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  • L’Odissea (e Odysseus): da Francesco Guccini a Chrostopher Nolan

    L’Odissea (e Odysseus): da Francesco Guccini a Chrostopher Nolan

    Cantare (e filmare) il tempo

    Se non ci fosse la quasi assoluta certezza dell’impossibilità della cosa, si direbbe che Guccini (o chi per lui) abbia sfruttato l’hype dovuto all’uscita dell’Odissea di Nolan per organizzare la mostra1 che ripercorre la sua carriera.

    L’esposizione e la raccolta di canzoni pubblicata per l’occasione prendono in prestito il titolo dal verso «Canterò soltanto il tempo» del branoIl tema (1970), contenuto nell’album L’isola non trovata2.

    Il punto di contatto tra i due autori, in questo caso, non è un’isola difficile da raggiungere, bensì la tematica del tempo (poetica nolaniana per eccellenza), che nel brano risulta centrale, nonché anticipatoria di quello che diventerà uno degli argomenti cardine (in tutte le sue declinazioni) della carriera del “Maestrone” e del regista britannico.

    Scendendo nel dettaglio e analizzando il testo della canzone alla luce di quanto visto nel film, è difficile non notare delle analogie tra i versi utilizzati e la condizione di Odisseo sull’isola di Calipso, luogo fondamentale all’interno della pellicola, poiché origine dei ricordi e della ricostruzione degli eventi narrati.

    Frasi come: «dirò di pietre consumate, di città finite, morte e sensazioni»; oppure: «cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi», sono attribuibili ad un uomo confuso e preda dell’oblio, caratteristiche facilmente riconducibili al protagonista del film di Christopher Nolan.

    Nonostante appartengano a periodi storici differenti e nonostante utilizzino strumenti diversi per arrivare al loro pubblico, i due autori hanno diversi punti di contatto, tra i quali spicca l’opera omerica, che entrambi hanno affrontato di petto in un particolare momento della loro carriera.

    L’intera discografia di Guccini è colma di rimandi all’epica classica, così come la filmografia di Nolan è fondata sull’epica contemporanea e post-moderna.

    Nella raccolta di studi intitolata: L’epica dopo il moderno (1945-2015)3, più precisamente nel capitolo:“Eroi per caso? Riflessioni sull’epica cinematografica”, Marco Pistoia chiude parlando dell’allora imminente uscita di Dunkirkin questo modo: «[…] Christopher Nolan, già regista di supereroi, attraversati però da profonde linee d’ombra che li collocano in un post-post moderno che tuttavia non può fare a meno di confrontarsi con il classico e con l’antico».

    Rileggendo questa affermazione alla luce dell’ultimo lavoro del regista, è facile rendersi conto di quanto certi stilemi fossero radicati in tutti i suoi lavori precedenti, da Memento ad Oppenheimer, fino ad arrivare (tornare) al racconto epico per definizione.

    L’arte che riflette sé stessa

    Nel 2004 – mentre Nolan è impegnato col primo capitolo della trilogia del Cavaliere oscuro – Francesco Guccini pubblica Ritratti. Il disco arriva sul finire della carriera del cantautore modenese, tanto che per qualche anno si è pensato fosse l’ultimo.

    Composto da nove tracce, l’album racconta l’arte attraverso di essa, da quella letteraria a quella pittorica e musicale, oltre ad essere la summa della poetica gucciniana.

    Già dalla copertina si può intuire l’intento del cantautore. L’immagine, infatti, è ispirata dall’opera di David Teniers L’arciduca Leopoldo Guillermo nella sua galleria di quadri a Bruxelles del 1647 (una delle quattro varianti sul soggetto, tutte dipinte tra il 1647 ed il 1651), conservata al Museo del Prado di Madrid.
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    Il discorso metapittorico è forte, non banale, e stratificato: la grafica realizzata da Giuseppe Spada omaggia un dipinto che a sua volta raffigura altri quadri, mettendo l’accento sul significato (e sull’importanza) della riproduzione più che sul contenuto della stessa.

    Nel brano intitolato Una Canzone, Guccini usa la musica per parlare di musica, di come nasce e dei significati che può avere e trasmettere. L’incipit è esplicativo: «La canzone è una penna e un foglio, così fragili fra queste dita». L’autore riflette sullo strumento che utilizza.

    Ancora una volta è il processo di creazione ad essere privilegiato, in quello che è di fatto una riflessione metamusicale sulla composizione.

    Questa concezione dell’arte, che sia quella musicale o cinematografica, non va intesa come un semplice esercizio di stile, bensì come un modo di elevare il mezzo a scopo, per tornare all’essenziale.

    L’Odissea di Nolan è un ritorno all’origine utilizzando il poema origine, è un tornare sui propri passi attraverso le tappe fondamentali di una filmografia che viene spogliata del superfluo mantenendo il fondamentale.

    Memento, oltre ad essere il titolo del film, è anche il termine latino per indicare un oggetto utilizzato per ricordarsi di qualcosa, esattamente come la spilla di Atena per l’Odisseo di Nolan. Ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Bane è una macchina da guerra dietro ad una maschera e, come Agamennone, muore poco dopo averla tolta. In Oppenheimer, la bomba atomica è l’arma con cui un moderno (e umano) Prometeo sfida Zeus, così come il cavallo di Nolan non è il simbolo dell’ingegno di un uomo, ma uno strumento di morte e un affronto agli Dei.

    Il discorso metacinematografico del regista inglese non è semplice citazionismo o un’operazione auto-referenziale, è un modo concreto di concepire un’arte e di metterla al centro, così come Guccini fa con la musica e la letteratura, dando alla struttura ed al linguaggio utilizzato l’importanza che meritano.

    Odysseus e Odysseus

    «Forse una delle migliori canzoni che mi siano uscite». Chiosa così Francesco Guccini in una delle molte interviste4 della sua carriera, quando gli viene chiesto di parlare di Odysseus, brano d’apertura di Ritratti.

    Da ascoltatori è difficile essere lapidari su una canzone come l’autore che l’ha concepita, soprattutto quando bisogna scegliere in mezzo ad un repertorio così vasto. È sicuramente più semplice immaginare il perché di un’affermazione del genere.

    Infatti, Odysseus racchiude in sé molta della poetica del cantautore: i riferimenti alla montagna come luogo di storia e concretezza (come nel brano Radici); il mare, che per Guccini può essere incognita e paura (come in Bisanzio), oppure un modo per raggiungere il sublime (come in Canzone della bambina portoghese); il viaggio, che può essere una partenza verso l’ignoto (come in Cristoforo Colombo, altro brano di Ritratti), oppure un ritorno attraverso di esso, come appunto in Odysseus.

    La canzone si apre con Odisseo che ricorda la sua vita prima della partenza: «c’era l’anima mia che è contadina». Si descrive come un uomo di terra, di montagna (il riferimento autobiografico dell’autore è palese), simile al protagonista nolaniano che viene mostrato come cacciatore. Il mare, per entrambi i personaggi, è una linea di confine e un limite ignoto.

    Il desiderio di scoperta arriva proprio tramite l’isola, descritta nei versi successivi quasi come un’onda che ne nasconde altre: «ma se tu guardi un monte che hai di faccia, senti che ti sospinge a un altro monte». L’obbligo della partenza sembra offuscato dalla curiosità rivolta a qualcosa di sconosciuto.

    Nelle prime due strofe, Odisseo è preoccupato per quello che lo attende: «il mare trascurato mi travolse. Senza futuro era il mio navigare», Il primo impatto è complicato e descrive il neo-capitano alle prese con qualcosa di grande e pericoloso, distante dalla tranquillità della sua vita fino ad allora.

    Nella terza strofa (più breve delle precedenti), Guccini interrompe la narrazione degli eventi per inserire dei versi carichi di dubbio, quasi a svelare l’inaffidabilità del suo narratore: «ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, ti esalta l’acqua e al gusto del salato, brucia la mente». Ancora una volta, l’affinità all’Odisseo di Nolan risulta evidente. La difficoltà nel ricordare è comune ad entrambi i personaggi, cosa che toglie concretezza agli eventi narrati per concentrarsi sulle sensazioni.

    Nella strofa successiva riprende la narrazione degli eventi fino ad arrivare alla guerra, citata in un solo verso, per poi passare direttamente al viaggio di ritorno: «andare come spinto dal destino, verso una guerra, verso l’avventura. E tornare contro ogni vaticino, contro gli Dei e contro la paura».

    Va aperta una parentesi riguardante la scelta del nome utilizzato, sia da Guccini che da Nolan (purtroppo non nella versione doppiata del film), per riferirsi all’eroe omerico. Il termine «Odysseus», di origine greca, ha un significato diverso rispetto ad Ulisse, di origine latina. Il verbo da cui è tratto significa infatti “odiare”, cosa che fa diventare Odysseus “colui che è odiato” oppure “colui che odia”. Odiato dagli Dei (Poseidone) e odiatore dei Proci, ma non solo. Nel film Odisseo è in aperto contrasto con le divinità, divinità in cui crede ma che combatte, subordinando il loro volere al suo, nonostante la paura, esattamente come nel testo di Guccini.

    La canzone prosegue raccontando le tappe del confuso viaggio verso Itaca, ancora una volta dal punto di vista di un uomo che non ha certezze in quello che racconta: «la memoria confonde e dà l’oblio». 

    Odisseo ripercorre gli eventi in maniera disordinata, anteponendo gli ultimi approdi  (Nausicaa) a quelli iniziali (Polifemo), fino ad arrivare ai momenti di solitudine, quando gli viene chiesto il totale abbandono per poter tornare finalmente a casa: «i remi mutai in ali al folle volo5, oltre l’umano».

    Il protagonista descritto e mostrato da Guccini e Nolan è lontano dall’eroe astuto e sinonimo di intelligenza del poema. Nel brano le sue vittorie non vengono menzionate, mentre nel film sono portatrici di senso di colpa e crisi esistenziale.

    In entrambi i casi, è il mezzo (il mare) a restare impresso nella mente di Odisseo. Nel film, una volta tornato ad Itaca e sconfitti i pretendenti, ha come primo pensiero quello del viaggio, questa volta cercato e desiderato senza imposizioni esterne. Anche nella canzone non c’è una parola nei confronti di ciò che ha ritrovato, ma solo nostalgia per l’avventura.

    L’epilogo delle due opere è l’ennesimo punto di contatto tra i due autori e i loro protagonisti. Tutti e due sono prossimi ad un nuovo viaggio, che sia letterale o figurato.

    L’Odisseo di Nolan, prima di partire, spera che gli aedi (o bardi6) tengano vivo il ricordo di ciò che è stato, in modo da scongiurare il ripetersi degli orrori che ha vissuto. Una speranza vana, come abbiamo visto in Oppenheimer.

    Nel testo di Guccini invece, Odisseo esce dal contesto narrativo e prende coscienza del suo ruolo di personaggio, sperando di continuare il suo viaggio attraverso le opere di chi racconterà la sua storia: «… donandomi però un’eterna vita, racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima».

    Chissà cosa penserebbe il navigatore omerico della canzone di Guccini e del cinema di Nolan.

    Senza dubbio, va dato merito ad entrambi per aver concesso nuovi porti ad un grande personaggio, così che il suo viaggio possa continuare.

    Federico Rigamonti

    Redattore

    1.  Allestita allo Spazio Gerra di Reggio Emilia, dal 18 aprile fino al 18 ottobre 2026.
      ↩︎
    2.  Il titolo dell’album omaggia la poesia La più bella di Guido Gozzano.
      ↩︎
    3.  Edito da Pacini Editore, 2017.
      ↩︎
    4. Contenuta nella raccolta Se io avessi previsto tutto questo – Gli amici, la strada, le canzoni, edito da Universal Music, 2015. ↩︎
    5.  Riferimento alla Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno, XXVI, 100-142).
      ↩︎
    6. Travis Scott nei titoli di coda è identificato come bardo, possibile riferimento a “Omero nel Baltico” di Felice Vinci, in cui l’autore sosteneva che gli eventi narrati nell’Odissea si fossero svolti nell’Europa settentrionale. I bardi erano infatti gli antichi cantori celtici. Inoltre, alcune delle scene del film sono state girate in Islanda e in Scozia. ↩︎

  • Recensione Odissea: Ulisse secondo Nolan

    Recensione Odissea: Ulisse secondo Nolan

    Nota: questa recensione non contiene spoiler ma riflessioni sui significati della trama: se si volessero evitare anticipazioni si consiglia di rinviare la lettura a dopo la visione.

    Dopo tanta attesa e anche più polemiche, finalmente Odissea di Christopher Nolan è al cinema. Come avrà trattato il poema omerico? Cosa c’entra il cavallo di Troia? Il casting è azzeccato? Premessa: no, non è fedele all’Odissea che avete studiato a scuola, ma è la personale rivisitazione del racconto fondativo dell’occidente da parte di un regista con una visione molto forte su temi, contenuti e, soprattutto, sullo spettacolo cinematografico. L’ideale sarebbe fruire le straordinarie scene d’azione sullo schermo per cui l’autore le ha ideate, ovvero l’IMAX 70mm: ogni immagine è costruita per essere totale, enorme e monumentale.

    Odissea è un colossal epico e grandioso, muscoloso e muscolare, che rilegge il poema omerico in chiave moderna, adattandolo alla sensibilità contemporanea e ai temi del cinema di Nolan. Il sentimento portante non è la volontà di ritorno a Itaca, ma il senso di responsabilità e lo stress post-traumatico di Ulisse per la guerra di Troia, segnando il film di oscurità e cinismo. Il cavallo di legno perciò è il cardine dell’intera trama. La storia è ricostruita fedelmente alla struttura del poema originario (meno agli eventi specifici), con esordio in medias res: la progressione delle disavventure di Ulisse si alterna con le linee narrative di Telemaco e Penelope a Itaca, nonché coi numerosi flashback di Troia che scandiscono il ritmo.

    Una guerra, un uomo, un inganno

    L’adattamento di Odissea assomiglia a un ricordo a memoria degli eventi del poema, tagliuzzati e ricuciti secondo convenienza. Si tratta della maniera più filologica per adeguare il racconto che gli aedi trasmisero oralmente per secoli prima che venisse stabilizzato per iscritto: così Nolan ri-colleziona gli episodi con grande coerenza rispetto alla sua personale interpretazione. La scelta dell’autore è la lettura quasi psicanalitica del senso di responsabilità e controllo dell’illustre veterano di Troia. Egli è stato vincitore della guerra grazie al più grande inganno della storia, e ora predica il ritorno onorando vincoli che lui stesso ha tradito. Allo stesso tempo, il figlio Telemaco deve riconoscere nelle dicerie un padre che non ha mai conosciuto per trovare se stesso. Nella trama, poi, si innesta un evento storico reale che ebbe un enorme impatto socio-culturale sul mondo greco, cioè la venuta dei popoli del mare che sovvertiranno tutto: se Nolan è fedele alla sua tipica costruzione a scatole cinesi, proprio intorno alla loro venuta si crea il grande segreto della trama, svelato solo nel finale.

    Il plot segue abbastanza i punti indicati da Omero. La storia inizia con la Telemachia, ovvero la ricerca di Ulisse da parte del figlio Telemaco, stufo della presenza dei Proci pretendenti di Penelope alla rocca di Itaca: il suo viaggio lo conduce da Menelao in cerca di informazioni sul padre, con un’indagine segmentata per intersecarsi alle vicende di Ulisse. L’eroe invece si trova da tempo immemore sull’isola di Calipso, e inizia il suo racconto delle imprese passate: Ciclope, Lestrigoni, Circe, Ade, Sirene, Scilla e Cariddi, sequenze rese una più spettacolare dell’altra nella messinscena. Mancano all’appello alcuni episodi omerici, tra cui Lotofagi e Feaci, che vengono assorbiti da Calipso. Troia, invece, puntella l’intera trama come un’impalcatura al dramma di Ulisse.

    Ogni scena potrebbe essere approfondita a sé, per la maestria con cui si combinano horror, suspence e azione, e per la sensazionale cooperazione di montaggio, colonna sonora e comparti artistici. Interessante la scelta del canto delle Sirene, che viene sostituito da un mistico mix audio, ma dove manca qualsiasi elemento di sensualità: d’altra parte, l’eros è del tutto assente anche nelle scene di Circe e Calipso che dovrebbero ospitarlo. Le creature mitologiche sono mostrate in maniera intrigante, come esseri primigeni al grado zero di caratterizzazione estetica, che suona perfettamente allineata con il tono del film: è interessante anche come vengano realizzati, con effetti pratici potenziati dal digitale. Spesso a legare le sequenze è il sonoro, con l’incredibile contributo musicale di Ludwig Göransson che martella a ingranaggio scena per scena e che modula melodie bronzee e sonorità sperimentali fuori dal tempo.

    Parlare in modi che comprendiamo

    Né più né meno che in Oppenheimer, il cast di Odissea è una parata di star: a parte i veri e propri protagonisti, compaiono tutti molto poco. E quindi perché proprio Lupita Nyong’o per Elena di Troia? Probabilmente anche per l’intensità richiesta al ruolo gemello di Elena, Clitemnestra. L’obiettivo di Nolan è evidentemente mostrare un mondo riconoscibile al pubblico (statunitense), diversificato etnicamente, in maniera comunque differente dalla composizione etnica del mondo mediterraneo di tremila anni fa. Sorte simile per Benny Safdie nei panni di Agamennone, presentato come semi-dio ieratico dal volto coperto ma silenzioso per il totale ed esiguo minutaggio. Pure Charlize Theron / Calipso e Zendaya / Atena sono ruoli modesti. È probabile che, tra i tantissimi personaggi grandi e piccoli dell’Odissea, il regista abbia scelto dei volti riconoscibili affinché il pubblico potesse identificarli con facilità, assumendo tratti noti per ruoli noti (se non fosse Elliot Page il personaggio di Sinone si terrebbe a mente?).

    Ma alcuni personaggi sono assegnati anche con criterio meta-cinematografico, a partire dai primi due presentati a inizio film. L’aedo Travis Scott funziona perché è realmente un cantore che richiama una tradizione di trasmissione orale, e senza forzatura introduce la dimensione di racconto che indirizza direttamente a Omero. Elliot Page è Sinone, uomo tra gli uomini, anonimo tra gli anonimi, spogliandosi di qualsiasi connotazione di genere e affrancandosi in quanto tale. E più di tutti Matt Damon è colui che da sempre Hollywood cerca di portare a casa (Salvate il soldato Ryan, Interstellar, The Martian), ora finalmente artefice egli stesso del proprio ritorno. Il suo Ulisse è forse più uomo d’azione che uomo d’ingegno, fisicato ma lacerato, determinato ma straziato, colui che porta sulle spalle la responsabilità degli uomini di Itaca, dei Greci, dei Troiani e del mondo intero. Menzione speciale ai ruoli femminili (più alla recitazione che alla scrittura, sempre carente in Nolan), in particolare ad Anne Hathaway / Penelope, energica ed inespugnabile regina limitata solo dal tempo in cui visse. Anche Samantha Morton, spogliata della sensualità di Circe, è una maga audace e quasi femminista, che condanna la bestialità lasciata implicita da Omero degli uomini di Ulisse.

    Sfidare gli dei

    Ancora più che un adattamento necessariamente fedele, ciò che interessava a Nolan era che Odissea risultasse uno spettacolo colossale e immersivo, ragione per cui l’ha girato interamente in IMAX 70mm per un totale di 610 chilometri di pellicola. Il formato IMAX 70mm (la cui risoluzione è paragonabile a un 18K digitale) presenta però un limite in entrata e uno in uscita: per quanto riguarda il set, le cineprese incredibilmente rumorose rendono impossibile la registrazione di dialoghi, mentre la fruizione è resa complicata dalla scarsa reperibilità dei componenti che costituiscono i proiettori appositi, dismessi da sessant’anni (e infatti solamente 41 sale al mondo proiettano esattamente così). Di fatto, Odissea è il primo film girato interamente in IMAX, perché Nolan ha spinto gli ingegneri a risolvere la prima questione, creando una sorta di armatura chiamata “Blimp” in grado di assorbire il baccano prodotto dalle cineprese.

    Tuttavia la scelta impone un vincolo tecnico che poi pesa sul film: per i limiti fisici della pellicola è possibile girare per un tempo massimo di circa tre minuti. Il risultato è che Odissea (come altri film di Nolan che usano l’IMAX solo parzialmente) devono avere per forza un montaggio serrato, perché i singoli take sono molto brevi. Anche se il regista ha abituato il pubblico a questo ritmo frenetico, probabilmente non era il modo migliore di trattare ogni scena del racconto omerico, che più volte avrebbe giovato di una maggiore distensione, soprattutto nei dialoghi iniziali e in generale nelle scene più profonde ed emotive. Fanno da contrappunto i combattimenti, soprattutto verso il finale, che invece risultano lunghi ed estenuanti proprio a causa del susseguirsi di tagli. 

    Il potere del sacrificio sta nel prezzo della persona che lo compie

    Evidentemente Nolan ha fatto propria la materia dell’Odissea, convertendo i fatti dell’epica in uno spettacolo della contemporaneità traducendone i temi. Certe caratteristiche del poema appaiono molto naturali nell’opera del regista: il ritorno, l’ossessione, la cronologia alternata, il rapporto con il padre, le figure femminili infide, il timore di un’epoca a venire. È riuscito a inserire anche i suoi totem: per esempio la spilla di Atena, simbolo del legame tra Ulisse e Penelope che ricorda anche la trottola di Inception, sostituisce il letto ricavato nel tronco di ulivo del poema. E soprattutto, Nolan conserva l’attenzione al “dispositivo” e alla scatola cinese.

    Se la prima metà di film chiama più direttamente Omero, la seconda è un più esplicito cenno alla filmografia di Nolan, che viene ricordata per vari elementi. La trama di esplorazione a linee narrative intersecate è Interstellar, la Telemachia è la origin story di un eroe mitico come Batman Begins (o Spider-Man…); il climax adopera moduli da thriller da Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, mentre il rapporto di Ulisse con le donne e con Calipso in particolare è vicino a quello di Cobb e Mal in Inception. E soprattutto, nel finale, Ulisse si riconosce come un nuovo Oppenheimer, l’uomo responsabile del grande inganno che sovverte l’ordine.Il cavallo di legno è la bomba atomica dell’antichità. Così, se fino a Tenet Nolan narrava un mondo sull’orlo dell’Apocalisse, con Oppenheimer e Odissea ha iniziato a raccontare il mondo già sovvertito a causa della creazione del singolo e dell’irresponsabilità della massa. Allora forse gli ultimi due film di Nolan hanno hanno lo stesso protagonista: Prometeo, l’uomo dall’immane responsabilità di aver compiuto un atto che ha cambiato per sempre il mondo.

    Edoardo & Enrico Borghesio

    Caporedattori

  • Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Approfondimento: Cosa dobbiamo aspettarci dall’Odissea di Christopher Nolan

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Manca poco all’uscita di Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan e uno dei titoli più attesi dell’anno. Dopo l’Oscar per l’epica a stelle e strisce Oppenheimer, Nolan “torna” al racconto ancestrale per eccellenza, all’origine della cultura occidentale. 

    È risaputo che prima di affidargli la trilogia del Cavaliere Oscuro, Warner Bros avesse considerato Nolan per la regia di Troy. Perciò Omero è un ritorno (come quello di Ulisse) a topoi che in realtà il regista ha sempre frequentato per tutta la sua carriera: il ritorno, il rapporto tra padri e figli, il viaggio, la mitologia intesa come esaltazione delle icone dei tempi, la missione dell’eroe, la fatalità dei ruoli femminili, il racconto che procede in modo non cronologico. Non da meno, inciderà il suo universo visivo e narrativo, con un’estetica moderna, spogliata e “metallica”, montaggio narrativo complesso e spettacolari scene d’azione

    Come verranno espresse queste istanze nel film? In che modo verrà distribuita la materia narrativa ed epica già insita nel racconto originale? Si incrociano due universi: la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata, e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Proviamo a interrogarci su qualche aspetto, in particolare sulla possibile struttura temporale della narrazione e sull’adattamento culturale operato da Nolan, per capire cosa dobbiamo aspettarci da Odissea. 

    La promessa: tempo come struttura 

    L’Odissea di Omero, composta come collezione di canti orali nell’VIII secolo a.C., è stata codificata in 12 libri. Dal I al IV si svolge la Telemachia, ovvero il viaggio di Telemaco, il figlio di Ulisse che era appena bambino quando il padre partì per la guerra; ora ha circa 20 anni e la reggia di Itaca è tormentata dai Proci, che vorrebbero che Penelope scegliesse uno di loro come nuovo marito; Telemaco parte per cercare informazioni del padre e Menelao gli rivela che si trova sull’isola di Calipso. Dal V all’VIII libro Ulisse riesce a partire da Ogigia, l’isola di Calipso, e viene accolto nella terra dei Feaci. Durante un banchetto un cantore narra della caduta di Troia, e per le sue lacrime Ulisse viene riconosciuto e invitato a raccontare la propria storia. Dal IX al XII libro c’è una grande analessi-flashback in cui Ulisse narra le sue peregrinazioni dopo Troia: lotofagi, il ciclope Polifemo, il dio del vento Eolo, Lestrigoni cannibali, Circe, Aldilà, Sirene, Scilla e Cariddi, la mandria del sole e infine Calipso. Dal XII al XXIV libro si racconta il rientro di Ulisse a Itaca, non riconosciuto, che viene aiutato dal porcaio Eumeo, vari incontri e agnizioni, e infine la strage dei Proci e il ricongiungimento con Penelope.

    Si potrebbe quasi dire che Omero sia l’inventore del montaggio narrativo complesso di cui Nolan si è reso maestro nella modernità, e comunque sarà affascinante vederlo alle prese con una storia già di per sé tanto strutturalmente ricca. È ovvio che la materia narrativa sarà abbondante, tanto da riempire facilmente le circa tre ore di durata del film. Ma come si incroceranno le vicende? Dalle interviste promozionali pare che il regista abbia ritenuto di narrare l’Odissea come una storia familiare incentrata sulle tre linee narrative di Ulisse, Penelope e Telemaco, coerentemente con il poema che dedica a ciascuno uno spazio specifico. E anche la semplice trattazione lineare degli eventi dell’originale consentirebbe uno svolgimento “alla Nolan”. 

    L’adattamento indugerà particolarmente sulle scene spettacolari della caduta di Troia, che tecnicamente non sono parte del racconto, e su altri grandi sequenze: la caverna di Polifemo, le tempeste, il canto delle Sirene, ecc.. È anche possibile che il film insisterà maggiormente sul viaggio sacrificando in parte la tensione e la solennità riservate all’epilogo su Itaca, scene che tuttavia potrebbero benissimo reggere un’ampia narrazione (come visto in Itaca: il ritorno di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes). Nei trailer si è vista anche l’alternanza tra Argo cucciolo e anziano, il cane di Ulisse che spira appena dopo aver riconosciuto il ritorno a casa del padrone (XVII libro): questo dettaglio implica la possibilità che nel film saranno presenti anche scene precedenti alla partenza per Troia, oppure in qualsiasi caso un uso disinvolto di flashback anche in altri momenti del film.

    La svolta: tempo come cultura 

    Ogni trailer di Odissea è stato accompagnato da una polemica diversa sulle criticità nell’adattamento, chissà all’uscita del film cosa accadrà. A parte le questioni di fedeltà storiografica riguardanti elementi scenografici e di abbigliamento, sono state contestate diverse scelte di casting, in primis quella di Lupita Nyong’o come Elena di Troia, la donna più bella del mondo antico. E poi il rapper Travis Scott nei panni di un aedo, l’antico cantore che farà da ponte fra la tradizione della poesia orale dell’antica Grecia e il moderno hip hop. Si è chiacchierato anche della problematicità di Elliot Page nei panni di Achille, l’invincibile guerriero di Troia reso noto con le sembianze di Brad Pitt in Troy. Benché sia stato poi accertato che Page interpreterà il prigioniero greco Sinone, sarebbe stato ironicamente più interessante vederlo nei panni di Achille, che è una figura assai più sfumata della percezione binaria moderna: secondo il mito, infatti, prima di recarsi a Troia, Achille venne mandato dalla propria madre alla corte di Sciro travestito da donna per sfuggire al reclutamento e alla morte ineluttabile. Questo antefatto sfuggirebbe sicuramente dagli episodi dell’Odissea, ma il casting di Elliot Page sarebbe stato, nel caso, perfettamente calzante.

    Qualunque considerazione si voglia fare sul casting (e poi Tom Holland è la scelta più adeguata per Telemaco? E Matt Damon per Ulisse?), ormai a Hollywood sovente si scelgono i nomi di richiamo a prescindere dall’appartenenza al possibile typecast dei ruoli, e infatti il discorso si potrebbe estendere anche ad altre produzioni (vedi i Beatles di Sam Mendes). Più che l’aspetto, verrebbe da interrogarsi sui contenuti: quando Telemaco nel trailer dice “My dad is coming home” può stonare, ma può avere un senso. Ulisse per Telemaco dovrebbe essere chiamato, in versione più filologica, come “Father” / “Padre”, un ruolo sociale e istituzionale: “Dad” / “Papà” invece veicola una relazione affettiva, che probabilmente è uno scopo non involontario dell’adattamento di Nolan. Sembra che l’autore si sia basato su una traduzione dall’Odissea di Omero pubblicata nel 2017 da Emily Wilson, la prima donna della storia ad aver tradotto il poema in inglese. Questa versione enfatizza la dimensione psicologica dei personaggi, in particolare illuminando alcune mentalità femminili altrimenti solitamente lasciate funzionali sullo sfondo (Penelope, Elena di Troia, Circe, le Sirene). È una scelta discutibile? D’altra parte, il pubblico non sarebbe disorientato ad osservare un adattamento documentaristico e più vicino alla sensazione libresca dell’opera?

    È pur vero che, al di là della fedeltà storiografica, ci sono elementi culturali confusi. La nave di Ulisse e i suoi sembra una Drakkar vichinga (e lo è, in effetti: si tratta della Draken Harald Hårfagre, una vera nave vichinga moderna affittata per le riprese). Polifemo ha un aspetto da Gollum, glabro e mefistofelico, mento piccolo e fronte bassa, come una creatura cinematografica fantasy, molto distante dall’apparenza barbuta e abbruttita tipica delle rappresentazioni di Polifemo e della barbarie tipica invece dell’iconografia greca (basandosi sulle fonti contemporanee ai Greci, ossia, essenzialmente, i vasi dipinti). Il mostro, la nave e anche i colori della pelle, alla fine, non sono un problema tanto di fedeltà storiografica, ma semmai di de-culturalizzazione della cultura greca, che si diluisce in una generica rappresentazione di passato hollywoodiano, senza particolare riverenza a nessuno, nemmeno al contesto del poema che fa da base del racconto. 

    Nonostante la potenziale aspettativa che Odissea di Christopher Nolan fosse una sorta di adattamento definitivo, totale e perfetto dell’Odissea di Omero per i tempi moderni, in realtà, invece, (come per quasi tutti i film che trattano materia storica, più o meno verosimile che sia) sarà semplicemente una rappresentazione dell’Odissea, una delle tante possibili. È offerta a questi tempi di generale ricerca di uguaglianza in cui le differenze culturali vengono piallate sull’altare della parità, e ne sono risvolti la spettacolarizzazione e l’appiattimento della profondità. In ciò, evidentemente, sarà comunque un adattamento perfetto dell’Odissea per il momento esatto in cui sarà uscita.

    Il prestigio: tempo come Nolan 

    Curiosamente, benché l’Odissea omerica sia uno dei raconti fondativi dell’occidente, l’Odissea di Nolan è stata chiacchierata molto per le caratteristiche tecniche dell’IMAX e per le pruriginosità culturali. Sembra che il contenuto sia meno importante del contenitore, almeno nella narrazione preventiva dell’opera. Forse dipende anche, appunto, dalla difficoltà ad immaginare l’incontro fra la storia archetipica con secoli di ricezione stratificata e la poetica di un autore a metà tra arte e spettacolo. Potrebbero offrire alcuni spunti di previsione plausibile le ultime opere del regista del Cavaliere Oscuro.

    Comunemente le trame dei film applicano una fabula, ovvero un ordine cronologico degli eventi, ad un intreccio, ossia il racconto specifico dell’opera secondo la struttura cronologica scelta. Christopher Nolan è maestro nella manipolazione di intreccio e fabula, fino all’esperimento estremo di Tenet di raddrizzare l’intreccio al servizio della fabula e della sua inversione. Odissea potrebbe cercare di far convergere le tre linee narrative e temporali di Ulisse, Penelope e Telemaco con un sontuoso montaggio alternato che raggiunge per tutti e tre la medesima destinazione. La struttura in tre atti è già tipica di Nolan, si veda in The Prestige (promessa, svolta e prestigio) e nella trilogia di Batman. E ciascuno dei personaggi verrebbe a rappresentare un moto specifico dell’agire umano: Penelope è la tenuta, Telemaco la scoperta, e Ulisse il compimento della missione, incastrandosi come quando Murph e Cooper scoprono di esistere nello stesso istante in Interstellar

    Suona macchinoso? Eppure Christopher Nolan è un regista della tecnica e dell’ingranaggio, parla sempre di scienza e di un incastro che si aggancia e si sgancia. Cosa succede alla tecnica nell’era della pre-tecnica, arena dell’Odissea? Quale motore o ingranaggio, concreto o metaforico, viene attivato (o disattivato) per aprire le porte di Troia e per acciecare il ciclope? Come tenderà Ulisse l’arco per annientare i Proci? In Oppenheimer lo scopo principale del protagonista è costruire la bomba atomica, tuttavia tale processo è il cuore ma non il fine ultimo del film: come si applicherà la stessa formula in Odissea? Qual è lo scopo principale del personaggio Ulisse? Probabilmente il ritorno a Itaca, fatto che nel poema originale avviene nel XIII di 24 libri, a metà: così l’atto di rientrare in patria è il cuore ma non il fine ultimo del film, esattamente come in Oppenheimer, dove si raccontano le conseguenze della missione dell’eroe.

    Il poema omerico è diviso simmetricamente in due: metà viaggio, metà casa per il compimento dell’opera. L’intenzione spettacolare, inevitabilmente, prediligerà le scene d’azione monumentali della prima metà: l’assalto di Troia, l’inganno del cavallo di legno, le grandi scene di navigazione per l’oceano, le lotte con i giganti, la caverna di Polifemo, il canto obnubilante delle Sirene, l’attacco di Scilla e Cariddi. Gran parte di queste sequenze, in verità, si svolge perlopiù in silenzio, siccome Ulisse e i suoi devono tacere per contrastare la minaccia, o sono scene d’azione nel quale non c’è spazio per dialoghi. Più che la parola, in quelle scene ci sarà rumore. Mare e rumore, pochi dialoghi, ricordano Dunkirk: un film blindato, rigoroso nell’impostazione cronologica; allo stesso tempo intriso di umanità ma asciutto di qualsiasi contatto di umanità; immersivo ed esperienziale, tanto più con l’IMAX, poco narrativo. Che Odissea segua quello stesso binario, di un viaggio dentro la pancia del cavallo, tra i flutti del mare, esasperantemente coinvolgente, ma altrettanto silenzioso, asciutto, strumentale, tecnico?

    L’attesa della risposta a tutti questi interrogativi è di per sé materia di speculazione infinita. I primi commenti parlano di un film sontuoso con una grande regia, scene d’azione indimenticabili, interpretazioni eccezionali, ecc. Resta il dubbio di come tutto questo sarà presentato: in che ordine, con quali valori, secondo quale indirizzo. E non da meno, che forma avranno l’inizio e la fine della storia, spesso formulaici e intrecciati nelle narrazioni di Christopher Nolan. L’incontro tra l’opera millenaria e l’autore contemporaneo sembra così naturale, a compimento di una carriera di ricerca nei temi del ritorno, della missione-ossessione e della predestinazione. Si potrà essere più o meno soddisfatti delle scelte di adattamento, ma è difficile immaginare un’ambizione alternativa a quella di Nolan per cimentarsi in una storia tanto grossa e tanto capitale, quasi come se fosse il regista stesso a sovrapporsi al protagonista della sua opera.

    Cantami o Musa dell’uomo dal multiforme ingegno

    Edoardo Borghesio

    Capo-redattore

  • LA COPERTINA DI LUGLIO





  • L’ora più buia – La galleria di ritratti di Winston Churchill

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Tra i tanti personaggi iconici del Novecento, uno di quelli che maggiormente si è prestato alla rappresentazione estetica è Winston Churchill. Il primo ministro inglese della guerra è stato protagonista di centinaia di vignette in vita (c’è anche un libro sul tema, Churchill: A Life in Cartoons) e di svariati film e serie TV popolari dopo la morte, come mai? Perché con il carattere bonario e umorale e con quella sua apparenza imponente e sgraziata tra bombetta, sigaro e balbuzie, Churchill è stato una caricatura vivente. Eppure è stato anche l’uomo politico che ha guidato la resistenza europea contro il nazismo, e uno tra gli statisti più letterati della storia, vincitore di un premio Nobel alla letteratura nel 1953. Il film di Joe Wright L’ora più buia narra tutto: Churchill uomo, Churchill icona, e la parola di Churchill.

    Gary Oldman, uomo

    Una delle ragioni per cui L’ora più buia è maggiormente ricordato è l’interpretazione camaleontica di Winston Churchill da parte di Gary Oldman, talmente immedesimato da far spesso dimenticare che si tratta di una maschera, più Churchill che Oldman. Tra parentesi, il trucco dell’artista Kazu Hiro è un altro responsabile del successo del film sulla maschera churchilliana. L’ora più buia si ascrive al genere biopic e quindi qual è il momento più adeguato per raccontare la grandezza di uno degli uomini più grandi del XX secolo? Proprio the darkest hour, quel breve lasso storico nel quale l’Inghilterra fu la prima e unica potenza europea ad opporsi all’avanzata nazista, il momento più conciso, teso e delicato di una lunghissima vita al servizio di sua maestà.

    Churchill viene eletto primo ministro nell’ora più buia, cioè nell’istante meno conveniente della storia inglese per assumere il comando, contrastato e sfiduciato dai suoi stessi alleati, scelto solo perché è l’unico abbastanza spericolato e sperabilmente manovrabile per sostituire il rispettabile ma esaurito Neville Chamberlain. Winston invece si dimostra l’uomo giusto al momento giusto, capace di catalizzare il supporto del popolo nella battaglia irrinunciabile contro il tiranno Hitler. Il primo cenno al protagonista è una bombetta, sineddoche dell’icona in divenire pronta a salire sulla scena.

    Churchill ha atteso il momento per tutta la vita, e fa la sua uscita dal sipario (letteralmente la tenda che si scosta) presentandosi in tutta la sua corporalità: beve, mangia, fuma, balbetta, caga, sbuffa, grugnisce, urla, sbotta. È sincero, diretto e umano, e forse questo, fuor di pellicola, fu il segreto del suo successo incontro al pubblico, sicuramente la ragione delle lodi all’attore. Il Churchill di Gary Oldman è una caricatura plateale ma molto efficace, che è se stessa e anche al servizio della storia, camminando sempre in equilibrio su tre direzioni narrative: l’uomo privato, padre e Amleto costretto a indugiare dalle circostanze, l’uomo politico che deve offrire una posizione alla nazione e al mondo intero, e la macchietta narrativa confezionata per la storia.

    Joe Wright, icona

    La regia di Joe Wright fa coesistere tutti i volti di Churchill, come una galleria di ritratti o un catalogo di vignette sul personaggio. Ci sono quindi la rappresentazione cinematografica patinata e regolata del film storico, la messinscena (inevitabilmente debitrice al teatro) del ritratto politico, e la vitalità umana dell’individuo che emerge dai dettagli. Il racconto si muove per stazioni narrative evidenti: si presenta la situazione, interviene l’uomo della provvidenza, l’incontro con il mentore (il re), le sfide sempre più difficili, la prova più grande (la metropolitana) e lo scontro finale (il discorso alla camera). Per raccogliere tutte le istanze, L’ora più buia si fa un dramma storico alla maniera shakespeariana, che ricostruisce un evento nei suoi passi essenziali e ideali reinterpretando artisticamente il passato prossimo della nazione inglese.

    Mentre Dunkirk di Christopher Nolan nello stesso anno affrescava una rappresentazione spettacolosa e corale della mobilitazione in guerra, Joe Wright testimonia il backstage dell’operazione Dinamo e tematizza i summovimenti emotivi del popolo inglese in patria e di Churchill stesso in quel difficile istante storico, Churchill che si carica addosso il sentimento di un’intera nazione. Ma come trasformare un politico pure estroverso in un uomo tra gli uomini? Il personaggio di Lily James che fa da assistente e da spalla al primo ministro rappresenta quello spazio vuoto di segretezza e apprensione tra potere e popolo. Proprio perché Winston è l’unico infine a colmare quella distanza con un atto individuale e spontaneo, egli è l’unico veramente umano e sfaccettato di tutto il film.

    La scena in metropolitana, splendidamente improbabile, è il raggiungimento della pienezza di Churchill, che si trasfigura da politico chiuso nella War Room a uomo tra il popolo. È qualcosa che non può essere accaduto, e anche fosse possibile nessuno lo testimonierebbe, così come è irreale la segretaria che battendo a macchina scopre in anteprima dell’inevitabile sacrificio del fratello milite in Francia, e pure è oggettivamente irrealizzabile la ripresa dal pov dell’aereo che sgancia la bomba su Calais. Attraverso i punti di vista impossibili e gli eventi inosservabili prende forma un racconto epico di guerra senza guerra. L’ora più buia è una rappresentazione al servizio della Storia con un protagonista che è uomo di stato e uomo privato, personaggio e macchietta, caricatura e icona.

    Anthony McCarten, parola

    Sotto l’unificante ed estatica fotografia caravaggesca di Bruno Delbonnel, il ritratto di Churchill sulla parete della narrazione cinematografica continua a cambiare, è sempre diverso e sempre lo stesso. D’altra parte, è una citazione celebre di Churchill stesso, ripresa nel film, a giustificare la mutevolezza: «Chi non cambia mai idea non cambia mai nulla». È un lavoro estremamente sofisticato quello della sceneggiatura, che ricuce insieme frasi e sentenze eccezionali veramente pronunciate dal leader e altre, inventate, che potrebbero benissimo essere state dette per davvero. In qualche modo, L’ora più buia non è nemmeno il film su Churchill, ma il film sui discorsi di Churchill, su quella retorica che ha simbolicamente vinto la (prima fase della) guerra.

    Lo sceneggiatore Anthony McCarten ha lavorato molto sulle icone popolari, accentrando il racconto sul prodotto del loro genio ancor più che sul protagonista. Sono stati eroi dei suoi film l’uomo di scienza, il politico, lo showman, il pastore della fede, personaggi quasi sempre poi reinterpretati dalla regia come caricature vitalizzate da istrioni candidati o vincitori dell’Oscar. Eddie Redmayne è Stephen Hawking ne La teoria del tutto, Rami Malek è Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody, Anthony Hopkins e Jonathan Pryce sono Joseph Ratzinger e Jeorge Bergoglio ne I due papi, e Gary Oldman è Winston Churchill ne L’ora più buia.

    Tutti questi film narrano la vita di una figura di riferimento per migliaia di persone nelle loro doppie identità private e pubbliche. E hanno in comune anche la missione di colmare lacune nella storia ufficiale, raccontare versioni ignote, tappare buchi nella cronaca, attraverso dei racconti ideali non necessariamente veritieri, fondati sul grande contributo popolare che quegli uomini straordinari hanno lasciato ai loro posteri. Senza dubbio, nella galleria dei ritratti di Winston Churchill, ancora oggi, guardando indietro, riemergono i tonanti discorsi alle camere che gli valsero il Nobel, e all’Europa la libertà. E su quello più famoso e avvincente di tutti, We Shall Fight on the Beaches, culmina la narrazione de L’ora più buia, come la resa dei conti più importante dal primo ministro, combattuto non sul campo ma nell’aula della delibera, la battaglia della parola. Churchill ha veramente smobilitato la lingua inglese e l’ha mandata in battaglia.

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    Edoardo Borghesio,
    Redattore.
  • Christian Bale: L’uomo dietro le trasformazioni – Identità, moralità e redenzione

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    Tra gli attori più versatili e apprezzati del cinema contemporaneo, Christian Bale, è riuscito a conquistare la sua fama attraverso le sue straordinarie trasformazioni fisiche ma soprattutto grazie alla sua abilità nel dar vita a personaggi che esplorano conflitti interiori complessi e universali. La sua filmografia infatti è costellata da ruoli in cui temi come l’identità, la dualità morale e la redenzione si manifestano con intensità e questi temi vengono esplorati da Bale con una profondità rara.

    Questo articolo vuole approfondire questi temi attraverso varie interpretazioni e mettendo in luce come queste peculiarità abbiano contribuito a definire Christian Bale uno degli attori più completi della sua generazione.

    L’identità e la dissonanza interiore

    Uno dei temi più affascinanti che Bale esplora nei suoi film è la lotta con l’identità e la dissonanza interiore, un conflitto psicologico che porta spesso i suoi personaggi a un punto di rottura. I suoi ruoli sono abitati da uomini che, pur tentando di conformarsi a un ideale di successo e perfezione sociale, celano una realtà diversa, spesso inquietante e disturbante.

    American Psycho (2000), uno dei film più iconici della carriera dell’attore, è un esempio lampante di questa lotta. Infatti qui Bale interpreta Patrick Bateman, un giovane ricco e apparentemente perfetto, ma che nasconde una natura psicopatica. La pellicola esplora la dissonanza tra l’immagine di un uomo di successo realizzato e la sua crescente follia. La performance di Bale in questo senso è straordinaria perché riesce a rendere il personaggio tanto affascinante quanto terrificante, un uomo che vive in costante conflitto tra ciò che è e ciò che desidera.

    Un altro esempio della lotta con l’identità è The Machinist (2004), dove Bale interpreta Trevor Reznik, un operaio tormentato da disturbi psicologici e fisici causati dall’insonnia e da un certo senso di colpa. La sua alienazione dalla realtà si manifesta non solo nel suo stato mentale ma anche nel suo corpo, che perde drasticamente peso. In questa pellicola Bale non solo mette in scena la follia di un uomo ma rende tangibile la separazione tra il suo io interiore e quello esteriore. La sua trasformazione fisica è estrema e radicale ma il vero cambiamento sta nel modo in cui riesce a rappresentare la menta distorta di Reznik.

    In The Prestige (2006), il personaggio di Bale, Robert Angier, è consumato da un’ossessione per la vendetta e la perfezione. La sua lotta con l’identità si intreccia infatti con quella del suo rivale, ma và anche a manifestarsi con il suo desiderio di oltrepassare i confini della realtà, creando un personaggio che è sia un uomo in cerca di sé stesso che un illusionista pronto a sacrificare la propria umanità per raggiungere la perfezione. In questo caso la dissonanza non è così visibile fisicamente ma questo rende il tutto estremamente potente dal punto di vista psicologico e attraverso il lavoro di Bale, viene alimentata una riflessione sulla frattura tra ciò che siamo e ciò che aspiriamo a diventare.

    La dualità e il conflitto morale

    Un altro tema fondamentale nella carriera di Bale è la dualità dei suoi personaggi, spesso alle prese con conflitti morali che li costringono a prendere decisioni difficili e ambigue. Molti dei suoi ruoli esplorano la lotta tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è conveniente, con personaggi che si trovano a dover fare scelte che li definiscono non solo come individui ma anche come figure morali.

    Nella trilogia The Dark Knight (2005-2012), Bale dà vita a uno dei personaggi più emblematici ed iconici del cinema fumettistico: Batman. 

    Bruce Wayne è infatti un uomo che combatte il crimine ma la sua battaglia interiore è altrettanto centrale nello sviluppo della trama. È un personaggio dilaniato dalla perdita dei genitori e dalla ricerca incessante di giustizia, ma allo stesso tempo è consumato dalla vendetta e dal desiderio di infliggere punizioni. Questo conflitto tra bene e male è ciò che lo rende un eroe tanto affascinante quanto tragico. L’interpretazione di Bale riesce a trasmettere la tensione costante tra l’ideale di giustizia e i metodi estremi utilizzati per ottenerla, confermandosi un attore completo e versatile anche in ruoli che hanno un peso maggiore nella cultura pop.

    In American Hustle (2013), Bale interpreta Irving Rosenfeld, un truffatore che naviga in un mondo di inganni e manipolazioni. Rosenfeld è un uomo con una moralità ambigua, capace di truffare e ingannare ma anche di provare sentimenti genuini per la sua famiglia. La sua dualità emerge nel conflitto che prova tra il desiderio di successo e la consapevolezza della corruzione morale in cui è coinvolto. La pellicola esplora come il personaggio di Bale sia spinto da ambizioni che lo portano a prendere decisioni moralmente discutibili e Bale stesso riesce perfettamente a dimostrare questa dualità attraverso carattere ed emozioni che danno vita al personaggio.

    Per finire, The Big Short (2015), aggiunge un livello in più di complessità alla riflessione sulla moralità. In questa pellicola, Bale interpreta Michael Burry, un brillante investitore che riesce a prevedere il crollo del mercato immobiliare scommettendo contro di esso. Nonostante la sua intuizione geniale, il film esplora il conflitto che caratterizza la sua posizione: sebbene abbia ragione nell’individuare la crisi imminente, i suoi guadagni derivano da un disastro che causerà danni a milioni di persone. Burry perciò è un personaggio costretto a prendere una decisione ardua tra la logica economica e l’etica, mettendo in evidenza ancora una volta il conflitto tra la verità e le sue conseguenze morali e Bale con questa interpretazione dimostra ancora una volta il suo lato caratteriale e la sua forza nel vestire i panni di qualcun altro senza risultare ripetitivo e banale.

    La redenzione e il sacrificio

    Arriviamo ora all’ultimo punto dell’approfondimento, infatti molti dei personaggi interpretati da Bale intraprendono un percorso di redenzione, dove sono chiamati a compiere sacrifici significativi per espiare le proprie colpe e raggiungere una sorta di salvezza. Questo tema, ricorrente in molti dei suoi film, evidenzia la sua abilità nell’esplorare la complessità del cambiamento umano.

    In The Fighter (2010), Bale interpreta Dicky Eklund, un ex pugile che cerca di riscattarsi dalla sua dipendenza da droga e dalla sua vita di fallimenti. Il suo cammino verso la redenzione è accompagnato da sacrifici emotivi e fisici e Bale, riesce a rendere Dicky un personaggio profondamente umano, capace di grande vulnerabilità, ma anche di una forza e una determinazione inaspettate. La sua interpretazione, che gli valse l’Oscar, è un esempio perfetto di come il sacrificio e la redenzione possano essere trattati in modo sincero e realistico.

    In Exodus: Gods and Kings (2014), Bale interpreta Mosè, forse l’uomo che più di tutti rappresenta il sacrificio più grande: rinunciare alla sua vita comoda per diventare il leader di un popolo oppresso. La sua redenzione avviene attraverso l’abbandono della propria identità e il doloroso processo di liberazione del popolo, un tema che si intreccia con il suo cammino verso la spiritualità.

    In questo caso Christian Bale si distacca totalmente dai personaggi interpretati fino a quel momento e riesce a dimostrare tutte le sue capacità interpretando un personaggio così complesso e iconico conducendo una prova attoriale notevole che risulta più interessante del film stesso.

    Infine, anche in The Promise (2016), Bale interpreta un medico che, durante il genocidio armeno, si sacrifica per aiutare i più bisognosi, mettendo a rischio la proprioa vita. In questo film, la redenzione non è solo un viaggio interiore, ma anche un atto di coraggio e compassione in un contesto di estrema brutalità. Il sacrificio che il personaggio di Bale compie per salvare gli altri evidenzia il tema del dovere morale e della lotta per la giustizia, rendendo il suo personaggio un simbolo di speranza in tempi di tragedia.

    Nel corso della sua carriera, Christian Bale ha saputo dar vita a personaggi che rompono gli schemi e sfidano le convenzioni, esplorando temi universali e complessi come l’identità, la dualità morale e la redenzione. Questi temi non solo definiscono i suoi ruoli, ma li arricchiscono, trasformandoli in riflessioni profonde sull’essere umano e sulle sue contraddizioni. Bale non è soltanto un attore che trasforma corpo e voce, ma un narratore capace di esplorare la psicologia dei suoi personaggi con una rara intensità. La sua abilità nell’affrontare conflitti morali, dilemmi esistenziali e il desiderio di riscatto lo rende uno degli attori più completi e affascinanti del cinema contemporaneo.

    Fonti: Comingsoon, Badtaste.

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore.
  • Oppenheimer vs Stranamore: arriva la bomba

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    Un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

    Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923

    All’uscita nei cinema di Oppenheimer ad agosto 2023, fra i commenti più frequenti ci furono gli accostamenti con Il Dottor Stranamore ovvero Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. L’epopea storica di Christopher Nolan e la satira bellica di Stanley Kubrick del 1964 condividono il tema della bomba atomica, un autentico totem degli anni ‘50. 

    Tantissimi film pongono al centro della scena il celebre ordigno, interpretandolo di volta in volta come arma, strategia politica, obiettivo, trauma o minaccia, da L’ultima spiaggia a Hiroshima Mon Amour, dei film di 007 a Godzilla. Tuttavia, senza dubbio, le due pellicole dall’impatto popolare più importante sono state proprio Il Dottor Stranamore e Oppenheimer, ed è interessante provare ad accostarle per esaminare quali elementi effettivamente condividano, e, più proficuamente, quali siano le differenze.

    In Nolan We Trust 

    Oppenheimer è un adattamento della biografia premio Pulitzer dello scienziato e, grazie alla sua derivazione letteraria, può vantare una struttura narrativa molto solida. Ciononostante è anche perfettamente un film alla Nolan, fondato su una forte conflittualità del protagonista verso il mondo circostante, e la storia viene raccontata attraverso un montaggio narrativo anomalo e complesso, come tipico della filmografia nolaniana.

    In fondo, il grande hype per l’uscita della biopic di uno scienziato non poteva derivare esclusivamente dal film in sé, ma necessariamente sarebbe dipeso da altri fattori: un po’ fu la simpatica concomitanza con un’altra importante uscita cinematografica (il cosiddetto Barbenheimer), e un po’ il fatto che fosse sì la biopic di uno scienziato, ma firmata dall’autore della trilogia del Cavaliere Oscuro

    E, a dir la verità, la regia di Nolan è forse il più grande motivo anche del successo del film. Grazie al suo tocco, Robert Oppenheimer attraversa un’epica da supereroe, o quantomeno offrendoci quelle vibes particolarmente coinvolgenti. La origin story del fisico e la sua grande missione di costruire la bomba atomica trasformano quelle che in sceneggiatura potrebbero apparire come rischiose elucubrazioni in scienziatese del protagonista in una corsa contro il tempo per salvare il mondo, cioè popcorn per il grande pubblico. 

    E, come ogni supereroe, Oppenheimer deve avere un suo antagonista. Avrebbero potuto essere i giapponesi o i russi, e invece è un personaggio vero e proprio, appena nella stanza accanto, con carisma e doppia identità, proprio come se fosse un cinecomic. E così prende forma il personaggio di Robert Downey Jr., un uomo politico di fama assai discreta sino a prima del film, figura molto meno rilevante rispetto, per esempio, al terribile senatore McCarthy che diede notoriamente filo da torcere ad Oppenheimer negli stessi anni. 

    Come in un cinecomic, Nolan ha selezionato tra gli albi storici quali personaggi fosse più interessante far incontrare al suo protagonista, mettendoli in scena con colpi d’azione e caratterizzazioni eterogenee, simpatiche, bizzarre, antagonistiche. E tutto il cast ha onorato la sceneggiatura al meglio, a partire senza dubbio da Cillian Murphy, indelebilmente malinconico, e quindi posato a sufficienza da apparire come il perfetto equilibrio tra supereroe e scienziato. 

    Non potete litigare nella stanza della guerra

    Il Dottor Stranamore è la storia dell’escalation incontrollata di una parata di idioti. Kubrick, notoriamente un convinto antimilitarista, in questo film realizza una feroce satira di qualsiasi grado della politica statunitense (e, per estensione, di qualsiasi governo). Perché Kubrick, all’opposto di Nolan, non è quantomeno affascinato dall’eccezionalità dell’ingegno umano, ma ne denuncia l’inesorabile fallacia. Nel 1964, la bomba atomica e la guerra nucleare erano una minaccia concreta per il mondo intero, con la tensione tra i blocchi ai massimi livelli in piena Guerra Fredda. In questo contesto di tensione fatale, l’ignoranza e l’incompetenza dei vertici del potere sono un tema fondamentale nell’opera di Kubrick. Strappando le parole alla commedia di guerra Vogliamo vivere! di Ernest Lubitsch, “La salvezza del paese è in mano a un gigione”. 

    In preda a delirio, il comandante di una base aerea americana ordina un attacco atomico multiplo sul suolo russo, cosicché diversi bombardieri partono per la missione. I vertici si organizzano nella celeberrima War Room della Casa Bianca per evitare ritorsioni. Dall’ambasciatore sovietico in USA, il Presidente Muffley apprende dell’esistenza di un dispositivo dei russi, chiamato ordigno della fine del mondo, che verrà automaticamente e incontrovertibilmente attivato non appena avverranno attacchi su bersagli controllati da Mosca: l’olocausto nucleare è inevitabile.  

    In tutto ciò si passa la scena un carosello surreale di personaggi ridicoli guidati dal triplice ruolo dello strabiliante Peter Sellers, clamorosamente sul filo tra la macchietta satirica e il caratterista anche serio nella situazione: il colonnello della RAF Mandrake, che realizza per primo ma impotentemente lo squilibrio mentale del generale che ha ordinato l’attacco; il Presidente USA Merkin Muffley chiamato a mediare tra la banda di cretini nella War Room; e l’assurdo Dr. Stranamore, da cui il titolo del film, uno scienziato ex nazista convertito alla causa statunitense (non completamente, visto che i suoi arti infermi tendono ancora nostalgici al saluto a Hitler) che si occupa di ordigni atomici per il Presidente.

    Con tutta la simpatia della satira, il film di Kubrick è comunque fortemente drammatico e mette in scena uno scenario catastrofico non poi così lontano dalla verosimiglianza della Guerra Fredda (e del mondo di oggi, forse). E pochi minuti prima dell’esplosione del mondo, i politicanti più importanti della terra perdono tempo ad azzuffarsi per le foto nella stanza della guerra, dove chiaramente non è possibile litigare, o i supremi capi di stato eccedono di cortesia nel mettersi giù la cornetta telefonica per primo. La bomba atomica è una minaccia concreta, asfissiante, un amaro destino che diventa realtà.

    La teoria ci porta fin qua 

    Mentre Oppenheimer tratta la bomba come obiettivo da raggiungere, e adopera l’adrenalina per ricostruirne il contesto e la minaccia (ormai sopite nella sensibilità contemporanea), Il Dottor Stranamore insegna ironicamente a non preoccuparsi e ad amarla, ossia cerca di sventarne la minaccia in extremis, perché vive in un mondo in cui la bomba esiste ed è un pericolo tangibile. Poi, dal totem della bomba, entrambi derivano il racconto del comportamento umano intorno alla bomba: chi ha necessità di costruirla per dare un segnale incontrovertibile al mondo sul suo pericolo, chi ha il terrore non scongiurabile delle sue conseguenze. 

    Entrambi si basano soprattutto sul carisma dell’interprete principale: Cillian Murphy al coronamento della sua carriera nel ruolo di uno scienziato tormentato, reso con la massima tensione drammatica; Peter Sellers si divide in tre caratteri che funzionano in  progressiva migrazione dal marziale allo sciroccato, in varie declinazioni di grottesco: nel mezzo sta il personaggio del Presidente USA, un ruolo di mediatore insufficiente in questa battaglia navale globale. 

    In un certo senso, la trama di Oppenheimer è una storia vera con una messinscena di finzione, una ricostruzione ipotizzata sulla base delle fonti a disposizione. Al contrario, Il Dottor Stranamore narra una vicenda di finzione ma prelevando caratteri, conflitti e dilemmi concreti e contemporanei, pur portandoli all’estremo in caricature. Viene spontanea la domanda: come sarebbero apparsi Robert Oppenheimer e Lewis Strauss in questo universo narrativo? O, al contrario, che ruolo avrebbero potuto avere il Dr. Stranamore, il Presidente Muffley o Turdgison durante il Progetto Manhattan?

    Insomma, il carattere che fa distinguere questi due grandi film sulla bomba è sicuramente il tono, che viene dalla regia di un autore affermato e con uno stile personale e riconoscibile. Quella di Kubrick è una denuncia satirica sotto forma di commedia nera, quello di Nolan è un dramma storico-scientifico nell’era del cinecomic. E, infatti, i due film interagiscono in modo diverso con lo spettatore, rendendo la storia in una certa maniera. 

    Christopher Nolan tipicamente nei suoi film manipola la fabula, ossia il racconto dei fatti, secondo l’intreccio scelto, che di volta in volta alterna, incrocia o incastella piani temporali distinti. Oppenheimer in particolare dipana una narrazione che si svolge nell’arco di quarant’anni con salti avanti e indietro, e scandisce tre ore con tagli continui di sequenze brevissime, ritmate e tese, segnalate spesso dal passaggio da colori a bianco e nero. 

    Il Dottor Stranamore racconta una vicenda di un’ora e mezza in circa un’ora e mezza, allineando perfettamente fabula e intreccio, e mostra situazioni differenti collocate in luoghi diversi ma tutte poste in continuità lineare: Ripper ordina l’attacco / il battaglione aereo lo esegue / il Presidente cerca di evitarlo. La storia è lineare a tal punto che sarebbe possibile trasporla a teatro: è una narrazione drammatica in senso classico, letteralmente con personaggi che dibattono intorno ad un tavolo (infatti, a ottobre debutterà per la prima volta a Londra uno spettacolo teatrale tratto da Dr. Strangelove con protagonista Steve Coogan). 

    Infine, forse, l’aspetto di fondamentale differenza tra Stranamore e Oppenheimer non è il tono del film, il trattamento della bomba o il ritratto di chi se ne occupa, ma è il pubblico a cui si rivolgono. Tra i giudizi espressi all’indomani all’uscita di Oppenheimer, ci fu anche chi disse “Stranamore aveva già detto le stesse cose e anche meglio, si vede che Nolan non è Kubrick”. In realtà, si vede soprattutto che noi spettatori di oggi non siamo più quelli di allora

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    Edoardo Borghesio,
    Redattore news.
  • L’universo in pochi minuti – I cortometraggi di Christopher Nolan

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    Christopher Nolan è uno dei registi più celebri e influenti della sua generazione, autore di diversi lungometraggi apprezzati da pubblico e critica, spesso campioni di incassi e premiati con numerosi riconoscimenti. Fra questi si contano la trilogia di cinecomic del Cavaliere Oscuro, i fantascientifici Inception e Interstellar, ma anche Oppenheimer, biopic sull’inventore della bomba atomica che è valso a Nolan il suo primo Oscar alla regia.

    I cortometraggi di Christopher Nolan

    Se i film più famosi di Christopher Nolan sono giustamente i lungometraggi, meno noti sono i corti che ha realizzato lungo tutto il corso della sua carriera. La filmografia di Nolan infatti conta quattro cortometraggi, di cui tre realizzati in gioventù (Tarantella nel 1989, Larceny datato 1996 e Doodlebug del 1997) e un quarto prodotto nel 2015 e intitolato Quay.

    Quay è un caso a parte, in quanto si tratta di un documentario di una decina di minuti a proposito dei gemelli Stephen e Timothy Quay, animatori in stop-motion che hanno profondamente influenzato lo stile di Nolan. Nel 2015, ormai all’apice della fama dopo aver diretto Interstellar, egli curò personalmente una retrospettiva a New York sui fratelli Quay, ai quali dedicò il suo primo documentario che fu proiettato unicamente in quell’occasione.

    Ma sono i tre cortometraggi d’esordio di Nolan ad attirare maggiormente l’attenzione, perché, per quanto i mezzi a disposizione del regista siano ovviamente cambiati nel corso degli anni, i temi centrali della sua poetica (la manipolazione del tempo, il sogno, l’ossessione e la memoria) sono rintracciabili sin dai suoi primi passi nel mondo del cinema. Recuperare questi corti è d’obbligo per i fan di Nolan ma anche per i curiosi che vogliono sapere da dov’è partito uno dei registi più influenti del presente.

    La promessa: Tarantella

    Christopher Nolan iniziò a girare brevi cortometraggi già da bambino, ma la sua opera d’esordio è considerata Tarantella, corto surrealista realizzato a 19 anni insieme all’amico Roko Belic, con richiami a Hitchcock e Un chien andalou

    Nel settembre 1990 Tarantella andò in onda sull’emittente PBS, all’interno del programma Image Union che mostrava film indipendenti creati da artisti e attivisti. Per molto tempo si pensò che il corto fosse andato perduto, ma è stato ritrovato nel 2021 in un’archivio e caricato online, tuttavia la stessa società produttrice di Christopher Nolan lo ha fatto rimuovere dopo un mese per violazione di copyright.

    Il corto, di poco meno di cinque minuti di durata, parla di un giovane uomo in preda a un incubo su una tarantola, di difficile interpretazione e con effetti ottici, proiezioni, carrellate e riprese inverse (tra cui una con un bicchiere che fa pensare subito a Tenet). Sono innegabili il fascino e la capacità di costruire tensione, soprattutto grazie a un sonoro incalzante che ricorda i lavori più maturi di Nolan. La dimensione onirica non può che richiamare Inception e l’inizio del corto è girato in maniera piuttosto simile alle prime scene di Oppenheimer, che vedono il futuro scienziato funestato da visioni di un universo nascosto.

    Tarantella fu realizzato con una cinepresa Super 8 che Nolan si fece prestare dai genitori, e coinvolge Jonathan Nolan (il fratello di Christopher e co-autore di numerose sue sceneggiature) come protagonista e lo stesso Christopher (qui nel suo unico credito attoriale) nella parte di un oscuro individuo incontrato dal protagonista. Il co-autore del corto, Roko Belic, è successivamente diventato un documentarista, nominato all’Oscar per il lungometraggio d’esordio Genghis Blues, e ha realizzato un paio di documentari inseriti nei contenuti speciali di Inception e di Il Cavaliere Oscuro.

    La svolta: Larceny

    Come ha scritto un un giornalista del New York Times che nel 2024 ha tentato di risalire a Larceny, “questo è il cortometraggio che Christopher Nolan non vuole che vediate”. Si tratta effettivamente dell’unico lavoro del regista che non è mai stato distribuito e del quale dunque non esistono copie pubbliche, mentre le copie private del cast e della crew sono gelosamente custodite su indicazioni dello stesso autore. 

    Christopher Nolan non studiò cinema, ma letteratura inglese presso lo University College of London (UCL), che scelse per l’attrezzatura disponibile presso la Film Society, dalla quale noleggiò una Arri 16BL per realizzare il suo secondo cortometraggio. Larceny fu proiettato solo una volta, presso il Cambridge Film Festival dello stesso anno, dove furono lodati in particolare il lavoro di camera a mano e il ritmo, e il corto fu etichettato come uno dei migliori (se non il migliore) realizzato dalle generazioni recenti della UCL Film Society.

    L’intero corto, di circa nove minuti, fu girato in un solo weekend presso l’appartamento di Nolan, aiutato da altri studenti che conobbe presso la UCL Film Society: Emma Thomas, futura moglie e partner produttiva di Christopher, che fu l’assistente di produzione di Larceny; il compositore David Julyan, che musicò tutti i suoi film fino a Insomnia, e l’attore Jeremy Theobald, che poi sarebbe tornato a collaborare con Nolan in Following (parzialmente ispirato a Larceny) e con piccoli ruoli in Batman Begins e Tenet. Nonostante abbia confermato di aver perso la propria copia VHS del corto, è proprio grazie a Theobald che siamo a conoscenza della trama di Larceny, che ruotava attorno a un’effrazione e a un litigio fra tre uomini a proposito di una donna. 

    Il prestigio: Doodlebug

    Doodlebug è l’unico cortometraggio di Christopher Nolan disponibile sul web (eccolo qui), e forse la ragione per cui il regista non si affanna a tenerlo nascosto è che dimostra una padronanza tecnica e artistica molto maturata rispetto ai lavori precedenti, soprattutto nell’esposizione di temi che saranno centrali nei lungometraggi successivi. Doodlebug è un thriller psicologico, ancora una volta girato in 16mm bianco e nero come il precedente Larceny, sempre grazie al contributo dell’UCL Film Society e con l’aiuto di Emma Thomas alla produzione, David Julyan alle musiche e Jeremy Theobald protagonista.

    (Attenzione spoiler! Leggete questo paragrafo solo dopo aver visto il corto se non volete rovinarvelo!) Doodlebug dura solo tre minuti e mostra un uomo malconcio che cerca di uccidere un insetto all’interno di un appartamento ancora più disordinato. Improvvisamente quello che sembrava l’insetto si scopre essere una versione miniaturizzata dell’uomo: i due cloni agiscono allo stesso modo, ma con un leggero differimento tra l’uno e l’altro; quando finalmente l’uomo riesce a uccidere l’insetto, egli stesso viene colpito immediatamente dopo da una versione gigantesca di se stesso.

    Il primo tema che emerge è l’ossessione dell’uomo, che desidera uccidere l’insetto per governare un caos apparentemente ingovernabile (come quello generato dal Joker di The Dark Knight), ossessione accresciuta dal costante ticchettio di orologio (presente anche in molti lungometraggi successivi), ma anche il doppio (tema che ritornerà in The Prestige), il paradosso temporale inserito in una struttura ricorsiva come quella di Inception e il differimento rinvia a Tenet. Nolan mette in scena la sua metamorfosi kafkiana, nella quale non è chiaro se l’uomo diventi insetto o l’insetto diventi uomo, perché il suo destino è finire schiacciato in ogni caso. Comparendo sia in Tarantella che in Doodlebug, l’insetto diventa inoltre un tema ricorrente nei corti di Nolan, come simbolo di paura e inquietudine similmente a quanto fa il pipistrello in Batman Begins, e testimoniando una potenzialità ancora inesplorata nel genere horror.

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    Enrico Borghesio,
    Redattore news.
  • Oscar 2024 – Tutti i vincitori

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    Si è conclusa da poche ore la 96esima edizione degli Oscar e a trionfare su tutti è stato Oppenheimer di Christopher Nolan seguito da Povere Creature!, proprio come ci si aspettava, ma analizziamo meglio tutta la serata.

    La cerimonia, tenutasi nel Dolby Theatre di Los Angeles, è andata in onda in Italia nella notte tra domenica 10 e lunedì 11 marzo con un importante ritorno, dopo vent’anni dall’ultima volta, della trasmissione in chiaro sulla Rai.

    A condurre la cerimonia torna dallo scorso anno Jimmy Kimmel che firma così la sua quarta conduzione degli Oscar. La serata si presenta infatti simile a quella della scorsa edizione, senza grandi colpi di scena.

    I premi attoriali

    Si comincia con l’assegnazione del premio alla miglior attrice non protagonista che viene annunciata da Jamie Lee Curtis, vincitrice della stessa categoria nello scorso anno, e vinta da Da’Vine Joy Randolph, per il suo personaggio in The Holdovers, che si lascia andare in un commovente discorso sull’accettazione di se stessi e ai vari ringraziamenti di cui uno speciale a sua madre. A seguire il premio per il miglior attore non protagonista, annunciato da Ke Huy Quan, vinto da Robert Downey Jr. che dedica il premio alla sua “terribile infanzia”, alla moglie che ringrazia per essersi presa cura di lui come un veterinario con un cucciolo ed infine al suo avvocato che lo ha salvato da molte situazioni.

    Passando ai ruoli da protagonista vediamo premiato prima Cillian Murphy per Oppenheimer che dedica il premio ai suoi parenti e all’Irlanda, suo paese di origine, lanciando infine un messaggio di pace, per poi arrivare alla migliore attrice in cui trionfa Emma Stone per Povere Creature! a scapito della “favorita” Lily Gladstone a cui la Stone dedica il premio assieme alle altre attrici candidate ringraziando poi il regista per avergli dato la possibilità di interpretare un ruolo così importante.

    I trionfi internazionali

    Spazio per le pellicole internazionali che trionfano nella categoria dedicata ma anche in altre ambite categorie. In primis vediamo la vittoria de Il Ragazzo e L’Airone come miglior film d’animazione portando Hayao Miyazaki a quota 3 premi Oscar ricevuti. Altri importanti trionfi sono quelli di Godzilla Minus One per i migliori effetti speciali (primo film orientale a vincere questo premio), Anatomia Di Una Caduta per la miglior sceneggiatura originale e La Zona D’Interesse per il miglior sonoro.

    Infine quest’ultima pellicola diretta da Jonathan Glazer guadagna anche l’ambita statuetta per il miglior film internazionale con il regista che lancia un grande messaggio di pace vedendo il male da ambo i lati del conflitto. Niente statuetta invece per Io Capitano di Matteo Garrone.

    Premi tecnici e le esclusioni

    A guidare questa serie di premi troviamo proprio Oppenheimer con ben 4 statuette tra cui miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora e miglior regista. A seguire Povere Creature! con 3 premi tecnici tra cui miglior scenografia, migliori costumi e miglior trucco e acconciature lasciando a bocca asciutta Barbie. I grandi esclusi però sono Killers Of The Flower Moon e Maestro che tornano a casa con 0 statuette nonostante le molte nomination (10 per il film di Martin Scorsese).

    Esibizioni musicali

    Tra le interpretazioni per la miglior canzone spiccano quelle di Billie Eilish e Finneas O’Connell che hanno vinto l’Oscar per la categoria con il brano “What Was I Made For?” da Barbie e l’esuberante esibizione di Ryan Gosling e Mark Ronson con “I’m Just Ken” sempre da Barbie con l’inaspettata partecipazione del chitarrista Slash.

    I momenti più divertenti

    I pochi momenti “divertenti” della serata sono stati la presenza del cane Messi di Anatomia di una caduta (al centro di polemiche nei giorni precedenti); John Cena che compare quasi completamente nudo per un piccolo sketch; ed infine una frecciatina di Jimmy Kimmel a Donald Trump che aveva criticato il conduttore in diverse occasioni.

    La statuetta più ambita, ovvero quella al miglior film, è stata presentata da Al Pacino che annuncia la vittoria di Oppenheimer che trionfa definitivamente in questa edizione portandosi con sé un gran consenso del pubblico.

    Varie polemiche

    Come ogni anno gli Oscar portano molte polemiche tra il pubblico sia nel periodo precedente alla cerimonia che successivo. Quest’anno non è da meno con persone che si lamentavano della non candidatura di Greta Gerwig e Margot Robbie, rispettivamente come miglior regista e miglior attrice, gridando allo scandalo senza però considerare le altre meritate candidature al femminile. Queste polemiche svaniscono con la cerimonia dopo la vittoria di 6 donne nelle categorie generali (quindi senza contare quelle riservate ad un solo sesso), un grande passo rispetto ad altre edizioni.

    Un’altra piccola polemica è la vittoria della Stone rispetto alla Gladstone anche se questa è meno sentita data l’incredibile bravura di entrambe le attrici

    Ma adesso arriviamo al sodo elencando tutti i candidati e i vincitori degli Oscar 2024:

    Miglior film

    American Fiction

    Anatomia di una Caduta

    Barbie

    The Holdovers

    Killers Of The Flower Moon

    Maestro

    Oppenheimer

    Past Lives

    Povere Creature!

    La Zona D’Interesse

     

    Migliore regista

    Justine Triet – Anatomia di una Caduta

    Jonathan Glazer – La Zona D’Interesse

    Yorgos Lanthimos – Povere Creature!

    Christopher Nolan – Oppenheimer

    Martin Scorsese – Killers Of The Flower Moon

     

    Miglior attore protagonista

    Bradley Cooper – Maestro

    Colman Domingo – Rustin

    Paul Giamatti – The Holdovers

    Cillian Murphy – Oppenheimer

    Jeffrey Wright – American Fiction

     

    Miglior attrice protagonista

    Annette Bening – Nyad

    Lily Gladstone – Killers Of The Flower Moon

    Sandra Hüller – Anatomia di una Caduta

    Carey Mulligan – Maestro

    Emma Stone – Povere Creature!

     

    Miglior attore non protagonista

    Sterling K. Brown – American Fiction

    Robert De Niro – Killers of the Flower Moon

    Robert Downey Jr. – Oppenheimer

    Ryan Gosling – Barbie

    Mark Ruffalo – Povere creature!

     

    Miglior attrice non protagonista

    Emily Blunt – Oppenheimer

    Danielle Brooks – Il colore viola

    Jodie Foster – Nyad

    America Ferrera – Barbie

    Da’Vine Joy Randolph – The Holdovers

     

    Miglior sceneggiatura originale

    Anatomia di una caduta – Justine Triet, Arthur Harari

    The Holdovers – David Hemingson

    Maestro – Bradley Cooper, Josh Singer

    May December – Samy Burch, Alex Mechanik

    Past Lives – Celine Song

     

    Miglior sceneggiatura non originale

    American Fiction – Cord Jefferson

    Barbie – Greta Gerwig, Noah Baumbach

    La zona d’interesse – Jonathan Glazer

    Oppenheimer – Christopher Nolan

    Povere creature! – Tony McNamara

     

    Miglior film internazionale

    Io, Capitano – Matteo Garrone (Italia)

    Perfect days – Wim Wenders (Giappone)

    La società della neve – Juan Antonio Bayona (Spagna)

    The Teachers’ Lounge – İlker Çatak (Germania)

    La Zona d’interesse – Jonathan Glazer (Regno Unito)

     

    Miglior film d’animazione

    Il Ragazzo e l’Airone – Hayao Miyazaki

    Elemental – Peter Sohn

    Nimona – Troy Quane, Nick Bruno

    Robot Dreams – Pablo Berger

    Spider-Man: Across the Spider-Verse – Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson

     

    Miglior fotografia

    El Conde – Edward Lachman

    Killers of the Flower Moon – Rodrigo Prieto

    Maestro – Matthew Libatique

    Oppenheimer – Hoyte Van Hoytema

    Povere creature! – Robbie Ryan

     

    Miglior montaggio

    Anatomia di una caduta – Laurent Sénéchal

    The Holdovers – Kevin Tent

    Killers of the Flower Moon – Thelma Schoonmaker

    Oppenheimer – Jennifer Lame

    Povere creature! – Yorgos Mavropsaridis

     

    Migliori effetti visivi

    The Creator

    Godzilla Minus One

    Napoleon

    Mission: Impossible – Dead Reckoning (Parte Uno)

    Guardiani della galassia vol. 3

     

    Miglior sonoro

    Maestro

    Oppenheimer

    La zona d’interesse

    Mission: Impossible – Dead Reckoning

    The Creator

     

    Miglior colonna sonora

    American Fiction – Laura Karpman

    Indiana Jones e il quadrante del destino – John Williams

    Killers of the Flower Moon – Robbie Robertson

    Oppenheimer – Ludwig Göransson

    Povere creature! – Jerskin Fendrix

     

    Miglior canzone originale

    “It never went away” da American Symphony – Jon Batiste, Dan Wilson

    “I’m Just Ken” da Barbie – Ryan Gosling, Mark Ronson, Andrew Wyatt

    “What was I made for?” da Barbie – Billie Eilish, Finneas O’Connell

    “The Fire Inside” da Flamin’ Hot – Diane Warren

    “Wahzhazhe” da Killers of the Flower Moon – Scott George

     

    Miglior scenografia

    Barbie – Sarah Greenwood, Katie Spencer

    Killers of the Flower Moon – Jack Fisk, Adam Willis

    Napoleon – Arthur Max, Elli Griff

    Oppenheimer – Ruth De  Jong, Claire Kaufman

    Povere creature! – Shona Heath, Zsuzsa Mihalek, James Price

     

    Miglior trucco e acconciature

    Golda

    La società della neve

    Maestro

    Oppenheimer

    Povere creature!

     

    Migliori costumi

    Barbie – Jacqueline Durran

    Killers of the Flower Moon – Jacqueline West

    Napoleon – Janty Yates, David Crossman

    Oppenheimer – Ellen Mirojnick

    Povere creature! – Holly Waddington

     

    Miglior documentario

    Bobi Wine: The People’s President

    The Eternal Memory

    20 Days in Mariupol

    Four Daughters

    To Kill a Tiger

     

    Miglior cortometraggio

    The After

    Invincible

    The shepherd

    Strange way of Life

    The Wonderful Story of Henry Sugar

     

    Miglior cortometraggio documentario

    The ABCs of Book Banning

    The Barber of Little Rock

    Island in Between 

    The Last Repair Shop

    Nǎi Nai & Wài Pó

     

    Miglior cortometraggio animato

    Letter to a pig

    Ninety-Five Senses

    Our Uniform

    Pachyderme

    War is Over! Inspired by the Music of John & Yoko

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="5" width="" height="20" alignment="center" border_size="2" weight="" amount="" sep_color="var(–awb-custom_color_1)" hue="" saturation="" lightness="" alpha="" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /] type="flex" hundred_percent="no" hundred_percent_height="no" min_height_medium="" min_height_small="" min_height="" hundred_percent_height_scroll="no" align_content="stretch" flex_align_items="flex-start" flex_justify_content="flex-start" flex_column_spacing="" hundred_percent_height_center_content="yes" equal_height_columns="no" container_tag="div" menu_anchor="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" status="published" publish_date="" class="" id="" spacing_medium="" margin_top_medium="" margin_bottom_medium="" 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    Michahel Pierdomenico,
    Redattore.
  • Speciale Premi Oscar 2024: analisi e pronostici

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    It’s Oscar time! Come ogni anno gli Academy Awards, noti più comunemente come Premi Oscar, rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, la stagione dei premi, ossia il periodo in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i propri principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Iniziata con la cerimonia dei Golden Globe del 7 gennaio, la Awards Season 2024 si concluderà domenica 10 marzo con la cerimonia degli Oscar, che verrà trasmessa in diretta mondiale dal Dolby Theatre di Los Angeles e condotta, per la quarta volta, da Jimmy Kimmel. Per l’Italia, inoltre, la cerimonia 2024 presenta una novità significativa: mentre gli anni passati gli Oscar erano trasmessi in diretta su Sky (e commentati dall’immancabile duo Francesco Castelnuovo/Gianni Canova), quest’anno sarà possibile vedere la premiazione in chiaro su Rai 1 nella notte tra il 10 e l’11 marzo. Alla conduzione ci sarà Alberto Matano. La decisione della Rai di trasmettere la cerimonia sulla propria rete ammiraglia si giustifica ampiamente con la presenza, tra le pellicole candidate, di Io capitano di Matteo Garrone, che rappresenta l’Italia nella categoria miglior film internazionale ed è stato prodotto con il contributo proprio di Rai Cinema

    Ma dunque chi vincerà la novantaseiesima edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria (chi scrive non si soffermerà solamente sulle tre categorie dedicate ai cortometraggi). 

    Miglior film

    Candidati:

    • American Fiction di Cord Jefferson (MGM; produttori: Ben LeClair, Nikos Karamigios, Cord Jefferson e Jermaine Johnson)
    • Anatomia di una caduta di Justine Triet (Neon; produttori: Marie-Ange Luciani e David Thion)
    • Barbie di Greta Gerwig (Warner Bros.; produttori: David Heyman, Margot Robbie, Tom Ackerley e Robbie Brenner)
    • The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne (Focus Features; produttore: Mark Johnson)
    • Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (Apple Original Films/Paramount Pictures; produttori: Dan Friedkin, Bradley Thomas, Martin Scorsese e Daniel Lupi)
    • Maestro di Bradley Cooper (Netflix; produttori: Bradley Cooper, Steven Spielberg, Fred Berner, Amy Durning e Kristie Macosko Krieger)
    • Oppenheimer di Christopher Nolan (Universal Pictures; produttori: Emma Thomas, Charles Roven e Christopher Nolan)
    • Past Lives di Celine Song (A24; produttori: David Hinojosa, Christine Vachon e Pamela Koffler)
    • Povere creature! di Yorgos Lanthimos (Searchlight Pictures; produttori: Ed Guiney, Andrew Lowe, Yorgos Lanthimos ed Emma Stone)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (A24; produttore: James Wilson)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer

    La categoria più ambita quest’anno è anche tra le più facili da prevedere. Come lo scorso anno era pressoché scontata la vittoria di Everything Everywhere All At Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, quest’anno Oppenheimer di Christopher Nolan dovrebbe trionfare come miglior film senza eccessive difficoltà. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 10.000 professionisti del cinema internazionale che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film quest’anno Oppenheimer ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione dei premi, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero e proprio indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Golden Globe Foundation, ente che ha da poco sostituito la storica Hollywood Foreign Press Association e che non ha rapporti diretti con l’Academy) ai britannici BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che dal 2000 a oggi ha premiato sedici volte pellicole poi risultate vincitrici anche agli Oscar). Inoltre, Oppenheimer ha anche ottenuto il premio al miglior cast ai SAG Awards (i premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy), considerato come un indicatore fondamentale per la pellicola che si aggiudicherà l’Oscar al miglior film (nel 2020 fu proprio questo premio ad annunciare l’imminente trionfo a sorpresa di Parasite di Bong Joon-ho). Oppenheimer, dunque, sembra avere davvero la strada spianata e, a meno di enormi sorprese, Christopher Nolan e i suoi co-produttori Emma Thomas (anche sua moglie) e Charles Roven dovrebbero riuscire a portare a casa la statuetta. Se chi scrive dovesse provare a immaginare un possibile favorito “numero due”, comunque, esso andrebbe individuato nelle pellicole europee La zona d’interesse (già Grand Prix a Cannes e pluri-riconosciuto ai BAFTA) e Anatomia di una caduta (già Palma d’Oro) piuttosto che in Povere creature! o Killers of the Flower Moon.

    Miglior regia

    Candidati:

    • Jonathan Glazer (La zona d’interesse)
    • Yorgos Lanthimos (Povere creature!)
    • Christopher Nolan (Oppenheimer)
    • Martin Scorsese (Killers of the Flower Moon)
    • Justine Triet (Anatomia di una caduta)

    Chi vincerà (pronostico): Christopher Nolan (Oppenheimer

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Christopher Nolan ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. L’autore britannico ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e soprattutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarlo dall’Oscar. Vale comunque la pena segnalare che Martin Scorsese, con la sua candidatura per Killers of the Flower Moon, raggiunge le dieci nomination complessive in carriera in questa categoria (di cui una sola andata a segno, per The Departed), secondo solo a William Wyler (dodici nomination) nella storia del cinema.

    Miglior attore protagonista

    Candidati:

    • Bradley Cooper (Maestro)
    • Colman Domingo (Rustin)
    • Paul Giamatti (The Holdovers – Lezioni di vita)
    • Cillian Murphy (Oppenheimer)
    • Jeffrey Wright (American Fiction)

    Chi vincerà (pronostico): Cillian Murphy (Oppenheimer)

    La categoria miglior attore quest’anno rappresenta una competizione a due tra il Cillian Murphy di Oppenheimer e il Paul Giamatti di The Holdovers (niente da fare, invece, per il Bradley Cooper di Maestro, dato per favorito alla vigilia della stagione dei premi). Entrambi hanno vinto il Golden Globe (rispettivamente nelle categorie di dramma e commedia). Successivamente, invece, Giamatti si è assicurato il Critics’ Choice Award, facendo tremare la “corazzata Oppenheimer” e inducendo molti analisti a ipotizzare l’intenzione, da parte dell’Academy, di incoronare finalmente uno degli attori simbolo del panorama del cinema indipendente americano, già candidato all’Oscar come non protagonista per Cinderella Man di Ron Howard, e autore di performance iconiche in perle cinematografiche come Sideways – In viaggio con Jack (2004) di Alexander Payne. Nelle premiazioni a seguire, tuttavia, Cillian Murphy, attore irlandese tra i più talentuosi della sua generazione e già collaboratore di fiducia di Nolan, si è imposto su Giamatti, trionfando sia ai BAFTA sia ai SAG Awards, quest’ultimi considerati da molti come il vero e proprio ago della bilancia. A conti fatti, è assai difficile che Giamatti possa farcela e si può pronosticare con un certo grado di sicurezza che sarà Murphy a trionfare il 10 marzo. Dispiace molto per Giamatti – che nel ruolo del professor Hunham in The Holdovers ha dato un’interpretazione di straordinaria finezza, costantemente in bilico tra ironia e malinconia – ma non si può non gioire per la probabile vittoria del dolente protagonista del capolavoro di Christopher Nolan. 

    Miglior attrice protagonista

    Candidate:

    • Annette Bening (Nyad)
    • Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)
    • Sandra Hüller (Anatomia di una caduta)
    • Carey Mulligan (Maestro)
    • Emma Stone (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2024, dal momento che è senza dubbio la sfida più accanita e incerta tra due candidate: Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon ed Emma Stone per Povere creature!. Certo, non siamo ai livelli di incertezza degli Oscar 2021, quando ben tre attrici (Carey Mulligan, Viola Davis e Frances McDormand – quest’ultima poi risultata vincitrice per Nomadland) si erano giocate la statuetta “ad armi pressoché pari” (la prima aveva vinto il Critics’ Choice, la seconda il SAG e la terza il BAFTA). Ebbene, quest’anno la sfida non è a tre, ma la situazione non è molto più chiara. Emma Stone ha vinto il Golden Globe come attrice in un film commedia, il Critics’ Choice Award e soprattutto il BAFTA, premio considerato determinante (si pensi solo a quando, tre anni fa, Anthony Hopkins trionfò sul compianto Chadwick Boseman come miglior attore avendo vinto “solo” il BAFTA in precedenza). In Povere creature!, inoltre, Stone è in scena per la quasi totalità del film e regala un’interpretazione divertente e sopra le righe, mettendo in gioco tutta la propria fisicità. Dall’altra parte, Gladstone ha vinto numerosi premi della critica, il Golden Globe come attrice drammatica e soprattutto il SAG Award come miglior attrice, altro tassello di solito fondamentale per chi vuole aspirare alla statuetta. La sua interpretazione nel film di Scorsese, tuttavia, è assai più trattenuta e sottile rispetto a quella di Stone – e in questo senso meno “immediata” da apprezzare. Inoltre Gladstone è presente sullo schermo per un tempo abbastanza limitato rispetto all’imponente durata dell’epopea western scorsesiana, tanto che quando Killers of the Flower Moon era stato presentato al Festival di Cannes lo scorso anno molti analisti avevano ipotizzato una nomination come non protagonista per l’interprete di Mollie Burkhart, moglie del protagonista Ernest Burkhart/Leonardo DiCaprio. Come si può intuire da queste mie considerazioni, dunque, la situazione nella categoria miglior attrice è assai ingarbugliata. Dovendo esprimere un pronostico, tuttavia, chi scrive ritiene che sarà proprio Lily Gladstone a prevalere, per quattro ragioni fondamentali. (1) Se Gladstone non vincesse, Killers of the Flower Moon avrebbe buone possibilità di tornare a casa a mani vuote e diventerebbe il terzo film del regista, dopo Gangs of New York e The Irishman, ad avere ottenuto dieci nomination e nessuna statuetta (al contrario, Povere creature! ha buone possibilità di ottenere qualche premio di consolazione in ambito tecnico); (2) il SAG è stato, in ordine di tempo, l’ultimo premio importante a essere assegnato nel corso della stagione dei premi e la vittoria di Gladstone a questa recente manifestazione potrebbe fungere da volano per gli Oscar di più rispetto al BAFTA vinto da Stone diverse settimane fa; (3) Stone ha già vinto un Oscar per La La Land e, in questo senso, molti membri dell’Academy potrebbero preferire premiare un nuovo nome recentemente emerso; infine (4) è ben noto quanto gli Oscar siano attenti al tema dell’inclusività e Gladstone, in caso di vittoria, sarebbe la prima interprete nativa americana a conquistare la statuetta. Per tutte queste ragioni, a parere di chi scrive è Gladstone la favorita per la vittoria dell’Oscar, benché Emma Stone sia tutt’altro che fuori dai giochi. 

    Miglior attore non protagonista

    Candidati:

    • Sterling K. Brown (American Fiction)
    • Robert DeNiro (Killers of the Flower Moon)
    • Robert Downey Jr. (Oppenheimer)
    • Ryan Gosling (Barbie)
    • Mark Ruffalo (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

    Se all’inizio della Awards Season in molti sostenevano che fosse finalmente giunto il momento di riconoscere il talento di Ryan Gosling, grazie alla sua ironica interpretazione di Ken in Barbie, l’andamento effettivo della stagione dei premi ha smentito tutte le premesse. È stato infatti Robert Downey Jr., grazie alla sua sottile interpretazione di Lewis Strauss in Oppenheimer, a trionfare in tutte le principali premiazioni (Golden Globe, Critics’ Choice, BAFTA, SAG). Downey – che è alla terza nomination dopo quelle ottenute come protagonista per Charlot nel 1993 e come non protagonista per Tropic Thunder nel 2009 – pare a questo punto l’unico serio contendente al premio Oscar.

    Miglior attrice non protagonista

    Candidate:

    • Emily Blunt (Oppenheimer)
    • Danielle Brooks (Il colore viola)
    • America Ferrera (Barbie)
    • Jodie Foster (Nyad)
    • Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Chi vincerà (pronostico): Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Se c’è una categoria in cui la vincitrice è già scritta è questa. Da’Vine Joy Randolph, attrice e cantante statunitense che in The Holdovers interpreta la cuoca Mary, ha vinto qualsiasi premio possibile come non protagonista e nulla può impedirle di giungere all’Oscar.

    Miglior sceneggiatura originale

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (David Hemingson)
    • Maestro (Bradley Cooper e Josh Singer)
    • May December (Samy Burch e Alex Mechanik)
    • Past Lives (Celine Song)

    Chi vincerà (pronostico): Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “compenso” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e tuttavia non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze, Midnight in Paris di Woody Allen, Una donna promettente di Emerald Fennell e così via. Il medesimo schema dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui il film favorito per il premio è Anatomia di una caduta, scritto dalla regista Justine Triet insieme al partner professionale e di vita Arthur Harari. La pellicola francese, già vincitrice della Palma d’Oro a Cannes, è stata inspiegabilmente snobbata dal comitato francese di selezione per l’Oscar come miglior film internazionale, benché fosse eleggibile. Al suo posto, infatti, la Francia ha preferito proporre come proprio rappresentante La passion de Dodin Bouffant del franco-vietnamita Tran Anh Hung (anch’egli riconosciuto a Cannes come miglior regista) che tuttavia, come vedremo, non è riuscito a entrare nella cinquina dell’Oscar “straniero”: fatto che ha già generato numerose polemiche in patria (per approfondire: Screendaily; Variety). Anatomia di una caduta, dal canto proprio, pur essendo stato snobbato dal proprio stesso paese, ha ottenuto cinque pesantissime nomination agli Oscar, tra cui miglior film, regia e attrice protagonista. Il film è stato enormemente apprezzato a livello globale e, proprio per questo, è assai probabile che il film trionfi nella categoria miglior sceneggiatura originale (riconoscimento già ottenuto ai BAFTA e ai Golden Globe, peraltro), anche per via della propria scrittura complessa e raffinata. Niente da fare, sembrerebbe, per gli altri illustri candidati (almeno Past Lives e The Holdovers, altrimenti, avrebbero potuto avere delle possibilità). È inoltre da segnalare che quest’anno i premi del sindacato degli sceneggiatori (WGA Awards) non sono ancora stati attribuiti (la cerimonia è in calendario per il 14 aprile).

    Miglior sceneggiatura non originale 

    Candidati:

    • American Fiction (Cord Jefferson)
    • Barbie (Greta Gerwig e Noah Baumbach)
    • Oppenheimer (Christopher Nolan)
    • Povere creature! (Tony McNamara)
    • La zona d’interesse (Jonathan Glazer)

    Chi vincerà (pronostico): American Fiction (Cord Jefferson)

    Anche in questa categoria, apparentemente, sembrerebbe esserci un vincitore designato: American Fiction, scritto e diretto da Cord Jefferson, che per l’occasione ha adattato il romanzo Erasure (2001) di Percival Everett. Il film, infatti, ha vinto il BAFTA e il Critics’ Choice nella medesima categoria ed è in lizza per il WGA. Non è da escludere, tuttavia, che l’Academy decida di riconoscere e “compensare” Barbie di Greta Gerwig. Il maggiore successo al botteghino del 2023, infatti, rischia di tornare a casa esclusivamente con il premio alla miglior canzone, dopo le numerose polemiche attorno all’esclusione di Gerwig e Margot Robbie dalle categorie, rispettivamente, di miglior regia e attrice. Inoltre, Barbie e American Fiction non si sono mai trovati in diretta competizione nel corso della stagione dei premi: il film di Gerwig, infatti, è stato candidato, sia ai BAFTA sia ai Critics’ Choice (dove peraltro ha vinto il premio), come miglior sceneggiatura originale, mentre agli Oscar compete nella categoria per il miglior adattamento proprio contro il film di Jefferson. Non è dunque facile prevedere con sicurezza come andranno le cose in questa categoria: al momento, comunque, American Fiction sembrerebbe essere in leggero vantaggio.

    Miglior film internazionale

    Candidati:

    • Io capitano di Matteo Garrone (Italia)
    • Perfect Days di Wim Wenders (Giappone)
    • La società della neve di Juan Antonio Bayona (Spagna)
    • La sala professori di İlker Çatak (Germania)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (Regno Unito)

    Chi vincerà (pronostico): La zona d’interesse di Jonathan Glazer

    In questa categoria non ci sono dubbi: vista anche l’esclusione, di cui si è già scritto, del favoritissimo Anatomia di una caduta, nessun film può realmente competere con La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Già premiato con il Grand Prix a Cannes, l’agghiacciante dramma britannico (ma parlato in tedesco) sul comandante di Auschwitz è già stato acclamato da molti come uno dei migliori film di questo decennio. L’amore per l’opera di Glazer, peraltro, parrebbe condiviso anche dall’Academy, che lo ha candidato anche come miglior film, regia, sceneggiatura non originale e sonoro. Non vi sono dubbi, dunque, che il premio come miglior film internazionale andrà al capolavoro di Glazer, che si conferma un autore sperimentale e anticonformista. Dispiace per lo splendido Perfect Days di Wim Wenders e per il coinvolgente La società della neve di J.A. Bayona, dedicato al disastro aereo delle Ande del 1972. Ma il rammarico maggiore è ovviamente per il nostro Matteo Garrone, che giunge per la prima volta agli Oscar con un film coraggioso nel fondere realismo e dimensione fiabesca, che tuttavia non è tra i suoi lavori migliori.

    Miglior film d’animazione

    Candidati:

    Chi vincerà (pronostico): Spider-Man – Across the Spider-Verse di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson

    Nell’ambito dell’animazione le cose sono assai meno scontate: i maggiori pronostici vedono come favorito Spider-Man – Across the Spider-Verse, seguito visionario dell’acclamatissimo Spider-Man – Un nuovo universo (2018), già premiato agli Oscar. Il film, oltre ad avere ottenuto il plauso unanime di critica e pubblico, ha vinto sia il Critics’ Choice sia l’Annie Award, attribuito dal ramo losangelino dell’International Animated Film Association. Il diretto competitor del film su Spider-Man, tuttavia, è Il ragazzo e l’airone, dodicesimo lungometraggio d’animazione di Hayao Miyazaki. Il film non ha messo d’accordo tutti (alcuni lo ritengono tra i capolavori del Maestro, altri una degenerazione visionaria e criptica del suo cinema), ma è innegabile che l’Academy possa voler riconoscere ancora una volta, con quello che potrebbe essere il suo ultimo lavoro, il genio di Miyazaki (già vincitore di due Oscar: per La città incantata nel 2003 e alla carriera nel 2015). A testimonianza di ciò Il ragazzo e l’airone ha vinto a sorpresa sia il Golden Globe sia il BAFTA. La partita, dunque, è aperta, anche se nell’ambito dell’animazione l’Academy ha sempre teso a premiare maggiormente la produzione americana e, in questo senso, Spider-Man sembrerebbe ancora in vantaggio.

    Miglior fotografia

    Candidati:

    • El Conde (Edward Lachman)
    • Killers of the Flower Moon (Rodrigo Prieto)
    • Maestro (Matthew Libatique)
    • Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)
    • Povere creature! (Robbie Ryan)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)

    In questa categoria Oppenheimer e il suo direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, collaboratore di Nolan sin dai tempi di Interstellar, dovrebbero avere vittoria facile: il film, infatti, ha vinto i premi alla migliore fotografia in tutte le principali manifestazioni della stagione dei premi.

    Miglior montaggio

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Laurent Sénéchal)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (Kevin Tent)
    • Killers of the Flower Moon (Thelma Schoonmaker)
    • Oppenheimer (Jennifer Lame)
    • Povere creature! (Yorgos Mavropsaridis)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Jennifer Lame)

    Anche questa categoria non dovrebbe riservare sorprese: il notevole lavoro di montaggio di Jennifer Lame su Oppenheimer dovrebbe permettere alla statunitense di ottenere il suo primo Oscar, visti anche i molti altri riconoscimenti accumulati nel corso della stagione. 

    Miglior scenografia

    Candidati:

    • Barbie (Sarah Greenwood e Katie Spencer)
    • Killers of the Flower Moon (Jack Fisk e Adam Willis)
    • Napoleon (Arthur Max e Elli Griff)
    • Oppenheimer (Ruth De Jong e Claire Kaufman)
    • Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    In questa categoria Povere creature! dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo compenso per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

    Migliori costumi

    Candidati:

    • Barbie (Jacqueline Durran)
    • Killers of the Flower Moon (Jacqueline West)
    • Napoleon (David Crossman e Janty Yates)
    • Oppenheimer (Ellen Mirojnick)
    • Povere creature! (Holly Waddington)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Holly Waddington)

    In questa categoria è favorito per la vittoria Povere creature!, già trionfatore ai BAFTA. Nelle ultime settimane, tuttavia, Barbie ha anch’esso racimolato consensi (e un Critics’ Choice Award) e questo premio potrebbe fungere da “compenso” per il film di Gerwig, che probabilmente tornerà a casa con poche statuette (specialmente se paragonate al monumentale successo di pubblico). La partita è aperta.

    Miglior trucco e acconciatura

    Candidati:

    • Golda (Karen Hartley Thomas, Suzi Battersby e Ashra Kelly-Blue)
    • Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)
    • Oppenheimer (Luisa Abel)
    • Povere creature! (Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston)
    • La società della neve (Ana Lopez-Puigcerver, David Marti e Montse Ribé)

    Chi vincerà (pronostico): Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)

    Anche questo premio potrebbe fungere da compenso per un film importante altrimenti trascurato: Maestro, il biopic su Leonard Bernstein diretto da Bradley Cooper e prodotto da Steven Spielberg, ha ottenuto sette candidature pesanti agli Oscar, ma questo è l’unica categoria in cui ha realistiche possibilità di successo. È dunque assai probabile che vinca la statuetta, visto anche l’impressionante lavoro svolto sul corpo e sul volto di Cooper, trasformato in Bernstein in maniera assai convincente. 

    Migliori effetti speciali

    Candidati:

    • The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)
    • Godzilla: Minus One (Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima)
    • Guardiani della Galassia Vol. 3 (Stephane Ceretti, Alexis Wajsbrot, Guy Williams e Theo Bialek)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Alex Wuttke, Simone Coco, Jeff Sutherland e Neil Corbould) 
    • Napoleon (Charley Henley, Luc-Ewen Martin-Fenouillet, Simone Coco e Neil Corbould)

    Chi vincerà (pronostico): The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)

    Quella dei migliori effetti speciali è una categoria spesso imprevedibile, poiché l’Academy ha spesso fatto delle scelte non scontate: si pensi a quando Ex Machina di Alex Garland vinse su Star Wars: Il risveglio della forza o a quando First Man di Damien Chazelle ottenne il premio battendo Avengers: Infinity War e Ready Player One. Quest’anno, poi, non pare esserci un singolo candidato forte. Molti analisti danno attualmente favorito The Creator, ma non è da escludere un ritorno di fiamma di Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno o del magnifico Godzilla: Minus One, forse il film che fa un uso più creativo dei propri effetti speciali.

    Miglior colonna sonora

    Candidati:

    • American Fiction (Laura Karpman)
    • Indiana Jones e il quadrante del destino (John Williams)
    • Killers of the Flower Moon (Robbie Robertson)
    • Oppenheimer (Ludwig Göransson)
    • Povere creature! (Jerskin Fendrix)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Ludwig Göransson)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto dallo svedese Ludwig Göransson (già premio Oscar per Black Panther) su Oppenheimer, la cui musica è già divenuta di culto (il film, peraltro, ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).  Vanno comunque segnalate la nomination al compianto Robbie Robertson per Killers of the Flower Moon e la cinquantaquattresima candidatura all’Oscar per John Williams, secondo individuo più nominato di sempre dopo Walt Disney e più anziano candidato di sempre (91 anni). Dispiace, inoltre, per l’esclusione dalla competizione di Mica Levi, che avrebbe meritato la candidatura per il suo disturbante lavoro su La zona d’interesse di Glazer.

    Miglior canzone originale

    Candidati: 

    • It Never Went Away (Jon Batiste e Dan Wilson) – dal film American Symphony
    • I’m just Ken (Mark Ronson e Andrew Wyatt) – dal film Barbie 
    • What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – dal film Barbie
    • The Fire Inside (Diane Warren) – dal film Flamin’ Hot
    • Wahzhazhe (A Song For My People) (Scott George) – dal film Killers of the Flower Moon

    Chi vincerà (pronostico): What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – da Barbie

    Altra categoria sicura è quella per la miglior canzone, il cui il premio verrà con ogni probabilità assegnato a What Was I Made For? di Barbie, composta da Billie Eilish e suo fratello Finneas O’Connell, già vincitori dell’Oscar nel 2022 per No Time To Die. Nessuna speranza, anche quest’anno, per Diane Warren che, con la sua candidatura per il brano The Fire Inside, raggiunge le quattordici nomination in carriera, senza essere ancora riuscita a vincere il premio (anche se nel 2023 le è stato consegnato un Oscar alla carriera). È da segnalare la partecipazione alla competizione della canzone Wahzhazhe (A Song For My People), composta da Scott George per Killers of the Flower Moon e cantata interamente in lingua Osage

    Miglior sonoro

    Candidati:

    • The Creator (Ian Voigt, Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Maestro (Steven A. Morrow, Richard King, Jason Ruder, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Chris Munro, James H. Mather, Chris Burdon e Mark Taylor)
    • Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)
    • La zona d’interesse (Tarn Willers e Johnnie Burn)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)

    Un’altra categoria che fino a qualche settimana fa sembrava scontata si è recentemente trasformata in una sfida interessante: Oppenheimer di Christopher Nolan – con il suo impressionante lavoro sul sonoro, specialmente in relazione alla sequenza del Trinity Test – rimane il titolo favorito. Eppure, ai BAFTA è stato La zona d’interesse a vincere: il film di Jonathan Glazer, in effetti, ha anch’esso una componente sonora significativa, dal momento che gioca con la dimensione del fuoricampo e fa percepire larga parte degli orrori del campo di concentramento proprio tramite il sonoro. Anche in questa categoria, dunque, la partita è apertissima

    Miglior documentario

    Candidati:

    • Bobi Wine: The People’s President di Christopher Sharp e Moses Bwayo
    • The Eternal Memory di Maite Alberdi
    • Four Daughters di Kaouther Ben Hania
    • To Kill a Tiger di Nisha Pahuja
    • 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Chi vincerà (pronostico): 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove 20 Days in Mariupolagghiacciante documentario ucraino che mostra, con sguardo giornalistico, gli orrori dal fronte – dovrebbe riuscire facilmente a prevalere sugli altri contendenti, anche solo per l’attualità del tema

    Siamo giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2024. Siete d’accordo con i nostri pronostici?

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale