Category: Rubriche

  • RECENSIONE QUI RIDO IO – L’ARTISTA, L’UOMO, LA MASCHERA

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    Mario Martone ama analizzare la sua Napoli attraverso la lente della Storia e, in particolare, attraverso il prisma di personaggi storici: Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso, gli eroi risorgimentali di Noi credevamo e gli intellettuali di Capri-Revolution. Qui Rido Io, presentato allo scorso Festival di Venezia, è il ritratto di Edoardo Scarpetta, attore, commediografo, figura fondamentale per il teatro in dialetto napoletano.

    Nei primi anni del ‘900, Scarpetta (Toni Servillo) è all’apice della sua fama: la sua commedia Miseria e nobiltà è un successo, e il personaggio di Felice Sciosciammocca ha scalzato Pulcinella dal pantheon dei personaggi della commedia italiana. Tanto estroverso sul palco quanto metodico e severo nella vita privata, Edoardo Scarpetta semina figli legittimi e illegittimi che vorrebbe inserire nel mondo dello spettacolo. La sua vita, meticolosamente programmata, subisce un contraccolpo quando mette in scena una parodia intitolata Il figlio di Jorio: l’autore dell’opera originale, Gabriele d’Annunzio (Paolo Pierobon), decide di intentargli una causa che durerà tre anni e che rischia di minare reputazione e carriera dell’attore. Nel frattempo, Scarpetta dovrà fare i conti con avversari esterni e interni alla sua stessa famiglia, con le conseguenze della sua vita sessuale e con la sua stessa vanità d’artista.

    Qui Rido Io è, in fondo, il biopic di un aristocratico, di un uomo che fa scolpire il motto “Qui rido io” sulla parete della sua magione, Villa La Santarella, per rivendicare un vacuo potere di padre-padrone su quelli che abitano sotto il suo tetto. Ma un aristocratico che vede vacillare un potere che ha sempre dato per scontato: colui che ha soppiantato Pulcinella è destinato a venire soppiantato a sua volta, e a farlo sarà non il vanaglorioso d’Annunzio né i giovani intellettuali di cui cerca in fondo l’appoggio, ma la sua stessa stirpe, i fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino (interpretati dai giovanissimi Alessandro Manna, Marzia Onorato e Salvatore Battista), tre dei numerosi figli illegittimi di Edoardo Scarpetta. In particolare è Eduardo, destinato a diventare uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento, qui ancora un bambino che, prima dietro le quinte e poi alla luce del palcoscenico, esce dall’ombra del padre per prendersi il suo posto nella Storia.

    Scarpetta vive la differenza tra chi è sul palco e chi è fuori come un Charlie Chaplin ante litteram: un uomo che vive una continua contraddizione tra l’artista amato dal pubblico ma sulla via del tramonto, l’uomo vanitoso che fa i conti con la propria mortalità e la maschera buffa che indossa a teatro.

    Questo ruolo non poteva trovare interprete migliore di Toni Servillo, che si riconferma per l’ennesima volta l’attore italiano più versatile in circolazione. Buffoneria, pomposità, severità, amarezza, occasionale generosità: Toni Servillo salta da un registro all’altro con naturalezza mostruosa, e senza mai schiacciare il personaggio ma mettendosi anzi al suo servizio.

    Questo re della risata si muove nella Napoli fervente della vita culturale e artistica dell’età giolittiana, resa visivamente in modo efficace, merito anche di una ricostruzione storica (scenografie di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, costumi di Ursula Patzak) forse fin troppo essenziale ma sempre elegante. La Napoli di Qui Rido Io è un palcoscenico, lo sfondo di un dramma in cui la musica la fa da padrona. La sceneggiatura – scritta con Ippolita di Majo – e la regia di Mario Martone sono sempre rigorose, quasi antropologiche. Con tutti i difetti che ne derivano: il suo è un cinema che si prende il suo tempo e osserva con distacco le vicende che racconta, e per questo può a volte stancare e rendere difficile la partecipazione emotiva ai drammi interiori dei suoi personaggi.

    Ma i difetti nella narrazione si sorvolano facilmente di fronte all’eleganza della messa in scena, e l’attenzione di Martone per i dettagli e il carisma del suo protagonista bastano da soli a mantenere intatto il fascino di un dramma storico con incursioni nella commedia.

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  • DESTINO – QUANDO DISNEY COLLABORÒ CON DALÌ

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    Era il 1946 quando Walt Disney, in collaborazione con Salvador Dalì, avviò un progetto ambizioso e curioso. Il cortometraggio Destino fu terminato solo nel 2003 dalla Walt Disney Company, per mancanza di fondi all’epoca del suo iniziale sviluppo a causa della Seconda guerra mondiale. Solo i primi secondi infatti riuscirono ad essere creati, e mantennero il loro fascino per ben 58 anni, quando Roy, il bisnipote di Walt Disney, decise di riprendere in mano il progetto. Un tempismo particolare che permise di coronare le aspirazioni di Walt Disney, Dalì e Hench (artista Disney che contribuì con molti bozzetti) sommando la computer grafica all’animazione classica, in un’ottica di avanguardismo tecnologico. Vediamo raccontata, in sei minuti, una tragica storia d’amore tra il Tempo personificato e una donna mortale, una bellissima e leggiadra ballerina. La trama si sviluppa all’interno di ambientazioni surreali, in cui è evidente la firma dell’artista, che vanno a richiamare quei processi onirici tanto cari a Dalì. In questo paesaggio surrealista la ballerina si muove aggraziata andando alla ricerca della sua anima gemella, in luoghi mutanti in cui non mancano ostacoli che si frappongono tra lei e il suo oggetto del desiderio. Questa disperata ricerca dell’amore è un tema ricorrente nei film Disney, e non è improbabile che ci siano legami tra la donna e le principesse dei più grandi classici. L’itinerario che percorre è costellato di simboli maschili (torre e piramide) e simboli femminili (conchiglia, fontana) che portano con sé diverse allegorie: amori effimeri, la società che giudica, luoghi di conforto dove rifugiarsi momentaneamente. Giungerà il momento in cui la bellissima ballerina riuscirà a toccare i vertici emotivi del suo viaggio e, con una danza sinuosa e armoniosa, porterà il destino a cedere: la statua di Crono si romperà e la figura umana che impersonifica il Tempo uscirà fuori, libera per pochissimo. Nuovi impedimenti si interporranno tra i due, finché il Tempo non tornerà alla sua vera dimensione. La ragazza si scioglierà, la statua verrà ricomposta. 

    La colonna sonora che accompagna il racconto è composta dalle note del compositore messicano Armando Dominguez, che perfettamente si adattano alle atmosfere che si desiderava trasmettere. Tuttavia il caricamento del corto su youtube portò gli utenti a tentare le più fantasiose combinazioni e i più impensabili accostamenti, arrivando talvolta a risultati eccezionali, come con il brano Time dei Pink Floyd, che inaspettatamente vi si adatta molto bene.

    All’epoca della sua realizzazione iniziale fu difficile contenere l’entusiasmo di Dalì di fronte al progetto. L’animazione si era rivelata la risposta alle sue ricerche creative per un mondo mutante di esseri distorti. Troppe idee e una frenesia tale da non riuscire a realizzarle tutte risultarono in otto mesi di lavoro solamente per pochi secondi. Addirittura l’artista pretese di avere animali veri in studio a cui ispirarsi. Chiaramente il suo estro e il suo entusiasmo non furono facili da conciliare con la situazione dei debiti che imperversava. Così il cortometraggio fu abbandonato, ma il suo potenziale intrinseco riuscì a fare in modo che questa idea non smettesse di affascinare, fino al suo vero e proprio compimento.

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  • RECENSIONE MONDOCANE

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    Mondocane è un film prodotto nel 2020 da Groenlandia (Matteo Rovere) e Minerva Picture, uscito in sala il 3 settembre del 2021 dopo numerose  posticipazioni a causa della pandemia da covid-19. 

    Il film presenta tra i suoi attori principali Alessandro Borghi, che interpreta  Testacalda, antagonista del film e star dello stesso, volto maggiormente  noto al pubblico per le sue interpretazioni precedenti (Il primo ReSuburra, Non essere cattivo e molti altri), che sorprendentemente,  nonostante sia importante, non è il vero fulcro di questo film, come ci si sarebbe aspettato.  

    E’ sicuramente un personaggio trascurato in un primo momento, la sua  apparizione è attesa da tutti e preparata accrescendo la curiosità del  pubblico, che però in un primo momento potrebbe rimanere deluso; tra i  difetti del film dunque si potrebbe sottolineare questo primo ritratto del  personaggio, un po’ “macchietta“, a tratti interessante, a tratti ambiguo. Nella seconda parte del film c’è decisamente un miglioramento, il  personaggio diventa più centrale e utile ai risvolti narrativi, viene  approfondito il suo passato così da permetterci di avere un quadro più  completo e a renderlo un villain sensato. 

    Il film presenta molti “buchi” se così possiamo intenderli, ma questi  possono anche essere interpretati come una scelta dell’autore , Alessandro  Celli, all’esordio. Una scelta che, dunque, lascerebbe aperte e incerte molte  cose, com’è tipico delle ambientazioni distopiche e quindi non del tutto  contestabile. 

    Il vero protagonista del film è l’ambientazione, il quadro sociale che se ne  trae è quello di un mondo molto probabilmente futuro e lontano dal nostro,  molto grigio, cupo e distopico. Le istituzioni sembrano aver preso il  controllo di alcune aree a causa di una violenza incontrollata, come se  fosse seguita ad una guerra civile. 

    C’è chi ha accettato ciò, soprattutto le persone più benestanti e chi no, chi  vive ancora nella Taranto “vecchia”. Questa separazione della città  pugliese in due, che ricorda molto le due Berlino, est e ovest, evidenzia un  punto di rottura nella società, una separazione economico-sociale.

    Nella Taranto vecchia si aggirano le “formiche”, questo gruppo di ribelli  che compiono atti vandalici, furti, omicidi, spaccio di droghe e vivono  nella trasgressione. Testacalda (Borghi) è a capo del gruppo e chiunque  non sia nato in ottime condizioni sociali ambisce ad entrare a far parte  delle formiche come Pisciasotto (Giuliano Soprano) e Mondocane  (Dennis Protopapa), due reietti della società salvati da un pescatore che  cercano un riscatto. 

    Mondocane è un film che parla di amicizia, lealtà, fiducia e tradimento, ma  porta una riflessione più profonda rispetto all’abbandono. Sorprendenti le interpretazioni dei due giovani protagonisti, che si  destreggiano bene nel dialetto pugliese senza apparire caricaturali o  grotteschi. 

    In ultima istanza, merita di essere accennato l’aspetto tecnico del film. La regia non è sorprendente, nella sua semplicità però è efficace, il punto  di forza è sicuramente la fotografia di Giuseppe Maio, tendente al color  seppia, ricorda molte le atmosfere di Mad Max, funzionale al contesto  rappresentano, aiutata anche dalle location più idonee per questo film, è il  fiore all’occhiello della produzione.  

    Altra nota positiva sono sicuramente le musiche composte da Federico  Bisozzi, Davide Tomat, con un ottimo sound elettronico, non sono per  niente fuori luogo rispetto alle atmosfere del film, anzi in alcune sequenze  del film sono fonte di adrenalina. 

    Nonostante i notevoli difetti, Mondocane è un film audace, intrattiene il  pubblico, fa emergere molte domande e riflessioni, ma soprattutto è un  buon esordio italiano, l’autore, così come noi spettatori, può auspicare ad un miglioramento. 

    Come opera prima, Alessandro Celli potrebbe dirsi più che soddisfatto,  considerato che oltre ad essersi occupato della regia, ha scritto soggetto e  sceneggiatura, quest’ultimi altrettanto complicati e rischiosi. Purtroppo il film esce nel periodo “sbagliato” ovvero il ritorno in sala nella stagione autunnale, ma con una concorrenza spietata che rischia di  renderlo invisibile e di non riuscire a fargli ottenere un buon incasso al  botteghino. 

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  • SPENCER E JACQUELINE DURRAN – DIETRO GLI ABITI DI UN’ICONA

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    Atteso nelle sale italiane nel 2022, Spencer è il nuovo film del regista cileno Pablo Larraín. Già regista nel 2016 di un altro dramma biografico (Jackie, incentrato sulla first lady Jacqueline Kennedy), questa volta Larraín sceglie di raccontare la figura di Diana Spencer, ripercorrendo in particolare alcune giornate del dicembre 1991, durante le quali Diana matura la decisione di voler divorziare dal Principe Carlo.

    VESTIRE UN’ICONA

    Presentato in anteprima il 3 settembre tra i film in concorso alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Spencer vede Kristen Stewart nelle vesti di Lady D., vesti che già dalle primissime sequenze del trailer risaltano come parte importante ed essenziale della costruzione del personaggio, cinematografico e reale (o regale). Sullo schermo Diana, che proprio quest’anno avrebbe festeggiato 60 anni, è vestita dall’abile mano di Jacqueline Durran, costumista britannica non certo alle prime armi.

    Ricreare il personaggio, nonché l’icona (forse suo malgrado) di un periodo, ha richiesto lunghe ricerche, ma l’obiettivo della designer non è stato quello di creare una copia fedele del guardaroba della principessa, bensì quello di ricostruirne uno che prende sì le mosse dagli abiti originali, ma li rielabora, cucendoli addosso all’interprete (che già la critica non ha mancato di elogiare) e sicuramente anche alla sceneggiatura. Abiti che sono simbolo della rigida etichetta di corte, così come di quei pochi attimi di respiro in cui la Principessa di Galles torna ad essere solamente Diana Spencer, e torna a vestirsi con la semplicità che la contraddistingue. Dall’eleganza regale (che sullo schermo arriva in gran parte dagli archivi Chanel) allo sportswear, la costumista britannica ricrea un’icona di stile senza tempo, ispirandosi e mixando lo stile di Lady D. durante gli anni e portando sullo schermo una figura quanto più familiare e autentica.

    UNA CARRIERA RICCA

    Come già detto, Jacqueline Durran è una costumista già ampiamente affermata: la sua carriera, infatti, è ricca di successi e riconoscimenti, e fin dai primi anni duemila, ma in particolare ancor più negli ultimi anni, ha collaborato con importanti registi e firmato il costume design di numerose pellicole.

    Nel 2006 sfiora il suo primo premio Oscar (quell’anno andato a Colleen Atwood per Memorie di una geisha) per i costumi di Orgoglio e Pregiudizio (Joe Wright), mentre la sua prima statuetta arriva sei anni più tardi, nel 2012, quando torna a vestire Keira Knightley per Anna Karenina, collaborano – di nuovo – con Joe Wright. 

    Keira Knightley in Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione e Anna Karenina. Costumi di Jacqueline Durran

    Negli ultimissimi anni il suo nome compare non di rado nei credits di alcuni dei film più acclamati dalla critica, e Jacqueline da prova di grande versatilità. Nel 2017 entra nell’universo Disney lavorando agli abiti del live action La Bella e la Bestia (Bill Condon) e, nello stesso anno, esplora la Londra degli anni Quaranta ricreando con grande minuzia gli abiti del meraviglioso Churchill di Gary Oldman in L’Ora più buia (ancora, Joe Wright). Questi film la porteranno a ricevere nel 2018 ben due candidature all’Oscar per i migliori costumi, quell’anno vinto però da Mark Bridges per Il filo nascosto.

    Anche nel 2019 sono suoi i costumi di due dei film più osannati dalla critica. Jacqueline torna infatti in periodo di guerra collaborando con Sam Mendes per 1917, intenso dramma sul primo conflitto mondiale realizzato come un unico piano-sequenza, cosa – anche a detta della costumista – piuttosto sfidante per l’enorme precisione di dettagli e per la continuità che si deve assicurare alle figure in scena. Nello stesso periodo è sempre lei a vestire le quattro sorelle March nella versione di Greta Gerwig di Piccole Donne. Proprio quest’ultimo lavoro la porta, nel 2020, alla sua settima nomination e al suo secondo Oscar.

    Jacqueline Durran sul set di Piccole Donne

    Ora, dopo aver assolto ai suoi “incarichi reali” con Spencer, Jacqueline Durran si è rivolta verso un nuovo universo cinematografico: sarà lei, infatti, a occuparsi dei costumi del prossimo Mr. Wayne, interpretato da Robert Pattinson in The Batman (Matt Reeves), anch’esso atteso, si spera, per il 2022.

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  • VENEZIA 78 – UN BREVE RIEPILOGO

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    L’11 Settembre la 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. In questo articolo vi avevamo spiegato come funziona la Mostra, come distinguere i vari premi che vengono assegnati e vi avevamo anche elencato tutti i film presentati (questo è stato, tra l’altro, un anno ricchissimo di grandi film). Qui vi riepiloghiamo i vincitori di questa edizione e tutte le mini recensioni scritte dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero. Buona lettura!

    Leone d’oro al miglior film – 12 settimane (L’Evenement) di Audrey Diwan.

    “Film diretto Audrey Diwan, è ambientato nella Francia del 1963 e racconta la storia di Anne, una giovane donna dedita allo studio e che sogna un brillante futuro, che le permetta di costruirsi una vita diversa da quella proletaria condotta dalla sua famiglia. Peccato che il suo sogno nel cassetto rischia di andare in mille pezzi, quando la ragazza rimane incinta. È a questo punto che Anne si ritrova di fronte a una scelta: tenere o no il bambino? Ma il rischio di vedere il futuro da lei desiderato sparire per sempre tra pannolini e biberon, la spinge verso quella che per lei è l’unica opzione fattibile, abortire.
    Con gli esami finali alle porte, la giovane deve liberarsi il prima possibile del suo problema, ma nella Francia dei primi anni Sessanta l’aborto è ancora illegale e Anne si vede costretta ad agire contro la legge. La donna non rischia solo la prigione, ma anche la condanna e giudizi da parte di una società che nega il desiderio femminile…” (da comingsoon.it)

    Leone d’argento Gran Premio della Giuria – È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

    Leone d’argento per la migliore regia – Il potere del cane (The Power of the Dog) di Jane Campion.

    The Power of The Dog, nuovo film della veterana neozelandese Jane Campion a dodici anni da “Bright star”, è un inquietante western tratto dal romanzo di Thomas Savage e ambientato nel Montana del 1925. Il film analizza il rapporto tra i due fratelli mandriani Phil e George Burbank (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), turbato dal matrimonio del secondo con la vedova Rose (Kirsten Dunst). La Campion assume dunque, forse per la prima volta nella sua carriera, una prospettiva prettamente maschile. Purtroppo, mettendo in scena un dramma dall’incedere lento e disturbante (cui molto giovano le musiche dissonanti di Jonny Greenwood), la regista fatica a dare reale spessore ai personaggi e questo rende particolarmente difficile l’immedesimazione dello spettatore con i caratteri e le loro complessità. Certo, la Campion – da grande regista qual è – azzecca l’atmosfera e almeno un paio di grandi scene, ma l’analisi dei rapporti virili e la rappresentazione tossica del maschilismo restano in superficie ed è impossibile non constatare la freddezza generale di un prodotto che, alla lunga e nonostante le sue raffinatezze, finisce per annoiare e non trova paragoni con le travolgenti passioni e contrasti al centro dei capolavori della cineasta di Wellington.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile – Penélope Cruz (Madres Paralelas)

    In “Madres Paralelas”, ventitreesimo film di Pedro Almodóvar, si intrecciano due linee narrative parallele: da un lato il rapporto tra le due madri del titolo, Janis (Penélope Cruz) e Ana (Milena Smit), i cui destini si incrociano nelle corsie dell’ospedale prima di dare alla luce le proprie bambine; dall’altro il desiderio di Janis di far riesumare il corpo del proprio bisnonno, morto durante la guerra civile spagnola e sepolto in una fossa comune. Almodóvar, con un film che pare la perfetta continuazione del percorso intrapreso negli ultimi anni, racconta le famiglie spezzate dal caso, dalla morte e dalla Storia e a un dramma umanissimo affianca una riflessione stratificata sul passato del proprio paese, con cui ciascuno deve fare i conti e rispetto al quale, come ricorda Janis in una scena del film, è fondamentale prendere posizione. Per Janis è tanto importante prendersi cura della propria figlia quanto del proprio avo, come se alla parentela biologica venissero affiancate una parentela storica e il desiderio di stare dalla parte giusta in un paese che troppo spesso dimentica e trascura i propri eroi. “Madres Paralelas” è un film sull’importanza della famiglia e sulla necessità di stare insieme, nella vita e nella morte. E se alcune svolte narrative possono apparire prevedibili o banali a un primo sguardo, la bravura e la naturalezza di Penélope Cruz e Milena Smit sanno sanare anche le mancanze della sceneggiatura e elevano il film a grande esperienza emozionale.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile – John Arcilla (On the Job 2: The Missing 8).

    On The Job: The Missing 8, film diretto da Erik Matti, è ambientato nelle Filippine, dove Duterte, ha acquistato sempre più potere, facendo sì che corruzione e censura dei media dilaghino nel paese. Tra i giornalisti “censurati”, però, ce n’è uno, Sisoy (John Arcilla), pronto a indagare sulla misteriosa scomparsa di alcuni suoi colleghi…” (da Comingsoon.it)

    Premio Osella per la migliore sceneggiatura – Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter).

    Tratto dal romanzo “La figlia oscura” (2006) di Elena Ferrante, “The Lost Daughter” è l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal (anche sceneggiatrice), che trasferisce l’ambientazione da Napoli alla Grecia. Nel film Lena Caruso (Olivia Colman / Jessie Buckley nei flashback), docente universitaria di letteratura italiana, si trova in vacanza da sola e, dopo l’incontro con un chiassoso clan familiare, inizia a osservare la relazione tra una giovane madre (Dakota Johnson) e la figlia. Questo fa scaturire in lei i fantasmi del passato e della propria personale esperienza di maternità. La Gyllenhaal racconta la storia di una donna che fatica a vivere in maniera naturale il suo essere madre e che suscita, in questo modo, un misto di repulsione e compassione. Ma se il personaggio principale risulta tutto sommato ben raccontato, complice anche la bravura eccezionale di Olivia Colman, non si può dire lo stesso del film nel suo complesso, che pare non saper bene su cosa focalizzare la propria attenzione. Molti aspetti della trama a cui la Gyllenhaal dedica in principio notevole attenzione restano sospesi e il film, a poco a poco, smarrisce la “retta via” del racconto. Come spesso accade con le opere prime, inoltre, la regista pare non padroneggiare ancora con sicurezza gli strumenti del mestiere e si sofferma (dilungandosi) su dettagli inutili e realizza almeno un paio di scene che sfiorano il ridicolo involontario nella loro messa in scena iperbolica. Ad ogni modo, la Gyllenhaal ha talento e l’attento uso dei primi piani, la forza di diverse scene e l’atmosfera che ricorda un cinema (principalmente europeo) d’altri tempi lo dimostrano.

    Premio speciale della Giuria – Il buco di Michelangelo Frammartino.

    Il buco, il film diretto da Michelangelo Frammartino, è ambientato nel corso degli anni ’60 durante la forte crescita economica, quando viene costruito nel florido nord Italia, l’edificio più alto d’Europa. Nel sud del paese, nell’estate del 1961, un gruppo di giovani speleologi si reca in missione sull’altopiano calabrese per esplorare il suo incontaminato entroterra, visitando il sottosuolo di quel Meridione da cui tutti si stanno allontanando. Il gruppo fa un’incredibile scoperta: trova una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto dell’altopiano del Pollino, una grotta profonda 700 metri, sorvegliata da un vecchio pastore, unico custode di quel territorio ancora puro e inalterato. (da Comingsoon.it)

    Premio speciale Mastroianni per un attore o attrice emergente – Filippo Scotti in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    Altre recensioni scritte dal Lido

    Il collezionista di carte di Paul Schrader.

    Scritto e diretto da Paul Schrader e presentato da Martin Scorsese, “Il collezionista di carte” racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. Schrader affronta ancora una volta il tema della redenzione e demolisce ciò che resta del sogno americano, in un film in cui nemmeno il denaro ha più importanza: non esiste conforto materiale per abbattere i propri fantasmi e lenire il senso di colpa per il male commesso. È un film disperato, nerissimo, in cui l’oscurità degli ambienti è rischiarata solo dalle luci al neon delle sale da gioco e delle slot machines. E se a un certo punto una via di scampo appare possibile e il mondo pare accendersi come un albero di Natale, Schrader va fino in fondo nel raccontare la possibilità della redenzione ma l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, figlio di errori passati impossibili da correggere. Se forse il discorso di fondo non è del tutto originale, la regia di Schrader è talmente sublime – tra grandangoli vertiginosi e piani sequenza fluidissimi – che è impossibile non restare ammirati.

    Last Night in Soho di Edgar Wright.

    “Last Night in Soho” è il nuovo, attesissimo film del genietto inglese Edgar Wright, presentato fuori concorso a Venezia 78. Senza entrare nei dettagli della trama che, come si evince dal trailer, si snoda tra la Londra contemporanea e la Swinging London degli anni ’60, possiamo dire che il regista si conferma un abile alchimista di generi cinematografici, fondendo efficacemente l’horror con il melò e il musical. Visivamente curatissimo (la sublime fotografia è del coreano Chung Chung-hoon, storico collaboratore di Park Chan-wook; il montaggio – sempre fondamentale in Wright – è del fedele Paul Machliss), nei primi quaranta minuti lascia letteralmente a bocca aperta per l’atmosfera evocata e la ricchezza di invenzioni visive e almeno un paio di scene in cui la musica è protagonista sono da applausi a scena aperta: immersive e coinvolgenti come di rado accade. Peccato che in seguito, per quanto il film rimanga godibile, la sceneggiatura mostri le sue debolezze e si sviluppi in maniera piuttosto prevedibile, per di più sfruttando meno la commistione tra generi e abbandonandosi a situazioni già viste, tra l’altro con palesi riferimenti alle idee promosse dal movimento #metoo. Anche il cast appare tutto sommato poco sfruttato nelle sue potenzialità, se si fa eccezione per l’eccellente Thomasin McKenzie, che regge il film sulle proprie spalle. Ad ogni modo “Last Night in Soho” resta una gran bella esperienza cinematografica da vivere rigorosamente in sala per apprezzarne lo splendore formale, benché nel complesso non si possa non rimanere un po’ delusi da una sceneggiatura non sempre all’altezza di alcune precedenti opere del grande Edgar Wright.

    Freaks Out di Gabriele Mainetti.

    “Freaks Out” era forse il film più atteso di Venezia 78: produzione enorme (circa 13 milioni di euro), post-produzione eterna (2 anni) e soprattutto la curiosità per l’opera seconda di quel Gabriele Mainetti che aveva stupito tutti nel lontano 2015 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il film mantiene la promessa di essere un UFO assoluto nel contesto del cinema italiano: un’avventura picaresca ricca di effetti speciali e sonori di altissimo livello, che sta a metà tra le suggestioni circensi felliniane e la grandeur di Sergio Leone. Scritto da Mainetti con Nicola Guaglianone, ha la sua forza in un impianto visivo di indiscutibile potenza visionaria (che si accompagna alla grande competenza tecnica), messo al servizio di una sceneggiatura semplice ma efficace. Chi si aspetta il capolavoro rimarrà forse deluso, ma “Freaks Out” è soprattutto una promessa per il futuro, il manifesto di un cinema italiano capace di tornare a sognare in grande. Ottimo il cast di interpreti e in particolare la rivelazione Aurora Giovinazzo (che interpreta Matilde, vera protagonista del film).

    The Last Duel di Ridley Scott.

    “The Last Duel”, ventiseiesimo film di Ridley Scott (che a Venezia 78 ha ritirato il Premio Cartier Glory to The Filmmaker), adatta un libro di Eric Jager e racconta la storia vera (seppur ampiamente romanzata) dell’ultimo duello legalmente autorizzato nella storia francese, tenutosi nel 1386. In quell’occasione, Sir Jean de Carrouges (Matt Damon) si batté con lo scudiero ed ex amico Jacques Le Gris (Adam Driver) per vendicare la violenza sessuale commessa da quest’ultimo nei confronti della propria moglie Marguerite de Carrouges (Jodie Comer). Scott e i suoi sceneggiatori (lo stesso Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) adottano una struttura tripartita alla “Rashomon” per meglio rendere le psicologie e i punti di vista dei tre personaggi principali e realizzano uno dei più fulgidi esempi di cinema post-MeToo: un film a tesi, sì, ma mai retorico o forzato nel raccontare una vicenda in cui i riferimenti all’attualità si sprecano. Grazie anche a un cast in grandissima forma (Jodie Comer, in particolare, è eccezionale), Scott mette in scena due archetipi antitetici di machismo e li fa scontrare in un duello che ruota attorno a una donna, ma che è solo un’ulteriore autoesaltazione virile, in una società in cui le donne sono solo oggetti di contesa (economica, d’onore). La messinscena – come sempre accade nel cinema di Scott – è a dir poco magnificente (squadra che vince non si cambia: Dariusz Wolski alla fotografia, Arthur Max alla scenografia, Janty Yates ai costumi), in un film invernale, freddissimo nei toni e nei colori, volutamente antiepico (com’era uno dei film più belli e sottovalutati dello Scott post-2000: “Le crociate – Kingdom of Heaven”). Ma a lasciare davvero a bocca aperta è la lunga sequenza del duello: una scena di brutalità sconvolgente, in cui Scott – grande narratore d’azione – racconta la fatica dei corpi schiacciati dalle armature, il peso delle spade, il dolore delle ferite. È un momento di grandissimo cinema, che finisce istantaneamente nel pantheon delle migliori sequenze d’azione viste negli ultimi anni.

    America Latina dei Fratelli D’Innocenzo.

    Giunti al loro terzo film, con “America Latina” i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo si immergono ancora una volta nella provincia laziale per raccontare la storia del dentista Massimo (Elio Germano) che, alle prese con un’agghiacciante scoperta, vede la propria quotidianità sconvolta. Quello che ormai possiamo constatare con sicurezza è che i fratelli D’Innocenzo sono due veri autori nel panorama del cinema italiano: hanno una propria visione del mondo, un proprio stile, i propri temi. “America Latina”, infatti, è la conferma di tutto ciò, pur trattandosi del film più debole della loro filmografia. I due registi raccontano la crisi del maschio nella desolata realtà provinciale ma, dopo un inizio affascinante e visivamente ammaliante, scarnificano la narrazione a tal punto che il film resta del tutto arenato alle sue premesse. Non ci troviamo di fronte a una potente narrazione sospesa alla Antonioni, bensì a un’opera incompiuta nella sua esibita (e forzata) autorialità. È come se i D’Innocenzo celassero la semplicità (il film è tutto giocato su una singola metafora svelata a 5′ dall’inizio) del loro discorso dietro una confezione ostentatamente impegnativa e faticosa (il film dura 90′, ma la durata percepita è almeno il doppio, tra interminabili silenzi che fan tanto “cinema d’autore”). Tra Lanthimos e Haneke – senza la dirompenza e del primo e lo sguardo spietato ed entomologico del secondo -, i D’Innocenzo rischiano la maniera già al terzo film.

    Qui rido io di Mario Mortone

    “Qui rido io” di Mario Martone, in concorso a Venezia 78, racconta la vita di Eduardo Scarpetta (1853-1925), padre del teatro dialettale moderno e grande attore napoletano. Al culmine del successo, l’uomo fa la spola tra i palcoscenici e il proprio complesso nucleo familiare, composto da mogli, amanti e figli legittimi e non (tra questi ultimi: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, mai riconosciuti dal padre). A un certo punto Scarpetta, dopo aver assistito a una messa in scena de “La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio, decide di scriverne una parodia e per questo viene denunciato per plagio. Martone torna nella sua Napoli e si immerge nel mondo teatrale partenopeo, ricreato con grande magnificenza figurativa, per mettere in scena una riflessione sul rapporto tra riso, satira e potere. Ma “Qui rido io” è soprattutto il racconto dell’uomo Scarpetta: multiforme, barocco e debordante sul palco come nella vita, è un attore nato e un padre degenerato, che ama se stesso e il suo talento più dei suoi stessi figli, con cui vive un rapporto altalenante. Servillo gli dona anima e corpo e dà vita a un personaggio ricco di sfumature. Certo, qualche minuto in meno avrebbe giovato al film e in generale Martone fatica a trasporre la complessità intellettuale in emozione cinematografica. Ugualmente, “Qui rido io” è un film riuscito nelle sue ambizioni e rappresenta uno dei migliori risultati del Martone recente.

    Halloween Kills di David Gordon Green

    “Halloween Kills” di David Gordon Green è il secondo capitolo, dopo “Halloween” (2018), della nuova trilogia di sequel diretti del rivoluzionario “Halloween – La notte delle streghe” (1978) di John Carpenter (che qui è produttore esecutivo). La storia prende il via direttamente dal finale del film precedente, con Michael Myers che sopravvive all’incendio della casa di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis, Leone d’Oro alla Carriera a Venezia 78) e riprende i consueti massacri. La regia di Green, come sempre, è molto elegante (c’è anche uno splendido flashback ambientato nel 1978, in cui le immagini riprendono la grana e le luci del film originale) e tutto sommato il film scorre via in maniera abbastanza godibile, tra sgozzamenti e scotennamenti vari. Certo, i cliché sono tanti, i momenti “trash” non mancano e, alla lunga, la reiterazione degli omicidi rischia di stancare, ma fa parte del gioco e chi va a vedere un film del genere sa cosa aspettarsi. L’aspetto più convincente della pellicola è la riflessione sulla bestializzazione della società statunitense che, posta di fronte alla paura incarnata dal “boogeyman”, si abbandona alla violenza e alla ricerca di capri espiatori. Al contrario convince sempre meno la ormai conclamata invulnerabilità di Michael Myers, che le prende da tutti e continua a rialzarsi come nulla fosse: Carpenter nel 1978 era ambiguo e inquietante nel rappresentare il personaggio; qui ormai siamo più dalle parti dei Looney Tunes.

    Competencia Oficial di Mariano Cohn e Gastón Duprat

    “Competencia Oficial” è il quinto film della premiata coppia composta dagli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat, già autori degli acclamati “L’artista” e “Il cittadino illustre”. Il successo di quest’ultimo film ha permesso loro di ingaggiare due star come Penélope Cruz e Antonio Banderas, oltre al fidato Oscar Martínez (Coppa Volpi a Venezia 73), per mettere in scena una commedia ambientata nel mondo del cinema. La trama è semplice: un anziano miliardario desideroso di lasciare un segno indelebile della sua esistenza terrena decide di finanziare un grande film e assegna alla regista Lola Cuevas il compito di realizzarlo. Lei allora ingaggia gli attori Félix Rivero e Iván Torres come protagonisti e, per domarne le debordanti personalità, li sottopone a una serie di bizzarre prove. Cohn e Duprat, come già in passato, fanno commedia sfruttando il linguaggio cinematografico e “Competencia Oficial” diverte pur essendo privo di vere e proprie battute: a suscitare la risata sono le espressioni degli attori, la scenografia, il montaggio, i gesti. È puro cinema e ancora una volta i due registi sanno riflettere con intelligenza sulla figura dell’artista e sulle sue idiosincrasie. Da non perdere.

    La scuola Cattolica di Stefano Mordini

    “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, presentato fuori concorso a Venezia 78, racconta il celebre massacro del Circeo (29 settembre 1975), in cui tre ragazzi dell’alta borghesia romana violentarono e massacrarono di botte due ragazze, causando la morte di una di esse. Il film, tratto dal romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati, focalizza la sua attenzione sul contesto sociale e formativo dei tre autori del delitto e si ambienta per larga parte nella scuola cattolica dove i tre studiarono. Purtroppo Mordini, nel raccontare l’oscura vicenda, si ferma alla superficie delle cose e non sa indagare realmente le radici della violenza e del male scatenatisi. In “La scuola cattolica” manca un vero punto di vista sulla storia, non c’è una visione precisa degli eventi. Per questo il film si limita alla fiacca (e spesso confusa) messa in scena del crimine e dei suoi antefatti, senza che il regista abbia il coraggio di inquietare realmente lo spettatore costringendolo a guardare il male in faccia. Un’intervista qualsiasi di Franca Leosini, in questo senso, è ben più incisiva (e questo la dice lunga). Nella parte finale, poi, si sfiora il torture porn con una messa in scena esplicita del massacro, che risulta completamente gratuita in un film incapace di suscitare qualsiasi tipo di empatia con i personaggi. Una grande delusione.

    Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

    “Mona Lisa and The Blood Moon” di Ana Lily Amirpour, il film più anarchico e folle presentato a Venezia 78, racconta la storia di una ragazza coreana in grado di controllare la mente e le azioni delle persone. Fuggita da un istituto psichiatrico di massima sicurezza, si aggira per New Orleans in cerca di un gesto gentile e del proprio destino e nel frattempo fa la conoscenza di una spogliarellista e di suo figlio. Caratterizzato da una onnipresente colonna sonora che spazia dall’elettronica alla techno, il film della Amirpour vive dei suoi personaggi, che la regista tratteggia con amore infinito, anche nei loro aspetti più deprecabili. La sensibilità con cui scruta nei loro occhi e nelle loro solitudini è rara a trovarsi e il film, tra omaggi ai b-movie e deliziose scene già cult, ci parla ancora una volta, dopo “The Bad Batch”, di quella necessità di trovare il proprio posto nel mondo che la Amirpour – iraniana di origine, cresciuta prima nel Regno Unito e poi negli USA – conosce bene.

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  • SPECIALE TORINO UNDERGROUND CINEFEST

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    Il Torino Underground Cinefest, festival del cinema indipendente ideato e diretto dal regista Mauro Russo Rouge, è tornato live e gratuitamente dal 2 al 9 settembre, con l’ottava edizione proposta dall’associazione culturale SystemOut e dall’Università Popolare ArtInMovimento. L’obiettivo centrale del Festival è da sempre quello di promuovere e divulgare il cinema indipendente, arthouse, e si propone come una manifestazione sensibile a quei linguaggi di nicchia, più arditi e sperimentali, che sia con lungometraggi che con cortometraggi, fa fatica a trovare una degna collocazione all’interno del cinema mainstream.

    Con quasi 2800 film ricevuti da tutto il mondo e 117 film selezionati, l’ottava edizione del Torino Underground si è presentata al pubblico con l’intento di stupire ancora una volta. Numeri importanti che denotano una crescita esponenziale negli anni. 

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proponiamo le minirecensioni di due dei lungometraggi in concorso.

    TERMINAL STATION 

    E’ un interessante dramma a tinte horror e fantasy l’esordio alla regia di Mavi Simão, prima regista donna dello stato brasiliano del Maranhão. Il film parla di Catarina, una donna forte, bella e libera che decide di lasciare la sua città natale, São Luís, per iniziare una nuova vita. Durante lo shopping per la sua festa d’addio, incontra Francisco, con il quale, qualche anno prima, aveva avuto una relazione importante, interrotta al culmine con la scomparsa improvvisa di lui. Le spiegazioni di Francisco, in una conversazione criptica e misteriosa, nascondono il vero motivo della sua scomparsa. Approfittando della giornata, Catarina si ubriaca per dimenticare la situazione. Il giorno dopo, quest’ultima riesce a malapena a camminare nel caos di casa sua e, senza rendersene conto, va via diretta verso al suo destino (sinossi riportata nella scheda ufficiale del film a cura del TUCFest).

    Questo Terminal Station mostra tutto il cuore che la regista Mavi Simão ha messo nella sua realizzazione, e la foga di voler stupire o ammaliare compare in ogni inquadratura. Con pochi mezzi a disposizione costruisce un film sperimentale caratterizzato da una narrazione non lineare chiaramente ispirata a Mulholland Drive, pregna di simbolismi (come il granchio, rappresentazione del passaggio al mondo ultraterreno), con venature horror e da ghost story, riuscendo a tratti a installare nello spettatore una sincera inquietudine. Un’inquietudine portata in scena dalla brava protagonista Áurea Maranhão, che si unisce a una sceneggiatura povera di dialoghi e a delle ottime musiche, che confluiscono in un cinema sensoriale costruito per immagini e suoni.

    La pellicola non risulta tuttavia perfetta: la qualità della fotografia è estremamente altalenante, a tratti curata e a tratti a livello delle telenovelas, mentre la struttura narrativa complica la comprensione del film in maniera non totalmente giustificata e nonostante la breve durata (74 minuti), qualche taglio in più in fase di montaggio avrebbe aiutato il tutto. La  Simão a tratti si fa sopraffare dalla foga di stupire, con scene disturbanti che non si amalgamano perfettamente col resto e risultano essere un po’ gratuite.

    A conti fatti però risulta essere un film a cui è impossibile voler male, in cui la regista ha mostrato cuore e coraggio, creando un’opera godibilissima con diversi spunti interessanti.

    GIANTS BEING LONELY

    L’opera prima di Grear Patterson, presentata nella sezione Orizzonti della 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è un interessantissimo esordio che da un lato mette in luce il talento di questo giovane regista, ma mostra allo stesso tempo il fianco a enormi difetti che rischiano di rovinare l’esperienza complessiva.

    Bobby (Jack Irving) è il lanciatore di punta della sua squadra di baseball del liceo, un sognatore senza madre e con un padre alcolizzato che, seppur amandolo, rimane sempre freddo e distante. Il suo compagno di squadra Adam (Ben Irving), il figlio dell’allenatore, è soggetto a violenti rimproveri a casa e non ha nessun supporto dalla madre emotivamente distante. In mezzo a loro c’è Caroline (Lily Gavin), la più bella della scuola, proveniente da una famiglia apparentemente perfetta che ama entrambi i ragazzi e vuole solo andare al ballo di fine anno. Ambientato in un paesaggio semi-rurale di foreste verdeggianti e desideri repressi, il film d’esordio dell’apprezzato artista multimediale Grear Patterson è una storia profondamente personale di giovinezza ed età virile, che traccia gli alti e bassi dell’amore, del sesso, della solitudine, dell’amicizia, del baseball e della morte (sinossi riportata nella scheda ufficiale del film a cura del TUCFest). 

    Patterson, grazie alla stretta sinergia con il bravissimo direttore della fotografia Hunter Zimny, si ispira ai principali cineasti americani indipendenti degli ultimi anni, da Sean Baker a Kelly Reichardt, ne mastica lo stile, ci aggiunge una punta di Terrence Malick e, nonostante le numerose influenze, riesce a sviluppare una messa in scena personale, che mostra un mondo sospeso e sognante, quasi un non luogo, che ben si presta a rappresentare la difficoltà di trovare una dimensione propria nell’età adolescenziale, tema centrale del film. La storia di Bobby e Adam a tratti ci conquista, due gemelli diversi (non a caso gli attori sono fratelli) che per qualche ragione invidiano la vita dell’altro, due vite che a un occhio esterno potrebbero sembrare felici, ma che nel privato si mostrano disastrose e cariche di sofferenze. Di ottimo livello anche il montaggio di Ismael de Diego, che si ispira ai lavori di Nick Houy, montatore di fiducia delle opere di Greta Gerwig, che dona grande dinamicità alla narrazione.

    Purtroppo il comparto tecnico non riesce a sopperire ai due enormi problemi del film: la sceneggiatura e il comparto attoriale. La sceneggiatura, basata su un’esperienza vissuta dal regista durante la sua adolescenza e pesantemente rimaneggiata, è costruita su dialoghi totalmente innaturali e meccanici, che non funzionano neanche se visti sotto un’ottica surreale, e porta a un finale parzialmente forzato che lascia ampiamente perplessi. A peggiorare il tutto ci pensa il comparto attoriale, che non riesce a realizzare il difficile compito di dare naturalezza a una sceneggiatura che di naturale ha poco, a causa probabilmente di una direzione degli attori di Patterson discutibile. 

    A conti fatti questa opera prima viaggia su due percorsi paralleli, uno pienamente riuscito e uno no, e questo fa ben sperare, perché nel caso in cui Patterson riuscisse ad aggiustare il tiro con i prossimi lavori, potrebbe senza dubbio diventare uno dei cineasti più interessanti del cinema indipendente americano nell’immediato futuro.

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  • CHARLIE CHAPLIN: IL RE DELLA COMICITÀ

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    “Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore: ciò che vuoi. La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.”

    Charlie Chaplin è senza dubbio uno dei cineasti più influenti del XX secolo. Inizia a lavorare nel mondo della settima arte negli anni Dieci divenendo uno dei più grandi attori, comici, registi, sceneggiatori e produttori del mondo. 

    L’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA DEGLI ANNI ‘10

    Negli anni antecedenti la prima guerra mondiale, le novità tecniche e stilistiche venivano rapidamente diffuse da un paese all’altro data la portata internazionale del cinema. Allo scoppio della guerra, questo flusso si interruppe: alcune nazioni accrebbero la produzione locale e altre conobbero un brusco declino. In questo contesto le compagnie americane, finora impegnate a conquistare il mercato interno, iniziarono la loro espansione ai mercati stranieri. Dato l’arrestarsi della produzione europea, molti Paesi si rivolsero all’industria hollywoodiana. Londra divenne ben presto un centro internazionale per la compravendita di film stranieri. È proprio in questi anni che si va verso lo studio system: il sistema degli studios hollywoodiani pensato per sfornare film in serie e pensare la lavorazione di un film come la collaborazione tra diversi specialisti.

    L’enorme espansione dell’industria cinematografica americana richiese il contributo di molti registi. Uno dei generi più rappresentativi dell’epoca è la slapstick comedy. Si tratta di un sottogenere del film comico, tipico del cinema muto, nato in Francia negli anni ’10 e diffusosi negli Stati Uniti degli anni Venti.

    Si fonda su una comicità molto semplice, basata unicamente sul linguaggio del corpo. Negli Stati Uniti, questo genere prosperò grazie ai registi-produttori Hal Roach e Mack Sennett, quest’ultimo direttore della Keystone Company. Egli riunì alcuni comici famosi fra cui Charlie Chaplin, Ben Turpin e Mabel Normand che spesso diressero i propri film.

    Mabel Normand

    ESORDIO ALLA REGIA

    Figlio d’arte, i suoi genitori erano Charles Chaplin Senior (cantante e intrattenitore britannico) e Hannah Harriette Hill (attrice, ballerina e cantante); venne così iniziato al mondo dello spettacolo sin da piccolissimo. Nel 1898 la famiglia si trasferisce a Manchester, dove il piccolo Charlie ottiene delle parti come attore e trombettista.

    Tra il 1906 e il 1907 entrò nella compagnia di Fred Karno, un impresario teatrale attivo nel periodo immediatamente precedente alla nascita del cinema che scoprì diversi talenti che sarebbero stati consacrati dalla settima arte, tra cui Chaplin e Stan Laurel. Qui recitava piccole parti con il fratello e imparò a recitare senza l’uso parole.

    Si affaccia al mondo del cinema il 2 febbraio 1914 con il cortometraggio Charlot giornalista, seguito da Charlot ingombrante (7 febbraio 1914) e Charlot all’hotel (9 febbraio). Questi ultimi due presenteranno l’iconico Charlot, alter ego di Chaplin presto entrato nell’immaginario collettivo: bombetta, baffetti e bastone da passeggio. Nel 1916 interpreta Il vagabondo, film prodotto negli Stati Uniti che consacrò la sua repentina ascesa e lo trasformò in una star. 

    Mentre continuava a girare un film dopo l’altro, l’Inghilterra entrava in guerra. I suoi connazionali lo criticarono allora per non essere rientrato in patria a lottare. La stessa situazione si ripropose per la Seconda guerra mondiale. Chaplin rispose agli attacchi con due film: Charlot soldato (1918) che racconta gli orrori delle trincee, e Il grande dittatore (1940), una parodia di Hitler, nonché il primo film parlato dell’artista.

    Sin dai primi cortometraggi, si distinse per l’uso paradossale degli oggetti, le risse e le fughe spesso coreografiche. Pensiamo a Charlot al pattinaggio (1916), in cui propone una scenografica preparazione di drink o acrobazie sui pattini a rotelle. Il protagonista venne inoltre accusato di egotismo, poiché gli avversari non riescono mai a prenderlo.

    Nei film successivi, come L’emigrante (1917) o Il vagabondo (1916), introduce un elemento di pathos che finora era sconosciuto nella slapstick comedy. L’emigrante, ad esempio, racconta l’ondata di emigrazione verso gli Stati Uniti che caratterizzò il XIX secolo, esperienza vissuta dallo stesso Chaplin.

    Nel 1919 fonda una compagnia statunitense di produzione e distribuzione cinematografica, la United Artists Corporation (UAC), con altri tre attori e registi Hollywoodiani: Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D.W. Griffith. Dal 1923 al 1952 produsse tutti i film di Chaplin, di cui curerà ogni fase della produzione cinematografica.

    Nel 1967, a causa di grossi problemi finanziari causati dal costoso flop I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980), fu acquisita dal gruppo Transamerica. Dal 1981 fa parte del gruppo Metro-Goldwyn-Mayer (MGM). Chaplin lasciò la United Artists a seguito del contratto firmato con la First Nation.

    ANNI ’20: LA COMICITÀ SI EVOLVE

    Nel frattempo anche la comicità si trasforma. Ad immergersi in questo mondo furono soprattutto Chaplin, Harold Lloyd e Buster Keaton.

    Nel 1921 esordisce con Il monello, considerato ancora oggi uno dei suoi capolavori cinematografici. Combinando comicità e dramma, unione che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva, il film venne accolto con entusiasmo. 

    “Un film con un sorriso e, forse, una lacrima”, recitano i titoli di coda.

    Il personaggio del vagabondo torna ne La febbre dell’oro (1925) e Il circo (1928). Quest’ultimo rappresenta sicuramente un cambiamento rispetto alla produzione degli anni Dieci. Attraverso la storia di un vagabondo che capita per sbaglio nella pista di un circo in fallimento e, con una peripezia, ne diventa l’attrazione principale, unisce il comico acrobatico e di matrice europea. Il circo, inoltre, rimanda alla sua personale esperienza circense. Non è un caso che, questa tematica, tornerà nel 1952 in Luci alla ribalta, quasi un percorso di riflessione sul proprio percorso artistico. 

    L’AVVENTO DEL CINEMA SONORO

    L’artista si allontanerà dal personaggio Charlot con il suo ultimo capolavoro del cinema muto, Tempi moderni (1936). Prodotto nell’epoca del sonoro, decise di mantenere numerosi effetti sonori senza dialoghi. Oggi riconosciuto come un capolavoro mondiale, fu la prima pellicola a raccontare in chiave comica gli anni della Depressione e a demitizzare il sogno americano, combinando gag esilaranti e momenti di amara riflessione sulla catena di montaggio e sulla produzione capitalista. Secondo quanto dichiarato da Chaplin, l’idea nasce dalle riflessioni personali sulle condizioni economiche e sociali del Paese. 4

    Charlie Chaplin fu uno dei più strenui avversari del cinema parlato e grazie al controllo creativo che possedeva ad Hollywood, riuscì a produrre film solo con musica ed effetti sonori, come in Tempi moderni e Luci alla ribalta. Il primo film non muto fu Il grande dittatore (1940), una commedia sulla Germania nazista distribuito poco prima dell’entrata nella Seconda guerra mondiale. Grazie alla somiglianza dei baffi di Chaplin con quelli di Hitler interpretò il Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania esplicitamente ispirato al Führer. Nella sua autobiografia, dichiarò che se solo avesse saputo ciò che accadeva nei campi di concentramento non avrebbe mai potuto prendere in giro la follia dei nazisti. Ad ogni modo, riesce a cogliere la frustrazione di Hynkel che si risolve nel bisogno di umiliare qualcuno. Ancora una volta, tramite il divertimento, invita a riflettere su un momento cruciale della Storia. Fu il film più costoso e di maggior successo della sua carriera; ottenne cinque candidature al premio Oscar.

    Il celebre discorso finale sintetizza il suo punto di vista: 

    «Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. […] Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!» 

    https://www.youtube.com/watch?v=6aXIjO4FP3s

    ULTIMI ANNI 

    A causa delle difficili tematiche affrontate nei suoi film, Chaplin venne accusato di antiamericanismo, sebbene le sue simpatie politiche non fossero mai state rivelate esplicitamente. Nel 1952 venne condannato per «gravi motivi di sfregio della moralità pubblica e per le critiche trasparenti dai suoi film al sistema democratico del Paese che pure accogliendolo gli aveva dato celebrità e ricchezza». Per questo motivo, una volta lasciati gli Stati Uniti, gli fu vietato il rientro nel Paese. Si stabilì in Europa e lì produsse altri film come La contessa di Honk Kong (1967), il suo ultimo film nonché unico a colori. Infine produsse la versione sonori di alcuni suoi capolavori, tra cui Il circo e Il monello. 

    Rientrerà negli Stati Uniti solo per ritirare il suo Oscar alla carriera il 3 aprile 1972, che consacrerà il genio di un artista che rinnovò il genere comico.

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  • TRA MASCHILE E FEMMINILE, LO SDOPPIAMENTO DI MARIA IN METROPOLIS

    Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una rivoluzione, una vera e propria rivolta del popolo sfruttato contro i potenti. Immaginate essere parte di quel popolo che ogni giorno è costretto a un continuo lavoro, senza possibilità di riposo, senza possibilità di vivere una vita che sia al di fuori del lavoro stesso. E immaginate ora che il vostro lavoro si svolga nelle profondità della terra, dove non c’è luce se non quella prodotta da gigantesche lampade artificiali. Se volete catapultarvi in questo mondo per un paio d’ore vi basterà guardare quello che viene considerato il più grande capolavoro di Fritz Lang, una pellicola che ha posto le basi per lo sviluppo del cinema di fantascienza. Dal 1927 (anno della sua uscita nelle sale) ad oggi, si è parlato davvero tanto di Metropolis, della sua trama figlia della rivoluzione industriale, della sua scenografia maestosa che strizza l’occhio ai grandi kolossal del muto italiano, e del commento musicale, rivisitato negli anni ’80. In questa sede prenderemo in esame una figura fondamentale all’interno del film e quello che possiamo definire il suo doppio: parliamo della giovane Maria e del suo “alter ego di metallo”, il robot nato dalla mente del professor Rotwang.

    Impossibile negare come il mondo del cinema, come ogni altra arte, ami sperimentare con la figura femminile e la simbologia che può esservi ricondotta: d’altronde uno dei primi fenomeni a svilupparsi con la nascita del cinema è stato proprio il divismo, soprattutto quello femminile. Ciò a cui assistiamo in Metropolis, da un certo punto di vista, è uno sdoppiamento della figura di Maria in due personaggi che, se vogliamo, possono rappresentare i poli opposti del femminile e del maschile percepiti dalla società moderna, nel 1927 come oggi. Ma andiamo con ordine.

    Lang ci presenta Maria, interpretata dalla meravigliosa Brigitte Helm, attraverso una scena che, senza bisogno di parole, fa immediatamente capire come la sua figura sia fondamentale e accuratamente delineata nella sua simbologia. Maria appare sulla scena circondata da un gruppo di bambini che si stringono a lei, attaccandosi ai suoi vestiti come fossero suoi figli. Mentre Lang passa gradualmente dal campo lungo al primo piano, grazie all’uso abile delle luci e del trucco, Maria assume sempre di più le fattezze di una santa, che, circondata da una mandorla di luce, risplende e rapisce lo sguardo di tutti, grazie all’espressività dei suoi grandi occhi. Già da questa prima apparizione, la donna viene associata agli attributi femminili tradizionali, principalmente quelli della madre affettuosa e protettrice che con dolcezza guida i suoi figli ad affrontare il mondo. Nel suo parlare di uguaglianza e fratellanza, valori pericolosi nel mondo in cui vive, Maria rimane dolce e premurosa, sia verso i bambini che verso i lavoratori, a metà tra un’insegnante e una madre: nel momento in cui si rivolge al protagonista Freder, figlio del più potente tra i potenti della città, il suo atteggiamento si fa ancora più materno, ed è proprio il suo essere donna a diventare la sua forza. Maria è la luce, la femminilità stessa, ed è costantemente rappresentata attraverso la classica iconografia della Madonna nell’arte, spesso illuminata da un’aureola luminosa.

    Se Maria rappresenta la femminilità, il suo “alter ego metallico” è l’opposto: nella scena in cui l’inventore Rotwang svela la sua creazione, la donna robotica ha un aspetto oscuro, inquietante, ancor di più se si fa caso al pentagramma pagano che troneggia al di sopra di essa. In poco tempo, la macchina prendere le sembianze di Maria, in una scena la cui costruzione, insieme agli effetti speciali, ha senza dubbio ispirato la fantascienza degli anni a venire. È qui che lo spettatore assiste sullo schermo a un vero e proprio sdoppiamento del personaggio: da qui in poi abbiamo due Maria. Tuttavia, mentre la donna rappresenta la femminilità, la madre salvatrice che ama e protegge i suoi figli, il suo doppio robotico rimanda a caratteristiche ritenute tipicamente maschili, come la forza bruta e l’aggressività. La prima è premurosa e materna, la seconda ha un modo di fare brusco, a volte oscuro, vicino a quello degli uomini che la circondano e dalle cui mani è stata assemblata. Molto presto, la donna robotica inizierà a causare conflitti tra i lavoratori sottoterra e tra i potenti in superficie, in nome di quella forza che la figura maschile utilizza da sempre per imporsi sugli altri, mentre la povera Maria continuerà invano a credere nella pace e nella fratellanza tra le persone.

    I lavoratori insoddisfatti e rivoltosi, accecati dalle parole della “falsa Maria”, prenderanno la via della forza e della violenza, e a nulla serviranno le parole di Freder per convincerli che Maria ha sempre voluto la fratellanza. Questa forza maschile, tuttavia, non risolverà le cose, ma renderà il popolo una moltitudine incontrollabile che finirà inevitabilmente per distruggere se stessa e l’intera città; solo il ritorno della vera Maria riuscirà a riportare la pace. Qui, nell’ultima parte del film, la donna riesce a portare in salvo i bambini che tanto la amano senza abbandonare le caratteristiche di madre, neanche mentre la città sta crollando su se stessa. La figura di Maria è maturata, è diventata più forte nella sua femminilità, mentre il suo alter ego ha finito per essere distrutto, vittima della violenza che professava come unico mezzo di salvezza. Proprio nel finale, quando i popoli del sotterraneo e della superficie si trovano finalmente faccia a faccia, sarà ancora una volta Maria a unirli nella pace, come fa una madre premurosa che ricongiunge i suoi figli dopo un litigio.

    Molte culture vedono nella personalità del singolo la presenza di due figure distinte, quella maschile e quella femminile: ci piace pensare che Lang abbia voluto portare avanti questa credenza dirigendo sullo schermo lo sdoppiamento di un personaggio nei suoi poli opposti, per poi mostrarci la sua evoluzione fino all’equilibrio finale. Per citare l’ultima didascalia di Metropolis, tra braccio e mente il mediatore dev’essere il cuore: allo stesso modo, una giovane donna ha saputo fare della propria femminilità lo strumento perfetto per dare finalmente pace al suo popolo.

    Renata Capanna

     

  • CINEMA E ARTE – LA MIGLIORE OFFERTA

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    Il film del 2013 di Giuseppe Tornatore racconta la storia di Virgil Oldman, un raffinatissimo battitore d’aste stimato da tutti i suoi conoscenti e colleghi, ma inesorabilmente e intimamente solo. Senza una famiglia, Virgil si apre quanto necessario soltanto con pochi ma fondamentali personaggi, come l’amico Billy Whistler (interpretato da Donald Sutherland), il restauratore Robert (di cui veste i panni Jim Sturgess) e Claire Ibbetson, una figura fondamentale che cambierà la sua vita.

    Il giorno del suo compleanno Virgil riceve una strana telefonata da una ragazza, la quale lo prega di valutare i beni della casa dei suoi genitori ormai defunti. La richiesta avviene in un modo e in un contesto che non rispecchiano lo stile del battitore, che ne resta però segretamente affascinato, e decide di procedere. Scoprirà poi che sarà necessario concludere l’affare in maniera stravagante, perché Claire, la ragazza della telefonata, è affetta da agorafobia nella forma più estrema, e non è in grado di uscire di casa e di vedere altre persone.

    L’idea di una crescita personale e del superamento dei propri limiti è centrale nel film, sottesa all’intera vicenda, e avviene nel confronto con le diverse ossessioni di Virgil e Claire. La prima, la più evidente ma allo stesso tempo la più nascosta e profonda, è quella di Virgil per le donne, con  cui l’uomo ha un rapporto particolare, di ammirazione e timore. Se prova sentimenti positivi per loro ciò può avvenire soltanto da lontano. Sembrerebbe allora che il tipo di legame instaurato da Claire (a distanza, una comunicazione attraverso un muro) sia perfetto per lui.

    Eppure proprio questo lo spingerà a superare i suoi limiti. Questo amore che necessita lontananza si manifesta nella collezione privata del battitore d’aste. In una stanza segreta della sua casa egli conserva il suo più grande tesoro, un’ampia raccolta di ritratti di donne nel corso della storia. La sua relazione quasi amorosa con i dipinti verrà resa evidente dalla frase che Claire dirà quando si lascerà convincere ad esplorare questo nuovo ambiente:

    “Allora non sono la prima… hai avuto altre donne”

    E la risposta di Virgil dichiara la fiducia e la forza che egli sente nel nuovo rapporto che sta costruendo.

    “Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.”

    Per quanto a un primo contatto con Claire Virgil sia rimasto stupefatto dalla sua schiettezza e (a sua detta) maleducazione, si renderà poi conto di essere simile a lei. La ragazza è terrorizzata da ogni essere umano e non riesce a uscire dalla sua stanza se c’è qualcuno in casa, mentre Virgil, pur senza arrivare ad una condizione così estrema, porta sempre con sé un paio di guanti per evitare di entrare in contatto con qualsiasi cosa venga da fuori, finanche le posate di un ristorante. I suoi ponti col mondo esterno sono tagliati in un modo invisibile ma possente, in primis col rifiuto di possedere un cellulare. E gli indizi di un cambiamento interiore si manifesteranno quando accetterà di averne uno, proprio per comunicare più velocemente con la giovane agorafobica. 

    L’emblema metaforico di come Virgil verrà cambiato dalla strana situazione è rappresentato dal tentativo portato avanti con Robert di ricostruire un automa antichissimo con dei pezzi trovati nella villa di Claire. Il battitore si rende conto di aver a che fare con un reperto di Jacques de Vaucanson, celebre inventore e artista francese del ‘700. Ammirando il prodigio, nel corso del suo restauro Robert farà un meraviglioso parallelismo, atto a rispecchiare l’interazione tra Claire e Virgil: i diversi pezzi di un congegno col tempo finiscono per richiamarsi a vicenda. Una volta entrati in rapporto l’uno con l’altro, e attivati per far funzionare il più grande meccanismo di cui sono parte, porteranno sempre con sé i segni l’uno dell’altro. Parole che colpiranno molto il battitore, che si sentirà protagonista di una situazione simile nel suo processo di evoluzione personale e di guarigione della ragazza.

    L’essenza del film è racchiusa in una frase pronunciata dallo stesso Virgil Oldman, ripresa da una sua vecchia intervista.

    “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”

    Un colpo di scena estremo alla fine del racconto metterà in crisi ogni certezza guadagnata dal protagonista, ma accostare arte e vita nell’esaltazione di questa massima sarà ciò che riuscirà a salvarlo. Nell’ultima scena (facilmente accostabile alla sequenza iniziale del ristorante) abbiamo la prova che la vicenda avvenuta, seppur drammatica, non ha lasciato indifferente colui che l’ha vissuta: può aver perso un’importante parte della sua vita, ma con essa sono spariti anche i limiti e gli ostacoli che ne erano comportati. La controprova di ciò sono i guanti ormai spariti dalle sue mani. Virgil non teme più di confrontarsi con l’esterno, la paura del contatto è svanita; e inoltre, come lui stesso dirà, stavolta attende qualcuno.

    Come lo stesso Tornatore ha dichiarato in diverse interviste, non è un caso che la storia sia narrata dal punto di vista del solo protagonista. La volontà è quella di sottolineare la sua prospettiva di visione del mondo e la sua sensibilità, a cui partecipa un’attenta orchestrazione di ogni scena: il film non è un giallo, ma una storia d’amore. L’innamoramento del protagonista è però trattato come un giallo, un’esperienza avvolta nel mistero, adeguata ad un uomo ormai anziano che conserva la timidezza e la paura di un ragazzino.

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  • LITTLE MISS SUNSHINE, COSA SI ASPETTA LA SOCIETÀ DA UNA RAGAZZA?

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    Olive è una bambina e, come tale, non sa ancora quanto la vita possa essere difficile. Olive vuole soltanto partecipare a un concorso di bellezza, mostrare di cosa è capace, rendere fiera la sua famiglia. Olive non sa quanto la vita e la società possano essere crudele nei confronti di una donna, ancor di più nei confronti di una bimba. Nel film che andremo a trattare oggi vedrete una bizzarra famiglia americana imbarcarsi verso un viaggio straordinario che cambierà il loro (e il vostro) modo di guardare il mondo. Ai registi Valerie Paris e Jonathan Dayton va il merito di aver costruito dei personaggi indimenticabili e di averli inseriti in una grande riflessione su come vita e società si pongano verso ognuno di noi, specialmente verso le ragazze, che siano già donne cresciute o ancora bambine. La vita e la società si aspettano qualcosa da noi? Oggi proveremo a rispondere a questa domanda insieme a Little Miss Sunshine.

    La famiglia Hoover ha come pilastri fondamentali due donne, la piccola Olive di appena sette anni (interpretata da una giovanissima Abigail Breslin) e sua madre Sheryl (Toni Collette). Non si può dire che la loro sia una famiglia davvero felice, ma sono proprio questi due personaggi femminili a mantenere un equilibrio tra i suoi membri: Sheryl si fa in quattro per prendersi cura di tutti, mentre sua figlia è in grado di portare un fascio di luce sui volti bui degli uomini che la circondano. Olive è un raggio di sole, ma non quel raggio di sole che i giudici del contest “Little Miss Sunshine” stanno cercando. Mentre assistiamo alle avventure della famiglia nel viaggio verso la California, capiamo come Olive e Sheryl siano la rappresentazione di ciò che la società pretende da una donna: un aspetto gradevole, conforme a degli standard di bellezza che conosciamo tutti; la capacità di assumersi delle responsabilità, di prendersi cura degli altri, arrivando se necessario ad annullare se stesse. Gli uomini della famiglia Hoover non sentono queste esigenze: il più delle volte i loro pensieri girano vorticosamente intorno a se stessi e ai propri obiettivi, mostrando come il loro atteggiamento sia di chiusura nei confronti degli altri. L’unico ad essere più aperto è il nonno di Olive, Edwin (interpretato dal premio Oscar Alan Arkin), profondamente affezionato alla nipotina, tanto da averle insegnato il numero di ballo che lei presenterà al concorso di bellezza.

    Ecco, il concorso è completamente al centro della vita di Olive, ancora troppo piccola per capire cosa prevale all’interno di questo ambiente. Ciò che vediamo verso la fine del film, infatti, è un mondo in cui delle bambine vengono a tutti gli effetti sfruttate per appagare i desideri e l’orgoglio dei loro genitori, o comunque di persone adulte; impossibile dar la colpa alle piccole, che non hanno coscienza di quanto quella situazione sia dannosa per loro. In questo caso, è facile estendere il concorso di bellezza all’intera società: basta guardarsi un attimo intorno e ci si rende conto che, molto spesso, l’unica cosa che conta in una donna è il suo aspetto esteriore, deve essere gradevole e rientrare in determinati standard che di per sé non dovrebbero esistere. In varie scene del film vediamo Olive toccare con mano queste esigenze che la vita e la società le richiedono: basta pensare ai momenti in cui suo padre le vieta di mangiare del gelato altrimenti metterebbe su peso, oppure quando le scarica addosso la sua inutile retorica del “vincitori vs vinti”. Sheryl, invece, vuole solo che sua figlia sia felice, esibendosi sul palco con il numero di danza che il nonno le ha insegnato con tanto amore. Non molto tempo dopo, tuttavia, Sheryl si renderà conto del fatto che sua figlia potrebbe essere vittima della società, annullando se stessa per il solo scopo di soddisfare gli altri: una donna (una ragazzina) è molto altro al di là di questo, oltre un aspetto gradevole e oltre il ruolo di madre curatrice che le è sempre stato attribuito.

    “La vita è come un concorso di bellezza dopo l’altro” dirà Dwayne, il fratello di Olive, dopo aver scoperto di non poter entrare nell’aeronautica; in qualsiasi veste saremo, qualcuno troverà sempre un modo per giudicarci, per cui tanto vale essere se stessi. Non esistono vincitori e perdenti, come vuole far credere il capofamiglia Richard. Esistono solo persone con diverse ambizioni e diverse possibilità, sta a loro decidere come e dove mettersi in gioco. Quando Olive si esibisce (in una scena a dir poco esilarante che vi consigliamo di recuperare) ci sembra di sentire la sua voce ribadire il suo diritto di essere ciò che più ama, di essere la ragazza che vuole, anche se non conforme allo standard voluto dal mondo. Anche se i severi giudici del concorso non la apprezzeranno come merita, per noi Olive resterà la nipotina tanto amata dal nonno Edwin, “la bambina più bella che esista al mondo, sia fuori che dentro”.

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