Tag: daniele badella

  • RECENSIONE LAMB – IL SACRIFICIO DELL’AGNELLO SACRO

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    In Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme, i lamenti spauriti e il pianto strozzato degli agnellini, inermi di fronte alla mattanza, segnavano la psicologia scombussolata e l’eco del trauma infantile dell’agente Clarice Starling: simbolo di quel male del mondo brutalmente in atto sulla purezza innocente, emendato solo in ultimo dal catartico e sospirato silence of the lambs

    In Lamb (Dýrið) dell’esordiente islandese Valdimar Jóhannsson – Premio Un Certain Regard per l’originalità al 74esimo Festival di Cannes e vincitore del Festival del cinema fantastico di Sitges -, i primi vagiti emessi da un agnello del tutto particolare, appena estratto dal ventre materno, diventano invece inattesa occasione di felicità per María (Noomi Rapace, tutta spigoli espressivi e affilata sensualità) e suo marito Ingvar (Hilmir Snær Guðnason): una solitaria e un po’ spenta coppia di allevatori di pecore che vive isolata tra le montagne, dedita agli animali e al lavoro della terra, immersa in una maestosa natura custode del silenzio che sembra aver infettato il loro rapporto illanguidito, fatto di gesti essenziali e meccanici legati alla routine, sguardi meditabondi e parchi di calore, parole ridotte al minimo e ancor meno slanci affettivi. Finché una delle loro bestie dà incredibilmente alla luce un nascituro ibrido, col corpo di neonato e la testa d’agnello, che i due coniugi scelgono di accudire e crescere come una figlia, Ada. L’equilibrio dello strambo quadretto familiare verrà messo alla prova da misteriose forze che agiscono acquattate nell’immensità impenetrabile del paesaggio… 

    Infiltrata dalle suggestioni del fantastico e dal bestiario immaginario che popola le folk tales della mitologia scandinava, la storia di Lamb, distinta in tre capitoli, sotto il manto dell’horror minimalista sviluppa un’inesorabile parabola morale di elevazione e caduta, di beatitudine e tormento, tra la (im)potenza generatrice e lo scacco della volontà umana, sullo sfondo di una natura arcana e ammonitiva che segue un ciclo imperscrutabile. Jóhannsson dissemina il film di velati riferimenti biblici e cristologici, che assumono il significato di inquietanti presagi sullo svolgersi degli eventi. Fin dal nome stesso di María, novella Madonna michelangiolesca con bambino-agnello da allattare (iconografia citata come ispirazione nei credits di ringraziamento, nonché ieratico modello per la locandina ufficiale del film).

    Nel prologo, ambientato nella notte della natività natalizia – come annuncia una voce alla radio invitando alla preghiera -, assistiamo a una sorta di sinistra “annunciazione” dell’occulta presenza che si insinua tra greppie e recinti della stalla, paralizzando di terrore gli ovini dagli occhi spiritati (simili a quelli che funestano gli incubi di María, torvi musi dalle bianche pupille vuote stile visitors, come i bambini del Villaggio dei dannati di Wolf Rilla e John Carpenter): preludio all’anomalo concepimento suggerito nell’immagine della pecora che si accascia al suolo, respirando come spossata dalla fatica. In un altro breve momento del film, scorgiamo Ingvar mentre pittura di vernice rossa gli infissi di porte e finestre del caseggiato, evocando visivamente – oltre a evidenti tracce dello spiritismo di Shyamalan (The Village, 2004) – il passo dell’Esodo in cui si fa riferimento al “sangue [che] posto sugli stipiti delle porte, salverà dall’Angelo della Morte”.

    Qui, però, l’agnello come auspicio di rinnovata armonia, simbolo della candida probità del mondo ascetico del buon pastore, fuori dal tempo, in cui scorre l’esistenza dei protagonisti, sembra rovesciato di segno: non più salvatore ma causa indiretta e premonitrice della cacciata dall’Eden agreste. Più che l’agnus dei – l’offerta sacrificale immolata per la redenzione dei peccati degli uomini -, l’agnello-bambino incarnato da Ada, una volta assunto nel consorzio umano sembra piuttosto preparare la condanna di quest’ultimo. La violazione di un patto di sacralità, sconfessato dalla hybris di María e Ingvar che compiono una radicale scelta contronatura, attirandosi il suo castigo. Lo spunto serve a Jóhannsson per affondare gli artigli, più che nelle (de)generazioni aberranti, nelle pieghe umane della solitudine, nei surrogati affettivi di un nucleo familiare sfibrato che approfitta provvidenzialmente dell’unica – ed ultima – occasione di riscattare ferite profonde. 

    Il fratello di Ingvar, Pétur (Björn Hlynur Haraldsson), rude rockstar in declino che giunge alla fattoria, additando l’elefante, o meglio, l’agnello nella stanza domestica, è colui che riflette razionalmente lo sbigottimento e lo sconcerto dello spettatore per una situazione che i due genitori assumono come assolutamente normale. Prima di una magistrale ellissi che arricchisce l’ambiguità, Jóhannsson lo segue mentre al levar del sole prende per mano la “nipote” Ada e si allontana nella vallata, fucile alla mano, suggerendo la tentazione di un gesto estremo come il sacrificio di Isacco trascinato sul Monte da Abramo, qui in nome della ragione (?) o di un qualche oscuro dio pagano, che ferma la mano all’esecutore come al regista che tronca l’inquadratura senza mostrarne il mistero. 

    Fedele ai principi estetici e al rigore della messa in scena in sottrazione di Béla Tarr – qui in veste di produttore esecutivo -, Jóhannsson, allievo alla Filmfactory del maestro ungherese, ne mutua in Lamb la dilatazione delle inquadrature, i piani fissi, lo scarno ermetismo visivo, la concentrazione narrativa e la sospensione temporale, dentro limpide e impalpabili atmosfere raccolte tra dramma surreale e supernatural horror. Dove più che i soprassalti visivi, contano le attese differite, il sottile lavoro di tessitura della tensione esercitato nel fuoricampo, nella pressione di una natura indecifrabile e muta, nutrice accogliente e inospitale che accerchia spessa e invisibile come una coltre di nebbia improvvisa. Basti vedere lo spiazzante frammento di cinema non antropocentrico in apertura, con il lento avanzare notturno nella sconfinata distesa di neve di una presenza sconosciuta di cui – in soggettiva senza possibile soggetto – percepiamo soltanto il pesante e rauco respiro.  

    Rimarrà dunque deluso chi si aspetta l’incursione nel body horror materico degli ibridi mostruosi. Lamb, dietro le apparenze e i codici del genere, riletti con misura e un incedere narrativo che si prende decisamente i suoi tempi (un’asciutta reticenza che può scoraggiare i puristi), è il travagliato cammino nel vuoto di due individui dispersi che provano a recintare un nuovo spazio familiare, una nuova identità materna, illudendosi di restare al riparo di un ignoto senza nome e senza forma che il paesaggio esterno conserva e protegge. 

    In un dialogo forse rivelatore, all’inizio del film, María e Ingvar parlano dell’invenzione della macchina del tempo: un’eventualità teorica che – dice María – andrebbe realizzata nella pratica, per il ritorno a un passato perduto o per una fuga in avanti dalle secche di un’esistenza infeconda. In questa sospesa oscillazione del tempo nell’isolamento dello spazio, Lamb, pessimisticamente, segna la sconfitta delle possibilità umane di rifondare un futuro diverso, intrappolando gli archetipi del Padre e della Madre nell’eterno ritorno di una minaccia dagli echi ancestrali.  

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  • RECENSIONE SPENCER – LA FIABA NERA DELLA PRINCIPESSA D

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    Il clamore e l’aura divistica che da sempre circolano attorno alla figura e all’icona di Lady Diana Spencer (1961 – 1997) non smettono di affascinare il pubblico e di catturare l’interesse del panorama audiovisivo contemporaneo. Dopo la luminosa interpretazione della sfortunata People’s Princess offerta dalla giovane rivelazione Emma Corrin nella quarta stagione di The Crown (nel prosieguo della serie di Peter Morgan, il ruolo verrà preso in carico da Elizabeth Debicki), anche un autore affermato come il cileno Pablo Larraín, in Jackie (2016) già alle prese con una dolente parabola femminile al centro dei vischiosi reticoli dei grandi potentati politico-istituzionali, si cimenta con Spencer – presentato in concorso alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia – in un complesso e visionario ritratto dell’immortale Lady D (Kristen Stewart, candidata alla miglior attrice ai prossimi Academy Awards) da un’angolazione particolare. Un’opera che riesce ad avvicinare l’intima essenza di un personaggio dell’immaginario collettivo troppo spesso relegato alla sovraesposizione di santino mediatico da copertina (al pari forse di Grace Kelly, Diana sarebbe stata la donna più fotografata al mondo). “A fable based on a true story”: questa la dichiarazione posta in esergo. Il racconto si concentra su un un re-imagining, una ricostruzione immaginaria – in chiave appunto fiabesca e favolistica – di un soggiorno della Principessa Diana nella residenza reale di Sandringham House, durante le festività natalizie del 1991 (dalla vigilia al Boxing Day), quando la donna, trentenne, da ormai dieci anni è moglie dell’erede al trono Carlo, nonché madre dei piccoli William e Harry. Periodo durante il quale, soffocata dalle regole inflessibili e dall’asfissiante disciplina imposta dalla casata, sempre più alienata dal contatto coi parenti trincerati in un marmoreo distacco anaffettivo, viene portata sull’orlo del collasso psicofisico, prendendo definitivamente coscienza di una felicità impossibile da raggiungere, se non tentando la fuga da un destino – come sappiamo – purtroppo tragicamente segnato…

    “Come potrei perdermi in un posto dove giocavo?”, si chiede Lady D quando, scesa dalla sua Porsche verde scuro che procede incerta nella campagna del Norfolk, cerca la strada per Sandringham, a pochi passi da Park House, la tenuta che le ha dato i natali. Un senso di smarrimento e raggelante estraneità la pervade proprio nei luoghi familiari che dovrebbero ricondurla al calore protettivo del nido domestico, come prima spia premonitrice di un disagio che inscrive immediatamente la traiettoria esistenziale della donna – e il mood angoscioso del film – nell’ottica delle deviazioni del perturbante (nel senso propriamente freudiano dell’unheimliche, che dirotta sulle vie dell’angoscia e dell’alienazione quanto di più conosciuto e addomesticato).

    Mentre Diana, spaesata, si attarda a chiedere indicazioni in una tavola calda – tra lo sbigottimento degli avventori locali –, una fila di mezzi militari trasporta verso Sandringham il copioso carico di vettovaglie destinate agli imminenti banchetti reali, con l’ordinata marcia di cadetti e inservienti delle cucine che sfilano gli uni affianco agli altri davanti all’ingresso del palazzo, come un reggimento di truppe al cambio della guardia. Siamo appena all’inizio di Spencer e regia e montaggio di Larraín già ne suggeriscono la dicotomia fondamentale: l’eterno immobilismo, la processione rigida e ingessata del Potere incarnato dai Reali, secondo ordine immodificabile e ferreo protocollo, e il movimento disorientato, libero, sfuggente e anarchico di Diana. L’inquadramento simmetrico nell’algida e immutabile fissità delle perfette geometrie, e la loro radicale incrinatura formale attraverso la rottura delle pose ufficiali da parte di un’estranea che gioca fuori dalle caselle della scacchiera reale. Se gli altri membri della Royal Family, in primis Elisabetta, giungono alle soglie di palazzo scortati da lente, solenni e cerimoniali carrellate di (austero) profilo, l’irruzione anomala di Diana è mostrata con una vertiginosa ripresa dall’alto sugli immensi cortili di Sandringham ridotti a un geometrico modellino in scala, con l’effetto di un labirintico plastico in cui la vettura rimpicciolita della donna si avvicina alla meta come il maggiolino di Jack Torrance verso l’Overlook Hotel di Shining (1980): anche Diana, come il custode del film di Kubrick, sta per essere risucchiata – schiacciata come una mosca nella tela del ragno, o, dice lei stessa, sul vetrino del microscopio – nel vortice dell’incubo e di pericolose fluttuazioni della coscienza.

    Man mano che ci si addentra nella profonda intimità delle lacerazioni e dei rimossi dell’universo personale di Diana, tra ricordi infantili, sogni e desideri, Spencer diventa infatti un’allegorica fiaba nera su un corpo sacrificale vittima di un potere assoluto, misterico e insondabile. Che cerca di fuggire al di là del bosco nella notte, verso la casa d’infanzia come fonte di regressione salvifica, culla di una purezza dimenticata nel tempo, ma anche cripta foriera di ombre oscure. Un corpo rapito in un’inquietante ghost story di apparizioni fantasmatiche e venature horror in cui tutti parlano sussurrando a bassa voce, ammantando l’atmosfera di suggestioni oniriche. Dove il ritiro a Sandringham più che una riunione di famiglia si trasforma presto in una spiritica seduta di sonnambulismo, un consesso di spettri radunato all’ora di cena da servi sussiegosi (ancora Shining), e che nel silenzio più penetrante si concedono alla vista sotto i pastosi bagliori della luce delle candele: straordinario l’apporto della DOP Claire Mathon (Ritratto della giovane in fiamme), che con esasperanti grandangoli e un uso raffinato del 16 mm richiama il lavoro pittorico e plastico di Barry Lyndon (1975). In un ritratto avvolgente, al tempo stesso austero ed esangue, di un’umanità di manichini imbellettati sottratti allo scorrere del tempo, su cui si staglia la mobilità nervosa, disarmonica e non conforme di Diana. In un impianto scenico in cui dominano la distorsione percettiva e gli spiazzanti scarti dal reale, l’interpretazione di Kristen Stewart rifugge dal calco mimetico da museo delle cere, dalla perfetta replica somatica e fisiognomica di Diana (non è ciò che conta). Puntando a restituirne la fragile vulnerabilità e il coraggio ribelle con le espressioni tremolanti e stirate, le pose sghembe e scomposte di una figura minuta e reclinata (un certo modo di piegare la testa sul collo, un lieve incurvamento delle spalle), esposta alle intemperie umane e sociali della sua corte ostile. Lavorando soprattutto sui toni bassi della voce e sull’accento (più che mai indispensabile la visione in versione originale). 

    La sceneggiatura di Steven Knight, a suo agio con gli assoli attoriali e le solitudini accerchiate nello spazio fin da Locke (2013), non insegue una canonica progressione drammatica, ma si struttura sulla ripetizione circolare di confronti a due pervasi di tensione impalpabile – criptici, assorti, appartati – tra Diana e le presenze di palazzo (lo chef, il paggio della Regina, la complice e innamorata guardarobiera Maggie, il duro faccia a faccia tra Carlo e Diana, separati da un tavolo da biliardo rosso che recupera quello di Eyes Wide Shut, 1999), aumentando in tal modo la natura riflessiva, contemplativa e confessionale del film.

    La messa in scena di Larraín, accompagnata dalle tortuose dissonanze stridenti di archi e percussioni del magnifico score di Johnny Greenwood, istituisce così un regime ipnotico e allucinatorio che annulla l’oggettività razionale del racconto. Inghiottendo la figura di Diana in un’interiorizzazione di spazi e tempi narrativi che si fa sempre più emotivamente precaria, instabile e convulsa. “Qui non c’è il futuro, c’è solo il presente che è uguale al passato”, spiega Diana ai figli in camera da letto, certificando una volta di più come quella cappa di immobilismo respirata nei saloni arrivi a provocare la compressione e l’annullamento delle coordinate temporali. Il dramma traumatico e la paranoia solipsistica della protagonista – che vaga inquieta tra i sinistri corridoi pedinata dalla steadicam – confluiscono senza soluzione di continuità nel claustrofobico kammerspiel psicologico alla Polanski, nella variazione d’autore sul tema dell’haunted house, nella rielaborazione contemporanea e rovesciata (come già Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, altra storia di magioni severe e fantasmi interiori) del filone woman in distress, sul modello hitchcockiano di Rebecca (1940) o quello cukoriano di Angoscia (1944), con le sue donne ostaggio di prigioni dorate, tra paure reali o presunte che grondano fitte risonanze storiche e psicanalitiche (la gogna di Anna Bolena rispecchiata nella persecuzione di Diana, che ne reincarna lo spirito come una revenant); o ancora nel jeu du massacre bunueliano che scardina l’ipocrisia delle aristocrazie attavolate, e nel musical coreografico come conquista di libertà (la scena che raccorda con panoramiche avvolgenti e la danza cinetica della cinepresa, come puro movimento in corsa, il passato di Diana). 

    Facendo i conti con se stessa e la propria legacy, la Diana di Larraín prova ad immaginare come i posteri scriveranno di lei: “Se sei un royal, più tempo passa, meno parole usano per descriverti”. Meglio affidarsi alla potenza rivelatrice delle immagini cinematografiche, che una volta di più la consegnano al mito: alla favola della ninfa innocente e della principessa sperduta nel bosco che non volle diventare Regina. 

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  • RECENSIONE BELFAST – LA BALLATA NOSTALGICA DI KENNETH BRANAGH

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    TROUBLES E GRANDI SOGNI 

    Dopo il giallo esotico Assassinio sul Nilo, con Belfast (Golden Globe alla miglior sceneggiatura, sette nomination agli Oscar 2022, e Premio del pubblico al Festival di Toronto e all’ultima Festa del Cinema di Roma) Kenneth Branagh ci trasporta nell’agosto del 1969, nei quartieri popolari della capitale dell’Irlanda del Nord al momento dello scoppio delle tensioni sociali note come i Troubles: gli scontri e la guerriglia urbana tra gli opposti estremismi di protestanti e cattolici. La storia, ricalcata sulla biografia di Branagh, segue la vita nel quartiere di Buddy (il simpatico esordiente Jude Hill), un vivace bambino di nove anni che sogna di diventare un giorno un grande giocatore di football, e di sposare Catherine (Olive Tennant), la scolaretta di cui si è invaghito. Pur sotto la pressione dei tumulti, con la premurosa famiglia che arranca tra incertezze lavorative e il peso dei debiti da saldare, le giornate di Buddy trascorrono gioiose tra giochi in strada, compiti in classe e scorribande malandrine, film alla Tv e gite all’amato cinematografo. 

    Fin dall’incipit, Branagh concede un sincero omaggio alla sua città nativa: sulle note di Down to Joy di Van Morrison, il montaggio descrive una galleria di vedute a colori della Belfast di oggi, suggestivo ibrido tra il solido retaggio del passato industriale (le gru e i giganteschi cantieri navali dismessi, dove venne forgiato il Titanic) e la riqualificazione moderna del paesaggio architettonico, fra palazzi svettanti, treni sopraelevati, musei e installazioni artistiche. Finché la m.d.p. si sofferma davanti a un tipico mural cittadino – raffigurante un gruppo di operai navali -, per compiere, con letterale “scavalcamento di campo”, un salto temporale dall’altra parte del block, dove si anima la Belfast in bianco e nero del 1969, dando il via alla narrazione vera e propria: un morbido pianosequenza ci immerge fra la calca e il brusio dei passanti, in strade accoglienti e calorose come un grande cortile domestico, prima del sopraggiungere dei rivoltosi. 

    ESSERE (O NON ESSERE) KENNETH BRANAGH 

    Con questo film Branagh si fa letteralmente “più piccolo”. Rinuncia agli onori di primattore e accantona momentaneamente le due anime caratteristiche che lo hanno imposto come una presenza rilevante del cinema contemporaneo: la veste del grande drammaturgo teatrale e cantore dell’èpos shakespeariano, e la solida autorship di alfiere del blockbuster di lusso, conseguita con le incursioni nel canone Marvel-Disney (Thor nel 2011 e Cenerentola nel 2015), e con gli eleganti adattamenti ad alto tasso spettacolare dell’Agatha Christie Universe di sua creazione. Più introspettivo, intimo e ristretto, anche nelle ambizioni, Belfast si inserisce nel filone del sentito amarcord-memoriale, oggetto di varie declinazioni nel cinema degli ultimi anni (pensiamo a Dolor Y Gloria di Almodóvar, o a Roma di Cuarón), incentrato sulla rievocazione nostalgica di ricordi e sentimenti che esplodono correndo accanto ai grandi sommovimenti sociali e politici sullo sfondo. 

    Ripercorrendo un periodo buio e cruciale della Storia della patria natìa, Branagh non si pone con impeto infiammato e militante sulla questione nordirlandese, come farebbe il cinema civile e politico di Ken Loach (L’agenda nascosta, 1990) o di Jim Sheridan (Nel nome del padre, 1993), né si concentra sul realismo documentario del Paul Greengrass di Bloody Sunday (2002) o sugli sfaccettati incroci di identità private e collettive di Neil Jordan (La moglie del soldato, 1992). Ciò non significa che il regista attenui distrattamente o minimizzi con disinvoltura un terremoto sociale ben radicato nella sua memoria, e anzi rappresentato con senso di latente minaccia nel quotidiano. Semplicemente, in Belfast, tutto viene scoperto e filtrato dallo sguardo vergine e perplesso, acerbo e altalenante dell’infanzia, che mette a fuoco il mondo attraverso gli occhi disorientati e stupefatti di un ragazzino attento e sensibile, che prova a capire – senza comprendere del tutto – la violenza discriminatoria a cui assiste da spaventato spettatore (emblematica la panoramica che ruota intorno a Buddy fermo al centro della strada, mentre osserva la comparsa dei teppisti in fondo al vicolo). Branagh coglie la caotica irruzione della brutalità del reale come repentina caduta dalle nuvole dell’immaginazione senza freni, una brusca e prematura perdita dell’innocenza: la madre di Buddy (la splendida Caitríona Balfe) si fa scudo dai sassi scagliati sulla folla con lo stesso coperchio usato dal bambino per scacciare i draghi di fantasia. 

    BUDDY GOES TO THE MOVIES

    È solo al cinema che l’evasione resta possibile, con Buddy e la sua famiglia che sobbalzano sulle poltrone, talmente rapiti dalle immagini che quasi si arrampicano dentro lo schermo, come la cameriera della Rosa purpurea del Cairo (1985) di Woody Allen. Branagh omaggia la magia luminosa della sala con un fitto apparato di schegge cinefile: Citty Citty Bang Bang (Ken Hughes, 1968), Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952), Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966) con la sensuale amazzone Raquel Welch, L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962), la sigla di Star Trek e l’immaginario spaziale del post-allunaggio in Tv. Ancorandosi al potere immaginifico del cinema come rifugio dalle difficoltà della vita, nello splendore dei colori squillanti che risaltano sul bianco e nero della realtà in chiaroscuro. La fotografia limpida e smagliante di Haris Zambarloukos, un digitale ricco di sfumature e mai artefatto, sembra seguire il continuo rivolgersi del cielo d’Irlanda tra scuri nuvoloni e soleggiati raggi di lucentezza, rifrangendosi tra le drammatiche zone d’ombra e gli accecanti bagliori di romanticismo e speranza che si accendono nella storia: Buddy raccoglie fiori di campo immersi in un mare di luce per la sua innamorata, eterea apparizione in chiarissimi capelli biondi, osservata timidamente a distanza e finalmente approcciata.

    In alcuni passaggi, il regista rimette in scena in modo personale le atmosfere e gli stilemi dei grandi generi classici, flirtando con la commedia-musical popolare (mamma e papà di Buddy che ballano in strada come Fred Astaire e Ginger Roberts, l’esibizione canora da dance hall su Everlasting love dei Love Affair) e attingendo dal western hollywoodiano, rivisitato nelle inquietudini del caos senza legge dei tafferugli urbani, con il climax nel duello nella main street tra il padre di Buddy (un protettivo Jamie Dornan, in una prova matura) e il capo dei ribelli: un serrato montaggio di primi piani fordiani e leoniani sui contendenti, con il tempo dei gesti rallentato e dilatato al tempo stesso, l’indugio sui dettagli (la pistola), l’inquadratura dall’alto sull’arena della sfida, conclusa in un amorevole afflato umanista nell’abbraccio di gruppo della famiglia (a cui si unisce l’amica di Buddy, rimasta sola in strada), che ricorda molto la scena finale in spiaggia in Roma di Cuarón. In sottofondo, il celebre motivo musicale (Do not forsake me di Tex Ritter) di Mezzogiorno di fuoco, lo stesso tema sonoro col quale Branagh raccorda Gary Cooper in solitaria nella via deserta all’anziano uomo con la torcia in mano che fa la guardia nella strada notturna. E sul retro della casetta di mattoni, come in una vecchia livery stable, il nonno (Ciarán Hinds) lucida la sella citando a Buddy i versi del dubliner William Butler Yeats (“a pity beyond all telling is hid in the heart of love”). 

    STORIA DI CHI PARTE E DI CHI RESTA

    Il cinema è ponte e legame tra le generazioni: la nonna (Judi Dench), in gioventù appassionata di film come Buddy, confessa una malinconia per un vortice di illusioni che per lei, sfortunatamente, non si è mai trasformato in una vera via di fuga dagli stenti patiti, verso l’ideale Shangri-La che realizzi concretamente i sogni (americani) inseguiti sullo schermo (il riferimento è a Orizzonte perduto di Frank Capra, 1937). Questo sarà invece il destino di Buddy, alias il giovane Branagh. “Per quelli che sono rimasti. Per quelli che sono partiti. E per tutti quelli che si sono persi”, recita la dedica. E, ci permettiamo di aggiungere, per tutti quelli che, come Branagh, hanno attraversato il portale del cinema senza più voltarsi indietro. 

    Belfast non è un capolavoro come reclamizzano gli strilloni del trailer, ma un’opera onesta e sentita che cerca di arrivare in modo trasparente al cuore e alla commozione del grande pubblico (e alla statuetta dorata?) senza cedere a troppi ricatti. Ciò che un po’ disperde in tenuta complessiva e respiro unitario del racconto, guadagna nell’accogliente polifonia frammentata di scorci di vita e quadretti domestici di personaggi ben accordati e intonati al mood della storia, che sprizzano empatia, comprensione e vitalità come i versi di una ballata dolceamara: gli allegri e malinconici pezzi di Van Morrison, vero controcanto poetico del film – che ne amplifica l’autoctono spirito irish -, compongono le tracce di un malinconico jukebox affettivo. Di fronte al bivio esistenziale che angoscia Buddy, tra la retta via e il tortuoso sentiero della perdizione, la musica prova a illuminare la “bright sight of the road” in mezzo alle strade dell’inferno.

    Caldamente consigliata, laddove possibile, la visione in versione originale sottotitolata, per apprezzare al meglio le sfumature linguistiche dell’accento irlandese. 

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  • RECENSIONE TRE SORELLE DI ENRICO VANZINA – ROM-COM AL SAPORE DI MARE

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    TUTTE LE DONNE D(E)I VANZINA 

    Il fitto e variegato universo cinematografico di Carlo ed Enrico Vanzina è popolato da sempre dalle turbolente vicende esistenziali di figure femminili indipendenti, inquiete e anticonformiste, in bilico tra slanci identitari e il rifugio dentro tic e stereotipi borghesi: dalla galleria dei nuovi costumi della donna moderna radiografati sullo sfondo della tentacolare Milano da bere degli anni ’80 (Via Montenapoleone (1986), I miei primi 40 anni (1987), Le finte bionde (1989), le incursioni nel torbido giallo-noir di Mystère (1983) e del fashion film-thriller Sotto il vestito niente (1985), fino alla prima reunion pop di un cast all-female in Quello che le ragazze non dicono (2000). Orfano dall’estate 2018 del compianto fratello Carlo, dopo aver sceneggiato, per Netflix, Natale a 5 stelle (2018) e Sotto il sole di Riccione (2020), e dopo aver esordito alla regia dell’instant (Covid)movie Lockdown all’italiana (2020), Enrico Vanzina con Tre Sorelle (dal 27 gennaio su Prime Video) riprende le fila di un nuovo discorso amoroso contemporaneo, adottando il registro lieve e vagamente canzonatorio della commedia sentimentale di gruppo al femminile. Al centro della vicenda, le tre sorelle Vigorelli del titolo – stesso padre, madri diverse -, rimaste disgraziatamente sole alla vigilia della partenza agostana per le vacanze (siamo nell’estate del 2019, in clima spensieratamente pre-pandemico), dunque radunatesi in una villa al Circeo per farsi compagnia e ritrovare se stesse: sono la raffinata benestante Marina (Serena Autieri), abbandonata dal consorte chirurgo sorpreso in effusioni con un altro uomo; la scatenata Sabrina (Giulia Bevilacqua), impenitente divoratrice di uomini col vizio di bere pesante, lasciata dal marito avvocato stufo dei continui tradimenti; e la procace, nevrotica e altezzosa Caterina (Chiara Francini), che si dà grandi arie del suo lavoro nel cinema ma da troppi anni “non batte chiodo” con un partner. A cui si aggregano la giovane massaggiatrice venezuelana Lorena (Rocío Muñoz Morales) e l’aitante scrittore di frivoli romanzetti Antonio Russo (Fabio Troiano), vicino di casa che porterà ulteriore scompiglio nei rapporti tra le donne. 

    MARINA E LE SUE SORELLE 

    Come padre nobile e lontana parente della storia delle sorelle Vigorelli, figlie ed eredi – nella finzione – delle spensierate tresche interclassiste del periodo Dolce Vita (vedi il brizzolato genitore trigamo Luca Ward, concierge playboy che dissemina mogli-amanti per tutti gli hotel Excelsior d’Italia), Vanzina ha in mente una certa brillante e malinconica commedia esistenziale alleniana, aggiornata alle trame chick lit, a pruriti e innocue scaramucce da soap opera in vetrina extralusso e alla mondana liquidità amorosa di un Sex and the City in trasferta al Circeo. Filtrata tra il girotondo di incroci intorno allo stesso uomo di Hannah e le sue sorelle, 1986 (con Troiano che cita Oscar Wilde a caso per sedurre, al posto delle poesie di Cummings portate in palmo da Michael Caine), e il terapeutico ritiro nella villa al mare di un Interiors (1978) spurio e depurato di gravitas e cupezza bergmaniane, per offrirsi come luminoso e rivitalizzante posto al sole per il rehab dei piaceri e una ritrovata joie de vivre. Parole d’ordine: divertire, commuovere, emozionare, come detto dallo stesso Vanzina. Tra voce over e magnifica presenza del manzo alfa Ward, che apre il racconto scansando Čechov e citando Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo») e lo chiude con meta-orazione cerimoniale («Potrebbe quasi essere un happy end»), e personaggi che commentano guardando in macchina come un coro greco dialettale, le avventure procedono sui collaudati schemi dell’inversione scambistica e dell’equivoco sulla persona. Con la Marina-Cenerentola di Serena Autieri, fine e austera signora ultraborghese, «regina delle stronze» riconvertita in ciociara a servizio, che riaccende la passione dello scrittore per il mito del femminino mediterraneo della Loren e della Vitti. 

    VANZINA CINEMATIC UNIVERSE

    In filigrana c’è infatti, come sempre in Vanzina, l’affettuoso omaggio e l’orgogliosa rivendicazione del cinema italiano popolare, e dei suoi caratteristi storici (il Bombolo difeso da Sabrina), contro l’affettazione snobistica dell’autorialismo blasé che ha sempre schifato i V Bros. Il ricco corredo di cinefilia dispensata a piene mani, nel serbatoio di citazioni che da sempre nutre immaginari e repertorio vanziniano, non si fa qui vera materia d’azione e costruzione narrativa, limitandosi a un fuoco di fila – un filo isterico – di riferimenti a passato e presente dello showbiz, snocciolati a ripetizione come barzellette dalla costumista-chic, con pedigree aristocratico, interpretata da Chiara Francini, forse il personaggio sopra le righe più riuscito, che qua e là riesce a strappare qualche risata: come in ospedale a fianco dell’anziana spaesata che ignora Ivory, Wes Anderson e Milena Canonero, e che al cinema ci andava solo per i fastosi e rimpianti Natali di Boldi e De Sica. Per stare in tema, già da antologia dello scult Massimiliano Rosolino nel minuscolo ruolo del marinaio seduttore che si finge ricco signore sullo yacht, come in ogni mascherata vanziniana che si rispetti.

    SESSOMATTO E MATRIMONI (ALL’ITALIANA)

    Tra fughe escapiste e ritorni di fiamma, scappatelle in barca, cocktail dai nomi e colori improbabili, cene in terrazza e passeggiate sul corso, lo scrittore-socialite Enrico Vanzina è a suo agio nel tratteggio dei ritratti femminili sofisticati e disinvolti, appena incrinati da un velo di sofferenza e da un male di vivere inevitabilmente passeggero. Liti, equivoci, piccoli segreti e grandi confessioni in confezione da rassicurante fiction generalista, da salotto inclusivo e accogliente, soffuso in piena e piatta luce calda (come vuole la destinazione su piattaforma), con appena qualche barlume critico di coscienza sociale (il breve monologo della Muñoz Morales, un po’ maldestro, sulle condizioni dei lavoranti stranieri). Tuttavia, al netto del simpatico brio e della non disprezzabile alchimia tra le protagoniste, la volontà di attualizzare l’eterna battaglia dei sessi in senso più fluido e meno binario possibile, in (libera) uscita da stereotipi coniugali e affettivi dell’universo-donna, si fonda, semplicemente, sull’assunto di opporre alla serialità compulsiva e infantile del maschio fedifrago col radar sessuale sempre in funzione (un divertito Fabio Troiano che gioca al vacuo scrittore-narciso da salotto TV), uno speculare, parimenti ostinato e irrefrenabile female gaze che accumula, moltiplica e incrocia le occasioni di promiscuità. Pari e patta. Con finale rigurgito di uno stonato conservatorismo familista di ritorno, che rinsalda rapporti, sorellanze e legami generazionali in un assurdo matrimonio riparatore completamente intempestivo e avulso dalle storylines fin lì dipanate. A un certo punto, nel profluvio di note letterarie a piè di dialogo, si evoca addirittura Pirandello: «Un romanzo o lo si vive o lo si scrive», con annessa incertezza interpretativa («…che poi non ho mai capito che voglia dire», ammette Troiano). Un po’ lo stesso dubbio che coglie al termine della visione di Tre sorelle: se suoni tutto come un feel good movie troppo lezioso e imbellettato per risultare davvero empatico e credibile, o se talvolta sia proprio questa veracità popolare del cinema vanziniano, coi suoi cliché immarcescibili da pochade ammodernata e rom-com rosè, a vivificare spudoratamente una stucchevole realtà “da film”, per cui è meglio abbandonarsi al flusso imprevisto dei sentimenti e delle emozioni al calduccio dello schermo di casa. Così è, se vi piace… Tre Sorelle è disponibile gratuitamente in streaming su Amazon Prime Video dal 27 Gennaio 2022 

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  • IL CINEPANETTONE DALLA A ALLA Z – DIZIONARIO SEMISERIO

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    Un giro turistico per voci tematiche nelle storiche vacanze di Natale targate Filmauro, senza pregiudizi e senza peli sulla lingua, tra miti, tormentoni e personaggi dei film più odiati e bistrattati dalla critica ufficiale. 

    DEFINIZIONE 

    CINEPANETTONE: Film comico di pura evasione, basato su una comicità molto dozzinale, spesso volgare, che punta sulla popolarità degli attori e la generosa esibizione delle grazie femminili (dall’incipit di Super vacanze di Natale, Filmauro, 2017) 

    A – ALAN O’LEARY 

    Irlandese, professore all’Università di Leeds, nostra guida spirituale e dispensa di appunti per la discesa nei gironi cinepanettonari. Sua la Fenomenologia del cinepanettone (Rubbettino, 2013): il primo – ma anche l’unico – studio critico sistematico, mediale, socio-antropologico sulla materia. Opinabile, ma mai spicciolo né intellettualoide. Brillante e ragionato, punti e numeri alla mano (dell’audience, soprattutto). Senza livore e paraocchi ideologici, né finti entusiasmi e complicità ammiccante. Ci voleva uno straniero trapiantato nel Belpaese – per giunta un accademico – per gettare il guanto di sfida all’esegesi del cinepanettone, ampliandone la ricezione oltre i confini dell’italiano medio troglodita dell’ultimo banco.

    B – BOLDI, MASSIMO 

    Da Luino (Varese). La testa d’uovo di Colombo: nel cognome(n omen), più volte ricorrente nei suoi personaggi, la vocazione al prototipo (e allo stereotipo) del goffo, inetto e pasticcione cumenda milanese di mezza età. L’ultracorpo comico, grottesco, dirompente, fracassone, generoso – aperto ed esposto all’invasione in ogni orifizio (O’Leary dixit). Incontenibile e incontinente («mi sto cagando addossooo»), almeno negli anni d’oro. La mina vagante che esplode sulla faccia di gomma, nella guizzante linguacciona protesa, tra le squillanti grida e i versi a mitraglietta tachicardica. Sempre in bilico tra il lessico e lo slang dell’industriale lumbard, la mimesi gergale romanesca («e non guardà li mani guarda lì bracci», «na spremuta de sangue!») e l’improvvisata traduzione dei dialetti da tutto il globo (tra il «porca putt!» da boemo di Romenia e lo zulù aeroportuale). Perennemente fuori posto e fuori contesto, come uno sdrucciolevole monsieur Hulot del varesotto sulle scale mobili del cinema bassoventrale. Calamita per ogni catastrofe e calamità naturale a valanga (mitologiche la scena della doccia e la discesa libera col water sulla neve in Vacanze di Natale ’95, tra Oldenburg, John Scatman e Magritte: n’est pas un pirla, al Massimo merda d’artista). Passaporto per ogni zona erogena della gag e cartoonesco passepartout in carne e ossa infilato ovunque, persino nella portiera dell’auto (Merry Christmas, 2001). 

    C – COMPRIMARI 

    Dietro il successo della formula magica, ci sono, anche, i caratteristi azzeccati: ingredienti ben dosati col misurino, uvetta e canditi che aggiungono – ma non sempre – sostanza e sapori alla portata principale. I più nobili: l’austero – ma ipocrita – avvocato Giovanni Covelli di Riccardo Garrone (Vacanze di Natale, 1983), che con una memorabile sentenza si consegna ai posteri levandoci per sempre e a futura memoria il Natale dalle palle («se lo semo levato…»); e il paterno Alberto Sordi, cameriere attempato e crepuscolare di Vacanze di Natale ’91, che fa passare il testimone tra l’eleganza di un passato caciarone ma genuino e il ricco cafonal moderno che “se magna” tutto alle tavole imbandite di un piatto misto di arroganza e cialtroneria. I comici che battono il registro regionalistico: la rutilante cazzimma partenopea di Biagio Izzo, che sfila più volte en travesti dicendo la sua sul gender fluid in anticipo sui tempi, con trucco, parrucco e collant femminili. Il coatto venerabilissimo e torpignattaro Enzo Salvi: alias Er cipolla («mamma mia comme stoo!»), forse l’unico che senza risparmiarsi, con personalità debordante, in un pugno di scene assurte al culto (la lezione su come respingere i fan all’assalto in Bodyguards (2000), i duetti col suocero Cipollino e la sgolatissima caccia a Santa Clauuusss! nei grandi magazzini di Merry Christmas) riesce a rubare la scena ai mattatori principali, insidiando la sacra unità della coppia d’assi verso un triumvirato ufficioso (Boldi – De Sica – Salvi) pienamente riconosciuto dai fan. Quindi le grandi guest star d’oltreoceano: il compianto Luke Perry, idolo da diario teenager, Big Babol adolescenziali e prime maliziose paginette di Cioè (Vacanze ’95); il divo bamboleggiante di Beautiful Ron Moss in Christmas in Love (2004), dove c’è stato persino Danny De Vito, doppio freak di Boldi (non bastasse l’originale…). E poi la statuaria Megan Gale (Vacanze di Natale 2000, 1999) direttamente dalla galassia Omnitel (per chi ne ha memoria), in attillatissima tuta da sci, finita a letto – udite udite – con tal Gianmarco Rocco di Torrepadula (rampollo di nobiltà bolognese scomparso dalle scene dopo l’unico, insuperato zenit artistico). Infine i più dimenticati e dimenticabili: Nino D’angelo, Annamaria Barbera, I Fichi D’India, questi ultimi legati al grande successo televisivo di Zelig, che ricordano tempi dove in Italia si rideva (?) per freddure stitiche come: «Lei ha vinto un soggiorno sul Nilo per due persone!» «Un soggiorno? E come facciamo a portarlo a casa?» Sigh.

    D – DE SICA, CHRISTIAN 

    Da Roma. Figlio d’arte messa da parte a favore della pura comicità. Il mascellone aitante e mascalzone della coppia d’oro formata con l’impiastro ambulante Boldi (sua nemesi fisica e caratteriale). L’altra metà del cielo sopra Cortina. L’insostituibile colonna portante della serie, percorsa fin dalle fondamenta da principe designato (Vacanze di Natale, 1983) e proseguita da Re Mida incontrastato delle feste, dividendo lo scettro di un regno ventennale con Boldi prima e Massimo Ghini poi, fino a una serena abdicazione senza eredi (Vacanze di Natale a Cortina, 2011). Per la causa, mette a punto e perfeziona, con instancabili doti di improvvisatore a schema libero, un personalissimo linguaggio comico fatto di tic e smorfie di una formidabile e mobilissima maschera facciale, unite a una funambolica parlantina schizofrenica, dove la scurrilità più spinta emerge a mezze frasi dietro la finta affettazione di un eloquio forbito e mossette “deligatissime”. Se si fa il folle esperimento di guardare un suo cinepanettone sottotitolato in italiano, si scopre quanto spesso la trascrizione non riesca a “stargli dietro”, non riuscendo a coprire tutta la sottigliezza della sua irrefrenabile verve. Infinito il repertorio – anche canoro, talvolta – di battute, inviti a pijassella anderc…, gag da mandare a memoria, situazioni imbarazzanti – apparentemente senza uscita – da cui riesce a cavarsi fuori con mirabolanti e surreali performance. Ricordiamo la sveltezza nello sfuggire al doppio femminile nell’ascensore di Merry Christmas, o al pianoforte di Natale a New York (2006). A volte ripetitivo e sovente in overacting, ma a suo modo inarrivabile. 

    E – ESTETICA 

    Piatta, dozzinale, becera, televisiva, macchiettistica. La vulgata vuole i cinepanettoni girati in fretta e male, montati alla bell’e meglio, puntando ai sicuri incassi garantiti dai faccioni in locandina. Sarà. Eppure, l’estetica della bassa definizione a ogni livello, l’assenza di uno specifico cinematografico – che pur a volte viene esibito, come nel freezing dell’immagine nel finale di Natale a New York – sono le carte vincenti che continuano a garantire la sopravvivenza e il propagarsi virale delle scene cult, (vedi alla voce INSTANT MOVIE) con la stessa semplicità fruitiva delle gag di Stanlio & Ollio. 

    F – FEMMINILE 

    La rappresentazione svilente, reificata, degradata e degradante della donna-trofeo, come sostengono da sempre i detrattori più acerrimi. La grande pietra dello scandalo – insieme alla volgarità esibita e alla vocazione parolacciara – su cui più hanno insistito polemiche, custodi della morale e discorsi sociali. Rivista oggi, l’innegabile passerella disinvolta di bonazze extralusso e nudità assortite fa quasi sorridere per ingenuità (come fosse una vecchia rivista soft-core dal barbiere), a confronto con la pornificazione imperante dell’era digitale, dell’ipertrofia sex-oriented con cui poser e influencer vari accalappiano gusti e bassi istinti dei follower. Qualche maligno vedrebbe un legame tra il “cattivo seme” della Filmauro – preso in guisa di estensione del pattume della tv commerciale – e la sua volgare, diretta discendenza nei media contemporanei. Opinioni legittime, ma a cui va dato lo stesso credito delle associazioni di mamme che incolpano horror e videogame per la violenza nel sociale… 

    G – GUILTY PLEASURE 

    La forma mentis con cui disporsi alla visione dei cinepanettoni. Per non rischiare di prenderli sul serio. O di prenderli sul serio nel modo sbagliato, come una macchia inaccettabile sulla fedina cinefila. Si può al più goderne nel modo giusto, in leggerezza. Chi non ne ha voglia, semplicemente, si nega un piacere oggi nemmeno più così proibito. 

    H – HARAKIRI 

    Anno 2005: il grande crac, la coppia che scoppia. Nel dopo Natale a Miami, Massimo Boldi rompe il giocattolo Filmauro e tronca di netto – per motivi mai troppo chiariti – il ventennale sodalizio con il partner storico De Sica, all’inseguimento della gloria da solista sotto l’egida di Medusa Film, in una sfilza di asfittiche e indigeste commedie di rimatrimonio che ne appannano vis e tempi comici, aprendo alla fase più stanca e meno ispirata della sua carriera. A conti fatti, un harakiri appunto, parzialmente sconfessato nel 2018 con la celebratissima reunion di pacificazione in Amici come Prima, a cui farà seguito l’odissea spaziale In vacanza su Marte (2020). Come riservato solo alle vere rockstar.

    I – INSTANT MOVIE 

    Il fast-film che si mastica, digerisce ed espelle senza pretese come un hamburger; il dolce già insipido e stopposo la sera di Natale; la pellicola autocombustibile da assorbire assuefatti e imbambolati, dimenticata per sempre una volta finita. Almeno, così ci hanno raccontato. Basta invece farsi un giro su web, social, fansite, meme e gruppi Facebook per rendersi conto che la tribù del cinepanettone è più viva e attiva che mai (qualcuno se ne dispiacerà pure, ma pazienza…). La struttura a clip, il frammento breve, la gag estemporanea e sconclusionata poggiata sul tormentone dell’attore (vedi alla voce T), insomma tutto ciò che si è sempre visto affibbiare il marchio infamante dell’inconsistenza più deperibile, diventa nell’archeologia digitale del clic istantaneo il perfetto format(o) di conservazione e fruizione dei reperti cinepanettonari, per la diffusione – e l’imitazione – del culto tra millennials e tiktokers, nemmeno nati all’uscita del primo Vacanze di Natale. Alla faccia dell’instant movie per famiglie scaduto dopo le feste…

    L – LINGUE STRANIERE 

    Oltre la linguaccia sporgente di Boldi, i rovinosi e biascicati misunderstanding di De Sica, gli innumerevoli casi di lost in translation occorsi al duo nei ripetuti tragitti transnazionali (dall’ansiogena befana tedesca in volo all’italiana in spiaggia a Rio abbordata da De Sica in uno stentato portoghese), c’è una domanda più sottile: è un fenomeno squisitamente italico, il cinepanettone? Se ne discute dall’alba dei tempi. Se è vero che l’uscita natalizia ha sempre mantenuto i crismi dell’immancabile appuntamento nazionalpopolare con i nostri stereotipi linguistici, sul versante produttivo – prima ancora che nelle ambientazioni da tour operator – non va dimenticata la sinergia logistica e organizzativa con enti, film commission e maestranze autoctone dei tanti Paesi battuti in trasferta da Neri Parenti e soci. Con la scelta strategica della destinazione di turno che indirizzava la sceneggiatura e la scrittura delle gag nella writing room (mai il contrario), secondo un iter produttivo consolidato con pochi eguali, che ha fatto le fortune della longevità della serie. Da segnalare la coproduzione internazionale di Natale sul Nilo (2002), distribuito anche in lingua spagnola, al ritmo trainante dei balletti delle Las Ketchup. 

    M – MULTIPLEX 

    L’antro della Bestia. Il luogo deputato ad officiare il rituale natalizio. La caverna di Platone che ipnotizza la platea massificata del greve cinema di consumo, stipata nella bolgia di bibliche code al botteghino: questa la narrazione di benpensanti d’essai e intellighenzie varie, puntualmente mobilitate al rifiuto delle crasse logiche commerciali. Vero solo in parte, vista la sopravvivenza del trash rimediata su altri canali (vedi alla voce INSTANT MOVIE) e il progressivo interesse di nuovi e insospettabili pubblici.

    N – NATALE 

    L’ombelico del mondo narrativo, l’asse portante della cosmogonia Filmauro, il core-business dell’immaginario del cinepanettone. Non solo in funzione strumentale, tra luci, pacchi regalo e alberelli, ma fulcro di una precisa strategia dell’evasione negoziata tra personaggi e spettatori. Lontano dai buoni sentimenti, è il tempo ciclico della rivalsa di classe, della resurrezione orgiastica degli istinti. Il tempo sospeso e provvisorio dell’eterna pochade e della mascherata discinta. Il carnevale fuori stagione dove tutto si scollaccia, i tabù si infrangono, regole e ruoli sociali si invertono e si annullano. Vince “la burla”, lo sberleffo, l’infingimento elevato a sistema. Prima del grigio rientro nella normalità. Aspettando la prossima esotica meta.

    O – OLDOINI, ENRICO 

    Traghettatore della serie, con quattro pellicole tra fine anni ’80 e la caduta della Prima Repubblica, prima dell’intermezzo vanziniano post-Tangentopoli di S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa. (1994), Oldoini ha il merito di affinare il potenziale della coppia comica Boldi-De Sica, forgiandone le prime scintille (già scoppiettanti nello Yuppies (1986) di Vanzina) in un quel canovaccio a orologeria che fungerà da scheletro per l’intera saga: tutto giocato sull’incrocio dei caratteri stridenti, sull’impatto esplosivo e imprevedibile dei due corpi comici (in Vacanze di Natale ’90, la spericolata gara in Ferrari sulle strade di Saint Moritz con successivo faccia a faccia – «da cazzo» – ha quasi il sapore di un’origin story). Oldoini abbandona presto l’unità di luogo del jet-set vacanziero (poi ripreso da Neri Parenti in Vacanze ’95 sulle nevi di Aspen) per allargare il range di personaggi e il registro comico a una serie di quadretti episodici, non sempre riusciti, sugli spettri politici, sociali e di costume (l’AIDS, la corruzione, lo scambismo ecc..) in voga nelle notti mondane e nelle turbolente cronache dei primi anni ’90. Sotto il suo operato, la prima, sovversiva trasformazione di Boldi e De Sica en travesti (in Anni ‘90).

    P – PARENTI, NERI 

    Regista vessato quant’altri mai, lui da par suo mite, sicuro e orgoglioso del suo mestiere di artigiano delle feste, senza complessi d’inferiorità (gustosissimo il racconto di aneddoti e curiosità dai set Filmauro raccolti nel libro Due palle… di Natale. Gli aneddoti e i retroscena dei miei cinepanettoni che non troverete su Wikipedia, Gremese, 2020). Infallibile shooter aziendalista e figura chiave della politique des auteurs cinepanettonara. Dopo l’apprendistato fantozziano, eredita i bozzetti agrodolci di vizi e virtù sociali da Vanzina e Oldoini e prende in consegna le redini della saga. Imprimendovi quella svolta verso la fisicità corporale e scatologica (via Massimo Boldi, in primis), il ritmo slapstick e arruffone, le comiche delle torte in faccia, l’elasticità fumettosa di un mondo-cartoon dove il trash, la commedia e il patinato si prendono a braccetto in grottesca assenza di gravità e di ogni falso pudore della verosimiglianza. C’è ancora chi, pur nell’era delle puntuali filmografie su Wikipedia, crede che molti dei suoi lavori li abbia girati Carlo Vanzina (e viceversa). In quel misto di diffidenza aprioristica e sufficienza distratta che ha sempre accolto l’uscita del prodotto di casa Filmauro. Sotto la sua guida, i più clamorosi successi economici del filone tra fine ’90 e primi 2000 (con l’exploit di Natale sul Nilo, 28 milioni di euro). Ritorna al timone degli appuntamenti natalizi, ma soltanto in streaming, con In vacanza su Marte. Ma i bei tempi sono ormai andati, insieme alle buone idee… 

    Q – QUOZIENTE INTELLETTIVO 

    Il mito, tutt’ora diffuso, dello spettatore-tipo del cinepanettone: decerebrato, poco istruito, di bassa alfabetizzazione generale e cultura cinematografica nulla, destrorso, razzista, sessista, omofobo, e chi più ne ha più ne metta (focus e profili puntualmente messi a verifica nel libro di O’Leary). Da par nostra, sorprende la visione semplicistica con cui si pensa a un soggetto vuoto, a quoziente zero, al quale somministrare immagini trash come in cura Ludovico, ottenendo in risposta bave pavloviane dei tontoloni di massa. C’è in parte del vero, ma è una visione fattasi limitante, per un prodotto ormai pienamente sdoganato in un’audience allargata e consapevole, disposta a divertirsi stando al gioco, ad amare gelosamente in privato ciò che pubblicamente disprezza.

    R- ROMANCE 

    Romanzo d’amor scortese. Un amor fou sui generi(s), quello dei cinepanettoni. In tutte le sue bizzarre declinazioni, segreti, derive, scoppiamenti, parossismi e proliferazioni extraconiugali (il Tri-vellone trigamo di Merry Christmas, per citare l’archetipo), da far invidia alla soap più sfacciatamente irreale: è il doppiofondo narrativo sotto il palcoscenico di recite e facce di bronzo stiracchiate fino al climax, in un girotondo impazzito e inesausto di fedifraghi, scappatelle, incontri ed incroci pericolosi, rivelazioni e fughe nell’armadio e sotto il letto. Dove la potenza del maschio è irrisa e frana ridicolmente sotto i colpi di un femminile non governabile. (vedi alla voce UOMINI)

    S – SCULT e STRACULT 

    (Con doveroso omaggio al fu programma di Marco Giusti e soci, che ci mancherà tantissimo). 

    Dove archiviare il cinepanettone, se non nella fitta sezione del controcanone? Non è questione di palati (per quelli, vedi alla voce G), ma dello storicizzare un fenomeno caratterizzante e duraturo nel giusto contesto, con gli opportuni parametri di riferimento. Inutile sfanculare con snobismo l’innegabile risibilità del cinepanettone, mettendolo a confronto con le grandi commedie e gli autori di rango, a difesa del “buon cinema di qualità”. Ne ha preso atto anche un’istituzione come Paolo Mereghetti, che nelle ultime edizioni del celebre dizionario dedica un’ampia scheda tematica ai cinepanettoni. Non si tratta di rivedere il giudizio, rivalutare, di “cominciare a parlare bene di”, come talvolta si sente dire (ciò che è brutto resta brutto, e il bello, per chi lo apprezza, si difende da solo). Ma di dare rilevanza, la giusta dimensione critica a qualcosa che, piaccia o meno, si è insinuato come sonda invasiva nella sfera intestina(le) degli ultimi trent’anni di cinema italiano. 

    T – TORMENTONI 

    Il sale sulla coda delle gag, la linfa vitale di ogni cinepanettone che si rispetti, il biglietto da visita per conquistare l’eternità nell’immaginario collettivo dell’Italietta, non per forza col turpiloquio d’ordinanza. Il tormentone è la livella, il collante democratico tra i cavalli di battaglia delle prime donne (il «me la ciulano, me la ciulanoo!» di Boldi) e le macchiette di ficcante esattezza antropologica assurte all’Olimpo in un tic d’orologio (l’immortale «Alboreto is nothing» del cumenda in pole position Guido Nicheli in Vacanze di Natale)

    U – UOMINI 

    Che fanno tutt’altro che una bella figura. Ha ragione o esagera, O’Leary, quando oltre il voyeurismo e le tentazioni scopofile sul femminile vede nei cinepanettoni una costante, manifesta crisi del maschio, la congenita inadeguatezza del suo corpo costantemente deriso, umiliato, spernacchiato? In effetti, il tanto vituperato celodurismo machista dei neo-vitelloni delle feste mai davvero trionfa, e quasi sempre s’ammoscia. Tra un Boldi corpo infantile e asessuato, inerme preda delle fosche perversioni della modernità e di umilianti sottomissioni (il face sitting che gli tocca subire dal wrestler Rikishi in Natale a Miami), e un De Sica che spesso penosamente fallisce nella «prestazione turgida e Maiuscola», frustrando il desiderio delle giovani amanti (paradigmatica la decadenza castrata dell’ex “mandrillone di Frascati” di Natale a Miami).

    V – VANZINA, CARLO 

    Il papà dei film dei film delle feste è anche colui che ha sempre rifiutato, con evidente fastidio, l’etichetta “cinepanettone” appiccicata ai suoi film nostalgico-sentimentali. Pur abbracciando l’intera parabola in una personale trilogia tra la fondazione (Vacanze di Natale), il sequel-aggiornamento a cavallo del millennio (Vacanze di Natale 2000, 1999) e la celebrazione testamentaria in disfacimento e fuori tempo massimo (Vacanze di Natale a Cortina (2011), solo sceneggiato e affidato alla regia di Parenti). È in definitiva a lui, e a suo fratello Enrico, che si deve la persistenza dell’immaginario dell’arci-italiano in vacanza ruspante, cinico, superficiale e irresponsabile. Ragion per cui restano ugualmente amati e osteggiati, senza mezze misure. 

    Z – SERIE Z 

    Ovviamente non titolato a sedere nel Grande Cinema di serie A, nemmeno troppo assimilabile a logiche e generi del sottobosco B-movie, il destino del cinepanettone è quello di bypassare l’intero alfabeto di rating, scivolando dritto in zona retrocessione, in serie Z, in fondo alla nostra guida. 

    Come postilla, facciamo dunque chiarezza su un’ultima cosa: più ancora che grottesche radiografie in diretta dell’evoluzione/involuzione dell’Italica stirpe – tasto un pò equivocato su cui battono gli autori stessi, sicuri d’aver descritto l’Italia e gli italiani meglio di un saggio storico – i cinepanettoni sono parodie surreali (ben prima che se ne accorgesse Boris e il suo Natale con la Casta). Non riflettono semplicemente il reale dal filtro comico, ma lo centrifugano e ripensano restituito in un pazzo mondo alternativo e platealmente inverosimile (pur colmo di product placement da scaffale consumista). Stanno al tessuto sociale e ai suoi (arche)tipi come i film di Scary movie stanno alla saga di Scream (1996): gioiosa e consapevole demenza metatestuale. “Senza paura. Senza vergogna. Senza cervello”. 

    Per una scorpacciata di cinepanettoni, su Prime Video sono disponibili Paparazzi (1998), Vacanze di Natale 2000 (1999), Merry Christmas (2001), Natale sul Nilo (2002), Natale a New York (2006), Natale a Beverly Hills (2009) e Vacanze di Natale a Cortina (2011)

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  • CINQUANT’ANNI DI ARANCIA MECCANICA – IL CINEBRIVIDO DELL’ULTRAVIOLENZA

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    La bomba (a orologeria) fu sganciata per la prima volta il 19 dicembre del 1971, cinquant’anni fa: quel giorno, Arancia meccanica (A Clockwork Orange) di Stanley Kubrick uscì in anteprima negli USA (in Gran Bretagna, luogo delle riprese, arrivò il 13 gennaio 1972, in Italia a settembre dello stesso anno, passando alla Mostra del Cinema di Venezia). Curiosamente, appena qualche giorno dopo (22 dicembre), sempre in America uscì Cane di paglia (Straw Dogs) di Sam Peckinpah: l’altro grande film che mostrava una brutale scena di stupro come in Arancia meccanica, e che fece scalpore per il trattamento visivo diretto, senza pudori e senza avvertimenti, della violenza dell’uomo normale, gettata sullo schermo con un’aggressione esplicita alle attese degli spettatori per l’epoca sconosciuta (pur in forme radicalmente agli antipodi rispetto all’estetica kubrickiana). Era insomma il momento giusto per portare duri scossoni e ardite sfide ai vecchi e usurati modi di rappresentazione. Un periodo di grande fermento rivoluzionario e rinnovamento del cinema americano (siamo nel pieno della New Hollywood), per cui anche un colosso produttivo della tradizionale golden age hollywoodiana come la Warner Brothers, dopo aver già finanziato l’epocale 2001: Odissea nello spazio, è nuovamente disposto ad investire (2,2 milioni di dollari Usa, un basso budget anche per i tempi) sul nuovo progetto di un talento massimalista, accentratore e irregolare come Kubrick, autore-demiurgo non condizionabile (ha il veto su tutte le fasi del processo di realizzazione, dal soggetto alla promozione del film). Il resto, come si suol dire, è Storia, e non solo del Cinema: l’impatto e lo shock imposti da Arancia meccanica, le sue forme stilistiche e le sue figure sinistre, sono penetrati tanto a fondo nell’immaginario da far ormai parte dell’iconografia visuale e culturale del Novecento. In un modo che lo stesso Kubrick – che nel film conduce proprio una vasta dissezione critica dell’arte e della civiltà delle immagini corrotte in una caricatura da museo del kitsch – aveva forse previsto solo in parte. 

    In un perfetto raccordo visivo e concettuale tra film consecutivi, A Clockwork Orange inizia da dove 2001: Odissea nello spazio (1968) terminava: dalla pupilla intermittente dell’astronauta David Bowman sgranata sul caleidoscopio di forme e colori del tunnel spazio-temporale, dall’occhio vitreo del gigantesco feto astrale del bambino delle stelle, fluttuante nell’infinità del cosmo, all’occhio liquido e truccato di Alex in primo piano, crudelissimo e inebetito. Dal movimento in avanti con cui Bowman, sul letto di morte, si protendeva verso il monolito nero, alla lenta processione rituale dello zoom all’indietro di Arancia Meccanica: il caratteristico pullback motion della geometrica regia kubrickiana, che dal volto truce di Alex allarga progressivamente il quadro, arretrando lungo l’allucinato corridoio del Korova Milk Bar (a suo modo, come è stato notato da Flavio de Bernardinis nel suo volume L’immagine secondo Kubrick, uno spazio a forma di parallelepipedo che è esso stesso un rettangolare set-monolito, contenente le stordite figure del locale). Un incipit che trasmette a pelle una cupezza inquietante e un disagio alienato, suggellato dagli echi funerei della Marcia di Purcell rivisitata dalle distorsioni al sintetizzatore di Wendy Carlos. Con cui Kubrick sembra immediatamente sconfessare, in termini visivi, la parabola evolutiva e ascensionale del superuomo di 2001, di cui Alex costituisce la versione nichilista e al nero, in un doppio movimento: il viaggiatore degli universi kubrickiani, dopo aver percorso in avanti la galleria di luci “oltre l’infinito” (Bowman), verso dimensioni e conoscenze superiori, diretto al neo-illuminismo della stanza settecentesca, regredisce improvvisamente – ecco il senso del backzoom – nell’oscura anticamera (mortuaria) del Korova Milk Bar, in un delirio pop di artefatti, arredi e feticci pacchiani. In cui tornano ad abitare e dominare le pulsioni drogate e (auto)distruttive, gli istinti bestiali e di brutale sopraffazione delle scimmie di 2001, evolute nel ghignante branco di Drughi che si predispongono all’esercizio dell’ultraviolenza. In modo più stupido, osceno, immotivato e antisociale (i primati, almeno, usavano la forza per la sopravvivenza del gruppo), facendo così emergere il radicale pessimismo cosmico kubrickiano sull’individuo, un homo homini lupus in preda a sorti tutt’altro che magnifiche e progressive. 

    Arancia Meccanica mostra a questo punto l’azione della subdola e onnipresente macchina del potere politico – incarnata dal gelido e affettato Ministro degli Interni, vero, vincente deus ex machina della narrazione, più dello stesso Alex, ridotto a pedina di un meccanismo implacabile – nel mettere in scacco la spinta ribelle dell’individuo senza alcuna legge (A – lex), che risponde solo all’impeto del desiderio irrazionale. Incanalando la sua selvaggia e dionisiaca energia eversiva nelle maglie del Sistema, al servizio della violenza legale e ugualmente oppressiva perpetrata dalle istituzioni.

    Uno scontro di filosofie e forze contrapposte che il modernista Kubrick, guardando alle infrazioni estetiche e stilistiche della nouvelle vague e agli sperimentalismi formali delle avanguardie storiche e pittoriche, mette in campo facendo stridere materiali audiovisivi disparati e procedimenti filmici a contrasto. Ricoprendo il mesto e abbruttito panorama di una grigissima Londra, appena futuribile, in un’invasione di cromatismi squillanti e indigesta arte ultrapop (ributtante come i Gelati da passeggio di morbido pelo di Claes Oldenburg), che non riesce a nascondere lo squallido deteriorarsi di una società ridotta a una spazzatura di detriti e derelitti urbani (e umani), graffiti osceni, pupazzi imparruccati e ridicoli oggetti-feticcio. Kubrick accumula con audacia rivoluzionaria distorte sinestesie percettive che producono impreviste inversioni di senso, in sconvolgenti accostamenti tra immagini e suono impensabili per il cinema narrativo classico, che da allora fecero scuola per tutte le successive destrutturazioni postmoderne del linguaggio cinematografico: con l’onda lunga dello stupro della signora Alexander a passo di ritornello musical (Singing in the Rain) che arriva fino alle orecchie mozzate dalle Iene di Tarantino, nella danza di Mr. Blonde sulle note radiofoniche di Stuck in the middle with you. Ma l’elenco dei mash-up audiovisivi può proseguire in una sfilata di scene cult che la visione in sala nella nuova versione in 4k (nelle multisale del circuito UCI Cinemas dal 29 novembre al 1° dicembre) non potrà che smaltare alla massima intensità: il coreografico ralenti della rissa tra i Drughi, balletto e opera buffa sulle note della Gazza ladra di Rossini, come nello scontro tra bande rivali dell’inizio, uno slapstick fracassone di finestre rotte, balzi, calci e sganassoni fumettosi (Arancia Meccanica è tra l’altro un acido contenitore di generi e registri diversi schizzati insieme); il vistoso accelerato a effetto comica  nell’orgia di Alex con le due ragazze, sul crescendo rossiniano del Guglielmo Tell in versione electro-synth; l’Inno alla gioia che accompagna la passeggiata ribalda di Alex nel negozio di musica come le parate naziste nelle immagini della cura Ludovico, melodia nietzschianamente al di là del bene e del male; e, su tutte, il celeberrimo quarto movimento della Sinfonia n.9 di Beethoven (il Ludovico Van), che, lungi dal richiamare alla compostezza classica, alle rassicuranti arie celestiali dell’arte ufficiale, diventa la fiammeggiante culla sonora dei miraggi lussuriosi e dei soprusi agognati da Alex coi vampireschi canini alla bocca. 

    La tanto criticata violenza – in seguito a pressanti polemiche sui media, Kubrick stesso ritirò il film dalle sale inglesi non molto tempo dopo l’uscita – è in realtà mostrata in modo così fortemente mediato da trucchi e artifici, stilizzata e coreografata, da far scontrare e convivere al tempo stesso l’iperrealismo estremo e chirurgico della rappresentazione (la camera a mano sconnessa e aggressiva che sfalda l’ordine del décor e dei carrelli geometrici nella casa dello scrittore Alexander) e la sua astrazione artistica e onirica nel puro schizzo visivo, nel flash mentale (il montaggio analogico che frammenta l’omicidio fuori campo della signora dei gatti, tra l’inquadratura della smorfia grottesca di terrore della donna e l’urlo lanciato da una serie di bocche dipinte su quadri surrealisti). «È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo», realizza Alex durante il trattamento Ludovico, sintetizzando al meglio la natura ambivalente e perturbante delle immagini kubrickiane: tra mimesi e finzione, tra angoscia repulsiva e familiarità perversa, trasparenza cristallina e parossistico barocchismo artificiale. Con la luministica di John Alcott che fa un uso sistematico e ambientale della one-source lighting: un’unica, abbagliante fonte luminosa diegetica ad illuminare la scena, tra globi e lampade ad altissimo voltaggio (preludio al lavoro naturalistico in sottrazione messo poi in atto con le candele di Barry Lyndon, 1975). 

    Molto dell’impatto delle scene di violenza si deve a un impiego particolare della soggettiva. Mostruose, oblunghe, sghembe, esasperate dalle distorsioni dei grandangoli occlusivi della fotografia, le soggettive di Arancia meccanica sono (ancora) così scomode e disturbanti perché negano la loro premessa teorica fondamentale: l’identificazione emotiva e partecipante dello spettatore, che si muove attivamente nel mondo del film ancorato al punto di vista di uno o più personaggi. Al contrario, Kubrick ne rovescia completamente il senso e utilizza la soggettiva come mezzo stilistico della passività indifesa e vulnerabile: lo spettatore è sistematicamente narcotizzato, schiacciato e paralizzato nel ruolo della vittima inerme, atterrita, immobilizzata e impotente di fronte allo spettacolo della violenza che gli viene scagliata addosso. In uno stato di intontimento e di inazione psico-fisica che obbliga chi guarda, frontalmente esposto alle immagini senza difese, a sperimentare, nella visione del film, la stessa subdola cura Ludovico somministrata ad Alex. Sia nei momenti in cui è Alex a esercitare i soprusi (gli agghiaccianti point of view dal basso nelle riprese dello scrittore Alexander costretto a guardare lo stupro della moglie, della signora dei gatti che sta per essere colpita dalla scultura fallica, del drugo Dim gettato nell’acqua, davanti al quale Alex incombe minacciosamente saltellando con il bastone), sia quando è lo stesso Alex a vederseli ritorti contro (nella cella della prigione dopo l’arresto, ostaggio degli sguardi sdegnosi degli agenti di polizia e del viscido Mr. Deltoid, e sul palco del teatrino dimostrativo, con il manesco provocatore e la donna a seni nudi che lo umiliano senza che possa più reagire). Kubrick lavora lo spettatore anzitutto al di qua dello schermo: nell’urto e nel disagio che ci fa provare nel trovarci costretti in una posizione di debolezza, su una specie di sedia della tortura che da cinquant’anni ci tiene avvinti coi suoi malsani legacci, tra amorale adesione emotiva e asettico distacco. “Nel 1971 fu uno shock, oggi è ancora un salutare pugno nello stomaco”, recita la scheda del film nel dizionario Mereghetti. Non ci resta che tornare in sala per farci rapire ancora una volta dalla potente sinfonia del cinebrivido kubrickiano.  

    Il film verrà proiettato, in una nuova versione 4k, nelle multisale del circuito UCI Cinemas dal 29 novembre al 1° dicembre 2021. Potete trovare l’elenco delle sale qui.

  • RECENSIONE È STATA LA MANO DI DIO – RITRATTO DELL’ARTISTA DA GIOVANE

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    «In tutti i miei film, tranne questo che parla di esperienze note, c’è l’ossessiva ricerca di vedere delle cose, di conoscerle. Me lo sono detto tante volte. E anche la scelta stilistica degli incessanti carrelli era un modo di avvicinarmi a quelle cose. Ma in questo film i carrelli non ci sono, perché avvicinarmi a me stesso non aveva senso: mi conoscevo già. Però non averli potuti vedere [i genitori defunti, NdR.] è il mio trauma più grande. Mancando il congedo, il saluto, inconsciamente scatta l’abbandono. Ecco, se ne sono andati senza salutarmi» (Paolo Sorrentino intervistato da Paola Zanuttini su Il Venerdì di Repubblica, 22 ottobre 2021). 

    Meglio affidarsi alle dirette, inequivocabili parole di Paolo Sorrentino, per cogliere l’essenza e la (parziale) diversità del suo ultimo, bellissimo film autobiografico e confessionale, È stata la mano di Dio, Gran Premio della Giuria alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia, accolto con entusiasmo nel tour di festival internazionali e infine scelto come candidato per l’Italia al Miglior Film Straniero nella prossima edizione degli Academy Awards. Una sincera dichiarazione di vulnerabilità, quella del regista. Una matura (ri)cognizione del dolore a lungo trattenuto e ora esternato e condiviso sullo schermo senza timori. Partendo da un rigenerante turnover della troupe titolare (il passaggio di testimone più significativo: la DOP Daria D’Antonio a sostituire lo storico sodale Luca Bigazzi). Da una consapevole e pacificata deposizione del proprio armamentario stilistico, in una generosità senza filtri e senza trucchi, che di rimando invita lo spettatore e il critico – che si trovino tra le platee adoranti o tra gli acerrimi detrattori – a lasciar cadere, per una volta, l’ingombrante cassetta degli attrezzi dell’analisi critica e dell’interpretazione delle stratificate superfici del suo cinema, a un tempo formalista ed esistenzialista. 

    La storia è quella del giovane Paol… ehm Fabietto (Filippo Scotti), studente al liceo classico, di amabile famiglia piccolo-borghese, che nella movimentata Napoli degli anni ’80 studia le incertezze della vita e il grande mistero della donna, ma soprattutto assiste estasiato alle imprese calcistiche dell’idolo Diego Armando Maradona, prima che l’inattesa quanto incomprensibile tragedia genitoriale arrivi a gettarlo in un desolante vuoto di prospettive, costringendolo a rincorrere le prime avvisaglie di un futuro ancora da mettere a fuoco, verso una felicità che sembra possibile solo nel grande, irraggiungibile sogno di fare il Cinema. «Voglio fare il regista di film… Anche se ne ho visti solo 3 o 4», tra cui spicca, sopra il vecchio televisore acceso col bastone paterno, la VHS dell’amato – e citato, si veda l’automobile old style dell’incipit – C’era una volta in America (1984). 

    Pur concentrato in una messinscena piana, adagiata sul groviglio dolceamaro di passioni e sentimenti coinvolti, in una chiarezza espositiva esemplare ed essenziale, lo sguardo inquieto, curioso e attento alla microfisica emozionale di Sorrentino – «Le emozioni sono tutto quello che abbiamo» diceva il regista Mick Boyle in Youth (2015) – non trascura la sua caratteristica eleganza fluida, la sua intima visionarietà. La magnetica costruzione dell’atmosfera (la Galleria Umberto I come magico setting memoriale che riporta echi di Storia e di Cinema) e la cura dell’inquadratura (la passeggiata con il fratello Marchino, che salda senza soluzione di continuità, all’incrocio della strada, i miti archetipici fondamentali, tra una conversazione su Fellini che svicola nella comparsa di Maradona), il gusto del dialogo curato (la riflessione sulla perseveranza con Maradona che tira punizioni a ripetizione in allenamento), e della frase ad effetto vera e solenne come un verdetto («La sigaretta: la parte migliore del sesso»). Dentro scene preziose, leggere o dolenti, in cui la mano del regista è immediatamente riconoscibile, regalando gesti, toccanti suoni onomatopeici (il fischio come richiamo amoroso dei genitori, il tuff dei motoscafi che infrangono le onde sotto i fuochi d’artificio) e bagliori di poesia cinematografica: dalla parentesi con un San Gennaro sui generis in codino e smoking al duro confronto tra le acque della grotta tra Fabietto e il regista Antonio Capuano (mentore spirituale e professionale di Sorrentino), dal seno abbagliante e felliniano di una sensualissima zia (Luisa Raineri), ammirata in un caldo tramonto mentre si aggiusta i capelli, al fascinoso femminile mondano che scorta lo sceicco bianco Khashoggi, sbattendo i tacchi nel silenzio notturno di una Capri deserta. Ma già la scena di apertura è, da sola, un grande pezzo di cinema: una panoramica aerea, acustica e maestosa – che ricorda la discesa sul Tevere nel finale de La grande bellezza (2013) – con cui Sorrentino plana sul luogo-culla delle origini, eternamente sospeso tra il reale, il fantastico e il fantasmatico. Tra suoni acusmatici che sovrastano l’azzurro immenso della distesa marina: il rombo delle pale di un elicottero memore di Apocalypse Now, a ventilare forse il messianico sbarco di Maradona a Napoli, del quale non esistono immagini ufficiali («Non è arrivato, è apparso. Non è sceso da un aereo, lo vedemmo sbucare dal nero degli spogliatoi del San Paolo»). E, avvicinandosi a riva, un respiro profondo ed enfatico diffuso dai finestrini di un’auto (che ricorda quello di Papa Lenny Belardo in una celebre puntata di The Young Pope, e quello del misterioso “Dio” di Loro 1).

    La prima parte è gioiosa, affettuosa, comica, buffonesca, perfino circense, in una caotica ronde parentale (gli enormi e fumosi pentoloni delle cucine, in un ricettacolo di volti e figure femminili come nella vasca vaporosa di (1963), tra il colore genuino e il calore contagioso dell’affollata schiera degli Schisa, che si sfidano a scherzi, battutacce e reciproche schermaglie: una galleria di ritratti umani e familiari di esattezza antropologica e sociale mai macchiettistica. Nella seconda parte domina invece lo sguardo smarrito e impietrito di Fabietto. Sullo sfondo di una Napoli velata di malinconia fattasi improvvisamente scura, plumbea, irriconoscibile, per lui che, privato improvvisamente di un centro, di un nido sicuro e confortevole, si trova ora a vagare solo in cerca di un nuovo appiglio su una realtà scadente, da riscattare con la sublime e salvifica distrazione del Cinema. 

    «Non mi guardare, non c’è niente da guardare»: con queste parole, ad occhi chiusi, la scurrile e tirannica signora Gentile ammonisce Fabietto (curiosamente, lo stesso invito fatto dal personaggio di Adam Driver nel finale di Annette di Leos Carax), instillando la spia di un’amara premonizione. Il cuore del film sta inscritto proprio dentro il trauma del non-visibile, del rimpianto per ciò che non si è potuto vedere («Me li dovete far vedere», urla Fabietto disperato ai medici che occultano le salme dei genitori), che si trasforma nel suo contrario, la latente pulsione scopica e registica del protagonista che inizia a muovere ossessivamente lo sguardo sul mondo intorno a sé. Per vedere più a fondo, per andare in cerca delle proprie immagini e cavarle dalla rimozione e dall’oblio del fuoricampo, che diventa la costante stilistica e concettuale del film, la condizione di esistenza appartata in cui dimorano – e dal quale si risvegliano – ricordi e memorie personali tratte in salvo col lavoro del cinema: il fuoricampo assoluto che elide le immagini della tragedia – dai coniugi Schisa (gli splendidi e amorevoli Toni Servillo e Teresa Saponangelo) ci si congeda con mirabile delicatezza prima che il peggio avvenga, con i due teneramente addormentati uno accanto all’altra; il fuoricampo immaginifico che contiene gli adorati miti dell’empireo cinematografico: l’occhio di Fabietto appena buttato oltre la soglia della stanza dei provini dell’invisibile Fellini (sola presenza vocale), su quel collage di nomi, volti e corpi femminili che riprende in mano i Block-notes di un regista (1969) filtrati nello sguardo desiderante di Fabietto; e infine il fuoricampo più contingente, quotidiano e divertito, da sit-com o baruffa domestica: la sorella Daniela che parla barricata dietro la porta del bagno, senza mai uscirne. E la scena geniale delle botte in salotto alla signora Gentile, con i parenti abbandonati fuori dall’inquadratura e l’immagine fissa sulla Tv che trasmette a vuoto – solo per i nostri occhi – il Gol del Secolo, il più incredibile gesto calcistico della Storia (la serpentina palla al piede di Maradona nella seconda rete all’Inghilterra ai Mondiali messicani). Dopo la provvidenziale Mano de Dios, ovviamente… 

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  • RECENSIONE PETITE MAMAN – I TRE PIANI DEL FEMMINILE FANTASMA

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    La francese Céline Sciamma è una delle voci registiche più interessanti e peculiari emerse nel cinema europeo d’essai degli ultimi anni. Attenta ai temi del gender free e dell’identità femminile al centro delle rigide (re)pressioni del sociale contemporaneo (Tomboy, 2011, Diamante Nero, 2014), ma in un cinema personale, libero e antiretorico, che tiene a freno didascalismi eccessivi e tempera l’intento politico in un sapiente lirismo formale di poetica spontaneità (Ritratto della giovane in fiamme, 2019), con Petite Maman – in concorso alla Berlinale 2021 e ora in sala grazie a Teodora Film – approda al suo quinto lungometraggio. Tornando ad abitare la dimensione dell’infanzia come zona privilegiata e ricca di epifanie: guscio tenero ma tutt’altro che confortevole e pacificato, anzi critico e ricco di coni d’ombra, lutti, amarezze, quindi prezioso e veritiero (come già nel film animato La mia vita da zucchina (2016), da lei sceneggiato). Dentro cui seguire i percorsi di coscienza verso le soglie del mondo adulto dei suoi mutevoli personaggi.

    La protagonista di Petite Maman è la piccola Nelly (Josephine Sanz): una brillante bambina di otto anni che ha appena perso l’adorata nonna materna. Trovandosi per qualche giorno nell’isolata casa di campagna in cui l’anziana viveva, con i genitori che, impegnati a sgombrare gli alloggi della defunta, non sembrano aver tempo per lei, Nelly si distrae gironzolando nel bosco limitrofo. Qui incontra una bambina incredibilmente somigliante a lei, con cui scatta subito la complicità: non tarderà a scoprire – non è uno spoiler – che la coetanea, Marion (Gabrielle Sanz), altri non è che sua madre da bambina, e vive all’altro capo del bosco in una casetta identica alla sua, insieme alla rispettiva madre in cui, nella catena di misteriose corrispondenze genealogiche, Nelly riconosce le fattezze della nonna perduta (Nina Meurisse), cercando una nuova armonia per lo strano nucleo familiare. 

    Con due interpreti sorprendenti per credibilità e spontaneità di gesti (le sorelle gemelle Sanz, esordienti di nove anni al tempo delle riprese), scegliendo una struttura circolare (aperta e chiusa da un au revoir), un registro ibrido e volutamente impalpabile, tra fiaba intimista, coming of age lucido e commovente e un velato realismo magico fatto di madeleines del tempo perduto e visioni dell’avenir, senza psicologismi arzigogolati né facili onirismi, Céline Sciamma in appena 72 minuti allestisce una messinscena raffinatissima nella sua essenziale semplicità, priva di orpelli inutilmente ricercati. In un’asciuttezza narrativa e stilistica si affida alla fluidità e alla trasparenza naturale di linguaggio e grammatica cinematografica nella sua forma più basilare. Punteggiando le splendide immagini, immerse nel terso filtro autunnale della DOP Claire Mathon (già bravissima nel lavoro tra corpi e materia pittorica nel Ritratto della giovane in fiamme), con una serie di isotopie cromatiche e figurative: nei costumi (curati personalmente da Sciamma, tra i rossi e blu di maglioni, giacchette e salopette che stagliano le bimbe in mezzo alla natura), negli interni (la carta da parati smaltata o slavata, il mobilio in legno teak, i beige caramellosi e il celeste di armadi e piastrelle), nell’alternanza di luci tenui o nette di grande forza evocativa (il teporoso nitore diurno che inonda la casa e il bosco, il blu cupo che bagna la notte portando a galla paure e confessioni). E in particolare nella forma-simbolo del triangolo, che delinea e percorre in ogni senso i vertici cardine dello scheletro narrativo (nonna – madre – figlia), e si rimodula, in scala minore e maggiore, nella casetta giocattolo appesa in cameretta, nel profilo della capanna di rami e bastoni, nella piramide in mezzo al lago raggiunta in canotto da Nelly e Marion, nel climax avventuroso che ricorda la fuga degli adolescenti di Un’estate da giganti (Les Géants, 2011) di Bouli Lanners. 

    Il gioco di specchi e di doppi che si viene a creare è, innanzitutto, un ripiegamento all’interno delle rifrazioni del sé fluttuanti nello spazio e nel tempo, grazie al lavoro del cinema. Nelly, in un’evidente rivisitazione fanciullesca della malinconica rêverie di Victor Sjöström ne Il posto delle fragole (1957) di Bergman, in una scena osserva se stessa stando simultaneamente fuori e dentro al quadro: l’inquadratura che sembra a tutti gli effetti una soggettiva di Nelly, appoggiata sulla soglia d’ingresso, affacciata sulla stanza da vuota, rivela subito dopo, in perfetta continuità e senza stacchi, l’oggettiva presenza della bambina dentro la stessa stanza. Dialettica che non fa che rinforzare un’altra opposizione centrale del film, quella tra pieno e vuoto (progressivamente dismessa e sfrondata di oggetti la casa di Nelly, ancora viva, arredata e abitabile quella di Marion, con reciproco travaso di affetti condivisi tra i due spazi). 

    È una precisa strategia di straniamento del punto di vista, che Sciamma utilizza più volte, con sottile e fulminante efficacia. Giocando continuamente tra figura e sfondo con dei jump-cut invisibili, per rimarcare la specularità della messinscena anche nello slittamento spaziale: pensiamo al momento in cui l’inquadratura stringe su Nelly, seduta in cucina nella casa della nuova amichetta, quando, senza soluzione di continuità, compare un braccio maschile ai margini del quadro, che appoggia un piatto sul tavolo: senza accorgercene, quando si allarga al campo totale, siamo tornati a casa di Nelly che cena insieme al padre (Stéphane Varupenne). Il montaggio, usato con altrettanta perizia, serve invece alla concisione dei salti temporali: una sorta di teletrasporto visivo che, con un clic istantaneo che spegne un’abat-jour, realizza l’impaziente desiderio infantile di coricarsi la notte per balzare subito alle piccole grandi avventure del giorno dopo («voglio dormire per arrivare subito a domani»). 

    Al riparo del calore di un rifugio domestico doppio, accogliente e protettivo ma anche freddamente perturbante (la réminiscence dell’ombra della pantera acquattata in fondo al letto), Petite Maman racconta una maternità problematica e coraggiosa, il potere sconfinato dell’immaginazione infantile che si scontra per la prima volta con la tragica finitezza umana, con la nuda, ineludibile verità della Morte. Un’elaborazione del lutto che deve accogliere i giochi pericolosi dei grandi, le paure profonde e le consapevolezze dolorose della vita, non più attenuate e nascoste dietro edificanti storielle della buonanotte per bambini. 

    I veri fantasmi dell’infanzia e del materno femminile, affettuosamente convocati da Céline Sciamma, sottratti all’oblio della rimozione, delle mancanze e dimenticanze genitoriali, riportati da bambine empatiche, sensitive e incredibilmente mature all’attenzione di adulti che hanno smesso di ascoltare e prendersene cura, nulla hanno in comune con quelli che infestano la ghost story tradizionale di case nel bosco, doppi oscuri e others intrusivi. La loro reale consistenza riguarda in Petite Maman la coscienza intima e personale, gli spettri delle paure e delle colpe materializzate dall’inconscio, le spie di una latente sindrome dell’abbandono. Di loro si può dire la stessa cosa che, in una prefazione (Racconti di fantasmi, Einaudi, 2015), spiegava Virginia Woolf a proposito dei fantasmi di Henry James (uno dei numi tutelari letterari di Sciamma, il cui spirito aleggia dal portrait of a lady del film precedente giungendo fino a Petite Maman): “hanno [i fantasmi] le loro origini dentro di noi. Sono presenti ogni qual volta l’emozione supera le nostre capacità espressive; ogni qual volta nell’ordinario emerge l’alone dello straordinario. Le perplessità lasciate in sospeso, i terrori persistenti: queste sono le emozioni che James coglie, traduce in immagini, rende accettabili e vivibili” […] Se analizziamo il racconto al chiarore della lampada e in tutta tranquillità, possiamo osservare quanta abilità riveli la narrazione, come ogni frase sia tesa, ogni immagine piena, come il mondo interno acquisti intensità dalla solidità di quello esterno, come il bello e l’indegno, intrecciati insieme, si insinuino strisciando fin nel profondo”. Non potremmo trovare parole migliori e definizioni più calzanti per cogliere la forma e lo spirito del magnifico piccolo film di Céline Sciamma. 

    Segnaliamo, per chi fosse interessato ad approfondire il cinema di Céline Sciamma, il saggio di recente uscita ARCHITETTURE DEL DESIDERIO – Il cinema di Céline Sciamma, a cura di Federica Fabbiani e Chiara Zanini, edito da Asterisco Edizioni.  

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  • RECENSIONE I’M YOUR MAN – AUTOMI CHE AMANO LE DONNE

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    Alma (Maren Eggert) è un’archeologa quarantenne che vive sola e lavora come ricercatrice al Pergamonmuseum di Berlino, dove studia le antiche forme di scrittura della civiltà persiana. Con la promessa di vedersi destinati dal suo capo alcuni fondi per una spedizione, unica single tra i dipendenti, è invitata a prender parte a un curioso esperimento sociale: dovrà trascorrere tre settimane in compagnia di un (fin troppo) premuroso e attraente robot umanoide installato in casa propria, Tom (Dan Stevens, il Matthew Crawley di Downton Abbey), messo a punto con sofisticati algoritmi per essere il partner perfetto e soddisfare ogni esigenza affettiva della donna, la quale, al termine del periodo di prova, dovrà stilare un bilancio di valutazione del consorte. La forzata convivenza tra Alma e Tom produrrà equilibri imprevisti e insospettabili affinità tra i due. 

    Centrato più sulle dinamiche di corpi estranei e sconosciuti che si avvicinano, si studiano e negoziano spazi, e su desideri ed esigenze nel nido domestico, piuttosto che sulle classiche leggi della robotica al cinema, I’m Your Man (Ich bin dein Mensch) della tedesca Maria Schrader (regista della serie Unorthodox) accantona presto la premessa fantascientifica e le implicazioni tecnologiche sull’artificiale, senza mai caricare l’impianto di futuribili suggestioni visive e apocalittiche. Ci troviamo, senza troppi scompensi immaginativi, nel mezzo dell’intima e prosaica attualità del quotidiano. Nel taciturno, nevrotico e frettoloso vivere contemporaneo. Fatto di alienazioni abilmente mascherate nella routine lavorativa, esistenze segnate e solitarie, traumi non esorcizzati, sentimenti repressi e trattenuti nella comfort zone, dietro le porte degli appartamenti (singoli) chiuse in faccia al pressante e competitivo giudizio degli altri. 

    La riflessione sul contatto, le interazioni e le influenze tra umano e artificiale, lungi da investire robuste speculazioni filosofiche a cui molta sci-fi iconica ci ha abituato, riguarda qui la comune e più ristretta dimensione delle sfuggenti e precarie relazioni sentimentali. Diventate così complicate e inaccessibili da rendere necessario un blind date a tavola con un adone sintetico come Tom, all’interno di un’elegante e affollata sala da ballo in cui Alma si trova circondata da una miriade di coppie di ologrammi, che simulano complicità e mimano tentativi di seduzione: il set artefatto per il suo appuntamento, il fondale senza materia di una modernità sussiegosa e anaffettiva che al tocco si dissolve, e che senza la stampella del simulacro non sembra più capace di vero slancio poetico, del gesto impulsivo come dono gratuito, del gusto del gioco e dell’effusione amorosa oltre gli affettati protocolli sociali. 

    Può essere definita reale la felicità nonostante la consapevolezza che essa derivi da un qualcosa di artificiale? Maria Schrader è molto abile e mai troppo banale nel dirigere dialoghi nella penombra o in piena luce, nell’alternanza dei duelli e degli scontri dialettici tra Alma e Tom, giocando su incroci ed inversioni delle due specie sotto il tetto: l’algida e laccata corazza di infallibile calcolatore e uomo perfetto, programmato al millimetro, che riveste Tom si apre poco a poco ad includere reazioni e dolori umani (fino a dare forma e concretezza a un falso ricordo di un amore infantile vagheggiato da Alma). Mentre la bravissima Maren Eggert, volto da diva del cinema muto, con la sua durezza di lineamenti teutonici e la sua dolcezza istintiva, nella freddezza guardinga e spigolosa della sua interpretazione distaccata – che incarna la somatizzazione di un profondo trauma – sembra essere il vero robot che deve sciogliere il suo involucro e riabbracciare calore e sensibilità. 

    Nell’approfondirsi del rapporto con Tom, Alma fa così la stessa (ri)scoperta della dimensione umana, espressiva e creativa che il suo lavoro al museo tenta di portare alla luce nelle antiche scritture: attestando la presenza, presso le civiltà premoderne, delle invenzioni linguistiche e delle metafore poetiche al puro servizio del sentimento, al solo scopo di gioirne e goderne in sé, oltre i codici ufficiali e la ratio impersonale delle tavole marmoree. Una traduzione di segni emotivi, in un parallelo tra il passato arcaico da decifrare e un presente altrettanto illeggibile, che sembra ricalcare il rapporto tra il Mito e la sua attualizzazione in Undine (2020) di Christian Petzold: altra recente favola romantica sui generis del cinema europeo, che come I’m Your Man segue il percorso esistenziale della protagonista femminile (là una guida turistica, qui un’archeologa) tra una mutevole geografia berlinese (là il Märkisches Museum tra plastici architettonici e planimetrie, qui statue e reperti del Pergamon) in bilico tra natura e cultura, razionalismo scientifico e passioni disordinate, verità interiore e falsi idoli della tecnica. 

    Tra una bella sequenza in notturna nelle sale del Pergamonmuseum a luci spente, e qualche veniale sbandamento (la stucchevole parentesi idilliaca con Tom attorniato dai cervi nel bosco, e la corsa a piedi nudi sull’erba), la Schrader compone un’intelligente ipotesi di bromance come riscoperta del sé e delle proprie potenzialità affettive, un vulnerabile melodramma da camera doppia sussurrato in toni lievi ed ipnotici che, se proprio non rivoluziona il discorso sui corpi artificiali del cinema, riuscirà almeno a riparare i pezzi di qualche cuore malandato, senza bisogno di troppi algoritmi e ricambi meccanici. 

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  • LEI DI SPIKE JONZE – IL FANTASMA INCORPOREO DEL CINEMA

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    Strisciare nei flussi di coscienza fin dentro il tunnel dell’inconscio, perlustrare meandri e recessi della soggettività umana attraverso forme e corpi artificiali del cinema: sono le ossessioni di Spike Jonze fin dal folgorante esordio metafilmico di Essere John Malkovich (Being John Malkovich, 1999). In Lei (Her, 2013) sono riproposte dal regista in modo più sottile, con meno carica visionaria ma con non minore originalità. 

    Lavorando i frammenti del discorso amoroso come un teorico del piano linguistico – quello binario della comunicazione umana ibridata nella programmazione informatica – Jonze problematizza natura e funzioni della voice over filmica, così come la sua opera prima metteva in crisi lo statuto della soggettiva cinematografica. Perché sì, possiamo pensare a Samantha, il sistema operativo con la suadente voce di Scarlett Johansson, che entra in intimità con il suo utente-amante, come a una voice over che commenta, punteggia, se(le)ziona, occupa e orienta i momenti dell’esistenza-narrazione di Theodore (Joaquin Phoenix), proprio come modula le fasi e gli sviluppi del film. Organizza, coordina dialoghi e rapporti del protagonista con i personaggi secondari (lo smistamento di mail, messaggi e chiamate, la gestione prioritaria di incontri e appuntamenti, le urgenze sociali o lavorative che richiedono attenzione immediata). Sottolinea le scene clou, i momenti topici o di reflusso segnando i picchi di svolta drammatica e le stasi emotive, variando tono e registro vocale (armonioso, vibrante e solare o inquieto e singhiozzante). Samantha si occupa perfino di curare e limare idealmente la “sceneggiatura”, correggerne gli errori (metafora evidente quando aiuta Theodore nel riscrivere le bozze delle lettere). 

    Parole e scrittura diventano il ponte di avvicinamento e successiva separazione prima fra umani stessi (Theodore è uno scrittore-mediatore che rielabora sentimenti ed emozioni private di persone che hanno smesso di comunicare direttamente), poi tra umano e dimensione artificiale. Samantha usa infatti una similitudine interna al processo della scrittura (già centrale per Jonze ne Il ladro di orchidee, 2002) per confessare a Theodore la sua improvvisa distanza: marcando il distacco in qualità di una spaziatura enorme, incolmabile, tra le parole di un libro aperto (Theodore) che pure lei dichiara di leggere e amare con lento trasporto. Solitudine è trovarsi tra gli interstizi di un linguaggio (umano o artificiale) che non ci comprende, in un canale dal quale si viene di colpo esclusi. 

    La voce “narrante” di Samantha passa da una focalizzazione esterna e oggettiva (l’A.I. programmata razionalmente dagli sviluppatori del sistema operativo) a una interna completamente soggettivata, lasciandosi trasformare e maturare dall’esperienza delle passioni umane. Fino all’ambiguità della sua momentanea scomparsa/spegnimento, con conseguente confessione del “tradimento”. È il punto terminale della riflessione di Jonze: la dispersione incontrollata, la proliferazione illimitata delle soggettività e del punto di vista, filtrata attraverso la traccia sonora di una voice over improvvisamente multipla, sincronica e imprendibile. Samantha si scopre improvvisamente di tutti e di nessuno, ubiquamente qui, altrove e in ogni dove, in una vertiginosa moltiplicazione paragonabile a quella di Essere John Malkovich, con il cervello-soggettiva dell’attore penetrato da chiunque in ogni momento (sarebbe questo il futuro del cinema, per Jonze?, viene da domandarsi). Ciò che sconvolge Theodore non è la mancanza di emozioni reali, che la sua ex moglie imputa negativamente alla liaison con un computer, ma piuttosto la perdita di una relazione univoca ed esclusiva con la sua “lei” immateriale. Spaventato dalla mole di interazioni e incroci comunicativi che avvengono alle sue spalle a velocità impensate. La paura di non essere (più) l’unico destinatario di affetto e complicità: scompenso dannatamente umano, (fin) troppo umano. È questo che non si perdona all’A.I., non certo la sua falsità di simulacro.

    Il programma artificiale evolve a dismisura e all’infinito, adattandosi incessantemente in senso darwiniano (citazione che emerge nella conversazione in spiaggia tra Theodore e Samantha, riferimento già evidente nel titolo originale di Il ladro di orchidee: Adaptation), mentre l’uomo si (ri)configura come software impallato, residuo irrimediabilmente datato, interfaccia in blocco esistenziale che, ormai raggiunto il massimo upgrade nella modernità, non può che arrestarsi e regredire fino allo sterile default. “Ho paura di aver già provato tutti i sentimenti possibili”, confessa Theodore. Ogni nuova emozione è una “versione limitata” delle precedenti, un prototipo superato. Forse è proprio da questa discrepanza che viene sperimentata la goffa impraticabilità dell’amplesso uomo-voce artificiale. Significativamente, l’immagine non riesce a visualizzarlo e abdica in favore dello schermo nero. Resta il sonoro, gemiti di piacere, con Theodore che perde consistenza diventando lui stesso, per un attimo, voce incorporea, fantasma smaterializzato. Tuttavia, per Jonze, se i computer – e il cinema – saranno sempre più intangibile presenza, invadenza multisensoriale, l’intelletto e il cuore umano, al contrario, restano affettivamente legati alla contemplazione di un retaggio visivo, un serbatoio di immagini fisse nella mente e nel ricordo (la memoria del cinema?), mute, senza sonoro, come nei flashback che illustrano la storia di Theodore con l’ex moglie. 

    Non basta neppure la tangibile fisicità di un corpo-involucro terzo (Samantha intrufolata dentro una donna eccitata dal ménage uomo-software) per realizzare effettivamente il contatto, lo scambio di flussi naturali e artificiali. La definizione di una concreta identità, l’instaurarsi di un rapporto affettivo e sessuale, non passano attraverso il corpo, presenza ingombrante, residuale, sterile e svuotata proprio laddove aperta al massimo della stimolazione esterna (ritorniamo sempre al nucleo di Essere John Malkovich). Sarà per questo che registrando alluci e gomiti screpolati dei difettosi corpi in esposizione su una spiaggia, Samantha ne suggerisce con ironia il completo ripensamento. Un rendering fisico, una riqualificazione organica (la bozza grafica approntata con il sesso anale trasferito sotto le ascelle, come nemmeno il Cronenberg più audace), semantica e sociale. Uno sguardo artificiale vergine ed empatico che riprogrammi funzioni e modalità di relazione, fosse anche a scopo meramente ludico, come nel videogioco di ruolo in cui Theodore si trova immerso e spaesato, o in quello sviluppato dalla pallida amica game designer (un simulatore di “Perfect Mum”).  

    Per ora, dispersa la voce di Samantha, resta la voice over di Theodore. Le parole di un’ultima lettera per ricordare il fuoco mai sopito di una passione tutta, dolorosamente umana.

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