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  • RECENSIONE THE CONJURING: PER ORDINE DEL DIAVOLO

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    James Wan. Un nome che, quando pronunciato, è capace di far battere forte il cuore di milioni di fan del cinema horror, memore soprattutto di aver creato alcune delle saghe horror più conosciute al mondo. Debuttando con forse il suo lavoro più famoso, Saw-L’enigmista, nel 2004 ha dato vita ad una serie di film che, tra alcuni alti ma soprattutto tanti bassi, continua a tornare in sala con nuovi capitoli ancora oggi (vedi Spiral-L’eredità di Saw diretto da Darren Lynn Bousman in uscita nelle sale a Giugno); passando per Dead Silence (2007), un pregevolissimo horror meno conosciuto ma non per questo meno valido; ha poi diretto nel 2010 il film Insidious, divenuto oggi un cult per una nicchia di appassionati nonostante il buon successo ottenuto all’epoca, dando origine anche qui ad una saga proseguita con altri tre capitoli (di cui lui è però regista soltanto dei primi due) ed uno ancora in dirittura d’arrivo.

    E’ però nel 2013 che si presenta al mondo nel ruolo di regista del film che molti ritengono il suo capolavoro: The Conjuring. Basandosi sulla storia dei demonologi Ed e Lorraine Warren, Wan era riuscito infatti a creare un horror che fosse al tempo stesso commerciale ed adatto al grande pubblico ma capace anche di toccare i tasti giusti, confezionando (ancora una volta) il fenomeno del momento. Il prodotto fu talmente un successo da portare la produzione a creare un vero e proprio Universo Condiviso, popolato da diverse storie che, in un modo o in un altro, finiscono sempre per collegarsi tra di loro. Nascono così Annabelle con le sue tre iterazioni (John R. Leonetti, 2014; David S. Sandberg, 2017; Gary Dauberman, 2019), The Nun (Corin Hardy, 2018), Ll Llorona (Michael Canvas, 2019) ed un seguito diretto del “capostipite” sempre con James Wan alla regia chiamato The Conjuring – Il caso Enfield uscito nel 2016.

    Esclusi il secondo The Conjuring ed il secondo Annabelle (chiamato Annabelle Creation), purtroppo si tratta di prodotti scialbi se non addirittura pessimi. Dopo 5 anni dall’ottimo secondo capitolo, i coniugi Warren sono tornati protagonisti per un’altra iterazione, questa volta non più diretti da Wan, bensì dal Michael Canvas già regista del pessimo Lla Lorona e questo già fece storcere il naso a molti e le aspettative per il film si abbassarono drasticamente, con qualcuno che inneggiava al disastro ancora prima dell’uscita dei trailer. Purtroppo, queste persone avevano ragione.

    UN (FORSE TROPPO RIPIDO) CAMBIO DI ROTTA

    Abbandonata la struttura della “casa infestata” presentata nei primi due capitoli, il film decide di cominciare in “medias res”, nel bel mezzo dell’azione. Gli Warren sono infatti già nel bel mezzo di un esorcismo (a differenza degli altri due film in cui bisognava attendere oltre la metà del film), il cui protagonista è un bambino di 8 anni. Le possibilità di salvarlo sono molto basse, perciò il cognato Arne Johnson (Ruairi O’Connor) decide di prendere il demone che infesta il bambino dentro di sé. Ciò porta il ragazzo a commettere un omicidio per il quale viene arrestato ma, una volta arrivato in tribunale, afferma, con l’appoggio degli Warren, che la causa delle sue azioni è dovuta ad una possessione demoniaca.

    Da qui il film procederà come un horror poliziesco, nel quale i due coniugi “interpretano” il ruolo dei detective ed il loro scopo è trovare le prove della possessione e poterle presentare in tribunale. Sulla carta, l’idea è interessantissima: non solo si allontana dalla struttura dei precedenti capitoli (evitando di essere quindi stucchevole come “more of the same”), ma apre le porte ad un tipo di narrazione particolare e funzionale che permetterebbe anche di discutere tematiche anche scottanti, in primis il discorso sul poter utilizzare la “scusa” della possessione in tribunale. Peccato che tutto questo funga da mero pretesto per far cominciare gli eventi del film, riducendo all’osso tutte le possibili discussioni che se ne potrebbero ricavare e portando i protagonisti di questa vicenda ad avere soltanto una piccolissima parte, troppo ridotta perché lo spettatore possa provare anche un minimo di empatia nei loro confronti.

    Un esempio su come gestire questa struttura narrativa è L’esorcismo di Emily Rose (Scott Derrickson, 2005). Anche lui tratto da una storia vera, condivide con questo terzo capitolo l’inserimento di un processo in tribunale, nel quale però si verifica la veridicità di un esorcismo e quindi l’effettiva possessione della ragazza, piuttosto che la presenza di alcune malattie. Nonostante la piccola differenza di argomento, è un esempio di come riuscire a coniugare un argomento giuridico con un elemento sovrannaturale alternandolo a veri e propri momenti horror.

    I DETECTIVE WARREN

    Passando alla parte poliziesca, solitamente si utilizza un modus operandi per coniugarla con l’elemento horror: questa infatti è spesso più un pretesto per poter portare i protagonisti verso i momenti spaventosi ed inquietanti che sono l’effettivo cuore del prodotto. Coraggiosamente, questo prodotto tenta di fare il contrario, ma finisce per fallire. Il far partire il tutto dalla necessità di provare la soprannaturalità dell’evento (dove spesso è invece il contrario) è una premessa interessante, ma il film decide di ribaltare tutta la struttura sopracitata, inserendo quindi le scene horror non come punto d’arrivo delle indagini ma come pretesto per portare i protagonisti in alcuni luoghi o verso alcune scelte. Questo però conduce il film verso una monotonia estrema, con la sequenza “arrivo in un luogo – scena horror” riproposta più e più volte per quasi tutta la durata del film, rendendo tutte le sequenze che dovrebbero fare dello spavento il loro punto di forza estremamente monotone e banali (complice anche un eccessivo e continuo uso di jumpscare classici).

    Se l’horror risulta così marginale (o banale) è forse per dare più spazio all’elemento investigativo della storia. Peccato che anche qui il tutto sia di una estrema banalità. Il “villain” del film non è più il demone in sé, bensì un satanista in carne ed ossa che l’ha evocato e da qui il prodotto aveva “carta bianca” vista la novità nell’universo condiviso di questa scelta. In realtà il tutto si risolve in maniera abbastanza semplice e prevedibile, senza riuscire mai a coinvolgere pienamente lo spettatore, vista anche la mediocre gestione dei vari personaggi che compongono questa storyline e la pochezza nello sviluppo del satanista e delle sue motivazioni.

    Due esempi di ottima costruzione di questa struttura vengono ancora dal sopracitato Scott Derrickson, con i suoi Sinister (2012) e Liberaci dal male (2014), entrambi caratterizzati da una struttura narrativa che mescola un’indagine (nel primo caso giornalistica e nel secondo poliziesca) all’elemento horror in maniera riuscitissima.

    Nota positiva risultano invece i due protagonisti. Patrick Wilson e Vera Farmiga sono perfettamente calati nei loro  ruoli ed hanno tra di loro una chimica veramente eccezionale. Portando avanti ciò che già era stato mostrato nei precedenti, i due personaggi riescono ancora a raccontare qualcosa di loro che non sapevamo, rimanendo comunque interessanti e permettendo allo spettatore di entrare sempre di più in sintonia con loro pellicola dopo pellicola.

    IL VERO PROBLEMA

    Come detto sopra, il prodotto fallisce pienamente nell’essere un film spaventoso o perlomeno inquietante e questo è da imputare principalmente ad un fattore: il cambio di regia. Per quanto Wan non sia un maestro alla pari di altri registi, è innegabile che la mano per creare ottimi film ce l’ha senz’altro. Niente di troppo peculiare, ma è quel movimento di macchina o quella scelta stilistica particolare che riesce a rendere memorabili ed emozionati le varie sequenze presenti nei primi due capitoli, che qui invece mancano completamente. Canvas non è un cattivo regista, ma la sua esposizione risulta estremamente basilare e statica, portando le varie sequenze a perdere tutto l’entusiasmo e la carica che avrebbero potuto presentare se gestiti da una mano più esperta.

    Ne sono un altro esempio i jumpscare. Tra Insidious e i due The Conjuring, è innegabile che a Wan questo espediente piaccia. Questi però risultano inseriti in maniera intelligente all’interno della narrazione, portando quindi lo spettatore a spaventarsi spesso, vista anche la varietà di situazioni che il regista è capace di creare. Canvas invece inserisce il jumpscare nella modalità più classica possibile, portando anche lo spettatore meno abituato ad intuire dopo poche sequenze la struttura che c’è dietro la loro comparsa.

    Ottimo il montaggio, che riesce a creare delle bellissime sequenze oniriche, confuse il giusto e belle visivamente, mentre la fotografia si attesta sulla mediocrità. Esclusi i due protagonisti sopra citati, i personaggi secondari contano una buona interpretazione da parte degli attori, tutti particolarmente in parte.

    CONCLUSIONI

    Nonostante l’ottimo soggetto e la formidabile coppia Wilson-Farmiga a trainare il tutto, The Conjuring Per ordine del diavolo soccombe sotto il peso dei predecessori. Una regia modesta, ma non a livello di James Wan, una sceneggiatura con molti problemi ed una gestione dei momenti horror monotona e stantia abbassano di molto la qualità complessiva del prodotto. Non si tratta certo di un film terribile, ma è sicuramente un peccato vedere un universo nato da ottimi prodotti scadere sempre più verso la mediocrità.

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  • RECENSIONE MORTAL KOMBAT DI SIMON MCQUOID

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    Portare un videogioco al cinema non è sicuramente un compito facile. In molti hanno provato (vedi Silent Hill di Christophe Gans, 2006, Doom di Andrzej Bartkowiak, 2006, o la saga di Resident Evil  di Paul W.S. Anderson per citarne alcuni tra i più famosi), ma la maggior parte ha fallito. Si trattava infatti di prodotti mediocri, spesso con budget limitati e che non riuscirono ad essere apprezzati né dalla critica specializzata né dal pubblico più generalista, arrivando, talvolta, a diventare dei cult. E’ il caso anche del primo adattamento del franchise di Mortal Kombat, uscito nell’ormai lontano 1995 e diretto dal già citato Paul W.S. Anderson: un film limitato soprattutto dal budget molto ridotto e dalla tecnologia dell’epoca, che portarono alla creazione di un prodotto estremamente insufficiente e pieno di problemi, diventato però un “guilty pleasure” per molti fan della serie, che continuano a ritenerlo ancora oggi un pezzo da non dimenticare della storia del marchio MK.

    A 26 anni di distanza da quel film, Warner Bros assieme a James Wan e New Line Cinema ha deciso di riprovarci, portando alla creazione di una nuova trasposizione del videogioco, che proprio nella scorsa generazione videoludica ha conosciuto una rinascita con il nono capitolo (e reboot della serie) uscito nel 2011 e, soprattutto, il grande successo riscontrato dall’undicesimo capitolo uscito l’anno scorso. Con Simon McQuoid alla regia e Greg Russo e Dave Callaham alla sceneggiatura, il film ha raggiunto in contemporanea le sale ed HBO Max nel mese di Aprile, per poi sbarcare in Italia il 30 Maggio.

    FIGHT!

    Il film comincia con un prologo estremamente esplicativo del tipo di prodotto che lo spettatore sta per guardare. L’abitazione di Hanzo Hasashi viene infatti attaccata da alcuni uomini del clan rivale, il Lin Kuei, con la risultante della morte di tutti i membri del clan Shirai Ryu, compresa la famiglia di Hanzo, morta congelata. Arrivato sulla scena, il ninja riesce ad eliminare in maniera estremamente violenta e splatter diversi rivali, soccombendo però al loro capo Bi Han, capace di controllare e creare armi di ghiaccio. Dal Giappone feudale la scena si sposta poi nel presente, dove il protagonista Cole Young, portatore di un marchio a forma di testa di dragone, si ritrova obbligato ad addestrarsi ed a combattere guerrieri con abilità sovrumane, in quanto prescelto per combattere nel Mortal Kombat, un mortale torneo tra regni.

    Anche cercando di riassumere e semplificare il più possibile, la trama risulta particolarmente confusa, complice il fatto di essere nata come pretesto per combattimenti estremamente gore in cabinati arcade e di essersi poi espansa successivamente, portandosi però dietro diversi problemi e buchi di trama. All’interno del film questo aspetto pesa parecchio. La struttura narrativa, che ad una semplice occhiata può sembrare semplice risulta invece inutilmente complicata e contorta, portando anche lo spettatore più attento a confondersi. Inoltre il protagonista, creato da zero per film, risulta un personaggio abbastanza piatto, che non riesce mai a emergere affiancato ai vari personaggi secondari, complice anche la scelta di un attore espressivamente anonimo e uno stile di combattimento che risulta troppo classico e banale.

    IL PARADISO DEI FAN (O QUASI)

    Nonostante nel film manchino diversi personaggi famosi del videogame, la maggior parte dei protagonisti dei capitoli principali sono presenti. Inoltre sono proposti con estrema cura sia per i costumi sia per i “moveset”, quasi identici a quelli presenti nei videogiochi. Vedere sullo schermo personaggi come Scorpion, Sub Zero, Kung Lao e Liu Kang sono, per un fan, un vero spettacolo. Ugualmente non si può invece dire per i personaggi meno conosciuti: se Kabal, Jax o Kano sono curati quasi ai limiti della perfezione, personaggi come Reptile, Mileena o Reiko hanno subito un forte restyling rendendoli completamente diversi dagli originali, facendogli perdere tutto il loro fascino.

    Il cuore di Mortal Kombat sono però sempre stati i combattimenti estremamente splatter ed eccessivi. Può sembrare cosa semplice da trasporre al cinema, abituati come siamo alla visione di film cruenti, ma così non è. Nel videogioco un personaggio può venire colpito alla testa da un gigantesco martello, per poi rialzarsi subito dopo come se niente fosse, con la barra dei punti vita unica vittima dell’accaduto; una cosa di questo tipo non può essere inserita all’interno di un prodotto cinematografico. Anche qui il film riesce a risultare molto godibile e divertente, con combattimenti lunghi ma appaganti e divertenti che spesso si concludono con le sanguinolenti Fatality che hanno reso famoso il franchise, anche queste trasposte con molta fedeltà e cura.

    Il film è inoltre pieno di riferimenti che soltanto i fan potranno notare. Da veri e propri Easter Eggs a citazioni di frasi celebri del gioco che, per mantenersi tali, non sono state tradotte nell’adattamento in lingua italiana. Fioccano quindi frasi come “Fatality!” o “Finish Him!”, passando per la celebre frase finale di ogni scontro qui  pronunciata da Kano “Kano Wins”  fino alla famigerata “Get Over Here!” di Scorpion; si consiglia comunque di guardare, se possibile, il film in lingua originale soprattutto per apprezzare ancora di più la scelta attoriale e la corretta pronuncia dei nomi dei combattenti.

    NON E’ TUTTO ORO CIO’ CHE LUCCICA

    Chiusa questa parentesi estremamente positiva, ci sono altri due punti di cui bisogna parlare. Il primo riguarda proprio il Mortal Kombat, il torneo che dà il nome al film. Se nel capostipite videoludico e nella trasposizione del 1995 si trovava, giustamente, al centro della vicenda, qui viene relegato ai margini, fungendo quasi esclusivamente come incipit della vicenda, togliendogli quindi tutto il fascino di quel macabro torneo che dovrebbe invece essere al centro della trama. Se per un fan può essere un dispiacere più che un problema, così però non è per lo spettatore generico, il quale si ritroverà spesso confuso soprattutto sul funzionamento e le regole della competizione in questione, che vengono semplicemente esposte da alcune linee di testo (anche particolarmente vaghe e criptiche) subito dopo l’apparizione del titolo.

    Altro punto debole è l’inserimento del marchio del dragone, non presente nei videogiochi. In quest’ultimi chiunque può combattere nel torneo e i giusti addestramenti permettono di imparare alcune tecniche, sempre se non si fa parte di una dinastia di “magici guerrieri”. Nel film invece soltanto chi ha il marchio può partecipare e, se non lo acquisti per diritto di nascita, puoi ottenerlo soltanto uccidendo qualcuno che lo possiede. Inoltre, soltanto se si possiede questo marchio, si può attingere ad un’energia interiore che permette di sviluppare poteri sovrumani. Se da un lato risolve le varie assurdità su cui le controparti videoludiche non si sono mai soffermate (come monaci che sparano fuoco dalla mani o si teletrasportano), dall’altro limita di molto il modo in cui si svolgono le vicende aggiungendo un’ulteriore (ed inutile) complicazione.

    Dal punto di vista registico, il film risulta un lavoro mediocre, dovuto forse anche al fatto che questo sia un esordio alla regia per primo Simon McQuoid. Le vicende risultano abbastanza chiare, senza però particolari picchi espressivi e con un paio di momenti più concitati durante le scene d’azione che risultano un po’ confusi.

    D’altro canto gli effetti speciali e visivi sono ottimi. In primis il ghiaccio creato da Sub Zero è reso in maniera stupenda, come anche il fuoco di Scorpion, le braccia robotiche di Jax o il personaggio di Goro (finalmente possiamo dimenticarci il “pupazzone” presente nell’adattamento del ’95). Purtroppo qualche piccola incertezza c’è: un personaggio la cui testa è stata aggiunta in CGI in maniera poco rifinita o i movimenti del personaggio di Kabal, il quale vedendolo in azione sembra quasi interamente creato a computer, creando un effetto non sempre gradevole per gli occhi. Per fortuna si tratta perlopiù di piccolezze, legate inoltre a personaggi che presentano un minutaggio a schermo abbastanza ridotto.

    CONCLUSIONI

    Nonostante una regia abbastanza mediocre e diversi problemi sul lato della sceneggiatura, questa trasposizione di Mortal Kombat può tranquillamente essere definita uno dei migliori adattamenti di un videogioco al cinema. Soprattutto per i fan, il film è una gioia per gli occhi, con molti personaggi iconici curati e trasposti ai limiti della perfezione, nonostante qualche cambiamento per alcuni, ma soprattutto con un prodotto che risulta molto divertente e che riprende appieno l’anima splatter e violenta del videogioco. Tutt’altro che un capolavoro quindi, ma sicuramente uno di quei film di cui si fa felicemente un rewatch ogni volta che lo trasmettono in televisione.

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  • RECENSIONE ARMY OF THE DEAD DI ZACK SNYDER

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    Nel bene e nel male, tutti conosciamo Zack Snyder. Entrato nel mondo della regia con il suo Dawn of the Dead  (remake di Zombi  di George Romero del 1978) nel 2004, passando per l’adattamento di alcuni fumetti, come 300  (2007) di Frank Miller e Watchmen  (2009) di Alan Moore, arrivando alla creazione del suo universo ispirato ai supereroi dell’universo DC culminato con il caso di Zack Snyder’s Justice League (2021), Snyder è riuscito ad ottenere una grande fama e apprezzamento soprattutto da parte del pubblico più generalista, mentre invece ha ricevuto grosse stroncature da parte della critica specializzata.

    Apprezzato o meno, Zack Snyder in questo 2021 sceglie di tornare sul tema degli zombie, lo stesso che lo aveva introdotto al cinema, ma con toni decisamente più leggeri e scanzonati. Anche questa volta Zack ci avrà messo il suo zampino?

    IL SOLITO ZOMBIE MOVIE

    Army of the Dead ci mostra fin da subito la causa della pandemia di zombie che infesterà Las Vegas per tutto il corso del film. Perdonatemi il termine, ma penso sia il migliore per descrivere ciò che succede nei primi 10 minuti di film: ignoranza. Ma in senso buono, dato che tutto funziona perfettamente nel catapultare lo spettatore all’interno di un film che volutamente non si prende sul serio e punta quindi soltanto al puro intrattenimento. Durante i titoli di testa, accompagnati dalla canzone Viva Las Vegas cantata da Richard Cheese, vediamo quelli che saranno i protagonisti del film affrontare l’inizio dell’epidemia tra esplosioni, sangue e budella. Il tutto avviene incessantemente a ritmo di musica e con vari intermezzi in cui i personaggi si presentano facendo vedere le proprie fotografie, mostrando chi erano prima di dell’apocalisse zombie (viene quasi da pensare che si tratti più di uno spot pubblicitario piuttosto che dell’inizio di un vero e proprio film).

    Dopo questa intro, iniza il film vero e proprio. Ci viene mostrato il protagonista, Scott Ward (Dave Bautista), venire contattato da un ricco uomo giapponese (Hiroyuki Sanada), il quale gli affida una missione: entrare in un caveau sotterraneo all’interno di un casinò di Las Vegas ed estrarre tutto il denaro al suo interno. Per avere successo nella missione, Ward decide quindi di formare una squadra composta dai migliori “talenti” in circolazione: chi riesce ad aprire porte impossibili da aprire, chi a pilotare elicotteri nel mezzo della battaglia e chi a tagliare a metà zombie con una sega elettrica. Il problema più grande è, però, il tempo. Il governo americano, infatti, dopo essere riuscito ad arginare il contagio zombie all’interno della città di Las Vegas, ha deciso di bombardarla con un ordigno nucleare così da eliminare per sempre tutti gli zombie, costringendo anche i nostri protagonisti ad agire in fretta per uscirne vivi.

    UN PRODOTTO CONFUSO

    Soffermandosi sulla sceneggiatura, il film ha un grosso problema: da un lato cerca di essere frivolo e scanzonato e dall’altro invece ricerca serietà e profondità, non riuscendo però a legare adeguatamente il tutto e creando quindi un miscuglio disomogeneo.

    Si passa infatti da momenti in cui sono le esplosioni e gli scontri a fuoco a farla da padrone, anche con la giusta dose di divertimento, a momenti in cui il film tenta di colpire nel profondo attraverso i dialoghi tra i diversi personaggi (soprattutto tra Scott e il personaggio della figlia interpretato da Ella Purnell), toccando anche i temi del femminismo o della libertà d’espressione, senza riuscire però a proporlo in modo interessante. Succede quindi che lo spettatore carico di adrenalina e desideroso di un continuo d’azione venga catapultato in dialoghi che risultano estremamente pesanti ed anti-climatici, rovinando non di poco l’esperienza complessiva del film, fino a sfociare in un finale anche fin troppo prevedibile.

    Pregio invece del film risulta essere la gestione degli zombie. Questi non sono infatti i classici non morti da film horror, quanto più da film fantasy o videogame, vista anche la distinzione che viene presentata tra quelli “classici”, qui chiamati Shambler, ed altri invece più potenti, agili ed intelligenti chiamati (con non molta fantasia) Alpha e che discendono direttamente dal primo infetto. Questi ultimi infatti indossano alcuni abiti peculiari (vedi la regina con la corona o il re con un elmo) ed utilizzano armi e cavalcano animali. Su quest’ultime mi soffermo un momento per apprezzare la CGI con cui sono state realizzate: sia il cavallo (che viene visto relativamente poco, ma è comunque ben fatto) ma soprattutto la tigre zombie, che risulta bellissima e terrificante al tempo stesso.

    UNA PUBBLICITÀ DI ZOMBIE

    Purtroppo, Army of the Dead ha un grosso problema dal punto di vista registico: sembra un lunghissimo spot pubblicitario. Nonostante l’utilizzo del rallenty non sia preponderante in questo prodotto rispetto agli altri suoi lavori, molte sequenze sembrano costruite appositamente per essere tagliate e postate sul web come pubblicità. Questo stile era già presente in altri film di Snyder (basti pensare nel suo recente Justice League e alla sequenza in cui Jason Momoa si strappa la maglietta e cammina al rallentatore lungo una passerella mentre viene bagnato dalle onde del mare, che ricorda terribilmente una pubblicità di un profumo), ma non risultava così schiacciante ed onnipresente quanto in questo film, tanto da risultare eccessivo e stucchevole, rendendo quindi anche le scene d’azione alla lunga particolarmente noiose.

    La fotografia è firmata sempre da Snyder e, nonostante l’abbandono dell’ormai abusata patinatura caratteristica dei suoi film, anche questa risulta a lungo andare eccessiva.

    Parlando del cast, che risulta estremamente funzionale nel proporre i classici stereotipi dei film d’azione, non si può non considerare un grande difetto: la mancanza di originalità. Non c’è nulla di male nel riproporre i soliti personaggi che hanno reso popolare il genere, purtroppo però il film non tenta minimamente di proporre alcun personaggio particolare, creando così poco interesse e parecchia noia nello spettatore, anche in quello più generalista. Abbiamo il tedesco biondo che cita Wagner ed è super intelligente, la sud-americana con la bandana in fronte, l’americano pelato con il berrettino verde e gli occhiali da sole sempre indosso, il pilota d’aerei con il sigaro sempre acceso e così via. L’unico personaggio che esce in parte dall’anonimato è quello del protagonista, grazie anche all’interpretazione particolarmente buona di Bautista.

    CONCLUSIONI

    Per chi si aspettava un prodotto trash ma divertente, magari simile agli adattamenti di Resident Evil con Milla Jovovich, rimarrà purtroppo deluso da un prodotto che, nonostante cerchi di essere divertente senza troppe pretese, finisce invece per averne fin troppe, inserendo in maniera forzata discorsi apparentemente profondi ma trattati in maniera banale, che rendono l’esperienza di visione particolarmente monotona e tediosa, vista anche la durata eccessiva (più di due ore). Mentre dal punto di vista registico e fotografico, Snyder sembra voler impacchettare una bellissima pubblicità, dimenticandosi però che sta invece facendo cinema.

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  • RECENSIONE JUPITER’S LEGACY – SUPEREROI IN CASA NETFLIX

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    Che momento fantastico per essere fan dei supereroi! Abbiamo il Marvel Cinematic Universe  in continua espansione sia sul grande sia sul piccolo schermo attraverso l’appuntamento, ormai settimanale, su Disney Plus. Sony sta producendo diversi film sui villain (vedi Venom  di Ruben Fleisher,  con il suo sequel appena annunciato con Andy Serkis alla regia, e il film su Morbius in uscita ad inizio 2022). Anche dal lato DC sono in uscita diversi prodotti come The Batman  di Matt Reves (rimandato al 2022) o The Suicide Squad  di James Gunn in uscita questa estate.

    Poi abbiamo Amazon, che tra i suoi originals ha sfornato quella che ormai è già divenuta una serie cult:

    The Boys, la serie anti-eroi per eccellenza. Una storia in cui non è così semplice distinguere tra buoni e cattivi ma in cui, senza dubbio, i protagonisti non possono essere considerati eroi, e la serie animata Invincible, tratta dai comics di Robert Kirkman. Non poteva, quindi, mancare Netflix all’appello, con una sua serie originale: forse è il caso di dire “Meglio tardi che mai”.

    LA TRAMA

    Come si evince dal titolo, la serie ruota tutta attorno alla legacy, ovvero all’eredità. I supereroi, riuniti in un’unica squadra chiamata L’Unione, proteggono il mondo da quasi cent’anni, capitanati da Sheldon Sampson AKA Utopian (Josh Duhamel) il quale garantisce la sicurezza della Terra insieme al fratello Walter AKA Brainwave (Ben daniels) e con la moglie Grace AKA Lady Liberty (Leslie Bibb).

    Ma l’età comincia a farsi sentire:  è arrivato il momento, dunque, di presentare la nuova generazione di supereroi. Ma saranno davvero pronti a lasciare il loro ruolo? Ed i figli saranno pronti per questa mansione?

    Parallelamente viene anche presentata una seconda storyline,  concentrata su Sheldon, Ben e sugli altri eroi dell’Unione durante gli anni ’20 alla scoperta di come hanno ottenuto i loro poteri e di come sono diventati i primi supereroi del mondo.

    SUPEREROI IN CALZAMAGLIA

    Dopo la visione del primo episodio non possono non tornare alla mente prodotti tipicamente anni ’90 come Tenage Mutant Ninja Turtles  o Power Rangers. Personaggi in tutine o costumi “plasticosi” (passatemi il termine) che combattono in maniera “scattosa” e che si fermano spesso in posa. Non parliamo del trucco del supercattivo Blackstar che richiama fin troppo quello rigido dei cattivi dei film anni ’90 (Wishmaster sei tu?).

    Tutto questo potrebbe far pensare ad un prodotto poco curato e destinato ad un pubblico principalmente di bambini: niente di più sbagliato. Ho voluto citare The Boys  all’inizio proprio perché questi due prodotti condividono il voler trattare i supereroi sotto un’ottica principalmente umana, sentimentale ed ideologica prima che sui combattimenti adrenalinici e mascolini tipici di film di questo genere Hollywoodiani. Proprio per questo si riesce a passare sopra tutte le caratteristiche da “prodotto di serie b” elencate.

    Il Codice, una serie di regole a cui gli eroi devono attenersi tra cui quella di non uccidere, viene messo in discussione dai tempi moderni che gli eroi si ritrovano a vivere, eroi che forse non sono pronti a diventare tali o forse non aspirano nemmeno a diventarlo. Proprio su questo la serie ci mostra i due figli di Sheldon, Brandon (Andrew Horton) il quale vuole essere a tutti i costi un degno successore del padre e Chloe (Elena Kampouris) che invece ripudia la vita supereroistica in favore di quella da star e modella. Droga, alcolismo, linguaggio e temi forti sono costantemente in primo piano in ogni minuto delle 8 puntate, ribadendo come la serie sia in realtà destinata ad un pubblico post adolescenziale, che si ritrovano a dover diventare i nuovi adulti con tutte le pressioni ed i pesi che ne conseguono.

    Complessivamente, nonostante tutte le buone idee ed intenzioni, la narrazione vera e propria risulta abbastanza semplice e, in diversi momenti, abbastanza prevedibile, soprattutto per un pubblico esperto di questo tipo di prodotti. Rimane comunque una storia interessante che riuscirà sicuramente ad intrattenere ed emozionare lo spettatore.

    UN TUFFO NEL PASSATO

    Come accennato in precedenza, la serie presenta anche una seconda storyline attraverso la quale ci vengono mostrati i nostri eroi ancora giovani e senza poteri affrontare il duro periodo del crollo della Borsa di Wall Street del 1929, evento che darà il via alle vicende che porteranno i personaggi ad ottenere i loro superpoteri, con annesse responsabilità. Lo stacco dal presente al passato ci viene mostrato con un cambio visivo sulle inquadrature: mentre le scene odierne presentano infatti le famose bande nere, le sequenze degli anni ’20 mostrano scene a tutto schermo, uno stratagemma che ricorda molto lo show WandaVision  di casa Disney.

    Tuttavia, la scelta di alternare costantemente le due storyline non funziona per diversi motivi. Innanzitutto  risulta un processo caotico, che non viene presentato allo spettatore, il quale si ritrova quindi sbalzato avanti e indietro e, nel momento in cui ci si abitua a questo procedimento, è evidente come il presente risulti spesso impossibilitato a portare avanti la sua narrazione a causa della presenza di un passato ancora da spiegare e che si prende sulle spalle anche il peso di voler illustrare la personalità e le motivazioni dei vari eroi che andranno a formare l’Unione.

    Il tutto sarebbe stato facilmente risolvibile organizzando la narrazione in maniera differente, ovvero dedicando, dopo un paio di episodi introduttivi nei confronti dei vari protagonisti e del mondo in cui vivono e agiscono, alcuni episodi ambientati interamente negli anni ’20, mostrando senza eccessi, e anche senza fretta, le origini e la lore dei vari poteri e supereroi, per poi tornare nel presente e spingere sull’acceleratore su una storyline che risulta accattivante ed interessante praticamente soltanto sul finale.

    SI POTEVA OSARE DI PIU’

    Dal punto di vista della regia, la serie non presenta picchi particolari, ma riesce a gestire bene tutte le sequenze, sia quelle calme, tranquille più dialogate, sia i combattimenti che risultano sempre chiari e mai confusi (cadendo però in scene d’azione molto plasticose come citato sopra). Molto curate  le transizioni tra passato e presente:  risultano estremamente piacevoli da vedere e mai banali. La fotografia è funzionale, anche se ricorda in diversi punti quella vista in altre produzioni di questo tipo (tocca tirare nuovamente in ballo il The Boys  di Amazon).

    La recitazione è molto buona, soprattutto quella dei veri protagonisti della serie, tra cui non possiamo non menzionare Ben Daniels, Elena Kampouris e l’incisivo, anche se meno presente, Matt Lantern. Anche gli interpreti dei personaggi secondari hanno fatto un ottimo lavoro. Tra le pecche bisogna nominare il trucco. A parte i costumi, a cui lo spettatore comunque finisce per abituarsi, l’invecchiamento dei personaggi non è dei migliori: si passa da personaggi a cui sono state aggiunte alcune rughe sulla fronte ed allungati ed ingrigiti i capelli o aggiunta una folta barba bianca, ad altri in cui la modifica del volto risulta addirittura esagerato, portando ad un risultato poco credibile, per finire in personaggi a cui sono semplicemente stati tinti i capelli di grigio, probabilmente a causa del budget ormai risicato.

    CONCLUSIONI

    Trovata nuova linfa come serie tv targata Netflix, il fumetto di Mark Millar presenta una storia cruda, che punta a smuovere gli animi degli spettatori attraverso interrogativi su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, su ciò che è bene e su ciò che è male. Lo fa con ottimi interpreti ed una regia e una fotografia che, seppur non innovative, colpiscono il segno, lasciando però scoperto il fianco a diverse problematiche nella sceneggiatura delle due storyline che vuole presentare e sul modo in cui vengono messe in scena.

    Complessivamente però si tratta di un ottimo pacchetto, di cui si aspetta con ansia una seconda stagione (o volume per come la serie le chiama). La speranza è che riescano a migliorarsi  visto il grande potenziale inespresso di questo prodotto.

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  • RECENSIONE SENZA RIMORSO DI STEFANO SOLLIMA

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    Correva l’anno 1984 quando uscì il primo romanzo di Tom Clancy, La grande fuga dell’Ottobre Rosso (dal quale fu poi tratto il famosissimo film del 1990 Caccia a Ottobre Rosso  di John McTiernan) che innalzò lo scrittore nell’olimpo dei racconti di spionaggio e fantapolitica. Da quel momento, infatti, Clancy riuscì a sfornare un romanzo dietro l’altro e a creare universi narrativi tutti opportunamente diversi tra di loro, con personaggi e storie memorabili che portarono alla creazione di svariati prodotti cinematografici (vedi anche Giochi di Potere  e Sotto il segno del pericolo  che negli anni ‘90 mettevano in scena i personaggi di Jack Ryan (Harrison Ford) e John Clark (Willem Dafoe) o Al vertice della tensione del 2002 di Phil Alden Robinson con Ben Affleck e Morgan Freeman) , ma anche videoludici o fumettistici, come le numerose iterazioni di brand come The Division, Ghost Recon, Rainbow Six o Splinter Cell.

    Amazon aveva già lavorato in questo campo con la riuscitissima serie tv Jack Ryan e, spinta forse anche dal successo del prodotto appena citato, ha pensato di sfruttare nuovamente questo franchise, arrivando così a produrre questo film, affidando la regia a Stefano Sollima, la scrittura a Taylor Sheridan e il ruolo di protagonista al famoso attore Michael B. Jordan.

    UN “ORIGIN STORY”

    Lo scopo del racconto è quello di presentare il personaggio di John Kelly, un NAVY SEAL che assieme alla sua squadra deve salvare e recuperare un ostaggio ad Aleppo per conto della CIA. Questa missione porterà, però, la squadra di Kelly nel mirino di alcuni soldati russi che elimineranno diversi membri, fallendo però con John, che riesce infatti a difendersi dall’attacco e ad uscirne vivo, ma senza poter salvare le persone che ama. Questo porta il protagonista verso un viaggio fatto di violenza e morte per trovare i responsabili, ma non tutto è quello che sembra.

    Il racconto, infatti, non si limita ad essere soltanto un montaggio di sequenze d’azione una dopo l’altra, ma inserisce momenti più tranquilli e ragionati, in cui sono lo spionaggio e la fantapolitica a farla da padrone. Il viaggio che il personaggio intraprende non serve, infatti, solo per placare la sua sete di vendetta, ma anche per renderlo conscio di come funziona il mondo in cui ha sempre vissuto, in cui non è sempre così semplice distinguere i buoni dai cattivi, tenendo anche conto della (ormai famosissima) strategia del doppio gioco, che non passa mai di moda.

    Purtroppo, però, lo scrittore Taylor Sheridan -reduce da sceneggiature di un certo peso come Sicario (Denis Villeneuve, 2015)  o la serie Yellowstone  di cui è anche regista- non riesce, in questo caso, a costruire una storia chiara e ben bilanciata. Sia chiaro, in una storia di spionaggio i segreti ci devono essere e devono essere scoperti pian piano, ma sembra che lo sceneggiatore non abbia voluto impegnarsi troppo nella realizzazione di una storia anche minimamente originale, inserendo inoltre molti personaggi con comportamenti ai limiti del ridicolo, motivati soltanto dal voler far provare allo

    spettatore emozioni forzate nei loro confronti. Inoltre alla prima visione l’intreccio può risultare alquanto complicato, visto anche il modo sbrigativo in cui viene spiegato allo spettatore niente però che non si possa risolvere con una seconda visione.

    AZIONE REALISTICA

    Lo scopo del film per le scene d’azione risulta chiarissimo già dai primi minuti. La squadra dei NAVY SEAL emerge da un bacino ed elimina con estrema coordinazione un gruppo di soldati armati, per poi procedere verso una base dove in pochi secondi riescono ad entrare ed eliminare tutti i bersagli ostili. Il tutto è presentato con molta serietà e realisticità e così sarà per la maggior parte del film.

    Durante le scene d’azione non si vedrà, infatti, nessuno saltare da un tetto all’altro come se niente fosse o creare maschere iperrealistiche, come in un Mission Impossible e non vengono presentati scontri “uno contro mille” come in un John Wick o in un Rambo. L’azione è molto simile a quanto un gruppo di soldati addestrati può fare nella realtà: c’è coordinazione e precisione, ma senza mai esagerare. Questo comporta però una minore “adrenalinictà” negli scontri di quanto invece ci si potrebbe aspettare da un prodotto di questo genere, cosa a cui lo spettatore fa comunque presto l’abitudine. In questo la regia di Sollima aiuta molto, sempre funzionale e molto chiara e che riesce a seguire i personaggi in ogni movimento, aumentando anche il senso di immedesimazione dello spettatore.

    Se non fosse per lo scontro finale. Dopo uno scontro con alcuni cecchini, il film presenta il classico stallo in cui qualcuno deve sacrificarsi per salvare gli altri componenti della squadra. Qui il film sembra dimenticarsi di tutto ciò che è stato costruito in precedenza, mettendo in scena uno scontro degno di un Fast and Furious in cui un personaggio riesce ad eliminare un esercito di nemici da solo e ad uscirne quasi illeso. La scena in sé funzionerebbe anche, sia dal punto registico che dal punto di vista coreografico, se non stonasse completamente con tutto quello avvenuto prima.

    IL FUTURO DEL FRANCHISE

    All’interno del film sono stati inoltre inseriti diversi rimandi ad altre opere di Tom Clancy. Principalmente i richiami sono due: il primo riguarda il personaggio secondario interpretato da Jodie Turner-Smith, Karen Greer, la quale ci viene detto essere la nipote di Jim Greer, altro famoso personaggio creato da Tom Clancy e che appare nella serie tv Jack Ryan  nominata ad inizio articolo; il secondo riguarda la scena post-credit, nella quale (senza fare spoiler) viene presentata l’intenzione di creare una task force internazionale chiamata “Rainbow”, andando quindi a citare i numerosi romanzi dell’autore riguardo la famosa squadra Rainbow Six  (conosciuta ai più grazie ai numerosi videogiochi che la vedono come protagonista).

    Si presenta quindi la possibilità che in casa Amazon si sviluppi un nuovo universo condiviso, ispirato al già presente nei libri Ryanverse, che potrebbe essere opportunamente modificato per essere trasposto attraverso diverse serie tv o film. Una possibilità molto interessante, che molti aspettano con anche una certa curiosità.

    CONCLUSIONI

    In conclusione, Senza Rimorso è un buon film al quale, però, manca un’anima propria. Anima che cerca di crearsi durante la pellicola con le ottime scene d’azione che puntano al realismo (e qui la regia di Sollima aiuta molto) ma che finisce per affossarsi con le sequenze più tranquille e con la scena d’azione finale, complice soprattutto una scrittura non all’altezza del compito che il film si poneva. Consigliata vivamente una seconda visione del film, che potrebbe aiutare a capire meglio l’intreccio inizialmente un po’ complicato di trama.

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  • RECENSIONE ZEDER – I NON MORTI ROMAGNOLI DI PUPI AVATI

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    Nell’ambito del cinema horror italiano, Pupi Avati è un nome che nel corso degli anni è diventato quasi sinonimo di cult. Il regista romagnolo è infatti una delle figure che, dagli anni ’60 in poi, assieme a figure come Fulci o Bava ha infatti portato in alto il nome dell’horror italiano anche all’estero, grazie soprattutto alle sue sceneggiature mai banali e ad una regia sempre ottima. Partendo dal suo capolavoro più conosciuto La Casa dalle finestre che ridono  del 1976 al suo più recente Il Signor Diavolo  del 2019, ci sono però film che (quasi in maniera inspiegabile) rimangono ancora oggi nascosti ai più. Uno di questi è forse il miglior prodotto che il regista abbia mai creato: Zeder  del 1983.

    UN HORROR “MATTUTINO”

    Il protagonista del film è Stefano (interpretato da un Gabriele Lavia in formissima), un giovane scrittore che, in cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, si imbatte in una teoria riguardante i cosiddetti

    Terreni K, luoghi in cui “il confine con la morte si fa molto labile” e sembrano capaci di resuscitare i morti.

    Da qui il protagonista si ritroverà ad interagire con una mole di personaggi secondari che sono tali soltanto per minutaggio sullo schermo e assolutamente non per importanza o scarsità di scrittura. Si incontrano infatti personaggi scritti benissimo, ognuno con il proprio ruolo nella vicenda e la propria caratterizzazione minuziosa.

    La regia e la fotografia si attestano su livelli altissimi, con la quasi totalità delle scene girate durante il giorno sotto la luce del sole, ma riuscendo comunque a trasmettere un senso d’inquietudine ed un’angoscia pari soltanto ai grandi film del genere (come il recente Midsommar  di Aster del 2019 per citarne uno). La recitazione è ottima e riesce ad inserire lo spettatore in località ben precise (anche grazie alle parlate quasi dialettali, che non risultano però mai presenti in maniera eccessiva o fastidiosa, di alcuni personaggi secondari), ma è soprattutto nella scelta delle ambientazioni che Avati svolge un lavoro eccezionale, riuscendo a passare da centro città affollati ad ipogei sotterranei fino ad ex colonie marittime ed edifici in costruzione, il tutto collegato da una storia assolutamente geniale.

    PUPI AVATI VS STEPHEN KING

    La sceneggiatura, oltre che nella scrittura dei personaggi, mostra una spiccata originalità anche nelle situazioni a cui essi vanno incontro, come spesso accade nei lavori di genere di Avati, anche se qui mostra il fianco a qualche piccolo problema nella gestione di alcune vicende. Non si parla di veri e propri buchi di trama, quanto di accadimenti che avrebbero forse necessitato di una maggiore spiegazione ed attenzione nella scrittura.

    Una piccola chicca, che sa quasi di leggenda, riguarda il soggetto del racconto: molto probabilmente  la descrizione dei Terreni K avrà fatto suonare qualche campanello nei conoscitori del genere horror, soprattutto tra i lettori di Stephen King. Il funzionamento di questi terreni, infatti, rimanda molto da vicino a ciò che avviene nel libro Pet Sematary  (divenuto Cimitero Vivente nella trasposizione cinematografica del 1989), tant’è che alcune persone credono in un ispirazione dello stesso King da questo film di Avati (anche le date di uscita confermano questa teoria, con il film romagnolo in anticipo di circa quattro mesi rispetto al romanzo americano).

    In conclusione, Zeder  mostra, forse, il miglior Pupi Avati regista e sceneggiatore, con un horror gotico che riesce a spaventare e a creare tensione, forte di una regia salda, una fotografia magnifica sia nelle numerose scene diurne, sia nelle più rare scene notturne, un’ottima recitazione ed una sceneggiatura che, nonostante qualche inciampo, riesce a tenere incollato lo spettatore dall’inizio alla fine, curioso come il protagonista Stefano, di saperne sempre di più sui Terreni K e sugli oscuri segreti che essi celano.

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  • RECENSIONE NON MI UCCIDERE DI ANDREA DE SICA

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    Negli ultimi anni, in seguito alla rinascita del cinema italiano di genere, diversi giovani registi si sono affacciati nel panorama cinematografico del nostro paese. Tra questi troviamo Andrea De Sica, nipote di Vittorio De Sica, che dopo alcuni lavori come assistente volontario per Bertolucci in The Dreamers e assistente alla regia per Özpetek e Marra, abbiamo potuto osservarlo direttamente dietro la macchina da presa come regista per la serie Netflix Baby  e per il film I figli della notte del 2017.

    Ritornando al lavoro insieme all’attrice protagonista della serie Netflix Alice Pagani, De Sica si cimenta durante questo 2021 nella regia di una fiaba dark fantasy con elementi horror e dai toni che richiamano molto lavori come Twilight  (Catherine Hardwicke, 2008) o la serie tv Shadowhunters, cercando di proporne una versione in salsa nostrana.

    Alice Pagani e Rocco Fasano in una delle prime scene del film

    La trama segue le vicende della protagonista Mirta (Alice Pagani), la quale assieme al fidanzato Robin (Rocco Fasano) incontra la morte in quello che sembra essere un tragico incidente. Tuttavia,  poche ore dopo, torna magicamente in vita dotata di una forza sovrumana e con la necessità di cibarsi di carne umana: è diventata un Sopramorto. Oltre al dover affrontare questi cambiamenti, la perdita del proprio amato e una veloce ma necessaria crescita verso il mondo degli adulti, Mirta si ritroverà ad affrontare anche una setta di cacciatori di mostri, chiamati Benandanti.

    L’intento del film che si può evincere già dai primi minuti è quello di voler creare un teen drama con diversi elementi da film horror. Tuttavia, se qualcuno si aspetta di trovare un valido film di questo genere rimarrà dolorosamente scottato. Nonostante gli intenti, infatti, il film non riesce mai a proporre delle scene veramente paurose, fermandosi sempre un attimo prima, forse cercando di evitare di essere “troppo spaventoso” visto anche il target preadolescenziale che cerca di attirare. Il senso di inquietudine è infatti soltanto un’esca che il film usa per mettere in scena il dramma adolescenziale del passaggio verso la vita adulta, vista in chiave dark fantasy.

    Gli elementi migliori del film sono da trovare nel lato tecnico: la regia, anche se non strabiliante, riesce a mettere in scena le vicende in modo pulito ed elegante, aiutata da una fotografia molto curata che, assieme alle musiche azzeccatissime, riesce a creare la giusta atmosfera ed i giusti ambienti. Inoltre il film sfrutta l’alternanza giorno/notte non per mostrare il passaggio del tempo, bensì nell’uso di flashback, risultando così molto chiaro ma al tempo stesso funzionale. Le scene più chiare e limpide, dunque, illuminate dalla luce del sole sono infatti tutti flashback, nei quali il regista ci mostra la vita di Mirta prima della sua morte, mentre le scene nel presente con la Mirta “zombie” sono spesso ambientate di notte e presentano una fotografia più fredda, caratterizzata spesso dall’utilizzo del colore azzurro e del grigio.

    Il problema più grande del film risulta essere però proprio la sceneggiatura. Nonostante un soggetto interessante, il film non riesce in realtà a mettere in scena nessun elemento nel modo giusto. Oltre alla componente horror appena accennata, anche le parti più drammatiche e di crescita del personaggio sono abbastanza vuote ed inconcludenti. La protagonista accetta in maniera estremamente rapida e, di conseguenza, assurda il fatto di essere diventata un Sopramorto e di doversi cibare di esseri viventi. Questo personaggio, dunque, non presenta nessun percorso, perché cambia repentinamente all’inizio del film per poi rimanere sulla stessa linea retta per tutto il film. La guerra tra Sopramorti e Benandanti è poi soltanto accennata, senza fornire delle vere motivazioni per cui i personaggi delle due fazioni si comportano in un certo modo. Fazioni che, tra l’altro, sono estremamente anonime: i “mostri” sono soltanto un paio ed oltre a sapere che si devono cibare di persone ancora vive non si sa altro: con quale criterio si diventa Sopramorti, cosa comporta veramente ciò, da quanto tempo esiste questo concetto e perché? In più, la setta dei cattivi non utilizza armi particolari e non indossa divise riconoscibili, sono semplicemente uomini in felpa e jeans che utilizzano banali armi da fuoco.

    Nemmeno la gestione degli altri personaggi riesce a risollevare la situazione. Il personaggio di Robin, oltre ad essere recitato in maniera abbastanza pessima da un Rocco Fasano che finisce spesso per mangiarsi le parole e nonostante abbia un ruolo importante ai fini della trama, risulta essere (viene quasi da pensare in maniera voluta) un novello Edward Cullen, con l’aggravante però di scomparire per quasi tutto il film e di non riuscire poi a fare assolutamente niente.

    Il cattivo del film (il capo dei Benandanti interpretato da Fabrizio Ferracane) con il suo vestito elegante, il bastone e le scarpe da ginnastica non riesce ad andare oltre la presenza scenica vista la mancanza di una vera motivazione per le sue sadiche azioni, che risultano quindi quasi fini a se stesse. In maniera simile è così anche il personaggio di Sara, la “mentore” di Mirta interpretata da una Silvia Calderoni che, tolte le brevi sequenze d’azione, non riesce a dare un’impronta personale al personaggio che sembra soltanto un anonimo vampiro. Ma la cosa che più fa male è vedere il personaggio di Giacomo Ferrara (Ago) venire inserito a forza nel bel mezzo delle vicende per poi farlo uscire dieci minuti dopo in maniera ignobile ed insulsa: nemmeno la sua recitazione riesce a salvare il suo inutile personaggio.

    L’unica cosa che mi sento di salvare in questo ambito è la recitazione di Alice Pagani, che punta molto sulla presenza scenica prima che sui dialoghi e ciò funziona, con una buona mimica facciale e delle movenze studiate ed accurate per ogni situazione. Ottime anche le scene action in cui recita senza stuntman e con le quali dimostra ancora una volta il concetto espresso sopra.

    In conclusione, Non mi uccidere è un progetto con un’idea interessante e con una cura registica, fotografica e musicale azzeccata, ma che fallisce miseramente nel suo modo di raccontare una storia. Che sia l’elemento più horror o più teen drama, il film non riesce infatti a trovare un giusto equilibrio e la fallace scrittura dei personaggi e dell’ambiente in cui le vicende si svolgono non aiuta di certo. Viene quindi da chiedersi quanto sarebbe interessante rivedere ancora Andrea De Sica alla regia di un prodotto di questo tipo, magari questa volta però con una storia più curata.

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  • Tutto l’Horror che ho – 4 opere del genere da scoprire

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    GOKSUNG – THE WAILING

    Quando si parla di cinema horror orientale, vengono ricordati principalmente film che hanno portato alla nascita di remake in terra occidentale (basti pensare a film come The Ring o The Grudge). Negli ultimi anni diversi sono però i registi che si sono cimentati nella creazione di horror degni di nota e tra questi non si può non citare il coreano Na Hong-jin, con il suo Goksung – The Wailing datato 2016. Dopo un riuscitissimo The Chaser ed un piccolo inciampo con The Yellow Sea, il regista propone un horror particolarissimo, capace di ibridare diversi generi tra di loro e di rendere lo spettatore un vero e proprio “abitante” di quelle zone, anche se inizialmente ignaro dello stile di vita e della abitudini dei suoi abitanti.

    Cercando di definire il film (cosa in realtà particolarmente difficile), lo si può ascrivere alla tipologia dell’horror poliziesco. Il protagonista infatti è un padre di famiglia e poliziotto, che si ritrova ad indagare su una serie di strani omicidi (mostrati dal film in maniera estremamente cruda) che colpiscono diverse famiglie del villaggio. Tutti gli omicidi sono caratterizzati dal fatto che vengono eseguiti da un membro della famiglia, il quale sembra essere affetto inoltre da una strana malattia della pelle. Presto questa malattia comincia a diffondersi in tutto il villaggio, colpendo in prima persona anche la vita del protagonista.

    Con l’avanzare delle indagini, il genere del film vira sempre più verso l’horror puro, ma un horror in continuo mutamento. Si passa infatti dai fantasmi ai cannibali, dagli zombi ai demoni, fino ad un vero e proprio esorcismo (contestualizzato però alla cultura ed alla religione del luogo) ed alla “classica lotta tra il bene ed il male”. Tutto questo viene proposto in maniera magistrale dal regista, che riesce ad inserire tutti questi elementi in maniera estremamente bilanciata, senza eccedere mai e quindi riuscendo a salvare il film dal baratro in cui spesso le opere che tentano la strada dell’ibridazione finiscono.

     

    Lo scoglio più grande per uno spettatore poco abituato ai prodotti orientali, oltre alla cultura che viene trattata e mostrata, è sicuramente la recitazione degli attori ed il loro modo di mettere in scena le vicende del film. Si tratta di una recitazione che, ad una prima occhiata, può sembrare quasi inutilmente eccessiva e stranamente tragicomica. Questo è, tuttavia, uno degli aspetti più riusciti del film, con cui semplicemente lo spettatore deve entrare in sintonia.

    Grazie ad una sceneggiatura brillante e piena di colpi di scena e ad una regia studiata che sa perfettamente quello che fa, Na Hong-jin riesce a proporre un film che tiene incollati allo schermo fino alla fine, con alcuni momenti che rimarranno sicuramente impressi nella mente dello spettatore per parecchio tempo dopo la visione.

    Il film è recuperabile, assieme ai precedenti lavori del regista, su Amazon Prime Video.

    STARRY EYES

    Cosa sei disposto a fare per seguire i tuoi sogni?

    Questa è la domanda che Kevin Kölsch (conosciuto ai più per il remake di Pet Sematary datato 2019) pone alla base di questo prodotto, acclamato sia dalla critica che dal pubblico. La protagonista, Sarah, lavora come cameriera, ma il suo sogno è sempre stato quello di diventare un’attrice.

    Partecipa quindi a numerosi provini, venendo però costantemente scartata. Ad un tratto però sembra esserci una svolta: un produttore vuole incontrarla di persona. Qui la ragazza dovrà scegliere se continuare con la sua normale vita o accettare l’offerta che le viene proposta, entrando in un mondo oscuro che la porterà a cambiare, sia interiormente (come personalità, pensieri e modi di agire) che esteriormente (arrivando addirittura ad una letterale modifica della sua fisionomia corporea).

    Da qui il film vira verso toni sempre più inquietanti e grotteschi, con riti satanici (forse un po’ troppo stereotipati) e morti estremamente gore. Il film cela però una intelligente critica all’industria cinematografica di Hollywood: tolto infatti l’elemento del satanismo e la trasformazione a cui va incontro la protagonista, rimane una ragazza costretta a cedere a dei ricatti sessuali da parte dei grandi produttori e a compiere atti orribili pur di seguire i propri sogni. Quante volte, soprattutto in questi ultimi anni, abbiamo sentito di storie simili accadute nella realtà?

    Proprio qui sta la genialità del film: trattare tematiche profonde ed importanti con una storia dai tratti meta cinematografici, che non risulta però mai fine a sé stessa poiché riesce a proporre un horror in piena regola, che fa paura, che disturba, pieno di simbolismi e richiami ai classici più famosi del genere (dai riti satanici agli omicidi violenti fino al body horror).

    Un eccellente film, insomma, ben scritto e ben girato, con un casting eccellente e che sicuramente porta lo spettatore a vedere il mondo del cinema con un occhio leggermente diverso ed a far riflettere se è sempre vero che “il fine giustifica i mezzi”. Quest’opera è recuperabile facilmente con un abbonamento a Midnight Factory attraverso Amazon Prime Video.

    HELL HOUSE LLC

    Nel 2015 esce negli USA Hell House LLC, di Stephen Cognetti che, nonostante il grande apprezzamento di una parte di pubblico che arriva addirittura a definire il film come “il found footage più spaventoso di sempre”, non è mai arrivato nel nostro paese, né in streaming, né a noleggio, né in dvd/bluray.

    Il film segue la struttura del falso documentario su un tragico evento accaduto alla prima apertura della casa degli orrori Hell House LLC, durante la quale diverse persone perdono la vita e molte rimangono ferite. La troupe utilizza quindi interviste e video dell’accaduto, per poi mostrare i video girati dal gruppo di ragazzi che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. Sono presenti molti stilemi del genere: un gruppo di ragazzi, un luogo abbandonato, una presenza che comincia a perseguitarli.

    Cognetti decide però di inserire alcuni cambiamenti rispetto a titoli più famosi, come il fatto che i ragazzi non abbandonano il posto poiché in cerca di denaro e fama o che il male si presenta in maniera estremamente fisica (e non quasi invisibile come nei più famosi Paranormal Activity o ESP). Il film non punta nemmeno sui jumpscare, bensì sulla presenza spesso statica di una figura sullo sfondo delle inquadrature, che però si avvicina ai personaggi sempre più con l’avanzare della trama.

    Il film risulta essere uno dei mockumentary horror più riusciti degli ultimi anni, anche se con alcune ingenuità presenti, soprattutto nei comportamenti di alcuni personaggi, ma niente che porti lo spettatore a perdere interesse o tensione. Non stiamo parlando di un capolavoro certo, ma in un periodo così pieno di found footage di mediocre fattura, Hell House LLC ci porta a constatare che ancora una volta non sono le grandi major bensì le piccole produzioni a produrre piccole gemme che rendono il medium cinematografico così bello.

    https://www.youtube.com/watch?v=kZ40kOmOgEI

    THE EXORCIST (SERIE TV)

    Risulta spesso una mossa pericolosa e difficile quella di raccogliere il testimone di un prodotto di culto e crearne un seguito. L’esorcista di William Friedkin risulta nel nostra caso l’esempio perfetto: dopo l’enorme successo del primo film, la produzione decide di crearne un seguito, L’esorcista 2: l’eretico,  ma il nome che porta non basta a salvarlo o a renderlo anche solo minimamente apprezzabile. Andando avanti con gli anni, vengono prodotti altri due capitoli, L’esorcista 3  e L’esorcista: La genesi, il cui unico risultato fu quello di convincere gli spettatori che dare un buon seguito a L’esorcista fosse un’impresa davvero impossibile.

    Il film ha comunque definito un genere molto redditizio, portando alla creazione di prodotti sia ottimi sia a dir poco dimenticabili. Ma 12 anni dopo l’ultimo capitolo e ben 43 dal capostipite, 20th Century Fox assieme a Morgan Creek Production e New Neighborhood decide di tentare l’impossibile: creare una serie tv ambientata dopo gli eventi del primo e del secondo film.

    La serie si compone di due stagioni nelle quali seguiamo principalmente le vicende di due personaggi: Tomas Ortega (Alfonso Herrera), un sacerdote di una piccola parrocchia che si ritrova ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui, e Marcus Keane (Ben Daniels), un ex esorcista costretto ad affrontare le conseguenze del suo passato. In entrambe le stagioni i due protagonisti si ritroveranno davanti alla (ormai classica) dinamica della persona indemoniata, con lo studio del caso per accertarsi che non sia tutta una messa in scena, l’approfondimento dei rapporti con i famigliari e l’esorcismo vero e proprio.

    Le due stagioni sono focalizzate su un nucleo familiare differente e questi risultano molto diversi tra di loro, riuscendo così a rendere interessante la scoperta dei vari personaggi che compongono queste famiglie ed a permettere allo spettatore di empatizzare con essi.

    Proprio sulla scrittura dei personaggi e nella trattazione e approfondimento delle tematiche di fede la serie punta moltissimo, raggiungendo ottimi risultati.

    Le storie raccontate, nonostante presentino rimandi ai film originali sia nella trama che nell’aspetto estetico, come inquadrature o particolari giochi di luce, riescono comunque a presentare vicende nuove ed interessanti. L’attenzione degli sceneggiatori si focalizza in particolare sul come i personaggi principali e la cittadina in cui essi vivono decidono di affrontare la situazione, dando anche un ruolo centrale alla Chiesa come istituzione ed al marcio che, inevitabilmente, ha finito per corrompere anche lei. Il grande focus sui personaggi non deve però far pensare ad un prodotto puramente drammatico. Le atmosfere horror sono infatti molto presenti e ben gestite, con richiami ai classici del genere ma anche con qualche scelta innovativa e abbastanza coraggiosa.

    La regia e la fotografia non presentano particolari picchi, mantenendosi comunque su un buon livello ed inserendo, come detto, diverse citazioni visive ai film del franchise (come il famosissimo arrivo dell’esorcista illuminato dalla luce della finestra o la scena delle cesoie nell’ospedale dal terzo capitolo). Cercando qualche difetto, non si può non nominare il finale che, a causa della cancellazione da parte di Disney dopo l’acquisizione dei prodotti Fox, lascia numerose storyline ancora aperte e, di conseguenza, i personaggi in balia di un destino che lo spettatore non scoprirà mai. Inoltre, per quanto ovvio possa essere, se qualcuno ha trovato difficile apprezzare il film originale, le stesse sensazioni e problematiche le ritroverà quasi certamente anche in questo prodotto.

    In conclusione, la serie tv The Exorcist  riesce finalmente a dare un degno seguito al film di culto del 1973, puntando maggiormente sui personaggi e sulle loro reazioni e scelte, senza però dimenticarsi di enfatizzare gli aspetti più puramente horror.  La serie riesce quindi in quella che sembrava un’impresa impossibile, rompendo una “maledizione” ed uscendone, nonostante qualche inciampo, a testa alta.

    https://www.youtube.com/watch?v=JN_KJQk6tAc[fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “Tutto l’horror che ho” è stata una rubrica presente nella nostra pagina Instagram, le recensioni qui presenti sono dunque pensate più per essere pubblicate su quel social network. Se vuoi leggere la parte finale della rubrica, clicca qui per scoprire 5 horror italiani indipendenti da non perdere.

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  • Il nuovo cinema Horror italiano

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    5 FILM INDIPENDENTI DI REGISTI ITALIANI DA TENERE D’OCCHIO

    Negli ultimi anni risulta innegabile la “rinascita” a cui il cinema italiano è andato incontro, grazie soprattutto a diversi cineasti e ad opere che non hanno avuto paura di puntare su qualcosa di diverso. Abbiamo Sorrentino, i fratelli D’Innocenzo, Mainetti, Garrone, Virzì e si potrebbe andare avanti ancora, sinonimo del fatto che il cinema italiano è tutt’altro che morto e riesce a regalare ottimi prodotti, slegandosi anche dai classici stereotipi dei “film italiani solo sulla mafia o solo cinepanettoni”.

    Anche l’horror, genere che tra gli anni ’50 e gli anni ’80 ha reso l’Italia famosa in tutto il mondo grazie a registi come Argento, Avati, Fulci o Bava per dirne alcuni, negli ultimi anni sembra aver dimostrato di poter uscire da quel baratro incontrato verso la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Pupi Avati è, per esempio, tornato nel 2019 al genere con il riuscitissimo Il Signor Diavolo e Luca Guadagnino ha diretto il particolare remake di Suspiria. Ma se si scava più a fondo, lasciando un attimo da parte le grandi produzioni, si trovano tantissimi titoli e registi indipendenti ed è proprio tra questi che spesso si nascondono piccole gemme, forse un po’ grezze, ma comunque degne di nota. Partiamo allora alla scoperta di 5 titoli poco conosciuti ma che meritano una visione e dei registi che si presentano con essi, per affermare ancora una volta che il cinema horror italiano è tutt’altro che morto.

    Suspiria di Luca Guadagnino, remake del capolavoro di Dario Argento.

    THE WICKED GIFT

    Con questa opera prima, il giovane regista tarantino Roberto D’Antona infarcisce un prodotto molto classico: Ethan (interpretato dallo stesso D’Antona) è un ragazzo affetto da insonnia a causa di terribili incubi, con i quali sembra prevedere la morte di alcune persone a lui vicine geograficamente; da qui, assieme al suo migliore amico (Francesco Emulo) ed una medium (Annamaria Lorusso), comincia una vera e propria discesa all’inferno per Ethan costellata di fantasmi, demoni ed incubi terrificanti.

    Anche se apparentemente ci appare tutto molto classico, è il tocco di D’Antona a rendere questo film unico e degno di nota. La sceneggiatura pesca a piene mani dai grandi del genere, rimanendo però al tempo stesso godibile e nuova, rendendo così la visione molto interessante anche per gli spettatori più avvezzi. La recitazione è buona, nonostante in alcuni punti si senta molto l’origine teatrale degli attori, e la regia riesce a garantire una buona immedesimazione con anche alcuni picchi molto gradevoli.

    Il punto di forza del film è sicuramente l’atmosfera che riesce a costruire, alternando alcuni momenti più tranquilli dai tratti anche comici a momenti di altissima tensione, favoriti da una colonna sonora riuscitissima e ad una fotografia di buonissimo livello.

    Roberto D’Antona è un po’ il regista che si nasconde dentro tutti noi fin da bambini, quando ci immaginavamo storie fantastiche assieme ai nostri amici, ed è su questo concetto che ha poi basato tutta la sua cinematografia.

    Dopo The Wicked Gift  il regista e sceneggiatore ci ha infatti deliziato a cadenza annuale con altre opere degne di nota (Fino all’inferno, Gli ultimi eroi, Caleb), con le quali affronta volta per volta i vari ambiti del genere, passando dai demoni agli zombi, alle streghe fino ai vampiri.

    Tanta varietà, insomma, in tutte le produzioni originali del cinema di D’Antona, capace di portare sullo schermo i vari archetipi che hanno reso famoso e popolare il genere ma lo fa con un suo modo caratteristico che ritorna in ogni produzione e che, diciamocelo, funziona sempre.

    Tutti i suoi film sono visibili su Amazon Prime Video.

    OLTRE IL GUADO – ACROSS THE RIVER

    Con questo film del 2014, il regista Lorenzo Bianchini, già famoso per altre sue opere, è divenuto quasi istantaneamente un regista di culto per gli appassionati del genere. Il film presenta un’ambientazione composta di grandi boschi e vecchi villaggi abbandonati e lo fa con una storia all’apparenza semplicissima: Marco (Marco Marchese), un etologo, studia il comportamento degli animali e finisce con il rimanere bloccato in un vecchio villaggio abbandonato che nasconde inquietanti segreti. La storia come detto risulta molto basica, ma riesce comunque  a tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la durata del film, grazie soprattutto ad alcuni momenti estremamente inquietanti e di grande tensione.

    Il film presenta giusto un paio di personaggi, con le loro storie che finiranno per legarsi ma senza che questi si incontrino mai. Questo comporta una quantità estremamente limitata di dialoghi, con un film che punta di conseguenza tutto sulle inquadrature e sulla magistrale prova attoriale di Marchese, che riesce a reggere egregiamente tutto il film sulle sue spalle. Il binomio Bianchini-Marchese si dimostra quindi qualcosa di eccezionale.

    Dopo Oltre il guado, il regista si è preso un periodo di pausa dai lungometraggi, puntando invece sulla creazione di una webserie. Aspettiamo quindi con ansia un suo nuovo film, sicuri che ancora una volta sarà in grado di creare una piccola gemma.

    Il film è visibile su Amazon Prime Video.

    THE PERFECT HUSBAND

    Lucas Pavetto, classe ’82, riprende una tendenza che sembrava essere ormai andata a scomparire. Molti importanti registi horror dei decenni passati hanno infatti spesso utilizzato attori americani nelle loro produzioni (basti pensare a quanti film di Argento presentano protagoniste/i di nazionalità non italiana) e Pavetto fa lo stesso con il suo The Perfect Husband, remake del suo precedente Il marito perfetto.

    La storia segue Viola (Gabriella Wright) e Nicola (Bret Roberts), un coppia in crisi che decide di passare un weekend in un isolato chalet di montagna, ma il tutto si trasformerà sempre più in un incubo.

    L’inizio lento che serve a presentare i protagonisti riesce a non stancare, ma anzi a coinvolgere lo spettatore grazie ad una buona regia e ad una coppia di attori calati perfettamente nella parte. Ma è la seconda parte del film, quella puramente horror, che riesce a dare il meglio di sé. Tantissimo sangue e tantissimi richiami al cinema di genere anni ‘70/’80 rendono il film un prodotto da recuperare assolutamente per ogni amante del genere, contando anche lo stupendo finale che non può lasciare indifferenti.

    Purtroppo dopo questo riuscitissimo film, il regista e la coppia Wright – Roberts si sono cimentati in Alcolista, film invece che presenta diversi problemi soprattutto nella scrittura e nella gestione dei tempi. Nonostante ciò, non possiamo non sperare che si sia trattato soltanto di un piccolo inciampo e che presto questo binomio registico attoriale ci riproponga un altro horror degno di essere ricordato.

    Entrambi i film di Pavetto sono visibili su Amazon Prime Video.

    FABULA

    Parlare di Fabula non risulta mai semplice. Questo perché ad una prima visione può risultare il film meno godibile tra quelli qui nominati soprattutto per un pubblico più generalista, tuttavia non posso esimermi dal definirlo il mio preferito di questa lista. Ma andiamo con ordine.

    Davide (interpretato dal regista del film Denis Frison) è un ex ispettore di polizia che si trasferisce nella piccola città natale della sua ragazza. Qui si ritroverà a voler far luce sul misterioso “killer delle favole”, tornato ad uccidere dopo diversi anni di pausa.

    Risulta palese un forte rimando agli horror anni ’80, ma è proprio su questo che il film punta senza nascondersi. Questo, infatti, è un prodotto estremamente citazionista ed il suo intento sembra proprio essere quello di presentare nel 2020 un “nuovo Argento”.  La sceneggiatura è senza dubbio il punto forte di questo prodotto, riuscendo infatti a creare una storia che per più di due ore riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo, coniugando superbamente gli elementi da film giallo con le sequenze puramente horror (caratterizzate tra l’altro dall’utilizzo di una colonna sonora chiaramente ispirata alla OST dei Goblin).

    Anche la regia si mostra in maniera adeguata, senza picchi ma capace di fare il suo dovere, soprattutto nella gestione della tensione nelle scene più concitate. L’elemento più debole, quello che potrebbe portare molti spettatori ad abbandonare preventivamente la visone, è la recitazione: purtroppo la mancanza di professionisti del settore porta molti momenti ad essere difficilmente godibili, soprattutto da parte di uno spettatore sporadico, abituato a standard qualitativi più alti.

    Questo è l’esempio perfetto di cinema indipendente: un film tutt’altro che perfetto, ma che, se riesce a prenderti, diventerà probabilmente uno dei tuoi preferiti.

    Se si riesce infatti ad abituarsi alla recitazione mediocre (che riguarda comunque principalmente i personaggi secondari, in quanto gli attori protagonisti si dimostrano comunque bravi), il film riesce con la sua sceneggiatura e le sue atmosfere horror a trascinare lo spettatore all’interno di un prodotto estremamente grezzo, ma che dimostra come Frison abbia tutte le carte in regola per creare ottimi prodotti di genere.

    Fabula è recuperabile su Amazon Prime Video.

    THE END? L’INFERNO FUORI

    Non si può, forse, considerare The End come una produzione indipendete tanto quelle citate sopra. Tuttavia, si tratta comunque di un film con un budget molto ridotto, prodotto dalla casa di produzione dei Manetti Bros e girato dall’esordiente Daniele Misischia.

    Il film segue Claudio (Alessandro Roja), un operatore finanziario che deve recarsi ad un importante appuntamento di lavoro, rimanendo però bloccato in un ascensore. Quella che all’apparenza può sembrare un episodio sfortunato si rivela essere la sua salvezza, visto che nel frattempo è appena scoppiata un’epidemia di zombie. Il film precede quasi completamente all’interno dell’abitacolo dell’ascensore, il tutto condito da una regia spaziale e mai noiosa ed una prova attoriale di Roja favolosa che riesce a reggere il film praticamente da solo in un’unica ambientazione. Vengono presentati anche alcuni personaggi secondari durante il film, ma a farla da padrone sono soprattutto gli zombie, curatissimi visivamente e che riescono, grazie alla regia di Misischia, a spaventare e a far salire la tensione alle stelle.

    La parte forse più debole di questo prodotto è proprio la sceneggiatura, mai capace di presentare qualche picco e rimanendo abbastanza piatta e prevedibile.

    Un altro prodotto quindi tutt’altro che perfetto, ma che introduce egregiamente il Daniele Misischia regista che vedremo tra non molto con Il mostro della cripta, speranzosi di ottenere un prodotto che migliori quello che di buono si è già visto in questo film.

    The End? L’inferno fuori è disponibile alla visione su Netflix.

    Questi erano cinque film che secondo noi vale la pena recuperare. Li avevate già visti? Se sì cosa ne pensate?

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