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  • Noah Baumbach – Una sincera rappresentazione del dramma umano

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    Noah Baumbach, regista, attore e sceneggiatore statunitense, nasce a Brooklyn nel 1969. La sua passione per il cinema e la letteratura gli viene trasmessa dai genitori Jonathan Baumbach e Georgia Brown, entrambi critici cinematografici. Inizia a lavorare come regista quando aveva solo 26 anni, anche se di fatto la sua carriera si è sempre divisa tra scrittura e regia. Ricordiamo a questo proposito le collaborazioni di successo con Wes Anderson per i film Avventure acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox.

    Ha sempre mantenuto le distanze dal cinema commerciale, preferendo progetti indipendenti. Con un talento innato per la scrittura e una profonda comprensione della complessità delle relazioni umane, Baumbach ha saputo creare film che toccano le corde emotive dello spettatore. La fonte primaria di ispirazione del regista sono sempre state le sue esperienze di vita, ma non per questo i film possono essere definiti autobiografici. Anzi, la sua abilità sta proprio nel partire da un’esperienza personale per raccontare delle storie universali. Nei suoi film porta in scena la realtà senza filtri: è come se i suoi film ci dessero la possibilità di seguire i personaggi per un certo periodo della loro vita, conoscerli a fondo e lasciarli nuovamente alla loro quotidianità. Ed è proprio per aderire più strettamente alla realtà che rifiuta la classica struttura in tre atti, in cui l’evoluzione dei personaggi è molto chiara e definita. Preferisce dividere i suoi film in capitoli, facendo una scansione temporale o dedicando ogni momento alla conoscenza di un personaggio. Il suo sguardo sincero sulla realtà è evidente anche dal modo in cui sceglie di concludere i suoi film. Predilige finali agrodolci che da un lato danno speranza per il futuro, dall’altro ci costringono a fare i conti con la realtà.

    Osservando la filmografia del regista è possibile rilevare la presenza di tematiche che gli stanno particolarmente a cuore, in questo articolo ci soffermeremo in particolare su due: il difficile passaggio dalla giovinezza all’età adulta e i conflitti familiari.

    Eternamente giovani

    Soffermiamoci su due film, in cui i protagonisti stanno diventando adulti ma non riescono ancora ad abbandonare la leggerezza che la gioventù porta con sé. Prendono atto delle difficoltà e delle responsabilità con cui devono fare i conti ma vorrebbero non abbandonare mai quel porto sicuro in cui hanno vissuto fino ad ora.

    Il film d’esordio di Baumbach dal titolo Scalciando e strillando (1995) esplora proprio questo tema. Si tratta di una commedia corale i cui protagonisti sono quattro ragazzi benestanti appena usciti dal college che ancora non sanno cosa fare della propria vita. Si sentono di vivere in un limbo dal quale sembra non esserci via d’uscita. Riempiono il vuoto esistenziale che sentono dentro con incessanti discorsi esistenziali, che di fatto non arrivano mai a una conclusione. Il regista ha iniziato a lavorare al film nel 1991, non appena uscito dal college, cioè quando lui stesso si trovava nella stessa situazione dei protagonisti. Si ispira quindi alle esperienze che aveva vissuto in prima persona pochi anni prima, rappresentando così una generazione che non si sente pronta ad affrontare l’ingresso nell’età adulta.

    La stessa tematica verrà affrontata qualche anno più tardi in Frances Ha (2012). Frances ha 27 anni, è un’aspirante ballerina di New York che nel tentativo di affermarsi nel mondo della danza deve fare i conti con l’instabilità economica. Nonostante gli ostacoli che incontra nel suo percorso non si lascia abbattere, continua a guardare alla vita con grande ottimismo. Il film amplia le tematiche precedentemente trattate, come la ritrosia a crescere e la necessità di fare i conti con il proprio fallimento. Il film è in bianco e nero, una scelta che permette allo spettatore di concentrarsi su quanto accade, senza lasciarsi distrarre dal resto. Frances si fa portavoce della generazione successiva rispetto a quella rappresentata dai protagonisti di Scalciando e Strillando. È come se i quattro ragazzi fossero cresciuti ma si trovano a vivere ancora nello stesso limbo. Anche se in questo caso Frances non ha paura di crescere, lei sa cosa vuole ma fatica ad ottenerlo. In fondo, chiunque può immedesimarsi in Frances: tutti abbiamo provato almeno una volta quella sensazione di perdere il controllo della nostra vita senza riuscire a mettervi ordine. Ma è proprio l’atteggiamento di Frances e la sua irrefrenabile gioia di vivere che tranquillizzano lo spettatore, trasmettendo il messaggio che errare è umano. Anzi, a volte le perdite di equilibrio sono necessarie per trovare la propria strada.

    Il divorzio visto da diversi punti di vista

    Un altro tema centrale nei film di Noah Baumbach è sicuramente il racconto della famiglia e delle complesse dinamiche che si sviluppano al suo interno. Qui è ancora più evidente il legame con le sue esperienze personali, in quanto ha divorziato da Jennifer Jason Leigh ma ha anche vissuto la separazione dei genitori da ragazzino.

    Il tema è stato trattato in maniera egregia in Il calamaro e la balena (2005). Ci troviamo nella New York degli anni Ottanta, nel quartiere di Brooklyn. Qui vivono il professore universitario di scrittura creativa Bernard Berkman, la moglie Joan scrittrice di romanzi e i due figli Walt e Frank. Tra marito e moglie emergono delle tensioni che sfociano nell’inevitabile fine del matrimonio. Il film fornisce uno sguardo sulle complesse dinamiche familiari, dandoci la possibilità di osservarle dal punto di vista dei figli. Si sofferma in particolare sul divorzio e sulle sue più immediate conseguenze, non solo sui due che lo vivono in prima persona ma anche sulle persone che li circondano.

    Torna a trattare il tema in Storia di un matrimonio (2019), però dal punto di vista della coppia. Il regista stesso ha dichiarato che è come se stavolta avesse provato a vedere la separazione dei loro genitori dal loro punto di vista. Il film racconta la storia di Charlie, un egocentrico regista teatrale che sta divorziando da Nicole, un’attrice di teatro. I due hanno un figlio, quindi Charlie si troverà a lottare contro l’abile avvocato di Nicole per non perdere la custodia del figlio. Il film non si limita ad analizzare il percorso processuale, ma approfondisce anche la dimensione psicologica. In effetti, il divorzio fa emergere il lato peggiore dei due, che arriveranno a non riconoscersi più. Dovranno quindi imparare a trovare un nuovo equilibrio e in qualche modo ricostruire la famiglia in un altro modo. Il film fornisce una puntuale analisi della complessità delle relazioni nella coppia. In particolare, emerge il conflitto che si viene a creare tra il sé e la coppia, la necessità di imparare a scendere a compromessi quando si decidere di condividere la propria vita con un’altra persona. Il cambiamento del loro legame è riflesso anche nelle ambientazioni: se inizialmente il film si sviluppa in ambienti familiari e accoglienti, non appena iniziano le procedure del divorzio iniziano a frequentare ambienti più impersonali come le aule di tribunale e gli studi degli avvocati.

    Conclusioni

    Nella sua carriera Noah Baumbach ha collezionato un successo dopo l’altro. Prova ne sono le numerose candidature che ha ricevuto agli Oscar e ai Golden Globe.

    I suoi film permettono allo spettatore di non sentirsi solo di fronte alle difficoltà che incontra o nelle fasi di transizione da una fase a un’altra della vita. In una società che ci vuole sempre più prestanti, di successo e impegnati, Baumbach lascia ai suoi personaggi la possibilità di sbagliare e di essere fragili: i suoi personaggi non sono destinati a diventare degli eroi ma a ergersi come simbolo della fragilità umana.

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    Cristiana Agosta,
    Redattrice.
  • Ombre da Oriente – Empresses in the Palace

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    L’harem drama par excellence 

    Nella produzione televisiva cinese un ruolo di particolare rilievo è occupato dai cosiddetti harem drama, popolari racconti a metà tra Storia e finzione che drammatizzano la vita di corte della Cina imperiale, dedicando particolare attenzione al racconto di intrighi e amori tra le mura della Città Proibita di Pechino. Non fa eccezione Empresses in the Palace (in originale: Zhen Huan Zhuan, La Leggenda di Zhen Huan), che di questo sottogenere rappresenta probabilmente il culmine. Sontuosa produzione del 2011 realizzata da Beijing TV Art Center e inizialmente mandata in onda sul canale regionale Shaoxing News, per poi essere riproposta a livello nazionale, Empresses in the Palace rappresenta un’autentica serie di culto in Cina, dove è tra i prodotti di massa più popolari, anche su piattaforme social come Weibo e Xiaohongshu, dove meme e gif ispirate dalla serie abbondano e rappresentano un terreno culturale comune per milioni di cinesi. La serie, che consta di settantasei episodi da quarantacinque minuti, ha avuto un tale successo che Netflix ne ha acquistato i diritti e l’ha distribuita su scala planetaria in una versione rimontata e ridotta (sei episodi da un’ora e mezza l’uno). Ora, tuttavia, la versione integrale originale è disponibile legalmente su YouTube con una pregevole sottotitolazione poetica in inglese a cura del gruppo di traduttori The Magpie Bridge Brigade.

    Intrighi, potere e amori nella Città Proibita

    Cina, 1722. Il Principe Yinzhen della dinastia Qing ascende al trono imperiale con il nome di Yongzheng, grazie all’appoggio politico di numerosi dignitari e autorità militari. Di lì a pochi mesi, l’Imperatrice Madre organizza una nuova selezione di concubine per rimpinguare l’harem della Città Proibita: all’importante evento partecipano decine di figlie di prestigiose famiglie della nobiltà cinese. Nonostante segretamente speri di non essere selezionata e di poter vivere una vita pacifica al di fuori della corte imperiale, la giovane Zhen Huan è scelta dall’Imperatore in persona per via della sua somiglianza con la defunta Imperatrice Chunyuan, grande amore del sovrano e sorella dell’attuale Imperatrice Yixiu. Insieme a Zhen Huan, vengono selezionate numerose altre giovani, tra cui Shen Meizhuang, amica d’infanzia della protagonista, e An Lingrong, figlia di un dignitario minore. A poco a poco, Zhen Huan comprende come l’harem non sia solamente un’istituzione votata a soddisfare l’imperatore e a provvedere eredi al trono, bensì un’autentica arena di lotta politica e di potere, nonché terreno di violente gelosie per accaparrarsi il favore del sovrano. Nel corso della serie, Zhen Huan dovrà confrontarsi con infinite difficoltà per abbattere le sue rivali e accrescere la propria sfera d’influenza nella corte imperiale. 

    La sfarzosa ricostruzione di un microcosmo femminile

    Interamente diretta da Zheng Xiaolong, regista televisivo di chiara fama in Cina, Empresses in the Palace fa dello sfarzo un proprio tratto distintivo. Ogni fotogramma della serie, che si ispira non poco alla magnificenza visiva di capolavori cinematografici della Quinta Generazione quali Lanterne rosse (Zhang Yimou, 1991) e Addio mia concubina (Chen Kaige, 1993), è un tripudio di colori abbacinanti. I ricchi costumi sono tra i più belli mai prodotti per la televisione, con alcuni pezzi considerati di assoluto valore anche al di fuori dello schermo, come la tiara a forma di fenice indossata più volte da Consorte Hua, grande rivale di Zhen Huan: un autentico capolavoro di artigianato televisivo. Anche il lavoro scenografico impressiona, sfruttando al meglio i giardini di alcune residenze storiche cinesi e ricostruendo in studio con grande perizia numerosi ambienti della Città Proibita. 

     Consorte Hua (la prima a destra) con indosso la preziosa tiara a forma di fenice

    Ma lo splendore formale (a cui bisogna perdonare appena un paio di sequenze con una CGI invasiva e di basso livello) non è che il contorno per la vicenda principale, ossia il fiammeggiante racconto di un universo di donne che inevitabilmente ruota attorno al potere di un sovrano maschio. Colpisce, nella narrazione, come le concubine, le consorti e l’Imperatrice appaiano amministrare un immenso potere, ma come esso debba sempre essere ricondotto a un’unica, millenaria e insopprimibile autorità fallocratica: persino i pochi uomini che popolano la Città Proibita sono prevalentemente eunuchi, così da non competere con l’assoluta potestà del re. Intrighi, omicidi, aborti indotti, finte gravidanze… le donne di corte sono pronte a ogni azione pur di ottenere promozioni (la serie, in questo senso, tratteggia con un certo dettaglio la rigida gerarchia della corte imperiale, fatta di attendenti, dame, nobili signore, concubine e consorti), sgominare le proprie rivali e, in ultimo, trascorrere una notte con il sovrano. Il terreno principale di sfida è proprio quello degli eredi: la gravidanza è nell’harem al tempo stesso la massima aspirazione e il momento di massimo terrore, tanta è la violenza con cui le concubine sono pronte ad abbattere la prole altrui per mantenere il proprio status.

    Tutto questo e molto altro è narrato, come spesso accade nelle produzioni cinesi, con una grande ricchezza di dialoghi, da ascoltare rigorosamente in lingua originale, anche per l’abbondanza di citazioni poetiche e per l’eleganza dell’espressione verbale e dei rituali di corte che la serie rimette in scena con grande cura, esaltandone ripetitività e rigidità. Ciò dà vita a una narrazione fortemente basata sulla scrittura dei personaggi, assai sfaccettata, benché i dialoghi non siano sempre all’altezza: tutte le figure principali nella serie hanno archi narrativi complessi, che ne fanno emergere dimensione pubblica e privata – è su questo contrasto, infatti, che si impernia buona parte della vicenda. Anche il cast è di alto livello. Sun Li – ottima attrice di televisione e cinema, vista anche nel bel Shadow (2018) di Zhang Yimou – è straordinaria nell’infondere al personaggio di Zhen Huan una dolcezza che, a poco a poco, si irrigidisce e si trasforma in una tragica maschera del potere. Chen Jianbin dona all’Imperatore Yongzheng il proprio sorriso sornione, che volge a poco a poco nel feroce ghigno di un sovrano spietato, in preda a deliri di onnipotenza. Memorabili sono poi Ada Choi e Jiang Xin nei panni, rispettivamente, dell’Imperatrice Yixiu e della Consorte Hua – due incarnazioni eccessive e debordanti, ma anche profondamente melanconiche, di un potere giunto al tramonto e di un folle sentimento di amore, raramente ricambiato, per l’Imperatore. Ma sarebbero molte le figure di contorno da ricordare, dal fedele eunuco imperiale Su Peisheng alla dolce dama di compagnia Jinxi, dal passionale Principe Guo all’autorevole Imperatrice Madre.

    Nel complesso, vedere Empresses in the Palace nella sua versione integrale è un’occasione per immergersi in un tipo di narrazione televisiva molto lontana dai canoni occidentali a cui siamo abituati e per scoprire un’appassionante soap opera in salsa storica, in cui le dinamiche culturali del contesto cinese emergono con forza – dalle rivalità tra gruppi etnici alla centralità del cibo, dall’esaltazione della figura materna all’importanza della ritualità e delle gerarchie. Ma è anche e soprattutto un’occasione per godere di un dramma a tinte forti, in cui i contrasti e le feroci faide di potere – la serie, in questo senso, non si ferma di fronte ad alcuna efferatezza – permettono di immergersi in un’affascinante e fantasiosa ricostruzione della Cina imperiale.

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale
  • Il sodalizio tra Gian Maria Volonté ed Elio Petri – L’apice del cinema civile italiano

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    Federico Fellini e Marcello Mastroianni, Toni Servillo e Paolo Sorrentino, Vittorio De Sica e Sophia Loren, Michelangelo Antonioni e Monica Vitti: plurimi e celeberrimi sono i sodalizi artistici, tra registi e attori, che hanno caratterizzato e continuano a influenzare il cinema italiano. Diversi i motivi che conducono a sodalizi come quelli citati poc’anzi: l’attore feticcio può divenire l’alter ego del regista, l’attrice la musa ispiratrice; possono sussistere legami sentimentali o relazioni di “amore e odio” che non inficiano, tuttavia, la resa finale del prodotto.

    Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, nel panorama cinematografico italiano, s’instaura un rapporto prolifico tra l’attore Gian Maria Volonté e il regista Elio Petri: la condivisa militanza politica, in un quadro socio-culturale di fervore ideologico e denuncia sociale, ha permesso ai due artisti di costruire un legame fecondo che ha lasciato un profondo segno non solo nel cinema civile italiano, ma anche nella storia del cinema mondiale. Quattro lungometraggi e un mediometraggio sono il frutto di un incontro che ha reso Volonté e Petri due esponenti di quel cinema che ha saputo assoggettare una nuova visione autoriale alla denuncia di corruzioni e politiche stagnanti, che indirizzandosi contro il potere costituito ha fatto riaffiorare realtà storiche a lungo rimaste celate.

    L’incontro siciliano: A ciascuno il suo (1967)

    È Leonardo Sciascia, in un certo senso, il mediatore per il primo incontro tra Volonté e Petri. È il 1967, e l’attore, già conosciuto al grande pubblico per le sue interpretazioni in Per un pugno di dollari (Leone, 1964), Per qualche dollaro in più (Leone, 1965) e L’armata Brancaleone (Monicelli, 1966), viene ingaggiato per interpretare il protagonista del quinto lungometraggio di Petri. Volonté impersona l’impacciato e «sessualmente incompetente» maestro Paolo Laurana, coinvolto suo malgrado in un torbido omicidio di mafia: A ciascuno il suo (1967) è infatti uno dei primi film a denunciare, in maniera esplicita, l’organizzazione criminale sicula retta da una solida rete fatta di omertà, violenza, omicidio e miti fondativi. Qualche anno prima, nel 1962, Volonté aveva già partecipato a un lungometraggio di denuncia verso la mafia: Un uomo da bruciare, diretto da Valentino Orsini e dai Fratelli Taviani, rievoca la vita e l’attività del sindacalista Salvatore Carnevale, che in cerca di una solidarietà sindacale si scontra con gli interessi dei mafiosi. 

    Elio Petri, dal canto suo, proviene dalla direzione di film come L’assassino (1961), I giorni contati (1962) e Il maestro di Vigevano (1963), lungometraggi intrisi, più o meno evidentemente, della lezione neorealista appresa da Petri fin dai suoi primi passi nel cinema italiano. Con A ciascuno il suo, s’inizia a delineare l’inclinazione di Petri verso il filone del cinema civile, tendenza animata non solo dalla feconda collaborazione con Volonté, ma anche dal sodalizio con lo sceneggiatore Ugo Pirro, fedele collaboratore anche nei successivi film. 

    Di indagine in indagine

    Dopo A ciascuno il suo e Un tranquillo posto di campagna (1968) con Franco Nero e Vanessa Redgrave, è il 1970 che segna la svolta nella filmografia di Elio Petri – e, contestualmente, di Gian Maria Volonté. In Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’attore, in stato di grazia, interpreta un Dirigente della Pubblica Sicurezza – senza nome, identificato solo con l’appellativo di “Dottore” – che intende mettere alla prova la sua insospettabilità, a seguito dell’omicidio dell’amante Augusta (Florinda Bolkan). Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto viene presentato alla 23ma edizione del Festival di Cannes, vincendo il Grand Prix Speciale della Giuria, e ottiene il Premio Oscar al miglior film straniero nel 1971. Il film, primo della trilogia della nevrosi – qui declinato nel senso di onnipotenza dato dal potere costituito, dunque la nevrosi del potere – è accolto con una moltitudine di critiche su più fronti: colto nei riferimenti letterari, da Franz Kafka a Bertolt Brecht, da Karl Marx a Fëdor Dostoevskij, Indagine è il film che rende Petri, Pirro e Volonté bersagli prediletti dello scontro politico che anima l’Italia degli anni Settanta. È una lucida riflessione sulle nevrosi che agitano il sistema poliziesco post Sessantotto, le quali sono incorporate dal Dottore, affetto da onnipotenza ma interiormente incapace di agire come un bambino, del quale si accenna anche una repressione sessuale, resa manifesta dalla “rivoluzionaria” Augusta. Gian Maria Volonté, in questo senso, restituisce un’interpretazione che è rimasta negli annali della recitazione, impersonando un anti-eroe sfaccettato e controverso che è divenuto simbolo del cinema civile italiano. 

    In contemporanea con Indagine, nel 1970 Elio Petri co-dirige, insieme a Nelo Risi, il documentario Documenti su Giuseppe Pinelli. Composto da due episodi – Giuseppe Pinelli, diretto da Risi, e Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, diretto da Petri – il documentario è una reazione al presunto suicidio dell’anarchico Pinelli, il quale ricostruisce e ironizza sulle dichiarazioni della polizia circa l’improbabilità del suicidio, dimostrando l’impossibilità della caduta volontaria o accidentale dell’anarchico dalla finestra della questura dove era in fermo. Nell’episodio diretto da Petri, Gian Maria Volonté dirige le tre diverse versioni fornite dal comando di polizia, ponendo in evidenza l’assurdità delle stesse. Il documentario, prodotto dal “Comitato cineasti contro la repressione”, nasce in prima battuta da Petri e Pirro, a seguito della strage di Piazza Fontana e alla conseguente linea repressiva da parte delle forze di polizia. Rimasto per lo più sconosciuto, a causa della limitata circolazione, Documenti su Giuseppe Pinelli rappresenta il versante non fiction del cinema civile italiano, in cui Gian Maria Volonté ed Elio Petri si presentano, nuovamente, come esponenti in stato di grazia.

    La classe operaia (non) va in paradiso

    Dopo l’indagine sulla nevrosi del potere, Elio Petri sceglie di scandagliare la nevrosi del lavoro: La classe operaia va in paradiso (1971) è una satira grottesca sul lavoro in fabbrica e sulle sue conseguenze, nella vita intima, della catena di montaggio e del cottimo. Come ricorda Petri stesso, al tempo dell’uscita del film tutti si scagliarono contro la pellicola: dai movimenti studenteschi nati a seguito del Sessantotto, i sindacati, gli intellettuali, i dirigenti, i maoisti; il film, invece, voleva essere il ritratto della classe operaia scevro di ogni ragione politica e ideologia.

    Premiato con la Palma d’Oro alla 25ma edizione del Festival di Cannes, La classe operaia va in paradiso è il ritratto realistico dell’operaio Lulù Massa, interpretato da Volonté, trentunenne con quindici anni di lavoro alle spalle presso la fabbrica B.A.N.: il suo stakanovismo e il suo sostegno del lavoro a cottimo sono mal visti dai colleghi che domandano, invece, condizioni di lavoro più umane. Ma la perdita di un dito, a seguito di un infortunio sulla macchina, produce un effetto sconvolgente nella sua persona, e risvegliatosi da quel sonno dettato dalla sottomissione al lavoro, Lulù inizia a sentirsi parte di una lotta di classe comune.

    Dal “Dottore”, spietato ma infantile, a Lulù Massa: il camaleontismo di Volonté è reso ampiamente manifesto se si confrontano i due personaggi interpretati a pochi mesi di distanza. Lulù è la grottesca rappresentazione dell’alienazione umana a seguito del lavoro a cottimo, il risvolto tragico e realistico del Charlot operaio di Tempi Moderni (Chaplin, 1936). A differenza della corporeità del “Dottore” – impeccabile nell’abbigliamento, nella pettinatura e nei modi – il corpo di Lulù è compromesso da due intossicazioni da vernice e da un’ulcera: ha trentun anni, ma ne dimostra quasi il doppio. Elio Petri, attraverso i suoi ricorrenti primissimi piani, esaspera i tratti grotteschi del suo protagonista e dei comprimari, palesando la nevrosi che caratterizza la vita operaia, dentro e fuori la fabbrica. In particolare, è degna di nota la presenza fondamentale di Mariangela Melato, interprete eccellente della compagna di Lulù, che incarna sia l’impossibilità di una vita intima con il cottimista Massa, sia il fronte opposto – e più lucido – delle lotte operaie e studentesche che, secondo Petri, si basano più sulle parole che sui fatti.

    L’ultimo film: Todo Modo (1976)

    Dopo La classe operaia va in paradiso, Elio Petri conclude la sua trilogia della nevrosi con La proprietà non è più un furto (1973): al posto di Volonté, Ugo Tognazzi e Flavio Bucci sono i protagonisti di una pellicola che scandaglia la nevrosi data dal denaro, nonché dell’assolutizzazione dell’avere in contrapposizione con l’essere. Accolto all’epoca molto negativamente dagli intellettuali di sinistra, il film viene considerato il meno riuscito della trilogia: pur contando sul sodalizio con Ugo Pirro, è sentita la mancanza dell’attore feticcio fra gli interpreti della pellicola.

    Gian Maria Volonté ritorna davanti alla macchina da presa di Petri nel penultimo film del regista romano. Todo Modo (1976), liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, chiude simbolicamente il sodalizio artistico più iconico della stagione del cinema civile: interessante notare come sia un romanzo dello scrittore siculo a concludere tale collaborazione, aperta nel 1967 con il già citato A ciascuno il suo. Film ermetico e apertamente critico verso la Democrazia Cristiana – al tempo fautrice della formazione del cosiddetto Pentapartito – Todo Modo rappresenta il culmine della riflessione di Petri, Pirro e Volonté sul potere costituito, riflessione volta a mettere in scena il lato grottesco e controverso della classe dirigente. Accanto a interpreti del calibro di Mariangela Melato, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Ciccio Ingrassia, Gian Maria Volonté interpreta per la prima volta, sul grande schermo, il democristiano Aldo Moro (pur non venendo nominato esplicitamente): del politico, identificato come “Il Presidente”, si ha una rappresentazione grottesca, un personaggio che esplicita la sua nevrosi in una fede cieca; il suo controverso rapporto con Don Gaetano (Marcello Mastroianni) è esemplificativa del suo rapporto esasperato con la religione cattolica. Volonté esaspera la mimica facciale del politico, l’inflessione della sua voce e i suoi comportamenti, un’interpretazione che prende alla bocca dello stomaco. Un’incorporazione meno caricaturale verrà resa dallo stesso attore ne Il caso Moro (Ferrara, 1982), ricostruzione del rapimento e del successivo assassinio del politico italiano.

    Todo Modo conclude il fecondo sodalizio artistico fra attore e regista, che rimane ad oggi uno dei più importanti della storia del cinema. Dopo la pellicola, Petri dirigerà il suo ultimo film, Buone notizie (1979), con Giancarlo Giannini e Angela Molina come protagonisti: a causa di un cancro, morirà nel 1982, a soli 53 anni. A lungo dimenticato dal grande pubblico, la figura di Petri è stata lentamente recuperata solo negli ultimi anni, palesando l’importanza di un regista che ha saputo essere uno dei maggiori esponenti del cinema civile italiano insieme all’indimenticabile Gian Maria Volonté.

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    Shannon Magri,
    Redattrice.
  • Un Chien Andalou – L’occhio dell’inconscio

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    Un Chien Andalou è un cortometraggio del 1929 scritto a quattro mani da Salvador Dalì e Luis Buñuel e diretto da quest’ultimo. Il film, nonostante duri appena 16 minuti, ha suscitato notevoli riflessioni e discussioni per la logica non razionale che guida la (non) narrazione. Un Chien Andalou si colloca pienamente nella tradizione surrealista che mira ad abbattere le convenzioni sociali e narrative per trascendere la realtà e raggiungere quella regione segreta che è l’inconscio, ricca di desideri proibiti e inespressi.

    L’occhio surrealista

    Malgrado le sequenze del film ci facciano pensare il contrario, in realtà l’unico elemento assurdo è il titolo che allude probabilmente al poeta andaluso Federico Garcia Lorca, il quale aveva conosciuto i due artisti alla Residencia de Estudiantes di Madrid. A prescindere da ciò, nulla che si trova all’interno della pellicola è casuale, ma soggetto alle logiche deliranti dell’inconscio, che è stimolato dagli autori attraverso due processi creativi di pura matrice surrealista: il metodo paranoico-critico, teorizzato dallo stesso Dalì, e la scrittura automatica di André Breton. Per metodo paranoico critico Dalì intende “un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’associazione interpretativo-critica dei fenomeni deliranti”. Il nostro cervello possiede, infatti, la capacità di percepire analogie tra aspetti della realtà che non sono collegati da alcun elemento razionale. Il processo critico consente, dunque, alla paranoia e alle ossessioni dell’artista di affiorare dall’inconscio e di divenire così materiale creativo. Questo stesso interesse per gli stati allucinatori e la psiche ha portato Breton a teorizzare la scrittura automatica molti anni prima delle riflessioni di Dalì. Tuttavia, per poter parlare di questo ulteriore metodo, è necessario fare un passo indietro e cercare di comprendere cosa si intende per surrealismo. André Breton nel manifesto del 1924 definiva il surrealismo come un “automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”.  La vicinanza al metodo di Dalì è immediata poiché, anche in questo caso, ci si concentra sulla possibilità di produrre automaticamente delle analogie che mettano in comunicazione il mondo della veglia con quello del sogno, il conscio con l’inconscio. La surrealtà si trova, dunque, a metà tra queste due dimensioni, ne è un trait d’union. La scrittura automatica è una dettatura del pensiero nonché uno dei procedimenti “deliranti” in grado di cogliere questa parte inconscia che sfugge alla razionalità e che può essere afferrata anche attraverso l’occhio meccanico del cinema. La macchina da presa è, infatti, in grado di registrare in modo automatico la realtà delle cose, ma anche di spingersi oltre le possibilità dell’occhio umano, di osservare minuziosamente ciò che ci circonda e di farne l’autopsia. In particolare, l’inquadratura ci svela i dettagli insoliti e inaspettati della realtà, che producono in noi delle associazioni libere, le quali sollecitano quelle pulsioni che animano il nostro inconscio. Un Chien Andalou è, dunque, una manifestazione visiva di ciò che i surrealisti intendevano per automatismo psichico e nuova modalità di visione.

    La genesi del Cane

    Il cortometraggio è nato dall’incontro tra due sogni di Salvador Dalì e Luis Buñuel che si concretizzarono nelle immagini emblematiche dell’occhio tagliato e della mano con le formiche. Seguendo il metodo paranoico-critico di Dalì la sceneggiatura fu pronta in meno di una settimana. Ciò che i due artisti si ritrovarono tra le mani era una sequenza di immagini oniriche e allucinate, prive di alcun legame razionale l’una con l’altra. A causa della sua forte anticonvenzionalità, il film non poteva essere accettato dalle case di produzione e Buñuel fu costretto a chiedere un prestito alla madre per poter produrre autonomamente l’opera. Le riprese del film durarono circa una quindicina di giorni e furono girate in Francia all’interno dei teatri di posa di Billancourt impiegando attori non professionali scelti tra i loro amici, colleghi artisti e persino tra le loro amanti. Tristemente nota è la vicenda dell’attore protagonista Pierre Batcheff morto suicida pochi giorni prima del termine delle riprese.
    La prima del film venne organizzata dall’artista Man Ray presso lo Studio Ursulines dinanzi ad un pubblico di eccezione composto, tra l’altro, da André Breton, Pablo Picasso e Jean Cocteau. Era il settembre del 1929 e da quel momento in poi Un Chien Andalou sarà considerato un’opera pura ed emblematica dell’avanguardia surrealista.

    La logica dell’inconscio

    Il cortometraggio è noto per la sua struttura non narrativa e per le immagini oniriche e perturbanti, che sfidano le convenzioni cinematografiche per suscitare una forte reazione emotiva nello spettatore. Bunuel guardava al cinema come uno strumento sovversivo e poetico finalizzato a “far dubitare della perennità dell’ordine esistente, anche senza indicare direttamente una conclusione, anche senza prendere apertamente posizione”. A tal proposito, col taglio dell’occhio della donna i due autori non volevano semplicemente scioccare lo spettatore, ma anche suggerirgli il nuovo tipo di visione da adottare per immergersi pienamente in questa pellicola. Un Chien Andalou, sin dalle sue prime immagini, chiede allo spettatore di abbandonare l’impiego quotidiano del proprio occhio, fortemente ancorato al visibile, a favore di una vista che vada oltre la realtà delle cose e sappia svelare il mondo interiore, l’inconscio.
    La vicenda di Un Chien Andalou si svolge in ambienti non definiti, sfuggenti, dei non luoghi della mente ed è priva di un senso lineare poiché è costruita come un vero e proprio flusso di coscienza. Le stesse cinque didascalie sono fuorvianti e seguono la logica atemporale dei sogni.  Non v’è alcuna apparente coincidenza tra il testo scritto e quello che viene mostrato. Per tale ragione, il film si apre a molteplici interpretazioni dal momento che i sogni sfuggono alla razionalità. Le immagini disturbanti come le formiche che escono da una mano o l’uomo che trascina due pianoforti con corpi di asini morti legati ad essi, alludono alla pulsione erotica che intercorre tra eros e thanatos, amore e morte, e che pervade l’intero cortometraggio.

    Per quanto riguarda le scelte tecniche e formali Un Chien Andalou è caratterizzato da una regia sperimentale e sporca che non mira alla ricerca della bella immagine, bensì ad un’estetica della crudeltà. Le innovazioni tecniche come il montaggio non lineare, i tagli bruschi e il ritmo frenetico carico di tensione, le sovrimpressioni e le sfocature vogliono colpire le viscere dello spettatore e stimolarlo ad adottare quella “nuova visione” tanto cara al movimento surrealista. Queste scelte stilistiche contribuiscono, inoltre, a creare un senso di disorientamento che sottolinea il carattere caotico e irrazionale dell’esperienza umana.

    In conclusione, Un Chien Andalou è un’opera cinematografica straordinaria che ha lasciato un’impronta duratura nella storia del cinema. Attraverso le sue immagini surreali e disturbanti, il film di Buñuel e Dalí ha sfidato le norme narrative e visive offrendo un’esplorazione profonda dell’inconscio e della psiche umana. Quella che sembra essere una logica irrazionale e casuale del film può trovare una sua coesione interna coerente e ordinata solo se letta con uno sguardo “altro”, lo sguardo dell’inconscio. A tal proposito, Buñuel ha avuto modo di sottolineare che:

    la mancanza di illazione logica in Un Chien Andalou è una frottola. Se così fosse, avrei dovuto ridurre il film a semplici flash, buttare in un cappello le diverse gag e incollare le sequenze a caso. Non fu così, e non perché non avrei potuto farlo: non c’era alcuna ragione che l’impedisse. No, è semplicemente un film surrealista in cui le immagini, le sequenze, procedono secondo un ordine logico, la cui espressione dipende però dal non-cosciente che, naturalmente, segue il proprio ordine […] Usammo i nostri sogni per esprimere qualcosa, non per presentare un guazzabuglio. ‘Un Chien Andalou’ non ha di assurdo che il titolo

    Ancora oggi, il film continua a ispirare artisti e spettatori, testimoniando la potenza e la rilevanza del movimento surrealista nel panorama artistico. La necessità di spingersi oltre il visibile, verso il Meraviglioso, quella bellezza convulsiva che tocca le corde più profonde del nostro essere.

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    Benedetta Lucidi,
    Redattrice.
  • Cape fear – Scorsese e la giustizia arbitraria

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    Il thriller di Scorsese del 1991 Cape Fear – Il promontorio della paura è sicuramente uno dei più riusciti esempi di creazione di suspense e tensione in un racconto cinematografico, che poco ha da invidiare ai migliori lavori di Hitchcock. Remake del film di J. Lee Thompson del 1962, Cape Fear racconta la storia del criminale Max Cady (Robert de Niro) che durante i suoi 14 anni di condanna trascorsi in prigione prende coscienza del fatto che il suo avvocato, Sam Bowden (Nick Nolte), il protagonista del film, avesse segretamente bruciato un verbale in cui si attestavano eventi che avrebbero ridotto drasticamente il suo tempo in galera. Cady era infatti stato accusato di stupro e violenza su una ragazza, e nella testimonianza distrutta dall’avvocato si attestava la promiscuità della vittima, dettaglio che sarebbe andato a favore dell’imputato.

    Fuori dalla galera Cady mette in atto un lento ma inesorabile percorso di avvicinamento alla famiglia di Bowden, con lo scopo di esercitare una forte violenza sia fisica ma soprattutto psicologica, e poter ottenere la sua vendetta per gli anni “in più” a cui era stato condannato.

    Il film porta a riflettere su alcune questioni morali complesse e delicate, che non solo si ritrovano spesso nella filmografia di Scorsese ma conducono a ragionare sul lato più intimo e profondo della coscienza umana. Lo spettatore seguendo il racconto si immedesima automaticamente (grazie soprattutto a una magistrale capacità di costruzione narrativa) nel personaggio più debole, in questo caso Sam Bowden. L’avvocato, fisicamente inferiore a Cady e certamente impreparato ad affrontare le torture dell’ex detenuto, ci porta a provare il suo stesso senso di paura e di angoscia, ansia e timore. Ma pur trovandosi, ai tempi della narrazione, dal lato della vittima, non si può ignorare come quattordici anni prima Bowden avesse abusato della sua posizione per attuare una scelta che non sarebbe spettata a lui, bensì a un giudice.

    Ma perché l’aveva fatto? E spinto da quali intenti?

    Il tema dello stupro nella società americana ricorre spesso nel racconto, e viene discusso dai protagonisti in modo da sottolineare l’inefficienza di un sistema che non garantisce una tutela completa alle ragazze violentate, e Bowden specialmente non esita mai a esprimere il suo scontento. 

    Scegliendo quindi di bruciare il verbale, Sam pensava di aver finalmente interrotto la catena di violenze portata avanti da Cady e di tutelare di conseguenza la comunità come invece i codici legislativi non riuscivano a fare. La sua volontà era quella di promulgare il bene e salvare delle vite, ma le sue azioni sono avvenute tramite modalità disoneste e sbagliate. Quattordici anni prima Bowden aveva violato la deontologia professionale e si era erto a giudice celato di un suo cliente, il sentimento di delusione e tradimento del quale può essere considerato legittimo nonostante le sue azioni siano ben lontane da questa definizione.

    Tenendo conto della sua professione, da un punto di vista prettamente giuridico ci si sarebbe aspettati che l’avvocato avesse agito nella legalità, rispettando determinati valori, mettendo da parte la sua opinione personale e svolgendo il suo lavoro secondo le leggi a cui la società deve sottostare per vivere nell’armonia. Sicuramente nel film Bowden non rispetta una norma legale, ma obbedisce a una legge morale. Nel far questo sceglie di ignorare la pragmaticità dei codici sociali per agire nell’unico modo che gli sembra possibile per fare del bene alla società, quello appunto morale.

    Estrapolando dal contesto questo concetto è possibile trovare un filo conduttore in buona parte della filmografia di Scorsese, in Taxi driver soprattutto, in cui però i ruoli dei personaggi sono opposti. In Taxi driver, infatti, non abbiamo un importante avvocato facente parte della migliore società, ma un reietto. Ciò che queste due figure hanno in comune è la mancata accettazione di uno status quo, e l’utilizzo di azioni arbitrarie e individuali per modificare il proprio ambiente. In entrambi i casi le loro opere minano la legalità, ma da un punto di vista morale sono orientate verso il bene.

    Di fronte a queste contraddizioni è giusto chiedersi: cosa avrebbe dovuto fare Sam per comportarsi bene? Le diverse possibilità avrebbero presentato tutte dei lati sia positivi che negativi che non si sarebbero potuti ignorare. In un caso avrebbe potuto scegliere di sopprimere la sua morale per adeguarsi a dei valori da lui non condivisi. In un secondo caso avrebbe potuto (se fosse stato possibile) rinunciare al caso e lasciare che se ne occupasse qualcun altro, e così facendo sarebbe stato corretto sia da un punto di vista legale che morale, ma la sua moralità sarebbe stata lo stesso intaccata dalla possibilità non colta di fermare il male. Infine, avrebbe potuto comportarsi come ha fatto, cioè agendo arbitrariamente per promuovere una giustizia da lui sentita.

    La verità è che non c’è una risposta assoluta riguardo ciò che sarebbe stato bene e ciò che sarebbe stato male, l’agire di Sam è semplicemente la manifestazione più sincera di ciò che l’umanità è, nei suoi dilemmi, nelle sue contraddizioni, e nella ricerca di un’uguaglianza tanto ambita quanto delicata da perpetuare.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Cillian Murphy – Dal teatro a Oppenheimer

    In occasione del 46esimo compleanno di Cillian Murphy, ripercorriamo brevemente i punti fondamentali della sua carriera fino a qui.

    Cillian nasce a Douglas (Cork, Irlanda) e lì la sua carriera inizia nel 1996, con il teatro. Ottiene infatti il ruolo di protagonista in Disco Pigs, una delle opere principali della compagnia teatrale indipendente Corcadorca, e nel successivo adattamento per il grande schermo diretto da Kirsten Sheridan (2001). Si tratta della storia di due adolescenti di Cork soprannominati Pig (Cillian Murphy) e Runt (Elaine Cassidy). I due sono legati da un rapporto simbiotico che li isola dal resto del mondo, e che provoca in Pig una gelosia distruttiva. Entrambe le versioni riscuotono un discreto successo, con lo spettacolo portato in scena in tutta Europa per alcuni anni e il film premiato al Giffoni Film Festival del 2002. Nello stesso periodo partecipa a numerose altre produzioni teatrali, tra cui Il gabbiano di Cechov al Festival di Edimburgo del 2003, alcuni cortometraggi e anche una mini serie per la BBC. La prima vera svolta avviene l’anno seguente grazie al successo dell’horror post-apocalittico 28 Giorni dopo, diretto da Danny Boyle, per il quale l’attore riceve due nomination: una agli Empire Awards e una agli MTV Movie Awards del 2004.

    Nel 2005 arrivano i primi ruoli da villain: interpreta Jackson Rippner nel thriller Red Eye (diretto da Wes Craven) e il Dr. Crane in Batman Begins di Christopher Nolan. Quest’ultimo film segna l’inizio di un rapporto professionale molto proficuo con il regista inglese.

    A questo punto diversi esponenti della critica iniziano a notarlo e, in particolare, a notare quanto questo tipo di personaggi siano adatti a lui. Manhola Dargis del New York Times quell’anno l’ha descritto come un “picture-perfect villain“. Si tratta spesso di impressioni dettate dall’aspetto fisico dell’attore, più di un commento cita i suoi occhi chiarissimi e i lineamenti marcati accanto (se non addirittura prima) alle sue doti recitative. Tuttavia, per quanto il fatto che l’apparenza evochi così facilmente delle caratteristiche sia un vantaggio innegabile, è difficile pensare che performance così riuscite siano dovute a una fortunata coincidenza.

    Negli anni seguenti infatti ha dimostrato di saper portare sullo schermo non solo l’immagine dell’antagonista stereotipato, il cattivo in quanto tale, ma personaggi a 360 gradi complessi e tormentati, spesso al limite della follia. Lui stesso racconta che già il ruolo di Konstantine ne Il gabbiano l’aveva affascinato per la ricerca interiore e l’introspezione che il personaggio attraversa. L’attrazione per il palcoscenico e per il tipo di lavoro che questo richiede era sorta già quando era molto giovane: nonostante dopo le primissime prove avesse poi dedicato tutta la sua adolescenza alla musica, componendo e suonando con il fratello, aveva finito per insistere con il direttore della Corcadorca per ottenere l’audizione per Disco Pigs.

    Questa dedizione al mestiere ha sicuramento contribuito anche al successo di quello che è probabilmente la sua interpretazione più conosciuta dal grande pubblico: Thomas Shelby nella serie tv BBC Peaky Blinders (2013-2022).

    Prima di tornare in TV però, nel 2006 è il protagonista di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Vincitore della Palma d’oro a Cannes, è il film indipendente irlandese di maggior successo. Qui Murphy interpreta Damien, un giovane medico che insieme al fratello decide di combattere nella guerra contro l’occupazione Inglese. Lavora nuovamente con Nolan, tornando nei panni dello Spaventapasseri per Il Cavaliere Oscuro (2008) e Il Cavaliere Oscuro -Il Ritorno (2012). Nel 2010 è nel cast di Inception accanto a nomi del calibro di Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Elliot Page; e interpreta Robert Fischer, il giovane erede dell’impero multimiliardario e bersaglio del protagonista. Nel 2012 è nel cast del thriller Red Lights di Rodrigo Cortés.

    Inizia l’anno successivo il lungo lavoro per Peaky Blinders, dove ritorna anche il tema della guerra. La serie infatti tratta di una gang di Birmingham guidata dai fratelli Shelby, reduci dalla prima guerra mondiale e dediti a scommesse illegali e contrabbando. Cillian è Tommy Shelby, il protagonista cinico, misterioso, e tormentato dai flashback della vita in trincea. Nel frattempo appare anche in Dunkirk (Nolan, 2017), dove interpreta un altro soldato, stavolta senza nome (ci si riferisce a lui solo come “Shivering soldier”). Quella che è ormai diventata la cifra distintiva dell’attore viene fuori non necessariamente nei personaggi “cattivi”, o borderline come possono essere percepiti Pig o Tommy Shelby, a dimostrazione del talento che va oltre l’estetica.

    “My best memories of working on Christopher Nolan films are never the large-scale stuff. It’s the very involved, intensely focused, extremely rigorous work, with Chris right there beside the camera. That’s what I always remember because all of the big stuff – as incredible as it is to witness – doesn’t mean anything unless the human story is driving it.”  (nme.com) 

    “I miei ricordi migliori del lavoro sui film di Christopher Nolan non riguardano mai le cose di larga scala. Riguardano il lavoro molto coinvolto, focalizzato intensamente ed estremamente rigoroso, con Chris lì accanto alla macchina da presa. È questo che alla fine ricordo sempre, perché tutte le cose grandi – per quanto incredibili da vedere – non significano niente se non c’è la storia umana ad alimentarle.” 

    Cillian commentava così il lavoro sul set con Christopher Nolan in un’intervista rilasciata dopo le riprese di Dunkirk. È facile a questo punto vedere il fatto che in Oppenheimer sarà il protagonista, al suo settimo film diretto da Nolan, quasi come un coronamento del percorso fatto finora. Oppenheimer è il film più lungo di Nolan, in Italia esce ad Agosto 2023 e potrebbe diventare un nuovo punto di non ritorno nella carriera dell’attore irlandese.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • La tecnologia nel cinema horror orientale – Cinque consigli (più uno)

    Yokai non è solo la parola giapponese per indicare un demone, ma indica anche un momento, una sensazione di terrore e confusione, o di stupore di fronte ad un evento straordinario e inafferrabile, spiegabile solo con l’intervento di un’entità soprannaturale.

    Una pratica comune di diverse civiltà e culture è quella di creare storie e miti capaci di trovare una spiegazione ad avvenimenti apparentemente inspiegabili: a partire dal sorgere e tramontare del sole, passando per l’esistenza di montagne e mari, fino a domande ben più complesse come il perché dell’esistenza stessa dell’uomo. In questo le civiltà orientali non fanno assolutamente eccezione, ma anzi mantengono ancora oggi alcune pratiche che noi occidentali definiremmo come scaramantiche o superstiziose (un ovvio esempio è il famoso maneki neko, la statuetta a forma di gatto intenta a “chiamare” con la zampa sinistra, con l’obiettivo di attirare i clienti e ancora oggi spesso presente nei negozi, o con la destra, per portare salute e fortuna e dunque spesso acquistata e posizionata nelle abitazioni private). Nella cultura cinese si manifestano così figure come gli E Gui, spiriti insaziabili di persone avide in vita, i Diao Si Gui, gli spiriti degli impiccati e dei suicidi, o le Nu Gui, spiriti femminili vittime di violenza o ingiustizie caratterizzate da un lungo vestito bianco e lunghi capelli neri sugli occhi, tanto simili alle Yuki-Onna giapponesi, che condividono con esse un aspetto praticamente identico, ed affiancate nella cultura giapponese da Oni, giganteschi ogre. Ricordiamo anche i Kappa, piccoli esseri antropomorfi dalle mani e piedi palmati ghiotti di cetrioli, e i Tengu, uccelli antropomorfi con la faccia rossa ed un lungo becco.

    Uno dei concetti più affascinanti di queste culture sono gli Tsukumogami, ovvero oggetti che divenuti datati finiscono per sviluppare un proprio spirito ed una propria identità. Nella cultura giapponese, per esempio, ne esistono moltissimi con nomi diversi: dal Bakezōri, generato in un tradizionale sandalo da spiaggia, al Chōchinobake, nato da una lanterna, fino al Kosode-no-te, che si sviluppa da un kimono. Con il grande sviluppo tecnologico avvenuto negli anni recenti, la produzione cinematografica dell’orrore ha fin da subito manifestato un forte interesse nel prendere il concetto sopracitato e di riflettere sui possibili legami tra le nuove invenzioni e la cultura storica e le credenze popolari. Andiamo quindi alla riscoperta di cinque (+1) pellicole orientali che hanno saputo riflettere sulle nuove tecnologie attraverso il cinema dell’orrore.

    L’articolo contiene alcuni spoiler minori riguardo ai film analizza

    Ringu e le V/H/S

    Con l’approdo in sala nel 2002 di The Ring di Gore Verbinski si aprì una fortunatissima parentesi di remake cinematografici in terra statunitense di alcuni tra i più famosi ed apprezzati horror orientali ed in particolare giapponesi. La forza di Verbinski – che dimostra un’abilità singolare ed unica che non verrà riproposta dagli altri cineasti che si imbarcheranno nelle altre operazioni di remake – fu quella di adattare, modificando non poco, l’apprezzatissimo Ringu, uscito in terra nipponica quattro anni prima e diretto da Hideo Nakata. 

    Per quanto si dimostri funzionale anche nella versione americana, la maledizione perpetuata da Sadako – il cui design pesca a piene mani da quello delle Yuki-Onna sopracitate – attraverso le videocassette ricorda molto da vicino il concetto di Tsukumogami, con la sostituzione della vecchiaia dell’oggetto con l’elemento sovrannaturale dei poteri psichici di cui dispone la giovane ragazza fin dalla nascita, anch’esso altro elemento comune a molte storie orientali e molto meno radicato invece nelle varie culture occidentali (ad esclusione della figura del medium, che comunque mostra numerose differenze). La storia messa in scena da Nakata non si ferma però al semplice sfruttamento delle videocassette – in quel momento talmente diffuse da far nascere facilmente in qualunque spettatore la paura di avere una copia della cassetta maledetta in uno dei propri scaffali – ma imbastisce un racconto pieno di tristezza ed angoscia, in cui l’amore per i propri famigliari e l’odio per il diverso tipici del cinema di Nakata donano alla pellicola una forte personalità e profondità.

    Kairo e l’ascesa del web

    Ad oggi anche i bambini più giovani sono capaci di utilizzare gli smartphone più avanzati ed i pc di nuova generazione. Basta però andare indietro di soli trent’anni per approdare in un mondo in cui navigare su internet era un’impresa di cui pochi erano capaci e dove il web stesso si presentava come un fattore fortemente misterioso. Non sorprende quindi che nel 2001 un regista come Kiyoshi Kurosawa abbia “colto la palla al balzo” per portare sul grande schermo Kairo (conosciuto anche come Pulse sul territorio occidentale), dalla cui sceneggiatura lo stesso Kurosawa avrebbe poi tratto un romanzo omonimo. Il film si basa sulla rappresentazione del web come ponte tra il nostro mondo e quello degli spiriti. 

    Tra suoni intermittenti di pc che si connettono lentamente ad internet, porte sigillate da nastro adesivo rosso, macchie sui muri dalla forma antropomorfa e strani glitch grafici sui vari schermi, scorre una prima parte fortemente incentrata sulla paura – tanto da presentare quello che da molti viene ritenuto l’incontro con un fantasma più spaventoso del cinema senza l’uso di jumpscare o forti rumori – dopo la quale la pellicola presenta una virata molto marcata, mettendo in scena una profonda riflessione sulla natura isolazionista dell’uomo e di come l’avvento dei computer e del web lo possa influenzare negativamente, andando però a perdere gradualmente il senso di terrore presente all’inizio. Se quindi nel panorama dei j-horror non si presenta come un titolo senza difetti, l’effetto instant cult si è comunque immediatamente manifestato – tanto da generare a sua volta una serie di remake americana che vanta all’attivo tre pellicole – grazie ad alcune scene divenute iconiche, ma soprattutto alla lungimiranza dello sguardo del regista, più attuale che mai soprattutto dopo il periodo di isolamento dovuto alla pandemia.

    One Missed Call e il fenomeno dei cellulari

    Oggi il cellulare è divenuto qualcosa che molti definiscono come un’appendice del nostro corpo, qualcosa con cui una persona non esce mai senza e che utilizza per gli scopi più svariati, da messaggiare con una persona dall’altro capo del mondo a guardare intere stagioni di una serie tv in streaming su una piattaforma. Nei primi anni 2000, invece, il cellulare era uno strumento già fortemente diffuso, soprattutto tra i giovani adulti, ma era solamente utilizzato per mandare un messaggio o chiamare (tra l’altro con caratteri o minuti limitati) o al massimo giocare a Snake. Proprio su queste limitazioni Takashi Miike costruisce il suo One Missed Call – tratto dal romanzo Chakushin Ari di Yasushi Akimoto – uscito nel 2003 (arrivato da noi con l’insipida traduzione The Call – Non rispondere) basato su una struttura molto semplice: a turno alcuni ragazzi ricevono una chiamata senza risposta sul cellulare, con messaggio in segreteria allegato che risulta però datato due giorni nel futuro ed in cui si sente la propria voce terminare una frase urlando. Superfluo dire come, dopo due giorni dall’arrivo del messaggio, la persona in questione muoia pronunciando proprio la frase sentita nel messaggio, continuando la maledizione attraverso una chiamata a un numero sulla propria rubrica.

    Dove l’anno prima Kurosawa aveva puntato alla sperimentazione, Miike decide invece di imbastire un film fortemente tradizionale nel panorama dei j-horror con un elemento di riflessione meno marcato – ma comunque presente – e puntando molto sulla costruzione di momenti horror e disturbanti che risultano fortemente riusciti. Successo più di pubblico che di critica, la pellicola negli anni ha comunque ottenuto due sequel in terra nipponica ed un remake americano che non sono però riusciti a mantenere l’asticella così elevata.

    Shutter e gli ultimi giorni della pellicola fotografica

    Quando nel 2004 esce in Thailandia Shutter diretto dall’esordiente Banjong Pisanthanakun, nessuno poteva immaginare il successo a cui sarebbe andato incontro con quasi sette milioni di dollari di incasso, un’uscita internazionale che comprende moltissimi paesi anche occidentali ed un seguito di remake sia in oriente sia in occidente come mai successo fino a quel momento. L’attesa ed il mistero portato dalla necessità di sviluppare, con un periodo di attesa abbastanza lungo, le fotografie sul rullino aveva infatti portato il regista thailandese ad applicare l’attesa non nella riuscita della fotografia in sé ma nella scoperta di aver fotografato qualcosa di macabro e sovrannaturale.

    Il film di Pisanthanakun si sviluppa quindi come un vero e proprio manuale di cinematografia horror, capace di pescare a piene mani elementi da diversi titoli più o meno famosi – le fotografie “anomale” erano in parte già presenti in Ringu ed una sequenza della trama ricorda molto da vicino quanto visto in So cos’hai fatto – integrandoli sapientemente in un racconto capace comunque di reggersi sulle proprie gambe, con due protagonisti ben scritti, riempiendo la narrazione di twist che tengono incollato lo spettatore allo schermo – il frame di chiusura rimarrà sicuramente impresso dopo la prima visione – e riuscendo anche a raccontare la cultura e le usanze della Thailandia. Se a questo aggiungiamo la rinuncia quasi totale agli effetti digitali, donando così un effetto più ruvido e realistico ai momenti sovrannaturali, e l’ispirazione ad una vera leggenda urbana del luogo, ci si rende conto di quanto questa pellicola sia estremamente geniale.

    Noroi: The Curse ed il mockumentary

    Dopo il successo planetario di The Blair Witch Project, era soltanto questione di tempo prima che anche dalle terre nipponiche arrivasse un tentativo di sfruttare il fenomeno del mockumentary (sottogenere per cui vi rimandiamo al nostro approfondimento). La pellicola più riuscita – da molti considerata una delle migliori del sottogenere tutto – è senza dubbio Noroi: The Curse di Kōji Shiraishi uscita nel 2005, la quale presenta allo spettatore l’ultimo documentario sul sovrannaturale di Masafumi Kobayashi, un ricercatore sul paranormale scomparso misteriosamente dopo l’incendio che ha investito la sua casa due giorni dopo la fine delle riprese.

    Costruita come un vero e proprio documentario montato da Kobayashi prima della sua scomparsa, la pellicola presenta quindi un montaggio ad hoc per la visione con musiche d’accompagnamento, scritte in sovrimpressione, fermi immagini, ralenti per mostrare allo spettatore qualcosa che può essersi perso in precedenza, numerose interviste ed anche spezzoni di programmi televisivi capaci di ricostruire il quadro complessivo della maledizione su cui il protagonista sta indagando. Ciò che eleva questa pellicola sopra alla media dei mockumentary è però la scelta di non sfruttare jumpscare o rumori forti per generare lo spavento momentaneo e nemmeno di inserire le classiche “inquadrature mosse in corsa” tipiche di queste produzioni, bensì costruisce una tensione continua grazie alla sensazione continua di angoscia e disturbo che cresce sequenza dopo sequenza, con una regia sempre chiara che mantiene costantemente l’obiettivo fisso su ciò che davvero spaventa: l’orrore è reale.

    Non possiamo però concludere senza una pellicola bonus, obbligatoria da inserire in quest’ultima categoria proprio per la sua abilità di dialogare direttamente con lo spettatore, generando una fortissima ansia per tutta la visione. Stiamo parlando della pellicola taiwanese Incantation, diretta da Kevin Ko nel 2022 e disponibile su Netflix.


  • L’armata Brancaleone – Un medioevo di cavalieri incapaci e straccioni

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    L’armata Brancaleone è una commedia all’italiana del 1966, diretta da Mario Monicelli e sceneggiata dallo stesso regista e dal duo Age & Scarpelli. E’ il primo di due capitoli dedicati alla figura strampalata del cavaliere Brancaleone da Norcia. L’unicità di questo film si riscontra nella scelta dell’ambientazione medievale in chiave parodica, ma anche dalla caratterizzazione dei personaggi, interpretati da alcuni tra i più grandi attori italiani, come Vittorio Gassman nel ruolo di Brancaleone da Norcia e Gian Maria Volonté in quello del suo avversario, e poi compagno, Teofilatto dei Leonzi. Celebri sono i titoli di testa e di coda, illustrati dall’artista Emanuele Luzzati e accompagnati dalle musiche iconiche di Carlo Rustichelli. I titoli di testa sembrano preannunciare l’aspetto satirico della storia poiché le figure di Luzzati combattono, si percuotono con bastoni, si rincorrono, marciano in modo scomposto allo stesso modo dei personaggi del film.
    Come si evince dal titolo, il film segue le gesta del poco rinomato Brancaleone da Norcia, un cavaliere sfortunato e maldestro, e della sua cenciosa “armata”, composta da un barbaro, un imbroglione, un vecchio notaio ebreo di nome Abacuc e un po’ rincitrullito, un bambino mingherlino con una ridicola armatura raffazzonata e, infine, Teofilatto dei Leonzi, un borioso principe bizantino, che è stato diseredato dalla propria famiglia e alla quale cerca di estorcere del denaro, fingendosi un ostaggio della compagnia. Inizia così la grande avventura di Brancaleone da Norcia e della sua schiera di valorosi… più o meno.

    Lo verbo medievale: tra sperimentalismo linguistico e comicità

    Glorioso cavaliere, sanza lo tuo valore or non sarebbe quivi a ringraziarti et salutarti con tutte le sue genti Brancaleone da Norcia, patrone e signore di Aurocastro, sue vigne et suoi armenti. Concedimi dolce signore la permissione di ospitarti per lo manducare et per lo bevere allo mio castello!
    – Brancaleone 

    L’originalità della lingua parlata dai personaggi è uno degli elementi che ha contribuito a rendere esemplare questo film e a diffonderne la fama. Si tratta di un idioma immaginario tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e le espressioni dialettali della Tuscia.
    I tre sceneggiatori hanno attuato un lavoro di ricerca minuzioso per costruire il verbo popolare del film. A tal proposito, Mario Monicelli ha raccontato:

    Come parlavano nell’anno 1000? L’unica cosa che si ha di quel periodo è un atto notarile a cui ci siamo rifatti. Poi ci siamo ispirati a San Francesco, anche se posteriore e poi a Jacopone da Todi. Parlavano Latino… non credo, o forse sì. Così ci siamo inventati un latino maccheronico, ci si divertiva ad inventare parole inesistenti, ma che ci stessero bene… abbiamo lavorato molto anche sui dialetti, noi eravamo specializzati in questo. La verità è che durante la stesura della sceneggiatura ci si divertiva a recitare le battute e veniva abbastanza spontaneo parlare questa lingua inventata.

    Ai personaggi stessi sono stati attribuiti dei nomi “parlanti” che, già di per sé, dicono qualcosa del loro carattere o scimmiottano celebri personaggi storici o dei poemi cavallereschi. Ad esempio, si veda Abacuc, che gioca con la parola “bacucco”, ossia “rimbecillito dall’età”; oppure Brancaleone che sembra richiamare il mitico condottiero Riccardo “Cuor di Leone”, quando in realtà allude alla località di Norcia, patria del protagonista, dove gli abitanti erano specializzati nella produzione di salcicce e salumi.

    L’Italia rurale è lo scenario ideale in cui ambientare l’eroica impresa di Brancaleone da Norcia e dei suoi “prodi” compagni di viaggio. Nello specifico, sono state scelte le zone laziali del Viterbese, alcune location in Toscana, Umbria, Puglia e Calabria.
    Come se la lingua e l’ambientazione non fossero già sufficienti per restituire e ridicolizzare i cliché medievali, la squadra di Monicelli ha lavorato anche sul piano visivo e scenografico. Allo sperimentalismo linguistico si accompagna anche quello estetico, a cominciare dai costumi bizzarri e stilizzati di Piero Gherardi, per terminare con le pose bidimensionali e evanescenti della famiglia di Teofilatto, un chiaro riferimento alla regale staticità dei mosaici bizantini.

    Il lato grottesco dell’epica cavalleresca


    Brancaleone: Silenzio! Io vi sono duce! E però mi dovete obbedienza e dedizione. Lo nostro cammino sarà cosparso di sudore, lacrime et sanguine. Siete voi pronti a tanto? Respondete a una voce.  Siete voi pronti a morire pugnando? Noi marceremo per giorni, settimane et mesi, ma infine averemo castella, ricchezze et bianche femmine dalle grandi puppe. Taccone: ‘nnalza le insegne!
    Taccone: No le tengo!
    Brancaleone: Bene! E tu levale in alto! E voi, bifolchi, ponetevi all’ombra di esse, escite dalla fanga, che io farò di voi cinque un’armata…
    Abacuc: Duce, semo quattro.
    Brancaleone: Be’ io farò di voi quattro un’armata veloce et ardita che sia veltro e lione al tempo istesso! Avanti verso Aurocastro, nel core di Puglia! Avanti miei gagliardi! In marcia! Seguite!

    Abacuc: Ma dove va quello là?
    Pecoro: De qua!

    La pellicola si rifà alla tradizione dei poemi cavallereschi, dei romanzi cortesi delle novelle di Boccaccio e delle satire di Plauto e Molière per creare una storia corale, goliardica e grottesca, che molto ricorda, per schemi e personaggi, I Soliti Ignoti, altro celebre capolavoro di Monicelli.
    Non è un caso che all’interno del cast siano presenti due tra gli attori principali del film, cioè Vittorio Gassman e Carlo Pisacane.
    L’Armata Brancaleone si fa beffa dell’epoca cavalleresca rielaborandone i cliché e contestualizzandoli all’interno di un contesto scanzonato e improbabile. Il Medioevo di Monicelli è dissacrante, goliardico, bestiale e violento nonché popolato da personaggi miserabili e grotteschi: cialtroni, santoni e falsi profeti, cavalieri goffi e codardi e, infine, dame disinibite e tutt’altro che innocenti. Quella di Brancaleone è un’epoca stilizzata ed estremizzata, ma non per questo meno credibile. Rispetto alla scelta dell’ambientazione, Monicelli ha affermato in un’intervista alla metà degli anni ‘70:

    La verità è che noi non volevamo far vedere l’Alto Medioevo che si raccontava a scuola, nei romanzi di Re Artù, della Tavola Rotonda… tutti belli, nei loro castelli. Un Medioevo fatto di cortigiani, di dame, di duelli e tornei, insomma: un Medioevo molto raffinato, colto, dove tutti stavano bene. Tutto questo non era vero: la verità è che il Medioevo era una epoca selvaggia, ignorante, priva di cultura.

    Il mondo di Brancaleone è molto diverso da quello glorioso descritto nel ciclo arturiano o nell’Orlando Furioso; al contrario è molto più vicino all’estetica di Boccaccio, mescolata all’anima popolare della Commedia dell’Arte. Brancaleone, benché si reputi un valoroso cavaliere, non possiede alcuna delle virtù cavalleresche: non è prode, né nobile, né umile né onorevole. Malgrado i suoi grandi sogni e le sue aspirazioni, non riesce neppure a domare il proprio cavallo! E’ un cavaliere ignorante dal gran cuore, ma è anche un cretino. Affronta le sue giornate nell’illusione che il suo nome sia leggenda. Vive di miti, illudendosi che le sue gesta saranno cantate in una qualche ballata, ma ovviamente non è così. E’ un personaggio esageratamente drammatico, che spesso si lancia in pomposi sproloqui come fosse un tragico eroe shakespeariano.

    Brancaleone: Voi sapete chi io sia?
    Pecoro: None.
    Brancaleone: Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Ficulle.
    Mangold: Mai coverto.
    Brancaleone: Groppone da Ficulle fue lo più grande capitan di Tuscia. E io son colui che con un sol colpo d’ascia lo tagliò in due. Lo mio nome – stare attenti! – lo mio nome est Brancaleone da Norcia!

    Quello che ci colpisce di Brancaleone è, tuttavia, la sua perseveranza. Egli è convinto di essere un cavaliere valoroso e tira sempre dritto verso la sua strada, sebbene sia costretto ad affrontare numerose disavventure. La sua storia personale è, infatti, molto drammatica ed è costruita su alcuni cliché letterari: l’abbandono da parte della madre, la (finta) nobiltà d’animo, il patrigno malvagio, la sete di riscatto del proprio titolo, il forte istinto di sopravvivenza, la vita trascorsa “errando e pugnando”. Con questi presupposti, Brancaleone dovrebbe essere il perfetto ideale del cavaliere errante e inquieto. Et, dunque, cos’è ito storto?

    Gli aspetti grotteschi del personaggio si riflettono nella sua compagnia, che è tutto fuorché un’armata. E’, piuttosto, un manipolo sgangherato e improbabile, composto da individui tutt’altro che eroici: sono straccioni, imbroglioni, vigliacchi, che si trovano alle prese con un’impresa più grande di loro.
    Vi sono presenti numerosi topoi dei poemi cavallereschi: tra questi il viaggio intrapreso per ottenere la gloria, per riscattare il proprio onore (e un cospicuo bottino) e la fanciulla candida da salvare. All’interno della narrazione è presente anche un torneo, imprescindibile nell’immaginario dei cavalieri. E’ proprio in quel contesto che i personaggi incontrano Brancaleone, estremamente convinto di avere in pugno la vittoria, un ricco matrimonio e un titolo. L’intenzione e la tracotanza, però, non bastano e Brancaleone si ritrova ben presto a terra, durante la giostra, a causa dell’indisciplinatezza di Aquilante, il suo prode destriero.

    Un altro elemento narrativo di grande importanza è la tematica storica delle crociate, che verrà approfondita nel sequel Brancaleone alle crociate (1970). Nel corso della loro avventura la compagnia di Brancaleone si imbatte nel monaco Zenone alla guida di un’improbabile crociata, composta anch’essa da un drappello di pellegrini miserabili, appestati e sfortunati, che marciano al ritmo di invettive per scacciare Satana. L’armata si unisce presto al convoglio nella speranza di purificare il proprio corpo dalla peste – che in realtà non hanno contratto – e di liberare la terra santa dai vili usurpatori. Il cammino è lungo e, a ogni minimo cedimento di spirito, il santone affranca la sua truppa con una frase che diventerà iconica: “Sarai mondo se monderai lo mondo!”.
    Nonostante l’entusiasmo iniziale del gruppo, il povero Zenone è in realtà l’unico a credere veramente nella missione; al contrario, alla prima occasione Brancaleone e i suoi non ci pensano due volte ad abbandonare la marcia santa.

    Il duello: Cedete lo passo!

    Una delle scene più ilari e famose è, senza ombra di dubbio, quella del ridicolo e instancabile duello tra Brancaleone e Teofilatto, nato per il semplice desiderio di attaccar briga e dar sfoggio del proprio machismo cavalleresco:

    Teofilatto: Cedete lo passo.
    Brancaleone: Cedete lo passo tu!
    Teofilatto: No, è a te cedere, io son cavaliere…
    Brancaleone: Et io che sono? Le hai viste le schiere mie? O non hai occhi?
    Teofilatto: Ne ho almeno quanto tu hai la lingua.
    Brancaleone: Allora è lo cervello che ti ammanca!
    Teofilatto: Mah, forse, ma non lo core… a piedi o a cavallo?
    Brancaleone: No no, caballo no!

    Da questa sequenza comprendiamo quanto Brancaleone e Teofilatto conoscano molto poco dell’arte del combattimento: ogni colpo sferrato con foga, e senza alcuna strategia tattica, finisce per andare a vuoto e falciare il campo di grano che li circonda e che molto ricorda le aride steppe di Cervantes.
    Dopo ore di scontro, intervallato da tregue e consigli per curare l’indigestione, il duello si conclude alla pari per scelta dei due sfidanti.
    Quello che Monicelli porta in scena non è solo un duello patetico tra due cavalieri fasulli, ma anche tra Gassman e Volontè. E’ una scena estremamente comica e finalizzata a celebrare la grandezza dei due attori all’interno del panorama cinematografico italiano.
    Uno scontro tra titani che si conclude alla pari com’è giusto che sia.

    Per concludere, come ricorda lo stesso Monicelli, L’Armata Brancaleone mette in scena un «Medioevo cialtrone, fatto di polvere, di ignoranza, di ferocia, di miseria, di fango, di freddo». E’ un film in cui la letteratura alta cortese e l’epica cavalleresca si mescolano con il popolare creando una narrazione originale e dei personaggi indimenticabili, che ancora vivono nelle citazioni quotidiane di molti italiani. L’armata è composta da antieroi sconclusionati che si ritrovano tra le mani un’impresa fuori dalla loro portata e che, a differenza di Brancaleone, sono disposti a mollare alla prima occasione. Come ci si può aggrappare al codice cavalleresco quando arrivano la peste e i pirati saraceni? Questo è il pensiero di gran parte dei membri della compagnia, ma non del cavaliere di Norcia, che dinanzi ad ogni sfida si lancia alla carica al grido di: “Branca Branca Branca, Leon Leon Leon!”.

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    Benedetta Lucidi,
    Redattrice.
  • Ari Aster – Una guida introduttiva al regista

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    Dal 27 aprile è in sala il nuovo film di Ari Aster con protagonista Joaquin Phoenix, Beau ha paura. In attesa della nostra recensione facciamo il punto sul cinema del regista newyorkese, che seppure con soli due film all’attivo è uno degli autori più discussi e chiacchierati del panorama contemporaneo.

    DISCLAIMER: l’articolo contiene spoiler su Hereditary – Le radici del male e Midsommar – Il villaggio dei dannati.

    Cenni biografici

    Aster nasce a New York nel 1986 da genitori ebrei americani: madre poetessa e padre batterista. Nella sua prima infanzia si trasferisce con la famiglia in Inghilterra ma vive parte dell’adolescenza nel Nuovo Messico, dove comincia a incanalare la sua passione per il cinema nelle recensioni per una rivista di Albuquerque: il regista non ha mai nascosto il suo lato cinefilo, a più riprese ha dichiarato che il primo film che ricorda di aver visto da bambino (per la precisione all’età di 4 anni) era Dick Tracy, una commedia action-crime diretta da Warren Beatty, e il ricordo è tuttora stampato nitido nella sua mente dal momento che – a causa di una scena in cui un personaggio sparava con un mitra davanti a un muro di fuoco – Aster corse in strada per 6 isolati; seppur non fosse un film dell’orrore, la paura ha segnato sin da subito il suo approccio ai film (anche l’horror lo accompagna sin da piccolo). 

    Successivamente si laurea in cinema all’Università di Belle Arti e Design di Santa Fe, venendo poi ammesso alla scuola dell’American Film Institute dove si specializza in regia: il suo cortometraggio di laurea, The Strange Thing About the Johnsons, riscuote enorme successo trapelando in rete nel 2011 e diventando virale a causa degli argomenti provocatori trattati, tra cui l’incesto e gli abusi sessuali.

    D’ora in avanti, avendo la passione per la scrittura oltre che per la regia, Aster scrive diverse sceneggiature e nel 2018 tramuta per la prima volta un suo script in lungometraggio (siglerà tutte e tre le sceneggiature dei suoi film), riuscendo a debuttare sui grandi schermi con Hereditary – Le radici del male.

    Il make-up che accentua la displasia cleidocranica di Charlie (Milly Shapiro)

    Hereditary – Le radici del male (2018)

    La moglie Annie (Toni Collette), il marito Steve (Gabriel Byrne) e i figli Peter e Charlie (Alex Wolff e Milly Shapiro), sono scossi dalla morte della nonna Ellen Graham (Pat Barnett Carr). Questo scuote ancora di più i precari equilibri della famiglia, già in preda a un profondo conflitto che lacera i rapporti fra madre e figlio (Peter non aveva mai perdonato ad Annie di aver involontariamente tentato di ucciderlo, durante un episodio di sonnambulismo). Mentre la tomba di Ellen viene profanata, Annie inizia ad avere strane visioni e comportamenti, che trascineranno lei e l’intera famiglia in un vortice di follia a cavallo fra possessioni demoniache e malattie mentali.

    L’esordio di Aster viene presentato al Sundance Film Festival 2018 e distribuito negli Stati Uniti grazie ad A24 (anche produttrice), che rimarrà fedele ad Aster fino all’ultimo film, Beau ha paura, stringendo un sodalizio utile a portare in auge quello che è ormai comunemente definito “elevated horror” (si rimanda all’ultimo paragrafo della recensione di Men per un breve approfondimento). Hereditary è un successo al botteghino: incassa globalmente 80 milioni di dollari a fronte di un budget di meno di 10, diventando il film targato A24 con il maggior incasso mondiale.

    Ancora una volta, come il cortometraggio di laurea, il film è incentrato su una famiglia disfunzionale seppur riletta in chiave horror, fra possessioni demoniache e culti misterici.

    Sin dall’esordio, Ari Aster dimostra di saper metabolizzare il “genere” rendendolo personale e riconoscibile

    E’ innegabile: Aster guarda sicuramente alla tradizione (Polański, Kubrick, Clayton…) e ha ben presente i suoi registi-cardine, tuttavia stupisce sin da subito la sorprendente abilità nel metabolizzare il “genere” (horror) riuscendo a mettere la sua impronta e a non apparire una copia sbiadita dei suoi predecessori. Hereditary, infatti, ha lasciato interdetta un’ampia fetta di pubblico per le diverse direzioni che intraprende; il film si presenta come un film del filone esorcistico avendo al suo interno tutti i requisiti fondamentali: ovviamente le sedute spiritiche, ma anche l’iniziale possessione del demone ai danni di un’innocente ragazzina, che apparendo completamente distaccata dal mondo e avendo quel morboso fascino per il taglio delle teste dagli oggetti, richiama altre opere con “ragazze maledette” come L’esorcismo di Emily Rose, oppure, naturalmente, il capostipite-capolavoro L’esorcista di William Friedkin, che proprio in questo ha segnato un canone (nella tradizione esorcistica ci sarà sempre il dubbio che la vittima possa o meno soffrire di una malattia mentale).

    Ecco servito il plot-twist: Hereditary, anticipando per certi versi Midsommar, sfocia a sua volta nel “folk horror” (se non propriamente “folk”, comunque concernente sette e culti misterici), capovolgendo i tòpoi della possessione demoniaca. Aster sceglie intelligentemente di sfruttare la displasia cleidocranica di Milly Shapiro (potenziata ovviamente dal make-up) per accentuare la sua “anormalità” rispetto al resto del nucleo familiare e, così facendo, rendendola il soggetto perfetto per un’eventuale possessione demoniaca a cui il pubblico possa credere senza indugi. Tuttavia, scopriremo che in Hereditary la metafora non è più qualcosa di metafisico e astratto (come la lotta contro la fede di padre Damien o la sferzata alle regole morali imposte dalle religioni, nel già citato film del 1973), ma di terribilmente concreto e tangibile.

    Il film, infatti, cambia le carte in gioco e intreccia il filone esorcistico con una storia umanissima, quella di di una famiglia in preda all’autodistruzione: non è un caso che, prima di tramutarlo in horror, Aster avesse scritto il film come un dramma. In Hereditary ogni personaggio tenta di combattere i propri “demoni” interiori, affrontando il dolore e il trauma attraverso abitudini tossiche come il fumo o l’alcool, incolpando gli altri familiari o rinchiudendosi in sé stesso. In realtà, la famiglia Graham altro non è che una marionetta di un demone intenzionato a manipolare ogni membro a suo piacimento.

    Il simbolo della setta era anche nel ciondolo di Annie

    Infatti, quello che suscita maggiore inquietudine nello spettatore è l’aspetto fortemente realista dei suoi film: soltanto alla fine verrà svelata la maledizione che incombe sulla famiglia, mentre prima si possono notare esclusivamente generici indizi che potrebbero potenzialmente alludere alla sua esistenza (sapevate che Aster ha disseminato indizi lungo tutto il film? In questo articolo potete recuperarli tutti). Come ha affermato il regista, il film è “una storia di cospirazione vista dal punto di vista di coloro contro i quali si cospira“: è proprio questa perenne incertezza tra culto e realismo che ci terrorizza, laddove le allusioni al culto sono costantemente fraintese perché viste dagli occhi della famiglia, incosciente della sua esistenza, che è però implicita negli eventi che vive.

    Da vero cinefilo, Aster ha rivelato i 10 film che hanno ispirato Hereditary (l’articolo completo è a questo link):

    Suspense (1961 – di Jack Clayton)

    Onibaba – Le assassine (1964 – di Kaneto Shindō)

    Rosemary’s Baby (1968 – di Roman Polański)

    Sussurri e Grida (1972 – di Ingmar Bergman)

    A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973 – di Nicolas Roeg)

    Scene di un matrimonio (1974 – di Ingmar Bergman)

    Carrie – Lo sguardo di Satana (1976 – di Brian De Palma)

    Terrore dallo spazio profondo (1978 – di Philip Kaufman)

    Shining (1980 – di Stanley Kubrick)

    Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989 – di Peter Greenaway)

    Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019)

    Dani (Florence Pugh) e Christian (Jack Reynor) stanno attraversando una profonda crisi di coppia: come se non bastasse la sorella di Dani si è tolta la vita portando con sé anche i genitori. A seguito di questa tragedia familiare e per riassestare i rapporti fra i due, Dani decide di seguire Christian e i suoi amici in un viaggio verso un remoto villaggio svedese per festeggiare Midsommar, la festa tradizionale di mezza estate che si svolge tra il 21 e il 25 giugno, nei giorni del solstizio. Presto l’avventura estiva prenderà sentieri inquietanti, segnati dal culto pagano praticato nelle terre della luce eterna, dove la setta locale cela macabri misteri…

    I rituali del Midsommar

    Midsommar segna una leggera flessione d’incasso rispetto a Hereditary, ma con circa 48 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 rimane comunque un successo per A24.

    A differenza dell’esordio, ora Aster si inserisce a piene mani nel “folk horror” confezionando nella pellicola tutti i suoi elementi principali: un ambiente rurale e idilliaco, un culto o una comunità isolati e distaccati dalla società, e i vari sacrifici rituali (di cui sorvoleremo riguardo alla simbologia: se volete approfondire i vari richiami simbolici rimandiamo a questo articolo).

    Torna di nuovo l’ossessione per la famiglia, assieme alla mancanza di empatia e di comprensione

    Come accaduto per Hereditary, Aster richiama consapevolmente la tradizione cinematografica che l’ha preceduto: è lampante la somiglianza con The Wicker Man di Robin Hardy, ma il regista ne è pienamente cosciente, tanto da dichiarare a Indiewire che “La gioia non sta nel sovvertire le aspettative, ma nel soddisfare le aspettative in un modo inevitabile ma tuttavia sorprendente […] Il divertimento del “folk horror” sta nel fatto che sai esattamente come andrà a finire il film e quali strade percorrerà, e io non volevo combatterlo”. Infatti, se The Wicker Man era interessato a discorsi sociali di più ampia portata – come l’attacco al fanatismo per credenze e teologie varie -, Midsommar è immensamente più intimo ed emotivo: in fin dei conti, di cosa si tratta se non della straziante parabola di una coppia incapace di empatizzare e di comunicare? Con sguardo d’insieme, notiamo come il “folk horror” sia soltanto un espediente e anche come – probabilmente – le varie simbologie siano l’aspetto meno interessante del film: non è intrigante ciò che accade, ma come accade. Col progredire degli eventi il pubblico vive un’esperienza catartica assieme ai protagonisti, a tal punto che lo stesso Aster ha confessato la speranza che “quando lo spettatore arriva al finale, la sorpresa non sia necessariamente ciò che accade, ma come si sente“.

    Il pianto catartico di Dani

    La scena più importante è il montaggio alternato fra il pianto di Dani e l’amplesso di Christian

    Perché è la scena dove emergono maggiormente l’incomunicabilità e la mancanza di empatia che attraversano invisibilmente tutto il film.

    Si tratta della scena madre che ricongiunge tutti i fili sciolti sin dalla prima inquadratura: sin dall’inizio è rimarcata la difficoltà di comunicare e di empatizzare fra Christian e Dani. Christian non è riuscito a confessarle che sarebbe stato meglio che lei non partisse, vista anche la condizione mentale e familiare di Dani (la sorella si era suicidata portando con sé anche i genitori, lasciando intuire come anche lei si sentisse sola e incompresa, in quanto affetta da disturbo bipolare). Si capisce dalla prima scena del film che il rapporto della coppia è sempre sul filo del rasoio, perennemente come una bomba sul punto di esplodere. Nel parossismo e nel grottesco più assoluto, ecco che Dani appena dopo aver visto il tradimento del compagno trova empatia e comprensione proprio nei carnefici della sua compagnia – ma negli unici che sono riusciti a comprenderla veramente – attraverso un pianto collettivo estremamente catartico e surreale. Solo così Dani riuscirà a trovare una – finta – comprensione da parte di qualcuno. Il suo animo ora è quieto e poco gli costerà scegliere come ultima vittima sacrificale proprio colui a cui non è mai interessato comprenderla; per arrivare a un sorriso finale pago, soddisfatto e placido, che sfonda la quarta parete e che vale quasi tutti i 150 minuti precedenti.

    Ovviamente, anche per Midsommar abbiamo la lista delle 10 ispirazioni cinefile (l’articolo completo è a questo link):

    Narciso Nero (1947 – di Powell e Pressburger)

    I racconti di Hoffmann (1951 – di Powell e Pressburger)

    Le ombre degli avi dimenticati (1965 – di Sergei Parajanov)

    Il colore del melograno (1969 – di Sergei Parajanov)

    The Wicker Man (1973 – di Robin Hardy)

    Scene da un matrimonio (1974 – di Ingmar Bergman)

    Modern Romance (1981 – di Albert Brooks)

    Dogville (2003 – di Lars Von Trier)

    Canzoni del secondo piano (2000 – di Roy Andersson)

    Save the green planet (2003 – di Jang Joon-hwan)

    E a voi piace Ari Aster? Andrete al cinema a vedere Beau ha paura? Ricordiamo che lo troverete in sala dal 27 aprile!

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Un bacio e una pistola – Al capolinea del genere Noir

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    Kiss Kiss Bang Bang

    Un bacio, una pistola e un insulso, intorpidito private eye dei sobborghi californiani – di rude pesantezza fin dal nome: Mike Hammer -, che sbarca il lunario con squallidi ricatti, usando l’amante-assistente come esca per gonzi. Un’affannata donna in fuga che chiede soccorso in strada, nuda sotto l’impermeabile, tra i fari delle auto in corsa nella notte. Un suadente e implacabile antagonista senza volto che cammina felpato in eleganti scarpe scamosciate. Un’occulta e bramata shining box all’ombra di un fitto intrigo politico e criminale, fino a un’accecante esplosione che polverizza codici e immaginario del noir tradizionale, dirottato al suo stremato e irreversibile punto di non ritorno (ben tre anni prima di L’infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958) di Orson Welles): queste le coordinate d’innesco e detonazione di una potente bomba di schegge visive e narrative, a orologeria scombussolata, come Kiss Me Deadly (1955) di Robert Aldrich.

    Pulp fiction nucleare

    Veloce, cinico e avvincente B-movie tratto dall’omonimo romanzo pulp-hard-boiled del ruvido Mickey Spillane (edito in Italia col titolo Bacio Mortale), radicalmente rovesciato nei suoi stilemi machisti e destrorsi, nella decostruzione dei caratteri e nello sferzante intento critico dalla geometrica e ricorsiva sceneggiatura di A.I. Bezzerides. Realizzato con poco più di quattrocentomila dollari e presto assurto all’aura di fulgido e anarchico capolavoro di rottura.

    Dietro l’umanità desolata e le torbide spoglie di un’aggrovigliata e centrifuga detection story, spiattellata tra i resti delle ombre stilizzate del noir vecchia maniera e l’ariosa nitidezza vitrea e penetrante degli ambienti comfort del nuovo stile di vita americano, il film scoperchia – insieme al contenuto deflagrante della valigetta dall’aura luminescente (McGuffin poi sfruttato a ripetizione, dalla sci-fi comedy Repo Man – Il recuperatore (1984) ai detour postmoderni di Pulp Fiction, 1994) – la sordida degenerazione morale, il caos disordinato, gli umori acri e avvelenati e la persistente atmosfera malsana di isteria paranoica che a metà anni ’50, ben nascosti dall’abulia annoiata del benessere consumista, azzannavano il ventre molle e annichilito di un’America dispersa, svilita e svalutata. 

    Appena uscita – forse – dai dolorosi postumi del conflitto mondiale e dalla delirante deriva persecutoria del maccartismo – il Senatore-inquisitore si dimette nel gennaio del ’55 dalla commissione d’inchiesta sulle attività antiamericane, mentre il film di Aldrich esce a maggio -, ma ancora impantanata nelle spire della temuta catastrofe atomica, incubo tangibile quanto impalpabile, subdolamente inoculato nel più intimo tessuto delle relazioni sfibrate dal sospetto e dall’inganno imperversanti ad ogni livello. Un bacio e una pistola è una radiografia di questa crisi, di una nevrotica paralisi sociale e un disturbante senso di squilibrio e disorientamento. Un acuto e visionario science-fiction noir, che anticipa di un anno perfino L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel, nel suo angosciante spirito nichilista, teso sul baratro dell’estinzione terminale della razza umana irrimediabilmente corrotta.

    Série Noire: Dal Falcone Maltese alla Bomba Atomica

    La critica francese fu lesta ad acclamare Kiss Me Deadly in tempi non sospetti, grazie soprattutto alla penna illuminata dei giovani turchi dei Cahiers du Cinema, in testa François Truffaut, che eleggeva Kiss Me Deadly a “film americano più originale dai tempi di La signora di Shanghai di Orson Welles”. Tirando le somme dell’evoluzione del noir americano, nel saggio Panorama du film noir américain 1941 – 1953 – uscito nel 1955 proprio come il film di Aldrich, ritratto in una celebre foto in cui tra le mani stringe proprio il suddetto libro -, gli autori Raymond Borde e Etienne Chaumeton scrivono:

    Questo [Un bacio e una pistola] è il disperato rovescio della medaglia del film che quattordici anni prima ha inaugurato la serie di noir, Il Mistero del Falco (1941). Il tema è lo stesso: la ricerca di un tesoro, una statuetta o una cassaforte d’acciaio. L’eroe è lo stesso: un detective privato, al tempo stesso duro e vulnerabile, che adora bere pesante, fare a pugni, e che è la vittima designata dal destino di colei che rimarrà la sua controparte oggettiva: l’avida, desiderabile e frigida femmina. Ma tra il 1941 e il 1955, tra la vigilia di una guerra e l’avvento della società dei consumi, il tono è cambiato. Un violento lirismo ci getta in un mondo in manifesta decomposizione, governato da un vivere dissoluto e dalla brutalità; a questi intrighi di uomini selvaggi e smidollati, Aldrich offre la più radicale delle soluzioni: l’apocalisse nucleare.” 

    Non sapremmo riassumere meglio la rivoluzione concettuale e la cesura storica rappresentate da Kiss Me Deadly. Un’opera-epitaffio che si approssima, cupa e pessimista, verso un ineluttabile senso di perdizione alienata e funerea fine dei tempi, scatenando il brutale sconvolgimento estetico e stilistico di un genere all’epoca più che consolidato. Se è infatti vero che, nei termini di Paul Schrader, il noir è una visione morale della vita basata sullo stile, capace di risolvere i conflitti in termini visivi e non tematici” (Notes on Film Noir, Film Comment, 1972), allora la colposa frantumazione prospettica di questo mondo in decadenza – oltre le diramazioni plurime e le piste accumulate dalla trama in un nodo gordiano che si stringe come un cappio intorno al collo di Hammer -, passa innanzitutto attraverso l’incrinatura formale dei pilastri che lo hanno tenuto in piedi.

    Lost highways al crocevia della morte

    Le dissonanti infrazioni di Aldrich al codice noir sono già evidenti nel brusco inizio in medias res, che ci catapulta immediatamente al centro dell’azione e del movimento (la donna che corre in strada), senza preamboli, flashback o indicazioni (stradali). Con i titoli di testa in reverse, al contrario, in scorrimento dal basso in alto, come una scritta proiettata a rovescio in uno specchio, a suggerire subito una lettura degli eventi in direzione inversa e non canonica, simbolo grafico di un film che percorre pericolosamente in senso di marcia opposto l’autostrada principale del genere (la donna in pericolo che si sbraccia tra le vetture in mezzo alla carreggiata) e lo induce a sbandare in testacoda (come accade alla Jaguar di Mike Hammer franata a bordo strada).

    Una legge dello slittamento narrativo a cui si adegua anche l’inquadratura nel climax rivelatore: lo svelamento dell’identità del Dottor Soberin (fin lì misteriosa eminenza grigia) avviene proprio con un movimento di macchina a salire dal basso in alto, che da gambe e piedi passa a mostrarne finalmente corpo e volto a figura intera.

    Un altro scarto significativo riguarda la particolare modulazione della voice over, tipico tratto distintivo del genere, ombroso timbro introduttivo della discesa nebbiosa e allucinata nel gorgo dell’intrigo noir. Qui è assente come filo conduttore degli eventi, non appartiene più al fumoso deliquio del protagonista o alla coscienza impersonale di un narratore onnisciente, ma proviene, intermittente e fuori campo (visivo), dalle ipnotiche dissertazioni dello sconosciuto assassino: una stentorea, calma e luciferina voce parziale in assenza, come quella di un imperturbabile e modernissimo villain bondiano alla Blofeld, che inietta sieri della verità mentre filosofeggia arguto di morti e resurrezioni, come un oscuro deus ex machina.

    Riflessi in uno specchio (chiaro)scuro

    Quasi avesse recepito in anticipo i dettami sugli orizzonti del quadro espressi dal John Ford spielberghiano di The Fabelmans, Aldrich installa una ripetuta dialettica alternata di angolazioni dal basso, distorsioni sghembe e oblique (il risveglio off focus di Mike in ospedale) e suggestive prospettive dall’alto: spesso con la figura di Hammer posta al centro di una rete di scale e ripide scalinate, ringhiere, ingressi e corridoi, linee di luci e ombre che sembrano avvinghiarlo in trappola, nei fiochi interni di abitazioni vittoriane e nascondigli striminziti in cui si annidano gli indiziati a cui fa visita (quasi sempre di notte).

    Ma alle tipiche deformazioni prospettiche e al sapiente découpage derivati del classicismo noir (si veda l’uso di specchi, ombre, ellissi temporali, montaggio svelto e ansiogeno nella sequenza del pedinamento di Hammer sul marciapiede), il regista – coadiuvato dall’abbacinante nitore della fotografia di Ernest Laszlo – contrappone l’ampia e sinuosa spazialità in piena luce dell’appartamento borghese del detective, percorso più volte lateralmente da morbide panoramiche eye-level, incassate dietro arredi e oggetti del lezioso décor che svettano in primo piano (speculari alle lise calzamaglie stese nella frugale topaia del tenore fallito Carmen Trivago). In un arioso living room che pare un artefatto set televisivo, misto di eleganza classica, modernità tecnologica (i rulli della segreteria telefonica a muro) e quadri di espressionismo astratto (preciso fil rouge artistico della narrazione, dal dipinto con figura a braccia e gambe incrociate a X, nella camera da letto della vittima femminile – che anticipa il destino di Hammer legato mani e piedi al letto dai malavitosi – alla sortita di Mike tra le sale di una pinacoteca).

    Traslocando la messinscena dalla canonica planimetria del noir – che notoriamente predilige diagonali scoscese, sviluppo verticale, taglienti luci a fessura negli uffici rabbuiati del private eye -, Aldrich immerge l’istintiva sgradevolezza di Hammer (complice un viscido e scontroso Ralph Meeker, che non fa nulla per smuovere l’empatia dello spettatore) nell’appiattimento orizzontale della sua ordinaria e patinata mediocrità domestica, che lo vede brancolare svogliato e pensoso su e giù – e a vuoto – per i corridoi di casa, o sdraiato in una inconcludente apatia.

    Le fiamme del peccato (mortale), i cavalieri dell’apocalisse noir

    Alla prosa grezza e sbrigativa di Spillane, Aldrich e Bezzerides – sostituito l’oggetto del contendere con uno spunto più originale (il ribollente crogiolo nucleare in luogo del banale mucchio di soldi e droga) – aggiungono un robusto sostrato di riferimenti alla mitologia: un sottotesto che ben si raccorda a una vicenda che intesse e cifra il suo enigma centrale (il misterioso “great whatsit” contenuto nella cassetta) intorno a una perversa rilettura moderna, scorata e disillusa della ricerca del Sacro Graal dislocata tra le losche arterie suburbane della California: un fosco anti-mito di strada decostruito nell’impatto brutale con la meschina incidenza del reale, un sordido poema criminal-cavalleresco di morbosa e sregolata avidità, con Hammer in vesti di rozzo e improbabile Galahad, inadeguato al ruolo e completamente soggiogato dagli eventi. Già nel precedente Singapore: intrigo internazionale (World for Ransom, 1954), prova generale della destrutturazione critica dell’idealismo dell’(anti)eroe noir perfezionata in Kiss Me Deadly, il detective protagonista era deriso per essere pietosamente unfit al ruolo del prode e irreprensibile cavaliere senza macchia. (“You shouldn’t play Galahad. You’re way out of character”).

    Altri espliciti paralleli mitologici (citati dal mellifluo Dottor Soberin), sempre riversati sulla scatola misteriosa, sono impiegati per accrescere di sensi inediti le irresistibili pulsioni e l’azione ossessiva della tipica femme fatale doppiogiochista dell’universo noir, qui animata dal fervore di una curiosità irrazionale e trascendente – quasi in trance – ben lontana dal bieco calcolo manipolatore della comune dark lady: l’immagine – quasi da cripta gothic-horror alla Mario Bava, di Lily Carver/Gabrielle urlante e incenerita dalle poderose fiammate di luce, raduna in un unico archetipo il castigo divino conseguente all’apertura del Vaso di Pandora, e l’infrazione scopica della moglie di Lot nella Genesi (trasformata in una statua di sale per aver guardato Sodoma) e di chi incrocia lo sguardo di Medusa (finendo tramutato in pietra). Nell’atmosfera infernale e demoniaca del finale, la scritta “The End” compare senza catarsi ad avvertirci che, in un tripudio di luce abbagliante che rischiara un’ultima volta la spessa notte del noir, l’apocalisse è appena iniziata…

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    Daniele Badella,
    Redattore.