Tra i film italiani più chiacchierati di questo periodo troviamo l’ultimo Nanni Moretti con Succederà questa notte, l’emergente in consolidamento Paolo Strippoli con L’estranea (di cui abbiamo parlato qui!) e, tra i due, Je so’ pazzo, opera seconda di Nicola Prosatore. Come è facilmente deducibile dal titolo, la pellicola racconta l’ascesa di Pino Daniele, tra i più grandi esponenti della musica napoletana ed italiana, scomparso nel 2015 all’età di 59 anni.
Liberamente ispirato dalla biografia scritta dal figlio di Pino, Alessandro Daniele, il film è stato presentato in anteprima alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma ed è salito alla ribalta anche per la presenza, proprio nel ruolo dello stesso Pino Daniele, di Massimiliano Caiazzo, divenuto famoso tra le giovani generazioni per la fiction RAI “Mare Fuori”.
Un prodotto autentico
Je so’ pazzo ha la classica struttura del biopic sui grandi cantanti che un po’ di anni a questa parte bazzicano nelle sale cinematografiche con incassi anche buoni e/o grandi. Da questi punto di vista quindi, il gioco sembra fatto: infanzia difficile, il talento che sboccia, arriva il successo, poi il momento “villain”, con il nostro beniamino inebriato dalla fama che comincia a prendere scelte sbagliate e a diventare non proprio la persona più simpatica del mondo ed infine il pentimento ed il gran finale in allegria. Un qualcosa insomma di visto e rivisto, dal sentore didascalico.
Accanto a questi momenti con i cliché tipici del genere, la pellicola presenta però anche due grandi meriti. Il primo è la capacità di saperli mettere in scena, perché la regia di Prosatore non è quella di un regista chiamato a fare il “funzionario”, cioè a portare il film, ovviamente concepito come prodotto pre confezionato dal solo fine economico, in sala e nulla più. Succede in parte il contrario: Prosatore usa i suoi strumenti per mettere a punto un film dagli intenti anche commerciali ma con un taglio autentico, evidenziato da scelte che presentano motivazioni recondite ben precise.
Veniamo quindi al secondo motivo, legato indissolubilmente al precedente. L’autenticità di Je so’ pazzo risiede nella volontà di raccontare, pur con tutti i limiti, Pino Daniele. Non è un film patinato e lustrato, bensì vero e anche sporco, se c’è modo. In questo senso, è significativa la prima parte, dove si racconta del Pino giovane, del Pino che vive nel basso del Quartiere Porto, sbarbato e con la canottiera sudicia mentre divora, in primo piano, un piatto di verdure in una zona di Napoli trasudante fatica e povertà. Raccontare Pino Daniele si traduce poi nel presentare non solo le sue luci ed ombre, tipico della struttura spesso didascalica di questo genere di pellicole, ma anche la sua interiorità. Je so’ pazzo, può apparire assurdo, è anche infatti un film sull’abbandono, sul trauma che questo genera e di come possa influenzare le scelte delle persone anche in età avanzata. Insulti, pugni, calci. Nulla potrà mai essere paragonabile con la sensazione di vuoto figlia dell’idea che, in fondo, tutto e tutti siano sempre pronti a fare le valigie a sloggiare. Nulla potrà mai essere paragonabile a quella malinconia che nasce dal bisogno di sentire finalmente appagato quel senso di appartenenza. Pino Daniele, suggerisce il film di Prosatore alla fine forse è riuscito a trovarlo. Lo ha scovato nella sua città, la “Napule” di cui ha cantato pregi e difetti e che lo ha adottato come suo eterno figlio. Da sottolineare è anche l’uso egregio dei materiali d’epoca, al servizio del racconto soprattutto nel rappresentare un particolare momento di vervè creativo del giovane Pino.
Sulla recitazione
Come ogni biopic di cantante che si rispetti, l’attenzione prima di tutto è rivolta all’attore protagonista, in tal caso Massimiliano Caiazzo. Sulla sua performance, c’è stata una spaccatura: chi ha parlato di prova notevole, chi invece di un’eccessiva carica nelle sue espressioni da renderlo quasi macchiettistico. In particolare, sui social è rimbalzata la clip del film dove Caiazzo/Daniele registra la canzone “Je so’ pazzo”, da molti presa di mira con ironici parallelismi tra il protagonista del film ed il Joker di Heath Ledger. Il motivo? Le facce che Caiazzo assume nella scena.
Opinione di chi scrive è che l’interpretazione dell’attore classe 1996 sia stata capace, spalleggiata sicuramente da un buon comparto tecnico, nel ricreare le fattezze fisiche di Pino Daniele. Non sono mancati ovviamente dei bassi e sicuramente la scena sopra descritta rappresenta uno di questi. Chi invece merita di essere citata come prova migliore è quella di Giovanni Ludeno, cioè Gennaro Daniele, padre di Pino. Ludeno riesce perfettamente a portare in scena che, di fatto, rappresenta quasi l’essenza del film: la figura paterna assente, violenta ed “antagonista” è spesso un topos del genere, ma qui riesce ad essere vera e non una semplice maschera, tanto che proprio nel rapporto tra lui e Pino si nasconde la vera chiave di Je so’ pazzo e che lo rende meritevole di una visione.
Venerdì 23 ottobre 2026 il Nuovo Cinema Nosadella di Bologna ospiterà Sguardi Brevi 2 – Short Movie Contest, la seconda edizione del progetto dedicato al cortometraggio indipendente e alla valorizzazione di autori e professionisti emergenti. Promosso dall’Associazione Culturale Blue Soap, il contest conta sul patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna, Città metropolitana di Bologna e Università di Bologna – Dipartimento delle Arti.
La serata prevederà la proiezione del vincitore di Sguardi Brevissimi, la categoria dedicata ai micro short realizzati con smartphone, e dei cinque cortometraggi selezionati per il contest. Al termine delle proiezioni, i registi incontreranno il pubblico per presentare i propri lavori, raccontare i processi creativi e condividere esperienze e percorsi di produzione. La serata si concluderà infine con la votazione del pubblico, la proclamazione dei vincitori e la consegna dei riconoscimenti.
Premi che diventano opportunità professionali
Uno degli elementi distintivi di Sguardi Brevi 2 è la scelta di trasformare i premi in opportunità concrete di formazione, crescita e sviluppo professionale per gli autori e i professionisti coinvolti. Il programma dei riconoscimenti abbraccia diverse categorie della produzione cinematografica e nasce dalla collaborazione con realtà del settore audiovisivo e culturale.
In totale sono previsti dieci premi assegnati dagli sponsor, che consisteranno in buoni acquisto o noleggio, servizi di tutoring e ulteriori occasioni per far conoscere il proprio lavoro all’interno di altri contesti collegati. I principali partner tecnici sono ADCOM, Sayonara Film, Undervila Productions, Accademia del Cinema Renoir, La Truccheria e GB Pro Make Up Academy, il festival Visioni Italiane, mentre il Main Sponsor della manifestazione è la Fondazione Giorgio Morandi. I premi saranno accompagnati da un trofeo commemorativo, mentre a tutti i registi dei cortometraggi in gara sarà inoltre consegnata un’opera floreale realizzata appositamente da Garden Club Bologna – Camilla Malvasia.
Una rete di partner tecnici, culturali e istituzionali
Tra le realtà che sostengono l’iniziativa figurano inoltre APE Bologna – Associazione Proprietà Edilizia, che contribuisce a rafforzare il rapporto tra la manifestazione e il territorio, Vanilla Foto e Video, che curerà il reportage fotografico dell’evento, e Aqualy, che offrirà un brick d’acqua a ogni spettatore, contribuendo all’accoglienza del pubblico.
La seconda edizione di Sguardi Brevi è dunque resa possibile dalla collaborazione di una rete di realtà che contribuiscono al progetto attraverso competenze, servizi e opportunità, affiancando l’organizzazione nella costruzione di un contest pensato per sostenere concretamente il cinema indipendente. Il sostegno istituzionale e la collaborazione tra realtà audiovisive, culturali, artistiche e associative confermano la volontà di consolidare a Bologna uno spazio dedicato al cinema indipendente e ai nuovi talenti, favorendo il dialogo tra autori, professionisti e pubblico.
Sguardi Brevi 2 – Short Movie Contest si terrà venerdì23 ottobre 2026 a Bologna presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via Lodovico Berti 2/7) promosso dall’Associazione Culturale Blue Soap.
Abbiamo incontrato Riccardo Chiarinie Jean Carlos Gonzalez, ideatori e direttori del 35mm Film Festival, un nuovo punto di riferimento per il cinema indipendente a Milano. Nel weekend del 3-4 ottobresi terrà la 3° edizione del 35mm Film Festivalpresso il Wanted Clan, cinema e spazio culturale in Via Tertulliano 68. Nel corso delle due giornate verranno proiettati i cortometraggi della selezione ufficialepiù qualche sorpresa, e si avrà la possibilità di interagire con gli autori, italiani e internazionali, ospiti del festival per raccontare la propria visione sul cinema. Lasciamo la parola a Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez.*
* L’intervista si è svolta a due con risposte condivise, con segnalazione quando i due intervistati hanno fornito risposte diverse alla stessa domanda: RC = Riccardo Chiarini; JCG: Jean Carlos Gonzalez.
Com’è nato il 35mm Film Festival?
Noi siamo due giovani autori e proviamo a fare cinema anche “dall’altra parte della barricata”, cioè scriviamo e giriamo le nostre cose. Una sera ci siamo trovati a fare due chiacchiere sulle nostre partecipazioni ai festival: cosa ci era piaciuto di più, cosa ci era piaciuto di meno, e ci siamo accorti che a Milano non c’erano tantissimi festival di cortometraggi o, più in generale, di cinema indipendente. Poi la situazione è cambiata nel tempo, ma allora ci siamo detti: perché non proviamo a organizzare un festival come piacerebbe a noi? L’idea era quindi quella di costruirlo intorno ai film e agli autori, facendone un’occasione sia per il pubblico di scoprire i cortometraggi, sia per gli autori di vivere due giorni come a noi piacerebbe viverli in un festival.
Come funziona il vostro festival?
Siamo al terzo anno, quindi la formula è ormai consolidata, con due giornate di festival: il sabato è dedicato esclusivamente alle proiezioni, mentre la domenica si parla con i registi di quello che abbiamo visto. La selezione è internazionale e prevede 16 cortometraggi di altrettanti autori, senza distinzione di genere, sia fiction che documentario. L’obiettivo è valorizzare il film e, in qualche modo, coccolare l’autore, facendo in modo che possa trovare una sala piena con cui interagire e a cui raccontare il proprio film. Dall’anno scorso abbiamo introdotto anche una cena tutti insieme, con i registi, la giuria e il team, che è un ulteriore momento di confronto: dopo la cena, parte della giuria e della selezione è rimasta al ristorante fino a tardi a confrontarsi sui propri lavori e film. Volevamo proprio creare una situazione in cui autori e film fossero protagonisti, mentre tutto il resto — l’industria, l’organizzazione e noi stessi — rimanesse in secondo piano, e ci sembra che funzioni.
Come sono andate le due edizioni precedenti?
La prima edizione si è svolta tra Cinemino e Area Zelig. Non avendo nessuno storico né come festival né come organizzatori di eventi, abbiamo dovuto fare molta attività per coinvolgere sia gli autori che il pubblico. E poi è stata una bellissima partenza, con un buon riscontro e una selezione che ci ha gratificato molto. La seconda edizione l’abbiamo spostata al cinema Wanted Clan, sala cinematografica ricavata da un teatro, ed è andata molto bene: è stato più semplice arrivare alle distribuzioni e ai cortometraggi e siamo rimasti molto soddisfatti del livello della selezione.
Come avete impostato la terza edizione?
Abbiamo cercato di mantenere la stessa anima: una prima giornata concentrata sulle proiezioni e la seconda dedicata a panel e conversazioni coi registi. Quest’anno abbiamo anche ripreso la collaborazione con un altro festival, il Moscerine Film Festival, dedicato a registi Under 12. Noi premiamo un cortometraggio al loro festival che poi viene proiettato da noi, e loro ne premiano uno della nostra selezione. In più abbiamo introdotto un piccolo contest di “corti cortissimi” di 35 secondi, per stimolare la creatività anche in storie molto brevi, che vengono proiettati la domenica.
Chi c’è nella giuria di quest’anno?
Cerchiamo di comporre una giuria molto ristretta e con profili medio-alti, con il fuoco sulle storie, sulla recitazione e, più in generale, sulla parte artistica. Ci orientiamo perciò verso sceneggiatori, attori e registi, insomma figure capaci di tenere insieme questi mondi. Quest’anno abbiamo il regista Carlo Sironi (Sole, Quell’estate con Irène), la sceneggiatrice Paola Mammini (Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti) e l’attrice Francesca Colucci (Romulus, Mrs. Playmen).
Com’è avvenuta la selezione dei corti?
L’iscrizione al festival avviene attraverso FilmFreeway, una delle piattaforme più utilizzate sia dalle distribuzioni che dai registi che decidono di distribuire autonomamente il proprio cortometraggio. Apriamo le iscrizioni per un periodo di circa 6-7 mesi. Alla chiusura, noi due guardiamo tutti i corti proposti: ognuno li vede tutti da sé ed esprime il proprio parere. Su circa 200-250 lavori che arrivano da tutto il mondo, di solito ne troviamo almeno 30-40 di livello tale da poter entrare nella selezione. Nella maggior parte dei casi siamo d’accordo, ed è una cosa bella e non scontata. Da lì arriviamo ai 16 selezionati e a un numero variabile di lavori ai quali assegniamo una menzione prima del festival.
E secondo quali criteri componente la selezione definitiva?
Pur valorizzando la tenuta della storia e la qualità formale, lo standard tecnico non è per noi un requisito obbligatorio: se il cuore e la forza del racconto superano i limiti tecnici, siamo aperti a dare spazio al lavoro. Una volta terminata la selezione, consegniamo i lavori alla giuria, che ha circa un mese per visionarli e comunicarci il loro verdetto che comunicheremo alla fine della seconda giornata.
Quali premi vengono assegnati?
Ci sono i premi della giuria e il premio del pubblico. Quello del pubblico viene deciso attraverso un sistema di votazione molto semplice: ogni spettatore assegna un voto da 1 a 5 a tutti i corti, e calcolando una media ponderata viene rilevato il film preferito della selezione. La giuria invece assegna otto premi: miglior corto di finzione, miglior documentario, regia, sceneggiatura, interprete, fotografia, montaggio e suono. Però riteniamo che il vero premio, la vera vittoria, è essere nella selezione ufficiale. Essere selezionati dà accesso a tutto quello che il festival offre, e i premi hanno uno spazio relativamente ridotto nell’economia delle due giornate. Sono soprattutto un gioco finale, e un’occasione per mettere in piedi una sorta di piccolo spettacolo.
Da un punto di vista artistico, cosa significa per voi il cortometraggio?
JCG: Un cortometraggio rappresenta sicuramente uno strumento narrativo molto più a portata di mano del lungometraggio: si può realizzare in modo più semplice, perché dura poco e richiede un’idea breve. Quindi, per chi si mette in gioco e vuole fare questo mestiere, il corto è molto utile per far conoscere se stessi e il proprio stile, ciò che si vuole raccontare e il proprio modo di farlo.
RC: Il cortometraggio è prima di tutto una forma espressiva. Ciò che rende un corto riuscito è quando non si tratta dell’imitazione di un film, di un “film in piccolo” o di un semplice biglietto da visita. Diventa interessante quando sono proprio il formato, la durata e lo strumento narrativo giusto per raccontare quella storia. Quando riesce a raccontare una storia, evocare dei temi o fare anche solo un piccolo affresco che non sarebbe stato altrettanto potente con un altro strumento narrativo, allora il cortometraggio assume una sua valenza assoluta.
Ci sono tendenze narrative o formali che tornano spesso?
JCG: Spesso le persone raccontano qualcosa che hanno bisogno di esprimere. Vediamo molti temi personali e nel fare la selezione ci piace proprio questo: dare la possibilità di essere visti. Gran parte dei cortometraggi racconta temi molto drammatici, ma in mille forme diverse: magari un po’ più horror, o più thriller, o più comico. Per quello che vedo, con il cortometraggio si ha anche meno paura di sbagliare, e ci si mette maggiormente in gioco.
RC: Dal punto di vista dei temi, sicuramente la tecnologia pervadente e l’AI sono molto presenti. Forse anche l’amore, nelle sue forme più esplorative, è un tema che ritorna: coppie aperte, gestione del tradimento, delle relazioni. C’è anche tanta voglia di dire qualcosa da un punto di vista sociale: ci arrivano tanti film dal Medio Oriente e dall’India, in cui si parla di società e di diritti, di omosessualità e della difficoltà di esprimersi liberamente. Nei lavori italiani notiamo tantissima frammentazione, sia nel gusto di fare le cose sia nei temi trattati. E forse è proprio questa la cosa interessante: non c’è un unico tema dominante, direi che il tema principale è proprio la frammentazione.
Che cosa significa fare un festival a Milano?
JCG: A Milano adesso di festival ce ne sono tanti, grazie al cielo. Quindi vuol dire più opportunità per i registi emergenti e per chi vuole fare questo mestiere di farsi vedere. Questa, secondo me, è una cosa positiva. La difficoltà, appunto, è che, dato che ci sono molti festival, anche la domanda delle persone per partecipare è tanta e, di conseguenza, i festival devono fare una selezione. Ma anche questo fa parte del gioco. Col fatto che ce ne sono diversi, si ha la possibilità di provare ancora di più: provi di qua, provi di là e, in qualche modo, alla fine ce la fai.
RC: Questa domanda ci dà l’occasione di parlare di FAM, una novità della terza edizione: è un’associazione di 5 festival di cortometraggi di Milano e dell’hinterland: il nostro 35mm Film Festival, Vertigo Film Festival, Short Out Film Festival, Milano Short Film Fest, e Corto Circuito Film Festival. Ci siamo riuniti perché Milano è un terreno molto fertile, ma anche dispersivo. Essendo una metropoli internazionale, ci si trova a competere con eventi giganteschi: questo rende più difficile il dialogo con le istituzioni e l’accesso ai fondi, perciò abbiamo pensato di metterci insieme per fare fronte comune. In questo senso è un po’ come le sardine: se il nostro competitor è grosso come le Olimpiadi, ci serve un banco molto più ampio.
Si può definire Milano una città di cinema?
Noi abbiamo scelto di rimanere a Milano anche per la nostra attività di autori e registi perché crediamo molto nel potenziale della città. Milano potrebbe avere un ruolo importante per quanto riguarda il cinema d’industria, anche mettendo in relazione tutte le filiere con il piccolo cinema indipendente. Ci sono le competenze, grazie soprattutto a pubblicità e moda; ci sono le risorse, e c’è una certa mentalità da parte dei privati e delle aziende nell’investire nell’arte e nella cultura. Allo stesso tempo, pensiamo che Milano fatichi a diventare una vera città di cinema. Ha un bacino molto ampio, un pubblico curioso, ma offre anche una quantità infinita di eventi. D’altra parte, tra queste edizioni e gli altri eventi che abbiamo organizzato, il pubblico ha sempre risposto positivamente. Il fatto di avere un bacino così ampio e un pubblico interessato alla cultura ci permette comunque di portare a casa eventi di questo tipo. Siamo innamorati di Milano. Abbiamo più volte pensato di andare a Roma, ma alla fine ci piace stare qui.
La 3° edizione del 35mm Film Festival si terrà nel weekend del 3-4 ottobre presso il Wanted Clan, in Via Tertulliano 68 a Milano. Per maggiori informazioni 35mm Film Festival.
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Giorno 5
The Lady Eve, di Preston Sturgess – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri
Henry Fonda è un impacciato studioso di serpenti pieno di soldi e che a volte è meno scemo di quello che sembra (ma molto spesso lo è ancora di più), Barbara Stanwyck invece è furba quanto sembra, ma forse meno spregiudicata. Nasce cone truffa, diventa amore, torna truffa e forse finisce in amore
The Lady Eve è una screwball comedy sentimentale, adorabile, amarissima nella sua dolcezza. Stanwyck che qui appare al naturale, senza parrucche bionde di sorta e può finalmente essere quella donna che prende e ribalta la situazione mille volte per i motivi più assurdi nel giro di pochissimi minuti. Ha una concezione tutta sua di affetto e rispetto, li dimostra fingendosi chi non è, e fortunata lei a trovare uno sufficientemente fesso per queste situazioni.
No time for love, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen
Mitchell Leisen è sicuramente uno dei cineasti meno celebrati nella storia di Hollywood, e a lui è dedicata la classica retrospettiva su un regista di mestiere all’interno del festival. In questo film vediamo una stramba storia d’amore a sfondo quasi sindacale tra una giornalista (Claudette Colbert) e un minatore (Fred MacMurray). Lui, solitamente in giacca e cravatta lo troviamo qui in canotta e casco da miniera, consapevole dei propri limiti ma non per questo meno orgoglioso. La sottotrama quasi socialista non morde più di troppo. Probabilmente non l’episodio più interessante delle loro carriere.
Curses of the Witch (Noidan Kirot), di Teuvo Puro – I Cineconcerti
La scoperta dell’anno è sicuramente questo film, l’origine dell’horror nordico ambientato tra le steppe gelide della Finlandia. Orrore, grottesco, folklore, xenofobia e superstizione si fondono in questa piccola perla che suona lucidissima a distanza di cento anni, mostrandoci come anche nell’angolo più sperduto del mondo la prevaricazione e la diffidenza possano trasformarsi nel peggiore dei mali.
E la proiezione, accompagnata dal vivo dai Cleaning Women, è semplicemente spettacolare.
Giorno 6
House of Usher, di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati
Altro film di Corman tratto da Poe, che sceglie di mostrare ancora di più il lato artigianale (e il fondo cassa vuoto) ma che proprio per questo risulta molto più affascinante e memorabile. Facciamoci andare bene quello stile recitativo molto ampolloso e quelle piccole aggiunte di trama che servono giusto a sgrassare gli ingranaggi, e divertiamoci, stavolta senza risate di troppo.
Young Man with ideas, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen
Glenn Ford è di nuovo un middle man alle prese con una situazione più grande di lui. Un giovane avvocato Una moglie che lo ama ma che non è in grado di supportarlo nella maniera più fruttuosa, un lavoro che prima lo sfrutta, poi lo umilia, un trasferimento in California per tentare la scalata, una collega affascinata e affascinante, una paradossale deriva criminale. Il film ha troppa poca verve per poter essere la storia di un uomo piccolo che ribalta i torti e troppo posato per sfruttare il grande potenziale comico della situazione in cui il nostro si è andato ad infilare. Il vero elemento di interesse è il grande rapporto che si instaura tra la moglie, che nel privato si rivela molto più forte e intelligente di quando appare in pubblico, e la collega, forse il personaggio più coraggioso di tutti.
Quo Vadis?, di Enrico Guazzoni – Ritrovati e Restaurati
Nuovo restauro filologico curato da Luigi Masi del monumentale film di Guazzoni del 1913. 100 minuti che all’epoca comportavano gli sforzi produttivi pari a quelli di un film da 4 ore attuale, Quo Vadis? è il grande classico del peplum, l’incendio di Roma ad opera di Nerone, le persecuzioni contro i cristiani e una serie di apparizioni cristologiche che oggi appaiono ridicole ma che sicuramente avranno scaldato molti cuori sul momento.
Dracula in Istanbul, di Mehmet Mutar – Ritrovati e Restaurati
Più che una perla nascosta, una pietruzza nelle scarpe, ma questo Dracula turco è il momento più volontariamente esilarante di questo Cinema Ritrovato. La prima apparizione audiovisiva della storia dei canini di Dracula è un campo-controcampo sballato e fuori fuoco, lo stacco sull’asse è solo uno strumento per la creatività del maestro Mehmet Mutar. E mentre Piazza Maggiore ascolta Liza Minnelli, noi siamo qui.
Quanto di noi possiamo ritrovare in un documentario di montagna? Tanto, se parliamo per esempio di Marmolada – Madre Roccia, il documentario Sky presentato in anteprima al Trento Film Festival e vincitore del premio Città di Imola. Una storia di alpinisti e arrampicatori che attraversa quattro generazioni e accoglie una riflessione su un’umanità grande tanto quanto una “formichina”. Così si sente Iris, che a soli 19 anni è entrata nella storia dell’arrampicata, ma a lei interessa poco. Preferisce parlare di avventure su una roccia che trattiene le anime. Un’opera tutto sommato formulatica, ma che ci ricorda l’importanza di andarci a specchiare in storie più grandi di noi, che ci fanno sentire tanto protetti in quest’immenso roccioso abbraccio materno. Finalmente abbiamo il nostro Free Solo italiano: che il documentario di montagna (ri)parta di qui.
Abbiamo incontrato gli autori, Cristiana Pecci e Matteo Maggi, per chiacchierare di vita, di montagna e di morte.
Rispetto al vostro precedente progetto (The Fifth Sun, disponibile a noleggio su Vimeo, ndr), Marmolada – Madre Roccia si intrufola in un mondo che si allontana parecchio dai vostri interessi. Come avete approcciato il progetto?
[Cristiana] Io e Matteo, in montagna, siamo come due pesci fuor d’acqua. È stata un’opportuntà che ci è stata regalata da Sky, a cui è piaciuto il nostro precedente documentario e ha deciso di volerci affidare una storia. Abbiamo iniziato con una fase di scrittura che si è conclusa con il documentario sulla Marmolada. È stata sicuramente una sfida, ma l’approccio è stato di totale rispetto nei confronti di un mondo che non conoscevamo. E poi c’era tanta curiosità, quindi ci siamo preparati. Siamo stati aiutati da Matteo, Massimo, Maurizio e Iris (i protagonisti del documentario, ndr) e abbiamo fatto ricorso a tutta l’attrezzatura necessaria a facilitarci nel lavoro. Per non aver mai arrampicato in vita nostra ce la siamo cavata bene, no?
Collegandomi a questo discorso, cosa sperate si porti a casa uno spettatore che non ha mai arrampicato in vita sua?
[Matteo] Raccontare lo sport con rispetto nei confronti di chi lo pratica è sempre stato il nostro obbiettivo. Non ci aspettiamo che guardando il documentario lo spettatore si appassioni di arrampicata o di alpinismo. Ci siamo semplicemente resi conto del potenziale fascino che possiede questo sport, anche cinematograficamente parlando. Se mi facessero scegliere tra la produzione di un documentario sul surf o uno sull’alpinismo, io sceglierei l’alpinismo senza pensarci due volte, perché credo parli di vita molto più di qualsiasi altro sport. In più. al di là dei vari messaggi che il documentario può trasmettere, credo che quello principale sia quello dell’avventura. Viviamo in un’epoca in cui l’avventura va meno di moda… mi viene quasi da dire che aprire una nuova via, che è quello che tentano i protagonisti del nostro documentario, è una delle ultime forme di avventura che si possono avere. Avventura nel senso di qualcosa di mai fatto prima, di un percorso che non è mai stato tracciato prima nella storia. Secondo me questo ha un fascino enorme ed è quello che volevamo trasmettere con questo documentario. L’arrampicata e l’alpinismo, come sport, è solo uno degli aspetti che si vivono nel documentario, ma non è il principale.
Nel documentario si parla della differenza tra un “alpinista” e una “guida alpina”, ove l’alpinista è più ancorato al momento presente, mentre la guida alpina si assicura di lasciare in eredità qualcosa ai futuri scalatori. Come vivete questo conflitto, se si può definire conflitto, e come definite un equilibrio tra le due visioni dell’arrampicata?
[Cristina] Io non lo vivo come un conflitto. Sicuramente è una scelta, che ognuno di loro ha fatto per ragioni proprie. Forse Massimo è il connubio tra i due. Ovviamente la guida alpina di formazione ha questa preparazione che prevede l’attenzione all’altro, quindi il suo obbiettivo si spinge oltre all’avventura. Si può forse definire un approccio un pò più generoso. Penso anche al fatto che non tutti gli alpinisti sono guide alpine, ma probabilmente le guide alpine in un certo qual modo sono tutte alpinisti. Forse anche noi, in quanto documentaristi, siamo il connubio tra i due.
Cito una frase specifica: “Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Come avete gestito la possibilità di un insuccesso?
[Matteo] Spesso come documentaristi non è detto che non ce lo siamo augurati. Mi spiego meglio: spesso l’insuccesso della storia è il successo della nostra. Il fallimento è una grande opportunità all’interno della narrazione, e l’alpinismo è un mondo pericoloso. La nostra formazione ci aiuta a essere pronti nell’eventualità di incidenti di qualunque tipo, e in quanto documentaristi siamo tenuti a non spegnere la telecamera, capendo qual è la prossima strada da seguire. Il fallimento, dunque, non sarebbe stato così deleterio al documentario. La montagna insegna anche quello: il miglior alpinista è quello che dorme nel suo letto la notte, quello che non spinge mai troppo e cha sa rinunciare alla vetta. Bisogna sapersi fermare e, nell’eventualità, saremmo stati lì a riprendere il tutto.
Mi affascina il rapporto tra la montagna e la morte, tema ricorrente nel documentario. Nello schema grande delle cose, cos’è la montagna per voi? È custode o assassino? La temete o la venerate?
[Cristiana] È un rapporto che ha incuriosito anche noi dal primo secondo. Abbiamo molto spinto per raccontare quell’aspetto. Ovviamente e per fortuna la nostra avventura non ha previsto incidenti mortali, ma i nostri alpinisti hanno vissuto la morte da vicino, chi dei compagni di cordata e chi dei propri cari. La risposta è complessa, nel senso che loro hanno un rapporto con la morte diverso da noi persone “normali”. Avendola tra le mani è come se la accettassero, come se facesse parte della vita, di un percorso, quindi mettono in conto che possa arrivare per loro da un momento all’altro. A loro va bene così, per noi è qualcosa di più impattante. Personalmente ho voluto optare per la delicatezza, perché la montagna mi fa paura: è qualcosa che trascende il nostro controllo.
[Matteo] Maurizio d’altro canto diceva “Non si va a scalare pensando sia pericoloso. Si arriva preparati, al massimo delle proprie capacità. Non si arriva pensando “potrei non tornare a casa”, altrimenti non parti e basta”. Poi succede, perché l’esperienza dice che succede, ma non lo mettono così tanto in conto. È l’imprevisto, come nella vita.
Riguardo alle persone che hanno perso la propria vita in montagna, si può definire la Marmolada una specie di “custode delle anime”?
[Cristiana] Speriamo sia così. Nella tristezza della cosa, è una bellissima immagine.
[Matteo] Ho spesso paura nelle interviste di parlare di alpinismo perché non siamo alpinisti, come ho paura di parlare di cambiamento climatico perché abbiamo la responsabilità ma non i mezzi. Non l’ho vissuta la morte sulle montagne da vicino, quindi non lo so cosa succeda lassù. So solo raccontare quelle anime attraverso le testimonianze dei protagonisti, che è quello che abbiamo provato a fare con questo documentario.
Per concludere: qualche film o regista in particolare che ha influenzato la realizzazione di questo documentario?
[Cristiana] Non per questo documentario nello specifico, ma in generale consiglio di approfondire Erik Gandini. Documentarista incredibile, ha un approccio originalissimo al genere del documentario. Merita.Marmolada – Madre Roccia è in arrivo su Sky nella stagione autunnale.
Con la presentazione del programma completo il 9 aprile a Bologna, il Bellaria Film Festival scalda i motori per l’inizio della 42a edizione. Nato nel 1983 come “Anteprime per il cinema indipendente italiano” sotto la direzione artistica di Ettore Zocaro, Morando Morandini, Gianni Volpi e (dal 1985) Enrico Ghezzi, l’idea di un festival interamente dedicato al cinema italiano “di ricerca e indipendente” si è evoluta e ha ampliato lo sguardo anche al cinema internazionale presentando diversi film in anteprima italiana. Patrocinato dal Ministero della Cultura e realizzato dal Comune di Bellaria Igea Marina col sostegno della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – MiC e della Regione Emilia-Romagna, dal 2022 il festival è sotto la direzione artistica di Daniela Persico che, anche quest’anno, manterrà le due sezioni competitive Casa Rossa (sdoppiato in nazionale e internazionale) e Gabbiano, affiancandole anche a Controcampo Italiano (sezione retrospettiva sulla storia del Festival). Fra i 65 film presentati, 26 sono anteprime italiane e la prima sarà proprio la proiezione inaugurale de L’Empire del regista Bruno Dumont, presente in sala per l’occasione e fresco del gran premio della giuria ottenuto al Festival Internazionale del Cinema di Berlino.
Il festival è punto d’interesse non solo per i critici e i giovani cinefili (che con il BFF HUB potranno frequentare corsi di formazione e workshop sulla produzione creativa, la critica cinematografica e il lavoro di programmer nei festival di cinema, mentre Bellaria Film festival For School è il progetto riservato agli studenti di scuole medie), ma anche per chi sogna un giorno di vedere sullo schermo un suo film, perché (in)emergenza è il programma di sostegno per il cinema indipendente italiano realizzato in collaborazione con Cinecittà.
Le varie sezioni sono strutturate così:
CASSA ROSSA NAZIONALE
La giuria è composta da 20 giovani studenti di cinema e il concorso è dedicato “alle opere prime o seconde più interessanti del panorama cinematografico italiano”:
Quell’estate con Irène di Carlo Sironi (Italia/ Francia, 2024 – 90’ – presentato nella sezione Generations della 74° edizione del Festival di Berlino)
Animale/Umano di Alessandro Pugno, (Spagna/ Italia/ Messico, 2023 – 92’)
Gli oceani sono i veri continenti di Tommaso Santambrogio, (Italia/ Cuba, 2023 – 119’ – ha aperto Giornate degli autori all’80a edizione della Mostra del Cinema di Venezia)
Patagonia di Simone Bozzelli (Italia, 2023 – 110’)
Rossosperanza di Annarita Zambrano, (Italia/ Francia, 2023 – 88’)
CASA ROSSA INTERNAZIONALE
La giuria è presieduta dal produttore discografico Tommaso Colliva, l’agente cinematografica Federica Illuminati e la regista Chiara Malta:
Dreaming & Dying di Nelson Yeo (Singapore/ Indonesia, 2023 – 77’)
On the Go di Maria Gisèle Royo e Julia de Castro (Spagna, 2023 – 72’)
Sleep with Your Eyes Open di Nele Wohlatz (Brasile / Taiwan / Argentina / Germania, 2024 – 97’ – vincitore della sezione Encounters della 74° edizione del Festival di Berlino)
Animal di Sofia Exarchou (Grecia/ Austria/ Romania/ Cipro/ Bulgaria, 2023 – 106’)
Spirit of Ecstasy di Héléna Klotz (Francia, 2023 – 95’)
Arthur & Diana di Sara Summa (Germania, 2023 – 108’)
CONCORSO GABBIANO
Il concorso che prevede solo anteprime vedrà la giuria presieduta dal regista Alessandro Comodin, dalla programmer Carla Vulpiani e dal produttore Roberto Cavallini:
Il Re Fanciullo di Alessandra Lancellotti (Italia/ Portogallo, 2023 – 65’)
Horkos di Marta Anatra (Francia, 2023 – 63’)
Song of All Ends di Giovanni C. Lorusso (Italia/ Francia/ Libano, 2023 – 73’)
Ludendo docet di Luca Ferri (Italia, 2023 – 70’)
Mycelia di Alessandra Stefani (Italia, 2023 – 73’)
La sezione prevederà anche il concorso di tre mediometraggi:
Le cime di Asclepio di Filippo Ticozzi (Italia, 2024 – 17’)
Impressio in urbe #3 – Brescia di Giuseppe Spina e Giulia Mazzone (Italia, 2023 – 20’)
La fine che hai fatto di Giuliana Crociata (Italia, 2024 – 47’)
Fuori concorso invece ci saranno:
What’s Behind the Hill? di Alessandro Lucarini (Italia, 2023 – 6’)
Ma’ di Arianna Maria Casati, Jasna Camilla Grossi e Bianca Maria Thiebat (Italia, 2024 – 30’)
Parallelamente saranno assegnati quattro premi speciali:
Premio Casa Rossa per la migliore interpretazione: Barbara Ronchi per l’interpretazione in Io e il secco di Gianluca Santoni (Italia, 2023 – 100’)
Premio Speciale Gabbiano, “dedicato agli autori che hanno continuato nella strada dell’indipendenza portando avanti un modo unico di fare cinema in Italia”: Simone Massi per Invelle (Italia/ Svizzera, 2023 – 90’- presentato in Orizzonti alla 80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia)
Premio Filmidee per il “film più significativo dell’anno”: La chimera di Alice Rohrwacher (Italia/ Francia/ Svizzera, 2023 – 134’)
Premio Zefiro, comprensivo di diversi premi assegnati “alle eccellenze del cinema italiano che si sono distinte nell’ultimo anno”.
EVENTI SPECIALI:
Nouveau Monde!(Le monde à nouveau) di Nicolas Klotz ed Elisabeth Perceval (Francia, 2023 – 102’)
Linda e il pollo di Chiara Malta e Sébastien Laudenbach (Francia/Italia, 2023 – 75’)
Booliron di Francesco Figliola (Italia, 2024 – 75’ – documentario musicale presentato in anteprima mondiale alla presenza del regista, del produttore Damiano Monaco e del musicista Tormento)
CONTROCAMPO ITALIANO
Vito e gli altri di Antonio Capuano (Italia, 1991 – 88’)
Confortorio di Paolo Benvenuti (Italia, 1992 – 85’)
Giro di lune tra terra e mare di Giuseppe Gaudino (Italia, 1997 – 124’)
Lo Zio di Brooklyn di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Italia, 1995 – 98’)
Gli occhi stanchi di Corso Salani (Italia, 1996 – 95’)
Illuminati di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Italia, 1990 – 3’)
Il cartapestaio di Paolo Benvenuti (Italia, 1977 – 11’)
Aldis di Giuseppe Gaudino (Italia, 1985 – 43’)
Potete recuperare il programma completo della 42a edizione del Bellaria Film Festival a questo link
Giovedì 11 aprile sono stati comunicati i titoli cinematografici della prossima edizione del Festival di Cannes, che si terrà dal 14 al 25 maggio 2024.
Hanno presieduto la conferenza stampa la Presidente del Festival Iris Knobloch e il Direttore Generale Thierry Frémaux, che per prima notizia hanno annunciato la partecipazione di Camille Cottin in qualità di madrina della 77esima edizione del Festival. La presidente di giuria sarà per la prima volta una regista statunitense, Greta Gerwig, autrice di punta del 2023 per Barbie.
A chiudere la kermesse ci sarà anche quest’anno una star di Hollywood, George Lucas, che durante la serata conclusiva del 25 maggio riceverà la Palma d’Oro onoraria. Il padre di Star Wars e Indiana Jones verrà insignito del premio alla carriera in una cerimonia che lo celebra per “aver costruito un impero di Hollywood attraverso i nove episodi della saga, quattro dei quali diretti da lui e per essere stato uno dei pionieri dell’industria degli effetti speciali”.
George Lucas non è l’unico grande nome hollywoodiano presente a quest’edizione, che ospiterà anche George Miller, Kevin Costner e Francis Ford Coppola. Miller presenta fuori concorso sabato 19 maggio lo spin-off dall’universo di Mad Max, Furiosa con Anya Taylor-Joy e Chris Hemswort sul red carpet. Invece Kevin Costner introdurrà a Cannes, sempre fuori concorso, la prima parte della sua nuova colossale epopea western, intitolata Horizon: An American Saga.
Il visionario Francis Ford Coppola porterà in esclusiva al Festival di Cannes la sua nuova titanica impresa, Megalopolis. Negli ultimi giorni, il regista de Il Padrino è stato al centro di un rimbalzo di notizie proprio intorno alla distribuzione di questo kolossal ambientato in una New York del futuro, che è ritenuto un rischio d’impresa per diverse major hollywoodiane. Coppola ha prodotto autonomamente la pellicola versando personalmente 120 milioni di dollari di budget, e Thierry Frémaux è riuscito ad accaparrarselo dopo settimane di trattative.
Tornano in concorso anche molti autori autori del panorama cinematografico mondiale: David Cronenberg presenta The Shrouds, Yorgos Lanthimos dopo il successo di Povere Creature! lavora di nuovo insieme ad Emma Stone in Kinds of Kindness, e il sempreverde critico-sceneggiatore-regista Paul Schrader porta la sua ultima fatica Oh Canada nella sezione principale. L’Italia partecipa quest’anno con un solo titolo, Parthenope di Paolo Sorrentino, dedicato alla sua Napoli; ci sarà anche un omaggio a Mastroianni nel film in gara Marcello Mio di Christophe Honore.
Ecco la selezione completa del Festival di Cannes 2024.
Film d’apertura
Le Deuxième Acte (Second Act) di Quentin Dupieux
In concorso
Megalopolis di Francis Ford Coppola
The Apprentice di Ali Abbasi
Motel Destino di Karim Ainouz
Bird di Andrea Arnold
Emilia Perez di Jacques Audiard
Anora di Sean Baker
The Shrouds di David Cronenberg
The Substance di Coralie Fargeat
Grand Tour di Miguel Gomes
Marcello Mio di Christophe Honore
Caught by the Tides (Feng Liu Yi Dai) di Jia Zhang-Ke
All We Imagine as Light di Payal Kapadia
Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos
L’Amour Ouf di Gilles Lellouche
Wild Diamond di Agathe Riedinger
Oh Canada di Paul Schrader
Limonov: The Ballad di Kirill Serebrennikov
Parthenope di Paolo Sorrentino
The Girl With the Needle di Magnus von Horn
Fuori concorso
Furiosa: A Mad Max Saga di George Miller
Horizon, an American Saga di Kevin Costner (serie)
She’s Got No Name di Chan Peter Ho-Sun
Rumours di Evan Johnson, Galen Johnson, Guy Maddin
Un certain regard
Norah di Tawfik Alzaidi
The Shameless di Konstantin Bojanov
Le Royaume di Julien Colonna
Vingt Dieux! di Louise Courvoisier
Who Let the Dog Bite? di (Le Proces du Chien) Laetitia Dosch
Black Dog (Gou Zhen) di Guan Hu
The Village Next to Paradise di Mo Harawe
September Says di Ariane Labed
L’Histoire de Souleymane di Boris Lojkine
The Damned (Les Damnes) di Roberto Minervini
On Becoming a Guinea Fowl di Rungano Nyoni
My Sunshine (Boku No Ohisama) di Hiroshi Okuyama
Santosh di Sandhya Suri
Viet and Nam di Truong Minh Quy
Armand di Halfdan Ullman Tondel
Première
Misericorde di Alain Guiraudie
C’est Pas Moi di Leos Carax
Everybody Loves Touda di Nabil Ayouch
En Fanfare (The Matching Bang) di Emmanuel Courcol
Rendez-Vous Avec Pol Pot di Rithy Panh
Le Roman de Jim di Arnaud Larrieu e Jean-Marie Larrieu
Midnight Screening
Twilight of the Warrior Walled In di Soi Cheang
I, the Executioner di Seung Wan Ryoo
The Surfer di Lorcan Finnegan
The Balconettes (Les Femmes au Balcon) di Noemie Merlant
Giovedì 13 aprile è stata annunciata la selezione ufficiale della 76esima edizione del Festival di Cannes, che si terrà da martedì 16 a sabato 27 maggio. Il Presidente di giuria di Cannes 76 sarà lo svedese Ruben Östlund, vincitore di due Palme d’Oro e candidato all’Oscar come miglior regista per Triangle of Sadness.
Il direttore Thierry Fremaux ha elencato i numerosi film che verranno presentati in concorso, le proiezioni di mezzanotte, i film di Un Certain Regard e i film fuori concorso. In apertura, come annunciato nei giorni scorsi, ci sarà Jeanne du Barry di Maïwenn, con Johnny Depp protagonista. Fra gli altri eventi fuori concorso, sono attese le anteprime mondiali di Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese e di Indiana Jones e il quadrante del destino.
Inoltre saranno presentati il corto western di 30 minuti di Pedro Almodóvar intitolato Strange Way of Life con Pedro Pascal ed Ethan Hawke, Asteroid City di Wes Anderson (trailer), i nuovi film di Hirokazu Kore-eda, Wim Wenders, Ken Loach, Todd Haynes e Steve McQueen. Ci saranno ben tre film italiani in concorso: Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti (di cui è stato presentato pochi giorni fa il trailer), Rapito di Marco Bellocchio (di cui è stata mostrata una clip) e La chimera di Alice Rohrwacher (del quale sono uscite le prime immagini).
Cannes 76: Selezione Ufficiale
Concorso
About Dry Grasses, Nuri Bilge Ceylan
Anatomy Of A Fall, Justine Triet
Asteroid City, Wes Anderson
Banel Et Adama, Ramata-Toulaye Sy
Club Zero, Jessica Hausner
Fallen Leaves, Aki Kaurismaki
Firebrand, Karim Aïnouz
Four Daughters, Kaouther Ben Hania
Il Sol Dell’Avvenire, Nanni Moretti
Jeunesse, Wang Bing
La Chimera, Alice Rohrwacher
La Passion De Dodin Bouffant, Tran Anh Hung
Last Summer, Catherine Breillat
May December, Todd Haynes
Monster, Hirokazu Kore-eda
The Old Oak, Ken Loach
Perfect Days, Wim Wenders
Rapito, Marco Bellocchio
The Zone Of Interest, Jonathan Glazer
Fuori concorso
Cobweb, Kim Jee-Woon
The Idol, Sam Levinson (serie tv)
Indiana Jones And The Dial Of Destiny, James Mangold
Jeanne du Barry, Maiwenn (film d’apertura)
Killers Of The Flower Moon, Martin Scorsese
Proiezioni di mezzanotte
Acide, Just Philippot
Kennedy, Anurag Kashyap
Omar La Fraise, Elias Belkeddar
Cannes Premiere
Bonnard, Pierre And Marthe, Martin Provost
Cerrar Los Ojos (Fermer Les Yeux), Victor Erice
Kubi, Takeshi Kitano
Le Temps D’aimer, Katell Quillévéré
Proiezioni speciali
Le Bruit Du Temps, Anselm Kiefer, Wim Wenders
Man In Black, Wang Bing
Occupied City, Steve Mcqueen
Pictures Of Ghosts, Kleber Mendonça Filho
Un Certain Regard
The Breaking Ice, Anthony Chen
The Buriti Flower, João Salaviza, Renée Nader Messora
“The Driver fu un vero flop al botteghino… fortunatamente non ci feci troppo caso perché stavo già girando il film successivo (I Guerrieri della notte), che fu un successo e mi salvò da anni di disoccupazione… che strano modo che ha Hollywood di guadagnarsi da vivere…”
Ha esordito così Walter Hill di fronte all’emozionato pubblico del Cinema Arlecchino di Bologna, in occasione del festival Il Cinema Ritrovato. Parole non troppo tenere nei confronti dell’industria hollywoodiana, ma non prive di fondamento: il regista di Driver l’imprendibile, I guerrieri della notte, 48 ore, Johnny il bello, Strade di fuoco e tante altre pietre miliari, negli ultimi vent’anni è riuscito a trovare i finanziamenti per soli tre film (di cui l’ultimo, Nemesi, risale a ben sei anni fa).
Allora dobbiamo ringraziare la Cineteca di Bologna e tutti i collaboratori se oggi possiamo (ri)scoprire il capolavoro cult di fine anni ‘70, Driver l’imprendibile, in una meravigliosa edizione restaurata in 4k.
Niente finanziamenti, eppure il film pare aver fatto scuola: nemmeno Drive di Nicolas Winding Refn è riuscito a riportare in auge la fama del lavoro di Hill – nonostante più che trarne ispirazione ne abbia effettuato un remake-omaggio, a partire dal protagonista sempre definito col solo appellativo di “pilota” -, così come nemmeno Baby Driver di Wright (stesso procedimento di Refn ma tramite il medium musicale).
Cosa possiamo imparare ancora oggi dal cult del 1978? Walter Hill (assieme a tutto il reparto tecnico e attoriale) ci insegna come girare scene action al cardiopalma pur mantenendo la regia solida e quadrata, come montare gli inseguimenti perché non risultino epilettici o come caratterizzare a fondo i personaggi pur non assegnando loro dei nomi (abbiamo “Driver”, “La Giocatrice” e “Il Detective”)… l’ultimo espediente vi ricorda qualcuno? Esatto: Tenet. Passare dall’action alla fantascienza è un attimo, ma Nolan con il suo “Protagonista” (John D.Washington) utilizza lo stesso e identico escamotage (oltre ad esserci un inseguimento in macchina degno di Driver). Insomma, l’eredità del cult del 1978 è ben evidente ancora oggi nel cinema hollywoodiano, ma fatica ad essere percepita dal grande pubblico.
E’ un vero peccato, perché c’è così tanto Cinema dentro Driver l’imprendibile: il neo-noir, l’action, il thriller, la commedia (in certi punti il regista si dimostra un vero e proprio punch liner), arrivando sino alla rivisitazione del western in salsa notturno-metropolitana (il “Pilota” è addirittura chiamato ironicamente “Cowboy” dal detective).
Forse la scelta della Cineteca di Bologna di trasmettere il film subito dopo Le Samouraï di Melville non è casuale: anche nel poliziesco-noir del 1967 molti personaggi principali sono privati dei loro nomi e quello principale è un criminale solitario senza scrupoli. Ma se nel capolavoro di Melville l’assassino segue l’etica di un Samurai, Hill compie un gesto tanto identico quanto ancor più rivoluzionario: per la prima volta nel cinema action vediamo protagonista l’autista, colui che solitamente era messo in disparte o che assumeva il ruolo di vittima sacrificale, dopo aver aspettato il compimento della rapina dentro l’auto a motori accesi. Basta così poco per rinnovare il cinema. Certo: se ti chiami Walter Hill.
Speriamo di rivederlo presto sul grande schermo. Magari con un nuovo progetto…
A volte capita di imbattersi in piccole perle nascoste di rara fattezza, poco conosciute e poco ricordate, di cui ti chiedi come sia possibile che con il loro immenso cuore siano finite nel dimenticatoio pur riuscendo a colpire molto di più di altre pellicole ancora oggi venerate.
E’ questo il caso di Tony Arzenta (nome internazionale, Big Guns) del 1973 di Duccio Tessari, un esplosivo Frankenstein di diversi generi e film che la critica accolse anche piuttosto bene al tempo, ma che senza Il Cinema Ritrovato probabilmente non avremmo avuto modo di riscoprire e goderne su grande schermo.
Tessari sotto produzione italo-francese gira la storia di Tony Arzenta (Alain Delon), assassino al servizio di un’organizzazione criminale sulla via del congedo. Non ha fatto i conti con le leggi dei banditi: la risposta dei suoi capi è una vera dichiarazione di guerra.
A pochissimi anni dalla strage di piazza Fontana e – guardando all’estero – subito dopo l’uscita del Il Padrino (1972), i subbugli degli anni di piombo sono trasposti in un’opera a cavallo tra il gangster movie e il poliziottesco, con pennellate a tinte action e sani lampi d’umorismo.
Delon desiderava consacrare la sua fama in Italia (l’anno prima era il protagonista de La prima notte di quiete di Zurlini): oltre ad accettare il ruolo di Tony Arzenta si impegnò anche come produttore, permettendo al regista di trovare adeguati fondi per girare a Copenhagen e lungo tutta l’Italia, dalla Sicilia a Milano.
Cast internazionale dove spicca, ovviamente, un Delon che Tessari è stato furbo a sfruttare sulla scia di Frank Costello faccia d’angelo (a cui preferiamo il nome originale di Le Samourai) di Jean-Pierre Melville uscito nel 1969, affibbiandogli un ruolo pressoché identico (dev’essersi trovato bene: tornerà a lavorare col regista appena due anni dopo in Zorro).
Da sottolineare il personaggio di Carla Gravina – che contro ogni cliché gangsteristico del tempo figura come donna forte e resistente -, il memorabile e a cardiopalma inseguimento in macchina e le musiche di Gianni Ferrio.
Raccomandiamo la visione della versione doppiata in italiano e non quella francese, perché in quest’ultima – molto strano per la Francia – sono stati censurati ben dodici minuti di esplicite violenze visive e carnali.
C’è anche un’esplicita citazione ad Arancia Meccanica di Kubrick. Vi abbiamo convinto a recuperarlo?
Se ti è piaciuto Tony Arzenta, ecco una lista di consigli che fanno al caso tuo:
Frank Costello faccia d’angelo (1969), di Jean-Pierre Melville
Notte sulla città (1972), di Jean-Pierre Melville
Milano calibro 9 (1972), di Fernando di Leo
Milano odia: la polizia non può sparare (1974), di Umberto Lenzi
Squadra omicidi, sparate a vista! (1968), di Don Siegel