Tra i film italiani più chiacchierati di questo periodo troviamo l’ultimo Nanni Moretti con Succederà questa notte, l’emergente in consolidamento Paolo Strippoli con L’estranea (di cui abbiamo parlato qui!) e, tra i due, Je so’ pazzo, opera seconda di Nicola Prosatore.
Come è facilmente deducibile dal titolo, la pellicola racconta l’ascesa di Pino Daniele, tra i più grandi esponenti della musica napoletana ed italiana, scomparso nel 2015 all’età di 59 anni.
Liberamente ispirato dalla biografia scritta dal figlio di Pino, Alessandro Daniele, il film è stato presentato in anteprima alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma ed è salito alla ribalta anche per la presenza, proprio nel ruolo dello stesso Pino Daniele, di Massimiliano Caiazzo, divenuto famoso tra le giovani generazioni per la fiction RAI “Mare Fuori”.

Un prodotto autentico
Je so’ pazzo ha la classica struttura del biopic sui grandi cantanti che un po’ di anni a questa parte bazzicano nelle sale cinematografiche con incassi anche buoni e/o grandi.
Da questi punto di vista quindi, il gioco sembra fatto: infanzia difficile, il talento che sboccia, arriva il successo, poi il momento “villain”, con il nostro beniamino inebriato dalla fama che comincia a prendere scelte sbagliate e a diventare non proprio la persona più simpatica del mondo ed infine il pentimento ed il gran finale in allegria. Un qualcosa insomma di visto e rivisto, dal sentore didascalico.
Accanto a questi momenti con i cliché tipici del genere, la pellicola presenta però anche due grandi meriti. Il primo è la capacità di saperli mettere in scena, perché la regia di Prosatore non è quella di un regista chiamato a fare il “funzionario”, cioè a portare il film, ovviamente concepito come prodotto pre confezionato dal solo fine economico, in sala e nulla più. Succede in parte il contrario: Prosatore usa i suoi strumenti per mettere a punto un film dagli intenti anche commerciali ma con un taglio autentico, evidenziato da scelte che presentano motivazioni recondite ben precise.
Veniamo quindi al secondo motivo, legato indissolubilmente al precedente. L’autenticità di Je so’ pazzo risiede nella volontà di raccontare, pur con tutti i limiti, Pino Daniele. Non è un film patinato e lustrato, bensì vero e anche sporco, se c’è modo. In questo senso, è significativa la prima parte, dove si racconta del Pino giovane, del Pino che vive nel basso del Quartiere Porto, sbarbato e con la canottiera sudicia mentre divora, in primo piano, un piatto di verdure in una zona di Napoli trasudante fatica e povertà.
Raccontare Pino Daniele si traduce poi nel presentare non solo le sue luci ed ombre, tipico della struttura spesso didascalica di questo genere di pellicole, ma anche la sua interiorità. Je so’ pazzo, può apparire assurdo, è anche infatti un film sull’abbandono, sul trauma che questo genera e di come possa influenzare le scelte delle persone anche in età avanzata.
Insulti, pugni, calci. Nulla potrà mai essere paragonabile con la sensazione di vuoto figlia dell’idea che, in fondo, tutto e tutti siano sempre pronti a fare le valigie a sloggiare. Nulla potrà mai essere paragonabile a quella malinconia che nasce dal bisogno di sentire finalmente appagato quel senso di appartenenza. Pino Daniele, suggerisce il film di Prosatore alla fine forse è riuscito a trovarlo. Lo ha scovato nella sua città, la “Napule” di cui ha cantato pregi e difetti e che lo ha adottato come suo eterno figlio.
Da sottolineare è anche l’uso egregio dei materiali d’epoca, al servizio del racconto soprattutto nel rappresentare un particolare momento di vervè creativo del giovane Pino.

Sulla recitazione
Come ogni biopic di cantante che si rispetti, l’attenzione prima di tutto è rivolta all’attore protagonista, in tal caso Massimiliano Caiazzo. Sulla sua performance, c’è stata una spaccatura: chi ha parlato di prova notevole, chi invece di un’eccessiva carica nelle sue espressioni da renderlo quasi macchiettistico.
In particolare, sui social è rimbalzata la clip del film dove Caiazzo/Daniele registra la canzone “Je so’ pazzo”, da molti presa di mira con ironici parallelismi tra il protagonista del film ed il Joker di Heath Ledger. Il motivo? Le facce che Caiazzo assume nella scena.
Opinione di chi scrive è che l’interpretazione dell’attore classe 1996 sia stata capace, spalleggiata sicuramente da un buon comparto tecnico, nel ricreare le fattezze fisiche di Pino Daniele. Non sono mancati ovviamente dei bassi e sicuramente la scena sopra descritta rappresenta uno di questi.
Chi invece merita di essere citata come prova migliore è quella di Giovanni Ludeno, cioè Gennaro Daniele, padre di Pino. Ludeno riesce perfettamente a portare in scena che, di fatto, rappresenta quasi l’essenza del film: la figura paterna assente, violenta ed “antagonista” è spesso un topos del genere, ma qui riesce ad essere vera e non una semplice maschera, tanto che proprio nel rapporto tra lui e Pino si nasconde la vera chiave di Je so’ pazzo e che lo rende meritevole di una visione.


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