Category: Rubriche

  • GIUSEPPE TORNATORE – TRE FILM DA (RI)SCOPRIRE

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    Il 27 maggio ricorre il compleanno del regista Giuseppe Tornatore, fra i cineasti più influenti del panorama italiano a partire dagli anni Ottanta. Dopo l’esordio con il thriller Il camorrista (1986), la filmografia dell’autore siculo si caratterizza per una costante sperimentazione di generi cinematografici, dal dramma alla commedia, dal mystery alle love story, senza dimenticare l’impegno come documentarista, che ha recentemente dato vita al suo ultimo film, Ennio (di cui abbiamo scritto la recensione).

    Correva l’anno 1956 quando Giuseppe, detto “Peppuccio”, nasce a Bagheria, centro poco distante dalla provincia di Palermo, città che sarà nido dell’autoeducazione al cinema del regista. Prima proiezionista presso il cinematografo di paese, poi il viaggio a Roma, stringendo tra le mani una sceneggiatura che sarà accolta dalla storica casa di produzione Titanus. Due anni dopo, il successo-insuccesso di Nuovo Cinema Paradiso: pellicola martoriata dal montaggio, rifiutata e screditata in patria, poi osannata da critica e pubblico dopo la vittoria dell’Oscar al miglior film straniero nel 1990. 

    Per celebrare i 66 anni di un regista poliedrico e, soprattutto, cinefilo, vogliamo proporre tre pellicole meno note della sua filmografia al fine di poter apprezzare ulteriormente lo stile e l’autorialità del cineasta siciliano. 

    Se invece volete recuperare la sua produzione puramente siciliana, vi rimandiamo a questo articolo

    STANNO TUTTI BENE

    Stanno Tutti Bene rappresenta il terzo lungometraggio del regista, realizzato successivamente al più noto e già citato Nuovo Cinema Paradiso (1988). Nonostante il successo derivato dalla vittoria agli Academy Awards, Tornatore vive in primis il dramma del rifiuto di un film a lui tanto caro, in quanto girato nella natìa isola. Dalle radici di tale sconforto, ben prima dell’inaspettato successo, il cineasta scrive una sceneggiatura tanto grottesca quanto amara, perfetta espressione di uno sguardo disilluso e abbattuto.

    Con un Marcello Mastroianni alla sua ultima interpretazione, Stanno Tutti Bene è un lungometraggio critico sulla perdita dei valori della famiglia e sulla nuova generazione di “figli” soli, colmi di sconforto e privi di obiettivi. Matteo Scuro (Mastroianni) è un anziano genitore il quale, stanco di non riuscire mai a riunire la sua progenie durante le vacanze estive, a fine stagione decide di imbracciare la valigia e un pacco di doni siculi per recarsi lui stesso a far visita ai propri figli sparsi per il Continente. 

    Tuttavia, il pellegrinaggio da una città all’altra si rivelerà colmo di amarezza, un percorso di progressiva disillusione verso un’Italia tutta sull’orlo di una mutazione irreversibile. «La nostra terra non è bella di per sé come dicono tutti, è bella perché le cose lontane sembrano migliori» asserisce lo stesso Matteo riferendosi alla sua Sicilia cristallizzata in un tempo distante, un ventre materno dal quale osservare il mondo senza subirne i contraccolpi. Il protagonista, prima del viaggio, ha sempre osservato il mondo attraverso i suoi grandi occhiali da vista che, in certi momenti, paiono come due lenti di una cinepresa che registra i cambiamenti e le illusioni di un uomo (troppo) legato alle tradizioni e agli antichi valori.

    Vincitore del Premio della Giuria Ecumenica a Cannes nel 1990, Stanno Tutti Bene è un film duro, difficile da assimilare in quanto tanto cupo quanto onesto rispetto all’Italia degli anni Novanta, in preda alle incertezze e a un’inquietudine generazionale

    UNA PURA FORMALITÀ

    Citazione: «Ricordare è come un po’ morire» 

    Presentato in concorso alla quarantasettesima edizione del Festival di Cannes, Una pura formalità (1994) rappresenta una profonda riflessione sulla natura tecnica ed espressiva delle immagini da parte di Giuseppe Tornatore. In una notte tempestosa, i gendarmi di avamposto individuano un uomo senza documenti (Gérard Depardieu) e con apparenti segni di amnesia. Portato nell’ufficio del commissario (Roman Polanski), questi inizierà un lungo percorso per scoprire la sua vera identità. Caratterizzato da una maniacale attenzione stilistica, Una pura formalità si configura come un puzzle film contaminato da elementi del genere noir contemporaneo: un prodotto che assorbe, dunque, lo spirito sperimentale del cinema degli anni Novanta (che avrebbe dato vita a grandi film quali Memento, Fight Club o Pulp Fiction). Tuttavia, la concentrazione sulla strutturazione del racconto non sovrasta la necessità di un rispecchiamento fra la storia e la cinematografia. Il rompicapo, architettato da un Tornatore sceneggiatore e montatore, si armonizza con uno studio sulle inquadrature dal gusto squisitamente espressionista e connotate da una costante monocromia, spezzata esclusivamente da alcuni oggetti color blu cobalto, i quali risulteranno centrali nella ricostruzione del passato del protagonista. Ambientato in uno spazio angusto (del tutto simile, in un certo senso, a una claustrofobica cabina di proiezione), Una pura formalità è un rebus sofisticato che mantiene lo spettatore letteralmente incollato allo schermo.

    LA SCONOSCIUTA

    Ispirato a un fatto di cronaca riguardante il racket della prostituzione di ragazze provenienti dall’Est Europa, La sconosciuta è un film del 2006 vincitore di cinque David di Donatello, fra i quali Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Attrice Protagonista. Irena (Ksenia Rappoport) è un’ex prostituta ucraina: giunta nella fittizia città veneta di Velarchi, la donna intende a tutti i costi cercare una posizione presso un elegante palazzo del centro. Per quale motivo? Qual è il vero passato di Irena e di cosa è alla ricerca? 

    Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma, il film è un lungometraggio connotato da una costante e percepibile tensione, acuita dalla colonna sonora composta da Ennio Morricone. Tale nervosismo viene espresso, soprattutto, dall’intensa e struggente performance dell’attrice Ksenia Rappoport, del cui volto enigmatico il regista ci dona una serie di scarni e intensi primi piani. Girato in una Trieste connotata da cromie fredde, il cineasta sperimenta una costruzione d’inquadrature volta a porre in risalto le alterità fra i personaggi e la loro appartenenza a milieu sociali differenti. Ma La sconosciuta è anche un film duro e feroce che non lascia sottintese le violenze perpetrate sulle ragazze che, come Irena, sono costrette a subire soprusi al fine di poter guadagnare abbastanza denaro per poter iniziare una nuova vita. Si tratta probabilmente del film più impegnato del regista dopo Il camorrista, realizzato vent’anni prima, e certamente risulta degno di una visione.

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  • LA PELLICOLA NELL’ERA DEL DIGITALE

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    COME VENGONO GIRATI I FILM IN PELLICOLA NELL’ERA DIGITALE?

    Dopo il lancio e l’affermazione delle cineprese digitali il mondo della pellicola cinematografica ha visto diminuire sempre più il numero di film girati in analogico, ma negli ultimi anni c’è stata una piccola rinascita di questo modo di fare cinema. Sono due le domande che dobbiamo porci: “Perché alcune produzioni decidono di usare la pellicola al posto del digitale?” e “Come viene girato un film a pellicola nell’era digitale?”

    Prima di spiegare come viene girato un film in pellicola al giorno d’oggi è importante capire perché viene girato in quel modo. Il digitale offre numerosi vantaggi rispetto alla pellicola, come il fatto che risulti più economico, dia la possibilità di girare più a lungo senza dover pensare a sostituire i rulli delle pellicole, riduca la possibilità di errori nell’esporre correttamente la scena o, in fase di sviluppo, permetta di vedere sul momento il risultato, e tanti altri. Quando andiamo a vedere i vantaggi del girare in pellicola di solito ci limitiamo a due fattori, il look della pellicola e il workflow, ovvero il modo in cui vengono girati.

    Alcuni registi e direttori della fotografia giustificano l’utilizzo per via dell’estetica ed una più soddisfacente esperienza pratica. Ad oggi, grazie ai progressi della post-produzione digitale, è possibile ricreare il look e il feeling della maggior parte delle pellicole, avvicinandosi di molto al risultato originale. In alcuni contesti come la resa delle alte luci e un certo tipo di nitidezza risultano difficili da riprodurre tramite i sensori digitali. Se una produzione ha il budget necessario per girare su pellicola, perché filmare in digitale, post produrre i filmati e procedere alla simulazione di una pellicola?

    Secondo gli addetti ai lavori l’esperienza di girare su pellicola è molto diversa rispetto a quella del digitale: quando la cinepresa inizia a girare tutti sul set sono molto più concentrati, la costruzione dello scatto viene eseguita con più attenzione, i movimenti della camera studiati con cura e un numero limitato di takes viene girato. Questi sono gli effetti portati sul set da uno strumento più delicato e con maggiori limiti. In contrapposizione, le possibilità offerte dal digitale, la capacità di poter girare più scene a parità di costi e l’ergonomia maggiore portano in alcuni casi a curare meno le riprese e a far girare la cinepresa di più, aspettando lo scatto corretto. Per i filmmakers il valore dell’esperienza della pellicola, unito all’estetica particolare, rende ancora oggi appetibile girare in 16mm o 35mm.

    PRE-PRODUZIONE

    I limiti citati precedentemente creano nuove sfide per la pre-produzione, il direttore della fotografia si reca sul set per uno studio preliminare della scena testando diverse pellicole e utilizzando la propria esperienza per individuare le più adatte e il necessario da avere sul set per gestire la scena. Ad oggi l’unico produttore di pellicole cinematografiche ancora attivo sul mercato è la Kodak Film, che offre una selezione di quattro pellicole dedicate alle riprese in esterno e in interno, con poca o molta luce.  Il direttore della fotografia procede alla scelta della pellicola valutando 3 principali fattori:

    • Il valore ASA della pellicola, ovvero la sensibilità alla luce della stessa. Più è alto questo valore e maggiore sarà la sensibilità.
    • Il bilanciamento del bianco (misurato in gradi Kelvin), ovvero la calibrazione dei colori per le riprese sotto la luce solare o sotto luce artificiale.
    • Il look, ovvero la resa di toni, contrasto e colori di una determinata pellicola. Ognuna ha la sua resa originale, con una quantità di grana e una texture

    Pellicole con un valore di 50 ASA sono adatte alle riprese in esterno, mentre quelle con un valore di 500 ASA risultano più pratiche per le riprese in interno o con poca luce. Una maggiore sensibilità produce una grana più grossa e una texture più visibile nel risultato finale. Le pellicole tarate per la luce solare (5500K) tenderanno a una resa naturale dei toni della pelle sotto questa luce, quelle tarate per la luce al tungsteno (3300K) mostreranno colori corretti sotto questa luce e molto freddi sotto quella del sole. Esistono dei filtri che permettono di correggere queste tonalità e di girare con una pellicola in condizioni diverse da quelle per cui è stata progettata, oggi con il digitale è possibile anche intervenire in post-produzione correggendo il bilanciamento del colore. Date queste opzioni la produzione può scegliere se girare tutto con un’unica pellicola oppure se utilizzarne più di una in base alle esigenze, stabilendo in anticipo di quanti tipi e soprattutto di quanti rulli di pellicola si avrà bisogno. Piccoli progetti come pubblicità e cortometraggi abitualmente ordinano tutta la pellicola prima di avviare le riprese, mentre le produzioni cinematografiche provvedono ai rifornimenti anche in corso d’opera. Risulta comunque fondamentale avere sempre a disposizione la quantità di pellicola necessaria, ma mai più del dovuto poiché è molto costosa e nei trasferimenti potrebbe subire danni e divenire inutilizzabile.

    PRODUZIONE

    Arrivati sul set, la prima operazione che viene eseguita è quella del caricamento della pellicola all’interno del magazzino della cinepresa, questa è un’operazione molto delicata che deve essere necessariamente eseguita al buio e da mani esperte per evitare di esporre il negativo alla luce del sole che lo rovinerebbe irrimediabilmente. Una volta inserito nel magazzino e completamente sigillato, viene segnato con un nastro colorato che sta a indicare il bilanciamento del colore, rosso per la pellicola a 3300K e blu per quella a 5500K. Sullo stesso vengono segnati il numero della pellicola, il tipo, il seriale, quanti minuti di girato può fare e alcune istruzioni per lo sviluppo successivo. Fatto questo, il magazzino viene caricato nella cinepresa: qui il DoP (Director of Photography) misura la luce con un esposimetro (uno strumento che calcola quanta luce è presente nella scena, sia incidente che riflessa) calcolando la corretta esposizione. Ad oggi vengono anche utilizzate delle fotocamere digitali per avere subito un feedback sull’esposizione scelta, ad esempio utilizzando una pellicola da 500ASA con l’otturatore impostato a 180° la fotocamera verrà impostata a 500ISO e con un tempo di scatto di 1/50s correggendo l’apertura del diaframma fino a trovare il risultato desiderato. Nella cinepresa possono essere utilizzati dei filtri neutri chiamati ND (Neutral Density) che bloccano parte della luce senza modificare i colori, permettendo di scattare senza modificare la pellicola in scene più luminose. Finita la ripresa viene controllato l’interno della cinepresa per essere sicuri che nessuna polvere o particella di sporcizia abbia rovinato la ripresa e si procede a segnare quanta pellicola rimane per la prossima scena. Tenere sotto controllo il magazzino è un’operazione di vitale importanza per evitare di restare senza pellicola mentre si sta girando. Una volta terminate le riprese si procede a rimettere la pellicola all’interno della sua confezione, viene sigillata con cura per evitare infiltrazioni di luce e viene messo il nastro che prima era sul magazzino; viene compilato un documento in triplice copia dove vengono specificati tutti i rulli utilizzati in giornata, i loro dettagli e le informazioni necessarie al laboratorio per lo sviluppo.

    POST-PRODUZIONE

    Una volta che le pellicole arrivano in laboratorio (CineLab in UK e FotoKem negli Stati Uniti), viene sviluppato attraverso dei processi chimici e qui finisce la sua vita come medium analogico. A questo punto c’è un incontro tra il mondo della pellicola e quello digitale: la scansione. Per poter procedere al montaggio viene convertito in un file digitale compatibile con i programmi di post-produzione, questa conversione può essere eseguita attraverso un “Telecine” che proietta la pellicola su un sensore digitale che registra un video generalmente con una risoluzione di 1080P ovvero HD. Un’altra opzione è quella di utilizzare uno scanner come lo “Scanity HDR” che registra ogni singolo frame in alta risoluzione e in un formato non compresso che contiene una grande quantità di dettagli e una gamma dinamica decisamente superiore; la risoluzione di questo sistema va dal 2k al 4k. Quest’ultimo sistema viene utilizzato solo nelle produzioni ad alto budget poiché risulta molto più lento e costoso del Telecine. Finito il processo di scansione il file ottenuto viene trattato come quello di una cinepresa digitale, passando in sala di montaggio ed editato nel colore e nel look per ottenere il bilanciamento desiderato.

    PROIEZIONE

    La proiezione come la ripresa può avvenire sia in digitale che in analogico, qui la scelta spetta alla sala dove verrà proiettato e all’attrezzatura a loro disposizione. Lo standard dell’industria cinematografica è la proiezione digitale che si attesta con una risoluzione di 2K e viene effettuata attraverso la distribuzione dei DCP (Digital Cinema Package) che sono sostanzialmente degli hard drive con l’audio e il video del film. Un’altra soluzione è quella di convertire il file digitale nuovamente in analogico, impressionando una pellicola e riportando tutto il ciclo di produzione da dove si era partiti.

    CONCLUSIONE

    Per alcuni progetti l’utilizzo della pellicola risulta ancora oggi un valido strumento: il suo approccio alla ripresa, l’attenzione necessaria e i limiti imposti portano le crew cinematografiche a cambiare approccio, rallentando le operazioni e catalizzando maggiore cura nel lavoro sul set. A questo si aggiunge il fascino e l’estetica ancora non perfettamente emulabile che aiuta a creare un risultato finale con carattere e unicità. Come abbiamo visto anche questo mondo però entra in contatto con il digitale: la Post-Produzione e la Proiezione per praticità e vantaggi innegabili vengono infatti effettuate in digitale senza snaturare il valore prodotto in precedenza, offrendo una possibilità in più a registi e direttori della fotografia.

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  • HEREDITARY – DIMENSIONE FEMMINILE E MASCHILE IN UNA FAMIGLIA DAL DESTINO SEGNATO

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    Una tragedia familiare che pian piano sfocia in un incubo; una villetta da sogno che si trasforma in una trappola infernale; una casetta sull’albero che si ritrova a dover ospitare l’inquietante simulacro di una divinità malvagia. È questo Hereditary (in Italia arrivato con il sottotitolo Le radici del male), il thriller/horror d’esordio di uno dei più promettenti registi contemporanei, Ari Aster. Hereditary segue le vicende della famiglia Graham, e presenta, a primo impatto, tutte le caratteristiche di un classico dramma. Ogni personaggio ha i suoi problemi, come il passato tormentato di Annie (Toni Collette), gli inquietanti disegni che riempiono i quaderni della figlia  minore Charlie (Milly Shapiro) o la passione sfrenata per la marijuana del figlio adolescente Peter (Alex Wolff). Eppure, a partire dal funerale della nonna Ellen, il male inizierà a insinuarsi in casa Graham, conquistando pezzo per pezzo ogni singolo membro della famiglia, in nome di un destino ormai segnato e inevitabile.

    Attenzione! Questo articolo contiene spoiler sul film in questione!

    UNA FAMIGLIA MATRIARCALE IN UNA CASA DI BAMBOLE

    Uno degli elementi che inseriscono Hereditary tra i più apprezzati horror degli ultimi anni si ritrova sicuramente nei personaggi e nella loro gestione in rapporto al film stesso e allo spettatore. La famiglia Graham è un matriarcato, si regge quindi su un sistema di parentela esclusivamente materna; oltre al nucleo familiare più stretto padre-madre-figli, infatti, l’unico parente a cui si fa riferimento è la nonna Ellen, madre di Annie. Il marito di quest’ultima, Steve (interpretato da Gabriel Byrne), padre di Peter e Charlie, sembra infatti non avere altro al mondo che moglie e figli, e di certo il suo cognome non è sufficiente a renderlo effettivamente un capofamiglia (o un “patriarca”, per restare in tema). È Annie ad avere il comando in casa, lei ha la personalità più forte, ereditata (guarda un po’) proprio dalla madre Ellen. È evidente, poi, come i personaggi femminili hanno una valenza decisamente maggiore rispetto a quelli maschili che, invece, sembrano costretti ad accettare passivamente ciò che accade intorno a loro, a cominciare dall’incidente iniziale fino alla grande rivelazione finale. Certo, Annie o Charlie non hanno una vera capacità decisionale, tuttavia le loro azioni si configurano come un vero e proprio motore per l’intera vicenda, anche se guidate da qualcosa che è già stato scritto. Come ha rivelato lo stesso Ari Aster a Variety poco dopo l’uscita del film, la mancanza di libero arbitrio è l’elemento centrale dell’intera vicenda, e sono le decisioni prese in passato da altri a condizionare e segnare il destino dell’intera famiglia. Anche le miniature che Annie costruisce con cura e attenzione rappresentano soltanto una mera illusione di controllo: casa Graham è a tutti gli effetti una casa di bambole, in cui le persone si muovono grazie alle mani di qualcun altro, qualcuno che si trova al di sopra di loro e a cui non è possibile sfuggire.

    IL DIAVOLO IN FORMA DI MADRE

    Proprio in virtù di questo sistema matriarcale su cui si regge la famiglia Graham, è la figura della madre ad essere fondamentale; Annie non è una madre amorevole, non accompagna i figli nel loro incontro con il mondo, è piena di una rabbia, che riguarda anche il suo essere madre, che non ha mai potuto sfogare. La scena del violento litigio tra Annie e Peter (con un’interpretazione indimenticabile di Toni Collette) è forse quella che segna l’inevitabile tracollo della famiglia, già ferita nel profondo dalla morte della piccola Charlie. Gli sguardi che la madre rivolge al proprio figlio sono carichi di odio, di un rancore profondo, che alla fine esplode, riversando sul tavolo da pranzo anni e anni di frustrazione: Annie detesta essere madre in quella famiglia, odia il compito che le è stato assegnato, ovvero quello di dover proteggere costantemente i propri figli, non è riuscita a sopportare il peso che ogni madre porta sulle proprie spalle.

    Dopo due figli Annie non è ancora in grado di soddisfare le aspettative che il mondo le pone davanti in quanto madre, e questa frustrazione insopportabile la trasforma in una furia, fino a farla diventare una vera e propria figura demoniaca, che nelle scene finali darà letteralmente la caccia a Peter in ogni angolo della casa. L’illusione di controllo che la donna ha costruito in tutto questo tempo crolla definitivamente, come le miniature che stava costruendo nel suo studio; le parole “io sono tua madre” riecheggiano nella sala da pranzo, come a voler dire che è lei a comandare e che tutti (Peter per primo) devono soccombere davanti a lei. E soccomberanno tutti, ma davanti alle scelte di Ellen, anche lei una madre diabolica, pronta a sacrificare l’intera famiglia per raggiungere i suoi malvagi scopi.

    RIBALTAMENTO TRA MASCHILE E FEMMINILE: LA SCENA FINALE NELLA CASA SULL’ALBERO

    Come già detto in precedenza, all’interno di Hereditary le donne sono decisamente più forti degli uomini; tuttavia, la figura femminile e quella maschile si trovano in costante sovrapposizione e si sovvertono più volte, sempre in virtù del tragico destino che incombe sulla famiglia. La nonna Ellen, membro importante di una setta, ha predisposto la sua famiglia ad essere veicolo per l’incarnazione del demone Paimon, uno dei re degli Inferi, da lei adorato. Questa figura demoniaca è in grado di incarnarsi soltanto in un corpo maschile, ed Ellen sceglie di utilizzare Peter per accoglierlo: l’uomo diventa così pura fisicità, semplice involucro per qualcos’altro, strumento per arrivare a un obiettivo superiore. Paimon si trasferisce nel corpo del ragazzo, dopo essere stato ospitato in modo provvisorio all’interno di Charlie.

    Nella casa sull’albero, i membri della setta pongono una corona sul capo di Peter, mentre i corpi senza testa di Ellen ed Annie sono inginocchiati ai suoi piedi; lo chiamano Charlie, poi Paimon; così, nello spazio di un piccolo triangolo, si conclude un lungo e angosciante rituale di invocazione  durato poco più di due ore, che ha visto una famiglia intera soccombere pezzo dopo pezzo all’eredità di un male antico e al tragico destino che era già stato scritto per loro.

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  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: 1997 FUGA DA NEW YORK

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    Il genere fantascientifico implica, nella stragrande maggioranza dei casi, il racconto e la messa in scena di un mondo futuribile; che sia prossimo o distante, realistico o meno, il fatto di immaginare uno scenario diverso dal contemporaneo è ciò che rende un’opera ascrivibile a questo filone. 

    In tal senso è molto interessante – o quantomeno divertente – andare ad analizzare quei film sci-fi che, ad oggi, risultano ambientati nel passato (pur essendo stati concepiti come opere futuristiche): è il caso, ad esempio, di Blade Runner (1982) che, dipingendo un futuro distopico datato 2019, è a tutti gli effetti, ormai, un film di fantascienza vintage, paradossalmente superato da un punto di vista temporale. 

    Nonostante questo elemento sia molto spesso una simpatica curiosità, esistono pellicole di genere volutamente ambientate a pochi anni dal loro presente storico nel tentativo di sovrapporre in maniera ancora più forte il mondo rappresentato con quello reale e contemporaneo. 

    Opera capostipite di questo tipo di fantascienza è il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero 1997: Fuga da New York di John Carpenter, uscito nelle sale nel 1981 e ambientato, come da titolo, 16 anni dopo. 

    Il regista de La Cosa mette in scena, come si evidenzierà a breve, un’America in mano  all’esercito, distopica e fascista, nella quale i criminali più pericolosi vengono segregati sull’isola di Manhattan, vera e propria prigione a cielo aperto dove l’unica legge vigente è quella del più forte e le persone sono abbandonate inesorabilmente a loro stesse. 

    Il film segue le vicende del protagonista Snake Plissken, un veterano di guerra ormai disilluso e reietto interpretato da Kurt Russell, che viene inviato a New York con la forza per recuperare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è precipitato proprio sull’isola-carcere, ma soprattutto una misteriosa valigetta contenente informazioni militari di importanza globale.

    L’AMERICA ALLA GOGNA, TRA YUPPISMO E CAPITALE

    Già dall’incipit di Escape from New York (questo il titolo originale), Carpenter gioca a carte scoperte  e mette subito sul tavolo la grande metafora – non particolarmente nascosta – su cui si basa l’intera opera: New York, la città simbolo dell’edonismo, del consumismo e del capitalismo ruggente degli anni ‘80 americani, è abitata solamente da criminali e delinquenti, i quali hanno instaurato una società basata su violenza e prevaricazione del più debole. E’ impossibile, dunque, non riconoscere la durissima critica che il regista muove nei confronti dello yuppismo, così in voga durante gli anni della presidenza Reagan, fatto di un arrivismo selvaggio e di una “corsa all’oro” speculativo-finanziaria senza precedenti. 

    Proprio questo modus vivendi, così irrimediabilmente corrotto da logiche capitalistiche e così profondamente radicato nella società americana, è messo in parallelo con la criminalità che popola New York nel film: in altre parole se l’isola di Manhattan è il luogo in cui vivono i delinquenti e la stessa città è il luogo simbolo dello yuppismo nella realtà, allora nella visione di Carpenter lo Yuppie è necessariamente il vero e più pericoloso criminale che abita il suolo statunitense e ne inquina la società, la quale è, inevitabilmente, riflesso di un sistema politico imperialista che per natura si fonda sulla disparità economica della propria popolazione. 

    Non è un caso, in questo senso, che i terroristi che dirottano l’aereo presidenziale siano un gruppo di militanti per la liberazione dei lavoratori oppressi, degli anarchici che combattono contro un’istituzione chiaramente fascista e reazionaria, che fa della violenza (nel film militare, nella realtà principalmente economica) e della sopraffazione la propria legge, influenzando in questo modo la società che si plasma di conseguenza secondo questi principi, una società in cui il più forte, ovvero il più ricco, ha il diritto quasi naturale di opprimere e prevaricare il più debole, ovvero il più povero. 

    Ciò che, però, rende veramente potente la critica carpenteriana appena presentata è la messa in scena del regista che, realizzando un film puramente di genere, riesce a comunicare un messaggio politico chiarissimo e incisivo soprattutto grazie alle immagini: la città distrutta e quasi post-apocalittica è una palese metafora del pessimismo di Carpenter nei confronti dell’America del suo tempo (una scelta scenografica per certi versi simile a quella presa da Spielberg per il suo West Side Story). Non è casuale, quindi, che il regista inquadri più volte i luoghi simbolo del potere economico statunitense – come il World Trade Center o il palazzo della Borsa – deturpati, sporchi e in rovina, come se questa rappresentazione così mortifera fosse in realtà il vero volto che si cela dietro la maschera sfavillante dello stato “democratico” per eccellenza.

    I costumi stessi contribuiscono a rafforzare questo immaginario retro-cyberpunk, con i personaggi che vengono costantemente inquadrati armati con oggetti di recupero tra i più disparati, vestiti di stracci e cianfrusaglie, in ambienti stracolmi di rifiuti, prodotti di un mondo consumista che crea una ricchezza materiale strabordante, ma fondamentalmente inutile alla basilare sopravvivenza dell’uomo. 

    In sintesi, una rappresentazione lucidissima e allegorica della società occidentale dominata da regole economiche spietate, messa in scena da un grandissimo artista capace di portare avanti una denuncia politica scomoda e mai banale attraverso il genere, con un approccio che – forse – oggi appare poco sci-fi, ma che certamente racchiude in sé l’essenza stessa del cinema fantascientifico. 

    SNAKE PLISSKEN, L’ALTER EGO NICHILISTA DI CARPENTER

    Elemento fondamentale che ha contribuito non poco a rendere Fuga da New York uno dei più grandi cult degli anni ‘80 è sicuramente il suo protagonista, ovvero Snake Plissken (nella versione italiana incomprensibilmente tradotto come Jena): benda sull’occhio, fucile in spalla e capello lungo, Kurt Russell è senza dubbio riuscito, con questa interpretazione, a imporsi nell’immaginario cinefilo come uno degli antieroi per eccellenza, estremamente iconico, ma allo stesso tempo figura complessissima, rappresentazione filmica del pensiero politico carpenteriano. 

    Plissken è, fondamentalmente, un veterano di guerra ormai disertore (interessante il fatto che si citi una battaglia di Leningrado, sottointendendo un terzo conflitto mondiale già avvenuto), il quale ha una visione del mondo completamente nichilista, non crede più in nulla ed è completamente estraneo a qualsiasi tipo di ragionamento politico: in una realtà come quella rappresentata da Carpenter, in cui il pianeta è inevitabilmente alle porte di una guerra nucleare e l’America è uno stato ormai dittatoriale dominato dall’esercito, il totale disinteresse di Plissken e l’indifferenza con cui si relaziona al potere costituito si rivelano essere il massimo gesto rivoluzionario. 

    In questo senso, l’iconica battuta pronunciata dal protagonista nel momento in cui gli viene imposto di imbarcarsi in questa missione per salvare il presidente, ovvero “President of what?”, è segno di una visione amarissima, in cui la totale sfiducia di Carpenter nei confronti del sistema-America torna nuovamente al centro attraverso il rifiuto sistematico, all’insegna quasi del menefreghismo, delle istituzioni costituite da parte del proprio alter-ego Snake Plissken: un dissenso che si esprime tramite l’unico atteggiamento possibile di fronte alla situazione socio-politica al centro della denuncia e della critica del regista. In altre parole, se il Presidente – e dunque lo Stato – è simbolo di questa concezione imperialista, capitalista e fascista, allora questo Presidente non è ciò in cui Carpenter si rivede, rimanendo dunque il capo di un mondo che Plissken non riconosce e che rigetta. 

    Non è un caso, infatti, che in seguito al completamento della missione, il protagonista rifiuti qualsiasi tipo di ricompensa semplicemente per smascherare – con una semplice domanda – la totale noncuranza del Presidente di fronte alle morti che il suo salvataggio ha causato. Deluso per l’ennesima volta da un mondo al quale non appartiene, rifiuta l’opportunità di entrare a far parte del corpo di comando dell’esercito – declinando l’offerta di Hauk – e decide di sbeffeggiare l’America facendo suonare una cassetta con della musica quasi da circo durante il discorso del Presidente, al posto della famosa cassetta con le informazioni nucleari, che resta nelle mani di Snake mentre si allontana e viene distrutta dal protagonista, che ironicamente ride per una vittoria dal sapore estremamente amaro.

    Un finale magnifico nella sua semplicità e disarmante nel suo pessimismo, ma che in qualche modo regala una seconda possibilità all’umanità: Plissken distrugge infatti la cassetta contenente i segreti  militari degli Stati Uniti invece di consegnarla in mano alle potenze nemiche – una chanche che forse, però, il mondo non meritava, come sembra suggerire Carpenter alla fine del sequel Fuga da Los Angeles. Ma questa è un’altra storia.   

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  • RECENSIONE SETTEMBRE – IL MESE DEI NUOVI INIZI

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    Risaliva a ben sei anni fa l’ultima interpretazione attoriale di Giulia Steigerwalt, più precisamente al 2016 dove compariva ne Il giorno più bello di Vito Palmieri, mentre solo lo scorso anno figurava come sceneggiatrice in Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano (anche se in molti la ricorderanno per la sceneggiatura de Il Campione, di Leonardo D’Agostini). Quello che mancava alla prolificità e versatilità di Steigerwalt era l’esperienza dietro alla macchina da presa: ecco che arriva Settembre, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution. No, non stiamo parlando dell’omonimo film del 1987 di Woody Allen – uno dei suoi più bergmaniani e dimenticati – anche se sentiamo gli echi del suo impianto corale e della messa in scena perlopiù teatrale; infatti è curioso mettere a confronto le due opere, per il diverso approccio dei due autori a quel clima settembrino che, probabilmente ciascuno di noi – e con le sue declinazioni personali –, respira e vive ogni anno.

    Settembre narra le storie intrecciate di personaggi in cerca di felicità a partire da quella di Maria (Margherita Reggiani) che, di ritorno dalle vacanze estive, scopre con sorpresa di essere stata finalmente notata dal ragazzo per cui ha da sempre un debole. Eppure con altrettanto stupore scoprirà che sarà con Sergio (Luca Nozzoli), il ragazzo col compito di metterli in comunicazione, che si avventurerà per la prima volta dentro alle effusioni della prima adolescenza. Nel frattempo la madre di Sergio, Francesca (Barbara Ronchi), a seguito del delicato referto di una visita medica che ha profondamente scosso e cambiato la visione della sua vita, entra sempre più in intimità con l’amica Debora (Thony). Sarà proprio il suo medico Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio, che svetta su tutti) il primo a cui Francesca confesserà questo nuovo autentico e inaspettato legame omosessuale. I due si incontrano casualmente nel bar che lui è solito frequentare per lasciarsi alle spalle la separazione con la moglie, frattura che lo ha lasciato a un vita dove l’unico vero contatto pare essere quello con Ana (Tesa Litvan), prostituta diciannovenne dal carattere cinico e dal passato difficoltoso, con cui ha una frequentazione stabile; a chiudere questo bizzarro cerchio di nuove scoperte interiori è quest’ultima, Ana, che attraverso l’innamoramento con Matteo (Enrico Borello), un ragazzo del quartiere, risveglierà in Guglielmo quella spinta emotiva in grado di dare nuove direzioni alla sua vita.

    Non è mai troppo tardi per realizzare i nostri sogni: settembre è il mese migliore per dare inizio al nostro riscatto, perché l’autunno è la stagione dei nuovi inizi. Come un fulmine a ciel sereno tutti i protagonisti di Settembre si accorgono che fino a quel momento hanno condotto una vita infelice, che non sentivano propria. Non avevano vissuto, ma si erano guardati vivere.

    Tutto questo, nell’esordio alla regia di Steigerwalt è trasposto attraverso dei caratteri sinceri e scritti in punta di penna: un’opera corale dove i personaggi insoddisfatti sono alla ricerca di rapporti nuovi, puri e autentici, che non troveranno nel futuro programmato ma nell’inaspettato e soprattutto nella forza delle relazioni umane più spontanee. È vero che ci si lascia a qualche didascalismo di troppo (soprattutto nel finale e nell’utilizzo delle musiche), ma l’ironia frizzante arriva sempre al punto giusto e le recitazioni sono tutte credibili e convincenti. Da anni non apparivano sugli schermi italiani delle interpretazioni giovanili così genuine, come il cuore dei loro personaggi; non è scontato che si tocchino con così giusto e sorprendente tatto l’educazione sessuale e i primi approcci adolescenziali.

    La ricerca della spontaneità forse cozza con l’impianto registico quasi teatrale e ampiamente impostato, ma la forza sta nella sceneggiatura, che regala note acri miste a sane risate che non rasentano mai il ridicolo o il banale.

    In anni in cui continuano ad essere prodotte e commercializzate commedie come Il sesso degli Angeli di Leonardo Pieraccioni, Settembre è una bella ventata d’aria fresca per gli spettatori. O perché no, come uno spritz del tardo venerdì pomeriggio.

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  • IL MIO NOME È NESSUNO – LE DUE ANIME DELLO SPAGHETTI WESTERN

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    UNA (NON MOLTO) BREVE INTRODUZIONE SULLO SPAGHETTI WESTERN

    Forse molti non sanno che l’espressione spaghetti western, spesso utilizzata per indicare solamente film di genere comico, è in realtà applicabile a tutto il western prodotto in Italia. Infatti, come ricorda Christopher Frayling nel suo libro Spaghetti Westerns: Cowboys and Europeans from Karl May to Sergio Leone, il termine era stato coniato dai giornalisti in forma dispregiativa, come indicazione di una forma di western “inautentico” rispetto a quello “vero” e americano. 

    Sebbene in Italia sia presente come genere già dagli anni ‘40, è solo nella seconda metà degli anni ‘60 che esso prende piede. Ciò avviene grazie a un unico film che muta per circa un decennio il panorama produttivo italiano: Per un pugno di dollari di Sergio Leone

    Con questa pellicola il regista mostra la via da seguire per smarcarsi dai corrispettivi americani. In Guida alla storia del cinema italiano Brunetta nota come Leone assuma una diversa strutturazione temporale rispetto ai classici statunitensi, con l’opposizione tra la dilatazione dei momenti di quiete e la rapidità degli scontri armati (esempio lampante è l’inizio di C’era una volta il West), e come ci sia una diversa moralità a guidare i protagonisti. Infatti l’eroe di Leone è una figura silenziosa, mossa da motivazioni non sempre chiare, ma assolutamente fatale nel suo percorso. 

    Fondamentale è la musica, scritta nel caso di Per un pugno di dollari da Ennio Morricone, il cui sound fungerà da punto di partenza per tutti i western a venire. Morricone, infatti, crea una colonna sonora rivoluzionaria, che mescola strumenti inediti per il genere (prima su tutte la chitarra elettrica) con suoni come fischi, rumore di fruste e voci umane.

    Questi western sono inoltre molto più violenti rispetto ai loro corrispettivi americani. Tale dimensione verrà esasperata da altri registi successivi a Leone, abbracciando gli intenti di un altro grande genere di quegli anni: il film politico. Il western può caricarsi così di importanti valenze. Pensiamo solo alla rilettura di Tarantino dei film di Corbucci, presentata nel documentario Django & Django (2021, Luca Rea): uno dei punti cardine del suo pensiero è che i cattivi rappresentino il fascismo.

    Grazie a Leone il western divenne uno dei generi più amati e realizzati in Italia, tanto che si parla di circa 500 film western girati nel nostro paese (spesso in coproduzione) in appena 10 anni. 

    Verso l’inizio degli anni ‘70 il genere subisce la sua trasformazione probabilmente più conosciuta, sfociando in una dimensione comica e farsesca di cui ricordiamo come esempio Lo chiamavano Trinità… (1970, E.B. Clucher): le beghe non si risolvono più con le pistole, ma a schiaffoni; niente più eroi seriosi, ma personaggi allegri e sbruffoni. 

    In quest’ottica di trasformazione si inserisce un film molto interessante che rappresenta perfettamente l’opposizione tra le due anime dello spaghetti western: la più austera, figlia di Leone, e quella comica, che aveva in Bud Spencer e Terence Hill i più importanti rappresentanti. E proprio Terence Hill è protagonista, assieme a un volto iconico del genere western, Henry Fonda, di Il mio nome è Nessuno (1973, Tonino Valerii). Quest’ultimo interpreta il cacciatore di taglie Jack Beauregard. Hill è invece un viandante senza nome (come un moderno Ulisse si fa chiamare solo “Nessuno”), appassionato dai racconti del passato leggendario di Jack. Questi vorrebbe chiudere la sua carriera silenziosamente, ma Nessuno cerca in tutti i modi di convincerlo a un’ultima, titanica impresa degna del suo nome: la sconfitta del “Mucchio Selvaggio”, un immenso battaglione di cavalieri. 

    IN PARTE LEONE, IN PARTE VALERII

    Partiamo da una premessa fondamentale: Il mio nome è Nessuno è, in parte, anche un progetto di Sergio Leone. Infatti, egli era stato autore del soggetto, ma si era deciso a non dirigere il film perché sentiva di aver già chiuso col genere che gli aveva dato la fama. Nonostante ciò, il suo intervento è evidente nella scelta dei collaboratori: alla regia Tonino Valerii, suo storico assistente; alla musica Ennio Morricone; infine, nella parte di uno dei protagonisti, Fonda, che aveva diretto cinque anni prima in C’era una volta il West. Inoltre, nel film viene indirettamente citato Sam Peckinpah, con cui secondo voci di corridoio Leone aveva avuto degli screzi poiché aveva rifiutato la regia di Giù la testa. In Il mio nome è Nessuno non solo Fonda, l’eroe rappresentante del cinema di Leone, si scontra con un gruppo di personaggi chiamati “Mucchio selvaggio” come il film più famoso del regista americano, ma addirittura il nome di Peckinpah è presente su una lapide.

    Sam Peckinpah

    Tuttavia, pochi mesi prima della morte di Leone è emerso anche un altro dettaglio interessante: il  regista infatti ha ammesso, in un’intervista con Francesco Mininni, di aver diretto personalmente alcune delle scene più memorabili e che effettivamente ricordavano di più la sua mano. L’opposizione tra i toni che si crea non stona, anzi: la dicotomia è l’anima stessa del film.

    FONDA VS HILL: DICOTOMIE STRUTTURALI

    Fonda e Hill rappresentano abbastanza chiaramente, fuori e dentro il film, le due diverse tendenze del western. Beauregard è un pistolero che preferisce la solitudine, malinconico e ripiegato su sé stesso; Nessuno, dall’altra parte, è giocherellone, ama il bere, le donne, i fagioli.

    Se Beauregard si difende con le pistole, riproponendo il modello del classico showdown, Nessuno, pur sapendo sparare, preferisce usare le armi per vincere a un drinking game e tirarsi fuori da situazioni spinose con la sua parlantina e la sua intelligenza. Per rappresentare la dicotomia fondamentale tra i due basterebbero l’inizio e la fine del film: in due situazioni sostanzialmente analoghe (un tentato omicidio durante una sessione dal barbiere), Beauregard intimidisce l’avversario con una pistola, Nessuno… col proprio dito!

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    Anche la musica contribuisce a differenziare i personaggi. Infatti, il tema di Nessuno è allegro, fa uso di strumenti che creano un’illusione di leggerezza, come il flauto e lo xilofono. La melodia viene accompagnata da dei cori femminili che sostengono il brio. In Buona fortuna Jack, invece, il tono è molto più dimesso, e la voce di una donna solista, che ci riporta alla mente C’era una volta il West, non serve a dare allegria alla musica, ma piuttosto a confermarne la gravitas. Se il primo tema ricorda il Morricone brillante di commedie come Bianco, rosso e verdone (1981), il secondo richiama in maniera esplicita la tradizione del western che lo stesso Morricone ha contribuito a fondare.

    A ogni personaggio, infine, corrisponde anche un proprio tono. Se le scene con protagonista Fonda (guarda caso proprio quelle dirette da Leone) sono epici duelli che si concentrano sui dettagli, sui tempi dilatati, sui silenzi e sui rumori, quelle in cui appare Nessuno lo vedono protagonista di situazioni più triviali: pesca a mani nude, sessioni in orinatoio, scommesse. Quando poi c’è da usare la violenza, questa è una violenza slapstick con tanto di effetti sonori e leggi della fisica degne di Willy Coyote, con una difesa che passa principalmente attraverso schiaffi.

    Ciò non vuol dire comunque che manchino soluzioni registiche interessanti legate al personaggio di Hill: semplicemente, il vecchio mondo che Beauregard rappresenta porta con sé un’epicità, un respiro immane che difficilmente anche un volto promettente come Nessuno potrebbe replicare.

    Nel film i due toni, l’epico e il triviale, si trovano a convivere, all’inizio in maniera semi antagonistica, come i due protagonisti, poi sostenendosi vicendevolmente col trascorrere delle vicende. Un esempio calzante è la scena in cui Nessuno e Jack si scontrano in un duello “alla Leone”: all’incredibile serietà richiamata dall’uso delle inquadrature si accompagna la gag del fotografo che chiede a Nessuno di spostarsi per fare una foto migliore

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    UN PASSAGGIO DI TESTIMONE

    Ma Il mio nome è Nessuno non è soltanto un esperimento di stile che gioca con gli stilemi dello spaghetti western. 

    Durante il corso del film, le differenze dei due protagonisti si giocano anche su base anagrafica. L’abilità di Jack con le armi deriva dalla sua lunga esperienza, come anche la tendenza alla solitudine e al ripiegamento interiore nasce dal tempo passato, che ha ormai avuto un effetto su lui. I segni dell’età cominciano inoltre a farsi sentire: nel corso del film lo vediamo indossare degli occhialetti da vista, anche nel momento topico in cui deve sparare: un leggendario pistolero la cui arma migliore si sta deteriorando.

    Nessuno, al contrario suo, è giovane, un volto fresco, non ancora gravato da anni di sotterfugi e di perdite, ancora capace di “giocare”.

    Nella parte finale, Nessuno aiuta Jack a concludere la sua carriera col botto, permettendogli così di raggiungere lo status di leggenda. Secondo Nessuno, le favole e le leggende sono fondamentali perché “un uomo che è un uomo deve credere in qualcosa”. Quel qualcosa, in questo caso, sono i valori tramandati dalle vicende di grandi eroi della frontiera come Jack, quindi, del western tradizionale. Allo stesso tempo, Jack se ne va per un motivo solo apparentemente semplice: questo West è molto diverso da quello “immenso, sconfinato, deserto” in cui ha compiuto le sue imprese. “(…) Anche la violenza è cambiata, si è organizzata, e un buon colpo di pistola non basta più”, e dunque anche un mito come Jack Beauregard ha ormai esaurito la sua funzione. L’unica cosa che può ancora fare, l’unica utilità che gli resta, è appunto quella di diventare punto di riferimento per tutti i futuri Nessuno.

    Con il proprio finale, quindi, Il mio nome è Nessuno porta su schermo un ricambio generazionale, un passaggio di testimone dal vecchio, silenzioso Jack Beauregard al giovane e ciarliero Nessuno. Un passaggio di testimone che avviene nel segno di ciò che è stato ma che è anche foriero di una nuova attitudine: Jack infatti scrive a Nessuno “(…) Una cosa la puoi ancora fare: conservare un po’ di quella illusione che faceva muovere noialtri, quelli della vecchia generazione. E anche se lo farai col tuo solito tono da burla, noi te ne saremo grati lo stesso”

    Simbolicamente, così, il western di Leone lascia spazio alla sua giovane, farsesca appendice, dandogli il permesso di far sopravvivere il vecchio West (che ormai tanto vecchio non è più) in una forma nuova ma fedele alle sue origini. “Perché questo è il tuo tempo, non più il mio”.

    Conoscendo l’importanza di Leone dietro le quinte, possiamo forse dire che questa sia stata una maniera di dare la propria benedizione a tutti quelli che sarebbero venuti nel suo segno, mantenendo viva la fiammella di quell’immenso West che aveva creato in Per un pugno di dollari e poi disfatto in C’era una volta il West? Difficile a dirsi: tutto ciò che potremmo dichiarare al riguardo sarebbe solo speculazione, solo favola. Certo è che, come senza Jack Beauregard non c’è Nessuno, senza Henry Fonda non c’è Terence Hill, senza Sergio Leone non ci sarebbero stati tanti registi, molti dei quali in erba, che hanno tentato la grande avventura del selvaggio Ovest.

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  • LE ORIGINI DEL CINEMA WESTERN CLASSICO – IL CINEMA AMERICANO PER ECCELLENZA

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    “Il Western è il solo genere cinematografico le cui origini si confondono quasi con quelle del cinema, che non abbia risentito il peso di circa 40 anni di ininterrotto successo. … Ma più ancora forse della continuità storica di questo genere, ci meraviglia la sua universalità geografica.”
    (André Bazin)

    Il Western è considerato uno dei pilastri del cinema statunitense nonché mito e racconto fondativo dell’epica americana, ha seguito di pari passo la nascita e la diffusione del mezzo cinematografico evolvendo con esso e adattandosi alle varie epoche. Per dirla con le parole di André Bazin “è il cinema americano per eccellenza”. La rude e polverosa realtà di frontiera ha stregato intere generazioni configurandosi come punto di riferimento per l’industria cinematografica, ma anche come universo codificato, straordinario e sterminato in cui perdersi. 

    Durante il corso del Novecento, la sala cinematografica divenne il luogo deputato per ospitare le avventure di John Ford, i sorrisi smaglianti di Gary Cooper, lo charme di Randolph Scott, ma, soprattutto, le sconfinate distese e le guglie della Monument Valley. Il pubblico di quegli anni, insieme ai suoi eroi, cowboy, fuorilegge, sceriffi, pionieri e giustizieri, subiva un processo trasformativo: soffriva, gioiva, si entusiasmava a seconda dello sviluppo degli eventi come se si trovasse accanto ai protagonisti, come se vivesse la frenesia di uno scontro, di un duello, di una caccia all’uomo o di una rapina al treno. Il fascino del genere si fondeva con l’attrattiva della sala cinematografica stessa. 

    Durante la proiezione di questi film la Sala diveniva un tutt’uno, un unico organismo, e la proiezione del film era un’esperienza attrazionale, un’occasione per fuggire dalla grigia realtà, ma anche un momento di formazione per i ragazzi di allora, nonostante i valori altamente discutibili ai giorni d’oggi. Il western era il genere d’evasione per eccellenza soprattutto in periodo di guerra, dove era impellente il bisogno di trascorrere due ore in un ambiente che trasmettesse positività, ottimismo e spensieratezza. Da qui si comprende, nell’Italia del dopoguerra, la maggiore attrattiva che il Western aveva sul pubblico rispetto al neorealismo. Si trattava di un genere in grado di far viaggiare oltreoceano, esplorare luoghi mai visti prima -selvaggi, inospitali, eppure belli da mozzare il fiato- e confrontarsi con gente di ogni tipo attraverso il grilletto o la parola. Questo era il Western classico: Polvere, sangue ed evasione dalla realtà.

    “[..] Arthur e io correvamo scatenati sulle montagne dietro casa. Indossavamo salopette, camicie di jeans e scarponcini. […] Invece di giocare a cricket e collezionare farfalle, giocavamo a indiani e cowboy“.
    -Gary Cooper in merito alla sua infanzia.

    IL CINEMA WESTERN DELLE ORIGINI: LA GENESI

    Il Western rappresenta l’America stessa e le sue contraddizioni. Per tale ragione, la sua genesi deve essere fatta risalire agli albori della storia americana, nei racconti di Frontiera. In ambito cinematografico il genere si ritrova già nel periodo del muto, anni in cui è possibile riscontrare alcuni esempi di cortometraggi a tema, derivati spesso dalla letteratura di frontiera o dalle memorie di celebri pistoleri. A tal proposito, nel 1898 venne realizzato Cripple Creek Bar Room”, un cortometraggio di appena un minuto e privo di una vera e propria trama. Si tratta della primissima volta in cui una scena cinematografica viene collocata all’interno di un’ambientazione da saloon tipicamente western. Nei primi del 1900, tuttavia, il genere non si era ancora propriamente definito. Dovremo aspettare gli anni ’20 prima che questo si affermi definitivamente e gli anni successivi affinché raggiunga il suo apice, il suo massimo splendore, prima che diventi mito.  Il cinema muto ha, di fatto, messo le basi per il western classico tracciandone i primi archetipi, clichè e modelli che poi si articoleranno nel periodo d’oro.  

    Nel 1903 le cose iniziano a cambiare con l’uscita de La grande rapina al treno (The Great Train Robbery), considerato convenzionalmente il primo western della storia del cinema. Si tratta di un cortometraggio di appena undici minuti, prodotto dalla Edison, scritto e diretto da Edwin S. Porter.  La grande rapina al treno è anche celebre in quanto film di passaggio dal cinema delle attrazioni a quello narrativo. In questo momento storico l’attenzione degli spettatori e dei registi passa dalla fascinazione per il mero mezzo filmico all’attenzione e al desiderio di tuffarsi nelle storie, articolarle e dar loro una vera e propria struttura. Questo film è, dunque, estremamente innovativo, realistico e sperimentale, uno spartiacque straordinario tra due periodi, due modi di vivere e di rapportarsi al cinema in quanto attrazione e mezzo di espressione. In merito a ciò André Bazin affermerà che con The Grait Train Robbery “assistiamo al primo incontro di una mitologia con un mezzo di espressione ancora adolescente”. 

    Per la realizzazione del cortometraggio, Porter impiegò tecniche coraggiose e molto poco convenzionali come l’uso di una prima forma di montaggio per costruire la narrazione, la sovrapposizione temporale degli eventi, le riprese in esterni, nelle quali le azioni dei veri personaggi si svolgono in parallelo, e i numerosi movimenti di macchina. Celebre è la scena finale in cui assistiamo ad una rottura della quarta parete con conseguente sguardo in macchina: Un uomo, ripreso a mezzo busto, spara verso lo spettatore centrando l’obiettivo (guarda l’immagine di copertina).

    Gran parte dei western muti erano film a basso costo, con una struttura e trama ancora molto schematiche e spesso piuttosto simili tra loro. Gli eroi delle pellicole erano sovente fuorilegge intelligenti, di bell’aspetto e curati, senza macchia e senza paura. Nel periodo del muto, quindi, il protagonista era l’incarnazione dell’archetipo del cavaliere arturiano. Egli possedeva un’integrità morale che si accompagnava ad una personalità onesta e leale, un’indole pacata anche in situazioni pericolose dalle quali riusciva a venire fuori grazie alla sua abilità e velocità nello sparare… per primo.  Possedeva, inoltre, uno spiccato senso dell’umorismo e conduceva una vita all’insegna del nomadismo e della natura, rifiutando la sedentarietà e la civiltà. Gli antagonisti, invece, erano individui spietati, spesso corpulenti e con bei baffi. Molti di questi erano banchieri o politici. Tra i volti dei protagonisti di questo periodo spiccano quelli di Gilbert Anderson (Broncho Bill), William Hart e Tom Mix. 

    All’alba del Cinema muto si iniziavano già a porre le basi di un genere che, negli anni a venire, diventerà il fiore all’occhiello dell’intrattenimento americano. Si iniziava a parlare di frontiera, orizzonti sconfinati, polvere, pistoleri e frenetiche sparatorie. Si iniziava a parlare di un’epoca mitica al tramonto e, per questo, così viva negli occhi della popolazione. Proprio in virtù di questa sovrapposizione temporale tra la nascita del cinema e il declino del Far West, nei primi film di ambientazione western furono impiegati alcuni tra i pistoleri più famosi dell’epoca. Primo tra tutti Buffalo Bill, il quale ha interpretato se stesso in una pellicola del 1911. Il film di Buffalo Bill e il suo Bill Wild West Show contribuirono a suscitare un interesse straordinario per il mito della frontiera americana, interesse che poi è sfociato in passione collettiva per l’epopea del Far West. Accanto a lui, il bandito Al Jennings si lanciò nel mondo del cinema sia come attore che come regista e produttore. Buffalo Bill e Al Jennings furono uno dei tanti casi in cui mito e finzione cinematografica si fusero.  

    Nella prima metà del Novecento il Western si stabilizza come attrazione, narrazione, adrenalina. Tutto ciò di cui il pubblico aveva bisogno in un periodo storico di grandi trasformazioni. Essenziali per l’evoluzione del genere furono tre pellicole: Nascita di una nazione (1915) di Griffith, I pionieri (1923) di James Cruze e Il cavallo d’acciaio (1924) di John Ford. Tra il 1925 e il 1939 si conta la produzione di circa 480 lungometraggi western. Dovremmo, tuttavia, aspettare il periodo Classico per poter vedere il genere affermarsi definitivamente e toccare l’apice grazie anche a nomi quali John Ford, John Wayne, Gregory Peck, Jimmy Stewart e Gary Cooper.

    IL WESTERN CLASSICO: L’AVVENTO DEL SONORO E LA STABILIZZAZIONE DEL GENERE

    Con l’avvento del sonoro la situazione cambiò radicalmente e iniziarono ad emergere le prime problematiche derivanti dall’ingresso del suono nel cinema. In questo contesto, il western inizialmente faticò ad adattarsi, dal momento che era un genere basato sull’azione e sulle riprese in esterni. La presa diretta divenne una condanna per molti registri che dovettero barcamenarsi tra le attrezzature ingombranti e i rumori degli spazi aperti che andavano spesso a coprire le registrazioni. Nonostante queste iniziali difficoltà, il genere raggiunse il suo massimo splendore proprio in epoca classica iniziando a delinearsi maggiormente e, infine, a stabilizzarsi. Nel periodo classico, infatti, il Western si esprime attraverso una serie di ricorrenze visive ma anche attraverso concetti e valori ben precisi: ci troviamo dinanzi a distese infinite e selvagge, continue sparatorie e fughe a cavallo, impiccagioni pubbliche e città semi-deserte e polverose, il cui unico centro di vita sembra essere il Saloon. Quest’ultimo è uno dei topoi cardine dell’epopea del vecchio west, l’ambiente sociale per eccellenza, un punto di incontro per persone diverse tra loro per etnia, estrazione sociale e ideali. All’interno di esso le regole sociali sembrano cessare di esistere, dal momento in cui basta un’occhiata storta o una parola di troppo per scatenare risse e sparatorie. Il Saloon, luogo di conflitto e di ristoro, diviene un elemento iconico irrinunciabile all’interno di un film western. In tal senso, le location, l’ambientazione e l’epoca svolgono un ruolo fondamentale nel riconoscimento del genere. 

    Generalmente le pellicole sono ambientate in un tempo compreso tra il 1800 e primi anni del 1900. Questi ultimi si configurano come un momento storico di passaggio che segna il tramonto del mito del Far West e in cui si scorgono all’orizzonte i primi barlumi dell’era moderna. In questi anni non c’è più posto per l’Ovest violento, il quale deve lasciare oramai posto ai valori civili delle metropoli. Altri film, invece, si concentrano sulla corsa all’oro o sulle carovane di bestiame e i cowboy, altri ancora sulle guerre indiane e, infine, sulle gesta di celebri eroi di frontiera -banditi o uomini della legge-. Insomma, il Western si snoda per gran parte della storia degli Stati Uniti, abbracciandola nella sua totalità e divenendo esso stesso America

    PROTAGONISTI DEL WESTERN CLASSICO: L’EROE E LA SUA SPALLA

    Durante la Golden Age Hollywoodiana la narrazione filmica del western si fa più strutturata, ricca di archetipi e cliché e inizia a mutare anche la figura dell’eroe che si fa via via più complessa. I protagonisti del western classico non sono, a differenza di quelli del muto, imprescindibilmente positivi, anzi. Essi si arricchiscono di sfumature, tinte fosche, valori spesso discutibili. Per tale ragione, nella maggioranza dei casi, gli eroi devono affrontare un cammino impervio che, spesso, li condurrà ad un lieto fine e, soprattutto, alla redenzione. La redenzione si colloca, infatti, come obiettivo ultimo del viaggio del cowboy classico, come purificazione dei suoi peccati e del passato oscuro che grava sulle sue spalle e sul suo nome. Per tale ragione, il prototipo del protagonista di queste pellicole è spesso un fuorilegge, un ranger, un avventuriero, un eroe di guerra, un disertore o uno sceriffo decaduto che devo confrontarsi con colpe passate, casi irrisolti, vecchi nemici che ritornano come fantasmi, infestando la sua vita, allontanandolo dalla civilization e radicandolo nella wilderness violenta e polverosa. Accanto al protagonista vi è il compagno, la sua fedele spalla, disposto a seguirlo in capo al mondo portando con sé una bella dose di ironia e goffaggine: un moderno e polveroso Sancho Panza

    Tuttavia, il conflitto principale delle pellicole gira principalmente attorno all’eroe poiché è incentrato sullo scontro-incontro tra wilderness e civilization, tra civiltà e natura selvaggia, priva di leggi e incarnata solitamente dalla figura dell’indiano d’America e, successivamente, da quella del messicano. Due mondi diversi, divisi unicamente dalla frontiera, da un confine fittizio che l’eroe si trova costretto a valicare per poter portare a termine la propria missione.

    Esemplari, in questo tal senso, sono i protagonisti di Ombre Rosse (1939) con regia di John Ford e di Romantico avventuriero (1950) diretto da Henry King. Nel primo film, Ringo (John Wayne) è un criminale fuggito di prigione per vendicare la morte del padre e del fratello; nel secondo caso, Jimmy (Gregory Peck) è un celebre pistolero ricercato dalla legge, ma desideroso di redimersi e cambiar vita per tornare dalla propria famiglia. Questi sono solo due dei maggiori archetipi del protagonista western, una figura tanto complessa quanto affascinante. Un eroe mitico e al tempo stesso umano, imperfetto.

    Ringo: “Ero un bravo cowboy, ma successe qualcosa.”
    Dallas: “Già, è così. Succede sempre qualcosa.”
    -Estratto da “Ombre Rosse”, John Ford.

    IL RUOLO DELLA DONNA

    «Anche nei migliori western, la donna è imposta sull’azione, come una stella, e in genere è destinata a essere “avuta” dal protagonista maschile. Ma non esiste come una donna.» (Sergio Leone)

    Il Western mette in scena dinamiche proprie dell’universo maschile, dove le donne diventano spesso oggetto dell’attenzione dell’eroe o bottino di guerra del nemico. In periodo classico, quindi, il ruolo dei personaggi femminili si configura all’interno di un genere che predilige l’azione e il machismo e che è profondamente determinato dalla dicotomia tra wilderness e civilization, uno scontro/incontro che non traccia solamente l’assetto narrativo della storia, ma delinea anche le varie relazioni tra i personaggi e il loro ruolo all’interno della storia: laddove lo spazio aperto e l’azione sono ambiti prettamente maschili,  l’ambiente domestico e la sedentarietà riguardano invece l’universo femminile. In virtù di questa rigida divisione, le donne difficilmente occupano una posizione da protagonista o semplicemente di rilievo. Sono, piuttosto, confinate ad un ruolo di contorno finendo per divenire il motore dell’azione e influendo spesso sull’eroe, come una stella cui rivolgere gli occhi nei momenti di difficoltà. Le donne sono passive e funzionali ad approfondire la trama romantica della pellicola oppure a convincere l’eroe ad intraprendere il viaggio o ancora a fornirgli un supporto morale. Non sguardo, ma oggetto di sguardo. Ciò non significa che vi furono anche delle piccole eccezioni, ma rimasero sempre molto contenute in epoca classica. 

    A tal proposito si ricordano Pearl Chavez, l’orfana di Duel in the Sun (1946, diretto da King Vidor), Vance Jeffords in The Furies (1950, diretto da Anthony Mann), Rio McDonald in Outlaw (1943, diretto da Howard Hughes e Howard Hawks) e soprattutto Madame Altar Keane in Rancho Notorious (1952, diretto da Fritz Lang). Questi personaggi femminili mal si collocano all’interno dell’archetipo classico dell’angelo del focolare domestico o della donzella in difficoltà; le donne in questione fanno paura e sono considerate anomale e disinibite in un contesto del genere, fortemente maschilista e retrograda. Ciò accade poiché non sono più bambole di porcellana o un oggetto da conquistare e da esporre come un soprammobile, ma decidono di prendere in mano la propria vita attraverso la scoperta della propria sessualità e l’approfondimento del rapporto con il proprio corpo, ma anche imponendosi all’azione.  E’ un primo grande passo all’interno di un genere che fino a quel momento divideva la donna in due cliché o categorie: Madre e prostituta. Tali stereotipi si articolano in riferimento al conflitto primordiale tra natura selvaggia, sopravvivenza, e civiltà, leggi scritte. Seduzione e tentazione da un lato, valori e sicurezza dall’altro. Il Diavolo e l’acqua santa.

    In ambito western, tuttavia, dovremmo aspettare ancora un po’ di anni (e Sergio Leone) prima che le donne riescano ufficialmente ad uscire dalla passività e sedentarietà cui erano relegate e a prendersi la (meritata e dovuta) scena.

    L’ETERNA LOTTA TRA LA CIVILTÀ E LA NATURA SELVAGGIA

    All’interno del genere western la vendetta e la giustizia sono due concetti che sempre più si sovrappongono e si intrecciano fondendosi l’uno all’altro. Entrambi sono presenti in gran parte dei film e sono in realtà strettamente legati tra loro, nonostante sembrino antitetici e incompatibili. Molti dei personaggi principali sono caratterizzati proprio dalla dolorosa coincidenza di giustizia e vendetta. Tale sovrapposizione interiore è profondamente drammatica e spesso tende ad opporsi alla redenzione finale dell’eroe. Nella maggior parte dei film, infatti, molti protagonisti finiscono per farsi giustizia da soli cedendo alla loro sete di vendetta. Al termine del loro viaggio sono ormai contaminati dalla wilderness, dalle sue leggi non scritte, e non possono né riescono più integrarsi all’interno della civiltà; ciò accade poiché gli eroi in questione hanno scelto di mettere da parte le regole sociali per abbracciare i propri istinti bestiali, divenendo spesso poco dissimili dai loro nemici per metodi brutali e moralità.  Il personaggio di John Wayne di Sentieri Selvaggi si colloca perfettamente nell’archetipo sopracitato e la scena finale della pellicola è esemplificativa di questo progressivo processo di allontanamento dalla società: lo guardiamo allontanarsi fino a confondersi esso stesso con la distesa sconfinata e arida che circonda il ranch, simbolo di civiltà, emblema della famiglia e della stabilità. Baluardo della civilization che, nonostante tutto, resiste alla wilderness.

    “Gli indiani non lasciano mai tracce, strisciano in terra come dei serpenti.”
    -Estratto da Ombre Rosse, John Ford.

    Se i cowboy incarnano la civiltà, la natura selvaggia generalmente è rappresentata dagli Indiani d’America, figure altamente stereotipate e iconiche. Nel Western classico i nativi, primi tra tutti i Comanche e gli Apache, sono gli antagonisti per eccellenza: feroci, con sguardi di ghiaccio e visi di pietra, privi di emozioni. Da un punto di vista iconico appaiono appunto stereotipati, come a voler estremizzare la natura selvaggia che rispecchiano. Spesso il loro arrivo è segnalato da urla cantilenanti, indossano costumi minimalisti composti da ossa, piume e pellicce e sui loro corpi spiccano pitture scure e color ocra. Nel cinema classico tutto ciò era funzionale a rendere manifesta la loro brutalità (“kalòs kai agathòs”, direbbero i greci) e a rafforzare l’idea che la wilderness dovesse essere piegata e civilizzata a tutti i costi in nome delle modernità e della presunta superiorità razziale. I nativi sono l’Altro, lo sconosciuto e per questo ritenuti altamente pericolosi dai protagonisti e dalla “civiltà”. Secoli di storia ci hanno insegnato quanto l’essere umano sia spaventato dalla diversità al punto da arrivare a considerarla una minaccia da schiacciare. Per tale ragione, nel periodo classico, gli indiani d’America erano ritenuti elementi essenziali per lo sviluppo del conflitto profondo tra civiltà e natura, oltre che tra protagonista e antagonista; nel Western moderno, invece, essi ottengono valore, dignità e saggezza, divenendo sempre più figure con cui dialogare e a da cui trarre insegnamento più che da combattere ed eliminare.

    Per concludere, nel Western gli indiani sono l’altra faccia dell’America, separati dai cowboy solo da una linea di confine, la linea di frontiera. Separati da nient’altro che distese infinite, ricche di bellezza e possibilità, ma anche di orrore e prevaricazione.  L’America del Far West è contraddittoria, spaventosa, carica di promesse, individualista, violenta, presunto baluardo di libertà e, in fondo, non troppo distante da quella attuale. D’altronde è stata costruita sulla polvere e sul sangue.

    Jim: Dove sei diretto, cowboy?
    Bart: In nessun posto speciale.
    Jim: In nessun posto speciale? Ho sempre desiderato andarci.
    -Mezzogiorno di Fuoco, Fred Zinnemann.

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  • OMBRE DA ORIENTE – TERRA GIALLA DI CHEN KAIGE (1984)

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    Il nuovo cinema cinese e la “quinta generazione”

    Gli anni Ottanta rappresentarono un momento chiave per l’evoluzione del cinema cinese. Sia a Hong Kong (che all’epoca era ancora una colonia britannica) sia a Taiwan sia nella Repubblica Popolare Cinese, infatti, si svilupparono in quel periodo le cosiddette new wave, che cambiarono per sempre queste cinematografie, come era accaduto due decenni prima in Europa con la Nouvelle Vague francese. I registi di questi “nuovi cinema” erano anzitutto cinefili: avevano formato il proprio sguardo sui film del passato ed erano pronti a rielaborare tali sensibilità in nuove narrazioni di dirompente originalità. A Hong Kong si imposero cineasti come Ann Hui, Patrick Tam, Allen Fong e Tsui Hark, ai quali poi fece eco una seconda new wave composta dal celebre Wong Kar-wai, da Stanley Kwan e Fruit Chan; a Taiwan, invece, si affermarono autori fondamentali come Hou Hsiao-hsien (A Time to Live, a Time to Die, 1985; Città dolente, 1989) e Edward Yang (Taipei Story, 1984; A Brighter Summer Day, 1991), che aprirono la strada alle opere di Tsai Ming-liang. La Repubblica Popolare Cinese, dal canto suo, fece il suo ingresso negli anni Ottanta con una situazione politica piuttosto complessa: nel 1976 terminò la drammatica fase della Rivoluzione culturale (una terribile guerra civile, nata dal fallimento delle politiche economiche maoiste) e nello stesso anno morì Mao Zedong; in seguito, nel 1978, Deng Xiaoping assunse la leadership cinese e iniziò un percorso di riforme che avrebbero aperto il paese al mondo e posto le basi per la vertiginosa crescita economica del colosso asiatico. 

    Fu in questo clima di fermento che il cinema cinese visse una fase di cambiamento profondo: l’Accademia del Cinema di Pechino, chiusa per anni durante la Rivoluzione Culturale, riaprì i battenti e nel 1982 si diplomarono presso di essa diverse personalità che avrebbero dato vita alla cosiddetta “quinta generazione” di cineasti cinesi e avrebbero contribuito al rinnovamento del cinema nazionale. Tra queste figure, le più rappresentative sono senz’altro Chen Kaige e Zhang Yimou, i quali nel 1984 girarono un’autentica pietra miliare, Terra gialla (Huang tudi, anche conosciuto col titolo internazionale Yellow Earth), che nel 2005, durante la ventiquattresima edizione degli Hong Kong Film Awards, venne eletta quarto miglior film cinese di sempre, dopo Spring in a Small Town (1948) di Mu Fei, A Better Tomorrow (1986) di John Woo e Days of Being Wild (1990) di Wong Kar-wai.

    I giovani Chen Kaige (primo a sinistra) e Zhang Yimou (al centro) sul set di Terra gialla

    Terra gialla: scontro tra tradizione e ideologia

    Diretto da Chen e magistralmente fotografato da Zhang, Terra gialla è l’adattamento di un romanzo di Ke Lan e venne prodotto da Guangxi Film Studio, una casa di produzione (controllata dallo stato, come tutte a quel tempo in Cina) che aveva da poco avviato le proprie attività e che era quindi propensa a promuovere un rinnovamento nel cinema post-Rivoluzione culturale. 

    Il film è ambientato nel 1939, durante la Guerra Sino-Giapponese, nelle campagne del nord dello Shaanxi vicino alle rive del Fiume Giallo. Racconta la storia del soldato Gu Qing, membro dell’Ottava Armata della Strada (un’unità dell’esercito del Partito Comunista Cinese, che all’epoca lottava contro i nazionalisti del Kuomintang per il governo del paese: la Repubblica Popolare sarebbe nata solo nel 1949), inviato nelle aree rurali alla ricerca di allegri canti popolari da adattare allo spirito comunista e utilizzare per incoraggiare i soldati rivoluzionari. Giunto nelle campagne, Gu soggiorna presso una famiglia di contadini – composta dall’anziano padre vedovo, dalla decenne Cuiqiao e dal fratello minore Hanhan – e, grazie a loro, conosce la vita dell’ambiente contadino e scopre che le canzoni felici che cerca non esistono: gli unici canti che ascolta parlano di travaglio e sofferenza quotidiani. 

    Come molti tra i primi film della “quinta generazione” (ad esempio, Horse Thief di Tian Zhuangzhuang, 1986; e Sorgo rosso di Zhang Yimou, 1987), Terra gialla si ambienta nella Cina rurale e ne esalta la dimensione paesaggistica e le culture locali. Non c’è alcuna epicità propagandistica (che era invece onnipresente nel cinema dell’era maoista) e i personaggi non rappresentano più monolitiche incarnazioni di credi politici in perenne scontro: i protagonisti sono esseri umani comuni, alle prese con le incertezze quotidiane e le pene dell’esistenza, lontanissimi da qualsiasi sicurezza eroica. È un cinema collocabile “in quel «neo-tradizionalismo» che si era diffuso in diversi ambiti artistici nella Cina della prima metà degli anni Ottanta, segno di un genuino tentativo di scoprire le autentiche tradizioni del paese al di fuori della retorica di regime” (D. Tomasi). La campagna cinese, che in molti avevano tragicamente conosciuto durante le rieducazioni nei campi di lavoro nel periodo della Rivoluzione culturale, appare come un universo fuori dal tempo e dallo spazio, lontanissimo dai grandi centri urbani e dai prorompenti ideali rivoluzionari.

    In questa profonda rottura con i canoni dello spesso monocorde cinema maoista, Chen mette in luce con grande finezza le illusioni del soldato Gu, sostenitore indottrinato degli ideali dell’imminente rivoluzione comunista, che giunge nella Cina profonda con la convinzione di riscoprirvi le radici di una cultura millenaria da adeguare alle dottrine di progresso proposte da Mao. Ciò che impara a conoscere, in realtà, è un mondo in cui poco contano gli ideali e tutto si fonda sulla sussistenza, sul riuscire a sopravvivere traendo il possibile dalla natura. Memorabile, in questo senso, è il confronto tra il soldato e l’anziano patriarca della famiglia che lo ospita: l’uomo racconta di aver dato in sposa una propria figlia maggiore e di come la felicità o infelicità di quest’ultima dipendano esclusivamente dalla disponibilità di cibo nella sua nuova famiglia. Non c’è spazio per i sentimenti: “Hai degli amici se hai carne e vino. L’amore coniugale dipende dalla disponibilità di cereali. Niente cibo, niente amore.”, proclama il padre, sotto lo sguardo attonito di Gu che, a poco a poco, comprende la difficoltà di instillare le parole d’ordine di Mao, che parlano di libertà e cultura per tutti (donne incluse), in un luogo legatissimo alle tradizioni del passato e alle immediate necessità.  

    Di lì a poco, peraltro, anche la giovanissima Cuiqiao apprenderà di stare per essere data in sposa a un uomo che non conosce: una scena che Chen gira dedicando un lungo e insistito primo piano al volto della ragazzina, interpretata con straordinaria dignità da un’intensa Xue Bai, che ascolta il padre comunicarle, con la voce rotta dal dolore, la necessità di maritarla, nella speranza che possa trovare la felicità con un consorte in grado di mantenerla. D’altronde il genitore stesso, poco prima, aveva certificato che “per un uomo sposarsi è felicità, per una donna è tristezza”. È allora che in Cuiqiao, affascinata dai racconti di Gu, che parlano di emancipazione femminile per le arruolate nell’armata maoista, germoglia il desiderio di lasciare la sua terra per unirsi ai rivoluzionari. Pertanto si fa promettere dal soldato, ormai in procinto di ripartire alla volta del proprio campo base a Yan’an, di tornare entro poche settimane per salvarla dal matrimonio combinato e portarla con sé per unirsi all’esercito comunista. La scena del commiato tra i due personaggi, di grande lirismo anche per l’impiego del canto tradizionale, mostra un addio pieno di ansie e speranze: lui si lascia alle spalle il paesaggio ancestrale di cui a poco a poco si è innamorato, sempre più consapevole della non facile applicabilità degli ideali che ispirano la sua esistenza; lei, invece, si riimmerge tra le sue montagne giallastre, teatro delle tradizioni e delle arretratezze che la opprimono, desiderosa di partire e incontrare finalmente quelle idee di progresso che tanto la allettano. 

    Nella sequenza successiva, tuttavia, le speranze di Cuiqiao vengono abbattute: una rossa portantina (la stessa della celebre sequenza d’apertura di Sorgo rosso) e un corteo di suonatori si presentano alla sua porta. Il matrimonio e lo sposo non sono mostrati: Chen inquadra solo una mano che rimuove un velo rosso dal volto della giovane e ne sottolinea l’oppressione tramite il respiro affannoso e un leggero arretramento del personaggio, letteralmente messo al muro, verso la parete sullo sfondo. La ragazza, poco dopo, annuncerà al fratellino minore Hanhan di aver deciso di andarsene, senza nemmeno attendere l’annunciato ritorno del soldato Gu, per unirsi all’armata comunista e trovare la sua emancipazione. “Hanhan, sto soffrendo. Non posso più aspettare. […] Di a fratello Gu che Cuiqiao diventerà un soldato.”, dice la giovane, prima di attraversare da sola il Fiume Giallo, in una sequenza notturna che ha del miracoloso per l’uso del colore, che fa apparire i personaggi come ombre nere stagliate contro il blu scuro del fiume. Gu, in realtà, farà ritorno nello Shaanxi per cercare Cuiqiao, ma arriverà solo in tempo per assistere a un rito agreste per supplicare la pioggia: una sequenza impressionante, particolarmente creativa per l’efficace uso del ralenti, in cui un popolo e una terra assetati, sottoposti all’ennesimo travaglio, invocano la salvezza dal cielo mentre il piccolo Hanhan, avvistato Gu su una collina poco lontana, corre verso di lui gridando: “Salva il nostro popolo!”. È il disperato appello delle campagne alla promessa comunista, di cui Gu è portatore. Ma Chen non chiude il film celebrando la potenza salvifica del pensiero delGrande Timoniere”, come probabilmente sarebbe accaduto in epoca maoista, bensì sospende la narrazione e, come ultimo soggetto, inquadra un panorama vuoto e arido, in cui riecheggia un canto tradizionale rivoluzionario (“Il galletto è volato oltre il muro, sono i comunisti a salvare il popolo”) che, dopo gli orrori dell’Era di Mao e della Rivoluzione culturale, suggerisce la fallacia dell’ideologia che di lì a pochi anni avrebbe avuto la meglio in Cina. Il film, non a caso, suscitò non poche controversie alla sua uscita poiché, secondo molti, metteva in discussione la capacità del Partito Comunista di aiutare le popolazioni rurali durante gli anni della guerra civile che portò alla nascita della Repubblica Popolare. La sospensione del finale e l’incerto destino a cui Chen Kaige consegna Cuiqiao, in effetti, sono lontanissimi dalle rassicuranti certezze di tanto cinema di propaganda dei decenni precedenti, in cui il comunismo era rappresentato come un appiglio sicuro per il popolo.

    Un grande racconto per suoni e immagini

    Secondo Richard James Havis, autore nel 2003 di una celebre intervista a Chen Kaige, Terra gialla fu il primo film cinese, almeno dai tempi della rivoluzione comunista del 1949, a raccontare una storia attraverso le immagini, più che attraverso i dialoghi. All’estetica talvolta monotona del cinema propagandistico degli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la pellicola di Chen oppone una straordinaria identità visiva e sonora, che sfrutta tutte le potenzialità del mezzo cinematografico. Il regista rende il paesaggio protagonista e sono molte le inquadrature, spesso campi lunghi e lunghissimi, in cui non vi è presenza umana o in cui i protagonisti appaiono piccolissimi, sovrastati dalle aride distese e catene montuose del nord dello Shaanxi, caratterizzate dal terreno giallastro che dà il titolo al film. È come se Chen, tramite la composizione dei fotogrammi, volesse talvolta mettere da parte i suoi personaggi e sottolineare come quei luoghi sterminati rappresentino la vera culla dello stile di vita che tanto influisce sul loro destino. Tanta attenzione è dedicata proprio all’esaltazione delle tradizioni locali: vengono mostrati rituali (il corteo nuziale e il matrimonio all’inizio), danze e soprattutto molte sequenze di canto. La musica e le nenie popolari, infatti, sono assai presenti nel film e si alternano al soffiare del vento, per costruire un’atmosfera rarefatta e atemporale, caratteristica di un luogo in cui la Storia fatica ad arrivare e a sortire i suoi effetti. Il carattere pittorico della pellicola, infine, è esaltato dalla dimensione del colore, del cui utilizzo i registi della “quinta generazione” (e Chen Kaige e Zhang Yimou in particolare!) erano (e restano) maestri: i gialli predominanti, ma anche i rossi e i blu si fondono nel fotogramma, come a voler tradurre l’incontro-scontro tra tradizioni, mentalità, culture e ideologie in un amalgama coloristico di grande bellezza.

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  • TOTÒ – “TRA IL CLOWNESCO E L’IMMENSAMENTE UMANO”

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    “Signori si nasce ed io lo nacqui, modestamente” (Signori si nasce, M. Mattoli, 1960).

    Quando pensiamo a Totò, non possono non ritornare alla nostra mente la sua eterna comicità, la sua Napoli e il suo essere ‘disarticolato’, inclassificabile in un solo genere. Totò è lo pseudonimo di Antonio de Curtis, nato a Napoli il 15 febbraio 1898; il celebre soprannome si deve alla madre, che iniziò a chiamarlo “Totò” fin da bambino. Nato da Anna Clemente e Giuseppe de Curtis, da cui ha ereditato il titolo di Principe di Bisanzio, è stato in seguito adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas. Si rivela ben presto un ragazzino vivace, pieno di vita e innamorato del teatro:  un’indole che lo porta presto ad abbandonare gli studi scolastici per dedicarsi al mondo dell’arte.

    Sin da giovanissimo iniziò a recitare in piccoli teatri di periferia, anche se le sue performance non vennero particolarmente apprezzate. A 16 anni nessuno, nemmeno lui, credeva che questa passione sarebbe mai diventata un lavoro; decise così di intraprendere la carriera militare, arruolandosi come volontario. Ben presto la vita militare e soprattutto il rispetto delle gerarchie che questa comporta, iniziarono a stargli strette e così abbandonò dopo poco tempo. Pare sia stata questa esperienza a ispirargli il motto “Siamo uomini o caporali?”. Questa espressione, usata per la prima volta nel film Totò le Mokò (1949),  ha dato il titolo all’omonimo film del 1955, uno dei film più sentiti della sua carriera e fulcro della sua filosofia. È stato Totò stesso a chiarirne il significato:

    L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza; quella dei caporali per fortuna è la minoranza.  Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita […]. I caporali sono invece coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque”. 

    Ripeteva spesso che non si può far ridere se non si conoscono la miseria, la sofferenza, la fame, la solitudine, tutte sensazioni di cui lui aveva fatto esperienza quando, negli anni della vita militare, subiva continui soprusi e vessazioni.

    GLI ANNI DELL’AVANSPETTACOLO

    Quel ragazzo che sin da piccolissimo aveva mostrato le sue doti da intrattenitore decise di non arrendersi e così, negli anni Venti, puntò sul genere del varietà: in breve tempo divenne molto apprezzato per le sue maschere comiche, in particolare per aver impersonato l’antagonista di Pulcinella, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Principe della risata”. Dopo il grande successo ottenuto al Teatro Jovinelli di Roma, iniziò a recitare nei principali café-concerto, facendosi conoscere a livello nazionale. Purtroppo degli spettacoli teatrali sono arrivate a noi poche notizie, poiché la stampa non dedicava molto spazio all’avanspettacolo, ma i numerosi manifesti con il suo nome scritto in grandi dimensioni testimoniano quanto fosse apprezzato. Durante quegli anni perfezionò la sua maschera, dando vita ad un repertorio straordinario dalla quale avrebbe continuato ad attingere gran parte degli sketch futuri. Ciò che lo contraddistinse sin dai primi anni di attività fu indubbiamente il suo carisma, le sue espressioni peculiari, la capacità di far ridere creando dei doppi sensi che tuttavia non scadevano mai nel volgare. Con i suoi giochi linguistici ha dato persino vita a dei neologismi, nella maggior parte dei casi mescolando continuamente italiano e napoletano. Il suo obiettivo era riprodurre il parlato colloquiale del popolo italiano, che ancora faticava a dominare la lingua madre in quanto troppo abituato a comunicare in dialetto.

    Totò è stato un grande maestro dell’improvvisazione. Questa fu una caratteristica fondamentale per il successo nel mondo dell’avanspettacolo ma anche per quello cinematografico: spesso la macchina da presa spesso si limitava a seguire i suoi movimenti e le sue battute improvvisate, che generavano ilarità tra i suoi stessi colleghi. Sin dagli esordi quindi la sua maschera venne definita una ‘maschera disarticolata’ per via della sua mascella snodabile e asimmetrica che esercitava per ore e ore davanti allo specchio. La stampa, però, anche in questi anni, non fu sempre generosa, anzi, si rivelò molto severa nei suoi confronti: venne spesso accusato di “buffoneria” e di ripetere sempre le stesse battute limitandosi a recitare storie leggere e disimpegnate. Ciononostante, Totò ha continuato a difendere strenuamente il mestiere del comico. Egli riteneva, infatti, che questo fosse il mestiere più difficile del mondo:  «Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esiste, il drammatico è più facile, il comico no; difatti nel mondo gli attori comici si contano sulle dita, mentre di attori drammatici ce ne sono un’infinità. Molta gente sottovaluta il film comico, ma è più difficile far ridere che far piangere».

    LA CARRIERA CINEMATOGRAFICA

    Con l’avvento del cinema sonoro, Totò tentò la carriera cinematografica. Firmò il suo primo contratto cinematografico con Gustavo Lombardo per Fermo con le mani! (1937). L’intenzione primaria del film era proporre al pubblico un’alternativa italiana del personaggio Charlot di Chaplin, che il comico napoletano considerava come un punto di riferimento per la storia della comicità grazie alla costruzione di una maschera duratura e sempre coerente con se stessa. Tra il 1937 e il 1950 ha alternato il palco teatrale al grande schermo, anche se il passaggio da una forma artistica all’altra non fu affatto semplice per l’attore: essendo abituato al teatro, ambiente in cui lo spettatore segue in diretta ciò che avviene sul palco, dopo i primi ciak sul set cinematografico tendeva a perdere la concentrazione. Ad ogni modo, ciò che più gli mancava del teatro era l’assenza del pubblico dal vivo, con cui amava comunicare direttamente. Come detto, anche al cinema non riusciva a trattenersi dall’improvvisare e i registi, certi che il suo tocco avrebbe dato valore aggiunto alle opere, lo lasciavano fare. Vittorio De Sica disse che “Certe sue folli improvvisazioni durante la recitazione erano geniali e insostituibili”

    Durante la sua carriera condivise la scena con alcune delle più importanti personalità di quegli anni. Nel 1951 recitò al fianco di Aldo Fabrizi in Guardie e ladri, una storia a metà tra la comicità e il dramma, ascrivibile al filone del “neorealismo rosa”. Con Peppino De Filippo ha dato vita ad una delle collaborazioni più apprezzate del nostro cinema. Ha recitato insieme per la prima volta in Totò e le donne (1952) e qualche anno dopo si sono ritrovati in Totò, Peppino e… la malafemmina (1956, campione di incassi), considerato il film comico di Totò per antonomasia. Secondo le testimonianze di molti collaboratori della pellicola, quest’ultimo è da considerarsi per buona parte una creazione originale di Totò e Peppino che hanno stravolto, integrato e ripensato intere sequenze. Nel 1954 prende parte a Miseria e nobiltà (M. Mattioli, 1954), film tratto dall’omonima opera teatrale di Eduardo Scarpetta e in cui recitò con Sophia Loren.

    Prese parte, con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, anche al film capostipite della “commedia all’italiana”: I soliti ignoti (M. Monicelli, 1958). Il film è stato premiato con due Nastri d’argento e candidato ai premi Oscar 1959 come miglior film straniero. È considerato uno dei più grandi esempi di caper movie, sottogenere del thriller in cui una banda compie un grosso colpo criminale. Tra i tanti film interpretati non mancano le parodie, come Totò contro Maciste (F. Cerchio, 1962) o Che fine ha fatto Totò Baby? (O. Alessi, 1964), parodia di Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, 1962).

    Negli anni Sessanta, quando stava ormai giungendo al termine della sua carriera, sono arrivate proposte di collaborazione da parte di importanti cineasti come Alberto Lattuada e Federico Fellini, ma fu l’incontro con Pasolini nel 1966 a dare inizio ad una nuova fase della sua carriera. Il regista friulano gli propose di girare Uccellacci e uccellini (1967) e poi un episodio di Capriccio all’italiana (1967), due storie impegnate con le quali l’attore dimostrò di poter recitare anche storie dal contenuto fortemente simbolico. Della prima non condivideva appieno il personaggio e la poetica del regista, ma Totò era deciso a produrre opere di qualità per la paura di essere dimenticato dal pubblico. Quest’opera in particolare è una favola con un importante sottotesto. I personaggi rappresentano rispettivamente gli intellettuali, che tentano di risvegliare le coscienze degli italiani, e le masse che però non accettano i loro moralismi. Questo è stato l’ultimo film da protagonista interpretato da Totò. Pasolini ha scelto proprio l’attore napoletano perché era molto affascinato dalla sua maschera che riteneva riunisse “in maniera assolutamente armoniosa due momenti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdità/il clownesco e l’immensamente umano.” L’esperienza sul set per Totò fu inedita e Pasolini, di tanto in tanto, ne smorzava l’istinto da comico improvvisatore, ma nel complesso fu un’esperienza assolutamente positiva per entrambi grazie alla stima che nutrivano l’uno nei confronti dell’altro.

    Totò si spense la mattina del 15 aprile 1967 all’età di 69 anni, stroncato da un infarto. Pochi giorni prima aveva dichiarato: “Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà.” Mai profezia si rivelò più falsa. È stato un attore comico, paroliere, drammaturgo e poeta che ha dedicato la propria vita al teatro e al cinema, recitando in oltre 50 spettacoli e 97 pellicole. Sebbene in vita sia stato ampiamente criticato dalla stampa, dopo la morte è stato decisamente rivalutato e riconosciuto come il comico italiano più popolare di sempre. Non era ascrivibile ad un solo genere, poiché era inclassificabile: incarnava la miseria, il vessato, la rassegnazione ma anche il coraggio e l’energia della gente comune, quell’energia che si cela nel cuore degli sconfortati e riesce a trasformarli in eroi. Aveva ragione Giancarlo Governi, il biografo televisivo di Totò, che sosteneva che uno dei suoi miracoli fosse la durata, dato che “a cinquant’anni dalla morte, il suo personaggio non è svanito, ma si è addirittura rafforzato”. 

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  • LA NASCITA DI HOLLYWOOD: DA QUARTIERE CALIFORNIANO A SIMBOLO DEL CINEMA MONDIALE

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    Perché proprio a Hollywood? Quando nominiamo Hollywood non per tutti è immediato il collegamento aL quartiere di Los Angeles. E’ un luogo così associato all’idea di cinema da essere a tutti gli effetti un sinonimo: quando diciamo “cinema” intendiamo dire “Hollywood”. Nonostante l’affermazione di questa figura retorica dobbiamo tenere ben presente che Hollywood nacque quando ancora il cinema non esisteva ancora, essendo stata creata negli inizi del Novecento grazie a una combinazione di condizioni climatiche, paesaggi e a qualche contenzioso sui brevetti.

    Per capire dove iniziò Hollywood dobbiamo andare all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, e precisamente da un tizio di nome Harvey Henderson Wilcox (un ricco proprietario terriero) che comprò 40 ettari di terreno in una campagna a circa 15 chilometri dalla Los Angeles di allora. L’idea era quella di coltivare fichi e albicocche, ma dato lo scarso successo, in pochi anni si convinse di poter ottenere una rendita migliore dividendo la proprietà in più parti e rivendendola. Sua moglie decise di nominare questa zona Hollywood. Il 1° febbraio del 1887 vennero firmati i primi documenti della suddivisione e si iniziò un piano di urbanizzazione dell’area in modo da attirare maggiori compratori.

    Sul perché del nome Hollywood ci sono molte teorie, una versione addirittura suggerisce che il nome derivi dalla storpiatura di alcune parole realizzata da un operaio cinese che stava trasportando legname (“hauling wood”), mentre quella più accreditata indica che deriva da quello di un’altra cittadina in Illinois. A questo proposito la moglie di Wilcox dichiarò di aver scelto in nome perché “suona bene e perché sono superstiziosa, holly porta fortuna”.

    La piccola città in pochi anni fu caratterizzata da una rapida crescita.  All’inizio del 1900 includeva un ufficio postale, un’edicola, un hotel e due mercati con una popolazione di circa 500 abitanti. Le attività si basavano principalmente sull’allevamento e l’agricoltura e le varie attività erano tutte situate nella via principale Prospect Avenue che in futuro sarebbe diventata l’Hollywood Boulevard. Per scelta della signora Wilcox in città vigeva il proibizionismo, erano vietati gli alcolici e l’apertura di locali o attività che potessero portare a dei vizi. Per dare un’aria più elegante e raffinata alla cittadina venne inviato a viverci un pittore francese di discreta fama di nome Paul de Longpré. L’idea era quella di creare “una comunità astemia, colta e cristiana”.

    Questo non fermò la crescita di Hollywood che nel 1910 raggiunse i cinquemila abitanti, venne annessa alla città di Los Angeles e dotata di una rete idrica ed elettrica. All’epoca i due centri urbani distavano circa due ore l’una dall’altra separati da vigneti, agrumeti e campi d’orzo.

    In questi anni il cinema mosse i suoi primi passi, grazie agli esperimenti di Eadweard Muybridge, alle soluzioni sviluppate dai fratelli Lumière e a Thomas Edison che organizzò proiezioni al pubblico nel 1894 a New York con il kinetoscopio (una grande cassa con un oculare in cima dove veniva proiettato una pellicola azionata da una manovella). Edison non era nuovo all’attività imprenditoriale e dopo aver elettrificato l’America e brevettato diversi dispositivi per la proiezione sempre più raffinati, pose le basi per la nascita dei primi cinema. Tutto ciò avvenne nel New Jersey, a Fort Lee, non poco lontano da New York. Qui nel 1903 venne girato una delle pietre miliari del cinema, The Great Train Robbery rimasto alla storia per gli effetti speciali e la scena del bandito che spara dritto in camera.

    Il New Jersey offriva numerosi spazi e rispetto a New York i costi erano minori, ma c’erano ancora due problemi da risolvere: se da una parte il clima non era ideale e il brutto tempo spesso portava a ritardi nelle riprese, dall’altra parte la situazione era resa problematica  dalle cause indotte dalla Motion Picture Patents Company fondata nel 1918 e al servizio di Edison per la tutela dei suoi brevetti. Per evitare di pagare il diritto all’utilizzo o le eventuali sanzioni ricevute, i produttori decisero di spostarsi verso Ovest cercando di allontanarsi il più possibile dalla loro egida. Vennero girati film in Missouri, Colorado e Arizona, fino ad arrivare ad un anonima città a nord-est di Los Angeles. 

    Il primo film girato a Hollywood fu In Old California di D. W. Griffith, che si spostò fuori da Los Angeles alla ricerca di paesaggi e atmosfere più rurali che rappresentassero la California dell’800. Il film uscì nel 1910 e diede inizio a un decennio in cui numerosi registi e case di produzione scelsero Hollywood per effettuare le loro riprese, finendo per restarci definitivamente. In pochi anni vennero sviluppate nuove soluzioni di ripresa che permisero di aggirare i brevetti imposti da Edison favorendo la crescita di Hollywood e rendendola quello che ancora oggi in gran parte è. Da li a poco sarebbe nato lo “Studio System”, un metodo di produzione e distribuzione cinematografica dominato da poche case cinematografiche con il controllo verticale di tutte le attività, che avrebbe portato all’età dell’oro di Hollywood dai primi anni Venti alla fine degli anni Quaranta. Questo sistema nacque grazie alla disponibilità di grandissimi spazi, manodopera economica, un clima mite con giornate più lunghe, paesaggi e ambienti vari nel raggio di pochi chilometri. La Paramount per convincere gli investitori azzardò anche l’affinità di questi luoghi con alcuni tra i più famosi al mondo come il deserto del Sahara o la Siberia. 

    Oltre a questi fattori non bisogna sottovalutare la Prima Guerra Mondiale e l’influenza spagnola che spostarono innovazione e produzione dal cinema europeo a quello americano a causa della devastazione e della scarsità di risorse. Alla fine degli anni venti, Hollywood riuscì a superare anche la Grande Depressione imponendosi attraverso l’introduzione del cinema sonoro e successivamente di quello a colori. Il settore cinematografico divenne una delle più grandi attività produttive del paese e venne soprannominato “La Fabbrica dei Sogni”. 

    Un simbolo ha accompagnato questo luogo magico per quasi un secolo: la celebre insegna sul Mount Lee che si affaccia sul distretto di Hollywood a Los Angeles. E’ il simbolo della più grande industria cinematografica del mondo ed è entrato a far parte della cultura popolare. La prima insegna era composta da 13 lettere: “HOLLYWOODLAND” e serviva a pubblicizzare il quartiere in costruzione. L’idea venne a un imprenditore californiano, ed era già stata usata per un altro progetto immobiliare a Los Angeles. Il design venne scelto dalla ditta costruttrice e in origine ogni lettera era alta 15 metri e larga 9. L’insegna era illuminata da più di 4000 lampadine e da un faro. L’esatta data dell’inaugurazione è sconosciuta, ma si possono riscontrare documenti relativi ai lavori datati giugno 1923. La scritta sarebbe dovuta durare poco più di un anno, tuttavia la ditta costruttrice continuò a prendersene cura fino al 1929. Nel 1949 venne ceduta alla città di Los Angeles in pessime condizioni, ma ormai era divenuta il simbolo dell’industria cinematografica americana. Venne finanziato un restauro e rimossa la parola “LAND”. Nel 1978 venne finanziata da alcuni privati, tra cui il fondatore di Playboy Hugh Hefner e Giovanni Mazza, la costruzione di una nuova scritta per sostituire quella originale ormai consumata dal tempo.

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