Intervista A Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez — 35mm Film Festival 

Abbiamo incontrato Riccardo Chiarinie Jean Carlos Gonzalez, ideatori e direttori del 35mm Film Festival, un nuovo punto di riferimento per il cinema indipendente a Milano. Nel weekend del 3-4 ottobresi terrà la 3° edizione del 35mm Film Festivalpresso il Wanted Clan, cinema e spazio culturale in Via Tertulliano 68. Nel corso delle due giornate verranno proiettati i cortometraggi della selezione ufficialepiù qualche sorpresa, e si avrà la possibilità di interagire con gli autori, italiani e internazionali, ospiti del festival per raccontare la propria visione sul cinema. Lasciamo la parola a Riccardo Chiarini e Jean Carlos Gonzalez.*

* L’intervista si è svolta a due con risposte condivise, con segnalazione quando i due intervistati hanno fornito risposte diverse alla stessa domanda: RC = Riccardo Chiarini; JCG: Jean Carlos Gonzalez.

Com’è nato il 35mm Film Festival?

Noi siamo due giovani autori e proviamo a fare cinema anche “dall’altra parte della barricata”, cioè scriviamo e giriamo le nostre cose. Una sera ci siamo trovati a fare due chiacchiere sulle nostre partecipazioni ai festival: cosa ci era piaciuto di più, cosa ci era piaciuto di meno, e ci siamo accorti che a Milano non c’erano tantissimi festival di cortometraggi o, più in generale, di cinema indipendente. Poi la situazione è cambiata nel tempo, ma allora ci siamo detti: perché non proviamo a organizzare un festival come piacerebbe a noi? L’idea era quindi quella di costruirlo intorno ai film e agli autori, facendone un’occasione sia per il pubblico di scoprire i cortometraggi, sia per gli autori di vivere due giorni come a noi piacerebbe viverli in un festival.

Come funziona il vostro festival?

Siamo al terzo anno, quindi la formula è ormai consolidata, con due giornate di festival: il sabato è dedicato esclusivamente alle proiezioni, mentre la domenica si parla con i registi di quello che abbiamo visto. La selezione è internazionale e prevede 16 cortometraggi di altrettanti autori, senza distinzione di genere, sia fiction che documentario. L’obiettivo è valorizzare il film e, in qualche modo, coccolare l’autore, facendo in modo che possa trovare una sala piena con cui interagire e a cui raccontare il proprio film. Dall’anno scorso abbiamo introdotto anche una cena tutti insieme, con i registi, la giuria e il team, che è un ulteriore momento di confronto: dopo la cena, parte della giuria e della selezione è rimasta al ristorante fino a tardi a confrontarsi sui propri lavori e film. Volevamo proprio creare una situazione in cui autori e film fossero protagonisti, mentre tutto il resto — l’industria, l’organizzazione e noi stessi — rimanesse in secondo piano, e ci sembra che funzioni.

Come sono andate le due edizioni precedenti?

La prima edizione si è svolta tra Cinemino e Area Zelig. Non avendo nessuno storico né come festival né come organizzatori di eventi, abbiamo dovuto fare molta attività per coinvolgere sia gli autori che il pubblico. E poi è stata una bellissima partenza, con un buon riscontro e una selezione che ci ha gratificato molto. La seconda edizione l’abbiamo spostata al cinema Wanted Clan, sala cinematografica ricavata da un teatro, ed è andata molto bene: è stato più semplice arrivare alle distribuzioni e ai cortometraggi e siamo rimasti molto soddisfatti del livello della selezione.

Come avete impostato la terza edizione?

Abbiamo cercato di mantenere la stessa anima: una prima giornata concentrata sulle proiezioni e la seconda dedicata a panel e conversazioni coi registi. Quest’anno abbiamo anche ripreso la collaborazione con un altro festival, il Moscerine Film Festival, dedicato a registi Under 12. Noi premiamo un cortometraggio al loro festival che poi viene proiettato da noi, e loro ne premiano uno della nostra selezione. In più abbiamo introdotto un piccolo contest di “corti cortissimi” di 35 secondi, per stimolare la creatività anche in storie molto brevi, che vengono proiettati la domenica.

Chi c’è nella giuria di quest’anno?

Cerchiamo di comporre una giuria molto ristretta e con profili medio-alti, con il fuoco sulle storie, sulla recitazione e, più in generale, sulla parte artistica. Ci orientiamo perciò verso sceneggiatori, attori e registi, insomma figure capaci di tenere insieme questi mondi. Quest’anno abbiamo il regista Carlo Sironi (Sole, Quell’estate con Irène), la sceneggiatrice Paola Mammini (Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti) e l’attrice Francesca Colucci (Romulus, Mrs. Playmen).

Com’è avvenuta la selezione dei corti?

L’iscrizione al festival avviene attraverso FilmFreeway, una delle piattaforme più utilizzate sia dalle distribuzioni che dai registi che decidono di distribuire autonomamente il proprio cortometraggio. Apriamo le iscrizioni per un periodo di circa 6-7 mesi. Alla chiusura, noi due guardiamo tutti i corti proposti: ognuno li vede tutti da sé ed esprime il proprio parere. Su circa 200-250 lavori che arrivano da tutto il mondo, di solito ne troviamo almeno 30-40 di livello tale da poter entrare nella selezione. Nella maggior parte dei casi siamo d’accordo, ed è una cosa bella e non scontata. Da lì arriviamo ai 16 selezionati e a un numero variabile di lavori ai quali assegniamo una menzione prima del festival. 

E secondo quali criteri componente la selezione definitiva? 

Pur valorizzando la tenuta della storia e la qualità formale, lo standard tecnico non è per noi un requisito obbligatorio: se il cuore e la forza del racconto superano i limiti tecnici, siamo aperti a dare spazio al lavoro. Una volta terminata la selezione, consegniamo i lavori alla giuria, che ha circa un mese per visionarli e comunicarci il loro verdetto che comunicheremo alla fine della seconda giornata. 

Quali premi vengono assegnati?

Ci sono i premi della giuria e il premio del pubblico. Quello del pubblico viene deciso attraverso un sistema di votazione molto semplice: ogni spettatore assegna un voto da 1 a 5 a tutti i corti, e calcolando una media ponderata viene rilevato il film preferito della selezione. La giuria invece assegna otto premi: miglior corto di finzione, miglior documentario, regia, sceneggiatura, interprete, fotografia, montaggio e suono. Però riteniamo che il vero premio, la vera vittoria, è essere nella selezione ufficiale. Essere selezionati dà accesso a tutto quello che il festival offre, e i premi hanno uno spazio relativamente ridotto nell’economia delle due giornate. Sono soprattutto un gioco finale, e un’occasione per mettere in piedi una sorta di piccolo spettacolo. 

Da un punto di vista artistico, cosa significa per voi il cortometraggio?

JCG: Un cortometraggio rappresenta sicuramente uno strumento narrativo molto più a portata di mano del lungometraggio: si può realizzare in modo più semplice, perché dura poco e richiede un’idea breve. Quindi, per chi si mette in gioco e vuole fare questo mestiere, il corto è molto utile per far conoscere se stessi e il proprio stile, ciò che si vuole raccontare e il proprio modo di farlo.

RC: Il cortometraggio è prima di tutto una forma espressiva. Ciò che rende un corto riuscito è quando non si tratta dell’imitazione di un film, di un “film in piccolo” o di un semplice biglietto da visita. Diventa interessante quando sono proprio il formato, la durata e lo strumento narrativo giusto per raccontare quella storia. Quando riesce a raccontare una storia, evocare dei temi o fare anche solo un piccolo affresco che non sarebbe stato altrettanto potente con un altro strumento narrativo, allora il cortometraggio assume una sua valenza assoluta.

Ci sono tendenze narrative o formali che tornano spesso?

JCG: Spesso le persone raccontano qualcosa che hanno bisogno di esprimere. Vediamo molti temi personali e nel fare la selezione ci piace proprio questo: dare la possibilità di essere visti. Gran parte dei cortometraggi racconta temi molto drammatici, ma in mille forme diverse: magari un po’ più horror, o più thriller, o più comico. Per quello che vedo, con il cortometraggio si ha anche meno paura di sbagliare, e ci si mette maggiormente in gioco. 

RC: Dal punto di vista dei temi, sicuramente la tecnologia pervadente e l’AI sono molto presenti. Forse anche l’amore, nelle sue forme più esplorative, è un tema che ritorna: coppie aperte, gestione del tradimento, delle relazioni. C’è anche tanta voglia di dire qualcosa da un punto di vista sociale: ci arrivano tanti film dal Medio Oriente e dall’India, in cui si parla di società e di diritti, di omosessualità e della difficoltà di esprimersi liberamente. Nei lavori italiani notiamo tantissima frammentazione, sia nel gusto di fare le cose sia nei temi trattati. E forse è proprio questa la cosa interessante: non c’è un unico tema dominante, direi che il tema principale è proprio la frammentazione.

Che cosa significa fare un festival a Milano?

JCG: A Milano adesso di festival ce ne sono tanti, grazie al cielo. Quindi vuol dire più opportunità per i registi emergenti e per chi vuole fare questo mestiere di farsi vedere. Questa, secondo me, è una cosa positiva. La difficoltà, appunto, è che, dato che ci sono molti festival, anche la domanda delle persone per partecipare è tanta e, di conseguenza, i festival devono fare una selezione. Ma anche questo fa parte del gioco. Col fatto che ce ne sono diversi, si ha la possibilità di provare ancora di più: provi di qua, provi di là e, in qualche modo, alla fine ce la fai.

RC: Questa domanda ci dà l’occasione di parlare di FAM, una novità della terza edizione: è un’associazione di 5 festival di cortometraggi di Milano e dell’hinterland: il nostro 35mm Film Festival, Vertigo Film Festival, Short Out Film Festival, Milano Short Film Fest, e Corto Circuito Film Festival. Ci siamo riuniti perché Milano è un terreno molto fertile, ma anche dispersivo. Essendo una metropoli internazionale, ci si trova a competere con eventi giganteschi: questo rende più difficile il dialogo con le istituzioni e l’accesso ai fondi, perciò abbiamo pensato di metterci insieme per fare fronte comune. In questo senso è un po’ come le sardine: se il nostro competitor è grosso come le Olimpiadi, ci serve un banco molto più ampio.

Si può definire Milano una città di cinema?

Noi abbiamo scelto di rimanere a Milano anche per la nostra attività di autori e registi perché crediamo molto nel potenziale della città. Milano potrebbe avere un ruolo importante per quanto riguarda il cinema d’industria, anche mettendo in relazione tutte le filiere con il piccolo cinema indipendente. Ci sono le competenze, grazie soprattutto a pubblicità e moda; ci sono le risorse, e c’è una certa mentalità da parte dei privati e delle aziende nell’investire nell’arte e nella cultura. Allo stesso tempo, pensiamo che Milano fatichi a diventare una vera città di cinema. Ha un bacino molto ampio, un pubblico curioso, ma offre anche una quantità infinita di eventi. D’altra parte, tra queste edizioni e gli altri eventi che abbiamo organizzato, il pubblico ha sempre risposto positivamente. Il fatto di avere un bacino così ampio e un pubblico interessato alla cultura ci permette comunque di portare a casa eventi di questo tipo. Siamo innamorati di Milano. Abbiamo più volte pensato di andare a Roma, ma alla fine ci piace stare qui.

La 3° edizione del 35mm Film Festival si terrà nel weekend del 3-4 ottobre presso il Wanted Clan, in Via Tertulliano 68 a Milano. Per maggiori informazioni 35mm Film Festival.

Edoardo Borghesio

Capo-redattore

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