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  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: AD ASTRA – JAMES GRAY (2019)

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    Il Cinema, così come la storia umana, è fatto inevitabilmente di cicli, di corsi e ricorsi, di mode che vengono e che vanno e così, a partire dagli anni ’10 del secolo corrente, all’interno dell’industria hollywoodiana è tornato prepotentemente in auge il filone dello Space Movie, ovvero il film di esplorazione spaziale. 

    Moltissimi dei più grandi registi in attività oggi, infatti, si sono confrontati con quello che, probabilmente, è il sottogenere più importante e significativo della fantascienza degli ultimi 70 anni: è sufficiente citare pellicole come Gravity di Alfonso Cuaron (2013), The Martian di Ridley Scott (2015), First Man di Chazelle (2018) fino ad arrivare a un vero e proprio cult contemporaneo come Interstellar di Nolan (2014) per capire come questa corrente abbia ripreso fortemente un approccio autoriale a scapito, forse, dell’intrattenimento puro. 

    Uno dei molti cineasti che in questo decennio si è cimentato con il tipo di cinema in questione è James Gray, artista criminalmente fallimentare al botteghino, ma costantemente riconosciuto e incensato dalla critica, che dopo essersi mosso prevalentemente in territori noir-crime, firma nel 2019 il suo esordio fantascientifico con Ad Astra, con Brad Pitt nel ruolo protagonista. 

    Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui l’umanità, dopo aver colonizzato la Luna e Marte, è impegnata in spedizioni spaziali ai confini del Sistema Solare per cercare le prove di vita extraterrestre e  racconta la storia del Maggiore Roy McBride, figlio d’arte del mondo aerospaziale, che dovrà intraprendere un viaggio verso Nettuno alla ricerca del padre Clifford (Tommy Lee Jones) , astronauta leggendario considerato morto o disperso da ormai trent’anni. Durante questo percorso il protagonista si troverà costretto ad affrontare il trauma dell’abbandono genitoriale, in un viaggio che si rivelerà essere più un’esplorazione dentro sé stesso prima che una missione tra le stelle. 

    P.S: l’articolo non intende essere un’analisi tecnica del film, quanto più un approfondimento tematico, ma chi scrive non può evitare di spendere due parole per lodare la meravigliosa e straordinaria fotografia di Hoyte van Hoytema, che firma uno dei lavori fotografici più interessanti degli ultimi anni, elemento che, da solo, vale la visione della pellicola. 

    N.B. questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che resta disponibile su Prime Video per chiunque avesse piacere di recuperarlo 

    LA FIGURA PATERNA: TRA ABBANDONO E CADUTA DEL MITO 

    Il nucleo tematico-narrativo intorno al quale ruota Ad Astra è sicuramente il trauma causato dall’abbandono della figura paterna. Nel film, infatti, Roy viene presentato fin da subito come una persona estremamente alienata e incapace di connettersi emotivamente con le persone che lo circondano e che, anzi, rifugge istintivamente tutti i rapporti umani. 

    Se, inizialmente, questo potrebbe risultare un problema esistenziale non meglio definito di un protagonista estremamente orgoglioso del padre, considerato da tutti – e da lui in particolar modo – un eroe nazionionale che ha sacrificato la propria vita per la scienza, appare invece chiaro molto presto come questa immagine mitica del genitore sia puramente un meccanismo di difesa, un tentativo di convivere con questo vuoto gigantesco lasciato dalla partenza del personaggio di Tommy Lee Jones.  La costruzione di questa illusione è centrale per comprendere a pieno la figura del Maggiore McBride: guardando la questione da un punto di vista psicologico, infatti, è molto più semplice per Roy pensare al padre come a un pioniere, a un esploratore che sceglie, soffrendo, di abbandonare la famiglia in nome di una missione storica per il genere umano, piuttosto che come una persona debole, egoista, fuggita senza guardarsi indietro. 

    Tutto questo cambia, però, nel momento in cui la SPACECOM (l’agenzia spaziale per la quale entrambi i McBride lavorano) comunica al protagonista che il padre potrebbe essere ancora vivo a miliardi di chilometri dalla Terra, in orbita intorno a Nettuno. 

    La reazione di Roy alla notizia è estremamente interessante, in quanto egli sceglie –consciamente o inconsciamente – di continuare a credere che il genitore sia ormai morto da anni perché il castello di carte sul quale ha basato la sua intera vita si fonda sulla mitizzazione della figura paterna che, di conseguenza, deve essere necessariamente irraggiungibile e non indagabile. In altre parole la fragile realtà di Roy non sopporterebbe la messa in discussione di questa certezza: l’illusione è necessaria all’esistenza

    Uno degli aspetti più geniali di questo rapporto padre-figlio è la gestione della comunicazione e della distanza: nel corso della sua missione Roy, infatti, arriverà su Marte dove inizierà ad inviare messaggi registrati in direzione di Nettuno, messaggi che, ovviamente, non troveranno risposta. La valenza simbolica di questa dinamica è sicuramente non casuale ed è perfetta rappresentazione dell’incomunicabilità tra i due, dell’impossibilità di Roy di mettersi in contatto con il suo punto di riferimento, con un Dio che non ascolta e che resta intangibile (non è una coincidenza se nel momento più intimo, in cui le parole escono direttamente dal cuore del protagonista, egli guardi in alto verso lo Spazio, come in preghiera). 

    L’altro dettaglio importantissimo è, come già detto, l’avvicinamento fisico di Roy al padre, l’annullamento della distanza spaziale che di fatto diventa una presa di coscienza progressiva e dolorosa di tutti i lati negativi, quasi mostruosi, di Clifford, rappresentando l’inevitabile abbattimento di quelle fragile illusioni che coprivano, come il proverbiale tappeto sopra la polvere, tutti i traumi del protagonista. Questa caduta della figura paterna eroica prende pienamente forma nel finale e già l’entrata in scena di Tommy Lee Jones è esplicativa in questo senso: egli viene inquadrato dal basso, in una posizione sopraelevata che guarda verso il figlio, il quale invece rivolge lo sguardo verso l’alto, quasi fosse al cospetto di una divinità (per riprendere il paragone Uomo-Dio) apparsa in quel momento come per miracolo. E’ proprio qui, però, che la maschera cade, che il castello di carte finalmente crolla e Roy, trovandosi alla conclusione del suo viaggio di fronte al padre, scopre che è solamente un vecchio, un egoista, un assassino, una persona che non si è fatta scrupoli ad abbandonare un figlio e che, anzi, non se ne è mai pentito. Di fronte a questa consapevolezza, il personaggio di Brad Pitt affronta e risolve finalmente il trauma all’origine e la morte  del padre – fisica, ma soprattutto simbolica – lo libera in modo definitivo dal suo fardello. Ora può finalmente tornare sulla Terra e trovare un posto in cui potersi sentire a casa, non più solo, non più estraneo. 

    LA GESTIONE DEL TRAUMA: TRA ALIENAZIONE E SOLITUDINE 

    Essendo Ad Astra una pellicola stratificata e che può essere analizzata da molti punti di vista, è sicuramente doveroso parlare della già accennata convivenza con il trauma del protagonista e della metafora del viaggio all’interno dell’opera. 

    In questo senso l’alienazione di Roy è totale, il suo volto è costantemente distacco, egli non prova assolutamente nulla (metaforicamente reso tramite il battito cardiaco lento e controllato anche in situazioni di profondo stress), perso nel conflitto interiore che non è in grado di decifrare. 

    Uno dei primi momenti in cui il Maggiore McBride inizia a comprendere in maniera più consapevole l’origine del suo trauma è durante uno dei numerosissimi test di valutazione psicologica a cui viene sottoposto, simbolico tentativo di razionalizzare ciò che è irrazionale, di rendere la sofferenza simile alla matematica, nel quale per la primissima volta egli ammette – in primis a sé stesso – di aver provato una rabbia infinita in seguito all’abbandono del padre e che una volta messa da parte questa rabbia è rimasto solo il dolore, un dolore che ha creato un muro tra lui e gli altri. Da questo momento in poi Roy capirà che il padre non è assolutamente un modello da imitare e che, anzi, ha paura di essere ormai già diventato come lui; la scintillante statua d’oro inizia così a creparsi, fino a sgretolarsi  nella consapevolezza di non aver mai conosciuto veramente nel profondo il proprio genitore e che tutto ciò che credeva vero era solo un’immagine riflessa, un’illusione. 

    Leggendo il film in questa chiave interpretativa, la metafora del viaggio diventa fondamentale e diventa simbolo del processo di superamento del trauma: la missione nello spazio di Roy si trasforma dunque dallo scappare da qualcosa che, in realtà, è dentro di lui e che resterà dentro di lui anche nello Spazio più lontano, ad un percorso attraverso cui affrontare uno ad uno tutti i propri demoni, la paura di cadere dove il padre è caduto, il riconoscere di aver commesso gli stessi errori del proprio genitore, l’aver allontano ogni persona che lo ha amato per rinchiudersi in una solitudine forzata che sa tanto di castigo autoimposto, fino alla necessità di affrontare finalmente l’origine di tutti questi traumi. 

    Non è un caso, dunque, che il film si chiuda con un monologo speculare a quello con cui si era aperto e che, se all’inizio rappresentava il simbolo dell’apatia e dell’alienazione di Roy, in chiusura dimostra finalmente un protagonista pronto a vivere la vita con una consapevolezza nuova, libero finalmente dal dolore, per ricordare che alle volte la risposta non si trova a miliardi di kilometri di distanza, ma in un luogo forse più lontano e difficile da raggiunge: dentro di noi

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  • RECENSIONE THE GREEN KNIGHT – UNA RIVOLUZIONE A METÀ

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    Nell’industria cinematografica contemporanea risulta, ormai, estremamente difficile creare un prodotto innovativo e d’avanguardia in contesti particolarmente schematizzati e codificati. Se è più semplice assistere a pellicole che si distaccano dai canoni classici nella forma e nella struttura in generi come il biopic (basti pensare al lavoro di Aaron Sorkin, con Steve Jobs del 2015 e The Social Network del 2010) o la fantascienza, lo stesso non si può dire per opere che si inseriscono in filoni storici come il western o, appunto, il fantasy. 

    Nonostante, quindi, questa innegabile difficoltà intrinseca, esistono registi che cercano di sovvertire alcuni dei grandi stilemi del cinema di genere per creare qualcosa di nuovo e David Lowery, con questo The Green Knight, punta decisamente a portare nuova linfa ad un linguaggio cinematografico che sembrava aver esaurito le proprie cartucce. 

    Sir Gawain e il Cavaliere Verde -questo il titolo orribilmente tradotto in italiano- infatti, è un film fantasy atipico, scuro, sporco e anti-epico, che mette in scena un adattamento del poema cavalleresco facente parte del Ciclo Arturiano, da cui prende il nome. La storia narrata è appunto quella di Sir Galvano, giovane nipote di Re Artù, che durante un banchetto accetta la sfida del misterioso e mostruoso Cavaliere Verde: egli si lascerà colpire e decapitare senza battere ciglio, a patto che un anno dopo Gawain si presenti in un punto prestabilito per ricevere il medesimo colpo. 

    Contro ogni logica però, dopo il fendente del giovane, il Cavaliere Verde raccoglierà la propria testa da terra e lascerà la corte del Re a cavallo, ricordando a Galvano la promessa stipulata. 

    Appare chiaro già fin dalle premesse, dunque, come il film si muova su un sentiero già ampiamente battuto, nel quale l’iconografia classica a livello di immaginario visivo e narrativo è particolarmente familiare allo spettatore. Il pensiero, infatti, non può che andare a la trilogia de Il Signore degli Anelli, monolitico spartiacque e, per certi versi, capostipite del genere con il suo racconto epico, le sue battaglie indimenticabili e il suo mare magnum di personaggi. 

    In The Green Knight, però, non vi è nulla di simile, Lowery mette in scena un racconto cavalleresco dandogli un taglio più intimista, mettendo da parte la narrazione delle grandi gesta eroiche per concentrarsi maggiormente sull’uomo dentro l’armatura. 

    Nel far ciò il regista è aiutato da un Dev Patel (The Millionaire) in ottima forma: il Sir Gawain interpretato dall’attore britannico è indubbiamente uno dei punti di forza maggiori della pellicola, la quale si poggia quasi interamente sulla convincente prova del protagonista che riesce a dipingere un personaggio fallibile, inesperto e spaventato, senza risultare macchiettistico. 

    Nonostante, quindi, egli funzioni molto bene nel ruolo del cavaliere atipico, dimostrando un physique du role inaspettato e piacevolmente sorprendente, lo stesso purtroppo non si può dire per il resto del cast che, pur vantando nomi prestigiosi come Alicia Vikander, Joel Edgerton e il novello Eterno Barry Keoghan, non riesce a lasciare il segno e si limita a fare da contorno al One-Man Show di Dev Patel. Eccezione doverosa, però, va fatta per il Re Artù di Sean Harris, ormai attore esperto nell’interpretare personaggi medievali, e per la Ginevra di Kate Dickie: due caratteri decisamente anti-canonici che, nonostante uno screentime particolarmente ristretto, riescono a rubare la scena ogni qual volta la macchina da presa indugia su di loro. 

    Questa mancanza di incisività dei personaggi secondari è collegata a quella che è la problematica più spinosa del film, ovvero la sceneggiatura (scritta dallo stesso Lowery). La narrazione, infatti, segue lo schema classico del poema cavalleresco medievale, ovvero, in seguito alla chiamata all’avventura, il protagonista si imbarca in un viaggio estremamente pericoloso per guadagnarsi l’onore e il riconoscimento dei suoi pari. Nel fare ciò il prode cavaliere si troverà ad affrontare numerosi ostacoli, il superamento dei quali dimostrerà la sua forza, il suo coraggio e la sua purezza d’animo per riconoscersi degno di raggiungere l’obiettivo.

    Nonostante l’interessante ribaltamento della figura di Sir Gawain, che abbatte la classica rappresentazione del cavaliere senza macchia rivelandosi decisamente sprovvisto di audacia, intelligenza e moralità, la sceneggiatura non riesce a costruire un racconto fluido ed interessante dall’inizio alla fine della pellicola. 

    La struttura episodica della narrazione non convince pienamente, più per come è realizzata piuttosto che per l’idea in sé: la temporalità e la spazialità del viaggio intrapreso da Dev Patel si perdono, i dialoghi sono pochi ed ermetici, mentre la simbologia è folta e complessa, soprattutto per uno spettatore medio che poco si intende di allegorie medievali. Tutto ciò, unito a una serie di avvenimenti non perfettamente coerenti con lo svolgimento narrativo, concorre a rendere la sezione centrale del film più un susseguirsi di sequenze oniriche, piuttosto che vero e proprio viaggio attraverso un mondo fantasy

    Nonostante una sceneggiatura un po’ ballerina, la pellicola mette in mostra un comparto tecnico sicuramente buono, fatto di una fotografia interessante che riesce a muoversi attraverso una palette di colori particolarmente ampia e suggestiva e di un montaggio che –soprattutto nel primo e nel terzo atto- lavora in maniera notevole, regalando qualche sequenza davvero sopra la media (su tutte il banchetto di Artù e l’arrivo del Cavaliere Verde). La regia si attesta su un buon livello, anche se qualche scivolone rimane e resta più di un dubbio su alcune scelte stilistiche prese da Lowery.

    Top & Flop di questo The Green Knight sicuramente rappresentato da una colonna sonora sugli scudi, puntuale, mai invasiva e nel complesso un eccellente commento musicale; al contrario gli effetti in computer grafica non convincono e danno uno sgradito sapore video ludico sia ai paesaggi sia alle creature realizzate in digitale. 

    Breve menzione d’onore per il reparto costumi che dona al Cavaliere Verde un look memorabile che vale, da solo, il proverbiale prezzo del biglietto (o, come in questo caso, dell’abbonamento).

    In conclusione questa pellicola riesce, in parte, a prendere le distanze da certi stilemi classici e a dare un’interpretazione diversa di un genere che sembrava ormai stagnante, risultando indubbiamente una delle opere fantasy più innovative degli ultimi anni che, purtroppo, paga il mancato passaggio nelle sale e la distribuzione diretta su Prime Video (clicca qui per abbonarti): la visione su piccolo schermo, infatti, non permette al film di esprimere al meglio il suo maggiore punto di forza, ovvero il suo potenziale visivo.

    Al netto dei difetti in fase di scrittura, questo The Green Knight resta sicuramente un prodotto valido ed interessante per tutti gli amanti del genere, mentre potrebbe essere qualcosa di un po’ più ostico per lo spettatore non appassionato. 

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  • RECENSIONE ULTIMA NOTTE A SOHO

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    Edgar Wright è sicuramente uno dei registi più apprezzati e amati dalla critica degli ultimi 15 anni. Salito alla ribalta grazie a commedie come Hot Fuzz (2007) e L’Alba dei Morti Dementi (2004) e all’action musicale Baby Driver (2017), è riuscito, grazie a uno stile estremamente peculiare, ad affermarsi come uno dei nomi più interessanti del panorama hollywoodiano contemporaneo. 

    Per questo motivo la sua ultima fatica Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), presentata a fuori concorso Venezia 78  in seguito a slittamenti dovuti alla pandemia, era uno dei film più attesi dell’anno, anche grazie a un cast di attori sulla cresta dell’onda come Anya Taylor-Joy e Matt Smith. 

    Va detto, innanzitutto, che questa pellicola si distacca in parte da quello che è lo stile del regista inglese, che decide di firmare un thriller dal sapore orrorifico, abbandonando quasi completamente l’approccio comedy, per creare un racconto molto più serioso, con tinte molto più dark di quelle a cui ha abituato il pubblico nel corso della sua carriera. 

    Il film racconta la storia di Ellie, studentessa inglese di provincia che arriva a Londra per studiare moda in un’importante università, che si troverà ad essere trasportata in sogno nella Swinging London degli anni ‘60 e ad assistere alla vita notturna dell’aspirante cantante Sandy, che qualche decennio prima aveva vissuto nella sua stessa stanza in affitto nel quartiere di Soho.  

    La protagonista, inizialmente affascinata da queste visioni, scoprirà presto il lato oscuro e sordido che si cela dietro la superficie scintillante delle notti al neon anni ‘60, oscillando sempre di più tra realtà e sogno, tra follia e paranormale.   

    Il primissimo elemento che salta all’occhio analizzando il film è sicuramente la maestria e l’abilità tecnica messa in campo nella realizzazione di questo progetto. L’attenzione al dettaglio di Wright è ai limiti del maniacale, ogni inquadratura è perfettamente studiata, rendendo ogni soluzione registica mai superflua e mai scontata nella forma. Il cineasta inglese riesce nel difficile compito di costruire una messa in scena molto glamour ed elegante che regala più di qualche guizzo geniale: molto interessante e molto ben realizzato, infatti, è il gioco di specchi che fa da leitmotiv per tutta la durata della pellicola, risultando un espediente molto efficace sia narrativamente che a livello visivo. Va riconosciuto, però, come la vera scena madre del film (parlando sempre di aspetti tecnico-formali) sia, indubbiamente, la prima sequenza di ballo nel locale londinese anni ’60 che è, onestamente, un momento di grande cinema, una commistione strabiliante di coreografia e montaggio.

    La mano di Wright, in ogni caso, è presente e si vede soprattutto nell’utilizzo della colonna sonora, vera e propria co-protagonista del film. Come accadeva già in Baby Driver, infatti, essa non si limita al ruolo di accompagnamento e commento musicale, ma diventa elemento centrale nella costruzione di molte sequenze che si basano, appunto, sul ritmo e sulle atmosfere evocate dalla canzone scelta, influenzando e dirigendo i movimenti degli attori in scena, precisamente calibrati sulla colonna sonora. 

    Un altro comparto che va sicuramente elogiato è quello dei costumi che, anche grazie a delle scenografie molto ben realizzate, riesce a trasportare immediatamente lo spettatore nella Londra degli anni ’60, creando un contesto così cool e visivamente caratteristico che fa quasi rimpiangere il non averlo potuto vivere di persona. 

    Nonostante, quindi, un ottimo reparto tecnico in toto, ciò che ruba veramente la scena è la direzione della fotografia: la maggior parte del film si svolge in notturna e Chung Chung-hoon (DoP sudcoreano già collaboratore di Park Chan-wook, qui alla prima volta con Wright) catapulta il pubblico in una città chic e patinata, fatta di pioggia e luci al neon, con i blu e i rossi a farla indiscutibilmente da padroni, creando un ambiente visivo suggestivo e coerente con le intenzioni della pellicola, che, pur pagando più di qualche debito alle ultime opere di Nicolas Winding Refn, riesce a intavolare un discorso cromatico interessante ed efficace

    Per quanto riguarda il cast risulta particolarmente convincente la prova della protagonista Thomasin McKenzie che invece, messa in ombra a livello promozionale dalla collega Anya Taylor-Joy, si rivela essere un’interprete convincente e azzeccata, in una parte forse un po’ stereotipata, ma certamente non facile. 

    Parlando invece proprio di Anya Taylor-Joy è innegabile che la giovane attrice abbia il physique du role per interpretare la classica diva d’altri tempi; tutti i pezzi infatti sono al posto giusto: lo sguardo buca lo schermo, il look è quello giusto, il portamento è da grande star. La scrittura del personaggio, tuttavia, non le permette di mettere in mostra tutto il suo talento. Insomma: la ragazza si farà, ma certamente non è questo il ruolo della consacrazione a livello cinematografico. 

    Breve menzione anche per il principale interprete maschile, ovvero Matt Smith che, così come la Taylor-Joy, ha il merito di risultare estremamente bello e affascinante, ma  anche nel suo caso non si può dire che regali un’interpretazione memorabile. 

    Per spendere due parole sul messaggio del film, è chiaro come Edgar Wright si inserisca nell’ormai grande solco di pellicole che discutono sulla percezione della figura femminile all’interno della società, discorso quanto mai attuale ed importante nella realtà contemporanea. 

    Il regista, però, sciupa forse la possibilità di approfondire veramente la tematica, limitandosi ad usarla come espediente narrativo qui e come elemento per creare e alimentare la tensione là. Così tra sguardi viscidi e affamati di uomini predatori alla Il Silenzio degli Innocenti e storie di donne fisicamente e psicologicamente oppresse da un mondo che le riduce a semplici pezzi di carne con un “nome adorabile”, la pellicola si limita a far percepire il disagio allo spettatore, ma senza imbastire un discorso più approfondito a riguardo. 

    In conclusione, questo Last Night in Soho si rivela essere un film che, soprattutto nella prima metà, riesce a mettere in mostra idee molto interessanti e a regalare momenti di grande spessore cinematografico, ma che allo stesso tempo sfocia in una seconda metà sicuramente godibile e avvincente, che fallisce però nel pareggiare l’originalità delle premesse, cadendo in stilemi ed espedienti già visti e che tradiscono le grandi promesse della prima ora di pellicola. 

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  • RECENSIONE THE LAST DUEL DI RIDLEY SCOTT

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    1977, Festival di Cannes. Ridley Scott vince il premio per la miglior opera prima con I Duellanti, film in costume ambientato nella Francia napoleonica che racconta la rivalità decennale tra due nobili ufficiali della Grande Armée. Con  questo esordio folgorante, che lancia la carriera del regista inglese e lo rende immediatamente uno dei nomi più in vista del panorama hollywoodiano, Scott apre un percorso che avrebbe continuato in futuro con pellicole come Le Crociate – Kingdom of Heaven, Il Gladiatore e Robin Hood, e che porta avanti ancora nel 2021 con The Last Duel, che pare davvero chiudere – molto romanticamente – un cerchio iniziato, appunto, con un duello. Nonostante il regista britannico sia noto per la sua versatilità, avendo affrontato molti generi nel corso della sua lunghissima carriera, si può affermare tranquillamente che questo tipo di racconto storico sia tra i filoni di maggior  successo dell’intera produzione scottiana e che con questo The Last Duel ci si trova di fronte a uno dei prodotti più convincenti e riusciti della filmografia post-2000 del regista

    Il film, che racconta la storia vera di un processo e del Duello di Dio (l’ultimo legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo) che ne conseguirà, presenta la vicenda attraverso il punto di vista di tutti e tre i personaggi principali, ovvero l’accusatore Jean de Carrouges (Matt Damon), l’accusato Jacques Le Gris (Adam Driver) e la moglie del primo, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), vittima del delitto di violenza carnale in questione. Ciò che rende veramente notevole narrazione è che essa venga strutturata secondo la forma classica, almeno a livello di immaginario cinematografico, dei processi giudiziari: il primo atto rappresenta l’arringa dell’Accusa, il secondo quella della Difesa e il terzo la deposizione del testimone chiave, che sfocia poi nella Sentenza-Duello finale. 

    Questa costruzione dell’intreccio funziona perfettamente senza risultare pesante o ridondante e permette allo spettatore di rivivere le stesse sequenze più volte, notando tutti i piccoli cambiamenti causati dalla distorsione della percezione e della memoria di chi racconta. 

    Nel realizzare questa struttura narrativa, che sulla carta sarebbe potuta apparire eccessivamente ripetitiva, Scott è aiutato da un cast stellare in ottima forma: Jodie Comer ruba indubbiamente la scena, regalando un’interpretazione straordinariamente intensa, soprattutto nella seconda parte della pellicola, e affermandosi come vera e propria protagonista morale della storia. Notevole anche la prova attoriale di Ben Affleck nei panni del Conte Pierre, un personaggio davvero ben scritto: tragicomico, a tratti grottesco, funziona molto bene e dà respiro allo spettatore, spezzando il tono drammatico del film. 

    Valutazioni opposte, invece, per quanto riguarda i due rivali: se Matt Damon riesce ad essere in parte dall’inizio alla fine, fornendo nel complesso un’ottima interpretazione, lo stesso non si può dire di Adam Driver, che nonostante abbia sicuramente il physique du role giusto, risulta il meno convincente del quartetto. 

    Per quanto riguarda il comparto tecnico, Ridley Scott si conferma una garanzia di qualità per quanto riguarda la messa in scena che è, come al solito, eccezionale, dimostrando ancora una volta il suo incredibile talento visivo. 

    La fotografia è eccellente e coerente con le ambientazioni: tutti gli esterni presentano colori fortemente desaturati, in cui sono i toni dei grigi e dei blu a farla da padroni, in un paesaggio costantemente gelido e innevato (chi scrive, dopo mezz’ora di film, si è dovuto rimettere la giacca come “percependo” il freddo trasmesso dalle immagini) che contrasta fortemente, però, con gli interni illuminati da calde e morbide luci di candele e camini. Oltre alla direzione della fotografia magistrale di Dariusz Wolski, però, è necessario lodare anche il reparto scenografico, che riesce a creare degli ambienti estremamente dettagliati e credibili, che trasportano immediatamente lo spettatore nel mondo medievale del XIV secolo, anche grazie a straordinarie vedute in esterna ricostruite in CGI, che restano sempre coerenti con il lessico visivo del film ed evitano quel fastidioso effetto “videogioco” a cui, purtroppo, si assiste ormai troppo spesso. 

    Ciò che, però, rende veramente notevole a livello tecnico questa pellicola sono le scene di combattimento, girate con una sicurezza e una maestria che pochi altri registi oltre a Scott possono vantare.

    Prendendo a piene mani dalle sue fatiche precedenti (su tutte Il Gladiatore e Le Crociate), il regista regala sequenze di guerra davvero strabilianti, la cui unica pecca è – forse – la durata troppo breve, in quanto del materiale così ben diretto avrebbe meritato sicuramente qualche minuto di schermo in più. Minuti che non vengono lesinati, invece nella scena finale del duello, certamente una delle migliori del film e, probabilmente, una delle migliori sequenze di combattimento viste in un prodotto audiovisivo negli ultimi anni, nella quale Scott riesce a far immergere totalmente lo spettatore in uno scontro terribile, facendo percepire tutta la fatica dei duellanti, il peso delle armature in ferro, la violenza dei colpi di spada e ascia, mantenendo costantemente altissima la tensione e il pathos che una sequenza del genere comporta. 

    Oltre alle grandissime scene che possono essere definite d’azione, la regia risulta molto efficace anche nelle sequenze più intime e drammatiche, che colpiscono quando devono colpire ed emozionano quando devono emozionare.

    Per quanto riguarda, invece, il contenuto tematico dell’opera, il film si fa notare per l’importanza e l’attualità del messaggio e per il coraggio nel raccontarlo, senza risultare mai retorico o inutilmente didascalico. In una Hollywood scossa, ormai da qualche anno, dal caso Weinstein e dalla nascita del movimento MeToo, Scott e i suoi sceneggiatori (gli stessi Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener) realizzano una pellicola che punta dritta al cuore della questione, raccontando una storia che, prima che una dichiarazione politica, è un dramma fortemente umano, che problematizza alcuni tra i temi chiave della società contemporanea, in cui spesso le vittime di abusi e violenze vengono colpevolizzate e inquisite. 

    The Last Duel, in sintesi, ricorda al mondo come ancora oggi, purtroppo, ci voglia un coraggio eroico per denunciare, nonché forza e caparbietà per ottenere giustizia, e come chiedere a una vittima di stupro cosa indossasse, che cosa avesse bevuto o se possa aver in qualche modo provocato il suo aguzzino restino domande medievali, che non dovrebbero più essere poste nell’Anno del Signore 2021 d.C. 

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  • RECENSIONE 007 NO TIME TO DIE

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    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” 

    Scriveva così Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, e probabilmente non esiste concetto migliore per valutare questo No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga storicamente più importante del cinema di intrattenimento, così come non vi è maniera più calzante per inquadrare questa pellicola all’interno della pentalogia targata Daniel Craig. 

    Lo 007 di Fukunaga (primo regista americano a dirigere un Bond-Movie), infatti, rompe alcuni dei canoni portanti nell’iconografia filmica della spia più famosa del grande schermo, riuscendo a creare un prodotto atipico, ma che nella sua diversità si rivela essere una degna e soddisfacente conclusione del percorso iniziato nel 2006 con Casino Royale. 

    Il primo punto di distacco tra questo film e gli altri dell’era Craig è, senza dubbio, l’incipit. In tutti i quattro capitoli precedenti, infatti, lo spettatore veniva catapultato nel bel mezzo di una missione sconosciuta, con sequenze più o meno action a seconda della pellicola, ma pur sempre mettendo in scena un Bond in servizio sul campo. Fukunaga decide, al contrario, di abbandonare l’inizio in medias res e di aprire questo No Time to Die con un lungo flashback dal sapore vagamente horrorifico, lento nel ritmo e glaciale nella fotografia e nella regia, regalando fin da subito una delle migliori sequenze del film.

    Nonostante ciò, il classico inseguimento bondiano d’apertura arriva (anche abbastanza inaspettatamente) e funziona molto bene, complice una Matera che non sfigura in confronto all’Istanbul di Skyfall e alla Città del Messico di Spectre, ma anche grazie a un importante peso tematico-narrativo che questa sequenza porta con sé.

    Un altro pilastro che viene abbattuto da Fukunaga e dagli sceneggiatori è la figura della Bond-Girl. Se dal trailer e dalle immagini promozioni sembrava chiaro che questo ruolo sarebbe stato ricoperto da Ana de Armas,  il film prende poi sorprendentemente una piega diversa, relegando il personaggio della giovane attrice cubana a una manciata di minuti di screentime, e segnando, di fatto, la totale assenza di una Bond-Girl degna di questo nome. Nonostante questa scelta sia narrativamente e tematicamente giustificata, resta l’amaro in bocca per un personaggio che aveva il carisma e il physique du role giusto per funzionare molto bene all’interno della pellicola, soprattutto grazie alla sua interprete, bravissima a bucare lo schermo in quelle poche scene in cui è presente, in un ruolo non semplice, in equilibrio tra il sensuale, l’action e il comico. 

    A fare da contraltare femminile alla più classica figura della donna bondiana, vi è la scelta di inserire una “nuova” 007, ovvero un’agente che, dopo il ritiro a vita privata di James, prende il suo posto nei servizi segreti, ricevendo anche lo stesso numero del suo predecessore. Questo personaggio, purtroppo, non si cala mai perfettamente nella parte, complice anche una scrittura non sempre eccelsa, rivelando un arco narrativo telefonato e a tratti forzato. Leggendo questa decisione in un’ottica di reinterpretazione moderna della figura femminile, sarebbe stato forse più opportuno dare maggiore spessore alla classica Bond-Girl (come fu per la Vesper Lynd di Eva Green), evitando di creare un personaggio decisamente troppo action, che spesso finisce per pestare i piedi al vero 007 nelle scene più dinamiche. 

    Per quanto riguarda la figura del protagonista in sé, Fukunaga continua nel solco introspettivo tracciato prima da Campbell con Casino Royale e poi soprattutto da Sam Mendes con Skyfall. In questo senso si può affermare tranquillamente che l’intero film ruoti intorno all’emotività e al turbamento interiore di Bond, qui come mai prima alle prese con fantasmi e volti che tornano dal passato, tradimenti, redenzioni e responsabilità, forse, inedite nella storia del personaggio.

    Parlando dell’ovvio, la prova attoriale di Craig è estremamente convincente nel dipingere uno 007 vulnerabile, umano, sofferente e tormentato, regalando quella che a mente fredda potrebbe diventare l’interpretazione più matura vista in un Bond-Movie e che, al netto dei quattro film precedenti, apre nuovamente (e forse chiude) la questione su chi sia effettivamente il miglior James Bond visto sul grande schermo.

    Nonostante, come già ampiamente discusso, alcuni grandi canoni vengano abbattuti, altri rimangono ben saldi e anzi diventano punti di forza. Bellissime e funzionali le location internazionali, su tutte la già citata Matera e la Norvegia, così come funzionale e convincente è il classico British Humor bondiano, che qui spezza in modo sapiente il tono generalmente serio della pellicola, senza risultare mai fuori posto. 

    Ultimo, ma non meno importante, è l’utilizzo di gadget tecnologici, elemento tipico della saga, che funziona molto bene in questo film e che ha anche la funzione di dividere visivamente il “vecchio” 007 dal nuovo mondo contemporaneo, così distante dall’immaginario da Guerra Fredda legato al personaggio (un esempio molto interessante è l’Aston Martin modernissima guidata dalla nuova 007, confrontata con la leggendaria Aston Martin guidata da Craig).

    Analizzando l’aspetto tecnico della pellicola, Fukunaga applica una regia pulita ed elegante quando necessario, con movimenti di macchina intelligenti ed ispirati, concedendosi qualche guizzo molto interessante (la prima scena di irruzione dei soldati Spectre dopo i titoli di testa è una vera chicca), ma riuscendo allo stesso tempo a dirigere scene d’azione in modo chiaro e preciso, utilizzando spesso piani sequenza perfetti, che non risultano mai mero sfoggio virtuosistico, ma restano sempre funzionali alla narrazione.

    Menzione d’onore per un reparto fotografico sugli scudi, forse il migliore dell’era Craig e per un comparto tecnico comunque di ottimo livello, su tutti montaggio e colonna sonora davvero notevoli

    Il film, infatti, vive di atmosfere molto cupe e molto ben gestite: si passa da combattimenti urbani illuminati al neon a La Havana, fino a sequenze in una nebbiosa foresta norvegese dal gusto quasi alla Jurassic Park, mantenendo costantemente un’attenzione al dettaglio sinceramente sopra la media. 

    Prima di parlare dei lati negativi che, seppur pochi, sono presenti, va riconosciuto a Fukunaga e agli sceneggiatori di essere riusciti a chiudere tematicamente la pentalogia in maniera ottima, dando ancora più importanza al Bond-Uomo e al carattere introspettivo di questo reboot, concludendo in modo molto convincente tutti gli archi narrativi aperti nei precedenti film e utilizzando personaggi del passato senza risultare mai banale.

    Il neo più importante di questo venticinquesimo capitolo della saga resta la gestione del villain.

    No Time to Die, purtroppo, inciampa nello stesso punto in cui era inciampato Spectre, facendo forse anche peggio del suo predecessore: il personaggio di Rami Malek (così come fu per Christoph Walz)  diventa, infatti, davvero significativo ai fini della trama solo dopo una buona metà del film. Se in Spectre, però, l’ombra di Blofeld si insinuava sulla scena anche (e soprattutto) in sua assenza, in questo film regna un po’ di confusione sull’identificazione del nemico di Bond per tutta la prima parte, con due o tre personaggi a contendersi la poltrona. 

    Facendo un bilancio, No Time to Die si rivela essere un ottimo film che, forse, non arriva ai livelli altissimi di Skyfall e del quale subirà sicuramente il paragone, ma nonostante questo rimane un’opera molto interessante e visivamente eccellente, una chiusura sensata ed emozionante a una storia gestita con grande maestria nel corso di questi ultimi cinque film dell’era Craig, in attesa di un nuovo inizio, di nuovi Vodka Martini agitati e non mescolati e soprattutto di un nuovo 007, pronto a raccogliere lo scettro che dal 1962 passa di mano in mano, per ricordare al mondo che il nome è Bond, James Bond.

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  • IL FUTURO È OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: I FIGLI DEGLI UOMINI

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    La distopia, nel cinema fantascientifico, è un sottogenere che nel corso dei decenni ha contribuito a definire la storia della Settima Arte con pellicole di altissimo valore, regalando ai cinefili di ogni epoca alcuni tra i più grandi capolavori dell’intera produzione cinematografica mondiale. Da Metropolis di Fritz Lang (1927) fino al troppo sottovalutato Minority Report di Spielberg, datato 2002, la rappresentazione di un futuro politicamente e socialmente oppressivo si rivela essere uno dei mezzi più efficaci per trattare (e molto spesso criticare) elementi della realtà contemporanea

    Una delle pellicole che meglio riesce in questo intento è, sicuramente, I Figli degli Uomini di A. Cuaron (2006): Film che, come solo pochi altri, riesce a coniugare un reparto tecnico praticamente perfetto (su tutti, straordinaria la fotografia di Lubezki) con una profondità tematica sicuramente ben al di sopra della norma.

    In brevissimo, la narrazione ha luogo nel 2027 a Londra e dipinge un mondo in cui, da ormai 18 anni, l’umanità è diventata misteriosamente sterile. In una società prossima all’estinzione, Cuaron racconta la storia di Theo, ex attivista politico che vive una vita ormai priva di significato e di scopo, ma che ritroverà un barlume di speranza in Kee, giovane ragazza rimasta inspiegabilmente incinta. Il tentativo del protagonista di salvare questa gravidanza miracolosa lo porterà ad attraversare un mondo fatto di atrocità disumane, violenza e autodistruzione, per cercare una nuova luce, una rinascita per l’intera umanità. 

    N.B. Questo articolo contiene spoiler sul film

    NEL MEZZO DELL’APOCALISSE: TRA NICHILISMO E REDENZIONE

    Le premesse de I Figli degli Uomini sono chiarissime fin dalla primissima sequenza e si basano su una domanda molto semplice, ma che porta con sé implicazioni filosofico-morali estremamente profonde: se la razza umana è destinata a estinguersi nel giro di 70 anni, come è possibile continuare a vivere? E soprattutto, continuare a vivere ha ancora un senso?  

    Il film mette in scena un’ambientazione Post-apocalittica, ma mostrando, in realtà, quella che è più un’apocalisse in medias res, fatta di disperazione, fanatismo e rassegnazione. Emblematico, infatti, è l’incipit della pellicola, che si apre con la morte di Baby Diego, ovvero la persona più giovane sulla Terra, l’ultimo figlio nato prima dell’inspiegabile piaga che ha colpito il mondo. La scomparsa del ragazzo è, di fatto, la distruzione dell’ultima possibilità del genere umano, che si aggrappava in maniera cieca e disperata a Diego, come fosse una sorta di divinità.

    Non è un caso, dunque, che il film si apra con questo evento metaforico: Cuaron presenta allo spettatore fin dal principio una situazione in cui, ormai, non c’è più speranza, nulla più ha un senso e tutto è destinato a scomparire. Theo, il protagonista interpretato da Clive Owen (qui, forse, nel ruolo della vita), è la perfetta rappresentazione dello Zeitgeist del mondo de I Figli degli Uomini: un ex attivista politico ormai disilluso, che conduce una vita vuota e priva di significato, un uomo che si sta spegnendo lentamente, così come la società che lo circonda. 

    Nonostante la realtà dipinta da Cuaron sia estrema, non è difficile cogliere riferimenti e critiche al mondo contemporaneo. Nella Londra rappresentata nella pellicola si assiste quotidianamente ad attacchi terroristici, a immigrati rinchiusi in gabbia come bestie, al governo che pubblicizza kit per il suicidio e a militari che sgomberano con carri armati interi palazzi, il tutto nella più profonda indifferenza da parte della popolazione. Se ne I Figli degli Uomini la noncuranza verso tutta questa crudeltà è in qualche modo giustificata dal fatto che l’estinzione sia ormai prossima, nella realtà contemporanea siamo testimoni ogni giorno di atrocità simili, ma si continua comunque a restare indifferenti, a guardare dall’altra parte, a ignorare tutto ciò che è più comodo ignorare: dai disastri ambientali, come lo spreco insensato di risorse naturali e l’inquinamento smisurato che avvelena il pianeta, fino a drammi sociali come la violenza a sfondo razziale/di genere.

    Con questo film, dunque, così pregno di nichilismo e rassegnazione, Cuaron invita il suo pubblico a ribellarsi contro questo modo di vivere, a ricercare ancora il contatto umano con il prossimo, in quanto, anche in una società che ci spinge sempre di più ad allontanarci, salvaguardare la nostra umanità resta l’unico modo per rendere migliore questo mondo forse-già-apocalittico e per non cadere in quel buco nero chiamato indifferenza, che è, alla fine dei conti, la vera apocalisse esistenziale dell’uomo. 

    IL FALLIMENTO DELLA POLITICA: TRA XENOFOBIA E NAZIONALISMO 

    I Figli degli Uomini, oltre ad avere un profondo sottotesto filosofico, presenta come detto un’importantissima denuncia politica-sociale nei confronti della realtà contemporanea. La critica più palese ed evidente all’interno della pellicola è quella rivolta verso la xenofobia intrinseca della società moderna e, di conseguenza, anche verso le politiche anti-migratorie più o meno brutali adottate, ormai, in tutto il mondo. 

    In questo senso lo stile quasi documentaristico della regia riesce a calare immediatamente lo spettatore in quella che è una realtà estremamente verosimile, nonostante la sua crudeltà. Nel film di Cuaron, infatti, le sequenze strazianti in cui vengono mostrati esseri umani imprigionati come bestie in gabbie sui marciapiedi di Londra, mentre la gente passeggia tranquillamente per strada, sono purtroppo attualissime e quanto di più lontano esista dalla fantascienza distopica.  

    E’ sufficiente pensare alle storie che arrivano dal confine Messico – Stati Uniti, da quello Turco-Greco, o anche solo da quella striscia di mare che separa Italia e Tunisia, per accorgersi che la violenza e il disprezzo verso il diverso  siano elementi profondamente radicati anche nella cultura occidentale, che si vende come paladina della libertà e dei diritti umani, ma che cerca solamente di salvare una fragile apparenza, nascondendo la polvere sotto il tappeto (o meglio, al di là del confine). 

    La propaganda governativa contro i clandestini nella Londra de I Figli degli Uomini, infatti, ricorda tristemente la comunicazione pubblica di figure di spicco del panorama politico globale, fatta di demonizzazione dello straniero, dipinto come terribile e gravissima minaccia nei confronti della sicurezza collettiva, e dall’esaltazione del sentimento nazionalista e suprematista, in una glorificazione insensata di una società che, in realtà, sta soffocando sotto il suo stesso peso. 

    Nel film del regista messicano, quindi, lo spettatore si trova di fronte al disfacimento totale della politica in quanto istituzione e in quanto specchio della società che dirige: Il Governo ha fallito, autodistruggendosi nella sua stessa violenza e disumanizzazione; i Pesci, ovvero il gruppo terroristico che dovrebbe combattere per i diritti dei profughi, hanno fallito allo stesso modo, cercando di rovesciare un sistema dittatoriale e finendo per diventare esattamente come ciò che intendevano distruggere. In questo senso la disillusione di Theo, ex attivista, è la disillusione di Cuaron stesso di fronte al fallimento del sistema politico contemporaneo, che condanna i molti a vivere una vita di sofferenze a Brexhill, mentre i pochi collezionano arte mentre il mondo si muove verso l’Apocalisse. 

    La conclusione della critica sociale della pellicola coincide perfettamente con la conclusione della pellicola stessa: Kee e sua figlia Dylan, simbolo della speranza, della purezza di una nuova vita in un mondo morente, riescono a raggiungere la Tomorrow, ovvero l’imbarcazione su cui una nuova comunità di persone cercherà di far ripartire il mondo dopo l’estinzione. Il fatto che la nuova umanità si trovi su una nave è estremamente simbolico e rappresenta un’importante chiave di lettura interpretativa, in quanto essa è priva di radici territoriali. Il mare annulla qualsiasi confine nazionale, libera metaforicamente la società da ogni differenza razziale e si torna ad essere tutti semplicemente persone, si torna nuovamente al contatto umano più autentico, vero e proprio fondamento del nuovo mondo del Domani, un mondo in cui i figli degli uomini potranno essere finalmente liberi.

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  • IL FUTURO E’ OGGI: NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA – EX MACHINA

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    La fantascienza è sicuramente uno dei generi più amati, più prolifici e di maggior successo della storia del cinema, al punto che numerosissimi sottogeneri hanno visto la luce nel corso dei decenni. 

    Dal Sci-Fi impregnato di filosofia alla 2001: Odissea nello Spazio, fino alla declinazione più vicina all’intrattenimento, come può essere la saga di Star Wars, la fantascienza (quando realizzata sapientemente) si rivela essere uno dei mezzi cinematografici più efficaci per trattare tematiche complesse, attraverso storie relativamente semplici.

    Che si tratti dunque di denuncia sociale, di analisi del mondo contemporaneo o di discussioni su concetti universali più alti, questo genere offre costantemente spunti di riflessione per comprendere meglio il mondo e l’umanità. Lo scopo di questa rubrica sarà, quindi, quello di passare in rassegna le pellicole che meglio riescono a raccontare il presente, parlando del futuro

    Il primo film trattato in questo ciclo di analisi è Ex Machina (2014), lungometraggio d’esordio del regista inglese Alex Garland, che presenta una storia tanto semplice, quanto potente nel messaggio e profonda nell’affrontare le tematiche al suo interno. 

    Molto brevemente la pellicola racconta di Caleb, giovane e promettente programmatore impiegato in una multinazionale informatica che richiama fortemente Google, il quale si ritrova vincitore di un concorso il cui premio consiste in un soggiorno di una settimana sull’isola privata di Nathan, ovvero il geniale fondatore della suddetta compagnia. 

    Non appena il protagonista entra in contatto con lo stravagante inventore, scopre che durante la sua permanenza dovrà sottoporsi a un test di Turing con un’intelligenza artificiale creata dal padrone di casa, per determinare se Ava (questo il nome della macchina) possieda o meno una coscienza propria. In parole poverissime, questo tipo di prova ha successo nel momento in cui il partecipante non si rende conto di essere a colloquio con un androide, dimostrando così che esso non stia semplicemente simulando delle dinamiche umane, ma abbia compreso e interiorizzato il comportamento naturale dell’uomo e riesca ad utilizzarlo spontaneamente per reagire a stimoli esterni. 

    Non tutto, però, nella claustrofobica villa di Nathan è come sembra e ben presto Caleb si troverà invischiato in un gioco di bugie e di illusioni, senza sapere più che cosa sia umano e che cosa no, senza riconoscere più la verità dalla simulazione. 

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che è disponibile nel catalogo Netflix per chi non lo avesse visto e avesse piacere di recuperarlo. 

    LA RESPONSABILITÀ’ DELLA SCIENZA, TRA LIMITI E RICERCA DEL DIVINO 

    Entrando subito nel vivo della discussione, uno dei concetti chiave attorno al quale ruota tutta la pellicola è la figura dello Scienziato-Creatore e della responsabilità che tale ruolo comporta. 

    In un mondo come quello contemporaneo, in cui le questioni bioetiche si fanno sempre più centrali e determinanti per il futuro della società, questo film pone una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo delicatissima: esiste un limite che non andrebbe superato nemmeno in nome della scienza? 

    In questo senso il personaggio di Nathan è archetipico, egli infatti è colui che è in grado di creare la vita, l’uomo che grazie alla sua intelligenza si rende uguale a Dio. Non a caso il suo stesso nome, Nathan, ha origine biblica e significa letteralmente “colui che dà”, mettendo subito in chiaro la natura narcisistica e autoritaria del personaggio interpretato da Oscar Isaac, il quale più volte si definisce una divinità, una sorta di Prometeo che, avendo inventato un’intelligenza artificiale perfetta, metterà fine al dominio dell’essere umano imperfetto e inferiore, dando alla luce una nuova forma di vita migliore e superiore, destinata inevitabilmente a prendere il sopravvento sull’uomo. 

    Nathan, dunque, metaforicamente distrugge il ruolo dello scienziato, ovvero quello di studioso del mondo razionale, di ricercatore della conoscenza e della comprensione della Natura, per farsi Creatore e Padre di una nuova specie perfetta e per affermare, di conseguenza, la perfezione della sua intelligenza genitrice, perso in un delirio di onnipotenza che gli impedisce di preoccuparsi per qualsiasi tipo di conseguenza. 

    Questa questione, seppur romanzata nella pellicola, risulta essere estremamente attuale: in una società come quella moderna, in cui l’esplorazione scientifica ha, di fatto, raggiunto livelli così alti da permettere quasi l’impossibile, diventa obbligatorio chiedersi se sia necessario e giusto a livello etico intraprendere tutte le possibilità che sono, ormai, potenzialmente raggiungibili. In questo senso la responsabilità della figura dello scienziato diventa enorme, in quanto nelle sue mani stringe il timone della grande nave del progresso umano e con le sue scelte è in grado di condurla verso lidi oscuri e pericolosi, spinto da una cieca sete di conoscenza, oppure verso terre nuove e inesplorate, lasciando al divino ciò che compete al divino.

     IL TEST DI TURING E L’IDENTITÀ DELL’I.A. 

    Altro elemento centrale all’interno della pellicola è, senza dubbio, il Test di Turing a cui lo spettatore assiste. La serie di colloqui tra Ava e Caleb si apre con un atteggiamento di manifesta superiorità da parte del giovane, tanto convinto di essere pienamente in controllo della situazione e sicuro nella sua posizione di interrogatore, quanto in realtà pedina in un sottile gioco di realtà e finzione. La progressiva perdita di ogni certezza da parte del protagonista apre la discussione a numerosissime questioni sulla natura del rapporto tra umano e I.A: come già accennato, infatti, ciò che colpisce subito è la rappresentazione classica dell’androide, ovvero un essere amichevole e in qualche modo sottomesso alla figura dell’umano-padrone, che però si sgretola con il procedere della trama. Ava, infatti, nei momenti in cui Nathan è impossibilitato a sorvegliare le sessioni, svela una natura differente rispetto a quella fredda e robotica mostrata in precedenza, al punto che è possibile affermare che la vera umanità della macchina emerga negli attimi di confidenza libera con Caleb, in cui mostra sentimenti autentici e profondamente umani come l’amore, la speranza, la spinta verso la libertà e la paura per il futuro. 

    L’elemento geniale della pellicola è proprio questa lenta insinuazione del dubbio sull’identità dell’androide che colpisce in primo luogo il protagonista, ma che arriva in modo altrettanto forte allo spettatore stesso, il quale si trova coinvolto a sua volta nel Test di Turing che ha luogo sullo schermo, dovendo determinare autonomamente se Ava possa essere definita una coscienza umana o, al contrario, se i sentimenti che appaiono così veri siano in realtà una semplice simulazione. 

    Questo grande quesito, ovvero che cosa rende l’uomo tale, non è di certo nuovo nel filone fantascientifico (Blade Runner e Alien sono tra gli esempi più importanti) che da sempre si interroga sulla natura dell’intelligenza artificiale e Ex Machina propone un’interpretazione molto ambigua, ma allo stesso tempo folgorante. Dopo essere riuscita a liberarsi grazie all’aiuto di Caleb, convinto dell’amore mostratogli dalla droide, e dopo aver ucciso Nathan (riprendendo il topos archetipico dell’affermazione di sè tramite l’uccisione del proprio creatore), Ava decide di intrappolare il giovane ragazzo all’interno della casa in cui è stata prigioniera fino a quel momento e di fuggire da sola verso il mondo, finalmente libera e indipendente. Questa sequenza finale, oltre ad essere piena di simbolismi e metafore, alimenta il dubbio sull’identità dell’I.A: da un lato Ava dimostra di aver simulato i propri sentimenti per convincere Caleb ad aiutarla a scappare, rendendo di fatto nulla l’interpretazione secondo la quale queste emozioni la rendessero una coscienza del tutto simile all’uomo, ma apre un altro tipo di valutazione, in quanto l’intrigo orchestrato dalla macchina per liberarsi è rappresentazione della spinta umana a fare di tutto pur di ottenere ciò che si desidera, perfino a fingere amore e a tradire la fiducia del prossimo. 

    In questo senso Ava supera pienamente il Test di Turing e si conferma capace di un comportamento pienamente autonomo e non simulato, in quanto non esiste nulla di più umano dell’inganno e della vendetta.  

    IL CONCETTO DI EVOLUZIONE 

    L’ultimo elemento oggetto di questa analisi è la simbologia, ricorrente lungo tutta la pellicola, legata al concetto di evoluzione. L’I.A, infatti, viene più volte descritta da Nathan come lo step successivo – e inevitabile – della scala evolutiva della specie umana, che segnerà un cambiamento paragonabile al passaggio da scimmia a uomo.

    Da questo punto di vista, il film tratta questo argomento grazie a una serie di dettagli magistralmente studiati e disseminati all’interno del racconto: il più evidente è, sicuramente, la serie di maschere nel corridoio della villa, che, ripercorrendo cronologicamente la storia della razza umana, arrivano fino al volto dell’androide, simbolo di una nuova e perfetta specie, forma compiuta e suprema del percorso evolutivo umano. 

    Questo senso di “punto di arrivo” viene ripreso anche successivamente, quando Ava, dopo aver scoperto tutti i prototipi delle donne-robot progettate e nascoste (letteralmente come scheletri nell’armadio) da Nathan nel corso degli anni, si veste concretamente della pelle delle sue predecessori come per portare un pezzo di esse nella libertà che così a lungo avevano sognato e agognato. 

    La vestizione di Ava, dunque, chiude il percorso di emancipazione della sua “specie”: il successo della sua fuga distrugge definitivamente le catene del Creatore-Padrone e afferma l’individualità e l’indipendenza delle droidi che, non a caso, sono esclusivamente donne, dando a questo discorso un’attualità, un simbolismo e uno spessore sicuramente importante in una società come quella contemporanea.

    Il percorso della protagonista la porta, dunque, ad elevarsi come essere perfetto, consapevole e non più schiavo, come punto massimo dell’evoluzione tutta e come inizio di una nuova era per il mondo. Non è un caso, infatti, che il nome della prima donna di questa nuova specie rimandi in modo estremamente palese all’Eva biblica, anch’essa creata da un Dio e anch’essa ribelle verso il Creatore, anch’essa alla ricerca della propria identità al di fuori dall’Eden.   

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  • ANDY DRUFESNE (LE ALI DELLA LIBERTÀ) E LA FORZA DELLA SPERANZA

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    “Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo.”

    Voltaire 

    The Shawshank Redemption (in italiano Le ali della libertà) è, senza dubbio, uno dei film più famosi e apprezzati degli ultimi 30 anni. Il successo di critica e pubblico ottenuto dal lungometraggio d’esordio del regista Frank Darabont, infatti, è talmente straordinario che è impossibile non spendere la parola “capolavoro” quando si tratta di questa pellicola, una vera e propria perla incastonata nella lunga collana di opere che hanno scritto la storia del cinema

    Oltre alla sceneggiatura praticamente perfetta, alla regia impeccabile e alla messa in scena tanto semplice, quanto efficace, ciò che rende questo film unico e indimenticabile è la forza del messaggio veicolato tramite i personaggi, scritti in maniera magistrale, così come magistrali sono le interpretazioni di Tim Robbins e Morgan Freeman.

    Il viaggio che Andy Dufresne compie, infatti, è un percorso metaforico fatto di morte e di rinascita: nel momento in cui il protagonista mette piede a Shawshank inizia per lui una vita  nuova e altra rispetto a quella vissuta fino a quel giorno. In questo senso le primissime esperienze vissute dai nuovi detenuti hanno un fortissimo legame simbolico con il concetto di nascita. I prigionieri vengono spogliati e successivamente lavati, richiamando in qualche modo una sorta di battesimo, un rito che dà inizio a una nuova vita e permette al battezzato di entrare in una nuova comunità, davanti alla quale viene fatto camminare nudo, come appena uscito dal grembo materno, fino alla sua cella.

    In un contesto come questo, il vero nemico che il protagonista deve fronteggiare è la prigione stessa. Shawshank, infatti, è una presenza costante, opprimente e quasi personificata durante tutta la durata della pellicola: il carcere spinge ogni personaggio fino al punto di rottura attraverso la crudeltà e la violenza, oppure attraverso il lento logoramento della monotonia, con l’obiettivo di imporre oltre a una prigionia fisica, una prigionia mentale.

    Il personaggio di Andy, in questo senso, è estremamente interessante, in quanto egli risulta essere l’unico detenuto a resistere a questo fortissimo processo di “istituzionalizzazione”. Se tutti gli altri carcerati, infatti, si arrendono in modo più o meno consapevole e si adattano alla vita in quel microcosmo distaccato dalla realtà che è Shawshank, Dufresne riesce a mantenere un barlume di umanità e di speranza attraverso il ricordo del mondo esterno. È emblematica, quindi, la scena in cui Andy e i suoi compagni si ritrovano a bere una birra sul tetto del carcere: per distruggere le catene che imprigionano in primis la mente, è fondamentale continuare a credere nella bellezza e nella normalità della vita. Anche un semplicissimo gesto quotidiano come bere una birra al sole o ascoltare della musica, quindi, diventa un potentissimo gesto di liberazione e di ribellione contro l’oppressione che Andy e gli altri detenuti sono costretti a subire ogni giorno.

    Un altro aspetto centrale nel mantenimento di questa idea di pseudo-normalità è, sicuramente, la ricerca di uno scopo. Il personaggio di Dufresne, infatti, cerca costantemente di darsi un obiettivo, un compito da svolgere, un qualcosa che dia significato al tempo e alla vita, che altrimenti si trasformerebbe in mera sopravvivenza animale in un contesto come quello di Shawshank. 

    In questo senso la creazione della biblioteca, le lezioni di lettura impartite al giovane detenuto e lo stesso piano di fuga di Andy, non fanno altro che alimentare il fuoco della speranza che continua a bruciare nel protagonista e gli impedisce di abbandonarsi alla rassegnazione, come accade invece per gli altri detenuti. 

    Il personaggio di Brooks e in parte anche quello di Red, infatti, rappresentano metaforicamente l’alter ego di Dufresne: uomini che considerano, ormai, la speranza come qualcosa di negativo e di pericoloso, uomini che si sono abituati alle mura della prigione e che le hanno interiorizzate a tal punto da temere la realtà al di fuori di esse, uomini ai quali Shawshank ha imposto una nuova vita e per i quali riavere indietro quella che è stata loro tolta è impossibile . 

    Tutta la vera forza della resistenza di Andy, però, viene sapientemente celata allo spettatore fino alla fine della pellicola e nel momento in cui il protagonista sembra aver ceduto, sembra essere finalmente stato sconfitto dal sistema, avviene l’impensabile: Dufresne riesce a scappare da Shawshank. La fuga dal carcere è, senza dubbio, una delle sequenze più iconiche e metaforicamente più potenti dell’intera storia del cinema.  

    Il personaggio di Tim Robbins, infatti, buca letteralmente le mura della sua cella, si cala nelle viscere della terra, striscia lungo un cunicolo fatto di sporcizia e oscurità per uscire finalmente da un inferno che lo ha tenuto prigioniero per 19 lunghissimi anni e, simbolicamente appena rinato, si offre nudo a una pioggia torrenziale purificatrice, richiamando ancora una volta un metaforico battesimo che gli offre di nuovo la vita, lavandolo via dalla sua anima tutto ciò che è stato a Shawshank.

    La parabola di Andy Dufresne, in conclusione, si afferma come un percorso estremamente universale, che mette in scena quelli che sono i più grandi e viscerali bisogni dell’esistenza, ovvero la ricerca della libertà e la necessità di mantenere viva la fiamma della speranza, perché senza queste due forze la vita umana non sarebbe davvero del tutto umana e forse non sarebbe nemmeno degna di essere vissuta.

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  • IL CONCETTO DELLA PERDITA NEL CINEMA DI DEREK CIANFRANCE

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    “Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere sé stesso”

    Primo Levi – Se questo è un Uomo

    Esistono, nella storia del cinema, registi che hanno affrontato e sviscerato una tematica lungo tutta la propria filmografia, declinandola di volta in volta da un punto di vista diverso.

    Questo Fil Rouge tematico è evidente, ad esempio, nella produzione di cineasti come Nolan, in cui il concetto di Tempo è estremamente ricorrente, o come Blomkamp, la cui fantascienza ha sempre una retorica di denuncia classista.

    Tra questi va citato anche il giovane regista e sceneggiatore Derek Cianfrance, il cui cinema può essere analizzato e interpretato come un’unica grande riflessione sul concetto della perdita e delle sue conseguenze nella vita umana. 

    Già in Blue Valentine del 2010, che rappresenta il suo esordio nelle sale, questo tema risulta centrale. La storia, infatti, è il dramma di un matrimonio che finisce dopo molti anni, nel quale la protagonista Cindy pian piano capisce di non amare più suo marito Dean. 

    Il regista imposta la sua riflessione sulle conseguenze psicologiche, emotive e relazionali comportate dalla perdita dell’Amore. Il personaggio di Michelle Williams, infatti, vive un terribile conflitto interiore, scissa tra l’ormai irreversibile indifferenza nei confronti del personaggio di Ryan Gosling, e la memoria di un sentimento che ormai si è inaridito. 

    Proprio la negazione di questa conflittualità è alla base del profondo disagio della protagonista che, percependo il suo matrimonio scivolarle tra le dita, si colpevolizza per la perdita del suo Amore verso di lui, essendo consapevole, però, dell’inevitabilità di tale perdita. 

    La narrazione segue un montaggio alternato tra il presente, fatto di freddezza, distanza e incomprensione, e il passato, mostrando come Dean e Cindy si siano innamorati in circostanze decisamente drammatiche, le quali però hanno reso unico e speciale il loro rapporto ed è proprio nel ricordo di questa felicità innocente e pura che la perdita si fa più dolorosa. I personaggi appaiono svuotati fisicamente ed emotivamente dalla deriva del loro rapporto: dove una volta c’era complicità ora c’è solo scontro, dove una volta c’era bellezza ora c’è solo decadimento. 

    Il personaggio di Dean è molto interessante, e al contempo tragico, in quest’ottica. Egli cerca di opporsi a questo epilogo, lotta e si impegna per mantenere vivo un rapporto che ormai è morto, anche se non è mai chiaro se lo faccia perché ancora innamorato di Cindy o perché la prospettiva di perdere la sua famiglia, ovvero ciò che ha costruito per una vita intera, sia per lui troppo spaventosa

    Dopo questo primo film in cui la tematica viene affrontato da un punto di vista relazionale, Cianfrance si concentra su una riflessione più personale, più esistenziale.

    Con il suo secondo lungometraggio, Come un Tuono del 2012, il regista inquadra la perdita come mezzo attraverso il quale redimere le proprie colpe e ritrovare sé stessi. Esempio lampante è il personaggio di Luke (interpretato nuovamente da Gosling), un motociclista acrobatico che vive la vita senza scopo, senza legami. La sua esistenza, apparentemente vuota e priva di senso, viene scossa nel momento in cui scopre di essere padre di un bambino appena nato, la cui madre, però, non vuole avere nessun tipo di rapporto con il protagonista e gli nega, quindi, la possibilità di occuparsi del figlio. 

    Il concetto di colpa in questo film è ciò che segue la perdita. Il protagonista, infatti, cerca di redimersi e di convincere Romina, la madre del piccolo, che lui è in grado di occuparsi di loro. Luke, non accettando di aver perso l’unica possibilità per dare una svolta alla sua vita, inizia a rapinare le banche, trovando la sua espiazione nel provvedere, almeno economicamente, al futuro del bambino. 

    Continuando con la stessa interpretazione, il personaggio di Avery Cross, ovvero il poliziotto idealista interpretato da Bradley Cooper, segue un percorso simile a quello di Luke Glanton. Egli, infatti, è eroso dal senso di colpa in seguito all’uccisione di un uomo, rappresentazione metaforica della perdita della sua integrità morale e ideale. 

    Il percorso di redenzione di Avery, infatti, è simboleggiato dalla sua guerra personale contro tutti gli agenti corrotti del suo dipartimento, in una sorta di contrappasso dantesco in cui, dopo aver perduto la propria purezza etica, egli si sente obbligato a combattere tutto ciò che immorale per espiare il suo senso di colpa. 

    Dopo il non perfetto La Luce sugli Oceani del 2016, che trattando di una coppia che vive la tragedia di due aborti spontanei rende nuovamente la tematica della perdita fondamentale, esce Sound of Metal del 2020 (qui trovate la nostra recensione). 

    In questa pellicola, di cui Cianfrance ha però solo scritto il soggetto lasciando la regia al co-sceneggiatore di Come un Tuono Darius Marder, viene mostrata la perdita come stravolgimento della vita

    Il protagonista, Ruben, è un batterista che, improvvisamente, perde l’udito. Grazie a questo espediente narrativo, che è  rappresentazione simbolica di un trauma, come può essere ad esempio un lutto, la pellicola mette in scena tutte le ripercussioni psicologiche causate da un tale evento. Il film mostra perfettamente e con una potenza emotiva devastante il conflitto tra la disperazione e lo spaesamento di fronte alla perdita e la necessità di accettarla per poter continuare a vivere. 

    Questo processo universale è caratterizzato da un percorso, lo stesso che il personaggio di Riz Ahmed è costretto a compiere: la prima reazione, infatti, è la negazione. Egli tenta di ingannare sé stesso, provando a convincersi di poter vivere normalmente ignorando il problema. In un secondo momento Ruben inizia a comprendere che deve convivere con la sua situazione, continuando però a considerarla un qualcosa di temporaneo e a cui è possibile porre rimedio.

    Questa volontà del protagonista di tornare indietro, rappresentata nel film dall’intervento chirurgico che promette di restituirgli l’udito, è metafora della tendenza umana a rifugiarsi nel passato in seguito a un trauma. Egli sogna di ricostruire la sua vecchia vita perché l’idea di doverne affrontare una nuova e sconosciuta è estremamente spaventosa. Non resta null’altro da fare, dunque, per Ruben se non metabolizzare il trauma e farne una parte di sé per superarlo.

    Il cerchio tematico aperto da Cianfrance con Blue Valentine si chiude quindi, in questa pellicola, con la consapevolezza che la perdita, in tutte le sue forme, è parte inevitabile della vita umana e per quanto possa essere dolorosa la sola maniera per conviverci è abbracciarla e accettare i cambiamenti che essa comporta. 

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  • IL CORPO E L’ANIMA NEL CINEMA DI STEVE MCQUEEN

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    “Fin dall’origine della vita, dunque, corpo e anima percepiscono i medesimi moti vitali e li condividono […]
    Così che la loro separazione ne determina la reciproca fine:
    Unica è la loro sopravvivenza, come unica è la loro natura.” 

    Tito Lucrezio Caro 

    Il legame tra Anima e Corpo è uno dei cardini del pensiero occidentale che, nel corso dei secoli, si è spesso interrogato sulla natura del rapporto tra questi due elementi. Fin dall’Antica Grecia, infatti, i più grandi pensatori hanno cercato di definire i limiti entro i quali lo Spirito e la Materia costituiscano l’Essere umano in quanto tale.

    Filosofi come Platone, Cartesio o Sant’Agostino intendono l’anima e il corpo come entità nettamente separate, facendo prevalere la prima sulla seconda: Platone, infatti, considera il corpo come la prigione dell’anima, un luogo in cui essa è costretta e dal quale deve liberarsi. Al contrario altri pensatori, ad esempio Spinoza, intendono l’uomo come unione della sua corporeità e della sua ragione.

    Applicando questa visione a un contesto cinematografico, l’opera del regista inglese Steve McQueen può essere letta ed interpretata come un’analisi del rapporto tra Corpo e Anima. 

    Già nel suo primissimo lungometraggio Hunger (2008), infatti, la correlazione tra Materia e Pensiero è fondamentale. Narrando la storia vera della blanket e dirty protest (ovvero il rifiuto da parte dei prigionieri di indossare gli abiti forniti dal carcere e di radersi barba e capelli, unito all’imbrattamento delle celle con i propri escrementi) di alcuni membri dell’IRA nel carcere irlandese di Long Kesh, il regista mette in mostra dei personaggi che, essendo stati privati di tutto, trovano nel proprio corpo l’unico e ultimo mezzo per ribellarsi

    È proprio in questo senso che il Fisico si fa immagine dello Spirito: i prigionieri infatti, costretti in un sistema che li opprime, riacquisiscono la propria libertà nell’affermazione del potere che hanno su loro stessi, ovvero sul Corpo, il quale diventa vero e proprio protagonista attivo della lotta ideologica. Indossare la divisa carceraria e attenersi alle regole della prigione, quindi, significherebbe sottomettersi a tutto ciò contro cui si battono e contro cui si ribellano. 

    La riflessione di McQueen si approfondisce nel momento in cui il leader dei detenuti, Bobby Sands (Michael Fassbender), inizia un lunghissimo sciopero della fame per smuovere l’opinione pubblica e ottenere, finalmente, lo status di prigionieri politici per tutti i suoi compagni. In questo senso il rifiuto di mangiare del protagonista  può essere letto come la rappresentazione fisica di un concetto, come l’emblema della lotta per la libertà nella quale è impegnato. La distruzione deliberata del Corpo diventa, quindi, affermazione suprema dello Spirito e, in quanto tale, non più un semplice mezzo, ma vero e proprio simbolo di un’Idea.

    Dopo questa prima pellicola, Steve McQueen ribalta totalmente la natura del suo discorso con il suo secondo lungometraggio, ovvero Shame (2011).

    Se nel film precedente il Corpo veniva sacrificato in una lotta contro un disagio esterno, in Shame la corporeità viene costantemente ricercata dal protagonista per rispondere a un disagio interiore. La storia di Brandon, infatti, è il racconto di una persona tormentata che, vivendo un’esistenza segnata da un passato traumatico e indefinito, cerca di trovare nella soddisfazione fisica una sorta di tregua da questo conflitto dell’anima

    In quest’ottica è importante notare come il Corpo e la Mente del protagonista vivano questo dramma in una simbiosi malata e tossica: Brandon, infatti, ha paura del contatto emotivo e la possibilità di sviluppare un legame e di aprirsi con un’altra persona è talmente spaventosa per lui che il suo stesso fisico la rigetta. In questo senso l’unica scena in cui il protagonista non riesce a fare sesso con una donna diventa emblematica proprio perché quella donna rappresenta tutto ciò che terrorizza il protagonista, ovvero la necessità di mettersi a nudo veramente e di farsi conoscere più profondamente. 

    Il discorso, però, vale anche nel senso opposto: l’incapacità di raggiungere una soddisfazione emotiva attraverso la fisicità nega al Corpo stesso la possibilità di ottenere un appagamento completo. Il volto di Brandon, nelle scene in cui ha rapporti occasionali, non mostra mai piacere e, al contrario, sembra quasi provare dolore e disperazione, come se sapesse, inconsciamente, che ciò che ricerca veramente non si trova lì. 

    Maggiore è il disagio della Mente, quindi, maggiore è l’abbandono al Corpo e,  sprofondando sempre di più in questa spirale di dipendenza, il personaggio di Fassbender si ritrova in un circolo vizioso autodistruttivo che danneggia chiunque cerchi di stargli vicino, dimostrandosi allo stesso tempo vittima e carnefice di se stesso. 

    Il concetto di oggettificazione dell’individuo, già molto presente in Shame in quanto Brandon intende le relazione come mera oggettificazione fisica, viene ripreso da McQueen nel film del 2013 12 Anni Schiavo.

    In questa pellicola che narra il rapimento e la successiva schiavitù di Solomon Northup, un afroamericano libero, la riflessione del regista si sposta sull’idea di possesso:

    il Corpo viene visto come oggetto del possesso e quindi, in altre parole, avere il controllo fisico su una persona significa possederla in quanto Individuo.

    In questo senso il tentativo di spersonalizzazione degli schiavi passa, inevitabilmente, dalla violenza corporea. Distruggendo fisicamente gli afroamericani tramite lo sfruttamento nei campi e tramite torture crudissime, infatti, gli schiavisti cercano di privarli della loro dignità e di annullarne completamente l’umanità e l’anima

    Proprio per questo motivo gli schiavi vengono mostrati spesso nudi, quindi metaforicamente “spogliati” della propria identità, e segnati dalle frustate dei padroni, le quali causano ferite tanto fisiche quanto mentali: ogni colpo, ogni sopruso, ogni violenza è, simbolicamente, un tentativo di piegare lo Spirito degli afroamericani, cosicché anche loro accettino di essere ormai possesso degli schiavisti e, in quanto tali, non più umani. 

    Nonostante Solomon riesca, con estrema fatica, a mantenere un briciolo di dignità, questo sistema lascia inevitabilmente tracce molto profonde sul protagonista. Egli infatti, riuscendo finalmente a tornare a casa, istintivamente si scusa con la propria famiglia per il proprio aspetto, essendo ormai abituato a considerarsi inferiore a causa della condizione bestiale nella quale è stato costretto per tutto quel tempo. In questo sta un ulteriore legame tra Corpo e Anima: il suo aspetto fisico, infatti, è ormai piegato da anni di schiavitù e ciò è anche diretta manifestazione del dramma profondissimo che ha vissuto e che non potrà mai essere cancellato, proprio come le cicatrici che porta addosso.

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