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  • TONY D’AMATO (OGNI MALEDETTA DOMENICA) – LO SPORT COME METAFORA DELLA VITA

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    “Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro fino alla disfatta.
    Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.
    Io però non posso farlo per voi, sono troppo vecchio.”

    Tony D’Amato – Ogni Maledetta Domenica. 

    Con queste parole inizia uno dei monologhi più belli e famosi della storia del cinema, in quel capolavoro che è Ogni Maledetta Domenica di Oliver Stone. Un film che è più di una semplice rappresentazione sportiva come se ne sono viste a centinaia. Una pellicola che da un lato è una forte denuncia verso una visione capitalistica della vita, ma dall’altro è anche una profonda e intima riflessione sulla solitudine, sul fallimento e sul diventare vecchi in un mondo che corre veloce.  Il regista mette al centro della scena un Al Pacino strepitoso nel ruolo di Tony D’Amato, rendendolo, di fatto, il veicolo attraverso il quale tutte queste tematiche vengono presentate allo spettatore. 

    Il vecchio Coach dei Miami Sharks (squadra fittizia inventata da Stone a causa della mancata concessione dei diritti da parte dell’NFL) è in carica da più di vent’anni e viene presentato da subito come un uomo forte e quasi d’altri tempi, un uomo che ha vinto tutto, ma che ormai da qualche anno fatica a raggiungere i fasti del passato. Tony è fortemente legato alle sue convinzioni, sportive e non, e ha un legame particolarmente stretto, addirittura familiare, con i suoi giocatori e con la dirigenza della sua squadra; l’onore, il rispetto, la fiducia e la trasparenza sono i valori sui quali ha basato la sua carriera e la sua vita.

    Tutto il mondo di Tony viene, però, messo in discussione da una serie di risultati fortemente negativi e soprattutto dalla morte del proprietario degli Sharks -una figura quasi paterna per lui- e dalla conseguente presa di potere all’interno della società della figlia Christina (Cameron Diaz), la quale ha una visione molto più moderna e materialistica del Football.

    Questo personaggio, a detta dello stesso Stone, è la rappresentazione di tutto ciò che è negativo e dannoso nel mondo sportivo odierno e quindi, metaforicamente, nella società attuale: la ricerca spasmodica di un profitto sempre maggiore, la spersonalizzazione dei rapporti umani e il rifiuto di ogni valore morale per arrivare al successo. Emblematica in questo senso è la scena in cui Christina minaccia il medico della squadra per far dichiarare idoneo un giocatore che rischierebbe addirittura la morte se dovesse scendere in campo. 

    Tutto questo è fortemente contrapposto al personaggio di Tony che si trova, quindi, ad affrontare un mondo ormai cambiato e nel quale non si riconosce più. 

    Qui la riflessione del regista si amplia mostrando il disagio interiore del Coach, che deve confrontarsi anche con il passare del tempo e con l’impossibilità di rimanere aggrappato al passato.

    La vita di Tony al di fuori del Football si rivela essere, infatti, una vita fatta di solitudine, ricordi amari e pentimento. Le scene di feste sfrenate dei suoi giocatori, con ville affollate e divertimento, sono spesso contrapposte a inquadrature di D’Amato che beve al bar in completa solitudine, fatta eccezione per una giovane della quale sembra innamorarsi, ma che si scopre essere in realtà una prostituta, interessata solamente al suo denaro.

    La figura del grande Coach vincente e di successo si schianta, quindi, contro la realtà di un uomo fragile, con alle spalle un divorzio irrisolto, un rapporto totalmente inesistente con i figli e un’esistenza che sta andando a pezzi. Usando le parole dello stesso protagonista:

    “Ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi dà anche fastidio la faccia che vedo nello specchio”.

    La figura che segna, però, la svolta per Tony è il giovane Quaterback Willie Beamen (Jamie Foxx) che, passando da terza scelta a titolare in una situazione di emergenza, si impone presto come stella della squadra. Il rapporto tra i due è quasi un rapporto Padre-Figlio e, in quanto, tale è fatto di scontri, incomprensioni, ma anche di profondi cambiamenti per entrambi. 

    È proprio Beamen che sbatterà in faccia a D’Amato la sua condizione “miserabile”, facendogli comprendere che l’unico modo per risorgere e rialzarsi è affrontare un percorso di redenzione interiore per uscire dall’inferno in cui si trova un centimetro alla volta.

    Proprio in questo senso il tema dell’accettazione del passato e del fallimento diventa fondamentale per comprendere il conflitto del personaggio. La sua riflessione sul confronto con le proprie colpe è un sentimento universale ed estremamente umano che porta lo spettatore a comprendere che ciò che è veramente importante non è tanto il successo, bensì la consapevolezza di non avere né rimorsi né rimpianti e di aver vissuto a testa alta nonostante tutte le sconfitte che la vita infligge ad ognuno, perché “Ogni Maledetta Domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini”.

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  • IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN – LO SCONTRO TRA GLI OPPOSTI (PARTE 2)

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    “Congiungimenti sono l’intero e il non intero, concorde e discorde, armonico e disarmonico. 

    Da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” 

    Eraclito – Frammento 10 

    L’obiettivo di questa seconda parte è ampliare e continuare l’analisi iniziata con il precedente articolo (clicca qui per recuperarlo), sapendo bene, però, che il cinema di Nolan è difficilmente esauribile in poche pagine di approfondimento. Dopo aver affrontato già due pellicole fondamentali nella produzione del regista inglese, ovvero Interstellar e Il Cavaliere Oscuro, sottolineando come in entrambi i film lo scontro e la sintesi degli opposti sia argomento centrale e portante, appare chiaro, quindi, come il cinema di Nolan viva di queste dicotomie concettuali e che esse non rappresentino solamente  una semplice necessità di sceneggiatura. Guardando alla filmografia del cineasta britannico e allargando lo sguardo è importante prendere in considerazione altre due contrapposizioni tra estremi che ricorrono molto spesso: in primis il dualismo Realtà-Illusione e in secondo luogo la contrapposizione tra Passato e Presente

    In Inception, ad esempio, tutta la narrazione ruota intorno all’ambiguità tra mondo reale e sogno. Queste due entità vengono inizialmente presentate allo spettatore come ben distinte e opposte, ma molto presto iniziano a mischiarsi, fino a confondersi l’una con l’altra.

    Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), in questo senso, è la rappresentazione del dualismo che permea tutta la pellicola: egli infatti conosce benissimo i limiti e le leggi che regolano il mondo dei sogni, è in grado di plasmarlo in base alla propria volontà, tanto da arrivare a crearsi un’esistenza parallela in cui vivere la vita che ha perso e nella quale vorrebbe tornare. 

    Il rifugiarsi del protagonista nel mondo onirico è chiaramente un tentativo di fuggire dalla realtà talmente forte che i confini tra sogno e veglia iniziano a confondersi. Egli vive, infatti, uno sdoppiamento del reale: di giorno conduce una vita sulla quale non ha nessun potere, piena di rimorsi per un passato che lo perseguita, mentre di notte evade in un illusione artificiale estremamente lucida, nella quale può dimenticare tutti i rimorsi che lo affliggono e trovare un momento di pace e di serenità. 

    In questo senso sorge spontanea una domanda, ovvero quale è la realtà per Cobb? 

    La risposta di Nolan è che Dom è libero di scegliere e di decidere a quale mondo vuole appartenere: seguendo questa lettura il tanto discusso finale di Inception non è più aperto, al contrario segna la definitiva chiusura del percorso del protagonista. Non è importante, infatti, se il suo riconciliarsi con i figli avvenga nel Sogno o nel mondo reale, ciò che conta davvero è che il personaggio di DiCaprio abbia finalmente fatto pace con sé stesso e con i propri demoni, che sia riuscito a perdonarsi per ciò che ha commesso e che abbia scelto il mondo nel quale vuole vivere. La ritrovata pace di Cobb esula, quindi,  dalla trottola, al punto che egli non si preoccupa nemmeno di controllare se il totem si stia fermando oppure no. Gli opposti, dunque, si annullano e si perdono nel momento in cui Dom prende la sua decisione e si ritrova, finalmente, pronto a vivere nella realtà che si è scelto, sia che la trottola si fermi, sia che non si fermi.  

    Allo stesso modo anche Memento riflette sullo stesso dualismo, facendo però contemporaneamente anche da ponte verso una riflessione legata al Tempo

    Il protagonista del film, infatti, è incapace di afferrare e di comprendere la realtà che lo circonda ed è costretto a crearne una propria, nella quale può fidarsi solamente di sé stesso. 

    La genialità di questa pellicola sta nel riuscire a far immergere completamente lo spettatore nella confusione del protagonista, insinuando continuamente il dubbio che il punto di vista di Leonard non sia quello reale, ma sia il risultato di un’illusione frutto della mente del personaggio di Guy Pearce.

    Al contrario di Inception, in cui il rifugiarsi in una realtà potenzialmente illusoria è  metafora del raggiungimento di una serenità a lungo agognata da parte di Dom Cobb, in Memento Leonard si aggrappa alla propria visione della storia per dare un senso alla propria vita. 

    È possibile, infatti, che la versione di Teddy sia di fatto corrispondente alla realtà e che egli abbia già trovato e ucciso diversi uomini convinto, ogni volta, di aver trovato l’assassino della moglie, come potrebbe essere altrettanto vera quella di Larry che trova nell’uccisione del fantomatico John G., ovvero Teddy stesso, il  compimento finale della vendetta così a lungo (o forse no?) ricercata. 

    Anche in questa pellicola, però, la Realtà e l’Illusione si scontrano, rivelandosi alla fine totalmente soggettive e inutili: qualsiasi sia la verità dei fatti, Leonard continuerà a vivere seguendo il punto di vista che si è trovato costretto a seguire, cercando disperatamente di rimanere aggrappato a dei ricordi che potrebbero essere falsi o veri allo stesso tempo, non avendo la possibilità di fare nient’altro se non questo. 

    È importante sottolineare come in Memento, oltre al conflitto tra reale e illusorio, sia fortemente presente anche il dualismo Passato-Presente. La voluta ambiguità temporale del film è il primo esperimento nolaniano in questo senso, fattore che diventerà successivamente il marchio di fabbrica del regista. Pellicole come i già citati Interstellar e Inception, ma anche Dunkirk, hanno nell’incastro temporale uno dei loro punti di forza maggiori, ma è solo con Tenet del 2020 che il Tempo diventa il vero e proprio perno centrale del film. 

    Questo lungometraggio, che è probabilmente il più divisivo ed estremizzante di tutta la filmografia di Nolan, fonda infatti le proprie radici tematiche nella dicotomia Passato-Presente. Ribaltando completamente la concezione umana del tempo lineare, infatti, Tenet pone al centro della scena un quesito paradossale: è possibile, cambiando ciò che è stato, cambiare ciò che è e ciò che sarà?

    Questo argomento, sicuramente, è stato affrontato e proposto già moltissime volte nella storia del cinema, ma mai come è riuscito a fare Nolan in questa pellicola.  

    L’inversione dell’entropia in Tenet  risulta essere nuovamente un tentativo di avvicinare due opposti: il dualismo del Tempo, infatti, viene destrutturato, smontato e ricomposto secondo una nuova logica. Ciò che è stato e ciò che è si fondono in un tutt’uno dando vita a una nuova entità, una nuova concezione, ovvero un circolo temporale in cui ogni momento può essere contemporaneamente Presente, Passato o Futuro.

    Per profondità e complessità degli argomenti trattati, per la maestria nel metterli in scena e per la straordinaria abilità narrativa, quindi, Nolan può essere definito il regista dell’estremo, un cineasta costantemente alla ricerca di sfide filosofiche che portano lo spettatore a riflettere continuamente sul mondo e sulla realtà che lo circonda, una realtà fatta di opposti che si allontano per poi riavvicinarsi fin dall’alba dei tempi. 

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  • IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN – LO SCONTRO TRA GLI OPPOSTI (PARTE 1)

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    “Congiungimenti sono l’intero e il non intero, concorde e discorde, armonico e disarmonico.  Da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” 

    Eraclito – Frammento 10

    Se si dovesse descrivere il cinema di Christopher Nolan con una singola parola, la più adatta sarebbe, senza dubbio, estremizzante

    La filmografia del regista inglese divide infatti, da ormai più di vent’anni, il pubblico in due fazioni opposte: chi lo considera un genio della settima arte che merita di essere annoverato tra i grandi della storia e chi lo reputa un artista mediocre e sopravvalutato dalla massa. 

    È evidente, quindi, che le mezze misure non esistano quando si parla di Nolan. Questo aspetto, in realtà, è un concetto fondamentale anche nell’analisi tematica della produzione del regista, in cui lo scontro tra estremi opposti si colloca spessissimo al centro della riflessione. 

    Il cinema nolaniano si configura, dunque, come un’eterna lotta dicotomica, nella quale però gli elementi contrapposti si rivelano essere, molto spesso, necessari all’esistenza di entrambi, come due lati della stessa medaglia. 

    L’esempio più lampante di questa concezione dualistica è sicuramente la Trilogia del Cavaliere Oscuro. 

    La storia di Batman, infatti, rappresenta l’infinito scontro tra Bene e Male: in primis a livello politico e sociale, mettendo in scena personaggi come il Commissario Gordon e il giovane Robin che combattono contro un mondo corrotto e criminale cercando di mantenere un barlume di speranza e di giustizia, e in secondo luogo a un livello più intimo e personale con personaggi come Bruce Wayne e Harvey Dent, i quali sono metafora dell’eterna lotta tra la bontà a cui l’uomo aspira e i demoni che, inevitabilmente, si trovano nel profondo di ogni individuo. 

    Un altro aspetto fondamentale, però, nell’analisi della dicotomia che pervade tutta la trilogia è, senza dubbio, la contrapposizione tra Ordine e Caos

    La figura del Joker in questo senso è importantissima: il personaggio di Heath Ledger è una rappresentazione perfetta di tutto ciò che Batman non è, ovvero la spinta anarchica e folle verso la distruzione di qualsiasi tipo di sistema  umano, verso il Nulla come fine ultimo. 

    Questo scontro è la vera e propria forza di The Dark Knight, esemplificata al meglio nella famosissima e meravigliosa scena dell’interrogatorio di Joker. In questa sequenza Nolan dirige una vera e propria battaglia tra due concetti, tra due idee opposte l’una all’altra, ma che sono, al tempo stesso, indivisibili e complementari: è proprio qui che la Luce si mischia con l’Oscurità, è qui che Bene e Male si scontrano e si confondono, è qui che il conflitto si risolve nella consapevolezza che protagonista e antagonista sono, in realtà, due parti di uno stesso tutto. 

    Gli estremi, quindi, si rivelano essere tanto distanti quanto, paradossalmente, vicini e la violenza che il giustiziere di Gotham applica contro Joker è, in realtà, una violenza contro il proprio doppio, il quale non potrà mai essere sconfitto essendo parte necessaria e fondamentale dell’esistenza stessa di Batman, proprio come l’Ordine non può esistere senza il Caos o il Bene non può esistere senza il Male.

    Un altro film di Nolan in cui lo scontro tra opposti è centrale è sicuramente Interstellar.

    Questa pellicola del 2014, infatti, è piena di contrapposizioni tra elementi agli antipodi tra loro: il primissimo che viene mostrato è la scissione tra la Terra, che moribonda lega l’uomo e lo condanna a morire insieme a lei, e lo Spazio, simbolo di tutto ciò che eleva l’uomo oltre la sua condizione materiale, ovvero il desiderio di sognare, di esplorare l’ignoto e di conoscere l’Universale.

    In quest’ottica i personaggi riflettono in modo chiarissimo questi due concetti opposti: Cooper e Murph, ad esempio, appartengono all’Assoluto, in loro la spinta verso la conoscenza è viscerale, è ciò che dà senso e valore alla vita dell’uomo. Usando le parole del personaggio di McConaughey “Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango”. Al contrario, invece, personaggi come Tom (il figlio di Cooper) rappresentano l’abbandono a una vita “nel mare di fango”, la rassegnazione di chi non ha più speranza e ha l’animo pieno di disperazione. 

    La vera dicotomia attorno alla quale si sviluppa tutto il film, però, è la contrapposizione tra Razionalità e Irrazionalità, tra Scienza e Amore. Il vero scontro concettuale, infatti, si trova proprio in questi due estremi apparentemente inconciliabili.

    Nell’Universo di Interstellar le leggi della fisica e della matematica sono i pilastri che sostengono la narrazione, ma al tempo stesso la forza dell’irrazionale si inserisce prepotentemente in questa logica puramente razionale: l’amore e i sentimenti dei protagonisti sembrano essere vere e proprie forze al pari della gravità. Un esempio lampante, in quest’ottica, è rappresentato da Amelia Brand (Anne Hathaway) che, nonostante sia una scienziata e viva la sua vita secondo regole puramente razionali, è spinta a raggiungere il pianeta di Edmunds dall’amore che prova per lui, e in questa volontà, estremamente umana, si ritrova anche la scelta più giusta a livello scientifico. In altre parole la ricercatrice è mossa verso la verità razionale, ovvero la scelta del pianeta più adatto alla sopravvivenza umana, da un suo sentimento puramente irrazionale. 

    Allargando il discorso, si può dire che la fede in qualcosa di inspiegabile è ciò che spinge i personaggi dove la Scienza non può arrivare: il wormhole ha sì una spiegazione logica in quanto fenomeno fisico, ma non se ne conosce l’origine e l’unico modo per scoprire il senso di questa manifestazione è fidarsi ciecamente e intraprendere un viaggio nell’ignoto e nell’inspiegabile. Lo stesso conflitto tra razionale e irrazionale si può trovare nel personaggio di Murph che, nonostante non abbia nessuna ragione logica per continuare a credere in un futuro ritorno del padre, riesce a mantenere viva la speranza grazie all’amore e alla fiducia nella promessa di Cooper. 

    Analizzando la pellicola in questo senso, le critiche mosse a Nolan, ovvero di essere ricorso a una soluzione troppo “buonista” e semplicistica, non sussistono. Razionale e Irrazionale infatti in Interstellar, così come era per Ordine e Caos in The Dark Knight, si mischiano e si confondo, rivelandosi due estremi opposti indissolubilmente legati nella natura umana. La Fisica si piega alle leggi dell’Amore e l’Amore stesso diventa legge della Fisica, al punto che è impossibile discernere dove inizia uno e dove finisce l’altro. 

    La rappresentazione degli opposti nel cinema di Nolan non si limita però a queste pellicole. Sono infatti molti i film del regista in cui questa tematica ritorna come fulcro delle sceneggiature. Per scoprire di quali film si tratta vi rimandiamo però a un prossimo articolo.

    Clicca qui per leggere la seconda parte.

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  • WALT KOWALSKI (GRAN TORINO) – IL TESTAMENTO DI CLINT EASTWOOD

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     “Siamo tutti il prodotto di ciò che abbiamo visto nella vita”

    Clint Eastwood 

    Quando si prende in analisi la storia del cinema sono davvero molto poche le personalità che possano essere definite come “Giganti” della settima arte. Si possono citare, ad esempio, registi del calibro di Scorsese, Spielberg o Polanski, ovvero artisti che hanno segnato in modo indelebile il percorso e l’evolversi della cinematografia degli ultimi 50 anni. Così come è impossibile non considerare attori dello spessore di Al Pacino, Robert De Niro o Meryl Streep, figure che si sono affermate con merito nell’Olimpo dei migliori.

    Tra tutti questi grandi, grandissimi artisti, non può mancare il nome di un cineasta che negli ultimi 60 anni ha, di fatto, scritto pagine importantissime della storia del cinema, un vero e proprio monumento di Hollywood, ovvero Clint Eastwood. La filmografia del regista californiano è costellata di capolavori come Gli Spietati (1992), I Ponti di Madison County (1995), Mystic River (2003), ma si può dire che abbia raggiunto il suo punto più alto e rappresentativo nella pellicola del 2008 Gran Torino.

    Ma perché questo film può essere considerato la summa della poetica cinematografica di Eastwood?

    Parlare in un singolo articolo di tutto ciò che rende questa pellicola una pietra miliare sarebbe un compito impossibile: dalla fotografia incredibile di Tom Stern, fino alla meravigliosa sceneggiatura di Nick Schenk, ogni parte che compone questo film concorre a renderlo un vero e proprio capolavoro. Ciò che, però, lo rende idealmente il testamento cinematografico di Eastwood, ovvero il perfetto riassunto della sua poetica, è il personaggio di Walt Kowalski.

    Walt Kowalski rappresenta l’archetipo dell’eroe (o antieroe) eastwoodiano e racchiude in sé tutte le caratteristiche e le tematiche affrontate dal regista. In primis il protagonista di Gran Torino è un perfetto spaccato della società americana che vuole rappresentare: un uomo profondamente segnato dalla guerra in Corea e cresciuto in un contesto proletario, esperienze che lo hanno reso una persona rude, burbera e tutta d’un pezzo, una persona che custodisce il proprio M1 Garand come se fosse una reliquia, un’estensione del proprio corpo e che vede il mondo in bianco e nero, senza sfumature.

    Il trauma della morte della moglie, inoltre, non fa altro che acuire il distacco tra Kowalski e tutto ciò che, metaforicamente e non, sta al di là del suo giardino. L’auto-emarginazione di Walt è una fattore fondamentale per comprendere il personaggio, in quanto è egli stesso a decidere di isolarsi e di allontanare tutte le persone che lo circondano, dalla sua famiglia fino alla comunità della quale fa parte, tagliando i ponti e i rapporti con tutte le persone che tentano di avvicinarsi a lui. Il disagio sociale del protagonista, dunque, nasce sì da fattori caratteriali, ma anche e soprattutto dal proprio vissuto: il rifiuto categorico all’integrazione che Walt si auto-impone è, sicuramente, scoria del trauma della guerra e di un passato che tormenta profondamente l’animo del protagonista.

    Da qui nasce anche il mai nascosto pregiudizio che caratterizza Kowalski. Un pregiudizio che è in primis razziale, in quanto la comunità asiatica che popola ormai il suo quartiere rappresenta, per lui, il nemico combattuto in Corea e che sta ora letteralmente “invadendo” casa sua. Oltre a questo aspetto, però, il pregiudizio di Walt si manifesta e inquina tutti i rapporti umani che il protagonista si trova ad instaurare: le nuove generazioni, come ad esempio la giovane nipote o i figli stessi, vengono visti come fannulloni e incapaci, persone ormai rammollite e di gran lunga meno valorose rispetto agli uomini che hanno fatto la guerra come lui e, allo stesso modo, la Chiesa è per Kowalski una semplice superstizione per donne anziane che si fanno abbindolare da preti che non sanno nulla della vita e della morte.

    Tutti questi presupposti, però, iniziano ad incrinarsi nel momento in cui Walt si trova, suo malgrado, a dover interagire con Thao, il giovane figlio della famiglia Hmong appena trasferita nel quartiere. Se inizialmente il personaggio di Eastwood si mostra duro, scontroso e distaccato, nel corso della pellicola si renderà conto che la famiglia che prima detestava in quanto “diversa”, non è poi così lontana da lui, fino al punto di sentirsi più compreso da loro che dai suoi stessi parenti.

    Questo capovolgimento del mondo di Walt è inizialmente traumatico. Kowalski, infatti, cerca più volte di mantenere intatta la corazza di apatia nei confronti di Thao e della comunità Hmong, per rendersi conto di come poi, invece, tutte le sue barriere fatte di odio e di pregiudizio siano solamente un meccanismo di difesa, un modo per auto-isolarsi da tutto.

    In questo senso il rapporto tra il giovane asiatico e il protagonista è un rapporto che si basa su piccoli dettagli, come ad esempio gli attrezzi prestati a Thao, oppure il lavoro che Walt riesce a procurare al ragazzo, fino ad arrivare al momento in cui il protagonista è disposto a concedere al suo giovane amico l’amatissima Gran Torino. Questa scena in particolare è fondamentale per comprendere la relazione tra i due e segna, forse, il vero momento in cui il protagonista si mette, metaforicamente, a nudo per la prima volta.

    L’auto, infatti, può essere letta simbolicamente come una rappresentazione di Kowalski stesso: una bellissima macchina vintage, rimasta però chiusa in un garage troppo a lungo, custodita gelosamente in una dimensione privata e lontana da tutti e, rimettendola in strada, il protagonista riesce finalmente ad abbracciare una comunità, nella quale è pronto a sentirsi a casa di nuovo.

    Il percorso di redenzione compiuto da Walt, quindi, si configura come un processo di accettazione del proprio passato, un processo nel quale egli riesce a fare pace con i demoni che lo tormentano e ad espiare il senso di colpa che lo attanaglia. Nel voler salvaguardare il nuovo contesto famigliare in cui si immerge, infatti, Kowalski trova il perdono che tanto a lungo ha cercato e che lo libera dal peso che lo ha oppresso per una vita intera. È interessante notare come questo perdono, in realtà, non arrivi dall’esterno, bensì da Walt stesso: la scena in cui il protagonista finalmente si confessa con il giovane prete dimostra che questa redenzione, così a lungo cercata, non venga da Dio o dalla comunità, ma dalla consapevolezza stessa del protagonista. Nel mettersi di fronte alla propria vita, il personaggio di Eastwood riesce a perdonarsi ed è finalmente pronto a morire, pronto ad immolarsi per proteggere la sua “nuova” famiglia.

    Un’altra scena estremamente importante in questo senso è proprio la sequenza finale del film. Chiudendo Thao nel seminterrato e impedendogli di vendicarsi, Walt intende preservare la purezza e l’innocenza del suo giovane amico per evitare che anche lui debba vivere con il peso di aver ucciso, per evitare che anche la sua vita venga corrotta dal sangue con cui si macchierebbe le mani, lo stesso sangue che ha inquinato così a lungo la vita del protagonista.

    Sacrificandosi per la comunità che lo ha accolto nel suo momento più buio, dunque, Kowalski chiude il suo percorso di redenzione, riuscendo ad abbandonare la zavorra di odio, di pregiudizio e di emarginazione che lo inchiodava al suo dramma interiore e lasciando, come ultima volontà, la magnifica Gran Torino al giovane Thao, riconosce a lui il merito di averlo salvato dalla vita miserabile in cui era incastrato, di aver distrutto la corazza indossata ormai da troppi anni, regalando metaforicamente tutto sé stesso in eredità all’unica persona che abbia saputo conoscerlo veramente nel profondo.

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  • WLADYSLAW SZPILMAN (IL PIANISTA): IL DRAMMA DI UN POPOLO

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    Questo articolo contiene spoiler sul film Il Pianista (2002) di Roman Polanski.

    “E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce:

     «Elì, Elì, lamà sabactàni?», 

    cioè: «Dio mio, Dio mio,

    perché mi hai abbandonato?»”

    Mt 27-46

    La Shoah è, senza dubbio, uno degli eventi più drammatici e disumani della Storia, sul quale sono stati realizzati un’infinità di film al fine di mantenere viva la memoria di questo orrore, nella speranza che ciò non si ripeta mai più.  Tra tutte le opere realizzate, esistono pellicole meravigliose che, però, sfociano in un linguaggio eccessivamente retorico, come può essere Schindler’s List ad esempio, e pellicole che sono semplicemente vere e crude come Il Pianista.

    L’opera di Polanski è un film che è impossibile definire bello, ma è qualcosa che può essere considerato assolutamente necessario. Wladyslaw Szpilman è un pianista ebreo estremamente famoso e talentuoso della Varsavia degli anni ‘30 . Attraverso il suo vissuto personale il regista ci mette di fronte alla disgrazia e alla distruzione di un popolo intero, passando dalla primissima istituzione del ghetto nel ‘39 fino alla liberazione della Polonia da parte dell’Armata Rossa nel ‘45.

    La storia di Wladyslaw, infatti, è una storia di perdita, di fame, di freddo e di disperazione totale. Fin dalle primissime scene in cui la famiglia Szpilman riceve via via le notizie di tutte le varie restrizioni a cui saranno sottoposti gli ebrei, lo spettatore è quasi costretto a vivere la confusione e la rabbia dei personaggi e questo fortissimo senso di totale immersione emotiva nella vicenda sarà una costante per tutta la durata della pellicola.

    Il vero Wladyslaw Szpilman

    Il sentimento di smarrimento provato da Wladyslaw è lacerante. Egli cerca infatti di adattarsi alla vita del ghetto: vende il suo pianoforte per una cifra irrisoria, lavora suonando in un ristorante per ricchi borghesi che lo umiliano e vive ogni giorno non sapendo se la sua famiglia avrà cibo per poter mangiare. In questa prima parte di film è evidente come il protagonista, così come la maggior parte della popolazione ebraica, consideri la ghettizzazione come la misura massima che verrà presa contro di loro, pensando quindi che, per quanto questa condizione possa essere grave, sia solo una situazione temporanea. Questo sentimento di sommessa rassegnazione alla  miseria del ghetto, nella speranza di un futuro migliore, viene però progressivamente distrutto dalla crescente violenza dei Nazisti e  il mondo di Wladyslaw diventa  così un incubo di terrore e incertezza, in cui la morte può colpire in qualsiasi momento.

    Oltre a ciò, un altro sentimento che caratterizza il personaggio è il totale e straziante senso di impotenza di fronte agli eventi. Con il passare del tempo, infatti, iniziano i primi rastrellamenti nel ghetto e Wladyslaw riesce a ottenere un permesso di lavoro per sé e per la propria famiglia, convinto che ciò li terrà al sicuro dalla deportazione. Quando, però, i tedeschi fanno irruzione nella baracca in cui vivono gli Szpilman la disperazione del protagonista esplode e, vedendosi portare via insieme ai suoi cari, chiede ai genitori di perdonarlo per non essere stato in grado di salvarli, colpevolizzando sé stesso per non essere riuscito a fare di più.

    Leggendo  la storia del Pianista come la rappresentazione di un popolo attraverso un solo individuo è importante notare come il protagonista, lungo tutta la pellicola, provi un costante senso di vergogna. Le scene, ad esempio in cui, dilaniato dalla fame, si trova a chiedere del pane a chi lo ospita o in cui si scusa per essere sporco rincontrando una vecchia amica, sono permeate da una profonda sensazione di disagio provata da Wladyslaw. Ciò è evidente risultato della distruzione, perpetuata dai nazisti contro gli ebrei, di qualsiasi tipo di dignità umana. Essendo il protagonista costretto in condizioni mostruose e subendo questo meccanismo di spersonalizzazione, non riesce quasi nemmeno più a percepirsi come un essere umano di fronte ad altri esseri umani, vergognandosi della sua presunta inferiorità.

    La disperazione vissuta da Szpilman dopo aver perso la sua famiglia, la sua casa, la sua città, è totale. In questo inferno di morte e distruzione, però, è presente ancora una speranza a cui aggrapparsi: la Musica. Essa rappresenta per Wladyslaw l’unica luce in un mondo che gli ha tolto tutto. Le uniche scene, infatti, in cui vediamo il protagonista estraniarsi da tutto l’orrore che lo circonda è quando viene suonata della musica. Emblematica in questo senso è la sequenza in cui, dopo essere finalmente riuscito a scappare dal ghetto e aver trovato un appartamento dove nascondersi, si siede al pianoforte e finge di suonare, per evitare di essere scoperto,  vivendo questo gesto come una liberazione, un momento di pace in una guerra terribile.

    Un dettaglio estremamente importante sono le dita del Pianista che, nei momenti di maggiore disperazione, si muovono quasi impercettibilmente come se stessero suonando, come per forzare il protagonista stesso a ricordare chi era, come per obbligarlo a non dimenticare la propria dignità umana e a resistere, attraverso la memoria, alla violenza.

    L’arte in questa pellicola diventa, quindi, simbolo universale di umanità. In una delle scene finali Wladyslaw viene trovato in una casa da un ufficiale tedesco che, dopo aver scoperto la professione del protagonista, per schernirlo lo obbliga a suonare per lui.

    In questa sequenza (che è di una potenza emotiva disarmante) Szpilman, sapendo che probabilmente verrà ucciso, suona una ballata di Chopin rendendola una sorta di canto di dolore liberatorio, un urlo di disperazione trattenuto fino a quel momento ed espresso finalmente sotto forma di note.

    Il miracolo dell’arte accade proprio in questo momento: il nazista comprende che la persona davanti a sé è un individuo tale e quale a lui e non una bestia come la sua dottrina insegna. Attraverso la Musica avviene una comunione umana che non ha bisogno di parole, nella quale il carnefice stesso si scopre fratello della vittima e riconoscendo ciò non può che provare pietà e salvarla.

    Il personaggio di Wladyslaw Szpilman, quindi, colpisce e resta impresso indelebilmente nella memoria dello spettatore per la sua capacità di essere una figura universale che rappresenta la pagina più dolorosa della storia di un popolo, ma mettendo in scena, allo stesso tempo, il profondissimo dramma di un uomo a cui viene tolto tutto e che grazie alla sua arte sopravvive.

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  • DAMIEN CHAZELLE E IL PREZZO DEL SUCCESSO

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    “Tieni sempre a mente che la tua decisione di avere successo è più importante di qualsiasi altra cosa”

    Abraham Lincoln 

    Damien Chazelle è un nome che ormai da qualche anno è entrato prepotentemente sulla scena hollywoodiana, presentandosi come uno dei registi più promettenti della sua generazione. Con i successi di Whiplash, First Man, ma soprattutto La La Land, il giovane cineasta americano si è guadagnato l’attenzione di critica e pubblico mainstream, grazie soprattutto alla potenza della sua messa in scena e del suo talento alla regia. 

    I film di Chazelle, però, non sono pellicole puramente d’intrattenimento, in quanto tutta la sua produzione è collegata da una tematica centrale e ricorrente, ovvero il prezzo da pagare per raggiungere il successo. Questo tema, infatti, è gia portante nel primo lungometraggio del regista – non considerando Guy and Madeline on a Park Bench, film indipendente e autoprodotto – ovvero Whiplash. In questa pellicola Chazelle mette in scena l’ossessione malata di un giovane batterista, interpretato da Miles Teller, che sogna di diventare uno dei più grandi musicisti jazz della storia. 

    Andrew Neiman viene  presentato come un ragazzo tanto impacciato e timido nei contesti sociali, quanto determinato nell’impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi. La dedizione del giovane protagonista, infatti, è estrema: le scene in cui egli si esercita sullo strumento sono rappresentazione della sua ossessiva ricerca della perfezione, la quale però comporta pesanti conseguenze sia fisiche che psicologiche. 

    La totale abnegazione di sé stesso in nome del successo è evidente nelle scelte di vita del protagonista: egli, infatti, si allontana da tutto ciò che potrebbe anche solo minimamente distrarlo e distoglierlo dal suo obiettivo. Andrew viene mostrato, per tutta la pellicola, come un personaggio solo, senza amici e perfino la ragazza che frequenta viene vista come una perdita di tempo prezioso che potrebbe essere dedicato, invece, alla batteria.

    Nella sua cieca ossessione Neiman arriva a considerare addirittura sé stesso come un mezzo per il fine, nemmeno la sua salute, infatti, è più importante del successo. Questo è evidente nelle scene in cui le mani del protagonista sanguinano dopo ore e ore di prove senza sosta, così come nella sequenza dell’incidente, in entrambe infatti l’unica e la sola preoccupazione di Andrew è quella di continuare a suonare e quindi, metaforicamente, continuare a inseguire la gloria che pensa di meritare.

    Mettendo in scena questa folle scalata al successo, simbolicamente raggiunto nel riconoscimento da parte di Fletcher, Chazelle mostra un personaggio che pur di raggiungere i propri obiettivi è stato disposto a sacrificare tutto, spetterà poi allo spettatore giudicare se il prezzo pagato è stato troppo alto. 

    Dopo l’incredibile trionfo di pubblico e critica di Whiplash, il discorso del regista si amplia nel suo secondo lungometraggio: La La Land del 2016. In questa pellicola il successo prende la forma del Sogno, ovvero un ideale futuro di realizzazione che rappresenta la felicità più piena. 

    Mia e Sebastian sono due giovani che vivono una realtà di insoddisfazione, cercando in tutti i modi un mezzo per uscirne e per cambiare, finalmente, la propria esistenza. A differenza del film precedente, però, qui non c’è ossessione, i protagonisti non sono spinti da una cieca ricerca della gloria, bensì appaiono quasi rassegnati all’inafferrabilità del loro sogno che vedono allontanarsi giorno dopo giorno. L’impossibilità di raggiungerlo li svuota di ogni speranza, spingendoli ad abbandonare un mondo che non fa altro che rifiutarli crudelmente.

    Il punto di svolta arriva quando i protagonisti si incontrano e, inevitabilmente, si innamorano, scoprendo in questo amore una nuova scintilla per tornare a sognare. Incoraggiandosi l’un l’altra, in un percorso che è simile, Mia e Sebastian instaurano un legame profondo e speciale, trovando, senza rendersene conto, ciò che così intensamente agognavano nella semplicità della loro relazione.

    Il dramma di La La Land, però, si presenta sotto forma di egoismo: i protagonisti infatti, messi di fronte alla possibilità di realizzare i propri sogni individuali, si rivelano entrambi incapaci di fare un passo indietro e disposti, piuttosto, a rinunciare al loro rapporto pur di raggiungere il successo. 

    L’epilogo del film mostra come Mia e Sebastian, dopo la separazione,  abbiano effettivamente ottenuto dalla vita tutto ciò che desideravano e stiano di fatto vivendo ognuno il proprio sogno. Nel rivedersi dopo tanti anni, però, entrambi si rendono conto che il prezzo di questo raggiungimento sia stato la perdita della propria anima gemella, comprendendo che forse il successo che tanto desideravano non ha portato loro tutta la felicità che avrebbero potuto avere insieme e che hanno, invece, buttato via. 

    Proseguendo con la stessa chiave di lettura, anche First Man del 2018 può essere interpretato come il racconto dei sacrifici necessari per raggiungere un obiettivo. Nel narrare il processo storico che ha portato alla sbarco sulla Luna, Chazelle evita di cadere in voli retorici e patriottismi inutili, focalizzandosi sul dramma vissuto dalle famiglie degli astronauti. Il film, infatti, mostra chiaramente come l’allunaggio dell’Apollo 13 sia stato raggiunto, soprattutto, grazie al coraggio di uomini che hanno perso la vita durante tutte le missioni precedenti.

    La conquista della Luna, in First Man, viene spogliata di qualsiasi eroismo e mostrata da un altro punto di vista:  il sacrificio. I funerali degli astronauti caduti, le famiglie distrutte dal lutto, la morte costantemente presente nelle vite di queste persone rappresentano l’altro lato della medaglia di uno degli eventi più importanti della Storia dell’uomo.

    La rincorsa al successo in questa pellicola diventa, dunque, una sorta di necessità morale, un fine da raggiungere assolutamente per motivi umani, prima che per motivi politici. Solo il conseguimento dell’obiettivo, infatti, può dare un senso e un riscatto alle esistenze spezzate in nome della causa, il prezzo in vite umane pagato è troppo alto per contemplare il fallimento, il quale significherebbe che tutto questo dolore è stato vano. 

    Che si tratti dunque di ossessione cieca, di sliding doors che possono cambiare per sempre una storia, o addirittura di drammi umani più profondi, il cinema di Chazelle porta lo spettatore a interrogarsi inevitabilmente su cosa sarebbe disposto a fare pur di raggiungere i propri sogni, mettendolo di fronte alla consapevolezza che qualsiasi obiettivo comporti dei sacrifici non indifferenti e che, allo stesso tempo, qualche volta la felicità non si trova esattamente dove viene cercata. 

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  • RA’S AL GHUL (BATMAN BEGINS) – IL MALE IDEALISTA

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    “Il  crimine non può essere tollerato, i delinquenti sguazzano nella comprensiva indulgenza della nostra società. 

    (…) La volontà è tutto, la volontà di agire!”

    Batman Begins 

    Se si cerca nella storia del cinema un momento spartiacque, un passaggio fondamentale grazie al quale i film supereroistici sono riusciti a raggiungere una piena maturità artistica e culturale, quel momento deve essere necessariamente il 2005 e, per la precisione, l’uscita di Batman Begins.

    Il percorso che porta a questa svolta ha inizio, in realtà, qualche anno prima. Su tutti va citata la trilogia di Spiderman di Sam Raimi, tra le prime pellicole che trovano con successo un equilibrio tra intrattenimento “fumettistico” e profondità concettuale, trattando tematiche come la vendetta, il tradimento e la dipendenza.

    Nolan riesce a prendere questo concetto, amplificarlo e applicarlo nella creazione di un film cupo, estremamente realistico e filosofico, stabilendo, di fatto, il punto di riferimento per gran parte dei cinecomic successivi.

    Gran parte di questo merito va sicuramente dato alla profondità dei personaggi, in particolar modo alle figure di Bruce Wayne/Batman e a quella di Ra’s al Ghul.

    Quest’ultimo è uno dei villain meno noti dell’universo DC, ma allo stesso tempo, uno dei più interessanti. Siamo di fronte a un personaggio estremamente razionale, egli non cede mai a sfoghi di violenza estrema, come sarà in seguito per Bane, né è mosso da follia pura e anarchica, tratto caratteristico del Joker, ma anzi il suo intento è puramente idealistico, ovvero quello di riportare la giustizia morale a Gotham, purificandola dalla corruzione e dal crimine.

    È emblematico il fatto che sia proprio lui ad addestrare Bruce prima ancora che diventi Batman, così come è lui ad insegnargli come controllare tutta la sua rabbia, il suo desiderio di vendetta e la sua paura per incanalarle nell’azione. Proprio l’ossessione per il controllo è una delle caratteristiche peculiari di Ra’s al Ghul, scopriamo presto che la sua Setta delle Ombre nel corso dei secoli ha sempre sorvegliato le più grandi civiltà della Terra, con l’obiettivo di abbatterle nel momento di massima decadenza per riportare equilibrio e armonia tra gli uomini. Non esiste dunque possibilità di redenzione, non esiste appello o scelta, egli è Legge, Giudice e Boia che cala la scure sul condannato.

    Nel mondo di Ra’s al Ghul non è contemplata la compassione, egli cerca più volte di insegnare a B. Wayne la necessità di avere il coraggio di fare ciò che va fatto, quando va fatto, senza nascondersi dietro a principi etici, ma è proprio l’allievo prediletto a ribellarsi al dogma del maestro. Nel momento in cui a Bruce viene chiesto di uccidere un abitante del villaggio, colpevole di furto, e di dimostrare tutta l’intransigenza morale necessaria per far parte della Setta delle Ombre, egli rifiuta di sottomettersi e di abbandonare la sua coscienza e il suo libero arbitrio in nome di un’ideologia.

    Analizzando il conflitto tra protagonista e antagonista da un punto di vista filosofico, il personaggio di Ra’s al Ghul è la chiara rappresentazione della teoria hobbesiana dell’ “homo homini lupus”, secondo la quale l’uomo è naturalmente egoista e mosso solo da istinti di sopraffazione e di auto-conservazione. Gotham City diventa quindi la perfetta metafora dello Stato di Natura, in cui il dilagare di corruzione, crimini e violenza sono semplicemente il  riflesso dell’umanità intera. Egli si pone dunque come colui che ha il compito di ristabilire la pace, costi quel che costi.

    Batman, al contrario, si cala in un’interpretazione più vicina al pensiero di Rousseau, ovvero che l’uomo sia naturalmente portato all’empatia e alla convivenza pacifica, ma che venga poi corrotto dalla società. La speranza di redenzione è ciò che spinge Bruce Wayne a combattere per Gotham, esemplificata dalla frase più celebre del film: “Sai perché cadiamo Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi” 

    In conclusione, se da una parte Ra’s al Ghul è disposto a sacrificare la minoranza di innocenti e giusti in nome di un ordine e di un’armonia più grandi, secondo un’ottica molto machiavellica de “il fine giustifica i mezzi”, Batman riesce a distaccarsi dalla visione del suo mentore e a capire che l’unica speranza rimasta è lottare per essi, perché proprio loro sono la vera essenza dell’umanità.

    Come direbbe il Detective Somerset di Seven (1995) “Hemingway una volta ha scritto Il Mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Condivido la seconda parte”.

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  • LOUIS BLOOM – LA DERIVA DEL CAPITALISMO

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    “Sono gli interessi, e non le idee, a dominare immediatamente l’agire dell’uomo.
    Ma le «concezioni del mondo», create dalle «idee», hanno spesso determinato i binari lungo i quali la dinamica degli interessi ha mosso tale attività”.

    Max Weber 

    Negli ultimi 200 anni figure come Henry Ford, Steve Jobs, Mark Zuckerberg o Jeff Bezos hanno contribuito a creare il mito del Self-made Man, ovvero l’uomo che partendo da zero e contando solamente sulle proprie capacità imprenditoriali, riesce a costruirsi la propria fortuna.  Questo concetto è talmente radicato nella cultura moderna che oggi i grandi miliardari vengono dipinti come eroi geniali e presi a modello da milioni di persone che sognano una scalata simile verso ricchezze e potere.

    Ma cosa succede quando questo ideale, di per sé è positivo che spinge ognuno a dare il meglio di sè e a ricercare la propria chance, viene portato all’estremo?

    Un’ottima risposta a questa domanda si può trovare nel film del 2014 di Dan Gilroy Nightcrawler – Lo Sciacallo e soprattutto nel protagonista Louis Bloom, ovvero la perfetta rappresentazione della deriva capitalistica moderna. Lou, infatti, è un uomo comune che basa la propria esistenza su una convinzione molto semplice e che viene esposta già nelle primissime scene, ovvero “Se vuoi vincere alla lotteria guadagnati i soldi per il biglietto”. In altre parole egli crede che il successo arrivi per chi merita il successo stesso, per chi, lavorando sodo, cerca tenacemente di conseguire le proprie ambizioni.

    Questa concezione della vita, però, porta con sé una visione estremamente distorta del mondo. In  una realtà nella quale la realizzazione economica-sociale è l’unico vero metro di giudizio per misurare il valore di un Individuo, allora il mezzo con cui si ottiene il risultato diventa ininfluente. In tal senso Lou, come chiunque altro, è libero di costruirsi i propri principi secondo l’opinione personale, interpretando così il mondo secondo una coscienza individuale self-made, piuttosto che su un insieme di regole morali universali.

    Il protagonista, quindi, ha la possibilità di marcare i propri limiti dove meglio crede ed è evidente che per Lou questi limiti non esistano. La totale mancanza di etica è una delle caratteristiche fondamentali del personaggio, che risulta quindi essere una persona amorale piuttosto che immorale: vivendo una realtà che si basa esclusivamente su principi individuali, infatti, egli non considera le proprie azioni come ingiuste o cattive, bensì giustificate rispetto alla scala di valori che si è dato. Emblematica in questo senso è la scena in cui Lou dice “Io non ho fatto niente che si possa definire sbagliato” sottolineando come la sua valutazione personale del Bene e del Male sia più importante di una ipotetica legge universale e come, in questo senso, egli non abbia nulla da rimproverarsi.

    Oltre a ciò, è importante notare come il personaggio interpretato da Jake Gyllenhaal sia una persona estremamente analitica e, a modo suo, intelligente. Lou, infatti, ha costantemente una visione quasi scientifica della realtà: egli è sempre consapevole che vivere in un contesto così fortemente capitalistico significa dover combattere ogni giorno una lotta per la sopravvivenza e, in quest’ottica, tutto per lui diventa opportunità oppure ostacolo.

    La morte del suo assistente ad esempio, seguendo questo ragionamento, risulta essere il punto più alto e più perfetto della parabola imprenditoriale di Lou. In una mossa sola, infatti, Bloom riesce ad eliminare un pericolo che avrebbe potuto danneggiarlo, liberandosi di un possibile futuro concorrente, e si crea una possibilità di guadagno sicura e sostanziosa. Il fatto che, per ottenere ciò, abbia dovuto uccidere a sangue freddo la persona con cui ha lavorato fin dal primo giorno e che lo ha supportato nella sua scalata professionale è totalmente ininfluente agli occhi del protagonista, convinto che, nella sua posizione, sia necessario scegliere se mangiare o essere mangiati, in quanto solo il più forte e il più adatto sopravvive.

    Se all’inizio del film Louis appare come un uomo sicuramente strano, ma abbastanza comune, alla fine della pellicola diventa chiaro come egli sia in realtà un sociopatico. La totale mancanza di empatia, l’odio verso le altre persone (egli stesso dice “Se il mio problema non fosse che non capisco la gente ma che non mi piace la gente?”) e la totale noncuranza verso la vita umana, sono tutti indicatori di una condizione mentale instabile e patologica.

    La critica alla visione distorta della società capitalistica diventa qui estremamente evidente: nonostante Lou sia, infatti, pericoloso e fuori controllo, agli occhi di tutti diventa un eroe, un modello da seguire e a cui ispirarsi per raggiungere il successo, come dice Nina “Penso che Lou ci stia ispirando tutti a fare del nostro meglio”.

    Egli diventa un ingranaggio perfetto della grande macchina del Capitalismo, un animale che ha vinto la lotta per la sopravvivenza adattandosi ai valori malsani del sistema in cui vive e che li ha fatti i principi fondamentali della propria vita.

    E chissà che dietro ai grandi miliardari di oggi, ai Self-made Men idolatrati dalla cultura occidentale, non si nascondano storie di sciacalli e di carcasse simili a quelle di Louis Bloom…

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  • SONNY WORTZIK – UNA GENERAZIONE ABBANDONATA

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    “Down in the shadow of the penitentiary
    out by the gas fires of the refinery
    I’m ten years burning down the road
    Nowhere to run,
    ain’t  got nowhere to go
    I was born in the U.S.A”

    “Giù nell’ombra del penitenziario
    o tra le fiamme a gas della raffineria
    Sono dieci anni che vago per la strada
    Nessun posto dove scappare
    Nessun posto dove andare
    Sono nato negli USA”

    Bruce Springsteen – Born in the USA, 1984

    Con queste parole si chiude una delle canzoni più fraintese della storia della musica. Dietro a quello che sembra essere un inno patriottico da stadio si nasconde, in realtà, il grido disperato di una generazione di giovani, distrutta da una guerra inutile e brutale.

    Tra gli anni 70 e 80, infatti,  moltissimi artisti, si sono impegnati politicamente per denunciare la follia del Vietnam: dalla musica, con autori come il sopra citato Springsteen, Dylan, i The Doors, fino ad arrivare al cinema. L’alienazione e la distruzione dell’individuo a causa della guerra è, infatti, una delle tematiche che permea tutta la produzione della Nuova Hollywood, portando a capolavori come Taxi Driver, Il CacciatoreApocalypse Now.

    Un altro esempio di un film fortemente influenzato dal contesto socio-politico dell’epoca è sicuramente Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet del 1975.

    Questa pellicola, che racconta di una rapina realmente avvenuta a Brooklyn nell’agosto del ’72, si presenta nei primi minuti come un semplice Heist Movie, ma diventa molto presto la rappresentazione di uno spaccato sociale, un drammatico film intimista e di denuncia politica.

    Il protagonista, interpretato da un giovane Al Pacino, è Sonny Wortzik, un reduce del Vietnam che, insieme al suo amico Sal (il compianto John Cazale, menzione d’onore per la sua interpretazione), si improvvisa rapinatore in un torrido pomeriggio d’estate.

    Fin dalle primissime scene Lumet tratteggia un personaggio che si distacca fortemente dai canoni del gangster classico. Sonny, infatti, è presentato come una persona comune, impacciato ai limiti del grottesco nella situazione criminale in cui si trova, risultando così allo stesso livello dello spettatore che, inevitabilmente, si ritrova ad empatizzare con lui fin da subito.

    Il personaggio di Sonny è estremamente interessante in quanto perfetta rappresentazione della gioventù dell’epoca.

    Memorabile è la scena in cui il protagonista incita la gente al grido di “Attica!” ricordando la rivolta nella prigione di New York in cui i detenuti, per lo più di colore, presero in ostaggio 33 persone per ribellarsi contro le condizioni di vita disumane nel carcere. In quell’occasione ci furono più di 200 feriti e quasi 30 morti tra civili e detenuti, tutti per mano dell’esercito, inviato su preciso ordine del governatore della città.

    Una delle tematiche portanti della pellicola, infatti, è la profonda sfiducia della società verso le istituzioni, tanto che e il rapinatore diventa un eroe, un simbolo della rivolta contro gli omicidi e gli abusi di potere delle forze dell’ordine, della lotta dell’oppresso contro l’oppressore.

    Questo sentimento viene sintetizzato perfettamente da un dialogo in cui un agente dice al rapinatore che se dovrà ucciderlo lo farà, sostenendo che quello è il suo mestiere, e al quale Sonny risponde “Se qualcuno deve uccidermi spero che lo faccia perché mi odia a morte e non perché è il suo mestiere!”.

    Il crollo psicologico del protagonista durante la pellicola è quindi, metaforicamente, il crollo di una generazione intera, per la quale è impossibile riadattarsi e rientrare nella società civile dopo aver vissuto l’orrore della guerra.

    In quest’ottica le parole di Sonny, nella scena in cui incontra la madre, “sono un fallito ma’, un emarginato” diventano emblema dell’alienazione del protagonista, un uomo che ormai ha perso qualsiasi punto di riferimento nella propria vita.

    In un mondo che ha masticato e poi sputato il protagonista, quindi, perfino l’amore viene negato. Sonny è infatti innamorato di Leon, un giovane ragazzo che viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico in quanto omosessuale, il loro è il dramma di due persone che si amano in modo profondo, ma per le quali è impossibile vivere insieme in una società che li discrimina in quanto ritenuti diversi e malati.

    È importante notare come la scena madre della pellicola, ovvero la stesura del testamento di Sonny, avvenga dopo la definitiva separazione degli amanti. Vedendosi portare via, infatti, l’unica cosa positiva rimasta nella sua vita, il protagonista capisce che in questo mondo non è rimasto più nulla per lui e accetta la possibilità di morire, lasciando, in un ultimo ed estremo gesto d’amore, tutti i suoi soldi a Leon, cosicché possa realizzare il suo sogno e sottoporsi a un intervento per cambiare sesso.

    Lumet, quindi, realizza un film estremamente attuale, una pellicola che, nonostante sia uscita quasi 50 anni fa, resta da vedere per comprendere come la società di oggi non sia poi così diversa da quella di ieri, oltre che per ammirare uno dei personaggi emblematici della Nuova Hollywood, diventato simbolo dello smarrimento sociale post-Vietnam e della lotta contro tutte le oppressioni nei confronti delle minoranze.

  • LA MORALE NEI FILM DI DENIS VILLENEUVE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “C’è una tale differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi invece di quel che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi. È inevitabile che un uomo, il quale voglia sempre comportarsi da persona buona in mezzo a tanti che buoni non sono, finisca per rovinarsi. Ed è pertanto necessario che un principe, per restare al potere, impari a poter essere non buono, e a seguire o non seguire questa regola, secondo le necessità”

    Machiavelli, Il Principe, Cap. XV.

    Fin dal momento in cui l’uomo ha sviluppato la capacità di pensare e di organizzarsi in gruppi si è trovato di fronte al problema della moralità. Vivendo in società l’essere umano ha dovuto imparare che esiste un limite tra Bene e Male, tra ciò che è giusto fare e ciò che invece è sbagliato.

    Questo conflitto, dunque, ha influenzato tutti gli ambiti della nostra esistenza storica, dalla politica ai rapporti interpersonali, dalla religione fino alla maniera stessa in cui ogni persona affronta la propria vita.

    Il Cinema, che da sempre è specchio dell’animo umano, ha rappresentato innumerevoli volte sul grande schermo questioni di natura etica, ma nell’ultimo decennio uno dei registi che più ha trattato questa tematica è sicuramente Denis Villeneuve.

    La morale è qualcosa che permea la filmografia del cineasta canadese, e già in Enemy (2013) vediamo un protagonista scisso (metaforicamente e non) tra ciò che la società gli impone, ovvero una vita coniugale semplice e monogama, e la volontà di abbandonarsi agli istinti primordiali dell’uomo, tradire la moglie con svariate amanti e dunque venire meno a ciò che è considerato moralmente giusto.

    Villeneuve, però, in questa pellicola si concentra in modo più evidente sulle ripercussioni psicologiche che queste imposizioni sociali hanno sull’individuo e sarà solamente con il successivo Prisoners (2013) che questa tematica si prenderà prepotentemente la scena.

    Questo film pone, principalmente, una domanda molto semplice, ovvero cosa si è disposti a fare, fino a che punto si è disposti ad abbandonare i propri valori morali, per proteggere e salvare qualcuno che si ama?

    Il personaggio di Keller, interpretato magistralmente da Hugh Jackman, viene presentato come il classico padre di famiglia americano: devoto alla moglie, amorevole con i figli, punto di riferimento per la comunità locale e mosso da una profonda fede cristiana. Tutto cambia, però, nel momento in cui sua figlia viene rapita e il protagonista si trova a dover affrontare, metaforicamente, il Male.

    Da quel momento inizierà per lui una spirale sempre più ripida di tormento, paura e violenza, alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi per mantenere viva la speranza.

    È interessante notare (evitando spoiler) come egli non si interroghi mai sulla moralità delle proprie azioni. La possibilità di essere in errore, infatti, sarebbe per lui così terribile e devastante da non essere mai presa in considerazione.

    La convinzione di essere nel Giusto sopprime, dunque, la nascita di qualsiasi tipo di dubbio e così Keller viene accecato dall’ostinatezza della sua disperazione in un’ottica machiavellica de “il fine giustifica i mezzi”.

    Avendo infranto, di fatto, tutti i principi alla base della propria vita, egli non può cedere nemmeno per un momento all’incertezza, in quanto anche solo un tentennamento morale, un attimo di esitazione, lo renderebbero un  mostro ai suoi stessi occhi, cancellando l’immagine di “brav’uomo” su cui ha fondato la propria esistenza.

    Villeneuve, infine, non giudica il suo personaggio, ma anzi dà la possibilità di empatizzare con lui, pur facendo percepire un sentimento di disagio morale. Ciò che viene mostrato infatti è palesemente sbagliato, ma la bassezza alla quale giunge Keller è disumana e orribile, o è forse pienamente umana e chiunque in una situazione simile potrebbe comportarsi così? Ogni spettatore ha, alla fine del film, il potere di assolvere o di giudicare il protagonista, senza dimenticare che chi è senza peccato…

    La riflessione etica del regista canadese si amplia ulteriormente con la pellicola successiva, ovvero Sicario, del 2015.

    In questo film la protagonista Kate Macer, interpretata da Emily Blunt,  è un’agente dell’FBI impegnata in operazioni contro il narcotraffico nel Sud degli Stati Uniti e fin da subito è evidente come sia fortemente legata al rispetto dei protocolli e delle regole che, nella sua visione, dividono i Buoni dai Cattivi. Il punto di svolta arriva quando le viene proposto di lavorare con figure decisamente ambigue (i personaggi di Del Toro e Brolin) in una missione segreta che punta direttamente al cuore dei cartelli della droga messicani, ma con metodologie molto poco ortodosse e che spesso superano il limite della legalità. Durante tutta la pellicola, quindi, Kate si trova a dover gestire un conflitto interiore tra la sua rettitudine morale e la necessità di combattere il nemico con le sue stesse armi, di rispondere al male con il male, essendo questo l’unico vero modo in cui può fare qualcosa di concreto e di importante in questa battaglia.

    La riflessione di Villeneuve si sposta, in questo film, da un piano individuale a un piano decisamente più politico, mostrando come non solo sia impossibile rispettare una condotta etica in un mondo che etico non è, ma che ciò possa essere addirittura una debolezza. La stessa protagonista cercherà fino all’ultimo di riportare la propria squadra al di qua del limite morale, visto come unica vera differenza tra coloro che lei considera i buoni e coloro che considera i cattivi, per scoprire poi, in modo anche decisamente violento, che questa differenza non esiste, comprendendo così le parole del direttore del suo dipartimento “Se tu temi di operare oltre il limite ti dico una cosa, non è così. I limiti li hanno spostati”.

    In questo film Bianco e Nero si mischiano, ogni personaggio è borderline e cammina in equilibrio sulla sottile linea che divide ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Alejandro (Benicio Del Toro) viene presentato come un uomo misterioso, senza scrupoli, assassino e torturatore e solo nel finale viene spiegato il motivo di tutto ciò. In questa sequenza avviene, di fatto, il ribaltamento definitivo dei ruoli, il capo del cartello messicano spiega come la violenza dei narcotrafficanti sia solamente un riflesso della violenza usata contro di loro dagli americani, in una sorta di adattamento nella lotta per la sopravvivenza.

    In conclusione l’intento di Villeneuve in questo film, così come nei precedenti, è chiarissimo e arriva come un pugno allo spettatore, che, vedendo questo mondo moralmente grigio attraverso gli occhi ingenui di Kate, rimane spiazzato, non capendo più dove sta il Bene e dove sta il Male e dubitando, allo stesso modo,  dell’esistenza stessa di tali concetti.