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  • LE GRANDI SAGHE HORROR: NIGHTMARE

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    Wes Craven: un nome che al giorno d’oggi rappresenta una pietra miliare della produzione di film horror e che – assieme a nomi come Carpenter, Hooper e Baker – ha portato alla nascita dello slasher, sottogenere che avrebbe poi decostruito con il suo Scream nel 1996. Arrivato in sala per la prima volta con L’ultima casa a sinistra nel 1972 e raggiunta poi la fama nel 1977 con Le colline hanno gli occhi, per molti raggiunge il suo primo apice di carriera nel 1984 con A nightmare on Elm Street. Proprio sulla saga che quest’ultimo ha generato si concentra questo articolo, presentando una visione generale fino al settimo capitolo, Wes Craven’s New Nightmare del 1994

    Gettiamoci quindi nella (ri)scoperta di questa saga, colpevole di aver generato incubi ad un’intera generazione di spettatori e di aver creato Freddy Krueger, vero e proprio Uomo Nero ed icona degli anni ’80.

    “One, Two: Freddy’s coming for you;
    Three, Four: Better lock your door;
    Five, Six: Grab your crucifix;
    Seven, Eight: Gonna stay up late;
    Nine, Ten: Never sleep again!”

    IL CAPOSTIPITE

    Primo capitolo della saga è, per l’appunto, l’ormai iconico Nightmare – Dal profondo della notte, arrivato nelle sale nel novembre 1984. Tra i protagonisti conta Heather Langenkamp nei panni della final girl Nancy Thompson e Robert Englund per la prima (delle poi numerose) volta nei panni di Freddy Krueger; accanto a loro troviamo Tina Grey (Amanda Wyss), il fidanzato Rod (Nick Corri) e, al suo esordio, un giovanissimo Johnny Depp, nei panni di Glen Lantz.

    Nonostante la sua piena appartenenza al sottogenere splatter, questa pellicola è riuscita a dare vita a un Boogeyman completamente diverso dalle sue altre incarnazioni: Jason, Leatherface, Michael Myers sono tutti villain estremamente silenziosi (se non completamente muti) e che raggiungono di soppiatto la propria vittima per trucidarla senza pietà; in maniera opposta, Craven crea con Freddy Krueger un serial killer con caratteristiche sovrannaturali ed una personalità eccentrica, che lo porta a giocare e deridere le sue vittime nel parco giochi che sono i sogni, i quali permettono di creare situazioni sempre diverse ed interessanti, sia in questa pellicola che nei vari sequel. Diventa quindi subito iconica la sua faccia sfregiata e piena di bruciature, così come il suo guanto con delle lame alle estremità delle dita.

    I protagonisti della pellicola sono, come da base slasher, un gruppo di ragazzi, che parlano apertamente di sesso e che hanno i loro momenti stupidi, ma la pellicola li presenta fin da subito in maniera più attiva rispetto a quanto visto in passato (per esempio con The Texas Chainsaw Massacre o Venerdì 13  in cui i protagonisti prediligono la fuga) e inserisce un interessante sguardo alla società dell’epoca, sul rapporto tra adolescenti e genitori, che per tutti i personaggi rappresenta un argomento pieno di problematiche. Personaggi che risultano già pieni di problemi, ancora prima di sfidare il loro nuovo incubo. Nonostante tutto, non bisogna però pensare che la pellicola si dimentichi degli elementi alla base del genere, ma anzi presenta numerose scene con morti estremamente drammatiche e piene di sangue. Il tutto viene sapientemente coronato dalla regia di Craven, che riesce a creare tensione e paura tutte le volte che Freddy compare sullo schermo, inserendo elementi più umoristici da parte del “mostro” ma senza mai rovinare l’atmosfera.

    Una delle pellicole che forse meglio racconta gli anni ’80, di cui è poi divenuto un’icona, ma che vale la pena recuperare ancora oggi sia per viaggiare fino a quegli anni oggi tanto amati e fonte di ispirazione, sia per vedere l’origine di uno dei migliori boogeyman della storia del cinema horror.

    IL SEQUEL APOCRIFO

    Visto il successo della pellicola, New Line Cinema non fece passare molto tempo per poterne produrre un seguito, che arrivò infatti soltanto un anno dopo, nel 1985, con il titolo di Nightmare 2 – La rivincita. Visto il distacco di Craven sia dalla regia sia dalla sceneggiatura, la produzione affida a Jack Sholder la regia ed a David Chaskin la sceneggiatura, vengono messi in scena personaggi completamente nuovi, mentre torna Robert Englund nei panni del killer. La pellicola presenta una storia che si svolge 5 anni dopo il precedente e segue la vita di Jesse Walsh (Mark Patton), trasferitosi nella casa di Nancy Thompson e che diventa vittima dei giochi di Krueger.

    Il film riesce a anche a costruire alcune scene in maniera interessante (tra tutte la sequenza della festa in piscina per esempio) e inserisce alcune tematiche che riescono ad arricchire il racconto, ma incontra il problema principale in fase di scrittura: la pellicola si presenta infatti quasi come un seguito spirituale, che prende qualcosa come ispirazione ma crea una storia completamente diversa. Questo perché tutto ciò che formava le fondamenta del precedente viene qui completamente rivisto e modificato: Freddy infatti non uccide nei sogni, bensì infesta il sonno di Jesse che si ritrova a compiere omicidi durante uno stato di dormiveglia, quasi come in uno stato di allucinazione. Se alla base risulta un’idea estremamente interessante, questa risulta però talmente diversa che molti fan della saga ritengono questo capitolo il meno riuscito o che, addirittura, non vada preso in considerazione quando si parla della saga.

    LA RINASCITA DELLA SAGA

    Non bisogna in realtà aspettare molto per assistere al ritorno in auge della saga. Nel 1987, infatti, esce Nightmare 3 – I guerrieri del sogno diretto da Chuck Russell e che segna il ritorno, oltre ad Englund come Freddy (che diventa quindi una certezza come interprete del personaggio), di Craven che, oltre a dare vita al soggetto, aiutò anche in fase di sceneggiatura. Questo riportò inevitabilmente la saga sui binari stabiliti con il primo capitolo, anche se preme sottolineare come il soggetto originale (ritenuto troppo dark e che prendeva interpellava anche i viaggi nel tempo) è stato poi modificato dagli altri sceneggiatori, che resero il prodotto ciò che arrivò poi in sala. Basta però l’idea di base per costruire un ottimo film, in cui troviamo personaggi che già conosciamo, come Nancy ed il padre, che interagiscono con i ragazzi dell’ospedale psichiatrico “Westin Hills”, ovvero la protagonista Kristen (Patricia Arquette), il difficile Kinkaid (Ken Sagoes), il costruttore di marionette Phillip (Bradley Gregg), l’aspirante modella Jennifer (Penelope Sudrow), l’ex tossicodipendente Taryn (Jennifer Rubin), il muto Joey (Rodney Easteman) e Will (Ira Heiden), costretto sulla sedia a rotelle.

    La storia di questo capitolo ruota attorno a questi personaggi ed alla capacità di Kristen di attrarre altre persone nei propri sogni, portando così i ragazzi dell’ospedale ad affrontare Freddy per cercare di fermarlo. Con questo terzo capitolo vediamo già l’intenzione di lasciare da parte la tensione in favore di un horror sempre più visivo, presentando sequenze oniriche sempre più grandi e complesse, trovando interessanti escamotage per riproporre la stessa struttura ma senza stancare (qui gioca un ruolo fondamentale l’ottima differenziazione tra i personaggi che, ben caratterizzati, permettono anche al fattore incubi di essere più ricco che mai).

    Un terzo capitolo che riporta quindi ottimamente in auge la saga e che da molti viene ritenuto il punto più alto della saga, dopo il capostipite ovviamente, e che presenta alcuni tra gli incubi più memorabili della saga, assieme a un Freddy Krueger che, seppur meno inquietante, risulta sempre più memorabile. Ricordiamo tra tutte la famosa citazione dell’incubo di Jennifer: “Welcome to Prime Time, bitch!” (divenuta da noi: “Benvenuta in prima serata, puttana!”).

    I SEGUITI ACCHIAPPASOLDI

    Il successo ottenuto dal terzo capitolo convince New Line Cinema che la saga è tutt’altro che ad un punto morto e la casa di produzione si getta quindi a capofitto nella realizzazione di nuove pellicole, tanto che per la successiva bisogna aspettare soltanto un anno. E’ nel 1988 infatti che arriva in sala Nightmare 4 – Il non risveglio (sottotitolo terrificante, estremamente inferiore all’originale The Dream Master), diretto da Renny Harlin e sceneggiato da Brian Helgeland e Jim & Ken Wheat.

    La pellicola riprende poco dopo il finale del capitolo precedente, con Kristen (interpretata qui da Tuesday Knight, vista l’impossibilità di Patricia Arquette di riprendere il ruolo in quanto incinta) che finisce per riportare in vita Freddy, portando gli ultimi sopravvissuti del capitolo precedente e alcuni nuovi ragazzi ad affrontare l’assassino dei sogni. La componente più interessante di questa pellicola è la capacità, prima di Kristen e poi dell’amica Alice (Lisa Wilcox), di assorbire le caratteristiche delle vittime degli incubi di Freddy, culminando in uno degli scontri finali più belli della saga. Nonostante ciò, con questo film si vede già come le idee cominciassero a scarseggiare e la saga venisse portata avanti con il solo scopo del profitto (tutte le varie tematiche trattate soprattutto nel primo capitolo spariscono infatti una ad una, lasciando spazio al solo intrattenimento).

    Due piccole curiosità su questo quarto capitolo riguardano però la sua produzione: inizialmente il film doveva rappresentare il punto d’incontro tra la saga di Nightmare e quella di Venerdì 13, portando sullo schermo lo scontro tra i due villain; ma per problemi legati ai diritti ciò non fu possibile, rimandando l’operazione fino al 1993, dove nel finale di Jason va all’inferno si può notare il primo incontro tra i due personaggi, che culminerà poi nel seguito del 2003 Freddy vs. Jason (di cui parleremo più avanti). La seconda curiosità riguarda invece il coinvolgimento di Craven, che inizialmente voleva creare come quarto film una storia con alla base dei viaggi nel tempo, idea che venne però scartata portando ad una stesura sbrigativa di una nuova sceneggiatura, che venne addirittura completata dal regista in corso d’opera.

    Discorso estremamente simile vale per il quinto capitolo, Nightmare 5 – Il mito (anche qui sottotitolo completamente sbagliato, in confronto alla centralità dell’originale The Dream Child) uscito nel 1989, per la regia di Stephen Hopkins (che avrebbe poi diretto l’anno successivo Predator 2 e successivamente la prima stagione di 24) e con Leslie Bohem alla sceneggiatura. Come suggerito dal sottotitolo originale, la storia di questo quinto capitolo ruota attorno al figlio di Alice, attraverso cui Freddy riesce a tornare e tormentare nuovamente i protagonisti, con l’intento inoltre di utilizzare il corpo del bambino una volta nato come guscio per permettergli di agire anche al di fuori dei sogni.

    La sceneggiatura risulta abbastanza debole rispetto ai precedenti, presentando dei protagonisti meno caratterizzati rispetto ai precedenti e che tenta di portare interesse approfondendo le origini di Freddy, anche se presentando il tutto in maniera abbastanza scontato e banale, senza contare che Freddy stesso verte qui quasi completamente verso una caratterizzazione comica, lasciando sempre più da parte l’inquietudine. Nota di merito risulta invece la realizzazione degli incubi che, seppur non memorabili come alcuni dei precedenti, presentano qui una creatività ad altissimi livelli (per alcuni si tratta dei migliori della saga), su tutti il sogno di Dan con cui la pellicola presenta l’inserimento del genere body horror con l’elemento meccanico, palese rimando a quel Tetsuo – The Iron Man di Tsukamoto uscito nello stesso anno.

    Con questi due capitoli si presenta quindi “l’inizio della fine”, con due capitoli che cercano di inserire novità, ma riuscendoci con molte limitazioni e portando la saga in un punto morto, che sarebbe poi stato superato soltanto nel 1991.

    LA FINE DI FREDDY

    Nel 1991 infatti New Line Cinema porta in sala Nightmare 6 – La fine (in originale Freddy’s Dead – The final Nightmare), titolo che rende palese l’intenzione della produzione fin da subito: uccidere una volta per tutte il personaggio di Freddy. La saga infatti non vende più come all’inizio e si decide finalmente (dopo una serie di capitoli che eliminavano Krueger nel finale, per poi trovare un escamotage per farlo tornare) di porre fine al tutto. Si affida la regia e la sceneggiatura della pellicola a Rachel Talalay, produttrice dei primi quattro capitoli della serie, la quale però finisce con il creare il punto più basso raggiunto dalla saga.

    La trama prende il via nel 1999, in un futuro prossimo in cui Freddy ha ucciso tutti i ragazzi di Springwood e lasciato la città popolata soltanto da pochi anziani, ad eccezione di un ultimo ragazzo (chiamato nel film John Doe, a causa della sua amnesia, ed interpretato da Shon Greenblatt) che fugge dalla cittadina e finisce in un riformatorio, sotto le cure della dottoressa e psicologa Maggie (Lisa Zane), la quale custodisce nel suo passato un oscuro segreto di cui non è a conoscenza. Non mi addentro ulteriormente nella banale trama per non togliere ai lettori il minimo brivido di curiosità, unico elemento brillante nel mezzo di sequenze oniriche decisamente sotto tono ed un Freddy Krueger degno di uno stand up comedian (probabilmente la peggior caratterizzazione del personaggio di tutta la saga). Va inoltre citata la sequenza in 3D presente nello scontro finale, punto massimo d’arrivo della scelta di passare per questo film dagli effetti artigianali (che seppur limitati, risultano gradevolissimi tutt’ora oggi) alla computer grafica, inevitabilmente invecchiata male e che rende questo capitolo il peggiore anche a livello visivo.

    Una piccola curiosità riguarda un’idea iniziale per questa sesta parte, inizialmente affidata a Peter Jackson (sì, quel Peter Jackson, che prima di cimentarsi nella trilogia del Signore degli anelli era conosciuto per la realizzazione di commedie horror estremamente splatter), il quale aveva realizzato un suo soggetto: Freddy, ormai anziano, non riesce più a spaventare i giovani, che invece si addormentano apposta per incontrarlo e deriderlo, fino a quando il villain riesce ad uccidere uno dei ragazzi, facendo rinascere la paura. Un’idea estremamente interessante (che contiene al suo interno anche un Freddy che rispecchia il franchise, che non faceva più paura ma era soltanto origine di divertimento), che però venne scartata, portando alla nascita della pellicola che tutti abbiamo poi visto.

    Un’operazione disastrosa in tutte le sue componenti, il cui unico pregio è quello di porre fine al personaggio di Freddy Krueger, arrivato alla fine dei suoi giorni completamente trasformato ma riuscendo comunque a mantenere il suo fascino e la sua iconicità. Finalmente poteva trovare riposo. O forse no?

    IL GRANDE RITORNO

    Proprio quando tutto sembrava concluso e la saga terminata (e nemmeno nel migliore dei modi), qualcosa si smuove negli studi di New Line Cinema: il ritorno di Wes Craven ed il successivo arrivo in sala nel 1994 di un nuovo capitolo della saga, intitolato Nightmare – Nuovo incubo (in originale Wes Craven’s New Nightmare). Una pellicola che fa dell’auto citazionismo e della metanarrativa le sue fondamenta e che Craven gestisce in maniera impeccabile, sia nella regia che nella sceneggiatura.

    Partendo dalla seconda, Craven mette in scena nuovamente Heather Langenkamp e Robert Englund, ma qui nella parte di se stessi, ossia  degli attori che hanno interpretato gli iconici personaggi, e attorno ai quali il regista costruisce inizialmente l’ambiente di Hollywood e si concentra sul modo in cui un brand come Nightmare viene trattato, per poi mischiare sempre di più realtà e finzione, inserendo nuove informazioni sulla figura di Krueger, che riescono ad arricchire il personaggio senza snaturarlo. Sul versante registico registico, Craven riesce a presentare tutto questo con una maestria unica, senza sbavature e creando nuove sequenze oniriche che diventano subito estremamente iconiche.

    Si tratta del grande ritorno, ciò che New Line aveva sperato di fare con la saga in tutti quegli anni, ma che soltanto uno come Wes Craven sarebbe riuscito a fare, mostrando ancora di più il suo talento di lì a poco con il suo Scream.

    SPIN OFF E REMAKE

    Prima di concludere l’articolo, risulta doveroso inserire nella carrellata altre due pellicole che, seppur non ufficialmente, fanno parte della saga di Nightmare.

    La prima in questione arrivò in sala nel 2003, per la regia di Ronny Yu ed è il tanto atteso Freddy vs. Jason. Atteso dai fan dagli albori delle rispettive saghe e in programma (come accennato sopra) già dagli anni ’80, l’incontro tra i due ha dovuto aspettare ben sette capitoli di Nightmare e dieci di Venerdì 13, ma almeno ne è valsa la pena? Beh, in realtà no. La pellicola si apre con Freddy che, dimenticato dalla cittadina di Springwood, si ritrova impotente all’Inferno e decide di riportare in vita Jason, convincendolo ad uccidere gli abitanti della cittadina, facendo così ritornare la paura nelle persone ed aprendogli così la strada per riprendere il massacro. Jason però comincia, come suo solito, ad uccidere indiscriminatamente tutte le persone che incontra, rubando vittime a Freddy e facendo così scoppiare una guerra tra i due. Le vicende sono in realtà un mero pretesto per far scontrare i due personaggi (un po’ come succederà l’anno dopo con la pellicola di Paul W. S. Anderson Alien vs. Predator), puntando quindi tutto sulla spettacolarità dell’azione e degli scontri, che però risultano deboli ed invecchiati male (complice soprattutto l’uso di CGI abbastanza scadente). Sicuramente un prodotto che può divertire i fan delle due saghe, ma tranquillamente evitabile per chiunque altro.

    Con gli anni 2000 e l’operazione di riproposizione delle varie saghe con l’operazione dei remake, dopo The Texas Chainsaw Massacre nel 2003 e Venerdì 13 nel 2009, era inevitabile che anche Nightmare subisse lo stesso destino e così accadde nel 2010, quando New Line Cinema affidò a Samuel Bayer (conosciuto prevalentemente per la produzione di videoclip musicali) la regia di Nightmare – Dal profondo della notte: remake/reboot che puntava a riportare in auge la saga, ma che fallì esattamente come gli altri remake sopra citati. 

    Le vicende sono prevalentemente le stesse, con i giovani della cittadina di Springwood che si ritrovano ad affrontare questo mostro nei loro incubi, con la differenza che, oltre a non essere ambientato negli anni ’80 ma ai giorni nostri, presenta un nuovo interprete per Freddy Krueger, unica iterazione del personaggio che vede nei suoi panni Jackie Earle Haley al posto di Robert Englund. Una scelta dettata (forse) anche dal cambiamento alla base del personaggio stesso, che passa dall’assassinare bambini all’essere un maniaco sessuale ed eliminando quasi tutti gli elementi comici che avevano contraddistinto il personaggio fino a quel momento. Inutile dire come tutto ciò renda il personaggio estremamente meno interessante ed appetibile per gli spettatori, senza contare l’appiattimento di tutti i ragazzi protagonisti che non reggono minimamente il confronto con il cast originale.

    In poche parole, il classico remake anni 2000, che dell’originale mantiene poco o nulla e che riesce addirittura nella non così semplice impresa di rendere noiosa una pellicola con protagonista Freddy Krueger.

    I CAPITOLI MAI REALIZZATI

    Come conclusione dell’articolo vorrei proporre una breve lista di capitoli della saga che non hanno mai visto la luce, oltre agli accenni presenti sopra (come l’originale versione di Craven per il terzo e quarto capitolo o la versione di Peter Jackson del sesto).

    Da un’idea dello stesso Robert Englund, esiste un soggetto per un capitolo di Nightmare dal nome Freddy’s Funhouse, la cui protagonista sarebbe stata la sorella di Tina Grey (una delle protagoniste del primo film) ed avrebbe indagato sulla scomparsa della sorella, dando alla pellicola tinte più noir ed investigative che d’orrore. Sempre da un’idea di Englund nasce anche il soggetto per un ipotetico capitolo finale della saga, in cui i figli dei sopravvissuti dei capitoli precedenti manifestano ognuno incubi differenti, creando varie versioni di Freddy diverse per ognuno di loro. Idee senza dubbio interessanti, che sarebbe stato sicuramente bello vedere realizzate.

    Esistono però anche alcuni prequel, di cui conosciamo due soggetti: il primo mostrava un Freddy Krueger ancora umano venire incastrato per gli omicidi in realtà commessi da nientepopodimeno che Charles Manson e la sua “family”; mentre il secondo soggetto avrebbe riguardato ancora il passato di Freddy, puntando sulla creazione di uno slasher con particolare enfasi sul lato emotivo e personale del killer.

    CONCLUSIONI

    Si conclude così la nostra carrellata alla riscoperta della saga di Nightmare. Una saga che senza dubbio presenta alti e bassi, elementi interessanti e altri ben più discutibili, capitoli estremamente avvincenti e altri evitabilissimi, ma che nonostante tutto ha portato in sala migliaia di persone per decenni e che ha creato un villain iconico, che non solo rappresenta appieno gli anni in cui è stato creato, mostrandone i lati positivi e negativi, ma che tutt’ora oggi riesce a spaventare e divertire allo stesso tempo. Una saga senza dubbio da recuperare, anche solo per divertirsi con gli amici, correndo però il rischio dopo la visione di incappare in qualche orribile incubo.

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  • HORROR CLASSICO E CONTEMPORANEO – ANALISI DI UN CAMBIO RADICALE

    L’horror è un genere che risale direttamente alle origini dell’uomo. La paura degli altri, del buio e di ciò che può nascondere, così come dei predatori animali finiscono per innescare processi nella mente umana che culminano nella creazione di creature dall’aspetto sempre più grottesco, fino a creare veri e propri mostri. Una delle soluzioni per esorcizzare questa problematica è stata creare delle storie: partendo dai miti, passando per l’epica e arrivando fino alla letteratura si possono trovare innumerevoli storie pregne di paura, ansia, terrore, orrore. Con l’avvento del cinema, l’uomo ha trovato il metodo perfetto per portare a termine questo suo processo, data la possibilità di creare visivamente ciò che più lo spaventava. Arrivarono quindi sul grande schermo i vampiri, le mummie, i licantropi, una manifestazione “reale e tangibile” di ciò che l’uomo temeva maggiormente: i mostri

    Con il passare degli anni, il cinema si è evoluto e con esso i vari generi che lo contraddistinguono. Il cinema horror non è un’eccezione e con questo articolo vorrei porre uno spunto di riflessione sulle motivazioni che hanno portato il cinema d’orrore al massiccio cambiamento a cui è andato incontro con l’arrivo del nuovo millennio, prendendo in esame il periodo dagli anni ’70 ad oggi e basandomi maggiormente sulle produzioni più importanti e incisive del panorama (motivo per cui non saranno presenti titoli magari interessanti, ma di poco valore nel cambiamento analizzato).

    GLI ANNI D’ORO

    Non è di certo semplice definire così su due piedi quale sia stato il momento migliore per un particolare genere, e lo stesso si può dire anche per quanto riguarda il cinema dell’orrore. Innegabile però che verso la metà degli anni ‘70 il genere abbia imboccato una strada in salita costante, che ha portato il numero di produzioni horror ad aumentare sempre di più e a far nascere alcuni dei film (la maggior parte divenuti poi saghe) più importanti del momento. Nel 1973 arrivò nelle sale di tutto il mondo L’Esorcista di William Friedkin, film tratto dal romanzo omonimo di William Peter Blatty che che riscontrò un successo immediato e senza precedenti, diventando la pellicola del momento e la base di partenza per qualsiasi altra produzione simile negli anni a venire. Nel 1974 fu la volta di  The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper, con il quale vennero introdotti il personaggio di Leatherface e la sua disfunzionale famiglia di cannibali. Si tratta della pellicola che, per molti, ha dato inizio al sottogenere di punta per quegli anni: lo slasher. Arrivano poi pellicole come Halloween di John Carpenter nel 1978, Phantasm di Don Coscarelli ed Alien di Ridley Scott nel 1979.

    Con l’avvento degli anni ’80, il panorama si arricchì ulteriormente con il primo Venerdì 13, uscito nel 1980 e diretto da Sean S. Cunningham, e con La Casa di Sam Raimi, uscito l’anno successivo. Nel 1984 raggiunse poi le sale il primo Nightmare, diretto da Wes Craven, e nel 1987 Clive Baker diresse Hellraiser (tratto da un romanzo breve dello stesso Baker). Gli ultimi due anni del decennio furono poi caratterizzati da La bambola assassina, diretto da Tom Holland  nel 1988, e da Cimitero vivente, film di Mary Lambert (tratto dal romanzo di Steven King) del 1989.

    Gli anni ’90 non furono poi da meno, contando che è proprio in quegli anni che uscirono pellicole come Candyman di Bernard Rose nel 1992 (adattamento tra l’altro di un romanzo di Clive Baker) e Scream che, nel 1996, segnò il ritorno di Wes Craven, il quale riuscì a modificare e innovare un genere che lui stesso aveva aiutato a nascere. È sempre negli anni ’90 che trova un adattamento anche il pagliaccio Pennywise, nato dalla penna di King e interpretato da Tim Curry nella miniserie in due episodi andati in onda nel 1990 e diretti da Tommy Lee Wallace, ed fu verso la fine del decennio che raggiunse la sala una delle pellicole sperimentali di maggior successo di sempre: The Blair Witch Project (che verrà però analizzata più a fondo in seguito).

    Un periodo indubbiamente d’oro per il cinema horror, che si ritrovò una sequenza di nuove pellicole di successo una dietro l’altra, la maggior parte delle quali diede vita a sequel (di maggiore o minore successo) che consentirono una produzione continua di pellicole fino alla fine del millennio, con personaggi estremamente caratteristici e iconici fin da subito. Con l’arrivo del nuovo millennio la storia però cambiò completamente.

    L’ORIGINE DEL PROBLEMA

    Con l’arrivo degli anni 2000, tutto il mondo si poneva in un’ottica di trasformazione, e diversi ambiti subirono effettivamente grossi cambiamenti, ma ciò non si può certo dire per il cinema horror. Il nuovo millennio rappresentò concettualmente un vero e proprio nuovo inizio. Saghe come Nightmare, Venerdì 13 e Halloween avevano già sparato le loro cartucce (per onor di cronaca sottolineiamo come Jason X sia uscito nelle sale nel 2001, ma si tratta di un capitolo estremamente mediocre e che la maggior parte dei fan nemmeno considera come parte della saga; lo stesso vale per la saga di Michael Myers con Halloween – La resurrezione datato 2002) e, non avendo più nulla da dire, lasciarono la strada libera a nuove, fresche produzioni, ed effettivamente qualcosa fu capace di emergere. Due nuove saghe nacquero infatti con l’arrivo del 2000, diventando brevemente pellicole di culto destinate però a peggiorare di seguito in seguito: stiamo parlando di Final Destination e Saw.

    La prima arrivò in sala nel Marzo 2000, proponendo un’idea di base estremamente accattivante (alcuni ragazzi riescono a sopravvivere ad un incidente aereo grazie ad una visione, portando però su di sé le attenzioni del triste mietitore che sfrutta ogni occasione per reclamare la loro anima), che però trova uno svolgimento banale e scontato, mostrando una sequenza di morti una dopo l’altra caratterizzate da un’eccessiva assurdità che finisce per rompere il velo della “sospensione dell’incredulità”. Una produzione comunque interessante e che riscontrò un buon successo di pubblico, creando quindi una sfilza di seguiti arrivata fino al 2011 con il quinto ed ultimo capitolo. Inutile sottolineare come con i sequel la situazione risultò ancora più disastrosa e mediocre.

    Bisogna invece aspettare il 2003 per vedere Saw – L’enigmista, con cui si presentava al mondo James Wan, regista destinato a diventare un pilastro per quell’horror più commerciale e d’intrattenimento che sembrava invece destinato a scomparire proprio in quegli anni. Con questo film, un misto tratorture porn, thriller e poliziesco, il regista mise in scena una storia estremamente accattivante e che riusciva a tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la sua durata, oltre ad avere il merito di introdurre Jigsaw, personaggio destinato a diventare uno dei villain più famosi di quegli anni 2000. Grazie all’ottima ricezione ottenuta dalla pellicola, sia da parte del pubblico che della critica, le case di produzione Twisted Pictures e Lionsgate Films produssero una sequenza di sequel a cadenza annuale fino al 2010 e che continua a produrre seguiti ancora oggi (nel 2017 è stato prodotto il prequel/sequel dal titolo Jigsaw e nel 2021 ha raggiunto le sale lo spin off della saga Spiral – L’eredità di Saw). Si tratta però di sequel degni di nota? Purtroppo anche in questo caso si tratta di prodotti nettamente inferiori all’originale e che, avanzando con la numerazione, perdono sempre più l’anima thriller del capostipite, in favore di un torture porn inizialmente solo accennato, ma che diventa poi il focus delle produzioni, risultando divertente nei primi seguiti ma diventando velocemente stucchevole anche per i fan più accaniti della saga.

    IL FOUND FOOTAGE ED I REMAKE

    Aldilà delle saghe, il nuovo millennio si ritrova tra le mani un nuovo sottogenere destinato ad avere un grosso impatto: il found footage (conosciuto anche come mockumentary, falso documentario o reality horror). Diventato popolare nel 1999 grazie a The Blair Witch Project (diretto dagli esordienti Eduardo Sánchez e Daniel Myrick) e alla grandiosa campagna marketing costruita attorno al “fattore verità” della pellicola, tutte le grandi case di produzione capirono che si sarebbe trattato della moda del momento e che sfruttandola avrebbero ottenuto un grosso guadagno. L’origine indipendente, quasi ai limiti dell’amatoriale, della pellicola dimostrava come non fossero necessarie grosse somme per poter girare e creare un film di questo tipo, e ciò portò il mercato dell’horror a riempirsi di foundf ootage, genere su cui sia il cinema indipendente che le grosse produzioni sembravano volersi focalizzare. Come conseguenza altri sottogeneri furono (almeno in parte) tralasciati, come nel caso dei film slasher (di cui abbiamo comunque i sequel di Scream ed i remake di Halloween firmati da Rob Zombie), deglizombie movie (in cui rimane ancora un caposaldo Romero, con prodotti come Diary of the dead), degli sci-fi horror, degli splatter  o di film sulle possessioni, che trovarono – ad eccezione di alcune pellicole – una rappresentanza in prodotti spesso mediocri oppure nell’ibridazione di questi sottogeneri con il falso documentario.

    È in questi anni che si assiste alla nascita di pellicole di successo come Rec (2007) e Paranormal Activity (2007), caratterizzate da un budget particolarmente risicato ma che non impedì loro di ottenere comunque un grande riscontro di pubblico che portò (come prassi) alla creazione di diversi seguiti, anch’essi non all’altezza degli originali. Da nominare sono anche pellicole di ottima fattura come The Poughkeepsie Tapes (2007) o Hell House LLC (2015), che faticarono però a superare i confini degli USA e che tutt’oggi risulta complicato poter recuperare.

    Di questo periodo non si può però tralasciare un’altra operazione inizialmente estremamente fruttifera ma destinata a fallire: i remake. Un processo “vecchio come il mondo” e che probabilmente non abbandonerà mai del tutto il mondo del cinema, ma che trovò terreno fertile nel 2000 soprattutto prendendo la propria ispirazione dall’oriente. È il caso di Ring (Hideo Nakata, 1998) che darà origine al più celebre (per la nostra penisola) The Ring, uscito nel 2002 e diretto da Gore Verbinsky, con Naomi Watts nel ruolo della protagonista. Lo stesso vale per 

    Ju-On (Takashi Shimizu, 2000) e il suo remake americano The Grudge del 2004, diretto sempre da Shimizu, con Sam Raimi nel ruolo di produttore esecutivo e Sarah Michelle Gellar come protagonista della pellicola. 

    Si tratta di due produzioni di grande successo (addirittura i remake ottengono un successo maggiore rispetto agli originali) che portarono le case di produzioni a valutare nuovamente l’operazione remake proprio nei confronti di quelle saghe da poco concluse. Si assistette al ritorno di Michael Myers diretto da Rob Zombie con Halloween – The beginning nel 2007, che riuscì effettivamente a portare sullo schermo la stessa storia, ma con alcuni cambiamenti interni alla narrazione che permisero alla pellicola di non risultare una mera trovata commerciale (nonostante i detrattori, la pellicola ebbe un successo tale da portare alla creazione anche di un sequel nel 2009). Molto meno interessanti risultarono invece le riproposizioni di A Nightmare on Elm Street del 2010 (tra l’altro unico capitolo del franchise a non presentare Robert Englund nei panni di Freddy Krueger) e di Venerdì 13 del 2009, pellicole estremamente dimenticabili e da molti definite il punto più basso mai raggiunto dalle saghe (arrivando addirittura a non considerarli come capitoli canonici).

    UN NUOVO INIZIO

    La grossa produzione di pellicole estremamente simili e con differenze esigue finì per portare l’horror ad essere sempre meno apprezzato, sia dalla critica (che già non amava i found footage, in quanto pieno di errori e problemi alla base impossibili da ignorare per i puristi) che dal grande pubblico, che si stancò presto di questo tipo di produzioni. Si arrivò così ad un momento di stagnazione, in cui vennero sì prodotti nuovi film, la maggior parte dei quali risulta però mediocre e non riesce più ad incontrare il favore degli spettatori, nei quali nasce presto il sentore del “già visto”. 

    È in questo panorama che le produzioni più “di nicchia” riuscirono a raggiungere le sale, ricevendo inaspettatamente una grande partecipazione da parte del pubblico, che scopre questi film proprio in conseguenza del vuoto presentato nel panorama horror. Un pubblico che si ritrova ad apprezzare questa tipologia di prodotti, portando alla ribalta una categoria di horror sempre esistita ma che proprio in quegli anni sembrava essere pronta per la propria rivalsa. Se inizialmente l’horror aveva come primo obiettivo quello di spaventare e soltanto in secondo luogo quello di raccontare qualcosa, nel secondo decennio del 2000 vengono prodotti in prevalenza film il cui obiettivo è in primis raccontare qualcosa (spesso trattando tematiche molto profonde e in stretto rapporto con la filosofia) e che nel farlo decidono di utilizzare il genere horror. In letteratura ciò è la normalità (Doctor Jekyll e Mister Hyde con il tema del doppio, Frankenstein con il gioco dell’uomo a fare Dio, la narrativa di Lovecraft con il suo orrore che “non può nemmeno essere descritto”), ma al cinema si era presentato fino a questo punto una modalità di rappresentazione estremamente visiva (gli zombi di Romero hanno numerose chiavi di lettura, ma risultano comunque una minaccia costante e spaventosa per i protagonisti e gli spettatori; con L’Esorcista  Friedkin presenta una pellicola con numerose sequenze inquietanti e sono queste che hanno donato al film la fama che tutt’oggi lo caratterizza, senza comunque nulla togliere alle importanti tematiche che il film presenta in maniera intelligente e funzionale). 

    Un esempio di questa nuova corrente è The Vvitch di Robert Eggers. Quando il film uscì nelle sale nel 2015, nessuno si sarebbe aspettato il successo che avrebbe poi avuto, questo perché si tratta di una pellicola che fa tutto l’opposto di ciò che uno spettatore dell’horror anni ‘70/’80 si aspetterebbe. La rappresentazione scenica è di altissimo livello, ma non viene utilizzata dal regista per mettere in scena sequenze cariche di tensione o terrore, bensì servono ad immergere lo spettatore nell’ambientazione e per fargli vivere l’atmosfera che i personaggi stanno vivendo. Si parla di streghe e satanismo, ma i rituali tipici del genere sono ai minimi storici, poiché quello a cui punta il film è un terrore prima psicologico che visivo. Sono la situazione, la mentalità e le modalità di vita dei personaggi a spaventare, non il male di cui essi parlano, tanto che non è chiaro se questo male esista effettivamente o sia soltanto frutto di una mente distorta dalla follia e dal fanatismo. 

    In egual maniera si pone nel panorama Ari Aster, con il suo Hereditary – Le radici del male uscito nel 2018. Una pellicola che nelle sue (poco più di) due ore si divide nettamente in due parti: una prima ora in cui il film mostra una storia dai tratti appartenenti ai drammi familiari, con la tematica della perdita di un familiare e il conseguente superamento del lutto da parte dei membri della famiglia, per poi eseguire una virata di genere quasi improvvisa che si traduce in un’escalation di inquietudine ed orrore fino alla vetta del finale. Una pellicola che fa delle immagini un tramite per la trasmissione di emozioni e sensazioni, per parlare di traumi familiari (tematica inoltre presente anche nel suo successivo lavoro Midsommar del 2019).

    Ultimo esempio preso in considerazione per questa nuova corrente è L’uomo invisibile, pellicola del 2020 diretta da Leigh Wannel (già regista di Insidious 3 – L’inizio del 2015) tratta dal famoso romanzo omonimo del 1887 scritto da H. G. Welles e rifacimento dell’adattamento del 1933. La pellicola prende gli elementi alla base del romanzo e li adatta alla contemporaneità in cui la protagonista (e gli spettatori) vive, inserendo quindi una tecnologia estremamente avanzata che finisce per superare i limiti moderni. Alla base della pellicola ci sono le tematiche dello stalking e delle toxic relationship, e il regista si sofferma sulle modalità in cui una vittima di questi fenomeni affronta la situazione. Seguendo le modalità di questa nuova corrente, la presenza senza ombra e maligna che perseguita la protagonista non è l’oggetto stesso della paura, che si manifesta nella situazione che lei deve vivere ed affrontare. Ancora una volta alla base del tutto non c’è lo spaventare lo spettatore, ma il trattare una tematica introdotta allo spettatore attraverso le inquietanti atmosfere tipiche dell’horror.

    Inserisco un piccolo disclaimer per affermare come oltre ai tre esempi presi in esame ci siano numerose altre pellicole che seguono questa corrente e ideologia (per esempio Babadook di Jennifer Kent, Madre! di Darren Aronofsky, Kill List di Ben Wheatley, Apostolo di Gareth Evans e si potrebbe andare avanti).

    LA CORRENTE CLASSICA

    Sarebbe però sbagliato raggruppare tutti i film usciti nei due decenni del 2000 in questa nuova corrente. Numerosi registi infatti continuano nella produzione di pellicole dell’orrore utilizzando gli stilemi più classici. Ne prendo in considerazione anche in questo caso soltanto tre ma la base risulta in realtà molto più vasta.

    Un regista che si afferma nei primi anni 2000 è Rob Zombie che si mostra al pubblico con La casa dei 1000 corpi nel 2003, pellicola horror che trae chiare ispirazioni da un classico del genere come A Texas Chainsaw Massacre, dando vita a quello che inizia come un teen movie per procedere verso una rappresentazione sempre più cruda ed esplicita (con l’inserimento di alcuni intermezzi che strizzano l’occhio ai video musicali tanto cari al regista). Tra le sue opere risulta doveroso nominare (come accennato più sopra nell’articolo) i due remake di Halloween, nel quale inserisce il suo stile rappresentativo dell’America più “marcia” donando un background al personaggio di Michael, e Le streghe di Salem, horror sul satanismo con cui raggiunge il suo apice rappresentativo ed espositivo, costruendo una pellicola non apprezzata dal grande pubblico ma estremamente elogiata dalla nicchia che il regista si è costruito negli anni. 

    Secondo regista preso in esame è Scott Derrickson che esordisce nel 2005 con L’esorcismo di Emily Rose, una pellicola che prende ispirazione da fatti di cronaca realmente accaduti e attraverso i quali il regista statunitense mescola nella narrazione l’horror sulle possessioni con il dramma giudiziario, ottenendo un ottimo risultato sia di critica che di pubblico. Torna poi nel 2011 con Sinister (da molti definito il suo lavoro migliore e finito di recente in cima alla classifica degli horror più spaventosi), con cui viene messa in scena un’indagine giornalistica che finisce per cadere sempre più nel sovrannaturale, similmente a quanto viene mostrato nel suo lavoro successivo Deliver us from Evil del 2014, in cui la storia ruota attorno ad un’indagine di polizia che si mescola ad un’indagine da parte della Chiesa. Presentata poi una parentesi con Doctor Strange per i Marvel Studios, Derrickson è sulla strada del ritorno all’horror con Black Phone in uscita nel 2022.

    Infine non si può non nominare Jordan Peele, approdato in sala nel 2017 con il thriller a tinte horror Scappa – Get out, che gli ha garantito un Oscar alla miglior sceneggiatura originale oltre ad altre candidature di prestigio, ma che soltanto nel 2019, con il film Us, presenta la sua vera idea di orrore: puntando innanzitutto a spaventare lo spettatore mettendo in scena personaggi estremamente inquietanti, il regista inserisce nelle sue pellicole una pesante critica sociale, soprattutto nei confronti della lotta di classe e contro il razzismo.

    CONCLUSIONI

    Arrivati al giorno d’oggi, nel panorama del cinema horror si presentano quindi sostanzialmente due filoni, due ideologie di rappresentazione: una più classica, che pone al primo posto l’obiettivo di spaventare lo spettatore e poi di parlare di una qualche tematica, e una che è fuoriuscita dal cinema underground per farsi strada verso il grande pubblico facendo l’opposto, quindi avendo come obiettivo primario quello di raccontare una storia complessa, con importanti tematiche poste in primo piano e sfruttando gli stilemi dell’horror per metterle in scena, spesso utilizzando una paura più psicologica che visiva. Entrambe correnti interessanti e che permettono al genere di poter vivere in questi anni, dopo il periodo di stagnazione, di nuova vera linfa.


  • RECENSIONE VENOM 2: LA FURIA DI CARNAGE – UN FILM FUORI TEMPO MASSIMO

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    Dopo il grande successo dei cinecomic e, in particolare, del personaggio di Spiderman, l’arrivo di Venom, suo acerrimo nemico nella versione cartacea, era inevitabile. Arrivò così il 2007, anno in cui uscì il terzo capitolo della trilogia dedicata all’arrampica muri diretta da Sam Raimi, pellicola che inizialmente doveva vedere nel personaggio di Sandman (Uomo Sabbia per la nostra penisola) il nemico principale, ma in cui la produzione inserì a forza proprio il simbionte alieno per creare “ciò che i fan avrebbero voluto”. Purtroppo tutti sappiamo come questa manovra causò al film diversi problemi, trasformandolo da “capitolo preferito per i fan” al “capitolo che i fan vogliono dimenticare”. Con l’addio di Raimi e la creazione di una nuova serie di film dedicati all’universo Amazing, il personaggio di Venom venne lasciato da parte.  Fino al 2018, quando un nuovo film raggiunse le sale e a sorpresa di tutti si trattava di una pellicola stand alone dedicata al simbionte, che non era il villain, bensì il protagonista delle vicende.

    La pellicola fu un enorme successo di pubblico, ma non si trattava certo di ciò che la gente si aspettava: Venom non era più un villain, bensì un antieroe caratterizzato da un carattere molto più scherzoso della sua controparte cartacea. Un cambiamento che molti fan faticarono a digerire, creando schieramenti opposti tra chi apprezzava la pellicola ed il cambio di toni e chi invece accusava Sony di aver rovinato il personaggio nel tentativo di creare il loro “Deadpool” personale. 

    In questa battaglia si inserisce poi la critica specializzata, che critica aspramente la pellicola, bocciandola su quasi tutti i fronti.

    Ma le critiche passarono presto in secondo piano, visto il più che positivo esordio ed il grande successo al botteghino che sarebbe continuato per parecchie settimane. Notizie estremamente positive per i produttori, che cominciarono a vagliare la possibilità di creare un loro universo condiviso (formato da diversi antieroi dei fumetti Marvel) e di dare un seguito al film. Si arriva così all’autunno 2021, in particolare al mese di ottobre, nel quale è arrivato in sala il nuovo capitolo dedicato a Venom, questa volta caratterizzato dalla presenza di un altro famoso simbionte: Carnage. Purtroppo però, non tutto è andata per il verso giusto ed il film che è arrivato nei cinema è tutt’altro che il seguito sperato. Vediamo quindi dove la pellicola ha sbagliato questa volta.

    UN FILM SENZ’ANIMA

    La pellicola inizia poco dopo la fine del capitolo precedente: Eddie Brock (Tom Hardy) e Venom condividono la loro vita, caratterizzata da improvvisi sbalzi d’umore e litigi, mentre cercano di portare a termine un reportage su Cletus Kasady (Woody Harrelson), serial killer rinchiuso in carcere e che, per qualche misterioso motivo, sembra avere un’ossessione proprio per Brock. Dopo alcune sequenze che mettono ben in chiaro l’intenzione di creare un’atmosfera chiaramente scanzonata e tutt’altro che seria, entra in scena il personaggio di Carnage, il quale da inizio alla sua carneficina attirando, però, su di sé l’attenzione di Venom.

    Non approfondisco ulteriormente la trama della pellicola poiché quasi nient’altro è presente nel film, soprattutto a causa di una scrittura che probabilmente non sapeva proprio cosa raccontare. Le vicende che dovrebbero portare la trama ad una vera e propria partenza non generano altro che caos, dovuto alla struttura del racconto. Se inizialmente il film si presenta come un poliziesco con elementi da film di supereroi, magari un po’ scanzonato, continua invece presentando una sequenza di gag quasi sconnesse tra di loro, nel quale lo spettatore fatica a trovare un nesso logico o un collegamento e che, inoltre, finiscono per creare in lui un senso di disagio ed imbarazzo (cringe, usando un termine del web). Questo anche perché tutti i personaggi risultano eccessivamente stereotipati e sono caratterizzati da comportamenti talmente assurdi da risultare fuori luogo perfino in un film di questo genere.

    Le scene di combattimento vengono relegate ad una decina di minuti per la prima ora della pellicola e vengono affidate esclusivamente al personaggio di Carnage, in quanto Venom non è protagonista di nessuna scena d’azione fino allo scontro finale, estremamente confusionario sia a livello registico (firmate da un Andy Serkis estremamente moscio e fuori forma) che a livello di gestione dei personaggi e dei loro rapporti di potere e che arriva decisamente troppo presto, rimarcando come il film abbia dei problemi di gestione dei tempi. Continuando sull’aspetto visivo bisogna inoltre sottolineare come la CGI funzioni finché nascosta dalla fotografia particolarmente scura della pellicola, poiché quando interagisce con l’elemento umano in live action mostra pesantemente il fianco.

    Risulta doveroso spendere due parole sulla scena post-credit della pellicola (saranno quindi presenti spoiler in questo paragrafo. In caso non siate interessati all’analisi della scena in questione potete saltare direttamente alle conclusioni), con cui non solo ci viene introdotta la questione della vastissima conoscenza di cui dispongono i simbionti, ma che soprattutto catapulta (letteralmente) Eddie e Venom dentro l’MCU portando a pensare alla presenza dei due nello Spiderman: No Way Home in arrivo a dicembre. Resta comunque da scoprire se si tratterà soltanto di un breve cameo o di un ruolo importante all’interno della pellicola, valutando anche l’ipotesi di una possibile riscrittura del personaggio vista l’atmosfera estremamente seria che sembrava caratterizzare il trailer del film uscito negli scorsi mesi.

    CONCLUSIONI

    Con questo seguito, Sony presenta al pubblico un film pieno di problemi, a partire dalla scrittura delle vicende che si risolvono in una sequela di gag particolarmente sconnesse tra loro e che termina in uno scontro finale che arriva troppo velocemente e caratterizzato da una grossa confusione sia a livello di scenografie che a livello registico, con il quale Andy Serkis raggiunge il suo risultato peggiore. Una pellicola che ridicolizza eccessivamente tutti i personaggi ed in primis Venom, mettendo loro in bocca battute pessime e spesso cringe, che portano lo spettatore in un costante senso di imbarazzo. Una pellicola che sembra essere nata fuori tempo massimo, che poteva forse funzionare negli anni ’90, ma sicuramente non oggi e non dopo lo standard fissato dai numerosi cinecomic usciti in questi anni.

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  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

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    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

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  • RECENSIONE ESCAPE ROOM 2

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    Quando Takao Katoe iniziò nel 2008 a riempire bar di indovinelli e indizi e a sfidare le persone a risolvere gli enigmi e a fuggire, sicuramente non si sarebbe mai immaginato del successo che questo suo “gioco” avrebbe avuto, tanto da arrivare prima in America e successivamente anche in Europa, diventando un vero e proprio fenomeno mondiale. Un fenomeno talmente diffuso che anche il mondo del cinema decise di attingerne a piene mani, con la prima iterazione datata 2017 e dal nome (non molto fantasioso) 

    Escape Room. Si trattava di una produzione abbastanza piccola, che centrava l’obiettivo nella prima parte della pellicola per poi perdersi verso il finale a causa del tentativo di inserire elementi horror che risultavano però troppo fuori luogo e che finirono per rovinare completamente l’ottima atmosfera creata dalla pellicola.

    Dopo due anni, Original Film e Warner Bros hanno deciso di proporre la loro versione di un escape room, in cui inserire stanze super esagerate ma bellissime da vedere, creando quell’effetto di intrattenimento che mancava alla pellicola del 2017 (con cui, per onor di cronaca, affermiamo non esserci nessun collegamento). Forte anche di un cast, magari non perfetto, ma sicuramente funzionale, e di una buona scrittura della storia, la pellicola riuscì a riscuotere un buon successo, tanto da portare alla produzione di un sequel che, dopo numerosi rinvii causa Covid-19, ha finalmente raggiunto le sale in questo Settembre 2021.

    P.S. L’articolo contiene spoiler sulla prima pellicola, in particolare sul finale, mentre è completamente spoiler free riguardo al secondo capitolo qui recensito.

    MORE OF THE SAME

    Il film si apre con un’ottima (anche se didascalica) sequenza di riassunto delle vicende viste nel primo capitolo, utile a rinfrescare la memoria a chi il film l’aveva visto ma anche per coloro i quali si sono recati in sala senza averlo recuperato. Un’ottima idea.

    La storia riprende poi da dove l’avevamo lasciata. Zoey (Taylor Russell) sta cercando di affrontare i traumi lasciati dall’escape room, ma senza dimenticare il suo vero obiettivo: distruggere Minos e impedire la creazione di altri giochi. Risolto un ulteriore enigma, decide quindi di partire assieme a Ben (Logan Miller) per New York e cercare le coordinate di una sede della Minos. Ovviamente il piano non va come sperato, e i due ragazzi si ritrovano bloccati all’interno di una nuova escape room, questa volta assieme a un gruppo di persone tutte accomunate dal fatto di essere le uniche sopravvissute a un gioco della Minos Corporation.

    La premessa funziona. Tutta la prima parte in cui il film mostra come i due ragazzi stiano facendo i conti con i traumi lasciati dall’esperienza passata è ottimamente resa a schermo, e la loro piccola indagine funziona. Nel momento in cui, però, si forma il nuovo gruppo e riprende il gioco, la pellicola diventa un vero e proprio more of the same, una riproposizione di quello che era già stato mostrato nel primo capitolo. Le stanze non sono le stesse, ovviamente, e si nota anche la cura nella loro creazione, con indizi, enigmi e sfide che (seppur estremamente sopra le righe) funzionano, senza far mai incappare lo spettatore nel pensiero “questa cosa però poteva essere risolta molto più facilmente”. A livello di ritmo e proseguimento delle vicende si sente invece la pesantezza di una struttura già vista e che lo spettatore, di conseguenza, conosce già, portandolo ad indovinare dove la storia andrà a parare già prima della metà della pellicola. Questo vale non solo per uno spettatore più “esperto” che, dopo la visione di decine di film del genere, si approccia a questa pellicola, ma vale anche per uno spettatore più “casual” e ciò non perché lo svolgimento sia banale in sé, ma poiché è lo stesso del primo film.

    Raggiunta la fine del gioco (esattamente come nel primo capitolo) la pellicola presenta un plot twist che, nonostante sia abbastanza telefonato, risulta comunque apprezzabile, soprattutto nel mostrare i “retroscena” delle varie escape room e di come Minos lavori per crearle. Se questo funziona, diversamente invece bisogna purtroppo dire del finale, che risulta banale e volto a creare un effetto sorpresa che lo spettatore aveva però intuito già da parecchio.

    Preso come film di puro intrattenimento, la pellicola funziona. E’ molto divertente e riesce comunque a creare una costante ansia durante tutte le stanze. Buona anche la scelta degli attori, che si ritrovano però ad interpretare personaggi che non riescono mai a spiccare, soprattutto a causa di una scrittura che sembra quasi abbozzata. Buona la regia, che in questo secondo capitolo si cimenta in interessanti movimenti di macchina con l’obiettivo di rendere le scene ancora più adrenaliniche, incappando però qualche volta nel rischio di rendere il tutto meno chiaro, e buona anche la fotografia, che riesce a donare vita alle stanze e ai giochi creati da Minos.

    CONCLUSIONI

    Con Escape Room 2 arriva al cinema un vero e proprio more of the same, che propone tutto ciò che nel primo aveva funzionato e lo fa bene. Peccato per una scrittura abbastanza banale delle vicende e dei personaggi, che risultano piatti e di cui lo spettatore dimentica subito dopo la loro dipartita. Anche il finale risulta banalotto e telefonato, lasciando soltanto la speranza che, in caso anche questa seconda pellicola abbia il successo ottenuto dalla prima, in un terzo capitolo puntino a una ventata d’aria fresca.

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  • RECENSIONE MALIGNANT DI JAMES WAN

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    Dopo aver diretto Fast and Furious 7  nel 2015 e Acquaman  nel 2018, due pellicole rivolte al grande pubblico e con un impronta più action, e dopo aver curato la produzione di tutti i vari film che compongono il ConjuringVerse  (da lui inaugurato nel 2013 con L’evocazione – The Conjuring), James Wan è finalmente tornato dietro la macchina da presa per dirigere un film horror. Un ritorno alle origini, a quel genere che nel (ormai lontano) 2004 lo presentava al mondo con quel piccolo gioiello dell’horror indipendente che fu Saw – L’enigmista.

    A 17 anni dal suo debutto nelle sale, Wan è oggi un baluardo, un esempio di un regista che è riuscito negli anni a creare prodotti ottimamente costruiti senza però rinunciare al grande pubblico, non risultando mai costretto alla produzione di pellicole per un piccola nicchia. Tra le pellicole che tutti hanno sentito nominare almeno una volta nella vita e quelle passate un po’ più in sordina (specialmente nel caso dell’ottimo Dead Silence (2007) da molti dimenticato e che merita di essere riscoperto), non si può certo dire che Wan sia incappato in errori o passi falsi con i suoi film (rimanendo nell’analisi delle pellicole da lui dirette, in quanto tra le numerose produzioni si trovano diversi prodotti di dubbia bellezza). Quando però in data 20 Luglio venne reso pubblico il trailer del suo nuovo film, dal titolo Malignant, le opinioni si spaccarono in due fronti, tra chi entusiasta smaniava di correre in sala a vedere un nuovo horror degno di nota in quanto targato Wan e chi vedeva nel trailer un miscuglio di cliché e scene già viste, con il timore quindi che quello che sarebbe arrivato in sala di lì a qualche mese sarebbe stato un “film nato vecchio”.

    All’arrivo della pellicola nelle sale, vediamo se si tratta dell’ennesimo ottimo horror targato Wan destinato ad entrare subito nelle classifiche online dei migliori film del genere oppure se questa volta si è effettivamente di fronte al primo passo falso del regista.

    QUESTA NON E’ LA CLASSICA STORIA DI FANTASMI

    Con questa affermazione comincia il romanzo Giro di vite  di Henry James e così affermo subito che, a discapito di tutto ciò che poteva trasparire dal trailer (ragazzina tormentata dall’amico immaginario, che in realtà si rivela essere un demone che uccide tutte le persone che le stanno accanto e così via), la pellicola rende ben chiaro fin da subito come, in realtà, il tutto sia più originale ed interessante. La protagonista, Madison, vive una situazione familiare particolarmente difficile con il fidanzato Derek e spesso le loro discussioni finiscono con gravi episodi di violenza domestica. Una notte il fidanzato viene però attaccato ed ucciso da una strana creatura, che poi insegue Madison fino a colpirla e farla svenire. Da qui prendono il via le indagini di una coppia di detective, che cercano di risolvere una serie di brutali omicidi che vengono vissuti dalla protagonista del film come “sogni lucidi”.

    Non addentrandosi ulteriormente nella storia per evitare di rivelare troppo, la pellicola comincia subito “in medias res” e prosegue senza troppe remore in numerose sequenze estremamente cruente e sanguinolente, andando a ripescare a piene mani gli elementi principali della saga di Saw (oltre alla crudezza, le sequenze investigative che in Saw erano più di contorno, qui risultano centrali alla narrazione e molto più curate), il tutto accompagnato dalla miglior regia mai messa in campo da Wan. Piani sequenza uno dietro l’altro, movimenti di macchina perfetti, primi piani sul volto della protagonista lasciando in penombra le movenze dell’assassino sullo sfondo, tutti elementi che arricchiscono i momenti horror della tensione tipica dei suoi lavori più recenti (vedi Insidious  o The Conjuring) e che riescono a rendere l’atmosfera costantemente agghiacciante. A questo si aggiunge poi una colonna sonora azzaccatissima, che risulta anche qui un mix dei temi presenti nelle sue precedenti pellicole, passando da pezzi più sussurrati con le classiche sonorità da horror “demoniaco” a brani più grezzi e gracchianti, puntando più sull’effetto disturbante.

    ALTI E BASSI

    Sul lato recitativo, la protagonista Annabelle Willis fa un ottimo lavoro, riuscendo a portare sullo schermo un ottima interpretazione sia nei momenti più tranquilli sia in quelli più inquietanti, dove riesce a donare una performance di paralisi nel sonno estremamente funzionale. Passando ai personaggi secondari, il livello scende leggermente, complice una scrittura di alcuni dialoghi non perfetta e che fa risultare i personaggi spesso fuori luogo (soprattutto la coppia di poliziotti interpretati da George Young e Michole Briana White).

    Questo ci conduce alla parte più problematica della pellicola. Se infatti la regia è fenomenale e funziona dall’inizio alla fine senza sbavature, lo stesso non si può dire della sceneggiatura. Nella prima metà del film, la scrittura delle varie scene, in realtà, funziona, presentando nel modo giusto i personaggi principali, il villain Gabriel e presentando al pubblico una base per le vicende estremamente interessante e dal gran potenziale. Superato però il soggetto curato da Wan stesso e passati alla realizzazione vera e propria delle vicende (la scrittura della sceneggiatura è stata curata da Akela Cooper) e del loro sviluppo, si cade in risoluzioni piatte e già viste ed andando ad inserire elementi eccessivi, come il plot twist che, se sulla carta poteva funzionare, viene mostrato e costruito in maniera anticlimatica, distruggendo completamente l’atmosfera ottimamente creata nella prima parte.

    Un ultimo momento va dedicato a Gabriel, villain che funziona alla perfezione nella prima parte della pellicola, grazie soprattutto alla messa in scena di una creatura antropomorfa ma sbagliata, che si muove in maniera disumana e con poteri chiaramente sovrannaturali. Si è di fronte ad un vero e proprio boogeyman, come lo furono Michael Myers, Jason Voorhes o Leatherface, estremamente caratteristico che viene però completamente rovinato dalle ultime sequenze del film, dove tutta la componente più orrorifica del personaggio viene messa da parte in favore di una spettacolarità che risulta però fuori luogo e che finisce per spazientire lo spettatore.

    CONCLUSIONI

    Con questa pellicola, James Wan dimostra ancora una volta di essere tra i migliori registi horror in circolazione al giorno d’oggi, capace di portare sullo schermo storie interessanti in maniera sempre nuova ed originale, migliorandosi sempre di più. Purtroppo però l’interessante idea di base viene sviluppata in maniera eccessiva nella seconda parte del film, rovinando completamente ciò che di buono era stato fino a quel momento costruito, in primis il villain Gabriel, che passa dall’essere un nuovo e caratteristico boogyeman ad una grossa occasione sprecata. Si attendono quindi con ansia i nuovi progetti di Wan, con la speranza che la sua bravura alla regia venga accompagnata da una buona scrittura delle vicende.

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  • RECENSIONE SHANG-CHI: LA LEGGENDA DEI DIECI ANELLI

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    Arrivati alla fine della Saga dell’Infinito con il fenomeno mondiale che fu Avengers Endgame  e conclusa la fase tre con il secondo film da solista dello Spiderman di Holland, il mondo Marvel si è ritrovato a dover ripartire quasi da zero puntando ad approfondire personaggi secondari che gli spettatori già conoscevano e ad introdurre nuovi eroi. Causa Covid-19 non solo i cinema sono rimasti chiusi per mesi, ma anche il calendario di pubblicazione dei nuovi film dell’MCU ha subito vari cambiamenti e rinvii. 

    Se ufficialmente la Fase 4 è partita con l’uscita sulla piattaforma streaming Disney+ con WandaVision  ed al cinema con Black Widow  (Cate Shortland, 2021), si può tranquillamente affermare senza troppe remore che è con il personaggio di Shang Chi che l’universo supereroistico nato dalla penna di Stan Lee e Steve Ditko raggiunge veramente la nuova fase. Vediamo quindi assieme perché Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli  è una pellicola che merita di essere recuperata in sala al più presto.

    UN MISCUGLIO ETEROGENEO

    Si può partire subito col dire che questa pellicola, a differenza di molte altre interne all’MCU, è assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami o cameo che strizzano l’occhio anche ai fan della saga. L’introduzione ai dieci anelli ed alla famiglia del protagonista avviene attraverso un flashback (il primo di molti) che mette subito in mostra i muscoli della pellicola sul lato dei combattimenti, con una battaglia campale degna dei migliori film orientali sulle arti marziali. Successivamente viene introdotto Shang Chi (o Shaun, se vogliamo utilizzare il suo nome americano), ragazzo che vive una normalissima vita nella media finché non viene richiamato alle sue origini quando gli uomini del padre tentano di ucciderlo e rubargli un medaglione. Da qui partono le avventure del protagonista, alla riscoperta della sua persona e dell’affrontare una famiglia ed un passato da cui era scappato, ma che torna inesorabilmente a tormentarlo.

    Il primo atto del film si può racchiudere in una sequela di combattimenti coreografati in maniera impeccabile, alternati a brevi sequenze più tranquille dove brilla il personaggio di Katy (interpretato da un Awkwafina al top), comic relief della pellicola che risulta ben dosata, non essendo quindi mai stucchevole o fuori luogo. Il protagonista, interpretato da Simu Liu, non si presenta sicuramente come uno dei personaggi più carismatici dell’universo condiviso supereroistico, ma risulta comunque un buon personaggio che regge perfettamente la scena e riesce a proporre bene i vari scontri interiori a cui va incontro, soprattutto nel secondo atto, che risulta molto più tranquillo e calmo del primo e che introduce lo spettatore al passato del protagonista e al personaggio di Wenwu (interpretato da Tony Leung Chiu-Wai), il padre di Shang conosciuto ai più come Mandarino. A discapito di quanto può trasparire ad una prima distratta visione, il villain del film risulta essere uno dei meglio caratterizzati tra quelli presenti nelle varie pellicole, con un obiettivo ed una moralità sua che viene messa in contrasto con il suo amore per la moglie e la sua famiglia. 

    Concluso l’approfondimento, la pellicola presenta poi il terzo ed ultimo atto, che risulta la perfetta commistione dei precedenti, unendo efficacemente ulteriori approfondimenti sul mondo in cui le vicende si svolgono a combattimenti sempre più belli da vedere, con uno scontro finale veramente spettacolare.

    UNA BELLEZZA ORIENTALE

    Sul lato tecnico, il film si presenta come una delle pellicole più belle dell’universo Marvel. La regia di Destin Daniel Cretton si attesta su un buon livello, permettendo al film di godere di ottimi scorci nelle scene più tranquille e riesce a mettere in scena combattimenti sempre molto chiari, con movimenti di macchina che seguono i corpi dei personaggi, donando alle scene una fluidità assente in numerosi altri cinecomic. Non si può inoltre non elogiare la fotografia curata da William Pope, che riesce a trasporre le varie ambientazioni in maniera sempre unica, con diversi luoghi che rimarranno nella mente degli spettatori anche diverso tempo dopo la visione del film. 

    Un plauso va fatto anche alla CGI che, se già nei film precedenti raggiungeva risultati strabilianti, qui riesce a mettere in scena soprattutto animali e “mostri” in maniera eccezionale, senza sbavature e senza risultare mai eccessiva o posticcia.

    Dovendo trovare qualche difetto al film, oltre a qualche piccolo difetto di sceneggiatura nella scrittura di alcuni personaggi o alcuni momenti che però riesce a non inficiare negativamente sul prodotto complessivo, la stessa cosa non si può dire della eccessiva quantità di flashback, che può risultare a tratti stucchevole e pesante per alcuni spettatori, e della durata del film, 132 minuti che si fanno sentire soprattutto nel secondo atto della pellicola.

    CONCLUSIONI

    Con Shang Chi  si può dire effettivamente aperta la Fase 4 dell’MCU, introducendo un nuovo eroe ben caratterizzato, inserito in un contesto che il film riesce a spiegare con cura e mostrato con una regia ed una fotografia strabilianti. Le scene di combattimento sono tra le migliori viste in un cinecomic, complici ottime coreografie ed una CGI veramente  di ottimo livello e ben caratterizzati risultano anche i comprimari ed il villain del film. Una pellicola sicuramente non perfetta, ma che merita senz’altro di essere vista e goduta, soprattutto in sala.

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  • RECENSIONE CANDYMAN

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    Quando nel 1992 arrivò nelle sale Candyman – Terrore dietro lo specchio  diretto da Bernard Rose e tratto dal romanzo The forbidden  di Clive Baker (sì, il regista di quella perla che è il primo Hellraiser) tutti avevano buone aspettative, dovute soprattutto dai nomi dietro al  progetto. Quello che però gli spettatori visionarono fu un horror denso di retorica e filosofia e che, tra una testa mozzata ed uno schizzo di sangue, raccontava il grido di un popolo sottomesso e costretto a soffrire abusi e violenze.

    Se a distanza di circa trent’anni dovessi nominare un regista nel panorama horror che si è preso carico di raccontare questi temi si tratterebbe senza dubbio di Jordan Peele. Nel 2019, l’ex-attore comico ha deciso di ridare nuova linfa al personaggio di Candyman ed alla sua storia, curando la sceneggiatura e la produzione di una nuova pellicola, affidando però la macchina da presa alla regista newyorkese Nia DaCosta, anch’essa coinvolta in fase di scrittura. Causa Covid-19 si è dovuto però aspettare fino all’agosto 2021 per poter finalmente visionare la pellicola in sala. Saranno riusciti a riportare in auge il personaggio o si tratta soltanto di un grosso inciampo? 

    UNA VENDETTA DOLCEAMARA

    Il protagonista della pellicola è il pittore Anthony McCoy (interpretato da un ottimo Yahya Abdul-Mateen II), il quale viene a conoscenza delle origini del palazzo in cui vive con la fidanzata, che è stato costruito alla fine degli anni ’90 sulle fondamenta del complesso chiamato Cabrini-Green. Indagando sulla storia dell’edificio viene a conoscenza della storia di Helen Lyle (la protagonista della prima pellicola della serie) e di William Burke, scoprendo anche la storia di Candyman. Trovandosi in un blocco d’artista, Anthony decide di prendere questo personaggio leggendario come ispirazione per le sue opere, trascinando numerose persone in un vortice di morte e riportando in auge la leggenda ormai dimenticata dai più. 

    Già nella pellicola degli anni ’90 erano presenti diverse problematiche in fase di scrittura, con diverse situazioni poco chiare e molti elementi che, con l’intenzione di lasciare libera interpretazione allo spettatore, mostravano però il fianco a veri e propri buchi di trama. Il tutto però veniva compensato da un ottimo comparto tecnico e attoriale, creando così un film tutt’altro che perfetto ma comunque godibile.

    Situazione similare si incontra con questa di pellicola, nella quale la sceneggiatura risulta l’elemento più debole. Sembra quasi che Peele si sia lasciato eccessivamente sopraffare dalla tematica non curando la maniera in cui il tutto sarebbe poi stato messo in scena. Non parliamo di un disastro, però numerose scene richiedono un grosso (ai limiti dell’eccessivo) sforzo da parte dello spettatore di mettere insieme i pezzi. Ulteriori pecche della sceneggiatura sono le varie sottotrame, che risultano solamente abbozzate e concluse malamente e in maniera frettolosa, e l’ormai necessario inserimento del plot twist, favoloso e funzionale nelle sue pellicole precedenti, ma che qui risulta invece un po’ insipido e traballante. Dando a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ammettere come il messaggio venga recepito in maniera molto forte dallo spettatore complice anche una riscrittura di alcuni elementi della storia di Candyman che permettono ulteriori spunti di riflessione sulla tematica del “Black Lives Matter” e degli abusi della polizia sulle persone afroamericane negli USA.

    UNA MERAVIGLIA TECNICA

    Se la scrittura del film risulta essere l’elemento più debole, la regia e la fotografia del film si assestano su livelli eccezionali. Bastano già i titoli di testa per capire come la regista (al suo secondo lungometraggio) avesse ben chiaro in mente lo stile e l’impronta che voleva donare alla pellicola, prendendo ispirazione da altri registi ed altri film, ma creando un suo stile già riconoscibile e caratteristico. Notevole soprattutto il modo in cui vengono messe in scena le sequenze più cruente e splatter, mostrate spesso da un punto di vista esterno alla scena (complice anche la presenza “fisica” di Candyman soltanto all’interno degli specchi) evitando l’utilizzo di cliché visivi e jumpscare inutili. 

    Sul versante degli attori, la recitazione si attesta su un ottimo livello per tutti i vari personaggi presenti, in particolar modo per il protagonista, che riesce a portare ottimamente in scena lo sgretolarsi pezzo per pezzo delle sue convinzioni e la sua continua trasformazione in mostro. Menzione d’onore per Tony Todd che ritorna nei panni di Candyman e riesce, a distanza di 29 anni, a mostrare lo stesso carisma e a mettere in scena il personaggio nella sua interezza, aiutato anche dalle scelte di regia e fotografia.

    Piccola nota a margine va fatta per l’utilizzo della CGI, che purtroppo si attesta su un livello mediocre, mostrando quindi il fianco in alcune sequenze (in primis quella dell’alter ego nello specchio). L’utilizzo è stato comunque relativamente poco, non trattandosi dunque di un elemento che rischia di rovinare l’intera visione del film.

    CONCLUSIONI

    A distanza di 29 anni, Jordan Peele e Nia DaCosta si sono imbarcati nella tutt’altro che semplice impresa di riportare al cinema il personaggio di Candyman. Nonostante una sceneggiatura problematica, la pellicola riesce a trasmettere un forte messaggio e ad innovare intelligentemente il personaggio e la sua storia. Registicamente e fotograficamente il film si attesta poi su alti livelli, con una messa in scena delle sequenze più concitate che riesce ad esulare dai classici cliché e che riesce a fare a meno di jumpscare. Una pellicola quindi non perfetta, ma comunque da recuperare possibilmente finché si trova ancora in sala, così da godere della bravura della DaCosta, che senza troppe remore sento di definire uno degli astri nascenti del panorama horror contemporaneo.

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  • RECENSIONE FAST AND FURIOUS 9

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    Volenti o nolenti, tutti conosciamo Fast and Furious. Partito nel 2001 come thriller poliziesco nel modo delle gare clandestine con una predisposizione verso l’azione, è riuscito a rendere iconici personaggi come il Dom Toretto di Vin Diesel ed il Brian O’Connor di Paul Walker creandosi un’enorme fan base sparsa in tutto il mondo e a produrre un franchise in continua espansione, che conta all’attivo otto capitoli ufficiali ed uno spin off incentrato sui personaggi di Hobbs (Dwayne Johnson) e Shaw (Jason Statham).

    A vent’anni di distanza dal primo capitolo e superata una pandemia, Dom Toretto è tornato nelle sale cinematografiche con il nono capitolo del franchise. Messe da parte ormai da tempo le atmosfere ed il rombo delle gare clandestine che caratterizzava i primi tre capitoli a favore dell’azione spettacolarizzata tipica delle pellicole hollywoodiane, i protagonisti della serie si ritrovano in questa pellicola ad affrontare Jacob (John Cena), fratello esiliato dalla famiglia di Dom, e la già conosciuta Cypher (Charlize Theron) in uno scontro tra passato e presente per la salvezza del mondo e dell’umanità. Tornato Justin Lin alla direzione (già regista della saga dal terzo al sesto capitolo), la pellicola cerca di presentare un misto di azione “in movimento” con inseguimenti e corse e di azione “classica” con i personaggi che si riempiono di mazzate.

    LOTTA IN FAMIGLIA

    L’introduzione del personaggio di Jacob porta il racconto ad usufruire di diversi flashback, che già dall’inizio della pellicola permettono allo spettatore di scoprire nuovi dettagli sul passato anche di Dom e Mia, soprattutto nel loro rapporto con il defunto padre e sul perché il fratello fosse finora rimasto nell’ombra. Nel presente, l’ex organizzatore di gare clandestine è ormai in “pensione” dopo gli avvenimenti del precedente film e vive una vita isolata ma tranquilla assieme alla moglie Letty (Michelle Rodriguez) ed al figlio Brian, finché alcune vecchie conoscenze non li convincono a rientrare in azione per cercare il Signor Nessuno, ora scomparso, ed un dispositivo che potrebbe porre fine all’ordine mondiale. Situazione ormai all’ordine del giorno per Dom, che però si trova presto a dover affrontare come principale nemico il fratello ed il suo socio Otto, assieme (ovviamente) ad un esercito privato composto da migliaia di uomini addestrati ed armati fino ai denti. Complessivamente, le vicende risultano abbastanza classiche, riprendendo le dinamiche ormai collaudate dai capitoli precedenti della saga. 

    Soffermandosi un po’ sui personaggi, invece, risulta palese come questo nono capitolo risulti in realtà il secondo di una (probabile) trilogia interna alla serie incentrata soprattutto sulla vita di Dominic e su chi e cosa lo circonda. Già con l’ottavo capitolo, infatti, gli sceneggiatori avevano girato le carte in tavola inserendo il suo personaggio come “villain” (anche se costretto) della storia, mostrando quindi allo spettatore lati del suo carattere e della sua personalità che fino a quel momento non erano stati così approfonditi. Qui con l’inserimento di Jacob si approfondisce ancora di più il suo stile di vita ed il modo in cui si rapporta con la sua famiglia di sangue, finora messa sempre in secondo piano da quella degli amici. Non stiamo certo parlando di un viaggio introspettivo degno di un prodotto d’autore, ma risulta sicuramente apprezzabile l’impegno per approfondire un personaggio che, diciamocelo chiaramente, vediamo soltanto come una grande massa di muscoli in quasi tutti i frangenti della saga. Come ottimo ed interessante risulta anche la scrittura di Jacob, che più che un villain è una persona che non si ferma davanti a niente pur di ottenere ciò che vuole e che compie durante un film un interessante percorso di crescita personale (vale comunque anche per lui il discorso fatto per il fratello, sottolineando però come John Cena sia riuscito a dare un’ottima prova attoriale riuscendo a rubare la scena ogni singola volta in cui compare a schermo).

    ALTI E BASSI

    La regia di Justin Lin si attesta su un buon livello ed è capace di intrattenere sia nelle scene d’azione in movimento sui veicoli ma soprattutto nei combattimenti corpo a corpo, che risultano in questo capitolo favolosi, quasi al pari di pellicole come John Wick o Atomica Bionda: ogni colpo che viene sferrato lo spettatore riesce quasi a sentirlo sulla propria pelle, eliminando completamente quel senso di finzione che spesso si incontra nei film di questo genere, e in questo la regia gioca un ruolo fondamentale, con movimenti di macchina che, anche senza essere strabilianti o far urlare al miracolo, riescono a donare dinamicità alle varie sequenze. Il tutto va però inserito in un contesto che è tutto fuorché realistico, con personaggi che saltano da altezze spropositate senza accusare il minimo dolore o che eseguono acrobazie ai limiti delle possibilità umane, senza tirare in ballo la super forza che caratterizza i protagonisti e la quasi invulnerabilità che gli permette di correre nel mezzo di una sparatoria ed uscirne illesi.

    Questo l’elemento che meno convince dell’ultima iterazione della saga, il suo essere diventato ormai “troppo”. Se nello spinoff Hobbes & Shaw  si cercava di dare una motivazione alle stranezze che succedevano nella pellicola tirando in ballo innesti e potenziamenti quasi da fantascienza, qui si propone ormai di tutto senza nemmeno fermarsi un secondo e pensare di essersi ormai portati oltre il limite. Basta citare alcune sequenze già presenti nei trailer, come l’attraversamento di un burrone attaccandosi con la macchina ad un cavo di un ponte che si sta sgretolando sotto le ruote del veicolo o il magnete che attira oggetti e veicoli facendogli sfidare le leggi della gravità. Se da un lato ciò rende il prodotto estremamente spettacolare, dall’altro rischia però di portare lo spettatore a stizzirsi in quanto troppo eccessivo e poco realistico. Preme però fare un enorme plauso alla creazione ed alla realizzazione delle scene, che la produzione è riuscita anche i questo capitolo a realizzare, ovviamente con l’ausilio di alcuni trucchi di montaggio ma limitando l’utilizzo di computer grafica al minimo indispensabile.

    CONCLUSIONI

    Per i fan della saga, tornare al cinema per godersi sul grande schermo Dom e la sua famiglia sarà uno spettacolo per gli occhi, complice una buona regia con il ritorno di Justin Lin ed una sceneggiatura che, seppur con dei limiti, riesce ad approfondire personaggi già conosciuti e ad introdurre ottimamente il fratello Jacob. Diversamente invece se non si è fan, poiché la pellicola risulta tutt’altro che perfetta ed eccede in tutto, risultando estremamente pacchiana ed assurda. Se si cerca una pellicola con cui divertirsi e spegnere il cervello, questa è sicuramente una buona scelta, anche se non risulta comunque il capitolo più riuscito della saga.

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  • RECENSIONE GUNPOWDER MILKSHAKE

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    Cosa succede se si mettono insieme Karen Gillan, Lena Headey, Carla Cugino, Angela Basset e Michelle Yeoh, le si rende dei killer (quasi) infallibili e le si inserisce in un universo chiaramente ispirato ai recenti John Wick, ma con più violenza? Si ottiene un bel mix,a volte anche un po’ confuso, di nome Gunpowder Milkshake. Chiaramente l’idea alla base del progetto, scritto e diretto da Navot Pupushado (conosciuto dai più per Big Bad Wolves  da lui stesso diretto e per cui vinse numerosi premi) era quella di creare una pellicola sulla falsa riga dell’enorme successo che fu di John Wick ed relativi sequel, creando una one army (questa volta) woman, una killer che uccide all’interno di un mondo gestito da diverse società segrete seguendo delle regole ben precise (non si può uccidere chi si vuole, ci sono alcuni luoghi dove le armi sono vietate e così via).

    La differenza chiaramente risulta nella tinta prettamente femminile che la pellicola presenta con un cast di antieroine (perdonate il francesismo) cazzutissime, ma che presentano allo stesso tempo forti ideali e sentimenti ben evidenti.

    JOHN WICK AL FEMMINILE, MA NON TROPPO

    La protagonista della pellicola è Sam, killer esperta che lavora per una società segreta composta da alcuni degli uomini più potenti del mondo chiamata The Firm e che, durante uno dei suoi lavori, finisce per uccidere le persone sbagliate, ritrovandosi una infinità di killer alle spalle ed una ragazzina di 8 anni (e tre quarti) a cui badare. Da qui la pellicola alterna scene tranquille e dialogate in cui presentare ed approfondire il mondo nel quale vivono i personaggi e le sue regole, a scene di combattimento decisamente sopra le righe e piene zeppe di sangue, discostandosi da quella corrente che si sta sviluppando negli ultimi anni e che punta a presentare combattimenti adrenalinici ma ai limiti del realismo (per non citare sempre il nostro assassino interpretato da  Keanu Reeves si possono prendere come esempi Atomica Bionda (Devid Leitch, 2017) o Tyler Rake (Sam Hargrave, 2020), che presentano combattimenti basati sulle capacità reali degli attori e quindi con un uso limitato di stuntman). Questa gestione dei combattimenti risulta al tempo stesso un punto di forza, poiché le scene risultano particolarmente divertenti riuscendo a divertire ed intrattenere lo spettatore, ma anche un punto a sfavore, poiché alla lunga rischiano di diventare eccessive. 

    A livello di scrittura, i personaggi secondari risultano purtroppo solamente accennati, sia per quel che riguarda il loro carattere sia per i rapporti con il resto dei personaggi e del mondo che sta loro intorno, rendendoli forse un eccessivamente stereotipati, soprattutto nel caso delle tre bibliotecarie decisamente troppo simili e poco diversificate tra di loro. Per quanto riguarda invece la protagonista e la madre, la scrittura risulta più curata, riuscendo ad approfondire il loro carattere e mettendo in scena un ottimo scontro “sentimentale” tra le due. 

    I villain d’altro canto risultano anche loro abbastanza anonimi, finendo per essere i classici cattivi grossi e rozzi che vogliono uccidere per sete di vendetta. Peccato soprattutto per Ralph Ineson, che si ritrova ad interpretare un ruolo per il quale è completamente sprecato.

    SANGUE AL NEON

    Il lato tecnico del film è la parte più riuscita del prodotto. La regia riesce in diversi punti a creare delle sequenze stupende, soprattutto per quanto riguarda le scene di combattimento, che risultano chiare e divertenti. In questo aiuta moltissimo la fotografia, che riempie le scene di luci artificiali ed al neon, riuscendo a spettacolarizzare in questo modo diverse sequenze di combattimento. Ottima e perfettamente inserita nel contesto è la colonna sonora, cha accompagna nella giusta maniera i vari momenti del film.

    La recitazione risulta particolarmente buona. Certo, non siamo di fronte alle migliori interpretazioni del cast, ma soprattutto dal lato dei “buoni” risulta palese come le attrici si siano divertite parecchio nell’interpretare questi personaggi. Una menzione d’onore va a tre attori in particolare: la prima è Chloe Coleman, che interpreta la bambina Emily alla perfezione nonostante la giovane età; la seconda va a Paul Giamatti, che nonostante abbia uno screen time minore rispetto ad altri colleghi riesce a mettere in scena un’interpretazione memorabile; l’ultima va alla protagonista Karen Gillan, che è riuscita a dare vita ad un personaggio “strano” ma allo stesso tempo equilibrato per il ruolo che interpreta, soprattutto grazie alle sue espressioni ed alla mimica facciale.

    CONCLUSIONE

    Nonostante l’ottimo cast che ci regala delle interpretazioni degne di nota, la seconda pellicola di Navot Pupushado si inserisce in quell’elenco di film d’azione “nella media”, che non cerca di innovare ma di divertire il pubblico, senza porsi limiti. Lo fa traendo ispirazione dai successi più recenti del genere, creando però una sceneggiatura abbastanza scialba e dei personaggi secondari e dei villain anonimi. Alza l’asticella il reparto tecnico, soprattutto grazie ad una buona regia ed una fotografia “al neon” accattivante. Si poteva certo fare di più, ma risulta comunque un film adatto per passare una serata in cui spegnere il cervello divertendosi.

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