Tag: mattia bianconi

  • RECENSIONE OLD DI SHYAMALAN – LA VITA E LA MORTE

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    M. Night Shyamalan. Già soltanto a nominare questo nome, i cinefili di tutto il mondo si dividono in due schieramenti: chi lo apprezza e chi lo detesta. Magari si possono trovare anche persone situate più nel mezzo, che apprezzano soltanto alcuni dei suoi film o ne salvano alcuni e ne affossano completamente altri, ma resta il fatto che se si cerca l’opinione di una sua pellicola sia in ambito di critica specializzata che di pubblico, in tutti i casi si passa spesso da opinioni estremamente positive (arrivando a definire il regista come un genio visionario e i suoi film dei capolavori) ad opinioni estremamente negative, che bocciano completamente la pellicola e tutto il suo lavoro da regista e sceneggiatore.

    Old non fa eccezione. Cercando in rete si possono già trovare opinioni completamente discordanti: chi lo ritiene uno dei migliori di Shyamalan, chi lo ritiene un prodotto pessimo di cui non si salva nulla e chi invece sta nel mezzo, salvando qualcosa e bocciando qualcos’altro. Questa recensione si posiziona in quest’ultimo blocco, vediamo perché.

    IL SOLITO CARO VECCHIO SHYAMLAN

    Come da prassi per la (quasi) totalità dei suoi film, Shyamalan non è soltanto regista ma anche sceneggiatore. Questo si nota già dall’idea alla base della storia, che sfrutta il tempo, meccanica già ampiamente raccontata e sfruttata da numerosissimi prodotti sia letterari sia audiovisivi, ma adattandola ad un contesto nuovo ed intrigante.

    I protagonisti della storia sono i componenti della famiglia Cappa, composta dai genitori Guy e Prisca (interpretati magistralmente dai rispettivi Gael Garcia Bernal e Vicky Crieps) e dai due figli Maddox e Trent, che arrivati in vacanza in un resort tropicale si lasciano convincere dal direttore della struttura a visitare, insieme ad altre tre famiglie, una spiaggia nascosta oltre le montagne. Arrivati sul luogo, i personaggi si rendono però presto conto che qualcosa di strano aleggia in quella zona, scoprendo di non poter più tornare indietro e che, rimanendo lì, invecchiano molto più velocemente del previsto.

    Questa idea, tanto semplice quanto geniale alla base della pellicola, tratta dalla graphic novel di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters intitolata “Castello di sabbia”, si dimostra in realtà un buon pretesto per mettere in scena una storia nella quale al centro dell’attenzione non è tanto l’isola in sé, quanto come le persone vivono la situazione ed interagiscono tra di loro, obbligandoli a fare i conti anche con i vari segreti che i componenti dei nuclei famigliari si tenevano nascosti tra di loro. Su questo aspetto la pellicola si prende parecchio tempo, forse anche un po’ troppo, permettendo però allo spettatore di conoscere, senza esserne annoiato, tutti i personaggi e riuscendo così ad empatizzare con loro in una situazione così surreale. Non può ovviamente mancare anche qui il classico plot twist alla Shyamalan che, nonostante sia un po’ più telefonato e semplice da intuire rispetto ad altre sue opere precedenti, fa comunque la sua figura e funziona egregiamente.

    UN RACCONTO UMANO

    Come affermato sopra, i personaggi sono il fulcro della vicenda e questi, oltre che essere scritti con grande cura e minuzia, sono soprattutto ottimamente interpretati. La scelta del cast è stata ottima, su tutti la scelta degli attori per interpretare i bambini/ragazzi che crescono in maniera estremamente rapida durante la storia. Innanzitutto a livello visivo la somiglianza tra gli attori è impressionante (ricorda in questo la cura nella scelta del cast vista nella serie Netflix Dark), permettendo quindi allo spettatore di riconoscere subito il nuovo attore come il personaggio cresciuto e riuscendo a far ulteriormente empatizzare lo spettatore nei confronti dei genitori, che vedono i propri figli cambiare davanti ai loro occhi. Come prova attoriale non si possono non nominare i Maddox e Trent “ragazzi”, interpretati da Thomasin McKenzie e Alex Wolff in maniera superba, riuscendo efficacemente a mettere in scena dei personaggi che crescono troppo velocemente, senza avere nemmeno il tempo di metabolizzare le conseguenze di questa crescita.

    A livello registico, la pellicola si attesta su un buon livello. Shyamalan non cerca di innovare la sua regia, continuando quindi ad usare i classici stilemi che lo accompagnano, con molti primi piani e movimenti di macchina molto veloci e fluidi. Se si apprezza la sua regia, in questa pellicola si rimarrà sicuramente estasiati anche dalla fotografia e dalla scenografia del film, che riescono a mettere in scena un vero e proprio paradiso terrestre che si trasforma però presto in un claustrofobico incubo.

    CONCLUSIONI

    Old  risulta essere nel bene e nel male “il classico film alla Shyamalan”, con un’idea interessante alla base, uno sviluppo dei personaggi molto marcato, con una durata forse un po’ eccessiva. Bisogna però dare merito anche alla scelta attoriale, che eleva la pellicola grazie a delle fantastiche performance sia dei protagonisti principali che dei personaggi più secondari. Se si è detrattori di Shyamalan, questa sarà un’altra volta buona per raccontare al mondo quanto sia un regista ed uno sceneggiatore incapace, mentre i fan troveranno sicuramente un prodotto che ameranno alla follia. Se ci si trova nel mezzo, il consiglio è quello di approfittare della sua presenza nelle sale per recuperarlo e magari farsi una propria idea su questo film a cui si può dire tutto, ma non che sia un qualcosa di già visto e poco originale.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 3: 1666

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    Nella giornata di venerdì 16, Netflix ha rilasciato la terza ed ultima parte della trilogia di Fear Street (potete leggere le recensioni dei primi due capitoli cliccando qui per il primo e qui per il secondo). Dopo aver seguito le avventure dei protagonisti nel 1978 e nel 1994, si ritorna ancora più indietro nel tempo fino al 1600, anno di colonie inglesi in America, baracche, vite rustiche e caccia alle streghe, ed è proprio su tutto questo che si regge quest’ultima pellicola della trilogia. Abbandonato l’estremo citazionismo dei film precedenti, si procede qui con una storia più originale e il tentativo di creare un orrore meno visivo e d’impatto, puntando alla creazione di un’atmosfera per una paura più psicologica.

    Come per la recensione precedente anche qui saranno presenti spoiler soltanto della prima e seconda parte, mentre sulla terza sarà spoiler free. Utente avvisato, mezzo salvato.

    CACCIA ALLA STREGA

    Dopo aver recuperato la scheletrica mano di Sarah Fier, avevamo lasciato Deena e Josh nel bosco a tentare di riunire il corpo con la parte mancante. La pellicola comincia proprio nel punto in cui la precedente si era interrotta, ovvero nel momento in cui Deena, toccate le ossa della strega, comincia ad avere delle visioni sulla vita di Sarah Fier. Proprio sulla vita della ragazza e su ciò che è veramente successo tre secoli prima si sofferma la prima metà del film, ricreando un’ambientazione riuscita anche se non particolarmente ispirata e popolata da personaggi che assumono le sembianze dei personaggi già visti nei film precedenti. Visto l’anno e l’ovvia impossibilità di ispirarsi a film usciti in quel periodo, questa terza parte punta tutto sulla sceneggiatura e sul voler concludere la storia degnamente, dando una risposta alle numerose domande.

    Se il personaggio di Sarah Fier riceve da questa pellicola un piacevole approfondimento sul suo carattere e sullo stile di vita del periodo, permettendo così allo spettatore di empatizzare con lei, ugualmente non si può dire per i personaggi secondari, che risultano tutti estremamente piatti e poco caratterizzati, semplici pedine il cui ruolo è riempire la colonia di Union (che sarebbe poi in futuro diventata le due città di Sunnyville e Shadyside). Nonostante questo, la sceneggiatura, che ad una prima visione può risultare un po’ contorta e complessa, è in realtà anche in questo caso ottimamente realizzata, soprattutto nel raccontare il periodo e la situazione di estremismo religioso che vive la comunità.

    Raccontate le vicende di Sarah Fier e scoperta la verità sulla maledizione, il film torna nel 1994 dove Deena e Josh, aiutati da Ziggy e Martin, devono porre fine alla serie di omicidi che ha travolto da secoli Shadyside. Con il ritorno al ’94 c’è anche un ritorno alle atmosfere vissute nella prima parte, quindi al citazionismo e ai colori sgargianti di quegli anni. Anche qui la sceneggiatura fa un buon lavoro, soprattutto nel modo in cui tratta il villain e lo scontro con esso.

    UN DEGNO FINALE

    Dal punto di vista registico, Leigh Janiak riesce a rappresentare in maniera semplice ma efficace le vicende. Come però non troviamo citazionismo nella sceneggiatura, ugualmente non lo troviamo negli altri ambiti. A differenza infatti delle scorse volte, dove alcuni spunti di regia erano chiare citazioni dei film a cui facevano riferimento, questa volta la regia risulta più unica anche se un po’ più piatta. Questo significa anche niente citazioni alla regia di The VVitch, purtroppo. La  fotografia è buona e riesce soprattutto a mantenere ben definita la differenza tra le vicende del 1666 e quelle degli anni ’90, mentre sui costumi il lavoro è stato veramente ottimo soprattutto nel rendere visivamente “unici” alcuni personaggi che lo spettatore deve tenere spesso sott’occhio.

    Il pezzo forte della pellicola risulta essere senza dubbio il finale. Dopo l’interessante rivelazione effettuata nella prima parte del film e lo spostamento nel loro “presente”, la pellicola si prende circa un’oretta di tempo per concludere le vicende, permettendo lo sviluppo di una vera e propria boss fight contro il vero nemico della storia, riuscendo a metterla in scena in maniera intelligente, senza scadere nella banale fuga e salvataggio all’ultimo minuto. Ovviamente il ritorno agli anni ’90 sancisce anche il ritorno al citazionismo, che si spreca nei confronti (ancora una volta) di Stephen King ma soprattutto nei confronti di Carrie (Brian De Palma, 1976), ma lasciamo agli spettatori il piacere di scoprire nello specifico di cosa si tratta.

    CONCLUSIONI

    Arrivati alla conclusione, la terza parte di Fear Street risulta una degna conclusione per la trilogia, forte di una buona sceneggiatura e di un ottimo finale, anche se il tutto risulta comunque più banale e anonimo delle due parti precedenti, soprattutto nell’ambito della regia e del citazionismo praticamente assente. Complessivamente la trilogia di Fear Street risulta un ottimo prodotto della piattaforma di Netflix, capace di intrattenere soprattutto gli appassionati del genere con una storia interessante ma attirando anche l’attenzione degli spettatori più giovani con le tematiche trattate. 

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  • RECENSIONE RESIDENT EVIL INFINITE DARKNESS – LO SPIN OFF TELEVISIVO PERFETTO

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    Il franchise di Resident Evil (o Biohazard se vogliamo usare l’originale nomenclatura giapponese), oltre agli otto capitoli principali e i numerosi spin off videoludici, ha anche all’attivo 6 film ad opera di Paul W.S. Anderson e con protagonista l’Alice di Milla Jovovich e 3 film d’animazione: Degeneration (Makoto Kamiya, 2008), Damnation (Makoto Kamiya, 2012) e Vendetta (Takanori Tsujimoto, 2017). Nell’ambito cinematografico i live action sono sicuramente più conosciuti, grazie soprattutto alla (non molto lusinghiera) fama che si è creata intorno alle pellicole e non spenderei ulteriori parole su un argomento già ampiamente discusso. Diverso invece è per i tre film d’animazione sopra citati, pellicole tutt’altro che perfette e con diverse problematiche, ma che risultano ottimi prodotti da recuperare senza pensarci due volte per i fan della saga, tenendo anche conto del tentativo di collegare queste pellicole con i videogiochi.

    Dopo una lenta discesa verso il baratro per la saga, con gli ultimi capitoli videoludici sempre più mediocri ed eccessivamente improntati all’azione, la casa di produzione Capcom è riuscita a salvare la saga nel 2017 con l’uscita dell’ottimo Resident Evil 7, capitolo che rappresentava un “nuovo inizio”, con diversi cambiamenti strutturali nel gameplay e una storia completamente nuova ma sempre in continuity con i capitoli precedenti. Una rinascita vera e propria per il brand che, tra remake e nuovi capitoli, sta vivendo una nuova epoca d’oro. Ed è proprio qui che si presenta Netflix, con una nuova serie live action basata sui primi due capitoli della saga e un anime originale. Proprio sul secondo ci soffermiamo in questo articolo, vedendo perché risulta essere il modo giusto per poter approfondire questo franchise.

    FANTAPOLITICA DI ZOMBIE

    La storia di questo anime originale Netflix si svolge nel 2006 dopo gli eventi di Resident Evil 4  e prima di Resident Evil 5,  e vede come protagonisti i già conosciutissimi eroi della saga, Leon S. Kennedy e Claire Redfield. La serie si apre con un attacco bio-terroristico alla Casa Bianca, che porta a una vera e propria invasione di zombie all’interno del Gabinetto di Stato. Non ci dilunghiamo ulteriormente nel raccontare la trama del prodotto per evitare di rovinare particolari sorprese che la serie presenta fin dal primo episodio, dovendo anche fare i conti con la presenza di soltanto quattro episodi della durata di circa mezz’ora l’uno.

    Senza entrare troppo nei dettagli, la sceneggiatura risulta particolarmente curata e riesce a mettere in atto eventi interessanti che comunque  non creano problemi di continuità con gli altri prodotti (la serie è stata infatti presentata da Camcom stessa come un prodotto canonico dell’universo di RE), introducendo un’atmosfera quasi da fantapolitica, con intrecci tra capi di stato, agenti infiltrati e operazioni di guerra e terrorismo. Se i videogiochi presentano un’ambientazione più circoscritta, con i protagonisti che si muovono all’interno di una villa o di (al massimo) una città, la serie si è presa la libertà di poter far viaggiare i personaggi, portandoli assieme allo spettatore in un vero e proprio giro del mondo, spaziando dagli Stati Uniti alla Cina, inserendo ovviamente anche luoghi inesistenti come la regione del Penamstan.

    I due protagonisti risultano ottimamente scritti, approfondendo non solo il loro carattere ma anche il loro rapporto post Raccoon City, elemento prima lasciato ai margini della narrazione che trova un’ottima applicazione invece qui, a scapito però dei personaggi secondari che risultano un po’ più abbozzati, sia come aspetto (molto più generico e meno efficace) che come caratterizzazione, portando quindi lo spettatore a mantenere un rapporto leggermente distaccato con questi ultimi. Elemento questo che però non va ad inficiare eccessivamente sulla godibilità del prodotto, grazie anche alla cura grafica e registica messa in atto.

    RESIDENT EVIL, QUELLO VERO

    Dal punto di vista registico, la serie risulta uno spettacolo per gli occhi. Eiichirō Hasumi ha infatti messo in scena dei movimenti e giochi di macchina che raramente vediamo in prodotti di questo genere, con l’intento in molteplici situazioni di replicare (con successo) i movimenti di macchina presenti nei videogiochi, donando al prodotto una continuità spettacolare con i videogame. Il discorso vale anche per il lato più tecnico, con i modelli utilizzati per i protagonisti identici a quelli del remake di Resident Evil 2 datato 2019, permettendo allo spettatore di riconoscere gli stessi personaggi, donando ancora una volta quella continuità spesso mancante in produzioni di questo tipo. Sempre per il lato tecnico, anche la fotografia si attesta su ottimi livelli, riuscendo a caratterizzare ottimamente le varie ambientazioni in giro per il mondo, con l’utilizzo di gradazioni di colore efficaci, anche se magari un po’ cliché.

    Il perché questo prodotto sia un vero Resident Evil va ricercato nell’atmosfera che riesce a creare. L’origine del brand va sicuramente cercata in quegli horror di serie b anni ‘70/’80, con “gli scienziati pazzi che creano i mostri ed i militari che salvano il mondo” riempiendo lo schermo di sangue e trash, ma mantenendo costante quella paura che rendeva iconici i prodotti.

    Questa serie riesce a prendere dai primi capitoli proprio quell’elemento di inquietudine e paura che creavano le armi biologiche (non si parla infatti solo di zombie, ma anche di altre creature) e il doverle affrontare spesso da soli, inserendo comunque scene più adrenaliniche per rendere il prodotto appetibile per tutti, ma senza cadere nella trappola “Resident Evil 6”, riuscendo quindi a mescolare adeguatamente i due elementi.

    CONCLUSIONE

    Sfruttando il secondo periodo d’oro che il brand sta vivendo, Netflix è riuscita a confezionare un ottimo prodotto, sia dal punto di vista tecnico, con animazioni e modelli spettacolari e una regia e fotografia ottime che ricalcano molto le atmosfere dei videogiochi, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che riesce a creare una storia originale nella quale inserire i personaggi iconici pur senza esagerazioni e mantenendo il prodotto nella canonicità. Ma è l’atmosfera che la serie riesce a creare l’elemento vincente che rende questo prodotto un vero Resident Evil, degno quindi di essere recuperato da tutti i fan del brand, senza la paura di ritrovarsi di fronte a un Paul W.S. Anderson 2.0.

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  • RECENSIONE A CLASSIC HORROR STORY – UN FILM INCOMPRESO

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    Girare film di genere in Italia è cosa non da poco e risulta ancora più complicato se si tratta di pellicole horror. Lo sa il pubblico più affiatato, che negli ultimi anni ha dovuto farsi strada tra una miriade di prodotti mediocri per riuscire a trovarne soltanto una manciata che si potesse salvare, e lo sa bene chiunque abbia provato a portarne alla luce uno, sia che si tratti di nomi conosciuti(si passa da mostri sacri come Avati a registi più di nicchia come D’Antona) sia che si tratti di un regista emergente al suo primo lavoro.

    Lo sa bene anche Roberto De Feo, attivo con diversi cortometraggi già nel 2008, ma che ha dovuto attendere undici anni per poter girare e mostrare al pubblico il suo primo vero lungometraggio

    The Nest: il nido, pellicola che riscosse un enorme successo sia di critica (vinse numerosi premi e ottenne anche una candidatura come miglior regista esordiente ai Nastri D’Argento) sia di pubblico, tanto che la casa di produzione Colorado Film arrivò a stipulare un accordo con Paramount per un remake americano del film. A due anni di distanza dalla pellicola d’esordio, De Feo, aiutato alla regia da Paolo Strippoli e con Netflix come produttore, ha creato al suo secondo lungometraggio un horror che già dal titolo vuole fare riflettere: A Classic Horror Story, che tradotto per i non anglofoni è La classica storia dell’orrore. Più chiaro di così si muore, no?

    OLD VS NEW

    Creare una pellicola horror oggi significa sostanzialmente scontrarsi con un concetto: guardare al passato, traendone le giuste ispirazioni dai grandi classici, ma puntando al futuro e quindi cercando l’innovazione. Non è un passaggio obbligatorio, ci mancherebbe, ma è uno step, un gradino che ogni regista vuole affrontare se il suo intento è quello di non creare la “classica storia dell’orrore”.

    La pellicola di De Feo si apre con il viaggio di cinque persone normali, con i loro pregi e difetti e con le loro vite con problemi annessi. Non si conoscono, in quanto il camper nel quale viaggiano è un “uber”, un semplice mezzo per arrivare nel punto in cui le loro normali vite riprenderanno, cosa che ovviamente non succederà. Perché se il capolavoro di Hooper Non aprite quella porta  ci ha insegnato qualcosa, è che viaggiare in camper in un horror non è mai una buona scelta e difatti dopo aver avuto il (classico) incidente, i cinque si risvegliano nel bel mezzo di una radura, con soltanto una inquietantissima casa il cui aspetto risulta un mix tra la casa della strega di Gretel e Hansel (Oz Perkins,2020) e la catapecchia de La Casa (Sam Raimi) di fronte a loro e circondati da alberi. Da qui i cliché e le citazioni si susseguiranno una dopo l’altra, con racconti folkloristici, sette sataniche e macchinari ai limiti del “torture porn”, fino al plot twist, alla spiegazione del perché questa pellicola risultasse fino a quel momento così ovvia e scontata.

    Seppur con alcuni limiti, soprattutto nel terzo atto, la sceneggiatura del film risulta particolarmente solida e capace di introdurre richiami da tantissimi horror, dai più conosciuti ai meno e dai più datati ai più recenti. Oltre ai già citati, si trovano palesi ispirazioni a The Wicker Man (Robin Hardy, 1973), Quella casa nel bosco (Drew Goddard, 2011), Midsommar (Ari Aster, 2019) o The Blair Witch Project (Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), il tutto intelligentemente amalgamato alla storia del folklore sui tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso alla base delle sventure dei protagonisti.

    Come intelligente risulta il plot twist, intelligentemente celato agli spettatori, ma comunque sensato e con basi solide, che mostra quale sia il vero messaggio del film, che lasciamo allo spettatore l’onore di scoprire.

    UN PRODOTTO NOSTRANO

    Ad una prima distratta occhiata, il film può tranquillamente non sembrare italiano. La fotografia in primis, ma tutto il comparto tecnico ha costruito un film che può tranquillamente essere venduto anche al di fuori della nostra penisola ad un pubblico abituato più a grosse produzioni che a prodotti sperimentali. In questo anche la regia gioca un ruolo importante: tutt’altro che spicciola, si attesta infatti su un ottimo livello ed è capace di mettere in scena il tutto con chiarezza e senza confusione, costruendo perfettamente uno scambio continuo tra tensione ed orrore che mantiene lo spettatore in costante attenzione per tutto il primo e secondo atto. Bisogna sottolineare come il terzo atto, con la virata di genere ed atmosfera che subisce, cambia di molto il mood  dell’intero prodotto e dello spettatore nel visionare le vicende, senza però danneggiare eccessivamente l’ottimo lavoro registico attuato dalla coppia De Feo-Strippoli.

    Dal lato della recitazione, ci si distacca dal prodotto “neutro” e si entra pienamente nella cinematografia italiana. Ogni personaggio viene da un luogo diverso e questo si percepisce soprattutto nel parlato, con cadenze dialettali particolarmente presenti (soprattutto nel caso di Fabrizio, interpretato da Francesco Russo) che se da un lato risultano piacevoli nel mostrare il carattere reale dei personaggi, dall’altro rendono in alcuni frangenti più complessa la comprensione delle battute, specialmente quando sussurrate. L’elemento forte del gruppo è sicuramente Elisa, interpretata da una Matilde Lutz strepitosa che riesce a portare su schermo un ottima interpretazione della “classica ragazza normale” che finisce per ritrovarsi in un vero e proprio inferno.

    Arrivati alla fine della recensione, urge soffermarsi un attimo sul perché questo film sia incompreso. La colpa di tutte le critiche e della delusione che il pubblico sta riversando su questo prodotto non è da imputare sul risultato finale della pellicola stessa, ma sul produttore Netflix. Il film è infatti stato venduto dalla piattaforma non solo come nuovo o “fresco”, ma addirittura come un qualcosa di innovativo e che avrebbe cambiato per sempre il genere, almeno qui in Italia. Da qui le alte (forse anche eccessive) aspettative del pubblico, che ritrovatosi con un ottimo prodotto che motiva sì i cliché ma che non introduce cambiamenti epocali, ha gridato quindi allo scandalo affossando la pellicola con aspre e pesanti critiche. Non è certo la prima volta (ricordiamo quell’ Hereditary  esordio alla regia di Ari Aster con cui molti rimasero delusi perché venduto come “il nuovo esorcista” e che venne quindi affossato e additato come un film pessimo semplicemente per non essere stato all’altezza delle aspettative) e non sarà l’ultima, dispiace però che un pregevolissimo prodotto tutto italiano, con anche delle tematiche importanti di fondo, verrà ricordato soltanto per questo gigantesco ed orrendo “scam”.

    CONCLUSIONI

    Messa da parte la pubblicità fatta da Netflix, la pellicola si presenta come un ottimo horror italiano nettamente sopra la media. La regia di De Feo-Strippoli dona vitalità ad una sceneggiatura solida, messa in scena da un risicato ma valido cast di attori (tra cui spicca su tutti la Lutz) e che riesce a mischiare bene le carte in tavola, partendo come il classico film dell’orrore pieno di cliché, per poi non solo inserire tematiche più profonde ma anche motivare questa sua (solo appartente) superficialità e banalità. Rimangono alcuni difettucci, come un terzo atto leggermente sotto tono ed una parlata in alcune situazioni troppo marcata verso il dialetto, ma ciò non rovina comunque l’esperienza dello spettatore che si ritroverà sicuramente coinvolto e spaventato per buona parte della pellicola, purtroppo già eccessivamente bistrattata.

    P.S.: nonostante non sia un film Marvel, si consiglia di non terminare subito la visione alla comparsa dei titoli di coda.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 2: 1978

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    Ad una settimana di distanza dall’interessantissimo primo capitolo, Netflix il 9 luglio ha reso disponibile la seconda parte della sua trilogia di Fear Street, tratta dai libri di R. L. Stine. Se nella prima parte si vivevano i rivoluzionari anni ’90, in questa pellicola si ritorna indietro fino ai “creativi” anni ’70, tra le canzoni di David Bowie, i pantaloni a zampa di elefante e la nascita dei primi “veri” computer. Questo secondo capitolo, a differenza del primo, risulta avere una struttura molto più classica ed impostata, motivata soprattutto dai film horror da cui prende ispirazione figli di quegli anni ’70 che iniziavano a dettare le regole di un genere che nei decenni successivi sarebbe stato sulla cresta dell’onda e che ancora oggi si dimostra forte e tutt’altro che secondario: lo slasher.

    Piccola premessa: nella recensione saranno presenti spoiler sulla prima parte, mentre non ci saranno anticipazioni sulla seconda. Si sconsiglia quindi la lettura a chi non ha ancora recuperato la prima pellicola.

    BACK IN THE ‘70s

    Il film riprende dal punto esatto in cui il predecessore si era concluso. Dopo il massacro al centro commerciale in cui Kate e Simon hanno perso la vita, Deena ed il fratello Josh si ritrovano in casa con Sam ormai sotto il controllo della strega che tenta di ucciderli. La loro unica speranza è Cindy Berman, unica sopravvissuta ai tragici eventi avvenuti al campeggio Nightwing durante gli anni ’70.

    Raggiunta l’abitazione della donna, i due riescono a convincerla a raccontare loro ciò che successe quella notte di 16 anni prima, nella speranza di trovare un modo per fermare la strega e salvare Sam.

    Così comincia un lungo flashback che interessa quasi tutta la durata del film, ad esclusione dei minuti finali. Nello sfavillante 1978 seguiamo le vicende delle due nuove protagoniste, Ziggy (interpretata da una Sadie Sink superlativa), una ragazzina di 14 anni ribelle e poco incline alle regole e la sorella maggiore Cindy, ragazza che cerca di essere perfetta ed il cui unico obiettivo è fuggire da Shadyside. Non può mancare ovviamente il gruppo di amici, composto da Tommy (il ragazzo di Cindy) e dalla coppia Alice ed Arnie, il gruppetto di bulli, il palestrato stupido e la ragazza hippie. Il tutto comincia nella piena normalità, con una partita alla luce della luna di ruba bandiera Sunnyville contro Shadyside, che viene però interrotta nel bel mezzo della notte da Tommy, il quale impazzisce e comincia ad uccidere tutti coloro che provengono da Shadyside.

    Se l’ispirazione per la prima parte era quello Scream figlio degli anni ’90, che provava a rivoluzionare il genere senza però snaturarlo, questa seconda parte ha come palese ispirazione Venerdì 13. Tralasciando la trascurabile differenza di due anni tra l’uscita del primo capitolo del franchise (1980) e l’anno in cui è ambientata la pellicola, questa riprende sia l’ambientazione del campeggio sul lago (che da Camp Crystal Lake diventa Camp Nightwing) sia l’assassino quasi immortale, andando a pescare anche tutti i cliché  del prodotto. La forza della produzione, che troviamo qui come nella prima parte, è saper mischiare le carte ed usare il citazionismo nel modo corretto senza cadere nella banalità. 

    Il gruppo di amici, i bulletti, i personaggi secondari stereotipati sono un pretesto per la sceneggiatura per approfondire il loro carattere, definito soprattutto dal luogo da cui provengono, dall’eterna lotta tra “periferia e città bene”, dai drammi famigliari che dai genitori finiscono per ricadere sui figli e l’esempio perfetto risultano essere proprio le due sorelle protagoniste della pellicola. 

    Anche se in quantità minore, il film non dimentica comunque di fornire nuove informazioni sulla strega, sulla sua storia ed il suo ruolo nelle vicende sempre però senza eccedere, riuscendo a mantenere viva nello spettatore la curiosità per il terzo ed ultimo capitolo, che racconterà in prima persona le vicende della strega Sarah Fier nell’anno del Signore 1666.

    CITAZIONISMO FATTO BENE

    Forse dettata dal mostrare eventi più semplici e lineari o forse per la maggior esperienza, fatto sta che la regia di questa seconda parte, firmata sempre da Leigh Janiak, risulta in questa pellicola molto più ispirata ed apprezzabile rispetto alla già buona prova del film precedente. Tantissime inquadratura ricordano molto da vicino quegli horror che diedero inizio al genere slasher: non solo la già citata saga di Jason Voorhees, ma anche The Texas Chainsaw Massacre (Tobe Hooper, 1974) , Le colline hanno gli occhi (Wes Craven, 1977)  o Alien (Ridley Scott, 1979) , per non parlare degli ovvi rimandi al “re dell’incubo” Stephen King, che viene citato direttamente in diversi dialoghi durante il film. Assieme alla regia, anche la fotografia ed i costumi risultano estremamente curati, riuscendo ad immergere lo spettatore e fargli respirare quegli anni ormai così lontani.

    Altra nota di merito è la recitazione. A differenza della prima parte che veniva affidata ad attori ed attrici prevalentemente alle prime armi, qui viene inserita una carta vincente che eleva enormemente il film e la troviamo nella figura della già citata Sadie Sink. Conosciuta dai più per il ruolo di Max nella serie Netflix Stranger Things, la Sink dona a questo capitolo quella marcia in più che la prima parte si era giocata con la “tecnica Scream”, permettendo quindi di avere un’attrice trainante e con una notevole esperienza in prodotti di genere. Questo però senza oscurare gli altri colleghi che, seppur in misura minore, riescono ad interpretare ottimamente i propri personaggi, sorretti anche da un’ottima scrittura.

    CONCLUSIONI

    Dopo un’ottima prima parte, Fear Street compie un balzo indietro nel tempo fino agli anni ’70 riprendendo non solo lo stile di vita di quegli anni ma anche tutti i cliché dei film horror slasher che cominciavano a prendere piede in quel periodo. Riuscendo a rimescolare intelligentemente le carte, questa seconda pellicola, aiutata da una regia più ispirata e da un’ottima fotografia e costumi, propone una storia forse più semplice ma efficace, capace di toccare i tasti giusti sia per gli appassionati che per i neofiti.

    Rimane solo da attendere questo venerdì per finalmente poter vedere la terza ed ultima parte di quello che, per adesso, si presenta come uno dei migliori prodotti horror dell’anno.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 1: 1994

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    Negli anni, Netflix ha abituato i propri consumatori ad una quantità piuttosto elevata di serie tv originali di diversa qualità: sono innegabili gli scivoloni, ma in egual modo le vette toccate da alcune produzioni. Quando però si parla di film originali il discorso prende una piega decisamente differente. Salvo qualche eccezione (non si può non nominare il The Irishman di Scorsese), la maggior parte dei film targati Netflix sono prodotti estremamente mediocri, se non pessimi: Death Note  (Adam Wingard, 2017), Open House  (Matt Angel-Suzanne Coote, 2018), Sotto il sole di Riccione  (YouNuts, 2020) solo per citarne alcuni, non hanno affatto entusiasmato critica e pubblico. Questo ha portato molti spettatori a limitare il loro hype nei confronti dei film Netflix Originals, arrivando addirittura a snobbarli senza dar loro nemmeno una possibilità.

    Ma la casa dalla grande N rossa non molla mai ed è arrivata così a produrre non un solo film ma un’intera trilogia esclusiva per la sua piattaforma. Adattando i racconti di R. L. Stine (sì, proprio l’autore di Piccoli Brividi), è arrivato in data 2 Luglio il primo capitolo, intitolato Fear Street Parte 1: 1994 con alla regia Leigh Janiak. Questa volta Netflix sembra aver preso la strada giusta ed essere in procinto di produrre un’ottima saga. Vediamo insieme, dunque, di analizzare questo primo capitolo, in attesa dei successivi in uscita, rispettivamente, il 9 e 16 Luglio.

    LA PAURA FA NOVANTA

    1994. La scena si apre all’interno di un Centro Commerciale passato l’orario di chiusura e ci viene presentata Heather, la protagonista (interpretata da Maya Hawke, figli di Uma Thurman e Ethan Hawke, conosciutissima dal pubblico Netflix soprattutto grazie alla sua partecipazione nella terza stagione di Stranger Things), che parla con il collega ed amico Ryan di come intendano fuggire dalla città. Ad un tratto Ryan impazzisce uccidendo tutte le persone presenti dentro il supermercato, compresa la stessa Heather, finché non viene fermato ed ucciso dalla Polizia arrivata sul luogo.

    Utilizzata la “tecnica Scream” (inserire un’attrice famosa all’inizio del film per far pensare allo spettatore che sia la protagonista, per poi ucciderla nell’arco di 10 minuti), il film ci presenta i veri protagonisti: Deena (Kiana Madeira), una ragazza nel bel mezzo di una crisi di coppia con Sam (Olivia Scott), e i due suoi amici Simon (Fred Hechinger) e Kate (Julia Rehwald) a cui si aggiunge poi il fratello di Deena, Josh (Benjamin Flores Jr.), il nerd del gruppo convinto che gli omicidi che affliggono la cittadina da anni siano in realtà opera di una strega.

    Come si evince dal titolo, gli anni ’90 sono fondamentali per la pellicola all’interno della trama e della vita dei protagonisti (non esistevano telefoni cellulari, i computer erano un lusso che non tutti potevano permettersi ed erano molto più limitati di quanto lo siano oggi), ma lo sono altrettanto per le numerose ispirazioni a cui attinge il racconto. La principale fonte è il già citato Scream  di Wes Craven, con il compositore Marco Beltrami in comune tra le due produzioni ed il regista Leigh Janiak al lavoro dietro la macchina da presa per alcuni episodi dell’omonima serie reboot del franchise (distribuita in Italia proprio da Netflix). 

    La regia si attesta su buoni livelli, senza infamia e senza lode, ma riuscendo a mantenersi solida soprattutto nei vari momenti di tensione ottimamente costruiti. Preme sottolineare come anche nell’ambito regia si cerca spesso il citazionismo, con diverse inquadrature che rimandano chiaramente a cult horror del passato. Anche la fotografia fa un buon lavoro, creando ottimi scorci soprattutto negli interni notturni. Buona risulta anche la recitazione, soprattutto dei cinque protagonisti, particolarmente in parte.

    TO BE CONTINUED

    La componente più forte del film è sicuramente la sceneggiatura. Nonostante in alcuni punti risulti piuttosto semplice, permettendo così a chiunque di seguire le vicende principali senza problemi, durante tutta la durata del film vengono costantemente date allo spettatore un’informazione dopo l’altra, in modo da approfondire la storia gettando le basi per un’ambientazione particolarmente interessante e complicata al punto giusto. La componente horror del film viene poi accompagnata da dinamiche tipiche del teen drama, che risultano ben inserite e non stucchevoli (dimostrando come Sex Education, altra produzione Netflix, stia già facendo scuola).

    La forza del racconto sta proprio nella sua divisione in tre segmenti divisi in tre film separati, ognuno dei quali si focalizza su vicende diverse che finiscono però per amalgamarsi assieme, costruendo così un’entusiasmante storia ben approfondita e raccontata. Con questo primo capitolo, non solo ci vengono raccontate le vicende dei ragazzi durante gli anni ’90, ma ci vengono presentati anche elementi che verranno poi approfonditi nei due sequel, ambientati rispettivamente nel 1978 e nel 1666. Anche qui le citazioni ed i richiami ad altre pellicole si sprecano, tra i quali non si può non citare un palese richiamo a Stephen King ed in particolare al famosissimo racconto It, nel mostrare come le varie vicende accadute nel corso degli anni nella cittadina di Shadyside siano tutte collegate.

    CONCLUSIONI

    Traendo ispirazione dai racconti di R. L. Stine, Netflix è riuscita a produrre un ottimo film horror, che riesce a trarre le giuste ispirazioni dai capisaldi del genere ma riuscendo a rimanere comunque originale. Buone la regia e la fotografia, ottima la recitazione ma il fiore all’occhiello è proprio la sceneggiatura che riesce a creare un primo capitolo chiaro e con una forte componente di intrattenimento da un lato e con parecchi elementi che suscitano nello spettatore un’ampia curiosità per i due sequel in uscita. Un’ottima produzione quindi, che riesce a tirare fuori Netflix dallo stereotipo che si era creata in questi anni. Siamo sulla strada giusta.

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  • RECENSIONE SPIRAL – L’EREDITÀ DI SAW

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    Dopo ben 7 capitoli, la saga dell’enigmista sembrava aver raggiunto la sua fine nel 2010 con Saw 3D: Il capitolo finale, titolo abbastanza eloquente già di suo ma non così veritiero, vista l’uscita di una nuova pellicola nel 2017 arrivata da noi con il titolo Saw: Legacy  (in originale Jigsaw) che però non riuscì ad incontrare il successo né da parte della critica né dal pubblico. La fine, per davvero stavolta, per questo franchise nato nel 2004 per mano di James Wan sembrava essere arrivata.

    Ma poi il 5 Febbraio 2020, come un fulmine a ciel sereno, venne pubblicato il trailer di Spiral –L’eredità di Saw. Titolo che metteva subito in chiaro le cose: Saw, come serie, non era ancora morta. Alla regia è tornato Darren Lynn Bouseman, già regista del secondo, terzo e quarto capitolo, mentre l’idea alla base del film è partita da Chris Rock. Tra gli attori c’è Samuel L. Jackson e dai trailer il film sembra voler puntare tutto su quell’atmosfera investigativa che i capitoli precedenti accennavano soltanto. Tutto questo lasciava presagire un ritorno in grande stile, ma purtroppo anche questa volta è andato tutto storto.

    TROPPO SANGUE, PER DAVVERO

    Per poter spiegare i problemi di Spiral, bisogna tornare indietro di 17 anni, fino al 2004, ed in particolare all’uscita nei cinema di Saw – L’Enigmista  diretto dall’allora esordiente James Wan e interrogarsi sul perché fu così tanto apprezzato. Per la prima volta Wan utilizzava la formula del plot-twist finale (che sarebbe poi diventata marchio di fabbrica della maggior parte dei suoi prodotti e di tutta la saga di Jigsaw) e lo faceva all’interno di un film che raccontava di due uomini rapiti e rinchiusi all’interno di un vecchio bagno costretti a sfidare la morte per sopravvivere, contemporaneamente ad un’indagine da parte di alcuni detective sul serial killer chiamato “L’enigmista”, che rapisce e rinchiude le sue vittime all’interno di trappole mortali nelle quali devono lottare per sopravvivere. Il tutto con un budget estremamente ridotto, che obbligò a dover rinunciare a effetti horror troppo eccessivi, mostrando così il minimo indispensabile, riuscendo però a creare terrore soprattutto con l’atmosfera e l’effetto “vedo-non vedo”.

    Tutto questo è stato lentamente trasformato dai capitoli successivi nella saga dello splatter e del gore, con trappole sempre più assurde e violente, con film il cui focus pareva essere solo mostrare più sangue, membra e budella possibile. Purtroppo anche quest’ultima iterazione della saga sembra aver seguito lo schema dei predecessori e lo si capisce fin dai primi minuti, in cui viene messa in scena una sequenza con una trappola il cui unico scopo è quello di riempire di sangue lo schermo.

    Così purtroppo si continua per tutte le sequenze horror della pellicola. Non si cerca di creare tensione, non si cerca di mettere in scena gli avvenimenti con una certa accortezza, l’obiettivo è solo e soltanto il gore, che però risulta eccessivo e stucchevole già alla seconda iterazione all’interno del film. Senza contare che queste trappole risultano da un lato assurde, tanto da far perdere allo spettatore la paura del “queste trappole potrebbe averle create chiunque”, dall’altro troppo complicate, rendendo praticamente impossibile per le vittime scappare e tradendo così la filosofia del Jigsaw dei capitoli precedenti. 

    HORROR COMEDY MA SBAGLIATA

    Passando alla parte più investigativa, il film centra l’obiettivo in pieno per i primi 30 minuti. Si presentano infatti una sequenza dopo l’altra di scene del crimine, indagini, interrogatori e dialoghi da poliziesco duro e puro. Il detective Zeke Banks, interpretato da Chris Rock e odiato dall’intero distretto per aver testimoniato contro un collega corrotto, riceve infatti una chiavetta USB con un messaggio che lo porta ad iniziare un’indagine su un killer che prende di mira poliziotti corrotti. Il tema della corruzione della polizia è centrale nel racconto, sia per il protagonista che non può fidarsi di nessun collega al di fuori della nuova recluta William (Max Minghella), sia per l’assassino e su questo il film riesce a esprimere adeguatamente il tema e a portare alle giuste riflessioni anche sugli abusi da parte della polizia di cui sentiamo parlare tutti i giorni. 

    Come il Body Cam  di Malik Vitthal, uscito nel 2020, la componente di critica non viene però accompagnata da una scrittura interessante dei personaggi, che risultano troppo stereotipati ed anonimi, e nemmeno da una componente horror degna di nota, portando così il film nella seconda parte a risultare estremamente prevedibile ed anche stupido in alcuni frangenti.

    Altro problema del film sono gli attori. Escluso Samuel L. Jackson, che interpreta comunque un personaggio insipido e ai limiti dell’inutilità ma riesce a mantenere il suo stile recitativo  inconfondibile, dai personaggi meno importanti fino al protagonista la situazione purtroppo non è delle più rosee, soprattutto per quanto riguarda Chris Rock. L’intenzione di aver un buon protagonista c’è, ma la recitazione lo conduce inevitabilmente ad essere più una parodia di se stesso, con un tono costantemente comico che l’attore non riesce a lasciare da parte nemmeno per questa pellicola. (La situazione peggiora ulteriormente con il doppiaggio italiano, completamente anticlimatico e capace di rendere comiche anche le situazioni che dovrebbero essere spaventose). Nota di merito invece per la colonna sonora, soprattutto per le tracce create appositamente per il film dal rapper 21 Savage.

    CONCLUSIONI

    Ancora una volta la saga di Saw prova a risorgere ed ancora una volta cade rovinosamente. Una regia ed una sceneggiatura mediocri, una recitazione sbagliata, la scelta di creare l’orrore soltanto con le trappole ma senza atmosfera, tutti elementi che sembrano essersi appiccicati a questa saga e che sembrano non volersi staccare. Unici elementi positivi del film sono la critica agli abusi della polizia e la colonna sonora particolarmente apprezzabile. Dispiace molto dire queste parole, ma forse questa volta sarà davvero la fine.

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  • RECENSIONE A QUIET PLACE 2

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    Ammettiamolo, a tutti noi quando sentiamo il nome “John Krasinsky” viene in mente Jim Halpert dalla sitcom The Office. Ma per i più cinefili, non sarà sicuramente passato inosservato il suo esordio alla regia datato 2018 con A Quiet Place, film con un budget di 17 milioni e che ne ha incassati 340 milioni, per non parlare dei numerosissimi premi e nomination che ha ricevuto. Un successo meritatissimo per un horror grandioso, che portò quindi lo stesso Krasinsky ed i produttori a creare un seguito. 

    Si arriva al 2019, con un teaser trailer nel mese di Dicembre ed un trailer vero e proprio il mese successivo. Ma causa pandemia il tutto ha subito un grosso rallentamento ed in alcuni casi (come questo) un blocco totale. Ma finalmente una luce in fondo al tunnel è arrivata e nel mese di Giugno 2021 l’attesissimo sequel è arrivato nelle nostre sale. Proprio il caso di dire “meglio tardi che mai

    IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

    Con il primo capitolo si era riusciti a trovare una formula vincente: il silenzio. La presenza di questi mostri iper-sensibili ai rumori, ciechi ma (quasi) immortali grazie alle loro scaglie permetteva al film di mantenersi per un’ora e mezza in costante tensione fino al finale, unico punto leggermente più debole della produzione.

    Il sequel inizia con una sequenza di circa 15 minuti che funge da “prequel” delle vicende e ci mostra il Giorno 1, quando tutto ebbe inizio, permettendo così di scoprire qualcosa di più sull’arrivo e la comparsa di queste misteriose creature sulla Terra. Già qui Krasinsky dimostra di saper stare efficacemente dietro la macchina da presa e soprattutto di aver chiaro in mente tutto ciò che deve mostrare e come, riuscendo a confezionare una sequenza che parte nella calma più piatta e che si ribalta completamente nell’arco di alcuni secondi.

    Il film procede poi con la vera storia del film. Riprendendo esattamente dove il precedente si era concluso, ci vengono mostrati i restanti membri della famiglia Abbott lasciare il loro rifugio ormai devastato in cerca di una nuova casa. Si procederà poi con un racconto in due archi: nel primo seguiamo Regan Abbott (Millicent Simmonds) alla ricerca di un’isola sicura inseguendo un misterioso segnale radio, aiutata dalla new entry Emmett (Cillian Murphy); nel secondo arco vediamo il tentativo di sopravvivenza di Evelyn Abbott (Emily Blunt) con suo figlio Marcus (Noah Jupe) ed il figlio neonato.

    Questi i personaggi che porteranno avanti le vicende del film e che saranno presenti per la quasi totalità del tempo. Sono presenti predoni o altri sopravvissuti, ma dei quali non si conosce nulla (nemmeno il nome) e che hanno ruoli talmente secondari da essere relegati quasi ad essere delle mere comparse

    L’elemento vincente del film risulta sicuramente in Cillian Murphy. Era dai tempi di 28 Giorni Dopo (Danny Boyle, 2003) che non lo si vedeva in un ruolo simile ed anche qui risulta completamente calato nella parte. La componente più forte del personaggio è anche quella di essere nuovo, un qualcuno di cui noi spettatori non sappiamo nulla, di cui non sappiamo se poterci fidare completamente e che impariamo a conoscere grazie ad una scrittura asciutta ed efficace, che non si perde quindi in discorsi inutili e che potrebbero rubare l’attenzione.

    Ciò non significa però che gli altri personaggi risultino peggiori. Emily Blunt riesce anche qui, come nel primo, a dare un’ottima prova attoriale, grazie anche alla ovvia chimica con il marito/regista, ma lo stesso discorso risulta applicabile ai due attori più giovani che interpretano i figli, soprattutto per Millicent Simmonds che regge il confronto delle scene assieme a Murphy, consci anche del fatto che il suo personaggio è sordo-muto e di tutte le conseguenze che ciò comporta.

    ANSIA A MILLE

    Compito non da poco, questo seguito riesce a riprendere l’ansia onnipresente del primo capitolo riuscendo addirittura ad ampliarla. Con la sequenza finale del primo capitolo, i protagonisti scoprono un punto debole dei mostri e che premette loro di uccidere l’invasore arrivato alla loro fattoria. C’era quindi il rischio che questo seguito risultasse troppo improntato all’azione, rinunciando all’elemento più horror riuscitissimo nella precedente iterazione. Qui il film fa un enorme passo in avanti, riuscendo a mischiare bene quell’elemento di sopravvivenza e costante pericolo con la (seppur flebile) possibilità di poter uccidere alcuni dei mostri, ma riuscendo ad inserire l’elemento non come conseguente immortalità ed estrema potenza degli umani ma come “ne ho ucciso uno e posso forse avere il tempo di scappare”.

    Seguendo questa tecnica il film riesce a diventare probabilmente uno dei migliori horror degli ultimi anni, grazie anche ad una sceneggiatura solida che fornisce allo spettatore sempre ulteriori informazioni sul mondo in cui i personaggi vivono, sui mostri, su cos’è successo in passato. Informazioni magari non di fondamentale importanza, ma che portano a scacciare via la sensazione del “sequel fatto solo per soldi” che sicuramente non si applica a questo caso.

    Risulta doveroso spendere alcune parole di elogio per la regia di Krasinsky e la fotografia di Polly Morgan, che riescono a dipingere un viaggio verso l’ignoto ricco di scorci memorabili e sequenze mozzafiato, soprattutto quando i mostri entrano in azione. Doveroso anche fare presente come il design di quest’ultimi sia nettamente migliorato dal precedente, con una cura della CGI di livello superiore con mostri che risultano una gioia per gli occhi ogni volta che compaiono a schermo.

    CONCLUSIONI

    Dopo un riuscitissimo primo capitolo, Krasinsky riesce a costruire un sequel che riesce a migliorare su tutti i fronti. La regia e la fotografia risultano ottime, con sequenze e scorci che rimarranno nella mente dello spettatore anche tempo dopo la visione, e la sceneggiatura riesce a mettere in atto una storia interessante e spaventosa, con pochi personaggi ma ben caratterizzati. Punto più alto risulta l’interpretazione di Cillian Murphy con un personaggio stupendo, senza dimenticarsi però anche degli altri. Ottima anche la CGI.

    Sicuramente da recuperare per chi ha apprezzato il primo e per chi cerca un ottimo film in sala durante l’estate.

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  • RECENSIONE EST – DITTATURA LAST MINUTE DI ANTONIO PISU

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    Ottobre 1989. In televisione passano le immagini di Bush, Reagan e Gorbacev, il Cesena pareggia in casa con la Lazio, Ezio Greggio e Raffaele Pisu conducono la seconda edizione di Striscia la Notizia, Franco Battiato è in cima alle classifiche musicali. E’ in questo momento che tre giovani ragazzi, Pago, Rice e Bibi partono per una vacanza di dieci giorni verso l’Europa dell’Est e finiranno per vivere il viaggio più importante della loro vita. Basandosi sul libro “Addio Ceausescu” scritto da due dei protagonisti della storia Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi, Andrea Pisu costruisce al suo secondo lungometraggio un road movie all’italiana, che tra momenti comici e sonori “dio boh” porta lo spettatore a scoprire o ricordare un’epoca che ormai sembra molto lontana, ma in realtà incredibilmente vicina.

    TRE GIOVANI RAGAZZI 

    Il punto di forza del film sono senza dubbio i tre protagonisti, interpretati magistralmente dai giovanissimi Matteo Gatta e Jacopo Costantini affiancati da un Lodo Guenzi che lascia per un attimo il mondo della musica per entrare nel cinema, riuscendo comunque a dare un’ottima prova attoriale. Se il tutto comincia con un tono estremamente sarcastico e leggero, con i tre ragazzi che partono da Cesena carichi di biancheria intima da vendere nei paesi dell’Urss ed un susseguirsi di battute sulle loro relazioni e la ricerca di belle ragazze lungo il loro viaggio, il tutto assume un tono molto più serio quando in Ungheria incontrano un uomo che chiede loro di portare una valigia dalla sua famiglia in Romania, ancora sotto la dittatura di Ceauşescu e da cui lui è scappato da diversi mesi.

    La sceneggiatura del film risulta molto solida, riuscendo a proporre una storia che ben bilancia momenti più comici e tranquilli a veri e propri attimi di tensione da thriller, tra inseguimenti, cimici, telefoni sotto controllo e polizia segreta. Ben scritti sono anche i vari personaggi secondari, tutti ben caratterizzati ed unici ma senza mai sfociare in un eccessivo stereotipo, riuscendo così a mostrare con naturalezza lo stile di vita delle persone in quel periodo. Oltre che ben interpretati, i tre protagonisti sono anche ben scritti, soprattutto nel mostrare l’influenza che questa storia ha su di loro e sul loro modo di essere e di vivere. 

    A livello registico ci si ritrova davanti ad un buon lavoro, che non stupisce mai ma riesce comunque a tenere incollati allo schermo, curiosi di vedere lo svolgersi delle vicende. 

    FELICITÀ

    Non si possono non nominare altri due elementi fondamentali per il film e che ne permettono la riuscita. Il primo è la scenografia. Dai paesaggi iniziali di Cesena si ha un progressivo passaggio alle zone sotto dittatura, caratterizzate da una fotografia particolarmente spenta e grigia, magari non originalissima ma che contribuisce enormemente a favorire l’immersione in uno stile di vita dove anche le piccole cose, come l’odore del caffè, una barretta di cioccolata o un reggiseno di pizzo, sono un qualcosa di inaspettato, un vero e proprio dono. Uno stile di vita a cui i tre ragazzi (come tutti noi del resto) faticano ad adattarsi e che cercano di cambiare, rischiando parecchio.

    L’altro elemento è la colonna sonora. Il film è infatti un vero e proprio repertorio di musica anni ’80 italiana, tra Al Bano e Romina con “Felicità” e Franco Battiato con “Voglio vederti danzare” il film riesce a riportare lo spettatore in quegli anni di vinili, musicassette e Sanremo, con le canzoni della nostra penisola ascoltate in tutto il mondo, spopolando proprio in quei territori dove per reperire anche solo una cassetta era necessario un procedimento estremamente pericoloso. 

    CONCLUSIONE

    Andrea Pisu riesce a confezionare un pregevolissimo road movie, trasportato da tre bravissimi attori e da un’ottima sceneggiatura che riesce a mostrare tutta la crudezza e l’orrore della vita sotto dittatura, bilanciando il tutto con l’inserimento di momenti un po’ più leggeri e divertenti. Con una colonna sonora di tutto rispetto ed una scenografia forse poco originale ma non per questo non funzionale, il film riesce a catturare l’attenzione di ogni tipo di spettatore, dal più cinefilo al più occasionale.

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  • RECENSIONE THE CONJURING: PER ORDINE DEL DIAVOLO

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    James Wan. Un nome che, quando pronunciato, è capace di far battere forte il cuore di milioni di fan del cinema horror, memore soprattutto di aver creato alcune delle saghe horror più conosciute al mondo. Debuttando con forse il suo lavoro più famoso, Saw-L’enigmista, nel 2004 ha dato vita ad una serie di film che, tra alcuni alti ma soprattutto tanti bassi, continua a tornare in sala con nuovi capitoli ancora oggi (vedi Spiral-L’eredità di Saw diretto da Darren Lynn Bousman in uscita nelle sale a Giugno); passando per Dead Silence (2007), un pregevolissimo horror meno conosciuto ma non per questo meno valido; ha poi diretto nel 2010 il film Insidious, divenuto oggi un cult per una nicchia di appassionati nonostante il buon successo ottenuto all’epoca, dando origine anche qui ad una saga proseguita con altri tre capitoli (di cui lui è però regista soltanto dei primi due) ed uno ancora in dirittura d’arrivo.

    E’ però nel 2013 che si presenta al mondo nel ruolo di regista del film che molti ritengono il suo capolavoro: The Conjuring. Basandosi sulla storia dei demonologi Ed e Lorraine Warren, Wan era riuscito infatti a creare un horror che fosse al tempo stesso commerciale ed adatto al grande pubblico ma capace anche di toccare i tasti giusti, confezionando (ancora una volta) il fenomeno del momento. Il prodotto fu talmente un successo da portare la produzione a creare un vero e proprio Universo Condiviso, popolato da diverse storie che, in un modo o in un altro, finiscono sempre per collegarsi tra di loro. Nascono così Annabelle con le sue tre iterazioni (John R. Leonetti, 2014; David S. Sandberg, 2017; Gary Dauberman, 2019), The Nun (Corin Hardy, 2018), Ll Llorona (Michael Canvas, 2019) ed un seguito diretto del “capostipite” sempre con James Wan alla regia chiamato The Conjuring – Il caso Enfield uscito nel 2016.

    Esclusi il secondo The Conjuring ed il secondo Annabelle (chiamato Annabelle Creation), purtroppo si tratta di prodotti scialbi se non addirittura pessimi. Dopo 5 anni dall’ottimo secondo capitolo, i coniugi Warren sono tornati protagonisti per un’altra iterazione, questa volta non più diretti da Wan, bensì dal Michael Canvas già regista del pessimo Lla Lorona e questo già fece storcere il naso a molti e le aspettative per il film si abbassarono drasticamente, con qualcuno che inneggiava al disastro ancora prima dell’uscita dei trailer. Purtroppo, queste persone avevano ragione.

    UN (FORSE TROPPO RIPIDO) CAMBIO DI ROTTA

    Abbandonata la struttura della “casa infestata” presentata nei primi due capitoli, il film decide di cominciare in “medias res”, nel bel mezzo dell’azione. Gli Warren sono infatti già nel bel mezzo di un esorcismo (a differenza degli altri due film in cui bisognava attendere oltre la metà del film), il cui protagonista è un bambino di 8 anni. Le possibilità di salvarlo sono molto basse, perciò il cognato Arne Johnson (Ruairi O’Connor) decide di prendere il demone che infesta il bambino dentro di sé. Ciò porta il ragazzo a commettere un omicidio per il quale viene arrestato ma, una volta arrivato in tribunale, afferma, con l’appoggio degli Warren, che la causa delle sue azioni è dovuta ad una possessione demoniaca.

    Da qui il film procederà come un horror poliziesco, nel quale i due coniugi “interpretano” il ruolo dei detective ed il loro scopo è trovare le prove della possessione e poterle presentare in tribunale. Sulla carta, l’idea è interessantissima: non solo si allontana dalla struttura dei precedenti capitoli (evitando di essere quindi stucchevole come “more of the same”), ma apre le porte ad un tipo di narrazione particolare e funzionale che permetterebbe anche di discutere tematiche anche scottanti, in primis il discorso sul poter utilizzare la “scusa” della possessione in tribunale. Peccato che tutto questo funga da mero pretesto per far cominciare gli eventi del film, riducendo all’osso tutte le possibili discussioni che se ne potrebbero ricavare e portando i protagonisti di questa vicenda ad avere soltanto una piccolissima parte, troppo ridotta perché lo spettatore possa provare anche un minimo di empatia nei loro confronti.

    Un esempio su come gestire questa struttura narrativa è L’esorcismo di Emily Rose (Scott Derrickson, 2005). Anche lui tratto da una storia vera, condivide con questo terzo capitolo l’inserimento di un processo in tribunale, nel quale però si verifica la veridicità di un esorcismo e quindi l’effettiva possessione della ragazza, piuttosto che la presenza di alcune malattie. Nonostante la piccola differenza di argomento, è un esempio di come riuscire a coniugare un argomento giuridico con un elemento sovrannaturale alternandolo a veri e propri momenti horror.

    I DETECTIVE WARREN

    Passando alla parte poliziesca, solitamente si utilizza un modus operandi per coniugarla con l’elemento horror: questa infatti è spesso più un pretesto per poter portare i protagonisti verso i momenti spaventosi ed inquietanti che sono l’effettivo cuore del prodotto. Coraggiosamente, questo prodotto tenta di fare il contrario, ma finisce per fallire. Il far partire il tutto dalla necessità di provare la soprannaturalità dell’evento (dove spesso è invece il contrario) è una premessa interessante, ma il film decide di ribaltare tutta la struttura sopracitata, inserendo quindi le scene horror non come punto d’arrivo delle indagini ma come pretesto per portare i protagonisti in alcuni luoghi o verso alcune scelte. Questo però conduce il film verso una monotonia estrema, con la sequenza “arrivo in un luogo – scena horror” riproposta più e più volte per quasi tutta la durata del film, rendendo tutte le sequenze che dovrebbero fare dello spavento il loro punto di forza estremamente monotone e banali (complice anche un eccessivo e continuo uso di jumpscare classici).

    Se l’horror risulta così marginale (o banale) è forse per dare più spazio all’elemento investigativo della storia. Peccato che anche qui il tutto sia di una estrema banalità. Il “villain” del film non è più il demone in sé, bensì un satanista in carne ed ossa che l’ha evocato e da qui il prodotto aveva “carta bianca” vista la novità nell’universo condiviso di questa scelta. In realtà il tutto si risolve in maniera abbastanza semplice e prevedibile, senza riuscire mai a coinvolgere pienamente lo spettatore, vista anche la mediocre gestione dei vari personaggi che compongono questa storyline e la pochezza nello sviluppo del satanista e delle sue motivazioni.

    Due esempi di ottima costruzione di questa struttura vengono ancora dal sopracitato Scott Derrickson, con i suoi Sinister (2012) e Liberaci dal male (2014), entrambi caratterizzati da una struttura narrativa che mescola un’indagine (nel primo caso giornalistica e nel secondo poliziesca) all’elemento horror in maniera riuscitissima.

    Nota positiva risultano invece i due protagonisti. Patrick Wilson e Vera Farmiga sono perfettamente calati nei loro  ruoli ed hanno tra di loro una chimica veramente eccezionale. Portando avanti ciò che già era stato mostrato nei precedenti, i due personaggi riescono ancora a raccontare qualcosa di loro che non sapevamo, rimanendo comunque interessanti e permettendo allo spettatore di entrare sempre di più in sintonia con loro pellicola dopo pellicola.

    IL VERO PROBLEMA

    Come detto sopra, il prodotto fallisce pienamente nell’essere un film spaventoso o perlomeno inquietante e questo è da imputare principalmente ad un fattore: il cambio di regia. Per quanto Wan non sia un maestro alla pari di altri registi, è innegabile che la mano per creare ottimi film ce l’ha senz’altro. Niente di troppo peculiare, ma è quel movimento di macchina o quella scelta stilistica particolare che riesce a rendere memorabili ed emozionati le varie sequenze presenti nei primi due capitoli, che qui invece mancano completamente. Canvas non è un cattivo regista, ma la sua esposizione risulta estremamente basilare e statica, portando le varie sequenze a perdere tutto l’entusiasmo e la carica che avrebbero potuto presentare se gestiti da una mano più esperta.

    Ne sono un altro esempio i jumpscare. Tra Insidious e i due The Conjuring, è innegabile che a Wan questo espediente piaccia. Questi però risultano inseriti in maniera intelligente all’interno della narrazione, portando quindi lo spettatore a spaventarsi spesso, vista anche la varietà di situazioni che il regista è capace di creare. Canvas invece inserisce il jumpscare nella modalità più classica possibile, portando anche lo spettatore meno abituato ad intuire dopo poche sequenze la struttura che c’è dietro la loro comparsa.

    Ottimo il montaggio, che riesce a creare delle bellissime sequenze oniriche, confuse il giusto e belle visivamente, mentre la fotografia si attesta sulla mediocrità. Esclusi i due protagonisti sopra citati, i personaggi secondari contano una buona interpretazione da parte degli attori, tutti particolarmente in parte.

    CONCLUSIONI

    Nonostante l’ottimo soggetto e la formidabile coppia Wilson-Farmiga a trainare il tutto, The Conjuring Per ordine del diavolo soccombe sotto il peso dei predecessori. Una regia modesta, ma non a livello di James Wan, una sceneggiatura con molti problemi ed una gestione dei momenti horror monotona e stantia abbassano di molto la qualità complessiva del prodotto. Non si tratta certo di un film terribile, ma è sicuramente un peccato vedere un universo nato da ottimi prodotti scadere sempre più verso la mediocrità.

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