Category: Rubriche

  • MILENA CANONERO: DA KUBRICK AD ANDERSON, LA COSTUMISTA ITALIANA AI VERTICI DI HOLLYWOOD

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    “Quando lavoro a un personaggio parto dalla testa, me lo ha insegnato Stanley, quella è la cosa più importante. E poi si lavora sulla forma del viso, sul corpo dell’interprete. Ma non è così per ogni film; ci sono volte in cui mi sono ispirata a dipinti, come per Barry Lyndon, ci sono registi che vogliono seguire passo per passo il processo e altri che ti lasciano libero. […] Per me la cosa importante è non essere solo la costumista ma qualcuno che partecipa attivamente al processo creativo.”

    4 Oscar (su 9 nomination), 3 BAFTA, 1 David di Donatello e 3 Nastri d’argento, fino al riconoscimento dell’Orso d’Oro alla carriera nel 2017: sono solo alcuni dei numeri di Milena Canonero, costumista italiana che non è improprio definire una delle più importanti costumiste del cinema contemporaneo. In occasione dell’uscita italiana di The French Dispatch, l’ultima delle tante collaborazioni della designer con Wes Anderson, ripercorriamo la sua carriera costellata di successi.

    Torinese, Milena (di cui avevamo già parlato qui) studia storia e arte del costume per poi trasferirsi a Londra. Qui inizia a lavorare nel mondo degli spot pubblicitari, ma l’occasione della vita non tarda ad arrivare: è infatti poco più che ventenne quando le si presenta l’occasione di lavorare al fianco di Stanley Kubrick. Il primo film per cui disegna i costumi è infatti proprio Arancia Meccanica, nel 1971. Un lavoro enorme e complesso, per il quale la costumista mescola elementi di epoca edoardiana, con una contemporaneità eccentrica alla Carnaby Street, fino a raggiungere una sorta di pop art del costume. Tra la miriade di elementi portanti del film che concorrono a creare un immaginario visivo ormai leggendario- dalla musica alla violenza disturbante, dai sottotesti sociali all’interpretazione emblematica di Malcolm McDowell – vi sono, indubbiamente, anche le iconiche divise candide dei drughi, che fanno il paio, in quanto a simbologia e significato sotteso, con il famoso “latte più” del Korova Milk Bar, e consacrano i personaggi alla fama con cui oggi li conosciamo.

    Prima di tre collaborazioni con il regista statunitense, il lavoro fatto con Arancia Meccanica dà il via a una carriera densa di titoli e autori tra i più rilevanti del panorama cinematografico. Nel 1975, Kubrick torna ad affidarsi a lei anche per il mastodontico Barry Lyndon, al quale pare dovesse lavorare in origine un altro maestro del costume italiano, Piero Tosi. Insieme alla danese Ulla-Britt Söderlund, dalla violenta e grigia Londra di un non ben precisato futuro, Canonero segue Kubrick nell’opulenza visiva dell’Irlanda del Diciottesimo secolo. Il salto è netto, ma la maestria e la fine ricerca del dettaglio restano invariate. Le due costumiste imbastiscono un vero e proprio laboratorio sartoriale, spostato più volte tra Londra e l’Irlanda, con decine di persone all’opera per la realizzazione di divise, merletti e abiti sfarzosi. D’ispirazione quasi pittorica e dai richiami viscontiani (non per niente uno dei grandi maestri di Milena Canonero è proprio il già citato Tosi – che più volte ha firmato gli abiti di scena del regista milanese), i costumi di Barry Lyndon vengono premiati dall’Academy nel 1976, e portano la giovane italiana tra i grandi dell’industria hollywoodiana. 

    Dopo aver lavorato al costume design anche per Shining (terza e ultima grande collaborazione con Stanley Kubrick) e dopo aver ricevuto il secondo Oscar per Momenti di gloria (Hugh Hudson, 1981), Milena Canonero continua a collezionare grandi collaborazioni per gli anni a seguire. Francis Ford Coppola, Sofia Coppola, Sydney Pollack, Roman Polanski sono solo alcuni dei registi che si affidano alla sua visione per diverse produzioni. 

    Dopo altre cinque importanti nomination (La mia Africa, Dick Tracy, Tucker – Un uomo e il suo sogno, Titus, L’intrigo della collana), l’ulteriore riconoscimento del suo talento arriva nel 2007 per Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il set è un tripudio di colori e dettagli sopra le righe e i costumi realizzati riempiono la scena ed estendono la psicologia dei personaggi utilizzando un’insolita chiave pop. 

    Proprio in quegli anni, e più precisamente nel 2004 con il film Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ha il via la collaborazione Anderson-Canonero da cui abbiamo preso le mosse. I due lavorano fianco a fianco per altre tre produzioni.

    Dopo Il treno per il Darjeeling, è Grand Budapest Hotel a siglare il loro successo, ricevendo – tra le nove candidature – anche la nomination e la vittoria dell’Oscar ai Migliori Costumi, e rimanendo impresso nella memoria del grande pubblico proprio grazie ai contrasti cromatici tra gli ambienti e le divise dei vari personaggi che popolano e lavorano nel singolare hotel.

    “Si comincia sempre allo stesso modo, con una sceneggiatura o un libro. Wes Anderson ama molto i dettagli, ama fare ricerche, ma ti lascia anche andare avanti da sola. E’ una persona simpatica, calorosa, che crea una specie di famiglia sul set. In qualche modo mi ricorda Stanley, anche lui faceva della troupe una seconda famiglia. Wes ama ispirarsi ad altri film, ad altri autori, nelle sue opere c’è sempre un sottotesto importante, si parla di relazioni, di umanità, a volte anche in modo ingenuo.”

    Ora, a distanza di sei anni, è di nuovo a Milena Canonero che Wes Anderson sceglie per tradurre al meglio il suo caotico e incalzante universo visivo. Questa volta un ulteriore elemento sfidante è quello di adattare i tipici abiti color pastello e dal gusto retrò che vestono il fedelissimo cast del regista anche a scene in bianco e nero, senza perdere l’impatto visivo nè allontanarsi dalla vera essenza dei personaggi (leggi la recensione di The French Dispatch).

    Camaleontismo e iperrealismo, ma anche mix di epoche ed enfatizzazioni quasi stridenti, la firma di Milena Canonero è stata in grado di portare il gusto e la competenza italiana ai vertici del cinema mondiale e ha contribuito a dar vita a parti ormai essenziali ed indimenticabili della storia del cinema moderno.

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  • RECENSIONE FREAKS OUT – VERSO UN NUOVO CINEMA POPOLARE ITALIANO

    Concepito agli inizi del 2016, girato nel 2018 dopo una lunghissima gestazione prolungata anche dalla pandemia, finalmente vede la luce Freaks Out, opera seconda di Gabriele Mainetti che, di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, tenta di bissare il successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot (2015), anche se certamente in questo caso siamo davanti ad un film ben più ambizioso.
    Ambientata a cavallo dell’8 settembre 1943, nella fase distensiva della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola ci racconta la storia di un gruppo scalcinato di fenomeni da baraccone, persone dotate di poteri straordinari che si guadagnano da vivere in un circo: Fulvio (Claudio Santamaria, già Enzo Ceccotti in Jeeg) è una sorta di uomo lupo dalla forza sovrumana, Cencio (Pietro Castellitto) è un ragazzo albino capace di manipolare insetti e aracnidi, Mario (Giancarlo Martini)  è una sorta di Magneto dalla mente semplice, e infine Matilde (Aurora Giovinazzo), una ragazzina con poteri elettrici impossibilitata al contatto umano. I quattro sono capitanati da Israel (Giorgio Tirabassi), un impresario ebreo. Le circostanze vedranno il gruppo alle prese con Franz (Franz Rogowski), musicista tedesco dipendente dall’etere, una sostanza psicotropa che gli crea visioni del futuro tramite le quali è convinto di poter servire il Reich.
    Il budget sopra la media del film, costato circa 15 milioni di euro, tradisce sicuramente il desiderio di realizzare un vero e proprio kolossal a pochi anni di distanza da Il Primo Re (Matteo Rovere, 2019) che, seppur non perfetto, aveva una struttura produttiva complessa, di quelle che in Italia non si vedevano da quarant’anni (senza cercare paragoni insensati a livello artistico con Leone o Bertolucci). 

    Pur basato su un soggetto originale, il film è estremamente derivativo in molti dei suoi punti. La ricerca dell’originalità narrativa non era però il fine ultimo di Mainetti e Guaglianone, che hanno dichiarato di essersi ispirati più al cinema pop americano e soprattutto ai mecha di Go Nagai che ai fumetti supereroistici. Nonostante questo, allo spettatore i protagonisti di Freaks Out non potranno che ricordare gli X-Men - in particolare Matilde, un po’ Fenice Nera e un po’ Rogue (con una spruzzatina di Daenerys Targaryen) -, X-Men che di fatto erano stati alla base anche dell’altro film supereroistico realizzato in Italia negli ultimi anni, Il Ragazzo Invisibile (Gabriele Salvatores, 2014).
    Rispetto al precedente Jeeg, il passaggio, spostato dai palazzoni della periferia capitolina a un’ambientazione naturale, e il tempo della narrazione, dalla contemporaneità ad un periodo storico ben preciso, fanno respirare una nuova aria di epica pop. Il circo, le ambientazioni dei laboratori di Franz (villain che perde notevolmente con lo Zingaro di Luca Marinelli in Jeeg, probabilmente la componente migliore del film) e l’accampamento dei Diavoli Storpi (su cui qualche produttore americano avrebbe già ordinato un paio di spin off) esaltano tutto un complesso di maestranze, di costumisti, scenografi e responsabili di effetti speciali che troppo spesso in Italia vengono relegati a lavori di comodo oppure ingabbiati in schemi più algidi (come nel comunque splendido Pinocchio di Matteo Garrone).
    Non occorre indagare al microscopio pregi e difetti di questo film, quanto guardare alla componente produttiva: siamo davanti a una commedia capace di staccarsi dalle solite ambientazioni realistiche. Certo, si resta comunque nei dintorni di Roma - le scelte più singolari come la Trieste del Ragazzo Invisibile non hanno la stessa aria familiare per il pubblico - ma con Freaks Out ci troviamo davanti forse dopo molto tempo a un film fantastico che non sia per forza basato sul patrimonio letterario preesistente (al contrario dei film di Garrone, Il Racconto dei Racconti o il sopracitato Pinocchio), un film che potrebbe affrontare con coraggio il mercato internazionale senza dover raccontare di criminalità organizzata.
    Le critiche possibili, le più classiche, dalla trama “piena di buchi” ai personaggi “poco approfonditi”, sono forse mosse da una repulsione verso un cinema narrativamente meno esigente, senza contare i circa trenta minuti rimossi dal montaggio finale.

    Probabilmente noi spettatori non dobbiamo fare altro che riscoprire la nostra capacità di godere di una bella storia, raccontata in maniera semplice e coerente, con dei personaggi coinvolgenti e un comparto scenico superlativo. Riscoprire la capacità di ammirare un grandissimo sforzo produttivo e incoraggiarlo, apprezzandone anche i difetti e le ingenuità. Il cinema di genere in Italia deve ripopolarsi, il pubblico ha voglia di intrattenersi con storie che escono dal seminato della commedia e della crime story all’italiana. E soprattutto il cinema italiano ha la necessità di vendere e vendersi all’estero in una maniera differente, con prodotti più che dignitosi e capaci magari anche di trascendere il mezzo cinema, evitando anche errori come quello di non scegliere Pinocchio come rappresentante agli Oscar 2021 nella categoria di Miglior Film Internazionale in favore di Notturno di Gianfraco Rosi, film certamente meno digeribile per il pubblico straniero. 
    Sarebbe un immenso errore valutare Freaks Outsemplicemente per il film che è e non per ciò che vuole essere, per ciò che potrebbe rappresentare: un grandissimo passo per il cinema italiano verso un’evoluzione, per un nuovo cinema popolare.

    Nicolò Cretaro
  • VILLAINS DA INCUBO: QUANDO L’ABITO FA L’HORROR

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    I più famosi villain del cinema horror, spesso i veri protagonisti delle pellicole, vivono nell’immaginario collettivo anche grazie al mostruoso aspetto che li contraddistingue. Mostri sfigurati, mutanti e demoni di ogni sorta incarnano sullo schermo le nostre paure più profonde, un effetto spaventoso dovuto spesso all’inconfondibile costume al quale li riconduciamo. In questo articolo proveremo a paragonare alcune figure canoniche del cinema dell’orrore per sottolineare somiglianze e differenze che hanno segnato il loro sviluppo estetico.

    LA FIGURA DEL VAMPIRO

    La figura del vampiro è stata tra le primissime a fare la sua comparsa sullo schermo come protagonista di storie dell’orrore. Derivante dalla letteratura gotica, il personaggio del vampiro da secoli si presta a narrazioni e leggende, e anche al cinema è apparso in diverse forme, passando dallo scabroso al romantico, dal mistero fino al comico (basti pensare al cartone animato Hotel Transylvania). 

    Tra le tante interpretazioni che si ricordano, una delle più note è sicuramente la prima trasposizione cinematografica, ossia quella del cadaverico Conte Orlok nel film Nosferatu. Diretto da Friedrich Wilhelm Murnau nel 1922, il film appartiene alla corrente dell’espressionismo tedesco e prende le mosse (più o meno esplicitamente) dal famoso Dracula di Bram Stocker, romanzo gotico del 1897. Il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck, appare come una pallida e massiccia creatura, ma al tempo stesso come un essere quasi evanescente di cui spesso si riesce a scorgere solo l’inquietante ombra. Il viso ossuto e quasi scheletrico del vampiro appare in contrasto con l’ampiezza delle spalle e del petto, ampiezza resa ancora più evidente grazie allo scuro soprabito a spalle larghe del personaggio. Il pesante e lungo cappotto, abbinato al cranio bianco e glabro, alle orecchie prostetiche, agli artigli e ai denti finti, contribuisce a dare vita a una figura innaturale  e quasi priva di forma, la cui sagoma resta impressa nella memoria dello spettatore. 

    In netta dissonanza con il personaggio di Orlok è invece un’altra – parimente famosa – trasposizione del personaggio di Dracula. Intitolato proprio Bram Stoker’s Dracula, il film diretto da Francis Ford Coppola nel 1992 ha per protagonista un Dracula differente e multiforme. Questa nuova raffigurazione del conte, qui interpretato da Gary Oldman, abbandona il look classico e identificativo del personaggio del vampiro. Su richiesta dello stesso Coppola, la costumista Eiko Ishioka (che per questo film si aggiudica l’Oscar) crea dei costumi “strani”, che traggono ispirazione da diverse epoche e culture. Affascinante e dandy alle volte, decrepito e rugoso in altre scene, Oldman indossa abiti che pescano dal periodo vittoriano, si mescolano ai tagli tipici del mondo orientale e del teatro Kabuki, fino a contaminarsi con riferimenti all’arte Bizantina o al mondo animale e vegetale. Questa pellicola ridefinisce la mitologia del vampiro, attribuendogli tratti più umani e persino romantici, e si impone sicuramente come una delle trasposizioni (pur non fedele al personaggio del romanzo) più applaudite.

    L’ORIGINE DEI CLOWN MALEFICI

    Un altro personaggio che spesso popola incubi e pellicole horror è quello del clown, tant’è che  sono ormai diversi i film che lo vedono trasformarsi da giocoso circense a folle e macabro assassino. A detenere il primato come pagliaccio più spaventoso e malefico è senz’altro il personaggio del clown Pennywise, di cui si hanno due diverse versioni. Nato dalla penna di Stephen King nel 1986, Pennywise non ha sicuramente bisogno di presentazioni, ma è interessante vedere la sua evoluzione sullo schermo dagli anni 90 fino ad oggi. Primo e iconico interprete è Tim Curry, che veste i panni del pagliaccio nella miniserie televisiva It del 1990. Sebbene oggi quasi nessuno riesca a pensare al personaggio di Curry senza un misto di ansia e terrore, a un primissimo impatto l’aspetto del clown rispetta i canoni classici della figura goliardica e allegra dell’innocuo artista circense: trucco pesante ma semplice, col classico nasone rosso bene in vista, testa e piedi decisamente sproporzionati, abiti e capelli sopra le righe, vistosi e colorati, che contrastano nettamente con quella che è la reale e grottesca natura di Pennywise. 

    La versione del 2017 sembra invece volerci dire di più e, anche tramite la grande cura nella preparazione dei costumi del costumista Janie Bryant, sembra cercare di andare oltre la classica iconografia del buffone da circo. Più simile a un demoniaco Pierrot, questa volta il clown è interpretato dal giovane Bill Skarsgard e veste totalmente di bianco. Lungi dall’essere rassicuranti e vivaci, gli abiti del personaggio di Skarsgard si avvicinano per alcuni versi a quelli di una gigantesca e inquietante bambola di porcellana, con guanti candidi, maniche a sbuffo, vita alta e fasciata e pantaloni corti. Il costume baroccheggiante si ispira a epoche passate, come quella rinascimentale o quella elisabettiana, e vuole richiamare tutte le precedenti dimensioni ultraterrene del passato del clown ballerino, mostrando come il terrore instillato dal personaggio abbia radici molto più antiche di quanto forse non si direbbe.

    DUE SLASHER VILLAINS ATIPICI

    Tra i più famosi cattivi del genere horror sono sicuramente da annoverare gli Slasher Villains: antagonisti e veri protagonisti sono killer spietati che collezionano vittime uccidendo a sangue freddo spesso nei modi più originali e sadici. La lista dei celebri assassini del genere slasher è lunga e molto differenziata, ma in questa sede sono due di loro che ci preme mettere in rilievo e comparare: Freddy Krueger di A Nightmare on Elm Street e Pinhead del film Hellraiser. Le due figure sono certamente molto diverse, ma una prima importante similitudine tra loro riguarda proprio il loro aspetto: nessuno dei due rispecchia i canoni del classico boogie man mascherato e quasi in incognito. Il loro aspetto è terrificante e il loro volto sfigurato, ma nessuno dei due agisce totalmente nascosto da un costume come invece succede per altri loro “colleghi”. L’assenza di maschera li rende immediatamente riconoscibili e, sebbene entrambi i personaggi occupino soltanto per un breve tempo la scena, i loro volti sinistri sono indimenticabili. 

    La fama dei due, come spesso capita, passa inevitabilmente anche per i loro costumi. Freddy Krueger, dal volto marcio e decadente, non sarebbe Freddy Krueger senza i suoi temibili guanti artigliati, strumento di morte prediletto, né senza l’apparentemente semplice accoppiata di maglietta a righe rosse e verdi e cappello perennemente in testa. Un abbigliamento che poco si addice a popolare gli incubi delle sue vittime ma che sicuramente l’ha reso perfetto per restare impresso nella storia dei villains più temuti. 

    Il costume ideato per Pinhead è invece senz’altro più complesso e prende spunto da diverse realtà. Il leader dei cenobiti è oscuro e impassibile, quasi raffinato. Il suo viso pallido e chiodato e la sua tonaca scura traggono ispirazione dalla cultura punk e dal mondo cattolico, ma per richiamano anche tratti dell’antica tradizione scultorea africana nonché del modo dei club S&M (luoghi di sadismo e masochismo senza limiti). Questo aspetto così unico ha fatto sì che in fase di elaborazione Pinhead si elevasse rispetto agli altri capi cenobiti e diventasse vero leader e antagonista principale delle pellicole.

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  • IL CINEMA HORROR DELLE ORIGINI

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    L’Ottocento è il secolo dell’orrore: dalla letteratura alle arti performative e fotografiche.

    «Il sentimento più antico e più radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell’Ignoto. Questi assunti vengono posti in discussione da ben pochi psicologi, e la loro conclamata verità stabilisce in qualsiasi tempo la genuinità e dignità del racconto Soprannaturale e Orrorifico come forma letteraria.»

    -Howard Phillips Lovecraft.

    Nel corso dell’ottocento vennero gettate le basi per uno dei generi cinematografici più fertili di sempre: l’Horror.

    In questo periodo, infatti, si scatenò un’ossessione collettiva per tutte quelle pratiche connesse allo spiritismo e alla scienza dell’occulto che erano, invece, state precedentemente marchiate come malefiche. Sempre più frequentemente, le persone iniziarono a riunirsi per prendere parte a sedute spiritiche o per raccontarsi terrificanti storie di fantasmi o ancora per partecipare agli spettacoli della lanterna magica e alle fantasmagorie. Parlando proprio di quest’ultimo caso, la fantasmagoria di Etienne-Gaspard Robertson è uno dei più originali esperimenti in ambito teatrale e orrorifico: consisteva in uno spettacolo di immagini in movimento che si ingrandivano e rimpicciolivano, provocando stupore e turbamento nel pubblico. Questi spettacoli ottici conquistarono un nuovo tipo di spettatore, attratto dalla realtà e dai suoi prodigi, ma anche da una dimensione “altra”. Uno spettatore per il quale l’attrazione per i fenomeni irrazionali risultava irresistibile.

    Accanto alle arti performative, anche le storie dell’orrore divennero fonte di fascinazione e si radicarono ancor più nella cultura popolare europea nel momento in cui iniziarono a diffondersi i Penny dreadful, una serie di racconti spaventosi pubblicati a puntate sui periodici, e ancor più grazie alle magistrali opere di Mary Shelley, Edgar Allan Poe e Bram Stoker. Questi tre grandi maestri del gotico avrebbero profondamente influenzato la cultura cinematografia e letteraria successiva dando vita a creature iconiche e facendo sperimentare ai propri lettori graduali e differenti tipi di paure, spesso non tangibili e razionali ma implicite, inspiegabili e, piuttosto, legate a quel lato oscuro della personalità che ogni essere umano possiede ma che tende a nascondere e a controllare. A tal proposito, tra i nomi dei grandi scrittori orrorifici del novecento spicca quello di H.P. Lovecraft. Nei suoi romanzi, Lovecraft, si interroga sul ruolo dell’ignoto all’interno della vita degli esseri umani. Secondo lo scrittore, infatti, gli uomini hanno a disposizione una limitata conoscenza della realtà. Questa inespugnabilità del reale li tutela da una degradazione psico-fisica cui si giunge proprio attraverso una ricerca disperata di conoscenza che è, difatti, destinata a trascinare nel baratro della follia.  Inoltre, accanto al tema della “conoscenza proibita”, Lovecraft analizza gli istinti primordiali e spaventosi che albergano in noi e che si concretizzano in figure mostruose, mitologiche, la cui immagine è inafferabile e spesso proibita ai nostri occhi.

    In generale, una delle strategie impiegate dagli autori per creare un’atmosfera da brivido consiste nell’accostare alcuni elementi sovrannaturali, misteriosi e ingiustificabili accanto ad altri reali, verosimili e familiari così da destabilizzare il lettore e generare in lui ansia e timore nei confronti di qualcosa che è allo stesso tempo irrazionale ma anche non distante dalla sua quotidianità.

    «Io ho sentito una volta di un americano che così definiva la fede:  “Quello che rende noi capaci di credere in cose che sappiamo non   essere vere”.»

    – Dracula, Bram Stoker.

    In breve tempo il gusto per il macabro andò ad influenzare anche le arti visive e performative dell’epoca. Un altro aspetto di cui vale la pena tenere conto riguarda l’ambito della fotografia che iniziò ad affermarsi proprio nel diciannovesimo secolo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la fotografia spiritica raggiunse un alto grado di popolarità grazie ai lavori del “fotografo-medium” William H. Mumler. Successivamente si venne a scoprire che le sue fotografie non testimoniavano l’esistenza di entità spirituali giacché erano in realtà ritoccate manualmente dallo stesso Mumler, il quale, dopo aver trattato i negativi, era solito aggiungere le immagini dei defunti all’interno delle foto commissionate dai propri acquirenti.

    IL RAPPORTO TRA CINEMA E ORRORE: LE ORIGINI DEL GENERE HORROR

    A questo punto si può ben comprendere perché a fine Ottocento il mezzo cinematografico riuscì ad attrarre a sé una quantità spropositata di curiosi, affascinati dalla possibilità di poter osservare delle reali immagini in movimento. In breve tempo il cinematografo divenne lo strumento principale di diffusione della letteratura gotica e popolare: quale miglior espediente, se non il cinema, per narrare storie terrificanti e ancor più per rendere visivamente concreti tali racconti rafforzandone il terrore?

    L’orrore divenne, infatti, uno degli argomenti più in voga nel cinema del novecento al punto che nel periodo del muto molti registi si confrontarono con questo tipo di narrazione. In questo contesto si colloca il poco noto Le manoir du diable (Il castello del diavolo) diretto da Georges Méliès nel 1896 e considerato il primo horror (muto) della storia. Si tratta di un breve filmato d’intrattenimento che, discostandosi da un intento prevalentemente narrativo, puntava piuttosto ad un linguaggio di tipo attrazionale, impiegando le specificità stesse del mezzo cinematografico e le sue infinite possibilità mistificatorie e spettacolari per “spaventare” il pubblico attraverso trucchi, effetti speciali e tipi fissi prelevati direttamente dalla letteratura di riferimento. Le manoir du diable fu proiettato alla vigilia di Natale e diede vita ad un filone cinematografico che di lì a pochi anni andrà a configurarsi come genere vero e proprio.

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    IL RUOLO DELL’ESPRESSIONISMO TEDESCO NELLA DEFINIZIONE DEL GENERE

     Nel ventesimo secolo furono sfornati numerosi film a tema horror come il cortometraggio The Hunckback (1909), diretto da Van Dyke Brooke e Il golem (1915) di Paul Wegener ma, soprattutto, capolavori del calibro di Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, Frankenstein di James Whale e Dracula di Tod Browning (1931). Come ho già accennato in precedenza, la maggioranza dei personaggi presenti in questa serie di pellicole provengono direttamente dal repertorio della letteratura gotica sette-ottocentesca che vedeva come protagonisti ogni genere di creatura della notte come mostri, vampiri, fantasmi, demoni, lupi mannari e così via. Il vampiro Nosferatu, in particolare, è diventato col tempo una pietra miliare del horror nonché uno dei film più citati e presi a modello da registi contemporanei come Tim Burton, Werner Herzog e Francis Ford Coppola, i quali hanno dedicato numerosi omaggi a questo pilastro della storia del cinema. La pellicola, inoltre, si colloca all’interno di una delle sperimentazioni d’avanguardia più interessanti del Secolo breve: l’espressionismo tedesco.

    L’espressionismo è una corrente d’avanguardia sviluppatasi in Germania nel 1908 come reazione al realismo e vede tra le sue maggiori influenze proprio la cultura romantica e gotica tedesca. Tra le caratteristiche di questo movimento emergono principalmente il gusto per la deformazione della realtà e per le prospettive alterate che sottolineano la personalità deviata dei personaggi e che sono enfatizzate dalla cura maniacale per le scenografie, ma anche l’inclinazione per una recitazione antinaturalistica ed eccessiva. Tutto ciò si amalgama alla perfezione con gli elementi della messa in scena che sono resi ancor più esasperati da uno stile allucinato, caratterizzato da inquietanti conflitti chiaro-scurali. Le ombre padroneggiano la scena e i protagonisti che l’attraversano non hanno alcuno scampo, sono condannati farsi sopraffare da esse.
    Oltre a Nosferatu, è necessario fare riferimento ad un altro caposaldo dell’espressionismo: il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, una pellicola innovatrice e sperimentalista al punto da essere considerata un film-manuale per tutti coloro interessati ad indagare la complessità e l’oscurità della mente umana e, di conseguenza, il tema dell’inconscio e della devianza. Ne Il Gabinetto del Dottor Caligari il tenue confine che separa la follia dalla normalità tende spesso a confondersi se non a scomparire totalmente, lasciando dietro di sé una scia di dubbi e interrogativi.

    Infine per concludere questa panoramica sul cinema horror delle origini, vale la pena citare il film Vampyr (Il Vampiro) di Carl Theodor Dreyer (1931). La pellicola, come in molti casi, è tratta liberamente da una raccolta di novelle orrifiche presenti nel volume In the Glass Darkly (1872) dello scrittore Joseph Sheridan Le Fanu. La particolarità di Vampyr si riscontra nel ribaltamento dei canoni estetici e dei meccanismi tipici del horror espressionista a cui, peraltro, fa riferimento pur discostandosene: alle scenografie squadrate e teatrali si sostituiscono scene girate in luoghi aperti, spesso luminosi mentre ai contrasti chiaro-scurali del bianco e nero subentrano toni grigi più soffusi che, tuttavia, rendono altrettanto inquietanti sia l’ambientazione sia le figure che vi si muovono all’interno.

    «Rilke aveva proclamato che la bellezza era il principio dell’orrore; essi [gli espressionisti] andarono più oltre d’un passo: la vera bellezza era nell’orrore degli individui tormentati, nell’annullamento dell’equilibrio e della simmetria. L’espressionismo, come altri movimenti radicali, voleva scavare alla ricerca delle radici, era spinto dal desiderio di ritornare alle origini.»

    -Walter Laqueur.

    A questo punto, si può intuire quanto una corrente simile accostata alle storie e leggende popolari abbia contribuito in modo rilevante nella definizione del genere horror. La letteratura gotica, la fotografia le arti figurative e performative sono riuscite negli anni a plasmare l’immagine filmica dell’orrore e il cinema, in questo processo creativo, è il mezzo che più di tutti è riuscito a governare, a rappresentare la paura in tutte le sue forme, un’emozione ambigua che affascina e al tempo stesso respinge l’uomo dagli albori del tempo.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 2

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SCARY OF SIXTY-FIRST – SEZIONE AMERICAN NIGHTMARE

    Due studentesse newyorkesi trovano una sistemazione da sogno, un appartamento nell’Upper East Side a prezzo stracciato. Il sogno si fa incubo quando scoprono l’identità del precedente inquilino: Jeffrey Epstein, il miliardario morto (forse) suicida nel 2019 dopo l’arresto per pedofilia e traffico di minori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    L’esordio alla regia di Dasha Nekrasova (anche attrice all’interno del film) è un folle mix  di cronaca nera e possessioni demoniache, capace di portarsi a casa il premio come miglior opera prima all’ultimo Festival del cinema di Berlino. Il film, realizzato quasi totalmente con la macchina a mano e con un montaggio serratissimo, trasuda estetica anni 70 sin dalla prima inquadratura e sin dalle prime musiche. Alcune scene, volutamente sguaiate e al limite del trash, vengono in realtà contestualizzate dalla coerenza formale dell’intera pellicola e risultano funzionali alla follia della storia messa in scena. Il film abbraccia le teorie del complotto riguardo al possibile assassinio di  Jeffrey Epstein, ma non si prende mai veramente sul serio riguardo all’argomento e sfrutta questo soggetto per inserire numerosissimi spunti e riflessioni di natura politica e psicologica.  

    Se la prima chiave di lettura del film è necessariamente legata alla storia di Epstein, connesso in questo film al mondo della magia nera e dell’occultismo e capace di tormentare le protagoniste anche da morto, tra possessioni, atti di omertà e teorie del complotto (con un finale che ricorda molto nello stile quello del cult American Psycho), in seconda battuta una lettura più intimista e legata alla sfera psicologica delle protagoniste è anche suggerita. Tutte e tre utilizzano la storia raccontata per scoprire qualcosa di sé stesse, dalla propria sessualità, alla propria ossessione per il macabro fino al risveglio di un trauma causato dalla propria famiglia e in particolare dalla pedofilia incestuosa di un padre verso la figlia, connettendosi dunque direttamente alla storia del miliardario americano.

    Un’opera prima indubbiamente originale, capace di risultare sinceramente folle, ad eccezione di un finale in cui si rientra in binari tutto sommato convenzionali, e in grado di conquistare lo spettatore nel momento in cui quest’ultimo è disposto a comprendere ed accettare l’estetica che lo caratterizza.

    AFTER BLUE (PARADIS SALE) – FUORI CONCORSO

    After Blue è un pianeta abitato da sole donne. Quando, preda di un’attrazione incontrollabile, la giovane Roxy libera la pericolosa assassina Kate Bush, gli equilibri sociali si spezzano e la ragazza e sua madre saranno costrette a un’odissea per espiare la colpa, ritrovare la criminale e ucciderla per ristabilire un’armonia forse perduta per sempre (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Bertrand Mandico torna sulla scena dopo l’exploit del suo esordio al lungometraggio nel 2017 con Les Garçons sauvages, opera posta al primo posto della classifica dei migliori film di quell’anno dai Cahiers du Cinéma. Con questa nuova pellicola presentata all’ultima edizione del Festival del cinema di Locarno il regista francese costruisce un’epopea che mescola generi diversi, dalla fantascienza al fantasy, dal cinema erotico fino al western, concentrandosi principalmente sulla costruzione estetica del mondo messo in scena, piuttosto che sugli eventi narrati. Il mondo After Blue, il cui nome deriva da “dopo il pianeta blu”, dopo la Terra, è caratterizzato da una natura che nelle sue forme sembra creata dalle viscere di animali e uomini, stilisticamente ispirata pesantemente dal mondo creato da Mario Bava in Terrore nello spazio e da quello di El Topo di Alejandro Jodorowsky, una natura allo stesso tempo sessualizzata, piena di fluidi, peli e simboli fallici. In After Blue gli schizzi di sangue si mischiano alla vernice lanciata su un dipinto trasparente, le donne che lo abitano assomigliano per la maggior parte a streghe e il mondo intero sembra pregno di misticismo, sottolineato dalla meravigliosa fotografia di Pascale Granel, che costruisce ogni inquadratura come se fosse un quadro. La trama sfrutta il pretesto della caccia a Kate Bush per narrare della scoperta della sessualità da parte di Roxy, che prova profonda attrazione verso la criminale ed è ancora in piena fase di scoperta di sé stessa e del proprio corpo, la cui evoluzione viene narrata durante l’intera pellicola fino al liberatorio e catartico finale. Mandico costruisce un coming of age mascherato da western con elementi di fantascienza, tra androidi di forma umana, pistole tecnologiche chiamate come i nomi di stilisti famosi e mostri che sembrano usciti da un film di Guillermo del Toro. Un film di puro sperimentalismo, di enorme world-building che  fagocita la scarsa narrazione, ma che risulta essere talmente particolare da meritare la visione rigorosamente sul grande schermo. Menzione d’onore per le musiche di Pierre Desprats, a dimostrazione di come la scuola francese continui a produrre talenti anche in questo ambito.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    MIDNIGHT IN A PERFECT WORLD – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Manila, futuro prossimo. Inspiegabili blackout notturni colpiscono i quartieri. Si dice che chi si trova per strada nell’oscurità svanisca nel nulla. Quattro amici si rifugiano in una “safe house”, edifici-bunker in cui attendere che torni l’elettricità. Ma forse neanche lì sono al sicuro (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Non convince del tutto il nuovo film di Dodo Dayao, regista filippino, che costruisce una narrazione piena di spunti interessanti a cui manca però un vero e proprio obiettivo. Il regista inserisce elementi di fantascienza, di horror, di viaggi nel tempo e di politica all’interno dell’opera, cercando di sfruttare il genere per parlare di altri temi, tra cui quello della repressione effettuata dal presidente Duterte dal 2016 nella guerra alla droga, che ha portato all’esecuzione sommaria e senza processo di moltissimi tossicodipendenti. Il soggetto di base, con il pretesto dei blackout, è parzialmente ispirato all’opera Il silenzio di Don DeLillo ed è la storia di quattro amici che cercano di sopravvivere alla notte, fuggendo dalla polizia e da esseri alieni non meglio specificati, che man mano diventa una ghost story, dove il fantasma può essere costituito dallo Stato, che compie efferatezze nelle tenebre, o da sé stessi. E dunque la safe-house in cui è ambientata gran parte della vicenda diventa uno spazio mentale, rappresentazione del proprio io in cui rifugiarsi per rifiuto verso il mondo esterno, o forse la nostra mente è popolata da altrettanti mostri e dal senso di colpa e da nessuna parte si può trovare rifugio. 

    Il comparto tecnico è di assoluto livello, con la prima parte dell’opera caratterizzata da lenti movimenti di macchina che diventano schizofrenici  nella seconda. Il cast è convincente e il lavoro fatto sul sonoro (aspetto migliore di tutta la pellicola) è di assoluto livello, con le musiche che si mescolano ai suoni alieni, a tratti ispirati a pezzi che sembrano prodotti da Aphex Twin, a tratti semplicemente inquietanti. Le poche sequenze horror funzionano, con gli esseri graficamente ispirati all’immaginario di Annientamento di Alex Garland e gli effetti visivi sono ben realizzati. Il problema è che Dayao costruisce una narrazione lenta, forzatamente autoriale, fornisce diversi spunti, ma non sembra portarne avanti neanche uno. Un’opera a metà e un’occasione mancata.

    WE NEED TO DO SOMETHING – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Una famiglia resta bloccata nel bagno di casa dopo un devastante uragano; all’esterno, le macerie ostruiscono la porta. Passano i giorni, i soccorsi non arrivano e orrendi suoni inumani cominciano a provenire da fuori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Il primo lungometraggio di Sean King O’Grady risulta essere una piacevolissima sorpresa, capace di giocare con i clichè del genere e a sorprendere positivamente. Il regista americano avvia la narrazione dipingendo la classica insopportabile famiglia americana composta da un padre rabbioso, una moglie benevola, una teenager ribelle e un figlio nerd, pronta a essere massacrata nella successiva ora e mezza. Tuttavia le dinamiche si sviluppano in una maniera non totalmente prevista, riuscendo a tratti a farci empatizzare con i personaggi e tratti a farceli odiare, ma non tanto per la l’antipatia in sé di ognuno di loro, quanto per la meschinità e l’ipocrisia che li caratterizzano, sempre pronti a creare scene melodrammatiche e di buon cuore per poi venire puntualmente contraddetti dagli eventi che accadono successivamente. Il film risulta essere un mix tra un film da camera, con quattro persone chiuse in una stanza per giorni mentre all’esterno sta probabilmente avvenendo l’apocalisse, e un monster movie, con il mostro di turno che provoca effetti diretti in un minutaggio limitato, ma che risulta immediatamente iconico grazie a una sola e semplice frase doppiata da Ozzy Osbourne, citato anche in altri due momenti della pellicola. Anche la narrazione parallela che viene portata avanti, unica incursione nel mondo esterno, in cui viene mostrata la vita della figlia Mel, inizia come un coming of age classico e degenera nel macabro, stupendo notevolmente nelle dinamiche e catturando l’attenzione dello spettatore. Il tutto viene condito dai classici riferimenti a quanto siamo delle nullità senza tecnologia e quanto siamo patetici nel negare l’evidenza pur di non accettare la realtà che il mondo sta andando allo scatafascio(riferimenti al cambiamento climatico?), mentre un paio di colpi di scena davvero ben assestati contribuiscono a elevare il risultato finale.

    Dal punto di vista tecnico O’Grady opta principalmente per la camera fissa coadiuvata da un montaggio serratissimo, permettendo al film di non perdere ritmo e di far tenere gli occhi degli spettatori incollati allo schermo per tutta la durata della pellicola. Anche gli effetti speciali artigianali risultano essere ben realizzati e realistici, anche se le scene disturbanti mostrate risultano essere un po’ troppo gratuite. 

    In conclusione un film godibilissimo, che non rivoluziona il genere, ma che ha l’intelligenza di non creare aspettative che non è in grado di soddisfare e di riuscire a divertire e intrattenere a dovere.

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  • IL NEOREALISMO ITALIANO – IL CINEMA DEL DOPOGUERRA

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    Negli anni Cinquanta il nostro Paese stava affrontando i gravi problemi lasciati in eredità dalla Seconda guerra mondiale, era economicamente distrutto e colmo di tensioni politiche. 

    Fu proprio in questi anni, tra il 1945 e il 1954, che prese vita il Neorealismo. Si trattava di un movimento non molto compatto e che non apprezzava il cinema di finzione: i suoi maggiori esponenti erano infatti convinti che il cinema dovesse mostrare e far conoscere la realtà che li circondava

    Durante il declino del regime fascista il cinema volle definitivamente rompere con il passato, ed fu così che nei primi anni Quaranta nacquero i primi film che mostravano delle tendenze realiste: 4 passi tra le nuvole (Alessandro Blasetti, 1942), Ossessione (Luchino Visconti, 1943), I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944).

    NOVITÀ STILISTICHE

    Al tempo cinema italiano si distingueva in Europa grazie alle sue grandiose scenografie ricostruite a Cinecittà, ma nel dopoguerra gli studi avevano subito grandi danni e si erano trasformati in rifugio per gli sfollati. Pertanto, non erano più in grado di ospitare grandi produzioni e i registi furono costretti a spostarsi nelle strade.

    Il nuovo movimento neorealista non proponeva un manifesto, ma solamente la propensione verso un maggiore realismo e un’enfasi sulle vicende contemporanee.

    L’attenzione era rivolta in particolare alle classi operaie, con l’obiettivo di raccontare le loro vicende quotidiane con la massima fedeltà. Interessanti furono le innovazioni tecniche che il movimento introdusse: la maggior parte delle riprese veniva girata all’esterno e spesso con degli attori non professionisti, e le inquadrature erano volutamente sporche. In realtà le pellicole che rispettano tutti questi principi sono poche, poiché alcuni film facevano uso del doppiaggio (per esempio la voce del protagonista di Ladri di biciclette era di un altro attore), e altri venivano girati in set ricostruiti in studio (come in Roma città aperta, le cui scene all’interno vennero improvvisate in un vecchio teatro). Infine, piuttosto che utilizzare solo attori non protagonisti, si preferiva utilizzare ciò che André Bazin definì “la tecnica dell’amalgama”: mescolare attori non professionisti ai grandi divi dell’epoca, quali Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    Ladri di biciclette (1948)

    Dal punto di vista narrativo, la novità era proprio l’analisi della storia contemporanea allo spettatore, in particolare delle realtà più umili. Per imitare l’andamento della vita reale, nei film neorealisti il racconto spesso veniva mandato avanti grazie alle coincidenze e agli incontri casuali. Rifiutando i concatenamenti logici, questi film risultavano il più delle volte ellittici e non mostravano i nessi causali degli eventi. Infine, spesso, i finali erano volutamente irrisolti. Il risultato sono quindi dei film che mettono in scena il reale in ogni sua sfumatura, ma in cui tutti gli eventi hanno la stessa importanza: è compito dello spettatore distinguere le “scene madri” dai momenti ordinari.

    I SUOI ESPONENTI

    Il movimento vanta autorevoli cineasti come esponenti, tra cui Luchino Visconti con La terra trema (1948), Roberto Rossellini con Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), Vittorio De Sica con Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950) e Umberto D. (1951), e Giuseppe De Santis con Riso amaro (1949).

    Tra le figure più rilevanti dell’epoca ritroviamo anche lo scrittore e giornalista Cesare Zavattini, che scrisse diverse sceneggiature proprio in quegli anni. In particolare collaborò con Vittorio De Sica in Ladri di biciclette, Umberto D. e Miracolo a Milano. Quest’ultimo film, che racconta l’Italia della ricostruzione attraverso un filtro favolistico e sembra apparentemente in contrasto con le opere neorealiste precedenti, in realtà traduce la volontà di lasciarsi le sofferenze belliche alle spalle e ricominciare a vivere.

    Come già detto, il movimento Neorealista non è codificato. Infatti, sebbene i cineasti fossero uniti dalla volontà di raccontare eventi della storia recente, spesso si approcciavano al soggetto in maniera diversa. Pensiamo a Roberto Rossellini e Luchino Visconti, due registi coetanei che esordirono professionalmente durante il fascismo.

    Ossessione (1943)

    Il termine ‘Neorealismo’ venne utilizzato per la prima volta proprio in riferimento a Ossessione di Luchino Visconti (1943). Essendo un regista teatrale, nei suoi film includeva sfarzose scenografie e costumi, e una marcata recitazione. Visconti inoltre ricorreva spesso a riprese ricche di zoom e panoramiche.

    Rossellini utilizzava invece uno stile volutamente antispettacolare. Il suo film più celebre è senza dubbio Roma città aperta (1945), considerato il manifesto Neorealista che permise al movimento di raggiungere una notorietà internazionale. Nei successivi film, Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), utilizzò attori non professionisti che riprese semplicemente posizionando una cinepresa al centro della piazza. Gli attori utilizzano il dialetto e indossano abiti molto semplici. L’obiettivo del regista era quello di riportare all’attenzione della società, che ai suoi occhi era in disfacimento, i valori fondamentali dell’umanità: l’attenzione verso il prossimo e la conoscenza di sè stessi. Il suo stile, che si caratterizza per la commistione di toni, ellissi, narrazione episodica e finali aperti, lo condurrà verso il cinema moderno.

    FINE DEL MOVIMENTO

    Nel 1948 la “primavera italiana” si concluse con la sconfitta alle elezioni di sinistra, l’Italia era finalmente libera dal nazifascismo ed era impegnata nella ricostruzione. Molti film neorealisti vennero condannati dalla Chiesa cattolica e non apprezzati poiché pessimisti: il ritratto di un Paese desolato e povero contrastava infatti con la volontà di un’Italia ansiosa di dimostrare la propria ripresa. Nel 1949, la Legge Andreotti fissò i criteri necessari per fornire prestiti alle case di produzione: era necessario che una commissione statale approvasse la sceneggiatura e se un film “diffamava l’Italia” poteva essere negata la licenza di esportazione. Di conseguenza diverse pellicole, tra cui Ladri di biciclette, vennero censurate.

    Il Neorealismo ‘puro’ si esaurì dopo il 1948. Il pubblico era stanco di vedere povertà e miseria, così a dominare gli schermi degli anni Cinquanta fu il Neorealismo rosa: commedie d’amore che talvolta ricorrevano ad ambientazioni autentiche e ad attori non professionisti, come in Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953). Seguirono le commedie all’italiana di Vittorio Gassman, Vittorio De Sica, Totò, Alberto Sordi e molti altri. Iniziò ad emergere una nuova generazione di artisti, gli studi di Cinecittà furono finalmente rimessi in funzione e il cinema italiano si riaprì al mercato internazionale.

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  • RECENSIONE TRE PIANI DI NANNI MORETTI – SENZA PROFONDITÀ NÉ ANIMA

    Dopo l’esordio nel 1978 con Ecce Bombo, dopo il Premio alla Regia ricevuto nel 1993 con Caro Diario e la Palma d’Oro conquistata nel 2001 con La Stanza del figlio (con un Mulholland Drive che ancora grida vendetta), Nanni Moretti torna a Cannes con il suo primo film basato su soggetto non originale, nella fattispecie il romanzo omonimo di Eshkol Nevo, composto da tre drammi borghesi ambientati nello stesso condominio, situato ovviamente a Roma, quartiere Prati. Vittorio e Dora (Nanni Moretti e Margherita Buy) sono due professionisti alle prese con il figlio fresco colpevole di omicidio stradale; Monica (Alba Rohrwacher) è una neo-mamma che soffre per la lontananza continua del marito (Adriano Giannini), per gli spettri del passato e la paura di impazzire come sua madre; Lucio (Riccardo Scamarcio) sospetta un possibile abuso subito dalla figlioletta ad opera del vecchietto vicino di pianerottolo che se ne prende cura quando i genitori non ci sono.
    Tre vicende estremamente drammatiche che non vengono né smorzate dalla consueta ironia morettiana (anzi di morettiano forse ci sono solo i maglioni a collo alto e il tango illegal sul finale) né supportate da una narrazione coinvolgente, complice anche un cast di assoluto spessore in cui nessuno degli attori riesce a fornire un'interpretazione all'altezza della propria carriera. 

    Le figure femminili risultano assolutamente presenti in funzione dell'uomo, anche quando questi è assente, e magari ciò dovrebbe essere propedeutico all’obiettivo a cui tende ciascuna di loro: riuscire a vivere senza il marito, perdonare e avere un rapporto civile con il fedifrago, scegliere di dare un taglio al passato, affrontare la vita adulta. Nel caso di Monica non è nemmeno chiaro se il suo percorso sia verso la pazzia o la salute, se verso l’indipendenza personale o verso la conciliazione col marito, e la sua bizzarra ultima inquadratura confonde ancora di più il tutto.
    Il condominio probabilmente dovrebbe apparire come luogo di "prigionia"ma non è reso a pieno nemmeno dal monologo di Margherita Buy nel terzo atto. Il duplice salto temporale, 5 anni in entrambi i casi, non ci fornisce una vera evoluzione, i personaggi e il loro ambiente risultano identici sia all'interno che all'esterno (eccezion fatta per i bambini, per ovvie ragioni). L’epoca di ambientazione è sì contemporanea ma completamente slegata dalla società attuale, e non basta certo una scena a narrare il dramma dell’odio xenofobo. Il senso di giustizia, la lealtà familiare, la convivenza con il dubbio sono tutti temi che nel film vengono trattati con una sufficienza stucchevole, in una maniera che ricorda più Muccino che il Moretti che conosciamo tutti, e in questo caso è veramente difficile non restare delusi.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE DRIVE MY CAR – MIGLIOR SCENEGGIATURA CANNES 2021

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    Tra i meriti cinematografici di questo 2021 vi è sicuramente l’aver definitivamente consacrato presso i cinefili di tutto il mondo la figura del giovane regista giapponese Hamaguchi Ryūsuke. Noto in Occidente fin dal 2015, quando il suo fluviale Happy Hour vinse due premi a Locarno, e già in concorso a Cannes nel 2018 con Asako I & II, Hamaguchi quest’anno ha partorito due film che hanno razzolato premi e consensi pressoché unanimi in due tra i più importanti festival del mondo: a febbraio Il gioco del destino e della fantasia ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Berlinale, mentre a luglio proprio Drive my car, il film di cui ci accingiamo a parlare, ha ottenuto il Premio alla Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes. Tratto da due racconti (uno omonimo, l’altro intitolato Shahrazād) contenuti nella raccolta Uomini senza donne del celebre scrittore Murakami Haruki – un testo del quale nel 2018 diede origine al capolavoro Burning – L’amore brucia del coreano Lee Chang-dong –, il film di Hamaguchi è un’ampia (tre ore) e complessa parabola sulla rielaborazione del dolore e sui rapporti tra esseri umani

    La vicenda narrata ruota attorno al dramma personale dell’attore e regista teatrale Kafuku Yūsuke che, ingaggiato per mettere in scena lo Zio Vanja di Čechov, viene affiancato dalla giovane e taciturna autista Watari Misaki, incaricata di accompagnarlo quotidianamente in macchina nel tragitto casa-lavoro. Kafuku, però, è tormentato dai ricordi della defunta moglie Oto e, a poco a poco, instaura con l’autista un rapporto singolare, che aiuterà entrambi a confrontarsi con i propri traumi e le proprie relazioni irrisolte. 

    Con Drive my car, Hamaguchi porta a compimento un percorso di evoluzione tematica e stilistica iniziato con le sue opere precedenti. La predilezione per il dialogo e il grande controllo della messa in scena si accompagnano allo sguardo intimo con cui il regista guarda ai rapporti tra i personaggi e al loro bisogno celato di condividere con gli altri le proprie esistenze e i propri drammi. La comunicazione, nel cinema di Hamaguchi, è sempre apparentemente impossibile, tanto che i personaggi faticano a penetrare la coltre di mistero che li avvolge. Non è un caso che la caratteristica delle opere teatrali messe in scena da Kafuku all’interno del film, sia quella di essere interpretate da attori che parlano lingue differenti, segno di una incomunicabilità che pervade i rapporti umani sul palcoscenico e nella vita. 

    Ma in questo film il desiderio di relazione e la difficoltà di comunicazione non riguardano solo i vivi, ma anche i morti: Kafuku dialoga quotidianamente con la defunta moglie tramite un’audiocassetta, registrata da lei prima di morire, in cui la donna recita Zio Vanja, a eccezione delle battute del protagonista che sono ripetute dal marito. Tramite questo dialogo costante Kafuku ripensa alla donna e ai misteri insoluti del loro rapporto, primo tra tutti un racconto, rimasto privo di finale, che la donna era solita portare avanti oralmente dopo aver fatto l’amore col marito. “Noi sopravvissuti non facciamo altro che pensare ai morti.” dirà a un certo punto la giovane autista Watari Misaki – coetanea della defunta figlia di Kafuku e anch’essa portatrice di traumi irrisolti – alla quale nel corso del film l’uomo si avvicinerà fisicamente (in principio siede sui sedili posteriori, poi accanto a lei e infine, in uno dei momenti di maggior lirismo della pellicola, i due avvicinano le mani, protese fuori dal tettuccio della Saab Turbo rossa, stringendo ognuno una sigaretta bruciante) e spiritualmente: è il dolore del passato ad avvicinare le persone nel presente e a sospingerle verso il futuro. Non a caso i due protagonisti condivideranno un viaggio esistenziale sull’innevata isola di Hokkaidō, patria di Misaki: un pellegrinaggio alle origini della sofferenza per lei e il desiderio di partecipare a quel dolore per lui. Drive my car è dunque un road movie in cui la vera destinazione da raggiungere è il proprio cuore, unico luogo in cui – grazie anche alla compartecipazione del trauma – è possibile provare a fare i conti con i misteri del passato e trovare la pace. Non a caso Takatsuki, il giovane attore ex amante della moglie di Kafuku, dirà lui che “per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo, andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì.” 

    Hamaguchi fa dunque un film sul travaglio della rielaborazione dei fantasmi del passato (non è casuale, in tal senso, la scelta di spostare, rispetto al racconto di Murakami, l’ambientazione della vicenda da Tokyo a Hiroshima) e le battute finali dello Zio Vanja – che invitano ad affrontare le prove del destino e, nonostante tutto, ad andare avanti, a vivere e a credere nella possibilità di una requie finale – suonano (strano a dirsi, visto che sono espresse a gesti da un’attrice muta) come il perfetto complemento a Drive my car: un testo filmico di straordinaria densità semiotica e semantica, emotivamente e intellettualmente travolgente, da vedere e rivedere

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  • BARBARA STANWYCK IN LA FIAMMA DEL PECCATO – UNA DARK LADY SENZA SCRUPOLI

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    Qualsiasi amante di cinema ha attraversato quella particolare fase di ossessione per il cinema noir, quel sottogenere sviluppatosi tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento noto anche come poliziesco o detective movie. Le atmosfere del cinema noir sono prevalentemente urbane, notturne e cupe: in queste ambientazioni le figure si muovono tra le ombre di una città dai vicoli bui e l’aria torbida per il fumo di sigarette, mentre i loro passi dentro scarpe lucidate attraversano pozzanghere sull’asfalto. Ma non siamo qui per analizzare gli ambienti prediletti di questo cinema, piuttosto per ricordare qual è il film che è stato definito il noir per eccellenza e come un suo personaggio in particolare riesce ancora a rapire il pubblico dopo più di settant’anni sugli schermi.

    È il 1944 e il pubblico del cinema statunitense conosce per la prima volta Double Indemnity, uno splendido noir diretto dal già affermato regista di origini tedesche Billy Wilder; in Italia il film arriverà con il titolo La fiamma del peccato nel 1946. Wilder ha il merito di aver portato sugli schermi una storia di inganni e ricatti inserita in un’ambientazione che riflette perfettamente le vicende torbide e oscure che coinvolgono i personaggi. Eppure un merito forse ancor più grande va alla talentuosa Barbara Stanwyck per aver interpretato la dark lady Phyllis Dietrichson, considerata come uno dei migliori villain della storia del cinema.

    Double Indemnity narra della relazione tra l’agente assicurativo Walter Neff (Fred MacMurray) e la bellissima Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwyck) e del piano escogitato dalla donna per liberarsi del marito in modo da intascare i soldi dell’assicurazione insieme all’amante. Il nostro protagonista ci viene mostrato come un uomo dai sani valori, eppure la sua morale nulla può contro il fascino della donna, che sa bene come usare le armi della seduzione a suo favore. Il personaggio di Phyllis è tanto affascinante quanto senza scrupoli e ricalca il modello letterario e cinematografico della femme fatale, che riesce a far cadere ogni uomo ai suoi piedi; nonostante il suo forte carattere, Neff non può fare a meno di abbandonarsi completamente alla donna, tanto che sarà lui stesso a pianificare l’omicidio del marito di lei. A una visione accurata si può notare come la vera natura della donna si mostri gradualmente nel corso della trama, accompagnata dagli abiti che vengono fatti indossare all’attrice. Vi invitiamo a fare particolare attenzione a come la Stanwyck si presenta sulla scena la prima volta: indossa un abito bianco, colore che viene spesso associato all’innocenza, mentre alla caviglia porta un braccialetto. Quest’ultimo diventa la sua arma di seduzione più forte, portatore di quel fascino che come un incantesimo riesce a far cadere il nostro protagonista nella trappola che la donna gli ha teso.

    È importante notare come i caratteri tipicamente associati al femminile quali la bellezza, la seduzione, ma anche l’innocenza, l’amore, la premura, vengono gestiti dalla donna in maniera magistrale: Phyllis è consapevole di essere profondamente affascinante e allo stesso modo sa ciò che un uomo vuole sentirsi dire. Così riesce a mostrarsi come la donna innocente, costretta al matrimonio con un uomo che non la ama, ma per il quale lei prova affetto e preoccupazione. Neff sente immediatamente di essere colui che salverà la povera donna innocente dalla gabbia di un matrimonio infelice. L’uomo, quindi, finisce per allearsi con lei e concludere il suo progetto, escogitando l’omicidio in modo da poter usufruire della “doppia indennità” (da cui prende il nome il film) e ottenere ancora più denaro. Nel corso dei loro incontri Phyllis si fa sempre più misteriosa, mentre i suoi abiti iniziano a tingersi di nero, fino ad arrivare al momento in cui nasconderà i suoi occhi con un paio di grossi occhiali da sole scuri. La Stanwyck riesce perfettamente a trasmettere la discesa del personaggio nella malvagità, usando un’apparente innocenza per mascherare un atteggiamento impassibile e spietato. Persino durante l’interrogatorio successivo alla morte del marito Phyllis si mostra impassibile, mentre Neff inizia già a farsi prendere dall’angoscia di essere scoperto. L’ultimo incontro dei due avviene in una notte oscura e sarà fatale per entrambi: la donna usa nuovamente l’arma della cavigliera per sedurre l’uomo, ma ormai lui è deciso a sbarazzarsi di lei. Tuttavia, anche dopo la morte, Phyllis riesce a trascinare Neff nell’abisso, infatti poco dopo l’uomo verrà arrestato per l’assassinio.

    Ci teniamo a farvi notare come sia impressionante che un personaggio femminile sia stato costruito per essere così spietato: ciò che colpisce di più è l’estrema consapevolezza che ha la donna del suo fascino e di come riesca a controllarlo tanto da farlo diventare un’arma per raggiungere i suoi obiettivi. Probabilmente è proprio questo che riesce a confondere un uomo, la capacità di controllo che ha la donna sui caratteri che l’uomo stesso le ha associato per secoli. Anche se Phyllis muore, infatti, Neff non riesce a scamparla; e durante la sua confessione, lo sentiamo dire:“L’ho ucciso io, per denaro e per una donna. Non ho preso il denaro e non ho preso la donna.”

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