Category: Rubriche

  • RECENSIONE SICCITÀ – LA (NON) CRISI AMBIENTALE

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    Direttamente dalla 79ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, arriva nelle sale italiane Siccità, la nuova fatica del regista livornese Paolo Virzì. A quasi trent’anni dal suo debutto, Virzì è stato capace di cementificare il proprio nome nell’alveo del cinema nostrano, pur rappresentando una figura estremamente divisiva e polarizzante. È difficile, però, non ammettere come alcune delle sue opere siano riuscite a conquistare un posto di rilievo nel cinema italiano dell’ultimo trentennio, ora configurandosi come dei veri e propri cult (Ovosodo), ora ottenendo importanti riconoscimenti sul piano nazionale (Il capitale umano e La pazza gioia), ma soprattutto riuscendo il più delle volte a fare breccia nel cuore del pubblico.

    I territori più esplorati da Paolo Virzì sono quelli della commedia, in una posizione di continuità con la tradizione della commedia all’italiana e in alcuni casi con risultati capaci di dare parvenza di nuova vita all’atmosfera, all’aura e alla delicatezza malinconica dei lavori degli anni che vanno dalla seconda metà dei ’50 alla prima dei ’70. Le varie incursioni nel territorio del dramma gli hanno permesso di mettere alla prova le proprie capacità narrative, il più delle volte accompagnato alla sceneggiatura dai fedelissimi Francesco Bruni e Francesca Archibugi. In fin dei conti ciò che rende il cinema di Virzì così forte, sia in termini qualitativi che di risultati al botteghino, è la grande capacità del regista di rendere l’ordinario straordinario, di mostrare la quotidianità italiana sotto una luce diversa, di creare identificazione attraverso piccoli gesti capaci di sprigionare emozioni forti e sincere.

    Senza troppi giri di parole, è doveroso partire da una premessa: Siccità è un film in cui ben poco funziona, uno degli esiti meno felici dell’intera carriera di Paolo Virzì. La più grande delusione è insita già nel titolo dell’opera che, all’apparenza, sembrerebbe richiamare un tema di estrema attualità, lasciando presagire di trovarsi dinnanzi ad un racconto capace di dialogare in maniera stimolante con il presente. L’emergenza ambientale e la crisi climatica sono realtà inequivocabili e ci si aspetterebbe una forte presa di posizione da parte di un film intitolato Siccità, in cui, alla fine, l’assenza prolungata di piogge nel territorio romano finisce per essere un mero pretesto, un collante per tenere insieme archi narrativi fin troppo eterogenei che vanno a formare un puzzle i cui pezzi spesso e volentieri finiscono per non incastrarsi a dovere.

    A fronte di un cast di tutto rispetto – da Monica Bellucci a Valerio Mastandrea, da Claudia Pandolfi a Silvio Orlando, da Emanuela Fanelli a Tommaso Ragno – si trovano dei personaggi ora appena abbozzati, ora poco convincenti o semplicemente non interessanti, che si muovono all’interno di una struttura narrativa che sa di vecchio: il film a episodi. L’errore imperdonabile di Siccità è quello, già accennato, di non affidare il giusto peso al tema del cambiamento climatico, ponendolo sullo sfondo in modo approssimativo e preferendo ad esso un discorso legato alla sfera del privato, all’intimità dei personaggi, alle loro sofferenze quotidiane, tra insoddisfazione e tradimenti, tra amori colti sul nascere e riunioni familiari. Queste storielle stucchevoli tradiscono le aspettative di chi avrebbe preferito un discorso più accurato e aderente alle questioni del presente; per parlare della siccità non basta mostrare il letto del Tevere prosciugato o impostare la color correction di certe sequenze con una patina giallastra e acida, come nei peggiori esempi stereotipici della rappresentazione del Messico nei film statunitensi.

    Paolo Virzì sembra più interessato a fare di questo film una metafora della pandemia da covid-19, riproponendo dei leitmotiv ben noti e inflazionati: epidemie, quarantene e mascherine, scienziati in televisione che diventano le nuove star, influencer impegnati a sensibilizzare il proprio pubblico sui social network, rivolte e proteste contro una fantomatica dittatura. Virzì trova stimolante l’attività di catalogare le novità e le unicità del periodo pandemico, portando avanti anche un discorso sull’intermedialità dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione – dai talk show televisivi alle dirette social – un po’ come un altro film piuttosto recente: Don’t look up. Al contrario di Siccità, però, il film di Adam McKay, nella sua profonda imperfezione, riusciva a dare valore e risonanza alla tematica cardine del racconto.

    In fin dei conti, Siccità di Paolo Virzì è un pastiche di storie, generi e registri fin troppo differenti tra loro per poter pensare di portare avanti una narrazione coesa ed efficace. La sceneggiatura non riesce a bilanciare i troppi elementi messi in campo, perdendo di tanto in tanto dei pezzi, tra cui, il più importante, quello tematico legato alla siccità e alla crisi ambientale. Non basta un finale pseudo-consolatorio per esaurire un argomento tutto in divenire, ma nei confronti del quale Paolo Virzì non si è dimostrato sufficientemente lungimirante da comprenderne le vere implicazioni.

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  • ANNA MAGNANI – ETERNA ICONA DEL NOSTRO CINEMA

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    “Ma come ve lo devo spiegare che so’ allegra, che ho la ruzza, che rido e che esse’ la Magnani mi diverte da morì!”

    Anna Magnani è il volto del Nostro cinema e simbolo della romanità cinematografica per eccellenza. È conosciuta affettuosamente con il nomignolo “Nannarella” e definita dai più come l’anti-diva, data l’estrema naturalezza con cui si mostrava in pubblico, nel vestire, nell’atteggiamento e nei segni del tempo sul volto.

    Nacque a Roma il 7 marzo 1908 e la sua crescita fu caratterizzata dall’assenza del padre. Quando era molto piccola, la madre decise di affidarla alla nonna materna per andare in Egitto con un nuovo amore, un facoltoso austriaco. Solo da adulta, dopo aver effettuato delle ricerche sull’identità del padre, scoprì di avere origini calabresi e che il suo cognome avrebbe dovuto essere Del Duce. L’attrice  ironizzò poi su questa scoperta, affermando di aver interrotto le ricerche perché non voleva passare come “la figlia del Duce”.

    INIZIO DELLA CARRIERA

    Grazie alla nonna materna, si iscrisse al Conservatorio Santa Cecilia per studiare pianoforte. In questi anni riuscì anche ad andare a trovare la madre in Egitto, pur ritornando estremamente delusa a causa della mancata costruzione dell’affettuoso rapporto madre-figlia in cui tanto sperava. Così, nel 1926, si iscrisse alla Reale Scuola di recitazione Eleonora Duse, che all’epoca vantava insegnanti quali l’attrice Ida Carloni Talli per il corso di recitazione e Silvio D’Amico per il corso di storia del cinema. Durante i vari saggi Anna fu ben presto notata, dimostrando le sue potenzialità nel teatro leggero e di rivista. Da questo momento le esperienze al teatro si moltiplicarono, riuscendo a collaborare ad esempio con i fratelli De Rege e nel 1941 a lavorare in una fortunata serie di spettacoli con Totò. L’attore e regista statunitense Ben Gazzara provava profonda ammirazione nei confronti della coppia e in particolare della Magnani:

    “Anna Magnani era una donna straordinaria, una donna eccezionalmente vitale, eppure a suo modo dolce e tenera, tanto è vero che mostrava nei miei confronti un’affettuosità commovente. […] Totò non era meno straordinario della Magnani, sia come attore sia come uomo. La Magnani e Totò formavano una coppia inimitabile, irripetibile. Improvvisavano in una maniera così spontanea, così creativa, da fare rivivere la commedia dell’arte.”

    DEBUTTO CINEMATOGRAFICO

    Non ci è voluto molto tempo affinché un talento fuori dall’ordinario come quello della Magnani arrivasse al cinema. In particolare, il debutto cinematografico avvenne grazie a Nunzio Malasomma in La cieca di Sorrento (1934). L’anno seguente sposò il regista Goffredo Alessandrini, relazione destinata a non durare a lungo, con la separazione che giunse 5 anni dopo.

    Nel 1941 fu Vittorio De Sica ad assegnarle il primo personaggio di rilievo al cinema, proponendole l’interpretazione di Maddalena Prima detta ‘Loletta’, una cantante di varietà, in Teresa Venerdì. Due anni più tardi, interpretò il ruolo di Elide, una verduraia, in Campo de’ fiori con Aldo Fabrizi (M. Bonnard, 1943). Nel frattempo, il 23 ottobre 1942 nacque il suo primo figlio Luca, dalla relazione con Massimo Serato, grazie alla quale fu capace di ritrovare la leggerezza di cui aveva bisogno. Tuttavia Serato la abbandonò alla notizia della gravidanza e per questo motivo la Magnani pretese di dare il suo cognome, proprio come la madre aveva fatto con lei, perché “non ha bisogno di uomini che le stiano accanto”.

    L’interpretazione di Pina in Roma città aperta (R. Rossellini, 1945) fu la svolta per la sua carriera di attrice, una delle opere più celebri del regista e considerato il manifesto del Neorealismo italiano. Tutti noi ricordiamo ancora oggi vividamente le grida di Pina mentre insegue il camion che porta via il marito appena catturato dai tedeschi, una delle scene più celebri del Neorealismo, se non della storia del nostro cinema. Anna Magnani fu così capace di dare un volto femminile alla Resistenza contro i tedeschi e alle sofferenze delle donne che troppo presto rimanevano vedove. Il film le permise di conquistare una notorietà internazionale, consacrandola allo stesso tempo come una delle attrici più importanti del panorama italiano, e le valse il suo primo Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. Ungaretti a proposito della sua interpretazione affermò: 

    “Ti ho sentito gridare Francesco dietro un camion e non ti ho più scordato”.

    I ruoli interpretati da quel momento furono sempre più numerosii numerosi. Nel 1948 interpretò Nannina in L’amore, un film diretto da Rossellini diviso in due episodi: Una voce umana e Il miracolo, a cui partecipò nel caso di quest’ultimo anche il regista Federico Fellini. Qualche anno più tardi collaborò anche con Luchino Visconti per il film Bellissima (1951), opera in cui il regista  abbandonò il Neorealismo in favore di una descrizione delle borgate romane attraverso la figura di Maddalena (Anna Magnani). Maddalena è una madre che tenta di far entrare la figlia Maria nel mondo del cinema, una chimera che talvolta sfrutta l’ambizioso tentativo dei più deboli di raggiungere uno status più elevato. Alla Magnani venne così affidato il ruolo di una donna che, dopo aver toccato con mano la crudeltà a cui può portare il desiderio sfrenato di riscatto, abbandona con orgoglio la partita.

    La consacrazione all’estero arriva nel 1956 con il premio Oscar come migliore attrice protagonista per La rosa tatuata (1955) del regista statunitense Daniel Mann, diventando la prima interprete italiana a riceverne uno. Il film le fece inoltre vincere il premio Bafta come miglior attrice internazionale dell’anno e il Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico. Nell’intervista all’indomani della vittoria, affermò che credeva fosse tutto uno scherzo.

    Tuttavia, nonostante Hollywood le avesse aperto le porte, il desiderio di appartenere a Roma non la abbandonò mai, fattore che la spinse a non lasciare la città, affermando in particolare di ritrovare sé stessa a Trastevere: “Dove sono soltanto Nannarella, quella vera, sboccata e trasandata”

    Negli anni Sessanta iniziò la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, che la scritturò per Mamma Roma (1962), film per la quale sia l’attrice sia il regista furono duramente criticati: lei perché considerata un’attrice dalla personalità indomabile ed esuberante, lui perché ritenuto scomodo e reazionario, per lo più incapace di conciliare una personalità forte come quella della Magnani con altri attori presi direttamente dalla strada. Inizialmente ci furono incomprensioni e inevitabili difficoltà date dal lungo percorso artistico che entrambi avevano oramai alle spalle, ma ben presto subentrò la cordialità e l’amicizia. Pasolini aveva pensato al personaggio di Mamma Roma in funzione della Magnani: non poteva che essere lei. Dall’altro lato, lei pensava che questa fosse l’occasione per ritornare all’attenzione del grande pubblico, in modo la Magnani di Roma città aperta si reincarnasse in quella di Mamma Roma. Dopo questo film, molti critici acclamaronoil ‘grande ritorno di Nannarella’, ma lei replicò che nella sua carriera aveva sempre accettato solo ruoli che riteneva adatti alla sua persona. Per puro caso, una sera aveva incontrato Pasolini che aveva in mente questa storia da raccontare e lei ne era rimasta affascinata. 

    CAMEO E SCOMPARSA DELL’ATTRICE

    La sua ultima apparizione cinematografica risale al 1972, in un cameo fortemente voluto da Federico Fellini in Roma, un personale omaggio alla Città Eterna. In quei pochi secondi, risponde alle domande di Fellini e conclude congedandolo in romanesco: “Nun me fido! Ciao, buonanotte!”. Questo fu il suo addio al mondo del cinema: si  spense un anno dopo, il 26 settembre 1972, all’età di 65 anni. A 50 anni dalla sua scomparsa, continua ad essere ammirata e celebrata in tutto il mondo: un’interprete dall’animo ribelle, con un’incredibile gioia di vivere e un’inimitabile risata; uno sguardo che era in grado di  essere nostalgico e beffardo allo stesso tempo.

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  • SOPHIA LOREN – 5 FILM CHE HANNO CONSACRATO LA DIVA ITALIANA

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    Il 20 settembre del 1934, nasceva a Roma Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, meglio conosciuta come Sophia Loren. Una carriera di oltre settant’anni ha reso celebre l’attrice in tutto il mondo: vincitrice dei principali riconoscimenti nazionali e internazionali, icona di stile e interprete versatile, di Sophia Loren si potrebbe parlare e lungo. In occasione del suo compleanno, vogliamo omaggiare l’attrice romana con una selezione di film che hanno contribuito a consacrarla come diva del cinema.

    PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA (A. BLASETTI, 1954)

    Sophia Loren inizia a comparire sul grande schermo nel 1950. Quattro anni dopo, la sua carriera è già avviata, con film come Carosello Napoletano (Ettore Giannini), Miseria e Nobiltà (Mario Mattoli) e L’oro di Napoli (Vittorio De Sica). Nello stesso anno, Alessandro Blasetti la ingaggia per interpretare la ladra Lina Stroppiani nel film Peccato che sia una canaglia, tratto da un racconto di Alberto Moravia. Ed è in questa «spiritosa commedia di caratteri» che la Loren incontra quello che sarà, per decenni, il suo partner in crime: Marcello Mastroianni, allora già attore avviato. Seppur sia La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956) a consacrare la giovane attrice, con questa gradevole commedia inizia un sodalizio artistico fra i più longevi e amati dal pubblico.

    PANE, AMORE E… (D. RISI, 1955)

    Un altro sodalizio fruttuoso per la carriera di Sophia Loren è sicuramente quello con Vittorio De Sica, sia nei panni di attore che dietro la macchina da presa. Nel film Pane, amore e… di Dino Risi, terzo della nota tetralogia della commedia all’italiana, gli attori sono protagonisti di una delle scene più iconiche del cinema nazionale, ossia il ballo sulle note di Mambo Italiano. Una Loren sicura di sé, avvolta nell’intramontabile vestito rosso, ruba la scena con la classe della diva che sarebbe diventata di lì a poco.

    LA CIOCIARA (V. DE SICA, 1960)

    Nonostante la fama che aveva presto elevato Sophia Loren a icona del cinema italiano, la forte presenza dell’attrice nella commedia rischiava di sminuirne le capacità recitative. Certamente è con La ciociara che la diva dimostra di saper interpretare ruoli dalla forte carica drammatica: la giovane madre Cesira, in fuga con la figlia Rosetta dagli orrori della seconda guerra mondiale, è uno dei personaggi che più ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Il valore dell’interpretazione della Loren, spintasi oltre i suoi limiti, è stato ampiamente riconosciuto ed elogiato: nel 1961, la Giuria del Festival di Cannes le assegna il premio come miglior attrice, così come i David di Donatello; l’anno successivo, Sophia Loren ottiene il Premio Oscar come miglior interprete femminile, sei anni dopo l’ottenimento del medesimo riconoscimento da Anna Magnani con La rosa tatuata (Williams, 1955).

    IERI, OGGI, DOMANI (V. DE SICA, 1963)

    Ancora con Vittorio De Sica, ancora un Premio Oscar (questa volta assegnato al film, nel 1965). Con Ieri, oggi, domani si riconferma il sodalizio artistico della coppia Loren-Mastroianni. Il film, formato da tre episodi girati tra Napoli, Milano e Roma, è una delle commedie all’italiana più celebri, capolavoro senza tempo generato dalle penne di Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini. Tuttavia, è sicuramente l’ultimo episodio, intitolato Mara, che restituisce una delle scene cult del cinema italiano, ossia lo spogliarello di Sophia Loren sulle note di Abat-jour dinnanzi a un famelico Mastroianni che davanti alla sensualità dell’attrice inizia a ululare, sotto gli occhi divertiti dell’attrice.

    UNA GIORNATA PARTICOLARE (E. SCOLA, 1977)

    “Pure io tante volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla: ordina, di giorno e di notte. È da quando eravamo fidanzati che non ci facciamo più una risata insieme” 

    (Sophia Loren nei panni di Antonietta)

    L’ultimo film selezionato per l’omaggio a Sophia Loren è sicuramente una delle pellicole più straordinarie di Ettore Scola. Interamente girato negli interni di un’abitazione piccolo-borghese romana, Una giornata particolare è il dipinto di due individui soli, Antonietta e Gabriele, ancora una volta interpretati dal duo Loren-Mastroianni. Ma in questo straordinario lungometraggio, non ci sono le risate a unire i due protagonisti, bensì una grande capacità d’incorporare il dramma della solitudine e dell’emarginazione sociale nel periodo del fascismo. Costellato da momenti memorabili, ripresi dall’elegante mano di Scola, il film è, insieme a La ciociara, una delle interpretazioni drammatiche più impattanti regalateci da Sophia Loren.

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  • LA GUERRA NEL CINEMA DI OLIVER STONE

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    Nella vita dell’artista esistono esperienze che ne segnano inevitabilmente l’approccio alla realtà, creando di fatto una sorta di filtro attraverso il quale analizzare, decodificare il mondo e tradurlo in un proprio linguaggio cinematografico. Basti pensare a quanto la poetica scorsesiana sia intrisa e permeata dalle sue profonde radici cattoliche – oltre che italiane – per comprendere come il vissuto dell’autore incida sensibilmente nella formazione di un vocabolario concettuale e interpretativo che possa collegare, se non interamente, almeno una buona parte della filmografia di un regista. 

    Nel caso di Oliver Stone, grande cineasta newyorkese classe 1946, questa esperienza spartiacque è – senza dubbio – il servizio armato in Vietnam tra il 1967 e il 1968, periodo in cui l’autore, appena ventenne, si arruolò come volontario per prendere parte al conflitto, venduto dal governo come una campagna gloriosa e un’occasione di riscatto per una generazione senza punti di riferimento come quella Post – Seconda Guerra Mondiale, ma che si trasformò presto in un inutile e insensato massacro di giovani vite.

    Appare chiarissimo dunque, guardando alla filmografia di Stone nella sua totalità, come la guerra (in particolare quella del Vietnam, ma non solo) sia effettivamente uno dei più importanti fil rouge della produzione del regista, che permea fortemente anche pellicole che non mettono esplicitamente al centro l’esperienza bellica: basti pensare a opere come Talk Radio (1988) che dipinge un quadro sociale post-Vietnam estremamente spaventoso e problematico, riprendendo idealmente la lezione del già citato Scorsese in Taxi Driver (1976), ma alla maniera politicamente caustica di Stone, ovviamente.

    Oltre a pellicole di questo tipo, in cui la guerra e le sue conseguenze sono tratteggiate come una densa e torbida atmosfera socio-politica, il regista newyorkese si è cimentato largamente anche in war movies ben più canonici – tra cui quelli oggetto dell’analisi qui presentata – e che pongono ogni volta l’attenzione su un punto di vista differente, un angolo interpretativo diverso, anche diametralmente opposto, come accade in Salvador e Platoon, usciti entrambi nel 1986, vero e proprio Annus Mirabilis della carriera del regista.

    SALVADOR (1986)

    Il primissimo lungometraggio di Stone che tratta dichiaratamente ed esplicitamente di guerra, però, paradossalmente non ha nulla a che fare con il Vietnam: Salvador, infatti, è il racconto tratto dall’esperienza autobiografica di Richard Boyle (interpretato qui da uno dei migliori James Woods mai visti) della guerra civile che sconvolse, appunto, El Salvador all’inizio degli anni ’80. 

    La vera forza del film, in realtà, risiede esattamente nella scelta di affrontare questo conflitto, così brutale e politicamente controverso, da un punto di vista esterno, attraverso gli occhi del reporter Boyle che, non avendo un ruolo attivo nella guerra in atto e trovandosi a dover documentare ciò che sta avvenendo, non si schiera con nessuna delle due fazioni, che anzi vengono dipinte in maniera molto simile e ugualmente critica. Sia i ribelli comunisti, infatti, che il vigente governo militare (supportato in maniera esplicita dagli Stati Uniti) si macchiano di crimini terrificanti e gravissimi: tanto crudele è la repressione dell’esercito, che assassina brutalmente gli oppositori e perpetra massacri inauditi nei confronti dei civili, tanto gratuita e similare è la violenza con la quale i guerrilleros giustiziano i soldati catturati in battaglia dopo aver avuto la meglio nel grande agguato verso il finale. 

    Lo spettatore, dunque, segue il protagonista in questo viaggio infernale e attraverso il suo sguardo assiste al tremendo svolgersi della guerra; non è un caso, infatti, che la primissima esecuzione del film venga inquadrata tramite una soggettiva del personaggio di James Woods, mettendo fin da subito in chiaro i presupposti quasi documentaristici del regista, che – parallelamente alle vicende dei protagonisti – fa scorrere una lenta e silenziosa parata di morte, che si palesa sempre più fragorosa man mano che la narrazione procede. Stone dissemina, infatti, dettagli e momenti mortiferi lungo tutto lo svolgimento della pellicola: dal corpo carbonizzato sul bordo della strada che “accoglie” Richard Boyle in El Salvador, a madri che si trovano a dover identificare figli e mariti brutalmente assassinati attraverso immagini raccolte in enormi faldoni, passando per reportage fotografici a resti di massacri disumani (sicuramente una delle scene più potenti e importanti del film), creando in sintesi un’opera che non si configura come un film sulla guerra, quanto più un film nella guerra, una pellicola in cui il conflitto bellico non è al centro delle vicende dei protagonisti, ma piuttosto tutto intorno ad esse, permeandone ogni singolo momento in maniera sempre più incisiva e penetrante.

    Nonostante Salvador racconti una guerra civile “extra-statunitense”, la critica all’intervento e alla manipolazione americana – più o meno indiretta – è evidentissima. Appare chiaro, infatti, il ruolo centrale degli USA nel fomentare il conflitto armato per perseguire interessi interni: nel pieno dell’era Reagan, Stone si scaglia fortemente contro la politica imperialista del proprio paese, dipingendo uno stato che – pur mantenendo una facciata neutrale e insabbiando le vere attività in America Centrale – ha in realtà causato un numero incredibile di morti, creando vere e proprie polveriere pronte ad esplodere pur di mantenere salda la propria egemonia globale. 

    La noncuranza della stampa e della politica, rappresentata dalla borghesissima reporter bionda e dall’inettissimo ambasciatore Kelly, nei confronti delle operazioni americane in El Salvador rappresentano perfettamente il clima dell’opinione pubblica statunitense all’inizio degli anni ’80; un sistema uscito con le ossa rotte dal Vietnam (che appunto torna inevitabilmente a essere elemento cardine nell’analisi dell’opera di Stone) e che quindi ha imparato a fare la guerra con le braccia degli altri, perpetrando in questo modo una narrazione quasi mitica di un’America paladina della democrazia e della libertà anti-comunista. Mentre la politica di Washington, dunque, gioca con le pedine di una guerra civile come fossero pedoni degli scacchi, la povera gente di El Salvador continua a pagare il prezzo più alto di tutti, venendo massacrata brutalmente sia dai militari governativi, sia dai ribelli rossi. 

    Nella straordinaria sequenza del confronto tra Boyle e il generale americano, Stone mette gli USA di fronte a tutti i proverbiali scheletri nell’armadio della propria storia recente, dal Vietnam, fino alle losche e controverse manovre in Centro e Sud America, dichiarando – attraverso le parole del protagonista – che gli Stati Uniti abbiano di fatto creato una situazione, ormai fuori controllo, della quale sono totalmente responsabili: dittatori addestrati nelle accademie militari americane, forniture belliche spacciate come aiuti umanitari e mistificazioni agli occhi dei propri cittadini. 

    Salvador, in conclusione, rappresenta il primissimo film in cui Stone riesce a portare totalmente a compimento la sua idea di cinema come arte politica e sferzante nei confronti della contemporaneità, creando un’opera che è fondamentale nella sua intera produzione e ne rappresenta uno dei picchi assoluti, se non addirittura – per la soggettività di chi scrive – il più completo e sorprendente.

    PLATOON (1986)

    Quattro premi Oscar, tra cui miglior regia e miglior film, per la pellicola che consacra e inscrive definitivamente il nome di Oliver Stone nella storia del cinema e che sarà destinata a diventare il più famoso titolo della filmografia del regista di New York; Platoon si staglia come un memoriale intimo e personale, ma contemporaneamente enorme e “generazionale”, della guerra del Vietnam. 

    Scritto dallo stesso Stone ispirandosi largamente alla propria esperienza diretta (molte delle sequenze e dei concetti espressi in Platoon sono pressoché identici al racconto di quel periodo presente nell’autobiografia del cineasta Chasing the Light), la pellicola racconta la storia di una giovane recluta – alter ego del regista stesso – che, partendo pieno di illusioni e speranze, si scontra rovinosamente con la crudissima realtà del Vietnam. 

    A differenza di Salvador, però, in cui il punto di vista era senza dubbio esterno e portava con sé una critica feroce, palese e tagliente al sistema americano e alla sua condotta estera, in questo film il regista abbandona la denuncia esplicita ed esplicitata, affidando il proprio punto di vista antimilitarista alla grandissima portata emotiva e umana del racconto e delle immagini. Scegliendo dunque un approccio diametralmente opposto e prediligendo un racconto in prima persona, che intende calare lo spettatore all’interno di quel preciso luogo e di quel preciso momento, Platoon si configura fin da subito come un film dal carattere marcatamente esperienziale e immersivo, che non intende mettere in campo riflessioni dal respiro universale come pellicole che trattano dello stesso periodo storico, vedasi Apocalypse Now o Il Cacciatore, rinunciando dunque a un racconto della guerra in senso lato, per costruire una testimonianza vivida, cruda e mai edulcorata di una specifica tragedia collettiva.

    Proprio l’autenticità della narrazione – scambiata da alcuni per superficialità ed eccessiva semplicità – è a conti fatti la vera arma vincente del film che, evitando qualsiasi tipo di sovra lettura, riesce a raccontare in maniera spaventosamente lucida l’esperienza di centinaia di migliaia di giovani soldati, non cadendo – quasi – mai nella retorica cameratista e nell’eroismo patriottico. Tutti i componenti del plotone, in realtà, si odiano profondamente e sono specchio della società americana dell’epoca: il razzismo è dilagante e sistemico, il potere e l’autorità si esercitano solo con la prevaricazione, il consumo smodato di stupefacenti è per molti l’unica occasione di esorcizzare il trauma e la violenza che li circonda, mentre per altri il fanatismo e la brutalità diventano la sola maniera per riscattare un’esistenza anonima e vuota. 

    È importante notare come tra i personaggi di Platoon non figuri nemmeno un comandante, un leader, un politico, quasi a mettere in scena una guerra “proletaria”, combattuta in prima persona da quella che può essere definita manovalanza bellica, giovani vite mandate al macello, carne per cannoni. I ragazzi che scendono dall’aereo nell’incipit del film sono innocenti, puri in un certo senso e fin da subito sono messi di fronte alla morte: una delle prime inquadrature, infatti, riprende dei corpi senza vita che vengono “scambiati” con le nuove reclute per rifornire una macchina mortale, un sistema che si alimenta con il sangue, con gli arti mutilati dei soldati buttati in una giungla asfissiante a migliaia di chilometri da casa per combattere una guerra prettamente politica, che cambierà per sempre le loro vite, distruggendo la bellezza della gioventù e inaridendola con la violenza e la morte. Non è un caso, infatti, che alla fine del proprio arco “involutivo” il protagonista uccida il comandante del plotone, simbolo metaforico dell’esercito americano e – per estensione – del sistema statunitense, costruito fondamentalmente per essere politicamente ed economicamente dipendente dalla guerra, in una catartica vendetta – che ha il gusto della liberazione – nei confronti di chi è veramente e colpevolmente responsabile del massacro disumano perpetrato in Vietnam. 

    Proprio per questo carattere così diretto e senza filtri, Platoon può essere considerato il film definitivo sul Vietnam in senso stretto, la migliore testimonianza cinematografica di ciò che è stato, raccontato dagli occhi di chi era presente affinché resti indelebilmente nella Storia una prova tangibile e autentica della follia bellica del sistema America, un sistema che – secondo Stone – è profondamente marcio e autodistruttivo e la cui denuncia si staglia come premessa fondamentale e irrinunciabile per l’intera produzione artistica di questo grandissimo cineasta.

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  • VENEZIA 79 – IL BILANCIO FINALE

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    IL FESTIVAL

    Era partita partita nel peggiore dei modi questa 79a edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, tenutasi al Lido della Serenissima dal 31 agosto al 10 settembre 2022, con il grosso problema della prenotazione dei biglietti per gli accreditati legato alla piattaforma Vivaticket, che è stata scelta come provider per questa edizione del festival dopo le ingenti problematiche riscontrate anche lo scorso anno con Boxol. Il primo giorno la catastrofe, ore e ore di attesa per gli accreditati di qualsiasi tipo (rossi, blu o verdi), poi si è continuati a zoppicare per i giorni successivi – dove è seguito anche un criticatissimo annuncio del direttore artistico Alberto Barbera – fino alla quiete finale. Ancora non abbiamo notizie di conferme o novità per quanto riguarda il servizio per accreditati della prossima edizione.

    La mostra cinematografica ha portato sul red carpet tante star italiane ma anche dello star system hollywoodiano che hanno contribuito a far correre al Lido fiumane di fan in trepidante attesa: Harry Styles, Brad Pitt, Cate Blanchett, Timothée Chalamet, Alessandro Borghi, Ana De Armas, Luca Guadagnino, Hugh Jackman, Penelope Cruz e tanti altri.

    Ad aprire il festival – la cui giuria internazionale è stata presieduta dall’attrice statunitense Julianne Moore – sono stati il film in concorso di Noah Baumbach con protagonista assoluto Adam Driver e tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, White Noise, accolto tiepidamente dalla critica senza odi smisurate ma nemmeno con nette stroncature, assieme al film di Orizzonti diretto da Roberto De Paolis, Princess, che ha potuto godere invece di una critica unanimemente positiva. Pertanto, apertura del festival all’insegna della paura del consumismo americano più becero e delle paranoie della contemporaneità di White Noise e delle conseguenze delle tratte clandestine di vite umane di Princess, ma anche all’insegna della N rossa di Reed Hastings, amministratore delegato di Netflix, visto che White Noise sarà distribuito da Netflix il 25 novembre per essere poi disponibile sulla piattaforma dal 30 dicembre. C’è infatti stata una grande presenza delle piattaforme on demand nei film in concorso: Netflix si occuperà anche della distribuzione di Athena di Romain Gavras (23 settembre 2022), Blonde di Andrew Dominik (28 settembre 2022) e di Bardo di Iñárritu (18 dicembre 2022), mentre Prime Video distribuirà Argentina, 1985 di Santiago Mitre (21 ottobre 2022).

    Laura Poitras ritira il Leone d’oro

    UN’EDIZIONE RICCA DI PROPOSTE

    Tornando ai singoli film non si può certo tacciare questa edizione di povertà di contenuti o di non aver saputo volgere l’occhio a un’ampia platea di culture, epoche storiche e tendenze (contemporanee o meno): siamo passati dagli States della lotta di Nan Goldin contro la famiglia Sackler del Leone d’oro All the Beauty and the Bloodshed, alla guerra civile irlandese di inizio novecento impregnata di folklore ne Gli Spiriti dell’Isola (migliore interpretazione maschile a Colin Farrel e migliore sceneggiatura originale a McDonagh), passando per l’Italia di metà scorso secolo a confronto con l’omosessualità ne Il Signore delle Formiche, ma anche per il (meta)cinema di attori alla ribalta e in cerca di rivalsa al pari dei loro personaggi, com’è stato per Brendan Fraser e il suo personaggio formidabilmente interpretato in The Whale di Darren Aronofsky, rimasto a secco di Coppa Volpi con sorpresa di tutti i cinefili e allibratori.

    Preme sottolineare l’attenzione particolare e necessaria riservata all’Iran e al suo cinema dove – a seguito dell’incarcerazione del regista Jafar Panahi (padre della new wave cinematografica iraniana assieme ad Abbas Kiarostami e colleghi) avvenuta il 12 luglio scorso per un’imputazione che pendeva su di lui dal 2010 -, a più battute abbiamo potuto assistere ai gridi di protesta contro il regime dei registi in concorso con Gli Orsi non esistono dell’appena citato Panahi (in cui in un gioco di metacinema interpreta sè stesso: anche qui ha colpito il mancato Leone d’oro) e Oltre il muro di Vahid Jalilvand, ma anche in Orizzonti Extra con Without Her di Arian Vazirdaftari.

    Jafar Panahi nel suo Gli orsi non esistono

    IL BILANCIO FINALE

    Qual è il bilancio di questa 79a edizione del festival di Venezia?

    Stando alle parole del presidente della Biennale Roberto Cicutto e del già citato direttore artistico Alberto Barbera, si tratta di un bilancio più che positivo: è stato apprezzato il “coraggio degli artisti che hanno usato il mezzo cinema per raccontarci le criticità del mondo“, e non poteva mancare una certa sviolinata al sentimento fluido della contemporaneità aggiungendo che il film vincitore del Leone d’oro, All the beauty and the Bloodshed è “un segnale forte legato al fatto che anche il cinema di oggi ha conquistato una sua fluidità” perché “Se pensiamo ai film dei premi principali, è la seconda volta che vince quello che una volta si chiamava documentario. […] La differenza tra finzione e documentario non ha più senso”. Dovuto anche l’intervento dei vertici del festival riguardo alla vittoria del film di Luca Guadagnino, Bones and all – Premio Marcello Mastroianni a Taylor Russel e Leone d’argento del premio speciale per la regia a Luca Guadagnino -, riguardo al quale è stato nuovamente sottolineato il carattere fluido della pellicola: “Quello di Luca Guadagnino è un film con creatività e finanziamenti italiani, ma film girato in inglese con un cast americano nel cuore dell’America retriva e poco raccontato al cinema con lucidità di sguardo e capacità di raggiungere metafore narrative che raggiungeranno il pubblico. […] Fluido perché non è americano o italiano, ma è un film“.

    Tutto secondo i piani e finito nel migliore dei modi, secondo gli organizzatori. Ma sotto sotto sappiamo tutti che le cose non stanno proprio così: tralasciando il focus sui premi assegnati (che potete trovare a questo link) e sorvolando sui commenti – secondo il parere di chi scrive – abbastanza sconsiderati e poco rispettosi nei confronti del sentimento contemporaneo della “fluidità di genere” strumentalizzato dalle dichiarazioni sopraesposte (suvvia, i film italiani ambientati in America con attori americani si fanno da sempre e da più di 40 anni artisti come Jonas Mekas stanno sperimentando a cavallo fra documentarismo e film di finzione), bisognerebbe soffermarsi su due punti cardine per tirare le somme: la qualità dei film in concorso e, vista l’importanza del festival per l’Italia, i film italiani presentati.

    I TITOLI IN CONCORSO

    Prendiamo alcuni titoli: When the waves are gone di Lav Diaz, Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, Copenhagen Cowboy di Nicolas Winding Refn, The Kingdom: Exodus di Lars Von Trier, Un uomo di Kei Ishikawa, Love Life di Koji Fukada, Trenque Lauquen di Laura Citarella. Perché questi titoli? Perché si tratta di titoli non in concorso (alcuni “Fuori Concorso, altri in “Orizzonti”) molto più apprezzati dalla critica rispetto alla stragrande maggioranza dei film in concorso, sezione nella quale abbiamo assistito a plausi unanimi soltanto per Gli orsi non esistono (rimasto, come già detto, comunque a secco di premi), Saint-Omer (Leone d’argento al Gran premio della giuria e Leone del futuro per la migliore opera prima) e Gli spiriti dell’isola.

    Non si pretende lanciare o sollevare polemiche per la mancata presentazione in concorso (ci sono complicati criteri di selezione per i quali non è questa la sede di discussione), ma soltanto evidenziare la scarsa qualità di quelli presenti nella selezione principale (alcuni dati ci lasciano intuire si sia optato per quelli che avevano già una distribuzione sicura in Italia, come vale per i quattro di Netflix e quello di Prime Video). Sempre secondo il sottoscritto – c’è la necessità di delimitare l’ambito del discorso, visto che si sta parlando del lato strettamente qualitativo delle opere – undici lungometraggi su ventidue (ben la metà!) di quelli in concorso sono di relativo (se non poco) interesse per il cinema contemporaneo e per la sensibilità degli spettatori (Les Miens, Un Couple, The Son e via dicendo), oltre che di dubbia riuscita (prettamente) cinematografica. Di fronte a una buona metà di selezione in concorso con la sufficienza risicata, lascia abbastanza perplessi che non abbia potuto concorrere il bellissimo film di Lav Diaz, regista che fra l’altro si è aggiudicato il Leone d’oro nel 2016 con il suo The Woman Who Left (soprattutto per la denuncia aperta che sferza alle (semi)dittature contemporanee) e stesso discorso vale per Gli ultimi giorni dell’umanità, mastodontica riflessione (anche qui, metacinematografica) di Ghezzi sulla sua vita e sull’arte, che sarebbe stato bello poter veder vincere anche come coronamento e riconoscimento del contributo seminale e fondamentale di Ghezzi alla narrazione e (soprattutto) alla diffusione in Italia del cinema meno conosciuto e più ricercato.

    Quello che traspare dalla selezione di quest’anno è una certa sterilità non contenutistica – abbiamo sottolineato la sua diversificazione – ma cinematografica: il Cinema con la “C” maiuscola è da trovare rovistando a fondo nell’offerta dei film in concorso (ritorniamo nuovamente a Gli Spiriti dell’isola ma anche Tár, Bones and all, Saint Omer, Blonde e pochi altri), perché anche un buon docu-film come All the Beauty and the Bloodshed non ha certamente quell’ampio respiro cinematografico di cui possono godere invece i film appena citati, risultando un’opera coinvolgente e istruttiva ma il cui nome non rimarrà certo scritto indelebilmente nella storia del cinema.

    Luca Guadagnino ritira il suo Leone d’argento

    IL CINEMA ITALIANO

    Invece, per quanto riguarda il cinema italiano avevamo:

    • In concorso: Bones and All di Luca Guadagnino, Il signore delle formiche di Gianni Amelio, Chiara di Susanna Nicchiarelli, L’immensità di Emanuele Crialese e Monica di Andrea Pallaoro
    • Fuori concorso: Siccità di Paolo Virzì, In viaggio di Gianfranco Rosi, Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte di Francesco Carrozzini e The Matchmaker di Benedetta Argentieri
    • Orizzonti: Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa e Princess di Roberto De Paolis
    • Orizzonti extra: Amanda di Carolina Cavalli, Notte fantasma di Fulvio Risuleo
    • Settimana internazionale della critica: Nostos di Mauro Zingarelli e Margini di Niccolò Falsetti
    • Giornate degli autori: Bentu di Salvatore Mereu a cui si annette tutto il carrozzone delle “Notti veneziane”

    Nella conferenza d’apertura, il direttore Barbera aveva detto di aver notato “un netto abbassamento del livello di qualità del cinema italiano”, mentre al termine del festival si è ritenuto “contento e soddisfatto della quantità e della qualità dei film presentati”. Arrivati al termine di questa importante mostra cinematografica non dovremmo soffermarci sulla qualità, come invece ha fatto il direttore artistico (sbagliando, oltretutto, perché quella c’è sempre stata anche prima di Venezia). Da anni in Italia si prosegue con vani tentativi di portare in sala il pubblico per mezzo del cinema d’autore ma, come ha giustamente ribadito Robert Bernocchi in questo interessante e mirato articolo per Cineguru, non è quella la soluzione al problematico dilemma della mancanza di pubblico in sala.

    Su questo versante, Venezia è stata una cocente delusione: non c’è stato un tentativo di portare uno star system in Italia, non c’è stato un folgorante prodotto con un target preciso, non c’è stato un progetto che sapesse coerentemente quale pubblico portare in sala (no: Bones and all non conta, è un caso isolato con attori americani), non abbiamo visto alcun prodotto che porti in sala i giovani (coloro su cui bisogna puntare sia per il presente che per il futuro del cinema), addirittura un film come L’immensità che è fra i pochi a parlare al pubblico odierno, fluido e femminista, necessita di una presenza internazionale come Penélope Cruz per avere più ampia visibilità. Il cinema italiano esce da Venezia (forse) con ancora più qualità, ma con l’impressione che non ci sia ancora un progetto coeso per il suo sfruttamento e la sua distribuzione nelle diverse finestre cinematografiche, perché la sensazione è di trovarsi sempre di fronte a piccole perle d’autore che giungeranno a pochi, vedranno in pochi e che saranno ricordate da pochissimi.

    Ovviamente speriamo tutti che non sia così, ma a settembre di ogni anno ci troviamo sempre a fare lo stesso discorso, e nessuno pare aver mai mosso un dito per cambiare la situazione.

    Che sia questo l’anno adatto

    I NOSTRI VOTI

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    Alberto Faggiotto Silvia Strambi MEDIA
    Concorso
    Il signore delle formiche 7 6 6,5
    The Whale 5,5 5 5,25
    White Noise 7 7 7
    L’immensità 6,5 6 6,25
    Blonde 9 7 8
    Tar 8 6 7
    Love Life 9 7 8
    Bardo 7 7 7
    Athena 7,5 4 5,75
    Bones and All 8 8 8
    The Eternal Daughter /// 5 5
    Oltre il muro 6 7 6,5
    The Banshees 9,5 8 8,75
    Argentina, 1985 7 6 6,5
    Chiara 3,5 4 3,75
    Gli orsi non esistono 7,5 8 7,75
    All the beauty 8 7 7,5
    Un Coupole 4 3 3,5
    The Son 4 5 4,5
    Les Miens 5,5 5 5,25
    Les enfants des autres 7,5 8 7,75
    Monica 5 /// 5
    Saint Omer 7,5 /// 7,5
    Fuori concorso
    Copenaghen Cowboy 9 /// 9
    The Hanging sun 5 5
    Living 4 4
    Dead for a Dollar 3 3
    La chiamata dal cielo 7 4 5,5
    Master Gardener 5 5
    Siccità 3 3
    Dreamin wild 5 5
    Don’t Worry Darling 4,5 4 4,25
    A compassionate spy 6 6
    The Kingdom Exodus 9,5 9,5
    Gli ultimi giorni dell’umanità 9 9
    When the waves are gone 8,5 8,5
    Orizzonti
    En Los Margenes 5 5
    Vera 2 2
    Princess 5 5 5
    Blanquita 5 5
    Lucembourg Luxembourg 7 7
    Ti mangio il cuore 4 4
    L’uomo più felice del mondo 8 8
    A noiva 5 5
    Un uomo 9 9
    Autobiography 5 5
    Orizzonti Extra
    L’origine du mal 4 4
    Without Her 6 6

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 3

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    THE HANGING SUN di GIUSEPPE TREPICCIONE

    L’adattamento del romanzo ‘Sole di mezzanotte’ di Jo Nesbø è un dramma scandinavo dei più classici, a partire dalla vicenda: un uomo silenzioso e cupo dal passato tormentato (qui interpretato da un Alessandro Borghi in parte) cerca la redenzione a partire dal legame con una madre e suo figlio. Il tutto sullo sfondo di un villaggio ai confini del mondo, in cui una comunità di persone è legata ai valori religiosi più che a quelli civili.
    ‘The hanging sun’ è poco originale, con un montaggio sommario che alterna passato e presente senza creare nessun collegamento tematico o stilistico tra i due, il ricorrere a ‘tipi’ ormai cristallizzatisi in questo tipo di produzione (il bambino precoce, la donna vittima di violenza che nasconde un lato oscuro, il padre religioso e autoritario -interpretato da Charles Dance-), dialoghi didascalici che a volte si sbilanciano nel ridicolo. Detto ciò, non è neppure tanto mal fatto da non meritare una visione: è un buon film per passare una serata di svago, una perfetta aggiunta per il catalogo di Sky e NOW.

    CHIARA di SUSANNA NICCHIARELLI

    Susanna Nicchiarelli torna ad affrontare le figure femminili storiche col suo ‘Chiara’, decidendo di dedicarsi, stavolta, ad un modello molto più ‘tradizionale’: Santa Chiara d’Assisi. Nel farlo decide di sottolineare l’elemento della sorellanza e della ribellione di questo personaggio, donna tra gli uomini.
    Il punto forte del film è certamente la ricostruzione storica attenta: viene utilizzato il linguaggio dell’epoca, i costumi sono affidati ad un professionista quale Massimo Cantini Parrini, le scenografie utilizzate sono suggestive ed infine la colonna sonora è frutto di un lavoro del gruppo Anonima Frottolisti.
    Tuttavia, nonostante ‘Chiara’ osi rispetto al classico film italiano, è innegabile che presenti dei difetti che ne minano la riuscita. In primis, la musica sopra citata per quanto suggestiva viene usata per degli ‘stacchetti’ musicali che rappresentano alcuni dei punti più imbarazzanti della pellicola. L’ispirazione dichiarata è ‘Jesus Christ Superstar’, ma al contrario che in quest’ultimo i numeri musicali non hanno una funzione narrativa né servono ad avvicinare la vicenda religiosa alla modernità. L’utilizzo del volgare, per quanto filologicamente interessante, crea spesso problemi: in alcuni punti la combinazione con l’audio non ben registrato rende difficile la comprensione. Non aiuta poi che la recitazione si mantenga spesso su toni quieti e dimessi (a capo di tutti Margherita Mazzuccato, che interpreta la protagonista in maniera monoespressiva). Non bastano la partecipazione in piccole parti di una accorata Carlotta Natoli e di un caricaturale Luigi Lo Cascio a ridare verve al tutto.
    Gli spunti interessanti ci sono (la vicinanza tra donne, il desiderio di viaggiare, il trattamento da parte della Chiesa del femminile, le difficoltà che il titolo di ‘santa’ comporta…) ma restano appunto spunti, elementi in nuce che non vanno mai oltre la trattazione superficiale: il film sembra più interessato a restituirci immagini, icone della sua protagonista, piuttosto che la sua umanità.
    A ‘Chiara’ comunque un merito va riconosciuto: ha osato, ed in una edizione così stantia di contenuti audaci in ambito italiano il solo aver tentato e fallito potrebbe valere più del non aver tentato affatto.

    GLI ORSI NON ESISTONO di JAFAR PANAHI

    Panahi, fra i maggiori esponenti della new wave iraniana e incarcerato lo scorso 12 luglio in quanto dissidente del regime, con “Gli orsi non esistono” dimostra di saper fondere alla perfezione l’aspetto urgentemente autobiografico con un mondo di finzione dove, attraverso la penna di Panahi, le atrocità vissute – e che tutt’ora sta vivendo e “scontando” – sulla sua pelle diventano oggetto di un più ampio discorso universalmente valido. Si parla di essere confinati nel proprio Paese, di non poter diffondere un certo materiale, del regime opprimente e soffocante: questo di Panahi è un immenso “j’accuse” dove “il regista con la macchina da presa” riprende la propria vita per riflettere e riflettersi. Colpisce a fondo l’ultima immagine del film in cui Panahi – che interpreta sé stesso – preme il freno della macchina appena prima di lasciare l’Iran, per restare e combattere: mai come in questo caso il gesto artistico diviene simulacro di un gesto politico e sociale.
    Tutto questo si trova nell’ultimo spazio di libertà creativa del regista iraniano, prima di una lunga e ingiusta detenzione.

    SICCITÀ di PAOLO VIRZÌ

    Quest’anno la Mostra del cinema di Venezia sembra volerci abituare alla presenza, all’interno del proprio programma, di una certa categoria di film: i film brutti. ‘Siccità’ di Paolo Virzì entra a gambe tesa in questa categoria.
    La premessa, anche interessante (e per certi versi profetica), riguarda una siccità che colpisce la capitale italiana da più di un anno. In questo contesto si muovono una serie di personaggi che, nella migliore tradizione delle commedie italiane corali, si legano, si incontrano e si scontrano, dando vita ad un cast corale che comprende nomi più o meno grandi (Silvio Orlando, Monica Bellucci, Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi e Max Tortora per citarne solo alcuni) che affrontano il proprio ruolo con più o meno convinzione.
    L’idea iniziale di affrontare le conseguenze sociologiche e personali in caso di un evento catastrofico viene sviluppata solo in parte. Infatti, da un certo punto in poi ‘Siccità’ si mette sui binari più convenzionali possibili della commedia italiana, affrontando gli stessi identici temi che ci vediamo rifilare da decenni: famiglia, tradimenti, coppie che si lasciano e si rimettono insieme, figli difficili, tutto terribilmente blando, terribilmente già visto.
    Gli spunti interessanti legati alla crisi romana sarebbero anche interessanti, non fossero seppelliti sotto i drammi personali (e noiosi) dei personaggi e trattati con sufficienza e didascalismo che dimostrano la dissociazione del regista dalla realtà dei fatti. Risulta particolarmente offensivo, a due anni dall’inizio di una pandemia che ha innegabilmente creato un trauma nazionale, dare contro alla generazione dei giovani o sminuire le loro difficoltà e le loro rimostranze.
    Il finale, poi, è il colpo di grazia: una risoluzione semplicistica, assolutamente non credibile alla situazione della siccità, che toglie la responsabilità a tutti i responsabili e un gran peso dalle spalle di chi doveva risolvere la situazione. L’idea che si possa glissare sopra un evento di tale portata e durata sperando che nella popolazione non ci siano forti traumi, o che questa sia la soluzione definitiva ad un evento complicato come la crisi ambientale sembra assolutamente ingenuo da parte di un team che ha effettivamente vissuto e che evidentemente fa riferimento ad una pandemia tuttora in corso.

    OLTRE IL MURO di VAHID JALILVAND

    Nell’edizione di Venezia in cui viene presentato “Gli orsi non esistono” del più famoso regista iraniano Jafar Panahi – incarcerato dal regime lo scorso luglio -, “Oltre il muro” di Vahid Jalilvand (così come “Senza di lei” di Arian Vazirdaftari) fungono da coerenti appendici di un necessario movimento di protesta che può e deve scuotere gli animi degli spettatori: sono questi i casi in cui i difetti – come uno sviluppo fin troppo monotono e poco avvincente – passano in secondo piano rispetto alla forza d’animo e allo spirito d’umanità dei protagonisti, per un popolo e un contesto in cui c’è follemente bisogno di ancore e simboli a cui aggrapparsi per riuscire ancora a smuovere le coscienze sociali.
    Oltre il muro forse c’è ancora un barlume di speranza, quella che alberga dentro l’umano eroismo di ciascun cittadino.

    THE SON di FLORIAN ZELLER

    Se con “The Father”, il regista Florian Zeller era riuscito a piegare il dramma hollywoodiano a una personale e innovativa idea di cinema – con il suo impianto teatrale in cui la regia era al servizio dei cambiamenti di scenario, generati dall’alzheimer del personaggio interpretato da Anthony Hopkins -, verrebbe da chiedersi se dietro a “The Son” ci sia lo stesso regista.
    Si resta nell’ambito di adattamenti di pièce teatrali, ma Zeller pare aver lasciato il Cinema chiuso nel cassetto: “The Son” è un melodramma hollywoodiano dei più schematici e stantii, dove la derivazione teatrale sembra sgorgare da ogni frame – e non è un bene – a partire dalla recitazione dei protagonisti, eufemisticamente impostata fino a tal punto da darci l’impressione di poter leggere anche noi il copione. A differenza di “The Father”, ora il regista sembra più preoccupato a cercare la lacrima del pubblico piuttosto che tentare di narrare una storia attraverso il cinema, con una regia che non cerca mai di dare quel contributo in più che necessiterebbe una storia tanto banale quanto già vista.
    Oltre a grossi buchi di sceneggiatura (la prevedibile bastonata finale è causata da un gesto folle di uno dei protagonisti), la schematicità di “The son” rende impossibile qualsiasi gioco coi sentimenti, rifugiandosi in un cinema sterile e innocuo, monodirezionale nella scrittura e piatto di emozioni.
    Una cocente delusione.

    BLONDE di ANDREW DOMINIK

    “Blonde”, più che un biopic, è un horror.
    “Blonde” è la sequenza d’apertura di “Mulholland Drive” ma attraverso gli occhi di chi ha davvero vissuto gli onirismi lynchiani sulla sua pelle.
    “Blonde” è la mercificazione divistica e al contempo la deflagrazione umana causate dalla forza prepotente e approfittatrice dei riflettori.
    “Blonde” è la Norma Jeane dietro alle carni di Marilyn Monroe date in pasto al vanaglorioso star system.
    “Blonde”, attraverso i suoi continui cambi di formato e di colori, è un’immensa riflessione anche sul mezzo cinematografico e sulle sue mille potenzialità, ancora non esauritesi e che mai dovranno farlo: sempre in bilico fra letale realtà e struggente finzione.
    “Blonde” è la (ri)conferma che il biopic può ancora essere terreno fertile per veri e propri film d’autore quando chi dirige la macchina da presa è definibile tale: Andrew Dominik.

    IL SIGNORE DELLE FORMICHE di GIANNI AMELIO

    Dopo il suo ‘Hammamet’, dedicato ad una delle figure politiche più controverse dello scorso secolo, Gianni Amelio torna ad affrontare la storia del nostro paese, raccontando il primo processo per plagio svoltosi in Italia. Soggetto di tale processo l’intellettuale e mirmecologo (da qui il titolo) Aldo Braibanti, il quale fu denunciato dai genitori di uno studente maggiorenne con cui aveva avuto una relazione.
    ‘Il signore delle formiche’, ambientato nell’Italia degli anni ’60, ripercorre la vicenda di Braibanti in maniera molto libera, per stessa ammissione del regista (sulle differenze tra film e realtà sono già state scritte cose molto più interessanti e precise di quanto potrei fare io). L’intento è quello di utilizzare la storia del passato per commentare il nostro presente e le discriminazioni ancora subite dalla comunità LGBTQ+. ‘Se dovete fare proteste, protestate per il Vietnam!’, dice uno dei personaggi agli studenti accampati davanti al tribunale dove si svolge il processo, richiamando una retorica populista che abbiamo incontrato spesso negli ultimi anni. A questa si uniscono, sia nella finzione del film sia nella nostra realtà, la morale cristiano-cattolica e l’appello alla morale e al pudore.
    La conseguenza è che purtroppo si incorre in una rappresentazione troppo netta dei personaggi della vicenda, estremamente buoni o estremamente cattivi a seconda della ‘fazione’ di appartenenza. Altro difetto della pellicola è che sembra incorrere in una delle ipocrisie che imputa ai giudici di Braibanti, ovvero il ricorso ad un pudore a parer mio eccessivo nella rappresentazione della relazione omosessuale dei protagonisti. L’omosessualità nel film viene rappresentata in termini relativamente innocenti, forse per non scontentare una fetta di pubblico che si vuole portare dalla propria parte, oppure in una forma estremamente stereotipata che, però, Braibanti si affretta a rifiutare, mettendo subito in chiaro di essere ‘diverso’ dai suoi amici omosessuali. La distinzione di diversi tipi di omosessualità e l’implicazione che l’una sia più valida di un’altra (e quindi più degna di essere accettata?) è un elemento disturbante in un’opera che vorrebbe essere simpatetica verso la comunità.
    Spesso la recitazione degli attori va in over the top, con situazioni drammatiche e conflitti che si creano dal nulla. Nonostante ciò, ci sono interpretazioni degne di nota. Luigi Lo Cascio nella parte di Braibanti dimostra un controllo e una padronanza intellettuale ammirevoli, ed è probabilmente avviato al David di Donatello. Elio Germano svolge il ruolo inventato di un giornalista in fin dei conti inutile ma nondimeno simpatetico, un’aggiunta che dà colore alla situazione (anche se la sua introduzione spezza in maniera abbastanza netta il film in due parti distinte). Infine, l’esordiente Leonardo Maltese nella parte di Ettore, l’amante di Braibanti, brilla nelle sezioni successive alla scoperta della relazione col professore. Molto notevole in particolar modo la scena della sua deposizione in tribunale, che Amelio intelligentemente decide di riprendere in un piano sequenza tutto concentrato sul volto del personaggio.
    Nonostante i difetti, ‘Il signore delle formiche’ presenta comunque elementi di interesse che possono valere la visione. Forse, visto il forte didascalismo e la sua natura innocua, tra qualche anno lo troveremo tra i film mostrati a scuola per introdurre gli alunni a determinati argomenti e sensibilizzarli su certe tematiche. Ma in fondo esistono destini peggiori.

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 2

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    THE ETERNAL DAUGHTER di JOANNA HOGG

    A cura di Gaia Fanelli
    Con “The Eternal Daughter” Joanna Hogg cerca di portarci all’interno del complicato rapporto con sua madre, palesando e affrontando rimpianti e preoccupazioni. Ricco di potenziale che permetterebbe sviluppi differenti, il film si ferma a metà tra l’horror psicologico (che segue la strada di Shining) e il racconto sentimentalista e smaccatamente angosciante delle relazioni umane. Non imbocca tuttavia nessuna delle due strade con convinzione, fermandosi ad un bivio che impedisce al racconto di partire realmente. La forte componente autobiografica è evidente, non basta però a caratterizzare il tenore del film riuscendo ad emozionare gli spettatori con la propria storia. E anche la semplice riflessione sul legame madre-figlia non ottiene un’adeguata definizione, restando sempre sul generico ed evitando approfondimenti che sarebbero stati necessari. In conclusione, “The Eternal Daughter” avrebbe certamente un grande potenziale, ma la vaghezza che lo caratterizza lo frena, facendolo risultare più noioso che toccante.

    WITHOUT HER di ARIA VAZIDAFTARI

    A cura di Alberto Faggiotto
    “Se una persona dimentica il proprio passato, è sempre la stessa persona? O diventa qualcun altro?”
    In orizzonti extra, l’iraniano Vazirdaftari porta questo tenebroso thriller psicologico che in un mix ben congegnato di sovrapposizione – e collimazione – fra piano sociale e identitario, assume i caratteri di un potente grido all’antionomologazione e alla non arresa di fronte ai poteri costituiti: o ci si adegua al sistema o si rischia di perdere la propria identità e che qualcuno prenda il nostro posto nella società.
    “Without Her” ne risente per gli sviluppi prevedibili e per il suo manifesto didascalismo, ma è uno di quei casi eccezionali in cui il l’importanza del contesto sociale di provenienza mette in secondo piano i diversi difetti.

    LA CHIAMATA DAL CIELO di KIM-KI DUK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Quanto è bizzarro e lunatico l’ultimo (postumo, purtroppo) film di Kim Ki-duk – scomparso prematuramente nel dicembre 2020 – frutto di una coproduzione Estonia, Lituania e Kyrgyzstan e con il montaggio portato a termine dai collaboratori del maestro sudcoreano, forse il lato tecnico da cui infatti, l’opera ne esce maggiormente sconfitta.
    I toni secchi e taglienti giustapposti a lampi di crudo affetto tornano a dissezionare la concezione di amore e di relazione di Ki-duk dove il sesso e i rapporti affettivi sono attrazione e al contempo repulsione, rifugio e assieme condanna: il film si pone (quasi) come seguito spirituale di “Time” (2006) e in un climax di tangibile tensione che pare dover trasformare da un momento all’altro la protagonista in quella di “Moebius” (2013).

    WHEN THE WAVES ARE GONE di LAV DIAZ

    A cura di Alberto Faggiotto
    Cinque anni dopo il pluripremiato e acclamato “The Woman Who Left”, Lav Diaz torna sui grandi schermi con il film più breve della sua filmografia ma senza perdere un briciolo dello smalto introspettivo, intimo e al contempo universale che caratterizza il suo cinema. In “When the waves are gone” si prende come esempio la corruzione della polizia filippina per ampliare il discorso a un piano universale sull’indifferenza umana come peggio seme per le (semi)dittature contemporanee. È curioso anche notare come lo stesso anno del ritorno al cinema del body horror di un altro grande maestro della contemporaneità (e non solo), David Cronenberg, Diaz decida di connettere il disfacimento morale a quello fisico (in questo caso la psoriasi del nostro protagonista).
    “Bisogna cercare la verità dall’interno, non dall’esterno”, perché nessuno resti indifferente e le radici del male possano essere una volta per tutte scacciate dai nostri Paesi: purtroppo, a giudicare dal finale di questo bellissimo film, Lav Diaz non pare avere molta fiducia nell’essere umano.

    BANSHEES OF INISHERIN di MARTIN MCDONAGH

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il regista torna alla sua terra natia, l’Irlanda, con un travolgente e splendido omaggio alla nazione che sfrutta il folklore, il teatro dell’assurdo (Beckett) e la guerra civile irlandese per urlarci quanto sia “assurda”, appunto, la guerra. La miccia dell’alterco fra i due protagonisti Padraic e Colm (interpretati con grande animo da Colin Farrell e Brendan Gleeson) parte infatti da un pretesto “assurdo”: una mattina Colm si sveglia e non vuole che Padraic gli rivolga più la parola, perché lo ritiene noioso e non vuole perdere tempo vista la brevità delle nostre vite.
    Chiaramente il tutto è impregnato del grottesco e del black humour tipici di McDonagh, immersi in un’Irlanda quasi metafisica e rarefatta, in cui gli spiriti aleggiano e le streghe ricordano quasi quelle del “Macbeth” di shakesperiana memoria (con tanto di predizioni di future morti).
    Un affresco magnificamente fotografato e diretto dove la tradizione è sfruttata per sbatterci in faccia l’assurdità e l’inutilità della guerra, come solo il grande cinema di McDonagh sa fare.

    DON’T WORRY DARLING di OLIVIA WILDE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Lascia abbastanza perplessi la nuova fatica di Olivia Wilde, qui al suo secondo lungometraggio, non tanto perché la recitazione sia carente (Harry Styles sorprende in positivo) o la regia pessima (in fin dei conti è quadrata per quello che vuole raccontare), ma piuttosto per una sceneggiatura delle più derivative che si siano viste al Lido quest’anno, dove non si tenta nemmeno una minima rielaborazione narrativa o iconografica. È tutto incredibilmente prevedibile e col sentore di déjà vu, in uno script che rende irritante il personaggio di Florence Pugh sin dal primo minuto e che, effettivamente, porta a chiedersi come mai lo troviamo a una prestigiosa mostra internazionale del cinema.

    TI MANGIO IL CUORE di PIPPO MEZZAPESA

    A cura di Silvia Strambi
    Non mancherebbero neppure le immagini visivamente interessanti, in ‘Ti mangio il cuore’ di Pippo Mezzapesa, debutto come attrice della cantante Elodie. Il bianco e nero utilizzato non ha alcuna ragione d’essere, ma non si può negare che il comparto fotografia lo sappia sfruttare per creare inquadrature suggestive. Degne di nota anche le scene coinvolgenti gli animali, che fanno da accompagnamento alle vicende umane.
    Peccato che il comparto tecnico sia al servizio di una storia delle più banali, un miscuglio tra ‘Romeo e Giulietta’ e i primi due capitoli de ‘Il padrino’, una vicenda di vendetta tra bande in cui tutti gli stereotipi sul sud Italia e i topoi delle storie di mafia vengono inseriti.
    Non brilla ma comunque è adatta alla parte Elodie, che dà vita a un personaggio di femme fatale seduttrice e vittima al contempo, riunendo in sé le due figure topiche della santa e della meretrice. Bravo nella parte anche Francesco Patanè, convincente sia come bravo ragazzo sia come vendicatore senza pietà. Peccato che la sceneggiatura non aiuti né l’una né l’altro nel passaggio tra i due estremi.

    ARGENTINA, 1985 di SANTIAGO MITRE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Nel suo narrare la lotta dei due famosi procuratori argentini contro la “feroce, clandestina e vigliacca” dittatura militare esauritasi nel 1983, l’eroicità di questo legal drama di Santiago Mitre è fin troppo relegata a una sceneggiatura-tipo da premio, piena di cliché e di momenti costruiti a tavolino pronti per far partire lo scroscio di applausi.
    In fin dei conti si tratta comunque di una visione istruttiva, ma la pellicola risulta fin troppo programmatica e sensazionalistica nelle sue modulazioni narrative. Nota di merito per i guizzi d’ironia che rendono unico il vero protagonista Julio Strassera (un Ricardo Darín super in parte).

    AUTOBIOGRAPHY di MAKBUL MUBARAK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il nuovo film del regista indonesiano ha tutto il reparto tecnico in grado di rendere grande un film: una regia pulita e senza sbavature, una fotografia soffusa adatta alle atmosfere e delle ottime interpretazioni. Il problema è la sceneggiatura, che si prende i suoi tempi fin troppo a lungo annacquando una storia che avrebbe necessitato massimo un lungometraggio di un’ora, che invece dura il doppio. La noia prevale e dell’interessante discorso sul concetto di lealtà e di fedeltà non rimane molto, se non il rammarico per un potenziale inesploso.

    LES ENFANTS DES AUTRES di REBECCA ZLOTOWSKI

    A cura di Alberto Faggiotto
    C’è una scena in particolare ne “I figli degli altri” che ci fa capire che è questo il “girl power” di cui abbiamo bisogno: all’inizio del film è il personaggio di Rachel (una sublime Virginie Efira) che prende il preservativo prima di fare l’amore per metterlo al compagno, mentre la mattina dopo è lei che guarda il compagno fare la doccia; un banale sovvertimento di una scena-tipo che ci insegna come nei particolari possano essere piantati i semi del cambiamento. Lo stesso cambiamento che Rachel vorrebbe apportare alla sua vita per non sentirsi più una persona di passaggio nelle vite degli altri, ma che dovrà fare i conti con la sincerità sentimentale dei bambini (in questo caso di una bambina), inabili a mentire per quanto riguarda le emozioni. Con disarmante spontaneità e genuinità la sceneggiatura di “Les Enfantes Des Autres”, aiutata dalle splendide musiche usate come contrappunto, entra nella psiche di una comparsa, di una persona di passaggio ma che ormai sulla soglia dei quarantacinque anni desidera con tutto il cuore una stabilità affettiva, che prima però dovrà affrontare cosa significhi essere “madre” e cosa i bambini considerino tale.

    L’IMMENSITÀ di EMANUELE CRIALESE

  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 1

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    White Noise

    di Noah Baumbach

    “La famiglia è la culla della disinformazione mondiale”.
    Se in “Storia di un matrimonio” ci mostrava come cercare di tener saldo un matrimonio, ora Baumbach torna al nucleo famigliare ma come microcosmo, per inscenare e indagare con l’assurdo e per mezzo delle dipendenze e paranoie della contemporaneità, assieme la sua disintegrazione e ricostituzione: in quello di “White Noise” gli adolescenti sono più intelligenti degli adulti mentre questi ultimi sono molto più occupati a fare a gara a chi ha più paura della morte. Un pastiche di generi (si passa con grande abilità dalla commedia al catastrofico al dramma e all’horror) che non diventa mai pastrocchio e in cui anche la regia cambia registro in base alle esigenze. Anzi intrattiene, diverte e commuove.
    Adam Driver effettivamente sensazionale e la sua espressività si sposa incredibilmente bene con l’ironia coeniana del film. Da vedere!

    The Kingdom: Exodus

    di Lars Von Trier

    “The Kingdom”, l’opera del regista danese nata nel 1994 sulle orme di “Twin Peaks”, tornando come quest’ultima dopo più di 20 anni trova così ancora più punti di contatto: Trier, come ha fatto Lynch con il suo capolavoro “Twin Peaks – Il Ritorno”, riflette tanto sul suo cinema quanto sul suo stesso materiale di partenza ma – al contrario di Lynch – riafferma la possibilità di poter ancora, nel 2022, fare quel tipo di cinema (che poco in comune ha con la televisione, nonostante sia stata – e sarà – distribuita a episodi). E allora mai come per “Riget – Exodus” ci si trova di fronte a un metacinema in cui l’autore diventa il perno, il nucleo, il cuore e le fondamenta sia della trama che della sua creazione.
    Si può ancora decostruire l’impianto soap-operistico del medical drama, le profonde lacerazioni storiche fra Svezia e Danimarca (“Feccia danese!”) sono ancora aperte, il male originario si sta ancora propagando nell’ospedale, ma il regista danese è ben al passo anche con la contemporaneità e la decostruzione non può non attraversare anche i sintomi della società odierna, come la ribalta del femminile.

    Speriamo vivamente che non sia l’opera testamentaria di Lars Von Trier, anche se lo scorrere dei titoli di coda al termine dell’ultima puntata, senza più nemmeno l’ombra del regista davanti all’inquadratura, è molto eloquente…

    Bardo

    di Alejandro Gonzalez Inarritu

    Per scomodare nomi importanti, “Bardo” è “8 1/2” che si mescola ad “Amarcord” e a “The Tree of Life”… Ma forse ne risente in parte per la sua forte componente autobiografica che in certi punti si mangia l’universalità del racconto. Ad ogni modo è un film in cui la forma radicale del regista (l’uso del grandangolo è portato all’estreme conseguenze) si sposa bene con gli onirismi esistenziali del film, risultando coerente e regalandoci una visione di Cinema e di Vita assolutamente originali. Per Iñárritu la vita è il grottesco, come una frase incomprensibile pronunciata in letto di morte.

    Princess

    di Roberto De Paoli

    La maledizione del simil-documentarismo osservativo colpisce ancora: quando si capirà che se si tocca il sociale in questa maniera, le coscienze da scuotere rimarranno sempre indifferenti? Per certi aspetti ricorda molto gli stessi errori commessi da “Pleasure” di Ninja Thyberg.

    Un Couple

    di Frederick Wiseman

    Davvero basta il fruscio delle foglie, l’acqua che si infrange sulle scogliere e Nathalie Boutefeu che legge per 60 minuti le lettere di Sofia (moglie di Leo Tolstoj) per meritare il concorso di un film a Venezia? La sensazione che si tratti soltanto del compenso che doveva essere dato al regista Wiseman, ormai 93enne, è molto concreta.

    Bones and All

    di Luca Guadagnino

    In “Bones And All”, Luca Guadagnino torna a descrivere una generazione di adolescenti sfruttando il road movie, l’horror e gli emarginati dell’America ottantina: se in “Chiamami col tuo nome” i sensi, gli odori, le sensazioni intangibili erano un puro idillio estivo e i corpi velluto da carezzare e baciare, ora i sensi diventano una maledizione, i cannibali si riconoscono dall’odore e i corpi sono carne da macello. Come poter crescere sapendo che “l’amore non accetta i mostri?”. Non resta che scoprirlo in questo altro grande film di uno dei maggiori cantori dell’adolescenza.

    Athena

    di Romain Gravas

    C’è chi ha definito “politicamente ambiguo” lo schizofrenico “Athena” di Romain Gavras (figlio del più famoso Costa Gavras), ma la verità è che il film non pretende di schierarsi da una fazione o descrivere le motivazioni di una guerra civile: il film – attraverso i suoi sontuosi e funambolici piani sequenza assieme ad intrecci da tragedia greca, oltre all’unità di luogo e di tempo – ci sbatte in faccia come in un microcosmo come il quartiere “Athena” si possano nascondere i prodromi di una guerra civile che imperverserà là fuori, perchè il dolore umano e la violenza ceca che ne deriva sono sempre terreno fertile per scontri su più larga scala.

    Aru Otoko (A Man)

    di Kei Ishikawa

    “Aru Otoko” di Kei Ishikawa è l’equivalente di “Cure” di Kiyoshi Kurosawa se fosse stato girato da Hirokazu Kore’eda: cosa costruisce un’identità? Cosa rende autentico un legame familiare? Un film che invece che dare risposte pone solo più domande: cosa sempre più rara nel cinema contemporaneo.

    All the Beauty and the Bloodshed

    di Laura Patrice

    L’arte come strumento (e infine anche posto fisico) di protesta e giustizia sociali, oltre che come mezzo di emancipazione. Che grande discorso sull’immagine, sull’arte e sul mezzo filmico (ma anche sul Cinema con la “C” maiuscola: comparirà anche John Waters) questo di Laura Poitras, dove più che a un documentario assistiamo a una collezione di diapositive o un video-album da sfogliare: in un viaggio in cui Nan Goldin ci guida fra scatti intimisti e sue collezioni – come “la ballata della dipendenza sessuale” o “memoria perduta” -, ci viene sbattuta in faccia “tutta la bellezza e lo spargimento di sangue” della sua vita e della lotta contro la famiglia Sackler per l’epidemia di oppioidi che ha scatenato negli USA. Per un finale umanamente tragico ma che lascia un barlume di speranza per la (ri)affermazione dell’arte come nido e oasi di giustizia sociale.

    The Whale

    di Darren Aronofsky

    Con l’attesissimo “The Whale”, Darren Aronofsky torna manipolare lo spettatore come già fece con “Requiem for a dream”: il corpo di Brendan Fraser che per la sua immensa mole assomiglia incredibilmente ai freak di “Taxidermia”, è miseramente sfruttato perché lo spettatore ne rimanga impietosito e non si soffermi su una sceneggiatura eufemisticamente banale, con una sottotesto cattolico (che diventerà esplicito sul finale) abbastanza sconclusionato. Potrebbe ricordare “La grande abbuffata” per i corpi che fagocitano cibo irrefrenabilmente o “The Elephant Man” per il lavoro operato su di un freak (oltre che per un finale visivamente simile), ma la verità è che in “The Whale” non si trova né il discorso sociale di Ferreri né il legame fra mostruoso e società del capolavoro di Lynch. Il corpo di Fraser (ingrassato oltremisura ma comunque aumentato di dimensioni dalla prostetica) è inserito in un impianto teatrale dove passano la figlia, la moglie e un apparente e misterioso predicatore, ma la sceneggiatura non si sforza di dare profondità ad alcun personaggio per lasciare spazio al lavoro registico e il suo inquadrare da ogni anfratto e incorniciando in 4:3 il freak-Faser, dispiace solo che si tratti di un operato manipolatorio, atto a irradiare un senso di sconvolgimento che si esaurirà assieme all’ultima inquadratura del film.

    Monica

    di Andrea Pallaoro

    “Monica” è una bravissima e bellissima Trace Lysette, donna di cui non vediamo nulla del passato, sappiamo che sta riallacciando i rapporti con la famiglia e non sapremo nulla del sul futuro. Quello che vediamo sono delle bellissime immagini ingabbiate in un 4:3 che vorrebbe renderle dei quadri in movimento, peccato che quel che resta in mano allo spettatore sia una storia mai partita ma sempre sul procinto di ingranare. Una completezza estetica che si esaurisce in sé stessa e che pur essendo manifestamente partorita dal profondo del cuore del regista, non arriva mai dritto al quello dello spettatore. Un peccato.

    Love Life

    di Kôji Fukada

    "Love Life", il titolo dell'ultimo film di Koji Fukada, è un appello a noi spettatori e all'umanità tutta, un grido disperato ma sommesso di appello alla vita. Quella vita fatta di affetti e relazioni che con invidiabile minuzia il film esamina e ispeziona come nei migliori film di Kore'eda, prima distruggendo e poi ricomponendo il significato di famiglia e di amore. Fukada è un maestro nel lasciare spazio ai personaggi suggerendoci la solitudine di ciascuno inquadrandoli sempre a distanza, come da dietro la tenda in una delle sequenze più strazianti: amate la vita, perchè quando moriremo saremo tutti soli.

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  • NORMA JEANE MORTENSON – DIETRO IL SORRISO DI MARILYN MONROE

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    È il 5 agosto del 1962, alla presidenza degli Stati Uniti c’è John Fitzgerald Kennedy, impegnato a non far precipitare i rapporti con l’Unione Sovietica durante la crisi missilistica di Cuba. I Beatles stanno iniziando la loro ascesa nell’impero delle leggende musicali, al cinema danno Lawrence d’Arabia, mentre mancano pochi mesi all’arrivo nelle sale americane de Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, in inglese), lo splendido film con Gregory Peck tratto dal romanzo omonimo di Harper Lee. Il leggendario supereroe Spiderman compare per la prima volta nei fumetti Marvel, facendo innamorare perdutamente migliaia di ragazzini. Eppure, il 5 agosto 1962 i giornali non parlano di tutto questo, i titoli sulla crisi missilistica cubana vengono messi da parte per far spazio ad altro: in prima pagina c’è infatti l’immagine inconfondibile di una delle donne più importanti e influenti del mondo, l’attrice Marilyn Monroe, morta durante la notte in circostanze misteriose nella sua casa di Los Angeles. Il cinema piange una delle star più talentuose e affascinanti del Novecento, e la sua morte avvolta dal mistero genera ancora oggi decine e decine di teorie. Ma chi era davvero Marilyn Monroe? Oggi ripercorriamo la sua storia e scopriamo cosa si celava dietro l’immagine della donna bellissima e sorridente che il mondo amerà per sempre.

    LA DURA VITA DI NORMA JEANE E LA NASCITA DI MARILYN

    Nata il 1 giugno 1926, Norma Jeane Mortenson ha da subito una vita molto difficile. L’abbandono da parte del padre e gli svariati problemi mentali della madre la portano ad entrare nel durissimo sistema di affidamento statunitense, all’interno del quale Norma cambia numerose famiglie nel giro di pochissimi anni. La sua infanzia è purtroppo costellata di numerosi abusi psicologici e sessuali in almeno tre delle famiglie in cui la piccola si trova a vivere. Al compimento dei 16 anni (allora età legale da matrimonio negli Stati Uniti) viene data in sposa al suo primo marito, uno degli uomini che, nel corso della sua vita, la intrappoleranno in relazioni controllanti, tossiche e distruttive. Poco tempo dopo, Norma inizia ad essere notata per la sua incontestabile bellezza, comincia così una breve carriera da modella, e la gelosia ossessiva del marito la porterà presto a chiedere il divorzio. Ora Norma ha vent’anni, è single, e, memore degli splendidi film in cui si rifugiava da ragazzina per scappare dai dolori del mondo, decide di fare carriera ad Hollywood. Verrà subito notata da Ben Lyon, regista della Fox, e sarà proprio lui a suggerirle il nome d’arte Marilyn Monroe, utilizzando il cognome da nubile della madre di Norma. E così nasce Marilyn Monroe, che di lì a qualche anno sarebbe diventata uno dei simboli del cinema in tutto il mondo. Purtroppo nel mondo di Hollywood, soprattutto in quel periodo, non era affatto semplice lavorare e arrivare in alto: se si era una donna, anche con del talento, con una bella immagine e tanta ambizione, si doveva obbligatoriamente passare oltre l’approvazione dei dirigenti, uomini che molto spesso chiedevano in cambio svariati favori sessuali. Marilyn inizia il suo lavoro di attrice con qualche piccola parte in film della Fox, prende lezioni di recitazione e dizione, si tinge i capelli castani del suo iconico biondo dorato. Alla soglia degli anni ’50, con l’uscita del film Eva contro Eva (All About Eve), Marilyn inizia ad acquisire molta popolarità, che crescerà ulteriormente pochi anni dopo quando alcune foto di nudo che la donna aveva scattato anni prima vengono usate dai fotografi con lo scopo di ricattarla. L’attrice risponderà a questa minaccia con grande onestà e classe, dichiarando di aver posato nuda per potersi pagare l’affitto in un periodo particolarmente difficile della sua vita: il pubblico è stregato dall’umiltà e dall’eleganza della donna, e sempre più persone iniziano ad ammirarla.

    GLI ANNI ’50: LA CARRIERA A HOLLYWOOD, LE RELAZIONI, LA DEPRESSIONE

    Nel corso degli anni ’50 Marilyn cerca di staccarsi un po’ dall’immagine della “bionda svampita” che le era stata affibbiata da tempo, e comincia a ricoprire ruoli cinematografici più importanti e drammatici in cui il suo talento di attrice può uscire allo scoperto e conquistare il pubblico. Nel 1953 escono due film che la consacreranno tra le star di Hollywood: Niagara, Come sposare un milionario e Gli uomini preferiscono le bionde, commedia diretta da Howard Hawks in cui vediamo Marilyn recitare e cantare; iconico è ancora oggi il numero musicale in cui l’attrice canta Diamonds are a girl’s best friend con uno splendido vestito rosa che verrà citato e ricreato nella musica e nel cinema da molte altre attrici e cantanti. Nello stesso periodo Marilyn conosce e inizia una relazione con il giocatore di baseball Joe DiMaggio, che sposerà nel 1954. I due diventano subito la coppia più importante del momento, costantemente negli obiettivi dei paparazzi, e il loro ha tutta l’aria di essere il matrimonio perfetto. Tuttavia, anche questa relazione si rivela essere profondamente tossica data la gelosia ossessiva di Joe; il regista Billy Wilder ricorda che, durante le riprese di Quando la moglie è in vacanza, mentre girava l’iconica scena in cui il vestito di Marilyn viene sollevato dall’aria di una grata, Joe DiMaggio era presente, e che il suo sguardo di odio in quel momento fosse impossibile da dimenticare. Anche questo matrimonio finì molto presto, e ancora una volta Marilyn si rende conto di non avere controllo su se stessa e sul proprio corpo, che pare sempre appartenere ad altri e mai a se stessa. È in questo periodo che la donna inizia a soffrire di forte depressione e sbalzi d’umore: l’abbandono da parte del padre e l’infanzia traumatica la portano a cercare approvazione in uomini più grandi e a sessualizzare fortemente la sua figura, l’unico modo che conosceva per poter essere amata. Il nuovo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller nel 1956 non migliora la situazione: Marilyn inizia a pensare a un figlio, ma la sua endometriosi e la dipendenza dai farmaci la portano ad avere numerosi aborti. Nonostante ciò la sua immagine pubblica rimane sempre impeccabile, elegante, sorridente; non poteva mostrare la sua sofferenza al mondo intero, che era abituato a vederla come la bionda più bella e affascinante del cinema. L’ultimo film che riuscirà a completare sarà The Misfits (Gli spostati, 1961), di lì in poi la sua salute fisica e mentale peggiora, e con essa anche la dipendenza dai farmaci. A restarle accanto rimasero solo il suo psichiatra e l’ex marito Joe DiMaggio, a cui si era riavvicinata in amicizia.

    I RAPPORTI CON I KENNEDY E LA MORTE

    Gli ultimi anni di Marilyn la vedono avvicinarsi alla famiglia Kennedy: inizia una relazione con John F. Kennedy, divenuto presidente degli Stati Uniti nel 1960, e successivamente anche con il fratello Robert Kennedy, detto Bob. I due si incontravano in segreto a casa di Peter Lawford, cognato di Bob, ma i rapporti tra Marilyn e la famiglia restano misteriosi e furono insabbiati dai Kennedy stessi, anche a causa delle voci che vedevano l’attrice far parte del partito comunista. Pochi mesi prima di morire Marilyn regala al mondo un altro momento iconico sigillato nelle menti di tutti: il 19 maggio del 1962 l’attrice si fa confezionare uno splendido abito ricoperto di cristalli e davanti ad oltre 15 mila persona al Madison Square Garden di New York canta la famosissima Happy Birthday Mr. President, proprio per il compleanno di John Kennedy. L’evento suscita scandalo, sia per il vestito di Marilyn, che viene giudicato troppo provocante, sia per la conferma di un qualche tipo di relazione tra i due.

    Passano pochi mesi e arriviamo a quella notte del 4 agosto 1962. Marilyn si trova nella sua casa di Los Angeles e il periodo che sta passando è molto particolare: la depressione continua a provocare sbalzi d’umore, è ancora fortemente dipendente dai farmaci, persone a lei vicine hanno la sensazione che si stia quasi arrendendo alla grande sofferenza che porta dentro di sé. La domestica vede andare a letto Marilyn intorno alle 21, l’attrice va in camera da letto e telefona a Peter Lawford: la chiamata è molto strana, Marilyn non sembra molto in sé, pare essere piuttosto confusa, così Lawford decide di avvertire Mickey Rudi, avvocato della donna. L’uomo decide quindi di telefonare lui stesso intorno alle 22, e la domestica lo rassicura, dicendo che tutto è sotto controllo. Alle 3.30 di quella notte la governante nota che la luce della camera di Marilyn è ancora accesa, così cerca di entrare per sincerarsi che tutto sia tranquillo, ma la porta è chiusa a chiave e non risponde nessuno. La domestica chiama immediatamente lo psichiatra di Marilyn, che decide di entrare nella stanza sfondando una delle finestre, e trova così la donna sdraiata nel letto, completamente nuda e con la cornetta del telefono in mano, senza vita. Alle 4 del mattino arriva l’ambulanza e viene dichiarato il decesso; si pensa subito al suicidio, dato che sul comodino erano presenti molte confezioni di farmaci, e l’autopsia conferma la loro presenza, tuttavia sin da subito moltissime persone vicine all’attrice non accettano questa versione, primo tra tutto lo psichiatra stesso. La mattina del 5 agosto tutti i giornali parlano della morte di Marilyn, il mondo del cinema piange una delle star più influenti e promettenti del momento, il mistero che avvolge l’intera situazione non fa che portare allo sviluppo di teorie che continuano a nascere ancora oggi. I primi sospetti si rivolgono alla famiglia Kennedy e al sindacalista Jimmy Hoffa, grande nemico di Bob Kennedy, intenzionato a distruggerlo sfruttando proprio la relazione con Marilyn: Hoffa aveva fatto piazzare delle cimici in casa della donna, e aveva così provato che quella notte del 4 agosto Marilyn e Bob si erano visti e avevano avuto un’accesa discussione. I due si stavano allontanando, anche a causa delle tante voci riguardanti il partito comunista, e la donna accusava lui di vederla soltanto per andare a letto, ed era quindi stufa di «essere trattata solo come un pezzo di carne». Bob Kennedy potrebbe quindi essere l’ultima persona ad aver visto l’attrice in vita, ma la famiglia Kennedy ha sempre negato qualsiasi tipo di coinvolgimento nella situazione. Il mistero si infittisce se consideriamo anche la testimonianza di un autista di ambulanze: quest’ultimo ha dichiarato di essersi recato a casa di Marilyn proprio la notte del 4 agosto, intorno alle 23, per portarla in ospedale dato che pare fosse ancora viva. La donna sarebbe poi morta durante il tragitto e lo psichiatra, insieme all’addetto stampa Arthur Jacobs, avrebbero deciso di riportarla in camera da letto e quindi “inscenare” il ritrovamento del corpo. Tuttavia anche qui non possiamo essere sicuri di cosa sia realmente successo, se Marilyn avesse deciso di porre fine alla sua vita oppure se qualcun altro fosse intenzionato a farla sparire. Quel che ci rimane è l’immagine straziante di una delle tante donne che Hollywood e il mondo dello spettacolo in generale hanno sfruttato e tormentato fino alla completa distruzione. Ci restano fotografie e film in cui Marilyn ride, amica all’obiettivo, balla, sfoggia abiti meravigliosi, ma dietro quel caschetto biondo si nascondeva la capigliatura mora della fragile e triste Norma Jeane, quella che pochissimi hanno avuto modo di conoscere davvero.

    LO SFRUTTAMENTO CONTINUO DELL’IMMAGINE DI MARILYN

    Chi non ha mai visto la famosissima fotografia in cui Marilyn ride con il vestito bianco sollevato che lascia scoperte le gambe al vento? È tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, ed esprime perfettamente come il mondo dello spettacolo non si sia fatto molti problemi a sfruttare fino allo sfinimento l’immagine dell’attrice. Il sistema hollywoodiano tra gli anni ’40 e ’50, e le difficoltà che presentava sul cammino delle donne intenzionate a fare carriera, portavano spesso le aspiranti attrici a venire ricattate e costrette favori sessuali, e tra queste Marilyn non era l’eccezione. Gli abusi subiti durante l’infanzia e l’occhio di Hollywood sempre puntato sul suo corpo, avevano portato l’attrice a convincersi che l’unico modo per essere amata fosse proprio questo, mostrare il proprio corpo e sessualizzare la propria immagine. L’etichetta che le era stata applicata sin dal principio non era affatto facile da rimuovere e le è rimasta incollata addosso fino alla morte: Marilyn era la “bionda svampita e un po’ stupida”, che non si accorgeva di ciò che le accadeva intorno, che come unico obiettivo aveva quello di conquistare il cuore di un uomo sempre nuovo. Dietro quell’immagine c’era però l’intelligente e ambiziosa Norma Jeane, che voleva fare carriera come attrice, che voleva essere presa sul serio per il suo talento e l’impegno che dimostrava e non soltanto per le forme del suo corpo e la bellezza unica del suo viso. In molti hanno reso omaggio alla meravigliosa Marilyn, in molti hanno ripreso fotografie e scene di film che la vedevano protagonista, ma non tutti sfortunatamente hanno saputo portarle rispetto. L’evento più recente che ha suscitato enorme scalpore ha avuto luogo nel giugno di quest’anno, durante il red carpet del Met Gala, in cui abbiamo visto l’imprenditrice e modella Kim Kardashian sfilare con lo stesso identico abito di cristalli che Marilyn aveva indossato per cantare Happy Birthday Mr. President nel maggio del ’62. Non si trattava di una replica, ma dello stesso abito, divenuto ormai un pezzo d’arte incredibilmente importante. Se consideriamo anche il fatto che Marilyn si era fatta confezionare il vestito in modo da poter aderire perfettamente al proprio corpo ed essere così indossato solo e soltanto da lei, possiamo capire la gravità della cosa. Inutile dire che l’abito, nonostante la cura con cui è stato trasportato e indossato da Kim, ha ovviamente riportato dei danni. Tutto ciò ha quindi suscitato molto scalpore, dato che l’abito non tornerà mai come prima. Uno dei tanti momenti in cui Marilyn ha smesso di essere una persona ed è diventata una semplice immagine da sfoggiare.

    Concludiamo così questo omaggio verso un’attrice meravigliosa e splendida donna, ricordando a tutti di come il mondo dello spettacolo sia tremendamente difficile: soffrire non è ammesso, l’immagine è tutto. Un amico di Marilyn ricorda un momento in cui i due si trovavano insieme a Los Angeles e hanno visto l’installazione di un enorme cartellone su uno dei palazzi. Sul cartellone c’era proprio la fotografia dell’attrice, nella famosa scena (ancora) della gonna bianca che si alza scoprendo le sue gambe agli occhi dell’intera città. Guardando la foto Marilyn avrebbe sospirato all’amico «Vedi? È questo quello che la gente si aspetta da me.»

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  • IO BALLO DA SOLA – L’ICONOGRAFIA DI SAN SEBASTIANO E LA TRASGRESSIONE GIOVANILE

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    Nell’estate dei suoi 19 anni la giovane americana Lucy (Liv Taylor) si reca in viaggio nelle splendide campagne toscane, vicino Siena. Era stato suo padre a spingerla a tornare in Italia, soggiornando a casa di vecchi amici di sua madre. Il pretesto di questo viaggio era di aiutare Ian, proprietario del terreno e artista, a realizzare una scultura prestandosi come modella. La permanenza in Toscana però si rivela molto più di questo per Lucy. 

    Quello che la giovane protagonista riuscirà a conquistare sarà il passaggio all’età adulta, sperimentando nuove esperienze e sensazioni e superando i propri limiti. La perdita della propria verginità e il significato che questo atto porta con sé sarà il fulcro del racconto, imponendo una chiave di lettura che verrà sottolineata ed enfatizzata da tutti gli elementi del film.

    Bertolucci trae ispirazione da un’esperienza vissuta in prima persona, data dall’amicizia che tempo prima lo aveva legato a un gruppo di artisti che si erano ritirati nel Chianti negli anni ‘60. Tra questi, in particolare, Matthew Spender, autore delle bellissime sculture presenti nell’opera.  

    IO BALLO DA SOLA E L’ARTE

    L’arte in Io ballo da sola è un elemento fondamentale, la cui importanza è sottolineata non solo dall’apporto dei lavori di Spender, ma anche da come questi, insieme ad altre forme artistiche, contribuiscano a evidenziare il messaggio principale del film nonché colonna portante del racconto: la perdita della verginità di Lucy

    È in funzione della creazione di una scultura che la protagonista s’imbarca in un viaggio da cui non tornerà uguale a prima. E il profondo cambiamento che avverrà in lei, appunto grazie al contributo intrinseco delle opere, è evidente in una conversazione con Ian, lo scultore che la ritrae.

    “Mi assomiglia almeno?”

    “Non deve assomigliarti.”

    È interessante inoltre far caso ai richiami stilistici presenti nelle sculture di Spender. Le influenze che si possono notare vanno dal primitivismo all’arte bizantina ed etrusca, e ciò sembra spingere verso la definizione di un ambiente genuino e spontaneo, atto a recuperare un legame con i sensi e con la spiritualità della terra. Un’attenzione posta all’immediatezza sacra del momento, che in un altro contesto Lucy avrebbe forse accantonato. È l’intero trasloco in campagna degli ospiti della protagonista che in realtà sembra caricarsi di questo significato, enfatizzando un modo di vivere e sentire il mondo che essi condivideranno con lei. 

    Importante in particolare è l’inquadratura della statua di San Sebastiano, presente all’interno della casa, durante una conversazione al telefono tra un giovane scrittore amico di famiglia e il personaggio di Noemi (Stefania Sandrelli). Quest’ultima (una donna quasi di mezza età) nel corso del film sembra, quasi al pari di Lucy, voler provare l’ebbrezza di una frequentazione giovanile, ma stavolta per riesumarne le sensazioni, non per scoprirle. Intrattiene conversazioni con Michele, il figlio di un amico di famiglia, lo sente per telefono, commenta il libro scritto da lui sull’amore e la passione. Ed esprime la sua opinione sul suo lavoro pochi passi più avanti della statua del martire.

    “No, è un libro assolutamente deprimente!”

    Dice Noemi prima di voltarsi per lanciare uno sguardo al santo. Un’occhiata che sembra caricarsi di desiderio e aspettative di sensazioni grandi quanto quelle espresse dalla raffigurazione.

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    SAN SEBASTIANO: L’ICONOGRAFIA DEL MARTIRE

    San Sebastiano era un militare romano nato nel 256 d.C. e vissuto sotto l’impero di Diocleziano. Ebbe a cuore di contribuire alla diffusione del cristianesimo grazie al suo ruolo di tribuno della corte pretoria, occupandosi della sepoltura dei martiri, dei cristiani incarcerati e divulgando la religione tra i funzionari di corte. Diocleziano, profondamente avverso al cristianesimo, si sentì fortemente deluso quando seppe dell’opera di propagazione di Sebastiano, e lo condannò a morte. Così quest’ultimo venne denudato e legato a un palo sul colle Palatino, dove venne trafitto da un gran numero di frecce. Ma secondo la leggenda sopravvisse nonostante il martirio grazie all’opera salvifica di Dio, e la sua fede fu così grande da spingerlo a proclamarla al cospetto dell’imperatore piuttosto che lasciare la città. Fu questo tuttavia a costargli la vita, che gli venne tolta definitivamente tramite una cruenta flagellazione.

    La figura di San Sebastiano porta con sé una storia ricca e articolata, che ha visto la sua simbologia evolvere e ridefinirsi nell’arco di quasi mille anni. Rappresentato inizialmente come un anziano trafitto da frecce, spesso veniva dotato della clamide militare, tratto distintivo dei soldati. È al tramonto dell’epoca gotica che lo si inizia più frequentemente a raffigurare nudo, e a partire dal XV secolo anche più giovane. Se il simbolismo (dalla sua origine per diverso tempo) era sempre stato riferito all’idea di un martirio, di un sacrificio per fede e amore di Cristo, l’aspetto estetico nel corso dei secoli influisce anche sul significato. Non sarà più tanto quindi un atto di devozione quanto una rappresentazione del dolore in sé, con la volontà di suscitare sensazioni forti negli spettatori. L’eccitazione legata alle più recenti figurazioni di San Sebastiano non è necessariamente di natura sessuale, ma spesso e volentieri può contribuire a sottolineare quest’ultima dove si volesse, come nell’opera di Bertolucci. 

    La delicatezza e allo stesso tempo l’intensità della storia di Lucy contraddistinguono e definiscono Io ballo da sola. Un’estiva tranche de vie agreste, che nonostante l’importanza e profondità del tema scelto riesce a mantenere, senza appesantirsi mai, una fresca e giovanile leggerezza.

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