che si trovano lì perché devono portare lo stipendio a casa ed un regista che farebbe di tutto pur di mostrare al mondo la sua arte e vendere i biglietti per i suoi spettacoli, tanto che quando viene ritrovata la prima vittima dell’assassino, pensa di utilizzare l’avvenimento a proprio vantaggio per attirare il pubblico. Estremizzazioni, senza dubbio, ma comunque congrue a quelle che erano le produzioni di b-movie horror in quegli anni.

    I personaggi vengono poi messi in scena da Soavi con una certa maestria, poiché da strutture di partenza definite e conosciute – il ragazzo belloccio, la poco di buono, la santarellina, lo strambo –  si dipana un susseguirsi di eventi che non segue sempre ciò che si è soliti aspettarsi dallo slashertipico, esempi ne sono l’attenzione quasi paritaria che l’assassino riserva agli uomini ed alle donne (dove spesso invece per gli uomini si hanno uccisioni più sbrigative, mentre alle donne è riservata la pena maggiore) o la sopravvivenza della insopportabile “poco di buono” fino alle battute finali.

    Dal punto di vista visivo ci si ritrova davanti ad un lavoro che mostra tutte le limitazioni di budget, soprattutto nelle location di alcuni momenti nella seconda metà della pellicola – tenendo comunque conto che questi ambienti così “reali e poco costruiti” potrebbero non essere dei malus, bensì dei punti di forza del prodotto – ma innegabile anche qui è l’ottimo connubio che si genera tra la fotografia della coppia Massaccesi-Tafuri e la regia di Soavi – il quale in primis aggiunse direttamente in fase di produzione alcuni elementi come la sedia rossa su cui siede l’assassino sulle battute finali o la maschera da barbagianni che copre il volto dello spietato serial killer – capace di creare una messa in scena inquietante e divertente anche a trentasei anni di distanza. Un cult senza tempo, troppo poco conosciuto e che meriterebbe invece molte più attenzioni.

    LA CHIESA – L’ULTIMO GOTICO ITALIANO

    Dopo aver curato nel 1989 la regia di seconda unità per Le avventure del barone di Münchausen diretto da Terry Gilliam – che lo stesso Soavi definì più di una volta “il miglior regista vivente” – unisce l’esperienza maturata sul set a quelle passate per dirigere lo stesso anno il suo secondo lungometraggio: La Chiesa.

    Le origini di questa pellicola risalgono però a quattro anni prima, in quel 1985 in cui arrivò nelle sale il primo Demoni diretto da Lamberto Bava – in cui Soavi curò la regia di seconda unità oltre ad interpretare un piccolo ruolo come attore – un grande successo di pubblico che portò alla nascita di un secondo capitolo – sempre diretto da Bava – ed alle basi per un ipotetico terzo capitolo. A causa degli impegni stipulati tra Bava e Fininvest per la realizzazione del film in due parti Fantaghirò il regista romano dovette però rinunciare alla realizzazione di Demoni 3 che finì perciò per essere riscritto da Argento (già produttore dei precedenti) e Franco Ferrini. Grazie al successo di Deliria ed all’esperienza sul set di Gilliam, fu quasi immediata la decisione di Argento di chiamare l’amico Michele per dirigere il film.

    L’intervento di Soavi si presenta fin da subito: con un ruolo attivo già nella stesura della sceneggiatura, l’intento del regista è stato quello di rendere il film più “sofisticato”. Fin dalla prima sequenza questo risulta alquanto evidente: in pieno Medioevo, un gruppo di guerrieri teutonici a caccia di streghe massacra tutti gli abitanti di un villaggio, bruciandolo e seppellendo i corpi in una fossa comune. Spaventati dal male che sembra permeare il luogo, decidono perciò di costruire su quel terreno una cattedrale capace di tenere a bada le oscure presenze.

    Da un incipit chiaramente ispirato al Conan Il Barbaro di John Milius – che Soavi mette in scena con grande maestria, riuscendo ad unire la massiccia violenza visiva all’utilizzo di espedienti registici unici, come la soggettiva dall’interno dell’elmo del cavaliere – la pellicola trasporta lo spettatore in una storia facilmente definibile in due sezioni: una prima più psicologica e misteriosa, in cui l’orrore si manifesta attraverso musiche inquietanti – curate da Keith Emerson e che comprende anche tracce dei Goblin – e sequenze che strizzano l’occhio all’onirico, portando i personaggi in una lenta discesa all’inferno (letteralmente) sotto la cattedrale e che sfocerà poi in una seconda parte della pellicola che torna alla natura originale di quel Demoni 3 mai realizzato, con un escalation di violenza, sangue, gore e body horror che non può non ricordare i fasti di quel cinema horror tipico dei maestri di Soavi ed in particolare Bava.

    Difficile risulta, come tipico di queste pellicole, identificare in un personaggio specifico il protagonista, in quanto tutti quelli che vediamo, uomini e donne, adulti, anziani o bambini sono meri involucri il cui unico scopo è alimentare la violenza e la voglia di sangue di quella che può essere identificata sotto certi aspetti come la vera protagonista: la chiesa stessa. Piccola parentesi per lodare l’ottima prova attoriale di una giovanissima Asia Argento, estremamente in parte nel ruolo della giovane Lotte, simbolo di una nuova generazione di giovani in cerca di libertà e divertimento in fuga dal bigottismo e dalla religiosità oppressiva dei genitori.

    Grande merito va inoltre riconosciuto a tutto il comparto tecnico, in particolar modo alla regia di Soavi, funzionale, fluida e semplice ma sempre capace di generare tensione e mostrare le vicende in maniera artisticamente ispirata, ed alla scelta delle location, divise principalmente tra le misteriose catacombe sotterranee ricostruite in studio e le navate della cattedrale riprese nella chiesa di Mattia a Budapest, capaci di donare al tempo stesso mistero e solennità.

    Vietato originariamente ai minori di 18 anni e poi abbassato ai 14 il film si rivelò uno degli incassi più alti dell’anno in Italia, consacrando ulteriormente Michele Soavi tra i grandi autori horror di quegli anni. Per alcuni questo fu un ulteriore passo di una brillante carriera, mentre per altri si trattava dell’ultimo barlume di speranza prima che calasse il buio.

    LA SETTA – IL ROSEMARY’S BABY ITALIANO

    Lo sceneggiatore è sempre un po’ deluso quando vede il film, perché si è fatto un suo film. Invece con La Setta è stato il primo film in cui ho detto “questo film è meglio di tutto quello che noi avevamo fatto”.

    Giovanni Romoli

    Risulta semplicistico, addirittura errato per alcuni versi ma comunque inevitabile assimilare il film del 1991 diretto da Soavi con il capolavoro datato 1968 di Roman Polanski. Partendo dalla sceneggiatura dal titolo Katacumba scritta da Luca Verdone – fratello di Carlo Verdone e regista di 7 chili in 7 giorni – in accordo con Cecchi Gori, Dario Argento – allora produttore esecutivo del progetto – decise di scartare l’idea e ricreare dalle fondamenta il progetto, riscrivendo assieme a Giovanni Romoli ed a Michele Soavi una nuova sceneggiatura: prende così vita La Setta.

    Con un incipit ambientato nel deserto del Sud della California degli anni ’70, il film mostra una setta intenta ad uccidere alcuni hippie invocando il demonio ed il cui leader sembra avere come obiettivo il generare in carne ed ossa il figlio del Diavolo. Nel 1991, Miriam Kreisl – a cui da volto e voce Kelly Curtis, figlia di Janet Leigh e sorella maggiore di Jamie Lee Curtis – una giovane maestra di scuola elementare di Francoforte investe inavvertitamente un misterioso anziano, che accompagna nella sua abitazione per scusarsi dell’accaduto ed aiutarlo a rimettersi in sesto. 

    Dove la pellicola di Polanski metteva in scena il concepimento dell’Anticristo già nelle prime scene seguito poi da un continuo senso di oppressione provato dalla protagonista a causa delle sempre più pressante presenza dei membri della setta, Soavi decide di mostrare solo sul finale l’atteso concepimento e l’arrivo del nascituro anticipando il momento con un susseguirsi di sequenze oniriche e sovrannaturali che contribuiscono alla personale discesa della protagonista nel suo inferno personale. Centrale risulta il ruolo che Soavi affida agli animali presenti nel film: il coniglio, di cui la protagonista possiede un esemplare albino in casa e che rappresenta fertilità e rinascita qui travisati nel dare al mondo il male; il pellicano, traviato qui dalla simbologia cristiana del sacrificio di Cristo a quello delle numerosi morte della pellicola per versare il sangue necessario per il rituale; ed infine lo scarafaggio, animale spesso associato alla paura, all’ansia ed alla presenza di oscure forze dentro il proprio corpo: non a caso nella pellicola viene posto sul volto dormiente della protagonista andandosi poi ad infilare in una narice, preparando all’interno della ragazza il seme per il demonio.

    Non senza problemi tutto questo viene messo in scena, soprattutto a causa di una sceneggiatura con un ottimo spunto di partenza che viene però snocciolato con l’avanzare della vicenda in maniera a tratti scontata e ad altri eccessiva, fino al finale eccessivamente sopra le righe e per cui risulta necessaria una grande sospensione dell’incredulità e che finisce per far crollare tutta la tensione fino a quel momento accumulata.

    Una lancia va però infine spezzata per le ottime prove attoriali dei due personaggi principali, messi in scena dalla sopracitata Kelly Curtis – scelta da Argento, rimasto estremamente soddisfatto dalla prova tanto da giudicarla addirittura più brava della sorella – e da Herbert Lom – l’ispettore Dreyfus de La Pantera Rosa – che sul fine della sua carriera riesce ancora a brillare donando un’ottima caratterizzazione al vecchio pazzo Moebius.

    Una pellicola di pregevole fattura soprattutto sul lato tecnico e che mostra tutta la maturazione raggiunta da Soavi che riesce a donare fascino e mistero ad una storia interessante anche se a tratti problematica, che presentò infatti al botteghino risultati altalenanti scremando il pubblico e preparandolo al film successivo, da molti definito il canto del cigno del cineasta.

    DELLAMORTE DELLAMORE – IL CANTO DEL CIGNO

    Era un film anomalo: non solo era un film di genere, poteva riuscire un fiasco micidiale per la sua stupidità; nel senso che, comunque, aveva come background un umorismo da fumetto […] puoi pure pensare di trasportarlo uguale nel cinema, quel tipo di umorismo, ma non è così: se lo rifai uguale fai una cazzata; […] la gente o vuole ridere o vuole avere paura, in mezzo non c’è niente: se ci vai esplori una terra di nessuno.

    Michele Soavi

    Bisogna attendere il 1994 per vedere Michele Soavi nuovamente in sala e ciò avviene grazie all’adattamento del romanzo di Tiziano Sclavi DellaMorte DellAmore di cui la pellicola prende in prestito anche il titolo. Per molti il nome di Sclavi significa solo e soltanto Dylan Dog, ma pochi sanno che proprio il libro – scritto nel 1983 ma pubblicato soltanto nel 1991 – funge da precursore spirituale del più famoso indagatore dell’incubo italiano.

    Protagonista della vicenda è Francesco DellaMorte, becchino del cimitero di Buffalora impegnato ad affrontare una misteriosa “epidemia” che sembra riportare in vita i morti entro sette giorni dal decesso. Assieme a lui si presentano poi sullo schermo altri personaggi bizzarri, dall’aiutante Gnaghi affetto da disabilità intellettiva alla misteriosa ma affascinante vedova con un debole per gli ossari – interpretata magistralmente da una giovanissima Anna Falchi. Chiunque abbia letto almeno un albo dei fumetti di Sclavi si sarà già reso conto di come questo racconto presenti uno stile molto simile a quello tipico dei racconti di Dylan Dog, il tutto enfatizzato ulteriormente dalla presenza di Rupert Everett nei panni del protagonista, attore a cui Sclavi si ispirò originariamente per le fattezze del Dog fumettistico.

    L’aspetto surreale ed onirico già presente nei precedenti lavori di Soavi viene qui portato all’estremo, creando una pellicola in cui ogni singolo fotogramma appare come uscito da un sogno o da un quadro surrealista – con tanto di appassionante bacio ispirato a Gli Amanti di Magritte – in cui violenza e sangue si mischiano ad un umorismo nero in una continua escalation di allucinanti sorprese che conduce ad un finale sopra le righe e che lascia lo spettatore emozionato ma confuso, proprio come alla fine di un misterioso sogno che si trasforma presto in un incubo tra zombi motociclisti, teste di sposa parlanti, stracci che si ricompongono a formare la Morte, spiritelli, inquietanti dopplegänger e strani omicidi.

    Un film per pochi, per un pubblico accuratamente specifico e di nicchia. Non sorprende perciò che, in maniera simile a quanto successo con la pellicola precedente, anche questo film non si rivelò il successo sperato portando così il cineasta ad abbandonare definitivamente il genere ed a rifugiarsi, come tristemente annunciato ad inizio articolo, nei lidi della produzione televisiva. Una piccola consolazione il fatto che con gli anni questi film sembrano aver raggiunto lo status di cult, con la speranza che un giorno Michele Soavi venga riscoperto e magari torni, chissà, ai lidi dell’orrore, lasciandosi così alle spalle l’epiteto di erede dimenticato.

    La morte, la morte,

    La morte cha arriva.

    La morte schifosa, la morte lasciva.

    La morte che vola, la morte normale

    Che cela del mondo pietosa ogni male.

    La morte che vive, la vita che muore,

    La morte, la morte.

    La morte e l’amore

    Che aspettano insieme l’eterno giudizio

    E non hanno mai fine, non hanno mai inizio.


  • TOP 10 2022 – FRAMES CINEMA AWARDS

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    Il 2022 è finito da pochi giorni ed è finalmente tempo di bilanci. Anche quest’anno vi proponiamo dunque la nostra top 10 di redazione, ma anche quella dei film che voi avete preferito, estrapolata da una serie di sondaggi fatti sul nostro profilo Instagram negli ultimi giorni dell’anno.

    Purtroppo neanche il 2022 è stato l’anno della rinascita della sala cinematografica, che in Italia, nonostante un incremento di presenze del 79% rispetto all’anno precedente, continua a soffrire una grave crisi di pubblico, senza riuscire più a raggiungere i livelli pre pandemici (-50% di pubblico rispetto al triennio 2017-2019). Anche quest’anno gli esercenti possono tornare a sorridere soprattutto grazie a pochi blockbuster, tra cui l’attesissimo Avatar: la via dell’acqua, il sequel del film culto di James Cameron del 2009 che tutti noi attendavamo da troppo tempo, e che in poco più di due settimane ha già raggiunto i 30 milioni di incassi in Italia, con un andamento superiore al film fenomeno dello scorso anno Spider-Man: No Way Home

    Nel box office annuale troviamo nelle prime posizioni anche Top Gun: Maverick, film di Joseph Kosinski che è riuscito a portare in sala non solo i nostalgici degli anni ’80, ma anche un’importante fetta di pubblico giovanile, The Batman di Matt Reeves, film con cui la Warner Bros. è riuscita a produrre, finalmente, un successo sia di pubblico che di critica, mostrando ancora una volta come le storie legate al mondo dell’uomo pipistrello siano, di gran lunga, le più interessanti nel mondo della DC Comics. Infine, molto deludente quest’anno, è stata la Marvel, che ha fallito due importanti appuntamenti: il primo, il nuovo Doctor Strange: nel multiverso della follia di Sam Raimi, che seppur sia andato decisamente bene al botteghino non è stato molto apprezzato né dalla critica né tantomeno dal pubblico, ma soprattutto Thor: Love and Thunder, diretto da Taika Waititi, che possiamo dire con certezza di essere stata una delle più grandi delusioni dell’anno, sia per i fan Marvel che per quelli del regista neozelandese.

    Il prossimo triennio sarà fondamentale per comprendere quale sarà il futuro della sala cinematografica: vedremo se il pubblico tornerà ad apprezzare i film sul grande schermo o se questo settore cambierà totalmente, prediligendo la visione casalinga per tutta quella popolazione italiana che non si trova nelle grandi città metropolitane.

    Per quanto riguarda noi spettatori, anche questo è stato un anno piuttosto generoso che ci ha regalato tante prime visioni indimenticabili. Tra gli altri, abbiamo potuto assistere al ritorno del duo Guadagnino/Chalamet, una coppia che ancora una volta funziona alla perfezione regalandoci un film molto intenso e stratificato come Bones and All; abbiamo sbirciato dentro i ricordi di infanzia di un mito come Steven Spielberg, che con il suo The Fabelmans ci ha fatto sognare e ritornare bambini, per non parlare dell’incredibile opera portata in scena da Paul Thomas Anderson, ovvero Licorice PizzaMa ce ne sarebbero moltissimi altri: il ritorno di Cronenberg, la doppietta di Guillermo Del Toro con La fiera delle illusioni e Pinocchio, i nuovi film di Jordan Peele e Robert Eggers, il fenomeno Blonde di Andrew Dominik e così via. Impossibile racchiudere in un articolo tutte le uscite dell’anno, per questo vi invitiamo a seguirci con costanza e non perdervi nessuno dei nostri contenuti e nessuna nostra recensione.

    Facciamo una doverosa premessa: per essere ammessi alla classifica finale, un film doveva essere visto da almeno cinque redattori. Sono abbastanza, dunque, i film che in pochi di noi hanno visto ma che volevamo consigliarvi comunque. Tra questi c’è Stringimi forte, film francese di Mathieu Amalric, disponibile per il noleggio su Rakuten Tv; ma anche Cha Cha Real Smooth, film di Cooper Raiff originale Apple+ che trovate, appunto, sul servizio streaming di Apple; ma anche alcuni documentari come Gli ultimi giorni dell’umanità, scritto e diretto da Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, presentato a Venezia e purtroppo introvabile al momento, o Moonage Daydream, diretto da Brett Morgen e incentrato sulla figura di David Bowie e disponibile per il noleggio online. Potete trovare la lista completa di queste perle da riscoprire sul nostro profilo Instagram: post 1 e post 2.

    Sul nostro profilo Instagram potete trovare anche un post dedicato ai film che ci hanno deluso (potreste notare film presenti anche in Top, questo perché nel post sono presenti le delusioni dei singoli redattori) e un post dedicato ai flop dell’anno.

    Ma iniziamo a parlare di classifiche. Ecco la top 10 scelta dai nostri followers:

    10. Avatar – La via dell’acqua (James Cameron, 2022, disponibile al cinema);
    9. Pinocchio 
    (Guillermo Del Toro, 2022, disponibile su Netflix);
    8. Everything Everywhere All at Once 
    (Daniel Scheinert e Daniel Kwan, 2022);
    7. Nope
    (Jordan Peele, 2022, disponibile per il noleggio);
    6. La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
    (Guillermo Del Toro, 2021, disponibile su Disney+);
    5. Crimes of the Future
    (David Cronenberg, 2022);
    4. The Northman (Robert Eggers, 2022, disponibile su Sky);
    3. Bones and All
    (Luca Guadagnino, 2022);
    2. The Fabelmans
    (Steven Spielberg, 2022, disponibile al cinema);
    1. Licorice Pizza
    (Paul Thomas Anderson, 2021, disponibile su Prime);

    E, dulcis in fundo, la classifica stilata dalla nostra redazione. Ma prima, ci sentiamo in dovere di spiegare ai nostri lettori i criteri usati per questa top 10. Ogni redattore ha avuto il compito di assegnare ad ogni film che fosse uscito in Italia nel 2022 un voto da 1 a 100. Dopodiché, ad ogni film veniva anche assegnato un punteggio bonus derivante dalle top 10 dei singoli redattori e redattrici (10 punti al primo, 1 punto al decimo…). Questo bonus andava a sommarsi con la media voto del film e da lì si ricavava il punteggio finale, quello utilizzato per stilare la classifica.

    10. Top Gun: Maverick (Joseph Kosinski, 2022, disponibile su Paramount+) – 119,6 punti;
    9. Blonde (Andrew Dominik, 2022, disponibile su Netflix) – 120,2 punti;
    8. Bones and All (Luca Guadagnino, 2022) – 124,9 punti;
    7. Nope (Jordan Peele, 2022, disponibile per il noleggio) – 125,4 punti;
    6. Pinocchio (Guillermo Del Toro, 2022, disponibile su Netflix) – 133,3 punti;
    5. Ennio (Giuseppe Tornatore, 2022, disponibile su Tim Vision) – 144,3 punti;
    4. The Fabelmans (Steven Spielberg, 2022, disponibile al cinema) – 153,1 punti;
    3. Elvis (Baz Luhrmann, 2022, disponibile su Infinity) – 168,5 punti;
    2. Avatar: la via dell’acqua (James Cameron, 2022, disponibile al cinema) – 170,7 punti;
    1. Licorice Pizza (Paul Thomas Anderson, 2021, disponibile su Prime) – 236,7 punti;

    E invece, secondo voi, qual è stato il miglior film dell’anno? Vi trovate d’accordo con le scelte prese dalla nostra redazione? Noi intanto vi diamo appuntamento al prossimo anno con la seconda edizione dei Frames Cinema Awards, sperando che questo sia l’anno della definitiva rinascita del cinema e della sala cinematografica.

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  • OMBRE DA ORIENTE – MILLENNIUM MAMBO (2001) DI HOU HSIAO-HSIEN

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    Il cinema di Hou Hsiao-hsien

    Presentato in concorso al Festival di Cannes 2001, Millennium Mambo (Qianxi Manbo) è probabilmente il film più celebre di Hou Hsiao-hsien (1947-), protagonista indiscusso della Nouvelle Vague taiwanese insieme al compianto Edward Yang. Nel corso della sua lunga carriera, Hou è stato tra i più lucidi cantori della storia di Taiwan, che ha spesso posto sullo sfondo di racconti dal tono autobiografico (A Time to Live, A Time to Die, 1985) e grandi saghe famigliari (Città dolente, 1989, Leone d’Oro a Venezia). Millennium Mambo, differentemente da molti film precedenti di Hou, si ambienta nel presente, ma non rinuncia a riflettere sulle condizioni di Taiwan e dell’intera Asia orientale all’alba del nuovo millennio, pur facendolo in maniera completamente implicita: se in passato i riferimenti alla storia nei film di Hou erano espliciti, qui sono piuttosto le emozioni e i sentimenti a evocare paralleli storici. I personaggi e le loro relazioni paiono divenire correlativi oggettivi dello spirito del tempo e di ciò che esso porta con sé.

    Un mambo di inizio millennio

    Millennium Mambo narra la vicenda di Vicky (interpretata da Shu Qi, alla sua prima collaborazione con il regista: avrebbero poi lavorato insieme anche in Three Times, 2005, e The Assassin, 2015), la cui voce narrante ci racconta dal 2011 della sua giovinezza burrascosa a Taiwan nel 2001. Tra serate in discoteca, alcol, droghe e sigarette, la ragazza conosce Hao-Hao, un ragazzo con ben poca voglia di lavorare, con cui intraprende una relazione passionale, che sfocia spesso in gelosie, scontri e litigi. Vicky inizia poi a lavorare come accompagnatrice in un locale notturno e lì conosce Jack, un uomo maturo proprietario di un café, da cui finisce per rifugiarsi dopo le crisi con Hao-Hao. In definitiva però nessuno dei due uomini riuscirà a riempire di vita le giornate di Vicky, afflitte dal tedio e dall’incertezza circa il proprio destino

    Hou si affida per la sceneggiatura alla fida Chu Tien-wen, tra le maggiori scrittrici taiwanesi, e realizza un film rarefatto, in cui il dialogo è quasi assente e ci si muove di scena in scena cullati dalle luci al neon (splendida la fotografia di Mark Lee Ping-bing) e dalle musiche techno pressoché incessanti: Millennium Mambo è un film-flusso-di-coscienza che ha il ritmo di una danza moderna, a cui la giovane protagonista pare abbandonarsi, lasciandosi trasportare dal proprio spleen in un momento di forte incertezza per il proprio destino e per la direzione da intraprendere nella propria vita. Quello di Vicky è un corpo mosso dalle onde del tempo e dagli stimoli del sentimento, che pare aver definitivamente abbandonato qualsiasi appiglio con la razionalità. Hou coglie così “il disorientamento e la paradossale bellezza del presente” (P. Mereghetti), in cui la sinuosità e avvenenza dei giovani corpi – esaltate dai fluidi piani sequenza realizzati dal regista, quasi alienanti per imprevedibilità e lentezza – si scontrano con il senso di smarrimento che pare incombere su ogni personaggio.

    Ansie e malinconia di fine millennio

    L’incertezza e il disorientamento di Vicky non possono che riflettere il senso di angoscia che regnava nel mondo e in Asia orientale in particolare alla fine del millennio. I film che riflettono sull’angoscia di fine millennio sono tanti (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow, 1995), come se la profezia medievale “mille e non più mille” avesse trovato una concretizzazione cinematografica, ma in Oriente le angosce di fine Novecento erano più politiche che apocalittiche e finirono per trovare rappresentazione in molti dei migliori film asiatici dell’epoca, in particolare a Hong Kong, nazione dalla lunga tradizione cinematografica, che nel 1997 venne ceduta dal Regno Unito, di cui era stata una colonia per lungo tempo, alla Repubblica Popolare Cinese (lo stesso destino toccò, nel 1999, alla colonia portoghese Macao). Negli studi sulla storia di Hong Kong si parla esplicitamente di handover anxiety, l’ansia per l’imminente riconsegna alla Cina (e per le conseguenze che, si temeva, ne sarebbero seguite, in termini di libertà e qualità della vita) che si diffuse nel paese fin dagli anni Ottanta. L’handover anxiety è rappresentata alla perfezione in numerosi film di grandi registi di Hong Kong, come Wong Kar-wai e John Woo. Hou Hsiao-hsien, dalla prospettiva taiwanese, pare riflettere nel personaggio di Vicky l’ansia di un tempo in cui, probabilmente, si temeva che anche Taiwan (stato indipendente de facto, ma sostanzialmente non riconosciuto nel mondo e da sempre reclamato dalle autorità di Pechino come una propria provincia) avrebbe potuto seguire un destino simile, proprio in anni in cui invece nel paese si stava consolidando una tradizione democratica. Dopo affreschi storici e film espressamente politici, Hou adotta dunque un taglio completamente intimista, ma non rinuncia a caricare il proprio giovane personaggio principale del peso del suo tempo. Eppure la voce narrante al passato della protagonista, pur con tono distaccato, rivela una forte malinconia per quel 2001 di mestizia e smarrimento, in cui però la giovinezza apriva alla speranza, al desiderio e al piacere. Del 2011 da cui Vicky racconta, in terza persona, la storia sua, di Hao-Hao e di Jack lo spettatore non vede nulla. Forse solo la prima splendida e misteriosa sequenza del film, in cui Vicky, fuori dal tempo e dallo spazio, attraversa un ponte pervaso da luci al neon e ci rivela, chissà, di trovarsi in un luogo di passaggio e di stare ancora camminando, in cerca della propria via per il futuro.

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  • RECENSIONE LE OTTO MONTAGNE – CHI FUGGE E CHI RESTA

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    Alessandro Borghi e Luca Marinelli tornano a recitare insieme dopo l’incontro fulminante in un film che è già culto, Non essere cattivo di Claudio Caligari, per interpretare nuovamente la storia di un’amicizia maschile complessa e grandiosa come il profilo di una montagna. Le Otto Montagne, scritto e diretto dalla coppia, cinematografica e di fatto, composta da Felix Van Groeningen (Alabama Monroe, Beautiful Boy) e Charlotte Vandermeersch, è un adattamento dell’omonimo e amatissimo romanzo di Paolo Cognetti, che nel 2017 aveva trionfato al premio Strega. 

    Il rapporto tra i due protagonisti, Pietro e Bruno, attraversa le inclinazioni del tempo ma non quelle dello spazio, che rimane invece invariato dall’infanzia all’età adulta. I due amici trovano infatti nella montagna il punto fermo della loro amicizia, lo spazio perfetto per l’incontro tra due mondi distanti. Pietro viene da Torino e la montagna rappresenta per lui «Il tempo della leggerezza» che si alterna inevitabilmente al «tempo della gravità», quello trascorso in città, scandito dai suoni invadenti delle macchine e da lunghe giornate trascorse al chiuso tra i muri di casa e di scuola. Bruno invece fonde già durante l’infanzia la sua vita e la sua formazione con le rocce delle montagne, creando un legame così solido che lo porterà a non desiderare mai di vedere cosa c’è al di là delle alte vette. 

    La montagna così si delinea da subito come la terza, silenziosa, protagonista del film, ritratta con un formato 4:3, quadrato, che serve l’intento di non ridurre il paesaggio a cartolina quanto quello di mantenere sempre saldo, ad ogni inquadratura il legame con i personaggi che lo abitano. Il rischio da non correre nella resa fotografica era chiaro -viene esplicitato anche all’interno della sceneggiatura proprio dal montanaro Bruno- cioè quello di assumere una prospettiva esterna, restituendo l’immagine della montagna semplicemente come natura, un concetto astratto che romanticizza gli aspetti più aspri della vita in alta quota. La supervisione di Paolo Cognetti sul progetto in questo senso è risultata decisiva, un maestro di montagna che ha guidato e messo alla prova gli autori e gli interpreti coinvolti radicandoli nel territorio. 

    Pietro arriva sulle alpi valdostane da villeggiante ed entra in contatto con la montagna grazie alla profonda passione che il padre nutre per le lunghe escursioni, preziosi momenti che  rappresentano l’unica forma di evasione che si concede in una vita completamente dedita al lavoro. Nonostante questo, con il trascorrere degli anni, i ricordi che legano lui, suo padre e le alpi si fanno via via più rari, complice un rapporto difficile dove incomprensione e distanza diventano altezze insormontabili. Ed è anche da qui, dal difficile tentativo di venire a patti con l’eredità paterna – sia concreta che astratta – che si rinforza definitivamente il legame tra Pietro e Bruno. Se il primo si era allontanato dal padre in gioventù ribellandosi all’idea di vita che quest’ultimo desiderava per lui, il secondo si trova invece costretto, almeno inizialmente, a seguirne le tracce, diventando anch’esso muratore, per poi recidere altrettanto duramente, in età adulta, questo legame. 

    D’altra parte anche il rapporto tra Pietro e Bruno non scorre in modo lineare, conosce allontanamenti e silenzi che durano quasi vent’anni. Durante questo tempo Bruno stringe un rapporto sempre più forte con le proprie origini mentre Pietro sceglie di abbandonare completamente questo tassello della sua formazione. Come accade però nei grandi rapporti, caratterizzati da un’intesa che oltrepassa la quotidianità, il tempo trascorso non rappresenta un ostacolo ed è proprio sui silenzi che invece si costruisce la comprensione dell’altro. 

    A dare profondità alla ricerca e all’essenzialità espressiva di Pietro c’è Luca Marinelli la cui sensibilità e introversione trovano un proseguimento naturale con l’interpretazione del personaggio. Alessandro Borghi invece torna a misurarsi con la trasformazione del proprio corpo, lavorando in particolare sull’accento, e ci restituisce una delle sue interpretazioni più riuscite e credibili. 

    Le Otto Montagne è un ritratto libero dell’amicizia che riesce a costruire sui contrasti un orizzonte comune. I percorsi, come anche le bussole che guidano i protagonisti sono radicalmente diversi: pochi punti ma fissi per Bruno, una ricerca incessante, in continuo divenire per Pietro. Come due facce complementari della stessa medaglia, capita anche che amino le stesse persone, ma questo accade sempre in momenti sfalsati. Il viaggio di scoperta intrapreso da Pietro concede poco spazio alla presenza di affetti stabili nella sua vita e spesso Bruno sembra invece saperne colmare le mancanze, come accade prima con il padre e poi con la fidanzata, lasciando in Pietro non solo con la consapevolezza che Bruno sia una delle parti migliori di sé ma anche con  il dubbio che possa essere in fondo un uomo migliore. 

    Non interessa però sapere chi tra i due possa avere ragione, resta infatti senza risposta il quesito esistenziale posto dai saggi del popolo nepalese nel quale si imbatte Pietro: in un mondo fatto a ruota, composto da otto mari e otto monti, con una grande vetta al suo centro – chiamata monte Sumeru- impara di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è salito in cima al monte Sumeru? 

    L’unica risposta certa risiede nel prestare attenzione alle sfide, alle risate, ai silenzi, alle increspature della vita che portano Bruno e Pietro a condividere la scalata più difficile, quella verso la comprensione di sé stessi. 

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  • CHARLIE CHAPLIN – UN CORPO CHE PARLA

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    Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.

    La camminata clownesca del vagabondo Charlot, il suo bastone da passeggio e i suoi vestiti larghi, i suoi sguardi languidi e ingenui, le sue buffe e molteplici espressioni: sono anche questi gli elementi iconici che hanno consacrato il nome di Charlie Chaplin nel tempo. Il suo contributo artistico è stato immenso al punto da essere ancora considerato una delle più grandi star della storia del cinema, persino dagli spettatori più generalisti e meno impegnati. Ciò non sorprende considerando il panorama cinematografico con cui ci confrontiamo ogni giorno, sempre più simile per fruizione a quello dei primi anni del Novecento. Si tratta, infatti, di un cinema delocalizzato, abituato alla rapidità, alla brevità dei filmati e alla spiccata dimensione attrattiva dei prodotti multimediali. Al giorno d’oggi, la fruizione del grande pubblico è decisamente più interessata all’evasione che alla riflessione. Un tipo di visione che per certi versi sembra avvicinare il cinema odierno a quello delle origini. La cinematografia di Chaplin continua a funzionare proprio per la sua immediatezza, ma anche per le tematiche universali ed eterne che affronta. Tra le principali: la diversità, l’inarrestabile trascorrere del tempo, l’evoluzione delle tecnologie, l’istinto alla sopravvivenza, la pietà umana e la speranza dinanzi alle difficoltà e agli orrori della guerra. Temi messi in scena attraverso gag comiche e situazioni drammatiche che, nella stragrande maggioranza dei casi, terminano con un lieto fine. Quest’ultimo dettaglio valse all’attore l’accusa di buonismo da parte di numerosi critici e colleghi.
    Tuttavia, l’universalità del suo cinema è sicuramente una delle tante ragioni per le quali Charlie Chaplin è ancora sulla bocca di tutti dopo più di cento anni e continua ad avvicinare intere generazioni alla sua comicità. Apparentemente molto semplice, la comicità di Charlie Chaplin è in realtà molto complessa, ma non per questo meno universale. Fortemente convinto della superiorità del linguaggio del corpo sulle parole, Chaplin portò avanti un cinema di intrattenimento che fu in grado di reinventarsi negli anni. Dopo i primi film leggeri in seguito attraversò fasi decisamente più impegnate, in particolare dopo l’avvento del sonoro e le esperienze delle due guerre mondiali.  Nonostante le numerose comiche nei confronti della società americana e dei nazionalismi, Chaplin non poteva definirsi un rivoluzionario sul piano sociale e politico. Chaplin non voleva sovvertire alcunché che non fosse il cinema. Quella era la sua rivoluzione personale. Un artista che, a differenza di molti della sua generazione, riuscì a sfruttare i cambiamenti storici e i mutevoli gusti del grande pubblico per accrescere e modellare la propria arte.

    COME CHARLES SPENCER DIVENNE CHARLIE CHAPLIN

    Charles Spencer nacque a Londra il 16 aprile 1889. Come la famiglia di Keaton, anche quella di Chaplin era composta da attori di varietà che lo trascinarono sulla scena sin dalla tenera età.
    Nel 1910 la famiglia Spencer emigrò in America, dove solcò i palchi statunitensi fino al 1912. L’anno seguente sarebbe iniziata l’avventura davanti la macchina da presa del giovane Charlie grazie alla figura di Mack Sennet, che abbiamo già incontrato nell’articolo precedente su Buster Keaton. Charlie venne assunto per soppiantare Ford Sterling, un attore comico che aveva minacciato di lasciare Sennet e il suo pessimo carattere. Questa esperienza fu fondamentale per Chaplin e gli consentì, in poco tempo, di farsi un nome all’interno dei Keystone Studios e della scena slapstick. L’anno successivo il personaggio iconico Charlot prese ufficialmente vita. Chaplin più volte ha affermato di aver assemblato il proprio costume scegliendo indumenti a caso nel guardaroba dello studio. Già nella comica Kid auto races at Venice del 1914, Chaplin compare in campo indossando l’iconico costume da tramp (trd. vagabondo) composto da scarpe larghe, pantaloni ampi, giacca e panciotto sgualciti e di seconda mano, bombetta, baffi e bastone da passeggio. Un personaggio che, nonostante la povertà cui è costretto, non vuole mai rinunciare all’eleganza, ma soprattutto alla dignità. Charlot, tuttavia, non si atteggia a gentiluomo, ma lo è per natura. Per tale ragione, non esita mai a prodigarsi per l’altro o a disprezzare le ingiustizie, al punto da risultare spesso impertinente nei confronti delle autorità. Come scrisse l’attore nelle sue memorie: 

    [Charlot è] un vagabondo, un gentiluomo, un sognatore, un poeta, un solitario in cerca d’affetto d’amore e di avventure, capace anche di raccogliere le cicche delle sigarette dal marciapiede, di rubare le caramelle a un bambino in culla e all’occorrenza di sferrare calci nel sedere a una signora chic.

    Un clown buffo e al tempo stesso una maschera tragica. Humor e commozione. In questa dicotomia risiede la forza immortale di questo personaggio e la formula comica del suo cinema. A tal proposito, Chaplin raccontò:

    Mi è rimasto in mente un incidente. In fondo alla via c’era un macello, e davanti a casa nostra passavano le pecore ivi destinate. Ricordo che ne scappò una, e corse giù per la strada tra le risa degli astanti. Alcuni tentarono di acciuffarla, altri inciamparono e caddero per terra. Mi ero divertito un mondo alle capriole dell’animale, tanto sembrava comico il suo panico. Ma quando esso fu catturato e ricondotto al macello, compresi tutta la realtà della tragedia e corsi a casa da mia madre strillando e piangendo: «L’ammazzano! L’ammazzano!». Per parecchi giorni non riuscii a dimenticare la buffa caccia di quel rigido pomeriggio di primavera; e mi domando se non fu proprio quell’episodio a creare la premessa delle mie future opere cinematografiche: la combinazione di tragico e di comico. 

    Charlot è un reietto che vive ai margini della società e che, per questo, non conosce la cattiveria né l’egoismo e non pratica mai l’ingiustizia; al contrario è lui stesso ad essere oggetto di derisione in virtù della sua purezza, della sua umanità e della sua ingenuità infantile. Accanto a ciò, il vagabondo sa essere anche molto astuto e testardo. Nonostante le numerose disgrazie, Charlot non si butta mai giù di morale riuscendo sempre, in un modo o nell’altro, a cavarsela o a vedere il bicchiere mezzo pieno, e mai mezzo vuoto. La forza di questo personaggio risiede proprio nella sua semplicità, ma anche nell’espressività e nei frenetici numeri acrobatici in cui è spesso coinvolto involontariamente. Ad ogni modo, Charlot è molto diverso dal personaggio di Buster Keaton. Se da un lato c’è un volto impassibile, scultoreo e un corpo di gomma, dall’altro vi è un tramp estremamente espressivo, impacciato e dallo sguardo dolce. Charlot, inoltre, si rapporta ai sentimenti in modo decisamente diverso da Buster: il vagabondo, pur essendo preda della timidezza e della goffaggine, appare decisamente più tenace dinanzi alle situazioni al punto che molto spesso si butta alla cieca affidandosi alla propria pancia. E’ un personaggio indiscutibilmente più istintivo che, anche in seguito all’affermazione del sonoro, continuerà ad esprimersi e a comunicare principalmente attraverso il proprio corpo, i propri occhi e raramente attraverso la propria voce.

    L’UNIVERSALITÀ DEL LINGUAGGIO DEL CORPO

    Quando si parla di slapstick comedy non si può che far riferimento al corpo, strumento privilegiato dai performers nelle loro gag fisiche. Il corpo degli attori slapstick pareva fatto di gomma: l’avrebbero potuto sottoporre a qualsiasi vessazione fisica, ma sarebbe sempre tornato come prima. In questo sta la comicità delle gag e del genere stesso.
    Con l’avvento del sonoro molti attori del muto furono messi da parte dal momento che, apparentemente, il corpo sembrava aver lasciato posto alla parola. A differenza di Keaton o della Swanson, Charlie Chaplin e il suo cinema furono in grado di sopravvivere all’avvento della parola sul grande schermo; eppure, Chaplin sarà uno dei grandi sostenitori della superiorità del linguaggio fisico su quello verbale. Il corpo del suo Charlot era in grado di parlare senza emettere alcun suono giacché il corpo è di per sé uno straordinario strumento di comunicazione in grado di attraversare barriere culturali e linguistiche nazionali.

    Dall’avvento del sonoro, non riuscivo a fare progetti per il futuro. […] Certuni mi dissero che il vagabondo poteva anche acquistare la parola. La cosa era inconcepibile, perché la prima parola che avesse pronunciato lo avrebbe trasformato in un’altra persona.

    Il cinema muto è universale poiché in grado di parlare allo spettatore attraverso un linguaggio interiore, implementato grazie ai movimenti dell’attore e al silenzio. Il gesto degli attori e la loro espressività scandivano la narrazione, davano voce ad essa accompagnando il pubblico nella costruzione di questo dialogo interiore. Per queste e molte altre ragioni, Chaplin valorizzò il corpo a discapito della voce, anche negli anni successivi al periodo del muto.
    Nei primi anni di diffusione, il rapporto con il sonoro fu particolarmente problematico tanto per le professionalità interne quanto per i teorici del cinema. Vi erano due problematiche di fondo, una esclusivamente pratica e una più filosofica. Nel primo caso questa importante novità trascinò dietro di sé una serie di problematiche inerenti all’aspetto tecnico della registrazione, che doveva fare i conti con la rumorosità del set, un luogo brulicante di professionalità, caotico e tutt’altro che silenzioso; nel secondo caso, invece, è necessario riflettere sul dibattito che si sviluppò in quegli anni, al quale presero parte registi e teorici di tutto il mondo, come Sergej Ejzenštejn, Pudovkin, Boris Ejchenbaum e lo stesso Charlie Chaplin.  Vi furono alcune posizioni estremamente contrarie al sonoro e alle possibilità offerte da questa innovazione tecnologica. Tra le tante teorie ricordiamo quella di Rudolf Arnheim. Nel saggio Nuovo Laocoonte il filosofo tracciò alcuni tratti specifici e immutabili che definiscono la natura del medium cinematografico. Alcune di queste caratteristiche: la rappresentazione bidimensionale di oggetti e spazi tridimensionali; l’assenza di suono e di colore; la composizione di forme visive all’interno dell’inquadratura; la frammentazione degli spazi e dei tempi e il loro assemblamento attraverso il montaggio; infine, la necessità di tradurre le sensazioni non visive e sensoriali attraverso le immagini. Questi fattori differenzianti distinguono nettamente il cinema muto dagli altri media, tra i quali la radio. Se il cinema muto è tale proprio in virtù del suo esprimersi attraverso le immagini in movimento, la radio, invece, opera attraverso i suoni senza ricorrere alle immagini. Secondo il filosofo, pertanto, i due media non dovrebbero mai contaminarsi a vicenda poiché impegnati su due campi totalmente diversi che designano la loro individuale specificità. Da qui il rifiuto da parte di Arnheim di tutte le possibili evoluzioni tecnologiche in campo cinematografico come il sonoro, il colore e la stereoscopia.
    Alla posizione di Arnheim si affianca quella di Chaplin, che diede voce alla paura diffusa secondo la quale il sonoro avrebbe finito per assoggettare a sé tutte le altre componenti espressive riducendo l’autonomia del gesto e del movimento, considerate da Chaplin le peculiarità del cinema. In aggiunta a ciò, vi era il rischio che il parlato potesse ricondurre i film ad un maggiore realismo allontanandoli dalla loro dimensione artistica e prettamente cinematografica. Per molti, tra i quali lo stesso Arnheim, il cinema era tale in virtù della sua distanza e differenza dalla realtà

    TEMPI MODERNI: LA VOCE CHE NON PARLA

    Nonostante il dibattito acceso, il cinema di Charlie Chaplin si aprì al suono in modo del tutto inedito. In un primo momento, l’attore seppe sfruttare il sonoro per svelare al pubblico l’inconsistenza della parola e la sua inferiorità espressiva rispetto al movimento e al linguaggio del corpo. Modern Times (Tempi moderni, 1936) è un esempio lampante di quanto al cinema siano le immagini a parlare, non le parole. Celeberrima è la gag in cui Charlot viene assorbito e integrato negli ingranaggi della macchina da fabbrica, una delle scene più iconiche e replicate della storia del cinema. La pellicola fu rivoluzionaria sotto molti punti di vista. Se da un lato pone l’accento sulla tematica del lavoro alienante e spersonalizzante nelle fabbriche dei primi del Novecento con l’avvento della catena di montaggio, dall’altro non si può definire un vero film sonoro, quanto piuttosto un esperimento semi-sonorizzato. Gli unici suoni che sentiamo provengono, infatti, da altoparlanti o da altri dispositivi tecnologici e meccanici. Sono parole metalliche, private di umanità e a pronunciarle non è mai Charlot. Tuttavia, accanto a questi suoni, vi è anche la celebre Nonsense Song o Titine che il 5 febbraio 1936 sconvolse gli spettatori del Rivoli Theater di New York. Fu, infatti, la prima volta che il pubblico poté ascoltare e conoscere la voce di Charlie Chaplin. Attraverso questo brano musicale Chaplin sfrutta il sonoro per criticarlo malinconicamente e dimostrare che non sono le parole a dar senso alla canzone, ma l’atteggiamento che Charlot ha nel cantarla e la sua gestualità, il cui fulcro risiede nelle mani, nei piedi e nei suoi occhi. Tipico di Chaplin, che farà del suo sguardo trasognato e dolce la sua cifra stilistica. 

    Se bella giu satore | je notre so cafore | je notre si cavore | je la tu la ti la twah. || La spinash o la bouchon | cigaretto portobello | si rakish spaghaletto | ti la tu la ti la twah. || Senora pilasina | voulez-vous le taximeter? | Le zionta su la seata | tu la tu la tu la wa. || Sa montia si n’amora | la sontia so gravora | la zontcha con sora | je la possa ti la twah. || Je notre so lamina | je notre so cosina | je le se tro savita | je la tossa vi la twah. || Se motra so la sonta | chi vossa l’otra volta | li zoscha si catota | tra la la la la la la

    Le parole della Nonsense song sono inventate col pretesto narrativo dell’improvvisazione di chi non ricorda il testo di una canzone. Le frasi sono, infatti, costruite sulla base di assonanze e allusioni con alcune espressioni provenienti da lingue diverse, tra le quali l’italiano, il francese e lo spagnolo. L’unione di questi termini fittizi dà vita ad una lingua universale, improvvisata, inesistente e incarnata, dove sono i gesti a dare significato alle parole e non viceversa. Con questa scena Chaplin volle, infatti, dimostrare che le parole non sono necessarie alla comunicazione quando il nostro corpo è già di per sé uno mezzo d’espressione straordinario e universale. Tutto questo discorso potrebbe essere riassunto attraverso le parole silenti in didascalia e provenienti dalle labbra della protagonista di Modern Times nel tentativo di rassicurare il confuso e spaventato Charlot prima della sua performance sonora nonsense: Sing! Never mind the words!”.

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  • CALLIGRAFISMO – IL MOVIMENTO OSCURATO DAL NEOREALISMO

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    Il Calligrafismo è un movimento che si è sviluppato nei primi anni del dopoguerra e ha avuto vita breve, tra il 1940 e il 1943. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nel 1922 dal critico letterario G. A. Borgese per indicare la tendenza degli scrittori a concentrarsi eccessivamente sull’esteriorità formale e meno sul contenuto. Lo stesso tipo di poetica è stato portato avanti da parte dei cineasti che si definirono, per l’appunto, “calligrafici”. Il cinema di questi anni vanta registi quali Mario Soldati, Alberto Lattuada e Ferdinando Maria Poggioli.

    SCELTE ESTETICHE DEI “CALLIGRAFICI”

    Il principio cardine di questi autori era l’ allontanamento dal cinema politicamente impegnato che aveva caratterizzato gli anni del regime fascista. “La cinematografia è l’arma più forte dello Stato”, affermava Benito Mussolini nel 1922, mostrandosi pienamente consapevole delle potenzialità che il cinema aveva per diffondere gli ideali del regime. Lattuada definiva come segue lo stile dei calligrafici:

    il rifiuto di usare questa meravigliosa arma così forte per la propaganda; da qui il bisogno di rifugiarsi nei canoni letterari e nei temi che non illustrassero in nessun modo quello che poteva essere l’ingigantimento del movimento fascista”.

    L’obiettivo era quindi quello di rimettere al centro dell’attenzione la bellezza visiva e tecnica dell’arte cinematografica e di produrre cinema con l’intento di creare qualcosa di esteticamente gradevole: non a caso le produzioni che appartengono al genere sono tecnicamente e stilisticamente impeccabili. Inoltre, il movimento desiderava affermare l’autonomia del cinema in quanto arte, in contrapposizione alle altre forme artistiche, e competere con il cinema europeo di quegli anni. 

    In realtà, i cosiddetti “calligrafici” non si consideravano una corrente cinematografica italiana. In quegli anni i protagonisti della settima arte erano poco numerosi e non sentivano di appartenere allo stesso gruppo. Lo rende esplicito Mario Soldati quando afferma che

    in quel periodo tutti quelli che non erano «comunisti» erano «calligrafici». Io mi sentivo antifascista ma non ero comunista. Mi chiamavano «calligrafico» per questo, ma è un malinteso. E poi non c’era nessun gruppo…”.

    Tuttavia , i critici della rivista Cinema li definivano in quanto tale per via dei tratti estetici e formali che tutte le loro produzioni condividevano, prima fra tutti una grande attenzione nella costruzione degli ambienti interni ed esterni. Lizzani, critico della rivista sopra citata, definiva come segue il movimento:

    C’è in esso [nel Formalismo] tutto il disprezzo (non confessato naturalmente, ma non meno reale) per «l’accaduto umano», c’è il rifiuto, in una tale tendenza, per tutto ciò che ha sapore di realtà, per tutto ciò che è il «moderno» in ogni tempo: l’attuale, il reale, l’uomo nella sua vicenda giornaliera.

    Le storie sono spesso ispirate ai romanzi italiani dell’Ottocento, tra cui quelli di Antonio Fogazzaro e Emilio De Marchi, ma anche internazionali, in particolare romanzi russi e francesi. Non a caso le produzioni hanno visto la collaborazione alla sceneggiatura di diversi letterati, tra cui Emilio Cecchi, Corrado Alvaro ed Ennio Flaiano. I calligrafici promuovevano, quindi, un cinema di matrice letteraria, in cui la letteratura era considerata fonte di ispirazione per la creazione di personaggi, storie e intrecci.

    Piccolo mondo antico

    PRINCIPALI ESPONENTI

    Colui che ha iniziato il genere è Mario Soldati, che nel 1941 ha girato Piccolo mondo antico, un film tratto dall’omonimo romanzo di A. Fogazzaro (1896). La storia è ambientata nel 1850, in un “piccolo mondo antico” in cui Franco, un giovane aristocratico, sposa Luisa Rigey contro il parere della nonna, la marchesa Maironi. La critica cinematografica di quegli anni mise in evidenza la fedele resa dei costumi e delle ambientazioni, pur accusando il film di una certa freddezza. La pellicola rappresenta appieno lo stile e il gusto calligrafico e solo la critica più recente ha valorizzato la produzione di Mario Soldati. Tuttavia, anche negli anni Quaranta non mancarono le critiche positive, le quali giudicarono la produzione di Soldati colta e matura, come un’alternativa alle produzioni spesso frivole del cinema dei telefoni bianchi e al documentarismo degli anni Quaranta. Si tratta di un film dal gusto teatrale, lontano dal realismo che si auspicava per il cinema del dopoguerra, ma l’intento dei calligrafici era proprio quello di trasporre cinematograficamente dei classici della letteratura, un compito svolto dal cinema sin dalle sue origini e capace in questo caso di estrapolare le produzioni dalla triste realtà del dopoguerra.

    L’anno successivo Soldati girò Malombra (1942), nuovamente tratto da un romanzo di Fogazzaro (1881), in cui la giovane Marina di Malombra tenta di vendicare un’antenata che credeva essersi reincarnata in lei. Anche questa volta, la critica si divise tra coloro che accusavano Soldati di essersi rifugiato nel Calligrafismo per fuggire alla rappresentazione della realtà. Esemplificativo è il giudizio di Antonio Pietrangeli che defì la produzione “Fredda, annoiata, striminzita, presuntuosetta, untuosa, orpelli di qua e di là”. Diego Calcagno, invece, pose in luce l’ottima resa cinematografica di uno dei più inquietanti romanzi di Fogazzaro e l’elevatissima qualità della fotografia. Ad ogni modo, la critica che si è occupata retrospettivamente del film, lo ha rivalutato alla luce del contesto in cui è avvenuta la produzione. Il critico Guido Aristarco ha affermato che Malombra rappresenta un esempio di “ ‘resistenza passiva’ […], a fronte di una resistenza più impegnata e solerte”. Il critico francese Jean A. Gilli ha aggiunto che “non ci si è accorti che la cura della forma non soffocava la tensione profonda delle opere”.

    Un altro regista che con grande lucidità rispettò lo stile calligrafico è Alberto Lattuada, che proprio in quegli anni girò il suo primo film: Giacomo l’idealista (1943), tratto dall’omonimo romanzo di Emilio De Marchi (1897). Lo stesso regista disse che

    era un film che sotterraneamente discuteva la struttura ancora esistente, ancora forte, dei tabù religiosi, dell’ipocrisia cattolica […] pensavo che un film scritto bene ha più valore che non il tentativo di fare un semi documentario oppure di strappare la realtà con immagini magari disordinate, non mi sembra una colpa, anche se mi hanno accusato di “calligrafismo” […] Si è visto in sostanza che quello che era chiamato formalismo era il modo più elegante di sfuggire alla propaganda che veniva suggerita”.

    Malombra

    CRITICHE

    Come sottolineato precedentemente, si tratta di un movimento che è stato accolto non senza diffidenze e critiche. Il Calligrafismo ha cronologicamente seguito il cinema dei telefoni bianchi, giudicato incapace di rappresentare le complessità del dopoguerra. Tuttavia, anche il Calligrafismo è stato accusato di occuparsi eccessivamente della messa in scena e, di conseguenza, di non apportare le novità cinematografiche che si auspicavano. I personaggi furono spesso descritti come di scarso spessore psicologico anche se, tuttavia,  i film mettono spesso in scena storie con protagoniste femminili psicologicamente complesse, con incubi, allucinazioni, sogni e desideri. Le principali critiche arrivarono da coloro che avrebbero in seguito dato vita al Neorealismo, il quale presenta dei tratti estremamente diversi: grande cura del contenuto, nel quale si vuole dare voce alle problematiche delle classi lavoratrici e disagiate; allontanamento dalle tecniche teatrali grazie alla presenza di attori perlopiù non professionisti e lunghe riprese all’aperto; infine, personaggi dotati di grande umanità.

    Giacomo l’idealista

    CONCLUSIONI

    Il Calligrafismo è stato un movimento che è passato a lungo inosservato, oscurato dall’ondata Neorealista. Una sua rivalutazione è avvenuta solo a partire dagli anni Sessanta, quando ci si è resi conto che per i calligrafici (non solo A. Lattuada e M. Soldati, ma anche F. M. Poggioli, D. Chiarini e R. Castellani) lo stile non era un modo per rifugiarsi dalla realtà ma, come ha notato il critico G. P. Brunetta,

    scelgono volontariamente una sorta di isolamento polemico e di allontanamento dal presente [che] contribuisce in modo decisivo a migliorare il livello medio della produzione”.

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