Possiamo facilmente definire Return To Silent Hill uno dei film tratti dai videogiochi più attesi degli ultimi anni: non solo un ritorno del brand sul grande schermo – in pausa dopo i pessimi risultati di Silent Hill: Revelation (MJ Bassett, 2007) –, adattando le vicende del capitolo più amato dai fan ma anche, e soprattutto, un ritorno di Christophe Gans dietro la macchina da presa dopo quel Silent Hill (2006) che, rielaborando la storia del primo capitolo per costruire una narrazione propria, era riuscito quasi miracolosamente a costruire non solo un buon adattamento in un periodo in cui tutte le operazioni tratte da videogiochi si concretizzavano in prodotti scadenti, ma soprattutto qualcosa che riusciva a mantenere, pur con i suoi difetti, il cuore originale del videogioco.
Se da un lato l’annuncio sembrava quanto di più fantastico ci si potesse aspettare, ben presto si incominciò a fare i conti con diversi elementi tutt’altro che positivi: Silent Hill 2, proprio nel suo essere ritenuto da molti fan il capitolo migliore, risultava anche il più pericoloso da toccare, poiché l’inevitabile legame affettivo dei fan avrebbe trasformato qualsiasi, anche minima, variazione in un tradimento da punire. L’uscita dei primi materiali non aiutò, con personaggi che si distanziavano dalle apparenze originali ed altri che, pur di avvicinarvisi, risultavano pacchiani.
Il tempo trascorso dall’annuncio del progetto all’uscita effettiva in sala ha quindi lentamente trasformato la felicità in timore: e, purtroppo, diverse cose sono davvero andate per il verso sbagliato.
(Ri)Adattare una storia
Dopo una breve sequenza in cui ci viene mostrato il primo incontro tra James (Jeremy Irvine) e Mary (Hannah Emily Anderson) e la conseguente sbocciatura del loro amore, il film ci proietta in un imprecisato tempo successivo in cui il nostro protagonista, caduto in una spirale alcolica di autodistruzione, riceve una misteriosa lettera proprio da Mary, invitandolo a tornare nel loro posto speciale: Silent Hill. James si recherà senza indugio nella città, scoprendo che qualcosa è cambiato e che le strade cittadine nascondono, sotto uno spesso strato di nebbia e cenere, orrori inimmaginabili.
La pellicola si scontra con due grosse problematiche. La prima è la banalità: il secondo capitolo videoludico è infatti rinomato proprio per la sua profondità nel raccontare e rimescolare tematiche conosciute in un contesto ricco di dettagli che permettono al giocatore di vivere una vicenda che non solo spaventa ma soprattutto porta a riflettere sulle proprie azioni e su quelle compiute dagli altri personaggi. Il peccato più grande del film è quindi proprio qui, non nel cambiare alcuni elementi (abbiamo diversi personaggi qui uniti in uno solo, background differenti, spostamenti e luoghi posizionati e visionati in maniera diversa) ma nel non comprendere ciò che li aveva resi così potenti nell’originale. La forza di tematiche come gli abusi sessuali, la dipendenza, il bullismo, il desiderio sessuale, la violenza come risposta, vengono qui completamente rimosse o inserite in un contesto che scalfisce appena la superficie. È facile individuarle in alcuni piccoli dettagli soltanto qualora conosca il videogioco, ma quasi impossibile se non si dispone di un background di cui non si dovrebbe necessitare. Impossibile quindi empatizzare con i personaggi secondari (incasellati nel semplice rimando al videogioco), mentre per James il discorso risulta leggermente diverso: se nel videogioco le azioni compiute in precedenza tratteggiavano una persona viscida e problematica con una però netta volontà di pentimento, il film presenta un James molto meno fallace, che sbaglia nell’essere semplicemente “normale” e che, proprio per questo, finisce per lasciare meno il segno.
Il film infatti sembra impegnato in una costante maratona, senza dare il tempo di riflettere su nulla, frettoloso di mostrare una vetrina, una scritta sul muro, un negozio o un’asse di legno con dei chiodi: piccole citazioni e rimandi che, seppur apprezzabili per un fan, non bilanciano certo la mancanza del vero cuore del progetto originale.
Una gabbia dorata
L’altra grande problematica è situata in come il film si mostra agli occhi dello spettatore: dove Silent Hill (2006) proponeva una grande quantità di set animati da scenografie, props, costumi, trucchi ed effetti speciali reali, Return To Silent Hill sembra incastrato in una tendenza ormai tipica dei film con un budget ridotto (passiamo dai 50 milioni del primo capitolo a poco più di 20 per Return) degli ultimi anni. Nonostante i sessantasette diversi set a cui Gans stesso fa riferimento in diverse interviste, è lampante come una enorme quantità di elementi a schermo siano stati inseriti tramite l’uso di computer grafica. Ben lungi dall’essere un difetto di per sé, lo diventa quando ciò mina la resa estetica del progetto, difficilmente difendibile – soprattutto in quanto ufficiale – davanti a mostri che male si amalgamano con gli attori ed i prop reali che, a loro volta, risultano spesso visibilmente posti davanti a sfondi aggiunti in post-produzione.
Allo stesso tempo, il film propone altrettanti elementi che dimostrano un’idea ed una visione artistica ben precisa: è difficile mantenere costante l’idea di “pellicola creata solo per guadagnare” davanti ad alcuni interni così minuziosamente dettagliati, ad alcune scelte narrative che – per quanto meno efficaci rispetto a quelle originali – riescono a trasmettere un’intento, a sequenze horror rare ma buone, ad un’atmosfera gotica e punk ricca di fascino. Risulta quindi più facile pensare a un autore che, a fronte di un prodotto amato come giocatore, vede il cinema come espressione artistica ed i suoi film come manifestazione personale di questo concetto: Gans non voleva (ri)proporre Silent Hill 2 al cinema, ma la sua idea di Silent Hill proprio come fatto nel 2006. Ecco quindi che tutto ciò che rimanda direttamente al capitolo videoludico non è mero citazionismo di un paio di inquadrature, ma una gabbia che, per quanto stupenda agli occhi di un fan, costringe ad inserire quei mostri, quei design, quei luoghi, quei personaggi e quelle storie. Un arma a doppio taglio che, inevitabilmente, gli si è rivoltata contro.
Conclusioni
Accolto in un primo momento come un grande ritorno, Return To Silent Hill approda in sala con un racconto in cui convivono due anime: da un lato la fedeltà all’opera originale, dall’altro la volontà di Christophe Gans di raccontare qualcosa di personale. Ci si ritrova davanti ad una pellicola che finisce per correre, con la voglia di mostrare quante più citazioni e rimandi possibili all’originale e di presentare delle differenze che tuttavia rendono molto meno profonde e banali le tematiche trattate. Relegando così i personaggi secondari a meri gusci vuoti, e James nel ruolo di protagonista dimenticabile.
Ciò dispiace, soprattutto a fronte di quanto di buono si può intravedere tra un mostro in cgi ed un green screen a tratti posticcio: scelte artistiche legate ad interni, a giochi di luci ed ombre, alla regia di buone sequenze horror che manifestano, seppur flebilmente, una volontà di mostrare una visione propria del progetto, incastrato però in una gabbia forse autocostruita o forse imposta dall’alto.
Un’occasione sprecata, sia per chi attendeva il ritorno di Silent Hill al cinema e di vedere adattato una delle storie videoludiche più amate sia per chi sperava di rivedere all’azione un cineasta così sottovalutato come Christophe Gans. La speranza è l’ultima a morire, anche a Silent Hill, ma viste le pessime valutazioni sia di critica che di pubblico che la pellicola sta ricevendo, risulta abbastanza probabile che questo ritorno sia anche l’ultima tappa di questo viaggio. Un grande peccato.
Fino a venticinque anni fa era presente un netto distacco tra il cinema e i propri spettatori: certo, da quando è nato il medium si era parlato di casi di “nessuno” divenuti star del cinema prima muto, poi sonoro, e poi ancora a colori, sia davanti che dietro la cinepresa; ma il tutto si manteneva sporadico, un’eccezione che confermava la regola. Nel 1999, però, quattro ragazzi cambiano per sempre questa regola: l’arrivo di The Blair Witch Projectnelle sale dimostra che, anche senza soldi o grandi nomi, si può comunque fare un film e farlo arrivare al grande pubblico. Erano gli albori del web e la coppia Myrick/Sánchez sarebbe stata solo l’inizio.
Nel 2005 nasce YouTube, e non passa molto tempo prima che diventi il banco di prova per numerosi cineasti: non serve più andare al cinema (ci si andrà in caso dopo), basta il web. Nascono così le web seriesper chi il cinema lo voleva creare, e una schiera di “critici del web” per chi invece lo voleva commentare. Questa storia vede l’incontro di questi due tronconi mescolarsi tra loro e dare vita alla carriera di Chris Stuckmann: nato sul web nel 2009 con il canale omonimo, si occupa principalmente di videorecensioni che, con il passare del tempo, gli porta una fama non indifferente. La voglia di fare cinema è però sempre presente ed emerge soprattutto dai piccoli cortometraggi caricati: tra questi, uno speciale di Halloween in stile found footagerimane impresso in lui per un potenziale inespresso.
Gli anni passano, ma la speranza non vacilla, e anzi sembra arrivare attraverso un crowdfunding: il successo della manovra si palesa in poco più di un mese sotto forma di oltre un milione di dollari. La strada è aperta, il progetto ha inizio, e in un secondo momento è subentrato nella produzione anche Mike Flanagan, a dimostrare ancora una volta quanto potenziale ci potesse essere davvero in quel prodotto, che finalmente il 19 novembre 2025 è arrivato in sala anche in Italia grazie a Midnight Factory. Com’è quindi davvero questa fatica di Sisifo? E merita davvero tutta l’attenzione generata?
Who took Riley Brennan?
Il film si apre con una sequenza mockumentary che mostra, da parte di Stuckmann, una encomiabile padronanza e conoscenza del medium e della sua applicazione nell’horror e nei suoi sottogeneri: nel 2008 il gruppo dei Paranormal Paranoids, famosi su YouTube per i loro video da “cacciatori di fantasmi”, scompare misteriosamente dopo essersi recato nella città fantasma di Shelby Oaks per registrare un video per il canale. Inizialmente ritenuta una mera mossa commerciale, con il passare del tempo la scomparsa diviene sempre più preoccupante fino all’inquietante momentaneo epilogo: i corpi martoriati di tre Paranoids vengono ritrovati in una capanna di Shelby Oaks assieme ad una videocassetta, ma Riley Brennan, creatrice e volto del canale, rimane introvabile.
Dodici anni dopo, durante un’intervista, la sorella di Riley Mia viene raggiunta da un uomo che si suicida davanti a lei. In una mano stringe però una cassetta con sopra la scritta “Shelby Oaks”, riaprendo in Mia la speranza, mai del tutto svanita, che la sorella possa ancora essere ritrovata.
I primi venti minuti – a metà tra Marble Hornetsed ESP –, costruiti alternando i materiali recuperati e le interviste ai personaggi “laterali” alla vicenda (Mia, il detective incaricato del caso, dei fan del canale YouTube), mostrano tutta la forza di cui il found footage dispone se gestito da mani sapienti, ridonando così vitalità e forza ad un sottogenere che sembrava sulla via del tramonto negli ultimi anni, scomparso dal grande schermo e relegato a poche piccole produzioni distribuite direttamente in streaming. Ulteriore asso nella manica sfruttato da Stuckmann è il web stesso: ad alimentare ancora di più la “veridicità” delle vicende, i video dei Paranormal Paranoids sono già presenti da anni sul web, certamente come mossa pubblicitaria, ma che dimostra ancora una volta la grande padronanza di tutti i sistemi che ruotano attorno a questa tipologia di prodotto.
Poi però il film decide di cambiare, di svestire quei panni e indossare quelli della narrazione più “classica”. L’effetto, soprattutto per un amante del found footage, assume parzialmente i connotati di un’occasione persa, vista soprattutto l’incredibile fattezza presentata fino a quel momento. Che sia una decisione presa per rendere il film più vario o per amalgamarsi meglio agli standard cinematografici, bisogna ammettere che il valore tecnico e produttivo messo in gioco con un milione di dollari rimane comunque di pregevolissima fattura: mai si ha l’impressione durante la pellicola di trovarsi davanti ad un film che avrebbe voluto fare di più ma senza riuscirci (né per capacità né per denaro), e anzi fotografia, regia, scenografie e musiche si “coprono le spalle a vicenda”, permettendo allo spettatore di concentrare l’occhio solo su ciò di cui ha davvero bisogno, non portandolo mai fuori dal racconto.
Generazioni (di cliché) d’orrore
La nota maggiormente dolente del prodotto si trova però, come spesso succede con queste operazioni, nella sceneggiatura. Nella sua interezza, infatti, la pellicola mostra un’anima spezzata in due proprio da quella volontà di separare i due stili registici e che, in sceneggiatura, si manifesta in una prima parte che abbraccia i cliché, e riesce a farli suoi traendone forza, e una seconda che invece fatica a mostrarsi a fuoco, incasellando un proseguire di eventi dettato più dalla volontà narrativa di incasellare certe sequenze le une dietro le altre, piuttosto che dal cercare una motivazione logica dietro esse.
Avendo come protagonista effettiva delle vicende Mia, alla disperata ricerca della sorella, il film mette al centro di tutto la volontà di non fermarsi davanti a niente e a nessuno pur di scoprire la verità e trovare finalmente la sorella; ma la mancanza di un ruolo “lavorativamente investigativo” (che sia quello del detective o anche solo del giornalista) chiede allo spettatore una forte sospensione dell’incredulità, non solo nel vederla raccogliere informazioni in maniera estremamente facile, ma soprattutto nel mostrare paura eppure andare avanti sempre e comunque da sola in questa ricerca (quando sarebbe bastato, forse, qualche tentativo in più della protagonista di convincere qualcuno ad accompagnarla e che, fallendo, l’avrebbe perciò costretta alla via in solitaria).
Come da manuale, il sovrannaturale gioca un ruolo fondamentale nelle vicende, mescolando tanti elementi presenti negli ultimi cinquant’anni di cinema horror e condensandoli in cliché: ancora una volta, nella prima parte di film il tutto si muove con una naturalezza e una mano talmente esperta che ciò non solo non infastidisce, ma crea addirittura quel senso di eccitazione nel comprendere dove il film andrà a parare e come, nonostante ciò, ti farà comunque paura; è invece molto più difficile rimanere sorpresi o effettivamente spaventati durante la “narrazione canonica” poiché, se la costruzione della tensione rimane comunque buona, il risvolto è sempre e soltanto quello del jumpscare, trito e ritrito.
Aggiungiamo inoltre all’equazione un finale che conclude il tutto presentando delle scelte da parte di alcuni personaggi davvero poco sensate, soprattutto in relazione a quanto detto e fatto in precedenza, e la frittata è fatta (con metà delle uova sul pavimento, però).
Il peso di Atlante
In America il film è uscito appena prima, ed era infatti possibile, in queste settimane, visionare già numerosissime videorecensioni che portavano un elemento comune: la delusione. Bazzicando sul web si può notare inoltre la valutazione del 56% di gradimento della critica e 54% del pubblico su Rotten Tomatoes o il 2.7 che in questo momento aleggia come media su Letterboxd. Visto il basso budget, a livello economico il film è già un successo anche solo con gli USA (intorno ai quattro milioni e mezzo), a cui si aggiungerà poi il resto del mondo, in cui sta arrivando in questi giorni.
Al tempo stesso, i commenti sprezzanti non si sono certo fatti attendere, passando per “da una persona che ha criticato per anni i film ti aspetteresti una scrittura migliore” fino a “capisco perché abbia smesso di criticare film e abbia cominciato soltanto a parlare di quanto fosse difficile farli”, ed è facile pensare che questi commenti (e tanti altri che si trovano facilmente sul web) arrivino proprio da fan del canale YouTube o comunque da assidui frequentatori dei suoi contenuti: semplice comprendere, da un lato, la delusione che possa scaturire dopo un’attesa così lunga – ed anche un’ipotetica spesa di denaro, qualora si fosse parte del crowdfunding – conclusasi davanti ad un prodotto così pieno di difetti, ma dall’altro rimane costante quella sensazione che, qualsiasi cosa avesse fatto Stuckmann, per alcuni non sarebbe comunque stato abbastanza.
Conclusioni
Shelby Oaks è un progetto che arriva in sala carico di aspettative, soprattutto per chi conosce e segue da anni Chris Stuckmann ed i suoi lavori sul web: dopo un inizio incredibile tra mockumentary e found footage, però, il film si re-inserisce in binari (forse troppo) normali che finiscono per rendere una storia di certo non innovativa ma estremamente interessante nello sfruttamento (anche metanarrativo) di cinema e web in una narrazione piena di cliché.
Al tempo stesso l’ottima fattura tecnica, la capacità di sfruttare un budget davvero irrisorio con un occhio così sapiente e la presenza di alcuni momenti capaci di spaventare anche chi l’horror lo divora quotidianamente non può che non giocare a favore di una pellicola chemerita di essere vista in sala, anche solo per una singola visione e consci dei limiti che presenta.
Perché fare un secondo capitolo di un film? In tempi recenti, un sequel serve per completare una narrazione già preventivamente divisa in più parti (guardiamo a It, Dune o Wicked o, ancora più a ritroso, all’ultimo racconto di Harry Potter o della saga di Twilight), ma di norma la regola è decisamente più semplice: se il primo film ha avuto successo, possiamo farne altri che – probabilmente – ne avranno ancora di più. Ovviamente possiamo elencare casi in cui questo non è avvenuto (esempio lampante quel Joker: Folie a deux così divisivo), ma la storia del cinema ci mostra come spesso questa strategia di marketing abbia portato ad enormi successi, portando alcune storie a trasformarsi in saghe dal successo originariamente impensabile.
Nell’horror le saghe sono tantissime poiché, essendo solitamente gli horror “nuovi” produzioni dal budget ridotto, è abbastanza facile che il successo arrivi senza troppi sforzi sapendo come acchiappare il pubblico giusto. Capita però altrettanto spesso che questi seguiti, venendo costruiti prima con lo scopo di vendere e poi con quello di raccontare, approdino in sala (o in streaming, che dir si voglia) con qualcosa che riproduce pedissequamente quanto fatto in precedenza. Saghe come Halloween, Venerdì 13, Non aprite quella porta, Nightmare ma anche più recenti come The Conjuring o Paranormal Activity sono piene di pellicole che seguono questi schemi; persino il recentissimo Smile 2, uscito appena un anno fa e “soltanto” secondo capitolo, si dimostra incagliato in una struttura che ripete pezzo per pezzo quanto fatto con il predecessore, senza nessun cambiamento davvero degno di nota.
È naturale quindi che, davanti all’annuncio di un seguito di The Black Phone, si manifestassero due concetti estremamente semplici: da un lato l’operazione era quasi inevitabile, visto l’enorme successo (160 milioni a fronte di un budget di 18!) commerciale e di pubblico, ma dall’altro il film sembrava aver raccontato tutto, senza che si sentisse il bisogno di aggiungere altro. Invece ci sbagliavamo tutti.
Disclaimer: Nell’articolo saranno presenti spoiler sulla pellicola precedente. Se non l’avete vista, è caldamente sconsigliata la lettura.
Le regole dei sequel
“La quantità di morti deve essere maggiore. Le scene di morte devono essere molto più elaborate, con più sangue e violenza. Ma soprattutto, se vuoi che il tuo film diventi un franchise di successo, non devi mai e poi mai pensare che il killer sia morto”
Randy – Scream 2 (Wes Craven, 1997)
1982: sono passati quattro anni dagli eventi del primo film e Finney, turbato profondamente dall’uccisione del Rapace, cerca di reagire al trauma attraverso risse e droghe leggere. Nel frattempo, la sorella Gwen ricomincia ad avere degli strani incubi legati ad alcuni bambini brutalmente uccisi ed allo squillo continuo di un telefono. Saranno proprio queste visioni a condurla, assieme al fratello ed al compagno di scuola Ernesto, ad Alpine Lake, un campo cristiano per giovani ragazzi che sembra avere un legame con la loro defunta madre.
Lo spunto di partenza è molto semplice ma estremamente funzionale nel presentare un capitolo profondamente differente dal precedente. È chiaro infatti fin da subito come il focus del film sia, questa volta, molto più sull’elemento sovrannaturale (solamente di contorno nel precedente) decidendo quindi di porre al centro delle vicende Gwen, invertendo sostanzialmente i ruoli presentati nel capitolo precedente. La struttura narrativa si compone di step molto semplici, partendo forse con un’eccessiva lentezza nei primi momenti ma capace, una volta ingranate appieno le marce, di procedere poi senza freni. Lasciate da parte le atmosfere cittadine della periferia, l’orrore si sposta quindi nelle foreste innevate delle montagne del Colorado sfoggiando una violenza estrema mai nascosta e, con essa, una volontà di osare forse più. Favoriti infatti dalla natura più sovrannaturale, è facile con il proseguo delle vicende ritrovarsi davanti a scene meno “realistiche” e molto più votate alla spettacolarità della scena: l’utilizzo dei sogni infatti porta Derrickson a costruire intere sequenze “alla Nightmare” – I guerrieri del sogno su tutti – tra personaggi che fluttuano poiché afferrati in sogno, personaggi che compaiono e scompaiono continuamente ed elementi molto più grotteschi legati al villain ed alle sue azioni.
Inferno di ghiaccio
“Per ch’io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante”
Inferno, Canto XXXII
Non solo la citazione a Dante ci permette di inquadrare un interessantissimo parallelismo con l’ambientazione del film, ma permette di addentrarsi ulteriormente in una narrazione che costruisce attorno alle citazioni di stampo (o fondo) religioso una buona parte del suo immaginario. L’aspetto spirituale e religioso – presente anche nel primo, ma marginalmente – guadagna qui un ruolo centrale: un dono a metà tra la maledizione e la benedizione, il rapporto con la morte e gli spiriti, la decisione di approcciarsi ad una situazione seguendo gli insegnamenti di un credo o una spinta personale, sono tutti strumenti che permettono di costruire un coming of age di stampo sovrannaturale degno di un racconto di King (non a caso le basi, anche di questo seguito, provengono proprio dal figlio Joe Hill, autore del racconto d’ispirazione).
Derrickson si presenta qui a briglia più sciolta rispetto al capitolo precedente, utilizzando maggiormente le sequenze oniriche girate in Super 8 (di squisita Sinister-iana memoria) donando quindi al racconto un’impronta visiva propria e mai banale, con movimenti continui funzionali al turbamento ed all’angoscia delle sequenze che fanno da contraltare ai momenti “reali”, in cui la camera è spesso ferma o votata a movimenti precisi e calcolati.
La fotografia svolge un ottimo lavoro nel presentare luoghi che risultino contemporaneamente bellissimi e spaventosi, aiutata senz’altro dalle ottime musiche composte per l’occasione dal figlio Atticus Derrickson accompagnate dall’ormai iconico brano di apertura. Ottime anche le performance attoriali dei protagonisti, con un Mason Thames – ormai star dopo il successo del precedente ma soprattutto del remake live action di Dragon Trainer – qui chiuso in sé stesso ma capace, in un momento di debolezza, di sfoggiare tutta il suo talento in crescita, ma soprattutto con una Madeline McGraw davvero in splendida forma e che porta sullo schermo un personaggio che acquista sempre più consapevolezza di sé e riesce ad essere “forte e indipendente” ma non banale. Più sacrificato nel minutaggio Ethan Hawke ma che, nelle sequenze in cui è presente, rende il suo Rapace (se possibile) ancora più minaccioso e iconico che in precedenza, anche grazie al suo prendersi meno sul serio; secondari i ruoli per Jeremy Davies, che ritorna come padre di Finney e Gwen, e Demián Bichir, qui nei panni del supervisore di Alpine Lake, ma che comunque fa sempre piacere vedere a schermo, esattamente come è apprezzabilissimo il cameo di James Ransone.
Conclusioni
Abbandonando le atmosfere più grounded del precedente in favore di quelle più sovrannaturali costruite dall’idolo personale Wes Craven con la saga di Nightmare, Scott Derrickson ed il collaboratore di fiducia alla sceneggiatura C. Robert Cargill costruiscono un sequel capace di espandere quanto fatto con il precedente senza risultarne una banale riproposizione, permettendo la costruzione di un racconto che, a posteriori, possiamo vedere come una faccia opposta della medaglia rispetto al precedente.
Evoluzione dei personaggi, il ritorno di un villain che non risulta banale o già visto e l’aumento massiccio di violenza e azione: non va dato per scontato che, qualora abbiate apprezzato il precedente, questo incontri i vostri gusti (e vale perciò anche il contrario), ma raramente in tempi moderni si è visto un sequel così coraggioso nel cambiare le carte in tavola e di ciò non possiamo che esserne felici.
Da sempre l’uomo ha cercato figure di riferimento a cui guardare per plasmare la propria esistenza ed identità e in una società come quella contemporanea, così digitalmente interconnessa, la figura di un’icona è divenuta più centrale che mai. Filosofi, insegnanti, politici, scienziati, attori: che fosse un’idea particolare, un modo di parlare, un vestiario tipico, uno stile di vita, se deriva da qualcuno verso cui proviamo una stima particolare saremo più propensi a farlo nostro.
Lo sport non fa assolutamente eccezione ed è anzi forse l’ambito in cui più si può manifestare un forte fenomeno parasociale: il grande campione, capace di portare alla vittoria la propria squadra, diventa un eroe, un divo degno di ogni stima e fama. I team e le varie aziende pubblicitarie lo sanno e sfruttano appieno tutto ciò, costruendo un’identità del campione sempre più variegata ed “ampia” anche in ambiti esterni allo sport di riferimento (eventi sociali, pubblicità, recitazione in pubblicità e film).
Ma cosa succederebbe se, arrivata l’opportunità di conoscere il tuo idolo, lui si dimostrasse tutt’altro? Dev’esserselo chiesto anche Justin Tipping, regista e sceneggiatore – assieme agli sceneggiatori Zack Akers e Skip Bronkie – della nuova produzione Monkeypaw Him. La nuova grande produzione di casa Peele, però, non sembra aver ottenuto i risultati sperati.
Cam (Tyriq Withers) e Isaiah (Marlon Wayans) durante uno degli allenamenti che vediamo nel film
Essere il goat
Un bambino seduto a gambe incrociate davanti alla tv, mentre la sua famiglia si prepara a tifare per i San Antonio Saviors. La partita arriva al termine, la squadra porta a casa la vittoria ma la felicità è breve: il “goat”, Isaiah Bradley (Marlon Wayans) è a terra, con un osso che spunta dalla gamba. Lo sguardo del bambino sfugge veloce dal dolore verso il poster di un Isaiah sorridente appeso sul muro, ma il padre non approva e obbliga il figlio a guardare: perché questo è quello che fa un uomo vero, è disposto a fare grandi sacrifici.
Gli anni passano e Cam (Tyriq Withers), dopo la morte del padre, è divenuto un campione di football al college e, vista la popolarità crescente, è intenzionato a partecipare alla selezione del NFL Scout Combine. Durante un allenamento serale in solitaria però, mentre la palla lanciata comincia a roteare misteriosamente su sé stessa, una figura con indosso un costume da capra lo colpisce, provocandogli una ferita alla testa che potrebbe compromettere la sua intera carriera.
Tutto sembra finito, finché proprio Isaiah, quel goat da lui tanto stimato fin da bambino – misteriosamente riabilitato con velocità straordinaria da quella ferita e che negli anni ha portato la sua squadra a vincere un torneo dopo l’altro – lo contatta personalmente, proponendogli una settimana di allenamento intensivo nella sua gigantesca casa nel deserto. Cam accetta immediatamente, ignaro di quello che lo aspetterà.
Fin da subito Tipping pone l’accento sulla figura del goat, il migliore nel suo campo, e di quanto questa figura risulti influente non solo in campo, durante le interviste o nelle pubblicità di biancheria intima, ma anche – e forse soprattutto – nel privato degli americani, grandi amanti del football e che, proprio su di esso, costruiscono le carriere di alcuni ragazzi dalla giovanissima età fino al college, dove un’ottima performance in ambito sportivo ti può aprire la strada ad una borsa di studio per le università più prestigiose d’America. In questo Tipping non si inventa nulla e non è certo il primo regista a porre l’attenzione su questo sistema – quante pellicole sportive estremamente iconiche potremmo contare negli ultimi trent’anni su quest’argomento? – ma l’idea di veicolare il tutto attraverso un film horror, che inoltre strizza apertamente l’occhiolino a quell’elevatedche tanto va di moda oggi e che tanto piace al pubblico contemporaneo, è (almeno idealmente) decisamente interessante.
Julia Fox è Elise, la popolare e bizzarra moglie di Isaiah
Tante luci e poco arrosto
La narrazione procede a passo spedito per 96 minuti che mai si fanno sentire e che mai fanno veramente percepire una sensazione di fretta, soprattutto grazie alla scelta di strutturare le vicende nell’arco di una settimana ma condensando numerosi momenti grazie ad un montaggio che fa molto il verso all’universo dei videoclip e, soprattutto per il pubblico più giovane, agli editche si possono trovare su TikTok. Qui possiamo facilmente trovare il cuore della discussione: Him sembra in tutto e per tutto un prodotto pensato per le nuove generazioni, nell’utilizzo delle terminologie (“bro” e “goat” ritornano continuamente in un parlato che, nemmeno doppiato, rinuncia ad un vero e proprio slang contemporaneo e smaccatamente made in USA), delle musiche (mescolando brani storici ad altri appositamente composti per il film raggruppando nomi di punta della sfera Hip-Hop e Rap contemporanea) e del montaggio (ricco peraltro di filtri e transizioni che, spesso a passo delle appena citate musiche, tiene incollati allo schermo), ma soprattutto attraverso una vicenda che lancia in faccia allo spettatore molte risposte ed un immaginario chiaro e definito, forse fin troppo.
Per molti infatti il tutto può facilmente sapere di già visto, perché né l’idea di base né le dinamiche scelte per portare avanti le vicende dimostrano innovazione o novità ed anzi nella loro semplicità possono risultare, per qualcuno, addirittura fastidiose. Al tempo stesso risulterebbe un peccato liquidare negativamente questa semplicità di fondo – che di per sé costituisce un problema in maniera relativa – soprattutto perché, in relazione ad una regia comunque buona, un ottimo castperfettamente in parte (fantastica la chimica palpabile tra Tyriq Withers e Marlon Wayans) ed un comparto tecnico convincente, contribuisce a creare una pellicola che non si mostra mai forzatamente intellettuale o “diversa” ma che anzi proprio nel suo essere standard può risultare in una visione tutto sommato piacevoleseppur non memorabile.
Conclusioni
La seconda pellicola di Justin Tipping cerca una chiara breccia verso il pubblico più giovane, proponendo una storia semplice con un messaggio chiaro e diretto veicolato con un immaginario dinamico e colorato, ricco di filtri visivi e montaggi musicali che sembrano posizionarsi a metà tra un videoclip ed un edit da social. Forse proprio questa semplicità, unita all’hype costruito attorno al nome di Jordan Peele “soltanto” in produzione ed all’uscita (sfortunata) in accoppiata con il ben più acclamato Together ed alla nuova pellicola di Paul Thomas Anderson, ha portato i più ad ignorare il film che – al momento della stesura – presenta un incasso totale di 22 milioni, non raggiungendo quindi nemmeno il budget di 25.
Il poco interesse di pubblico, forse anche montato da recensione tutt’altro che positive sul fronte statunitense, sembra indicare verso un forte flop per il film, che difficilmente potrà riprendersi nelle prossime settimane e che forse, come commentato dallo stesso Wayans su Instagram, solo il tempo saprà redimere, ma che, vista la fattura del film tutt’altro che pessima, porta senz’altro con sé un forte dispiacere.
Noi italiani eravamo maestri del film di genere. Quante volte abbiamo sentito questa frase, tra chiacchere da bar, live su Twitch o discussioni sui vari forum online? Nessuno può negarlo ed anzi a testimoniarlo, qualora ce ne fosse il bisogno, ci hanno pensato numerosi registi contemporanei di fama internazionale che continuano a citare come loro fonti di ispirazione Leone, De Feo, Bava, Fulci e la lista continua. Allora per quale motivo ancora capita di sedersi in sala e udire di sfuggita la coppia seduta dietro di noi commentare come “il cinema italiano ormai è andato, è anni che un buon film non arriva in sala”? Difficile trovare una risposta, o ancor meglio è difficile riuscire ad esporla nel poco spazio che abbiamo qui a disposizione, soprattutto perché distoglierebbe l’attenzione dal vero protagonista di queste pagine, La valle dei sorrisi, opera terza di Paolo Strippoli che anzi ci aiuta proprio a contrastare l’affermazione di poco sopra come, in realtà, hanno già fatto diversi autori e le rispettive opere negli ultimi anni.
Con questa pellicola Strippoli, però, non solo dimostra che il cinema italiano di genere è più vivo che mai, ma centra talmente tanto l’obiettivo da costruire una nuova base: cinema horror italiano, we are so back!
Remis, la pace dei sensi
“Ma che c’avete tutti quanti in questo paese?
Siamo solo felici. È una cosa bella, no?”
Un veloce lavoro di supplenza di appena tre mesi: solo questo conduce Sergio Rossetti a Remis, piccolo paese tra le montagne nel quale però, fin da subito, sembra essere un pesce fuor d’acqua. Non è soltanto la sua provenienza dal sud Italia, quanto un dolore profondo che non riesce a nascondere e che stona fortemente con l’atmosfera pacifica e spensierata della cittadina. Ovviamente non è solo l’aria di montagna o l’acqua fresca, ma qualcosa di ben più contorto ed inquietante a rendere tutti così felici e sorridenti.
Non vogliamo approfondire oltre, non tanto perché il mistero in sé che ben presto il film comincia a svelare scena dopo scena, quanto piuttosto per non rovinare la sorpresa del trovarsi di fronte un horror che in 122 minuti – durata leggermente sopra la media nel genere – costruisce una storia che riesce a narrarsi a pieno, senza momenti morti ma prendendosi tutto il tempo necessario a presentare e raccontare pochi personaggi caratterizzati magnificamente (chi più in profondità e chi meno). Tanto del film si mostra attraverso piccoli gesti: uno sguardo di sbieco, un abbraccio dalla stretta eccessiva, una lacrima che scorre sulla guancia, un movimento bizzarro del capo, un sorriso a troppi denti, tutti elementi che, più di mille parole, raccontano tanto dei personaggi e della loro vita passata e presente, oltre che degli innumerevoli sottotesti presenti nel racconto che, affiancandosi alla tematica principale, costruiscono un microcosmo ben definito e circoscritto, ma che facilmente può essere esportato ed applicato a innumerevoli situazioni del mondo reale.
Costruire l’orrore
Strippoli non è al suo esordio e tutto ciò che ha imparato con A Classic Horror Storye Piove si presenta qui, ma senza mai dare l’impressione di un copia e incolla quanto piuttosto di una vera maturazione artistica. L’orrore messo in scena da Strippoli non cede mai al jumpscare o allo spavento facile, preferendo invece una costruzione dalla forte tensione che spesso sfocia in sequenze estremamente ansiogene e inquietanti, capaci di costruire un forte senso di disagio nella spettatore mantenendo però costante l’interesse voyeuristico: più la pellicola procede e più le stranezze aumentano, più lo spettatore si ritrova coinvolto in un orrore da cui è praticamente impossibile distogliere lo sguardo.
Non tutto è perfetto, soprattutto avvicinandosi ad una conclusione che a molti potrebbe sembrare scontata o poco interessante e, seppur comprendendo l’idea estremamente interessante di fondo, non possiamo che chiederci se non ci fosse un modo leggermente diverso per concludere il tutto senza questa piccola scivolata, che rimane però pur sempre più soggettiva che oggettiva. Al tempo stesso risulta impossibile lasciarsi condizionare da un finale imperfetto rispetto ad una costruzione precedente e di contorno così ottima: le scenografie, i costumi, la fotografia, la recitazione, le musiche ed il sound design, perfino gli effetti visivi si mantengono sempre su un livello estremamente alto, tanto che risulta quasi impossibile commentare con il canonico “per essere un film italiano comunque è fatto bene”. Perché ne La valle dei sorrisi niente mostra il fianco e tutto anzi aiuta ad immergersi completamente in una storia che, una volta conclusa, si vuole subito rivedere, ma certamente non perché quanto visto non sia abbastanza quanto per il livello incredibile raggiunto.
Conclusione
Quasi ironico che il tema centrale de La valle dei sorrisi siano i miracoli, perché l’opera stessa di Strippoli ha inevitabilmente del miracoloso: mai negli ultimi anni ci si è ritrovati davanti ad un horror italiano così ben costruito in tutto, dalla narrativa agli aspetti più tecnici. Strippoli incanala quanto imparato con le precedenti opere per costruire un racconto ricco di spunti narrativi e di personaggi interessanti, con momenti immediatamente iconici e numerosi rimandi al passato.
Poco importa un finale (forse) non perfetto, perché davanti all’opera completa risulta inevitabile affermare come non solo Strippoli abbia confezionato l’horror italiano (e probabilmente non solo) dell’anno ma soprattutto abbia dimostrato, ancora una volta, l’enorme valore del cinema di genere in Italia. Un nuovo standard è stato stabilito, ora bisogna solo riuscire a mantenerlo.
Due anni fa Ambra Principato portava a termine la titanica impresa – per lo meno qui in Italia – di vedere realizzato il suo primo lungometraggio: Hai mai avuto paura? arrivava infatti nelle sale di tutta la penisola, dimostrando non solo come fosse possibile fare ancora film di genere (ed in costume, per di più!) in Italia, ma soprattutto come ci fossero tanti nomi ancora sconosciuti con l’idea giusta e che aspettano soltanto che gli venga data una chance di dimostrare il proprio valore. La Principato non si è però fermata ed è, fortunatamente, riuscita a svincolarsi dalla sua prima opera per mettersi subito a lavorare su un’altra storia che fungesse sia da proseguo e maturazione del percorso autoriale della regista ma anche come vero e proprio cambio: Invisibiliè infatti un film con diversi punti d’incontro con il suo predecessore ma anche numerose differenze, a partire proprio dalle vicende.
Una storia vecchia come il mondo
Un autobus si ferma al centro di Valbruma, piccolo paese di montagna dove i nonni attendono con ansia l’arrivo di Tommy (Justin Alexander Korovkin), giovane ragazzo costretto a trasferirsi a causa di problematiche famigliari con la madre. Qui incomincia la classica vita dello studente: scuola, compiti, sport ed uscite con gli amici; se non fosse per il fatto che Tommy è un ragazzo molto particolare, che tende all’isolazionismo con le cuffie del walkman sempre sulle orecchie ed il suo quaderno sempre a portata di mano per finire l’ultimo, bizzarro disegno. Sarà però l’incontro con la bizzarra e costantemente sopra le righeElise (Sara Ciocca) a dare inizio ad un rapporto ricco di sfaccettature ma soprattutto attanagliato da un enorme segreto.
Sul lato narrativo, il secondo film di Ambra Principato si dimostra molto più semplice e classico rispetto al suo predecessore: la struttura è infatti quella tipica del teen-dramainfarcito però di elementi di violenza fisica e psicologica per nulla edulcorati in cui esce l’anima più horror della pellicola. Bisogna fin da subito ammettere che la storia portata sul grande schermo, spogliata dei vari elementi sovrannaturali, si rispecchia facilmente nell’amalgama di turbe adolescenziali ormai conosciute e facilmente riconoscibili dalla maggior parte degli spettatori, ma rimane il fatto che quanto mostrato ha, prima di tutto, un’anima propria. I personaggi protagonisti non sono involucri vuoti necessari a veicolare uno spicciolo messaggio positivista, ma costrutti dall’anima complessa e dalle numerose sfaccettature, tanto che risulta impossibile non riconoscere in loro almeno un elemento riconducibile ai noi stessi adolescenti (o almeno a qualche amico o compagno dell’epoca); il paese in cui si svolgono le vicende è un luogo che sembra fermo nel tempo, a quel giorno in cui la tragedia ha avuto luogo e da cui nessuno è riuscito davvero a fuggire, in cui le vuote strade ciottolate, i graffiti sui muri della scuola, i verdi boschi animati dai suoni della natura, i jukebox ed i walkman, le polaroid e gli striscioni colorati a tempera per le feste scolastiche non fanno altro che acuire questo senso di alienazione, verso dei cupi anni ’80 ben lontani dalle colorate atmosfere al neon Hawkins-iane e più vicini alle memorie di chi, proprio come Tommy, si è ritrovato a passare anche solo un’estate nella casa dei nonni fuori città.
Tu non sei come gli altri, tu mi vedi
Elemento fondamentale della pellicola risulta proprio l’invisibilità del titolo: senza scomodare il sovrannaturale – che è comunque presente nel racconto –, è infatti facile comprendere come fin da subito il centro focale del tutto sia l’essere visti dagli altri. Elise è una ragazza esuberante e appariscente, con vestiti sgargianti, rossetto sempre sulle labbra e occhiali a forma di cuore, tutti elementi che nascondono però un cuore fragile che, proprio per farsi vedere, cerca nell’eccesso un sentimento che non verrà mai veramente ricambiato; almeno fino all’arrivo di Tommy, personaggio che funge però da contraltare di Elise, nel suo voler evitare i contatti indesiderati e trovando nella sua introversione la chiave per sfuggire ad un mondo che trova spesso soffocante, finendo però così per notare proprio chi, lontano dagli altri, non lo era mai stato. Si costruisce così una storia intima, di quelle che tutti gli sceneggiatori in erba scrivono nel loro taccuino almeno una volta nella vita e che finisce per inglobare quelle sensazioni ed emozioni che caratterizzano il proprio percorso adolescenziale e che quindi, con molta probabilità, nel suo script finale condensa tanto proprio della Principato stessa, portando le critiche relative alla mancanza di novità o al rimando (più o meno velato) ad elementi del passato più superflue di quanto si potrebbe pensare.
È comunque pur vero che un film, oltre ad essere un mezzo per esprimere le emozioni di chi ci lavora, è anche (e forse soprattutto) qualcosa che va dato agli altri. Il film della Principato non è perfetto: al di là della già citata mancanza di originalità in alcuni elementi di trama, la messa in scena risente chiaramente di un budget ridotto che, soprattutto in alcune scene, può ricordare a qualcuno uno standard più vicino alle produzioni nostrane di stampo televisivo piuttosto che a quanto siamo abituati a vedere sul grande schermo (soprattutto quando i film italiani ad arrivare in sala rasentano ormai soltanto i nomi di autori consolidati). La mano della Principato però non manca e si vede particolarmente quando il film si lascia trasportare nelle sue sequenze più intime ma anche in quelle più inquietanti: la macchina da presa è posizionata in questi casi sempre in posizioni perfette e mai banali, generando delle immagini dal fortissimo valore iconografico. Il cast in questo aiuta particolarmente, soprattutto grazie alla perfetta scelta di Justin Korovkin – ormai feticcio della regista –, che incarna perfettamente nel suo volto così peculiare e nella sua fisicità opposta agli standard da star maschile il suo personaggio solitario e impopolare, e di Sara Ciocca, nome che ormai pochissimi non conoscono e che, nonostante la scelta di recitare sopra le righe diversi momenti, riesce a veicolare un’enorme forza – soprattutto con l’uso del volto – in molte sequenze più profonde e struggenti; ma non si può non spendere due parole anche per Pier Giorgio Bellocchio nei panni del Professor Mair, di Ilaria Genatiempo come Anna, la madre di Tommy, e del poco presente ma comunque impattante Mario Sgueglia nei panni dell’avvocato Moser.
Chiude il quadro un piccolissimo commento sull’atmosfera costruita dal film: le vicende da racconto per ragazzi non devono infatti ingannare e far pensare ad un racconto vivace e colorato. Il film della Principato vive di colori freddi e cupi, permettendo ad ogni sequenza di costruire un quadro gotico perfetto che trova il suo perfetto completamento nelle sequenze ambientate nella villa dei Moser che, godendo di una messa in scena magistrale, riportano alla mente quell’horror in bilico tra gli anni ’60 e gli anni ’70 che tanto hanno plasmato il cinema di genere. Piccolo plauso in questo alle musiche dei Mokadelic (conosciuti probabilmente ai più per il loro lavoro per Gomorra – La serie) e che spaziano tra brani più malinconici e di accompagnamentoasinfonie vere e proprie cariche di potenza emotiva.
Conclusione
Il secondo lavoro di Ambra Principato non è di certo impattante come il primo: Invisibili è un film più piccolo ed intimo, che racconta una storia comune un po’ a tutti e che forse per questo ad alcuni potrà sembrare banale o scontata. Con grande maestria però la regista, anche sceneggiatrice, costruisce un racconto gotico che spaventa poco ma che colpisce nel profondo, grazie soprattutto a degli ottimi personaggi principali interpretati da attori giovanissimi ma perfetti per il ruolo. L’atmosfera cupa e dark, costruita attorno ad ambientazioni montane e calate nella natura e accompagnate da una colonna sonora strepitosa, permette di immergersi appieno nella visione dei protagonisti di un mondo ben lontano dall’idillio tipico di un certo sguardo blockbusteriano sull’adolescenza, calando invece la mano su tematiche e spunti di riflessioni importanti e mani banali.
Forse per alcuni Invisibili potrà sembrare un film vecchio, già visto, fuori tempo massimo; ma è facile constatare come la Principato, nonostante i difetti che la pellicola si porta inevitabilmente dietro, sia riuscita a costruire un film che, prima di tutto, ha un’anima. E non ha paura di mostrarla, anche a costo di sembrare strano.
Cos’ha da dire Superman nel 2025? Per molti era più che abbastanza quanto fatto nel 1975, quando Richard Donner dirige quel Supermanche coronerà Christopher Reeve come icona assoluta dell’eroe per eccellenza, paladino dei deboli e della giustizia, soprattutto se accompagnato dall’iconicissima colonna sonora firmata John Williams, e che proseguirà poi le sue avventure per altri tre capitoli (+1, se vogliamo anche contare il sequel/reboot Superman Returns firmato Bryan Singer); per altri Superman, o forse sarebbe meglio nominare il suo alter ego Clark Kent, è invece l’emblema di un’adolescenza passata a guardare sul proprio televisore al tubo catodico (o uno dei primi al plasma, se si era tra i più fortunati) le dieci stagioni di Smallville, quindi un ragazzo costellato dai dubbi, in piena crescita e quindi conseguente scoperta di sé e di come gestire i propri poteri e le proprie responsabilità; per altri ancora Superman è invece la sua rielaborazione avvenuta prima nella saga videoludica di Injusticee poi nelle opere a cura di Zack Snyder, da L’uomo d’acciaio passando per Batman v Superman fino al tanto agognato Zack Snyder’s Justice League, quindi un Superman fallibile e cupo, che muove i primi passi in un universo altrettanto oscuro e dalle regole – e conseguenti riscritture dei personaggi – tutte sue.
Proprio quest’ultima iterazione ed in particolare la sua, per molti, dolorosa ed improvvisa scomparsa, sia a causa di inevitabili problemi alla base del progetto ma soprattutto per una mala gestione delle varie pellicole e del personaggio in esse, ha causato, all’annuncio di una ripartenza del DCU con nuova veste e con come capostipite proprio, ancora una volta, Superman, lo scoppio di un’incredibile polemica ed ondata di odio sul web che si è, inevitabilmente, riversato sulla pellicola e sui suoi creatori. Hashtag continui sul boicottamento del nuovo film, minacce di morte inviate direttamente alle menti dietro il nuovo progetto editoriale, fino alla recentissima – la notizia è di giusto un paio di giorni fa – rottura dell’embargo con l’uscita di recensione negative chiaramente faziose costruite appositamente per generare prima click sulle proprie testate e successivamente diminuire l’interesse verso il film. Il momento è però finalmente giunto: il progetto di James Gunn e Peter Safran è approdato in sala con Superman. Che il viaggio abbia inizio!
Dei e mostri
300 anni fa, comparirono sulla Terra i primi metaumani. 30 anni fa, un neonato arrivò da Krypton fino in Kansas. 3 anni fa, quel bambino, ora uomo, si mostrò in pubblico per la prima volta come Superman e incomincia a lavorare al Daily Planet di Metropolis sotto il nome di Clark Kent. 3 mesi fa, Clark ha iniziato una relazione con Lois Lane, giornalista del Planet alla quale rivela la sua identità segreta. 3 settimane fa, Superman ha fermato l’invasione del Jarhanpur da parte della Boravia, alleata degli Stati Uniti. 3 minuti fa, Superman è stato sconfitto per la prima volta.
Questo brevissimo wall of textdi Blade Runner-iana memoria – qui sopra leggermente parafrasato – ci introduce immediatamente ad un concetto fondamentale: qui non c’è bisogno di introduzioni. Che abbiate letto i fumetti, visto uno dei diversi adattamenti cinematografici/televisivi/videoludici o che siate anche solo normali abitanti del pianeta Terra con un minimo di contatto con la cultura pop, conoscete le origini dell’Uomo d’acciaio, sapete della sua adolescenza in Kansas e comprendete i suoi poteri e le sue debolezze (al di là degli immortali amanti dell’epica, ormai tutti abbiamo sostituito il proverbiale “tallone d’Achille” con la “kryptonite” nel nostro linguaggio comune!) e questo Gunn lo sa e di conseguenza la sua decisione di non perdere tempo e incominciare in medias res, per quanto ovviamente un minimo straniante nei primissimi momenti, si rivela perfetta per poter evitare lungaggini e ripetizioni.
La storia del film si dipana quindi poi in maniera complessa e contemporaneamente semplice: complessa perché si mette in scena un Superman rodato con diversi pesi sulle spalle ed annesse aspettative, articolato tra l’essere un (super)eroe e l’essere umano come tutti, impegnato in una missione di pace e giustizia in un mondo popolato di viltà, sotterfugi e guerre; semplice perché tutto quanto viene raccontato in maniera spigliata, senza troppi fronzoli o tempi morti, rendendo la visione chiara nei momenti giusti e leggera in ciò che deve esserlo.
Cinecomic d’autore
La mano di James Gunn (qui sia regista che sceneggiatore) si percepisce in ogni frame ed in ogni momento: lasciato da parte il trope degli underdog riuniti in uno scanzonato team – già suo marchio dai tempi de I guardiani della galassia ma poi continuato anche sia in The Suicide Squad che in Creature Commandos, tra l’altro vero e proprio inizio ufficiale del DCU – Gunn prende l’emblema del superuomo, il supereroe più facilmente accostabile al divino e lo rende pienamente umano, qualcuno che sbaglia nella sua imperfezione e nel suo continuo percorso di crescita ma che non rinuncia alla sua bontà d’animo ed al suo gigantesco amore per gli altri: non importano le tue origini, importano le tua azioni; e per quanto tu possa sbagliare e cadere, conta quante volte ti rialzerai (grazie, Alfred!). Così Superman, nella sua semi-decostruzione e nella sua continua (e soprattutto personale) messa in discussione rimanene, nonostante tutto, un modello a cui aspirare ed un simbolo di speranza ed il cui volto, fisico ed espressività di David Corenswet calzano a pennello, quasi come se quelle espressioni bonarie e speranzose, ma anche quelle più rabbiose e frustrate, fossero state pensate fin dai lontani anni ’30, dal primissimo numero di Action Comics, direttamente per lui.
Dall’altro lato della medaglia si trova poi un Lex Luthor – interpretato da un Nicholas Hoult che incasella l’ennesima interpretazione incredibile della sua carriera – perfetto, contraltare di tutto ciò che rappresenta Superman ma mai in maniera scontata o macchiettistica: le esagerazioni sono dosate, le espressioni sempre perfette, le battute iconiche sempre pronunciate nel momento giusto per permetterti di capire e comprendere le sue motivazioni ma senza mai scusarlo, perché Luthor è prima di tutto un villain che cercherà in ogni modo e con qualsiasi mezzo di uccidere Superman: ma non per giustizia, quanto per banale invidia.
Di contorno si trova una pletora (nemmeno così numerosa, a differenza di quanto sbandierato in precedenza sul web) di personaggi secondari che arricchiscono, non di poco, tutta la vicenda: innanzitutto ovviamente troviamo Lois Lane (un’ottima Rachel Borsnahan), protagonista di alcuni scambi con Clark/Supes estremamente degni di nota e di un paio di sequenza da (quasi) solista che danno lustro ad un personaggio che riesce a ritagliarsi uno spazio ben lontano dal mero “interesse amoroso del protagonista”; Mr. Terrific (Edi Gathegi) e Guy Gardner (Nathan Fillion) sono gli altri due metaumani più memorabili del film, il primo perché protagonista di una sequenza mozzafiato oltre ad altri momenti minori che lo vedono centrale nell’ultimo atto ed il secondo grazie ad una scrittura davvero sopraffina nel costruire un personaggio sfacciato, arrogante ed impertinente ma che è impossibile non amare, mentre è più difficile commentare Hawkgirl (Isabela Merced), poco presente e poco impattante, e Metamorpho (Anthony Carrigan), più per una introduzione tardiva che per presenza scenica, dato che nelle poche sequenze in cui compare funziona benissimo; ci sono poi i membri del Daily Planet, in cui spicca su tutti un simpaticissimo e perfettoJimmy Olsen (Skyler Gisondo) che brilla in un paio di momenti passando poi agli altri presenti, molto meno sfruttati ma comunque utili nei momenti giusti, ed i Kent, Jonathan (Pruitt Taylor Vince) e Martha (Neva Howell), che nelle risicatissime scene a loro dedicate incarnano perfettamente l’essenza dei loro personaggi e veicolano al meglio i giusti messaggi; rimangono infine le due femme luthoriane, Lady Teschmacher (Sara Sampaio) e The Engineer (María Gabriela de Faría), protagonista la prima di diversi momenti più leggeri ma istantaneamente iconici e la seconda di un paio di sequenze più movimentate di ottima fattura.
Urge infine spendere poche ma doverose parole sul comparto più tecnico: la regia di Gunn è, forse, al suo massimo splendore, perfettamente a suo agio sia nei momenti più calmi che in quelli più movimentati, tra inquadrature fisse che sembrano quadri e sequenze d’azione tra piani sequenza (veri e non) che sono una vera goduria per gli occhi, anche grazie ad una fotografia – curata dall’ormai storico compagno di viaggio di Gunn Henry Braham – splendida che permette di portare a schermo un fumetto in movimento, sempre colorato ed acceso e capace di regalare scorci epici. Fantastici poi i costumi e le scenografie, che trovano un incontro/scontro tra il retrò ed il moderno; ottima la CGI, che si mantiene salda su standard abbastanza elevati mostrando il fianco giusto in un paio di momenti più movimentati, mentre la colonna sonora fatica ad emergere, al di fuori dell’ottimo riarrangiamento del tema classico di Williams forse leggermente sovrautilizzato.
Conclusioni
Con Superman James Gunn firma, forse, il suo punto più alto di carriera, rivitalizzando un personaggio riportandolo ai fasti originari con una storia semplice ma ricca di tematiche importanti e spunti di riflessione profondi. Corenswet sembra nato per il ruolo, Hoult è un Luthor perfetto e tutti gli altri personaggi godono (ad esclusione di giusto un paio) del giusto tempo per brillare, soprattutto nell’ottica di un capitolo introduttivo di un universo condiviso.
Con un film che vola altissimo tra i papabili migliori film dell’anno, possiamo tranquillamente dire che il DCU di Gunn e Safran è partito con il piedi più giusto possibile e noi ne vogliamo vedere sempre di più!
Blumhouse è sinonimo di novità, di scommessa, di iconicità. Dieci anni fa, all’uscita di Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio o Le streghe di Salem, probabilmente questi commenti erano sulla bocca di tutti gli appassionati di horror che correvano in sala ad ogni nuova pellicola curiosi di scoprire il loro ipotetico nuovo horror preferito.
Ad oggi la situazione, purtroppo, non è più così rosea: la media dei film prodotti da Blum infatti spazia ormai tra il mediocre ed il fallimentare, con rari casi di pellicole che riescono a salvarsi. Proprio tra questi ultimi troviamo M3gan, pellicola del 2023 diretta Gerard Johnstone da un soggetto di James Wan e che ha incassato, a fronte di un budget di 12 milioni, ben 180 milioni di dollari: un enorme successo, soprattutto di pubblico, mentre la critica si è divisa tra chi riconosceva i pregi anche a fronte degli evidenti limiti e chi invece ha affossato completamente il tutto, criticando sia gli aspetti horror poco incisivi che la volontà di eccedere sul trash e l’assurdo.
Proprio questi ultimi sicuramente detesteranno la via intrapresa per il seguito, approdato in questi giorni in sala sempre per la regia di Johnstone ma che, dopo un primo capitolo ascrivibile al comedy-horror, decide di fare la James Cameron-ata, lasciando da parte l’horror in favore di un’azione molto più centrale e rendendo l’ormai iconica bambola non più villain ma vera e propria protagonista ed eroina – vi ricorda per caso qualcuno?
Cambio di genere, stesse tematiche
Dopo un’apertura – decisamente poco felice, ma sfortunatamente casuale – “da qualche parte sul confine irano-turco” che ci mostra in azione Amelia, un prototipo di androide realizzato dall’intelligence americana da utilizzare per missioni segrete, e ci presenta quindi la grande minaccia del film, la pellicola ci riporta da Gemma e Cady che, a due anni di distanza dagli eventi del primo capitolo, si ritrovano la prima a gestire pubblicamente le conseguenze della creazione di un robot assassino e la conseguente aggregazione con un gruppo di sensibilizzazione sui rischi dell’IA, soprattutto sui giovani, e la seconda a crescere nel rapporto con la zia e con i classici problemi da pre-adolescente. Tra la presentazioni di esoscheletri a milionari, operazioni segrete, drammi familiari e l’ombra di M3gan sempre presente, la narrazione presenta fin da subito un piglio decisamente meno realistico e più fumettoso, con aziende e personaggi presentati uno dietro l’altro a costruire una cosmogonia che premetta di ampliare quanto visto in precedenza. Nel fare ciò, fin da subito si abbandonano – come anticipato – le atmosfere più orrorifiche del precedente in favore di un mix di azione/spionaggio/heist movie sempre sopra le righe e che non si prende mai sul serio, permettendo di passare dall’infiltrazione ad una festa in pieno stile Soderbergh-iano, con tanto di preparazione del piano con brano pop in sottofondo, ad un inseguimento automobilistico che mescola Supercar a Fast & Furious.
Per i 120 minuti di durata – forse leggermente eccessivi ed asciugabili, soprattutto nell’ultima mezz’ora – le tematiche rimangono legate a doppio filo a quanto raccontato nel primo capitolo: se prima la riflessione era sul prestare attenzione all’utilizzo spropositato ed eccessivo dell’IA, soprattutto nell’ambito della sostituzione dei legami familiari con un dispositivo tecnologico, qui si verte maggiormente su una ipotetica “convivenza”, un utilizzo assennato della tecnologia per permettere di semplificare la vita e non di sostituirla completamente; al tempo stesso si riflette ancora sul concetto di famiglia, con lo stabilire i giusti legami anche con coloro che non condividono “il nostro stesso sangue” ma che sarebbero disposti a sacrificarsi per il nostro bene – Toretto, sei tu? Vale precisare che tutto ciò non è di certo presentato in maniera profonda né tantomeno fresca, quanto piuttosto con modalità abbastanza basilari e standard, ma non per questo da cestinare nella loro totalità. Rimane da dire che i personaggi, soprattutto umani, sembrano quasi involucri inseriti per necessità di accompagnamento alla vera protagonista del film – espediente che ricorda da vicino quanto visto con le ultime pellicole del MonsterVerse –, lasciando però un po’ di amaro in bocca e l’interrogativo sull’effettiva impossibilità di approfondirli oltre il livello più puramente di base.
The bitch is back, forse addirittura meglio di prima
A fronte del grande successo del primo capitolo, sembra quasi una scommessa assurda tralasciare l’elemento più “terreno” in favore di un racconto che punta tutto sull’eccesso: M3gan, dopo un primo momento di “confino”, viene upgradata così da essere più forte, più veloce ma soprattutto con una tuta alare; il villain sembra mimare l’IA Final Reckoningiana di recentissima memoria (senza tutta la profondità apocalittica, sia chiaro) con un piano di conquista del mondo da villain tra Marvel e DC; le guardie sono tutte armate di fucili futuristici e tute alla Halo; il mondo utilizza un sistema di collegamento tecnologico di luce ed internet quasi ctOS alla Watch Dogs. La sospensione dell’incredulità è a livelli massimi, ma qualora si sia disposti a entrare a patti con i vari elementi presentati, M3gan 2.0 presenta un’avventura leggera, capace di divertire il giusto e di strappare anche qualche risata (forse in)volontaria.
Ciò che eleva una sceneggiatura comunque abbastanza basilare e piena di forzature è senz’altro il comparto tecnico: il budget – alzato a 36 milioni – si manifesta nel cambio continuo di location, di costumi e nell’uso di una cgi massiccia ma mai fastidiosa, ma è soprattutto nell’incastro con una regia sempre chiara e pulita che la pellicola mostra il suo punto forte. Le sequenze di combattimento infatti, decisamente numerose, sono il fiore all’occhiello della produzione che, con coreografie decisamente funzionali, avvicinano il film a quell’action fisico e potente così in voga negli ultimi anni – ancora adesso in sala, ad esempio, con Ballerina – che riesce a creare un forte coinvolgimento con gli spettatori in continua ricerca di adrenalina.
Gradevolissime anche le innumerevoli citazioni, dalle più palesi alle più nascoste, con uno dei costumi di Amelia che riprende l’androide di Metropolis, la soundtrack di Supercar quando M3gan prende il possesso di una supercar completamente tecnologica, un covo degno della batcaverna di Batman e tantissimo altro.
Conclusioni
M3gan 2.0 è un film nato dall’enorme successo del precedente ma che decide di puntare su un cambio di rotta: in maniera simile al passaggio tra Terminator 1 e 2 – senza ovviamente la genialità cameroniana, sia ben chiaro – il film passa dall’horror-comedy all’action con elementi di spionaggio e heist movie ma senza dimenticare la commedia. La vera scommessa è però l’approdo sul trash totale, con sequenze che non si prendono minimamente sul serio e che cercano continuamente l’eccesso, quasi come se si volesse produrre un b-movie con un budget. Le idee carine ci sono, le tematiche di fondo sono interessanti e la realizzazione tecnica è davvero di ottima fattura, peccato per una sceneggiatura davvero basilare che non riesce mai a spiccare il volo e che finisce per arenarsi, forse, nel proverbiale “chi troppo vuole nulla stringe”.
Qualcosa però M3gan 2.0 lo stringe e propone un film leggero, forse leggermente troppo lungo ma che non si dimostra eccessivamente pesante ma che anzi diverte e riesce a coinvolgere, almeno nelle sequenze più movimentate. Questo secondo capitolo non è di certo il ritorno ai grandi fasti per la casa di Blum – ed anzi proprio distaccandosi dallo stilema più classico trova qualche forza in più – ma di certo si dimostra essere una gradita sorpresa. Che tra una settimana non ricorderemo forse più, ma comunque gradita.
Secondo alcuni studi, parlando sul web con una persona nata dopo il millennium bug c’è una probabilità su due che ti dica: “L’esorcista? Ah sì, l’ho visto. Ma non fa proprio paura, anzi, se devo essere onesto, mi ha pure un po’ annoiato”. Frase che costituirebbe un paletto nel petto per qualsiasi cinefilo – autore dell’articolo compreso – ma che trova un fondamento nella struttura alla base del film stesso: una narrazione lenta, che si prende i giusti tempi per imbastire un discorso ampio e ricco di sfaccettature, in cui i jumpscare sono praticamente inesistenti e che, per buona parte della sua durata, preferisce approfondire i singoli personaggi con le loro forze e paure, piuttosto che puntare sull’impatto visivo di scene forti, comunque presenti nell’atto conclusivo. Ecco, in questo L’esorcismo di Emma Schmidt – The Ritual, diretto da David Midell e con protagonisti Al Pacino e Dan Stevens, funziona esattamente al contrario.
Perché però partire subito con un confronto, notoriamente conosciuto come il “ladro della gioia”? Non solo perché, ad oggi, risulta praticamente impossibile parlare dell’argomento senza tirare in ballo il film di Friedkin, ma soprattutto perché la storia narrata da The Ritual è proprio quella “vera” che ha ispirato William Peter Blatty a scrivere il romanzo da cui sarebbe poi stato tratto il capostipite del genere.
Padre Theophilus (Al Pacino) in una delle – numerose – scene d’esorcismo
Vade (di nuovo) retro, Satana!
Dopo l’immancabile “ispirato ad una storia vera”, il film si apre in Iowa nel 1928 dove Padre Joseph Steiger (Dan Stevens), parroco della Chiesa di St. Joseph e nel bel mezzo di una personale crisi di fede, riceve la richiesta da parte della Curia di traferire all’interno dei locali della parrocchia la giovane Emma Scmidth (Abigail Cowen) per sottoporla ad un rito di esorcismo sotto l’egida di Padre Theophilus Reisinger (Al Pacino), frate cappuccino di origine tedesca ed esorcista navigato. Senza fare troppi giri, il film mette al centro del racconto i diversi riti eseguiti per liberare la ragazza, alternati da sporadici momenti in cui mostrare i dubbi di Padre Steiger o le spiegazioni di Padre Theophilus su come gestire un esorcismo.
Tutto questo si traduce in due aspetti narrativi contrapposti: i personaggi, a partire dai due preti passando per la giovane Emma fino alle suore del convento, fide compagne di avventura, presentano (quasi) tutti un approfondimento spirituale che permette di inquadrarne un accenno di personalità che rimane però purtroppo tale. Dimenticate un Padre Merrin con tutte le sue battaglie interiori di fede, un Padre Lankaster che ritorna per uno “scontro finale” con il maligno o una Chris MacNeil schiacciata tra la propria carriera lavorativa, l’essere una madre single ed il gestire la malattia della figlia (anche e soprattutto perché proprio la morte della madre, nella storia raccontata da Midell, funge da punto di partenza per la situazione di Emma). Abbracciate invece poche, ma buone, sequenze in cui Steiger mette in dubbi i metodi “selvaggi ed antiquati” di Reisinger ed alcuni dolci scambi tra Theophilus ed Emma al di fuori dei rituali.
Padre Steiger (Dan Stevens) e Sorella Rose (Ashley Greene) in un loro momento di condivisione
Non possiamo fermarci ora (nemmeno con la camera)
Nel suo volersi (probabilmente) distinguere dal capostipite del sottogenere e dagli altri numerosissimi film che vi appartengono, la scelta più lampante è quella di girare tutto il film con camera a mano, con continui movimenti di macchina, zoom in e out estremamente frequenti ed un costante tremolio dell’inquadratura che, ad oggi, porta inevitabilmente ad associare il tutto al mockumentary ma al quale, dopo le prime sequenze, ci si fa tranquillamente l’abitudine. Questa scelta, però, non si presenta come mero elemento stilistico, ma funge certamente come veicolo proprio di quel voler essere “diverso”: riconnettendoci al discorso di poco sopra, non c’è tempo per le riflessioni ed i momenti più lenti, bensì si corre tra un inquadratura e la successiva e tra un elemento a schermo e l’altro in un turbine che, se per i più avvezzi può divenire veicolo del “già visto”, farà senz’altro la felicità di quel pubblico che predilige la spettacolarità e la dinamicità delle vicende.
Ad arricchire il pacchetto si presentano dei buoni costumi, una gestione delle location che nasconde ottimamente la distanza temporale, ma soprattutto un buonissimo make up sulla giovane Abigail Cowen che le permette, nelle varie fasi dell’esorcismo, di presenziare in maniera davvero forte ed impattante davanti alla camera grazie anche all’aiuto di un ottimo utilizzo del sonoro che permette di vivere il brivido degli arti che si piegano o il disgusto dei conati di vomito. Dulcis in fundo come non parlare del cast, capitanato da un Dan Stevens – ormai horror icon tra L’apostolo, The Rental, Abigail e Cuckoo– convincente ed un Al Pacino – che ritorna all’horror dopo il suo iconico ruolo ne L’avvocato del Diavolo nel 1997 – perfettamente calato in parte, mai troppo macchiettistico ma nemmeno spento o “presente solo per la paga”, ma il cui fiore all’occhiello è senz’altro rappresentato dalla giovanissima Abigail Cowen che si lancia in un’interpretazione, per quanto stereotipata da sceneggiatura, davvero buona, soprattutto nei momenti più calmi e con un particolare uso degli occhi. Interessante il (breve) ruolo di Patrick Fabian, qui come Vescovo Edwards, convinto sostenitore dell’esorcismo, ed a cui fa da contraltare il suo ruolo più noto tra i fan dell’horror come protagonista di The Last Exorcism in cui, in maniera completamente opposta, smontava completamente (o quasi) l’atto stesso.
Conclusioni
L’esorcismo di Emma Schmidt – The Ritual è un horror che racconta una storia conosciuta (letteralmente, dato che è proprio la stessa che ha ispirato L’esorcista) e che cerca perciò di differenziarsi soprattutto attraverso l’asciugatura estrema di tutti gli elementi esterni al rito stesso ed una regia esclusivamente con camera a mano, con movimenti continui, zoom e tremolii costanti.
La storia raccontata, come detto, non è nulla di nuovo ed anche nei momenti salienti i cliché si susseguono: è il mix di tutti questi elementi però, a cui si aggiungono un ottimo comparto sonoro ed un cast perfettamente in ruolo, a costruire una pellicola che, nel bene o nel male, questa volta per davvero non è il solito film sugli esorcismi. Scontenterà molti, soprattutto tra i puristi del genere o i fan del grande capostipite del sottogenere, ma sicuramente altrettanti, soprattutto tra gli spettatori più casual o chi cerca qualcosa che non sia un’esatto “copia e incolla” del già visto, lo apprezzeranno proprio per queste caratteristiche.
Lunedì 14 aprile, al Cinema Chaplin situato in Piazza di Porta Saragozza a Bologna, si è svolta la prima edizione di Sguardi Brevi –short movie contest, concorso ideato ed organizzato dall’Associazione Culturale Blue Soap e dedicato ai cortometraggi indipendenti.
Blue Soap Production: chi sono?
Nel 2024, in un panorama in cui spiccare il volo e riuscire ad inserirsi nell’ambiente cinematografico sembra farsi sempre più duro, Cristiano Canevazzi, Zaccaria Agrebi e Mara Francesca Lucia danno vita, mentre lavorano alla sceneggiatura del loro primo cortometraggio Ti amo, all’Associazione Culturale Blue Soap – il cui nome, come tutte le cose migliori, è nato un po’ per caso “mentre giravamo per i viali a registrare l’audio per il traffico per il nostro progetto”, ci ha confidato direttamente Cristiano, “mia madre, che ci venne a prendere in macchina si girò e disse: Com’è che vi chiamate voi, Saponetta Blu Production? E da lì abbiamo deciso di tenere il nome”.
“Non hanno ancora trovato il logo che gli piace, manca ancora la vera icona” ci ha detto Mara aggiungendo inoltre poco dopo come “c’è un facile sostegno da parte di partner esterni […] piuttosto che un interessamento diretto da parte dei ragazzi, dovendo costruire un rapporto stretto e di fiducia, quasi come di amicizia, prima che decidessero di associarsi in prima persona”, ma nonostante ciò nulla li ha fermati dal rendere concreta quell’idea di proporre una realtà che si ponga, direttamente dallo statuto dell’Associazione, “come punto di riferimento per gli aspiranti cineasti [e] offrire supporto concreto e visibilità a progetti cinematografici originali, puntando sulla condivisione di competenze, la crescita collettiva e la creazione di una rete solidale”.
Da sinistra: i tre fondatori di Blue Soap Cristiano Canevazzi, Zaccaria Agrebi e Mara Francesca Lucia
“Vogliamo creare un ambiente lavorativo, soprattutto sui set, in cui si lavora per passione” ha aggiunto poi Zaccaria “perché quel progetto ti piace e sai che tu metti tutto quello che hai maturato nella tua esperienza proprio come fanno tutte le altre persone e tutto questo si riunisce in un unico progetto che è un sunto di questa forma mentis”. Quale miglior modo per presentare a quante più persone possibili questo progetto se non una serata dedicata proprio a quei giovani che cercano di fare le prime esperienze nel settore?
“E’ partito tutto da una cosa molto più piccola, più underground, poi, quasi paradossalmente, problema dopo problema il tutto si è ingrandito arrivando fino al Cinema Chaplin con i suoi centoventicinque posti”: collaborando tra loro, trovando il proprio spazio anche attraverso notti insonni tra e-mail da inviare, numerose chiamate e problemi tecnici, il tutto è divenuto piano piano realtà. “È stato quasi una fortuna avere quegli scogli, perché risolvendo i problemi più piccoli arrivavamo pronti a quello più grande, che a sua volta, quando veniva risolto, ci ha preparato ad affrontare quelli successivi”.
Superando le varie avversità avvenute “dietro le quinte”, aiutati dal sostegno di Wi.Me Srl e Cantina Montelliana per i cadeaux offerti al pubblico, Undervilla per il supporto tecnico e Eliobiemme per il materiale cartaceo ed infine, ma di certo non per importanza, ADCOM Srl che ha giocato un ruolo fondamentale nella fornitura dei premi del Pubblico e della Giuria in noleggio attrezzatura, l’elemento centrale dell’evento era di riuscire a porre sotto i riflettori i giusti protagonisti: seguendo la linea comune alla base dell’associazione – o fil rouge, come qualcuno potrebbe definirlo – i tre organizzatori dell’evento hanno eseguito una cernita tra i numerosi progetti inviati nel mese di apertura del bando arrivando ad ammetterne alla partecipazione sei (accettandone quindi addirittura uno in più perché “impossibile rinunciare ad anche solo uno del gruppo finale”): 03:47 di Ester Tessuti, Agape di Alessio Petrillo, L’apprendissage di Celeste Zanzi, Segaiolodi Lorenzo Mazza, La buona condotta di Francesco Gheghi e Io sono migliore di Jimmi Rodolfi.
Nicholas Ruffilli di ADCOM sul palco assieme ai rappresentanti dei due corti vincitori
L’evento è stato senza dubbio un successo: la sala, completamente sold out, era gremita di persone ed i corti presentati hanno messo in mostra non solo nuovi talenti ma hanno anche permesso un lungo ed interessante scambio tra pubblico ed autori. Ma la sorpresa senza dubbio più sorprendente è arrivata al momento della premiazione: dopo la prima votazione in cui il pubblico ha decretato 03:47 come vincitore del Premio del Pubblico, ADCOM è salita sul palco e, dopo aver tessuto le lodi di tutte le opere mostrate, ha spiazzato tutti i presenti – organizzatori compresi – decidendo di assegnare due Premi della Giuria permettendo così sia a La buona condotta che a 03:47 di portarsi a casa €1500 di noleggio attrezzature!
“ADCOM è un’azienda che lavora nel settore da trentacinque anni” come ci ha comunicato Nicholas Ruffilli che lavora già da parecchi anni in ADCOM e che era presente all’evento per assegnare i premi “e che punta molto sulla formazione dei giovani, elemento che infatti ci contraddistingue anche nell’età dei lavoratori che compongono il team stesso dell’azienda. Ci teniamo quindi a sostenere iniziative come queste perché, soprattutto a livello culturale, sono quello che noi riteniamo essere fondamentale per la crescita del cinema e la passione verso di essi; perché è un ambiente che sta diventando sempre più soltanto business, come fatto presente anche da uno dei presenti in sala di come, con poche conoscenze, fai poca strada ed il nostro obiettivo è proprio quello di contrastare, per quanto possibile, questa tendenza.”
Noi di Frames Cinema, oltre ad aver partecipato all’evento visionando i cortometraggi sul grande schermo, abbiamo avuto l’opportunità di scambiare alcune parole con la maggior parte dei registi presenti!
Ester Tessuti – 03:47
Uno squillo di telefono sconvolge una cena di Natale in famiglia, rivelandosi cruciale.
Originaria della Sardegna, ha iniziato come molti della sua generazione ad approcciarsi al mondo del cinema e ad appassionarsi attraverso YouTube; successivamente ha avuto la possibilità di partecipare ad un corso di video production durante un semestre a Vancouver in Canada, che l’ha avvicinata così agli aspetti più produttivi dell’ambiente a cui sarebbe poi tornata, dopo il diploma al liceo classico, iscrivendosi alla RUFA, Rome University of Fine Arts, laureandosi nel percorso cinema e dove, durante il secondo anno, ha realizzato proprio il cortometraggio presentato in concorso.
Nonostante sia un progetto iniziale di carriera, 03:47, essendo un progetto universitario, esula dalle logiche dell’autoproduzione tipica di questi casi. Com’è stata questa esperienza di lavoro in team?
Di certo l’università in questo aiuta molto, perché la classe diventa poi la tua troupe con ognuno i propri ruoli, direttore della fotografia, fonico, operatore di macchina, microfonista, quindi diventi agevolato nel non dover andare a cercare in ambienti esterni personalità varie per i ruoli e soprattutto limitare così i vari costi ed in questo l’università svolge ancora un ruolo importante nel fornire anche tutta l’attrezzatura. Rimangono comunque molto difficoltà, soprattutto perché l’università ti offre l’attrezzatura ed un forte background teorico e poi ti “getta sul set”, che è anche giusto, secondo me, perché affronti così tutte le varie problematiche da solo ma al tempo stesso con il supporto dei tuoi colleghi. Rimangono comunque dei costi da sopperire e che necessitano di mettere mano al proprio portafoglio per le location o le necessità varie che si presentano, anche se un ulteriore risparmio arriva proprio sul fronte degli attori che, essendo alle loro prime esperienze, diventa uno scambio: io faccio il corto e tu hai l’opportunità di metterti alla prova.
Proprio riguardo agli attori, venivano tutti da ambienti esterni o c’era qualcuno trovato all’interno dell’università?
Gli attori sono tutti da fuori, soprattutto perché alla RUFA non è presente un vero indirizzo di recitazione ma soltanto un corso di direzione degli attori pensato soprattutto per noi aspiranti registi. Ho quindi semplicemente messo gli annunci sui vari siti, con l’aiuto dell’università di mettere a disposizione l’aula e la camera per i provini. Ho potuto poi, sempre in università, avere degli spazi a disposizione per diverse prove prima delle riprese effettive.
A livello di tempistiche, quanto tempo ha impiegato il progetto?
All’incirca un paio di mesi di pre-produzione, mentre dalla produzione alla post abbiamo impiegato intorno ai sei mesi. Essendo il cortometraggio realizzato per un esame, abbiamo avuto la fortuna di poter lavorare anche durante le ore dei lezione, con l’aiuto anche del professore, però inevitabilmente all’incirca un anno c’è voluto.
Essendo tu regista, sceneggiatrice ed anche produttrice hai avuto la possibilità di mettere mano a molteplici fasi del progetto. C’è stata qualche momento di difficoltà in cui hai dovuto combattere per ottenere ciò che avevi in mente?
Sicuramente qualcosa per cui ho incontrato numerose difficoltà è stata la location, soprattutto per riuscire a trovare quella giusta senza passare per location apposta per girare in quanto non sarebbe stato possibile da sostenere a livello monetario; ho fatto quindi un po’ la location manager girando tra Booking, Airbnb e siti vari, facendo chiamate su chiamate per riuscire ad ottenere una location ottimale. Altra grande difficoltà è stata senz’altro la scena dell’incidente, per cui ho dovuto contattare direttamente uno sfasciacarrozze ed è stato tutt’altro che semplice.
Per il resto essendo un aspirante regista, per quanto tu abbia la troupe che ti copre le spalle, devi comunque arrivare sempre dappertutto, anche perché essendo tu regista magari hai un’ottica realizzativa del progetto che alcuni della troupe condividono a tuo modo ed altri meno, non trattandosi ovviamente di una troupe pagata ma pur sempre di un progetto universitario.
Quindi possiamo dire che sei riuscita a dare la tua visione al progetto senza nessun intervento esterno.
Nel caso di 03:47 si trattava di un progetto che avevo molto a cuore nel voler trasmettere la paura della morte e l’angoscia di questa tematica, quindi sono riuscita a proporre quanto volevo. Già magari con altri progetti successivi, sempre universitari, il professore è intervenuto in fase di sceneggiatura modificando alcuni elementi e portandoti a scrittura ultimata con qualcosa di molto diverso, ma penso di poter dire che non è stato questo il caso. Mi sento molto fiera di 03:47 e penso di aver inserito tutto ciò che volevo.
Ottimo, questa è sempre una cosa bella. Sempre riguardo al cortometraggio, nei titoli di coda ho notato come la protagonista non abbia il nome dell’attrice, elemento di solito comune nelle piccole produzioni, ma si chiami invece Beatrice: c’è un motivo particolare dietro a questa scelta?
In realtà no, è semplicemente un nome che mi piaceva. Unico caso in cui succede è quello della sorella che condivide il nome Eleonora con l’attrice, ma è stato del tutto dettato dal caso.
Hai avuto invece qualche ispirazione da parte di registi che apprezzi particolarmente o di film, serie tv o romanzi che ti hanno segnata in fasi della tua vita e che hai voluto poi inserire proprio in 03:47?
Sicuramente ci sono state diverse ispirazioni inconsce, ma in particolare un regista che mi piace molto e a cui aspiro è Darren Aronofsky, ad esempio con Il cigno nero in cui sovrappone finzione e realtà ed è un concetto ed un tema che apprezzo molto e che sicuramente continuerò a trattare.
Per quanto riguarda invece il futuro hai qualche progetto a cui stai lavorando?
Sì, adesso sto portando a termine il montaggio di 2080, un cortometraggio girato sempre con la RUFA e che racconta la storia di un influencer anziana in un futuro prossimo che vive rinchiusa nella sua casa assieme ad un sistema domotico che le parla di commenti, like e la aggiorna in continuazione sulle sue notifiche. Poi sto finendo anche un docu-film, intitolato La lepre, ed è una storia biografica ispirata ad una vicenda accaduta a mia nonna da giovane, ambientata quindi in Sardegna e che presenta anche alcune interviste di persone del mio paese ed anche in questo caso si parla sempre di paura della morte.
Una coppia di giovani fidanzati affronta una forte crisi scatenata dalla gelosia.
Originario di Rimini, è arrivato in terra bolognese prima con una prima laurea in giurisprudenza ed ora con una in cinema al DAMS, ha avuto la possibilità di un piccolo sneak peek nel mondo dello spettacolo lavorando alla sceneggiatura per un documentario sportivo. Il vero approdo nel mondo del cinema è però avvenuto con la scrittura di un soggetto per un cortometraggio e la fortuna di aver trovato il supporto di una casa di produzione formata da personalità molto giovani che gli hanno permesso di rendere Agape realtà.
L’idea per Agape è stata qualcosa di immediata o è qualcosa che ti sei portato dentro per diversi anni?
In realtà la stesura dell’idea è stata molto veloce, tempo un paio di mesi ed era già stato messo tutto per iscritto. È stata invece poi la produzione in sé che ha poi richiesto molto più tempo: essendo io alle prime armi e sprovvisto di esperienze passate o curriculum mi sono adattato alle necessità ed alle richieste della produzione che aveva comunque messo a disposizione una parte del budget, ottenendo invece il resto tramite un crowdfunding e, mettere poi insieme tutto, ha inevitabilmente necessitato di tanto tempo.
Vedere un supporto da parte di una casa di produzione verso un’opera prima è senza dubbio sempre bello da vedere. Addentrandoci maggiormente nel corto ti voglio chiedere: il titolo Agape proviene da un tuo background di studi o ci sono altre motivazioni dietro?
Il titolo spassionatamente proviene dal nome di una canzone che però poi non ha avuto nessun altro legame artistico con la creazione del cortometraggio. Ho infatti principalmente attinto dal significato della parola stessa che richiama il concetto, principalmente in termini religiosi, di “amore puro”, un amore spassionato e disinteressato che è il fulcro del cortometraggio; all’interno del cortometraggio questo viene letto dal protagonista come obiettivo da raggiungere, fallendo poi nel progredire in una direzione completamente opposta.
Sul finale del progetto avviene un ribaltamento completo di prospettiva, sia narrativo e tematico sia di messa in scena. Nel processo creativo hai stabilito un significato preciso alle vicende o hai preferito lasciare allo spettatore la libertà di interpretazione?
Diciamo che io ho un significato, che spero poi possa passare a livello generale, che punta al mettere sotto i riflettori una gelosia delirante del protagonista che si crea delle proiezioni di dubbi e tradimenti dentro la sua testa e che in realtà non esistono ed una successiva presa di posizione da parte della ragazza protagonista, costruendo quindi un messaggio senza eccessive pretese di accorgersi anche di piccoli atteggiamenti che, purtroppo, nei fatti di cronaca sentiamo spesso e che si rivelano spesso essere fatali.
Al tempo stesso mi piace pensare che la visione si presti ad altre alternative e che non giri tutto attorno ad una visione univoca, però spero che comunque il messaggio di fondo riesca ad arrivare.
Proprio nella costruzione dei temi e delle vicende gioca un ruolo fondamentale il montaggio: è un aspetto di cui ti sei occupato personalmente?
Facendo un giro largo per risponderti, ci tengo a parlare un attimo delle maestranze che ho avuto l’opportunità di dirigere e che, nonostante fossi io a impartire loro i comandi per le scene, mi piace considerare al tempo stesso come degli insegnanti che, durante il lungo periodo di produzione, mi hanno insegnato e trasmesso molto. Mi collego con questo discorso al montaggio che è stato affidato a Luigiantonio Perri e che mi ha permesso, con il suo lavoro, di ammirare come non sia soltanto una questione di unire le riprese ma come, in accordo alla mia visione come regista, anche solo mescolando un solo elemento si creava un mosaico completamente diverso. Per le varie scene lui mi presentava alcune proposte e confrontandoci con quanto presente nello script abbiamo avuto un dialogo continuo che, ripeto, mi ha trasmesso ed insegnato molto.
Parlavi giusto ora degli attori: il processo di casting è passato interamente attraverso la casa di produzione?
Nicolò Gorza [che interpreta il protagonista, n.d.r.] in realtà già lo conoscevo perché ha studiato recitazione nella mia zona e l’avevo perciò già individuato come volto; la ragazza invece, Anna Haholkina, è passata invece attraverso dei casting nei quali mi propose tre versioni differenti del personaggio e convincendomi così appieno. Vedere loro due recitare per me è stata un’esperienza davvero importante perché mi ha insegnato molto, soprattutto perché hanno due modi estremamente diversi di recitare: Anna molto più immedesimata nel sentimento del suo personaggio, mentre Nicolò si è presentato molto recettivo ad interiorizzare i vari suggerimenti da parte mia unendoli per creare una sua idea del personaggio. Ammetto che tutto ciò è stato davvero molto bello.
I tempi di riprese immagino siano stati molto brevi?
Assolutamente sì, abbiamo girato tutto in un’unica giornata. È stata molto lunga ma siamo arrivati preparati, con una grande consapevolezza dei tempi da rispettare; magari uno script del genere normalmente verrebbe diviso in più giornate, ma questo è quello che potevamo permetterci e l’abbiamo sfruttato appieno. Essendo però stata la mia prima esperienza ammetto di essere molto fiero del risultato e di come siamo riusciti a gestire il tutto senza problematiche invalidanti.
Proprio sulle problematiche, c’è stato qualche momento in cui avete dovuto arginare un problema la cui soluzione, alla fine di tutto, ti ha reso comunque fiero anche forse più del risultato inizialmente sperato?
Sì, inizialmente l’idea ad esempio della fotografia del film era di presentare un microcosmo opposto a quello del protagonista, quindi una giornata estiva, soleggiata e rilassante opposta alla sua visione cupa e opprimente; in realtà da diverse settimane il meteo sembrava sfavorevole a ciò, portandomi perciò a lavorare con una fotografia che descrivesse a tutti gli effetti quel mondo interiore così cupo. Un problema quindi relativo ed il cui risultato sono stato contentissimo, già più difficile è stata la gestione della pioggia prevista per quella giornata: la mattina la forte pioggia l’abbiamo evitata girando la sequenza in interno, mentre al pomeriggio, dove era necessaria la pioggia proprio da script, smise obbligandoci così a doverci adoperare per creare una pioggia finta, ottenuta con delle persone in piedi su una scala ed un paio di gomme. Se quindi siamo comunque riusciti a risolvere, il problema è stato dover utilizzare alcuni membri della troupe che, di conseguenza, hanno impiegato tutto il pomeriggio per questo “ruolo”.
Rimanendo tra il layer artistico e quello produttivo, la scelta dell’aspect ratio è stata maggiormente legata alle strumentazioni a disposizione oppure ad una precisa scelta stilistica pensata già in origine?
La ratio è stata completamente una mia scelta che, vagamente, mi riporta un po’ alla mente il cinema di una volta e ad alcuni film, di cui ammetto non essere certo se la ratio combaci, di [Luis] Buñuel ad esempio. Diciamo che mi piacevano molto quel tipo di inquadrature con quelle dimensioni ed essendo che, qui lo dico più come cinefilo che come regista, mi guardo molti film che giocano con il mondo interiore e l’immaginazione, mi sono proprio innamorato.
Questa scelta ti ha portato qualche difficoltà nella gestione delle inquadrature o in maniera opposta ti ha facilitato?
In realtà è stata più che altro una facilitazione perché era stato pensato come gusto ma, riducendo la larghezza dell’inquadratura, abbiamo potuto lavorare su scenografie più ridotte, riuscendo a ridurre i costi, soprattutto nei tempi, mantenendo comunque un alto livello di attenzione.
Riguardo al tuo futuro, invece, hai già in mente qualche progetto?
In realtà ne ho due, entrambi cortometraggi: uno che prevede un budget più corposo rispetto ad Agape che spero di girare tra Rimini e San Marino e che si imposta più a lungo termine, cercando così anche di “alzare un po’ l’asticella”; l’altro invece è molto più veloce e sempre da girare in giornata e che gireremo proprio in questi giorni per cui, in queste ore, stiamo cercando di incastrare tutto il necessario.
Celeste Zanzi – L’apprendissage
Un ritratto intimo e surreale di una giovane donna che attende il proprio destino.
Celeste fa parte di Amuse-Bouche, un collettivo situato a Padova composto da persone dal background eterogeneo tra chi viene da studi di cinema e chi invece di sociologia o arte e che vengono da un ambiente internazionale. L’obiettivo del collettivo è quello di produrre dei “cine-esperimenti” che vedono Celeste in chiave di regista e sceneggiatrice.
Voi membri del collettivo, come vi siete conosciuti?
Io sono di Ravenna, altri invece spaziano da Mosca a Treviso; ci siamo però conosciuti tutti a Padova, principalmente tramite l’università e poi tramite conoscenze personali e lavoro.
Il tuo background da regista e sceneggiatrice è completamente da autodidatta oppure se passata attraverso accademie o università?
Ho frequentato la magistrale al DAMS di Padova nell’indirizzo “Scienze dello spettacolo e produzione multimediale”. La mia prima introduzione di studio del cinema è stata alla triennale di Lettere Moderne attraverso un corso tenuto dal DAMS di Bologna da cui questa mia passione si è diciamo sistematizzata nel comprendere appieno i miei gusti, anche se ovviamente l’amore per il cinema c’è sempre stato fin da quand’ero ragazzina e mi divertivo, più che a recuperare grandi classici, a scovare qualche perla nascosta. Poi ovviamente ho incominciato a guardare i mostri sacri che, per quanto possano anche essere dei mattoni, ti possono però senz’altro essere d’aiuto nel momento in cui il cinema diventa una lente attraverso cui leggere o interpretare la realtà.
Parlando di lenti per leggere la realtà, c’è stato qualcosa che hai visto o letto che ti ha ispirato proprio per la lavorazione a L’apprendissage?
Non sono molto quella persona che, parlando di film, ti va a citare la filosofia o il pensiero particolare di qualche regista o autore, però una lettura che ho apprezzato moltissimo è stato il pensiero sul détournemont e la post-production, passando quindi un po’ per Baudrillard e simili che, poi, si è riflesso ne L’apprendissage soprattutto nel ruolo e nell’uso della musica.
Proprio sulle musiche, ed allargo il discorso anche ai materiali d’archivio, avete valutato cosa inserire tra quanto a disposizione oppure siete partiti subito con le vostre idee senza porvi limiti particolari?
Prima come sceneggiatrice e poi come regista non mi sono posta il problema di cosa potevamo utilizzare quanto piuttosto di cosa si inseriva bene nella storia. Proprio mentre pensavo alla sceneggiatura stavo ultimando la mia tesi magistrale sul “cinema militante femminista italiano degli anni ‘70” e quindi, sia ne L’apprendissage che nel progetto precedente, sono presenti scene da film di quel periodo che si legavano a doppio filo a quanto volevamo mostrare nel nostro progetto. Un esempio è il tema dell’aborto che è stato inserito sia in Demons [primo progetto di Amouse-Bouche sempre scritto e diretto da Celeste, n.d.r.] sia in questo, tanto che possiamo vederne L’apprendissage come un “sequel tematico” in cui ritorna, ad esempio, la scena in cui la ragazza gratta sul muro e che per me ha rappresentato una sfida nell’inserirla in un contesto diverso dove però trova comunque il suo posto.
Ci sono però senz’altro delle ispirazioni a quel clima da primo MTV come visto nello show [Hi Octane] della Coppola e della Cassavetes, quindi nel passaggio generazionale tra padri e figlie; si trattava quindi di costruire poi una storia cercando di non seguire per forza i criteri di linearità di stampo più classico. Non siamo di certo le prime a tentare qualcosa di questo tipo, però essendo una produzione piccola da un lato ha limitato sul fattore monetario ma dall’altro ci ha concesso grande libertà.
A livello di colore, il film è molto rosa. C’è una motivazione particolare dietro questa scelta?
Sì. Innanzitutto nel personaggio, con l’idea di creare un mix tra Relazioni pericolose ed una Mademoiselle ancora piccola, che sarebbe vissuto in quei primi anni 2000 che erano pienamente caratterizzati da questa scelta di colori. Mi piace anche vederci una riappropriazione femminile del colore rosa che per molte donne, soprattutto della mia età, è arrivata in un’età adulta dopo il classico periodo adolescenziale in cui devi dimostrare di essere diversa tra il nero come colore preferito e lo zero come numero del cuore. Penso invece che il rosa sia invece un bellissimo colore e ci piaceva proprio l’idea di giocare quindi un po’ con i codici grafici anche nell’idea di passaggio generazionale interno alla casa, dato che l’ambientazione casalinga è poi condivisa anche tra i due progetti.
Anche attraverso i materiali promozionali, realizzati in collaborazione con una grafica di nostra conoscenza, ci piaceva mimare le riviste dei primi 2000 con una it girl che però al tempo stesso manifesta un atteggiamento opposto all’icona.
Nella vostra autoproduzione ci sono state delle sfide particolari che siete però felicemente riuscite a superare?
Tantissime, soprattutto perché essendo appunto un’autoproduzione ti ritrovi a fare tutto in pochissime persone. Un esempio di problematica che mi viene in mente è legata alla scena in cui la protagonista guarda Six Feet Under alla televisione: l’idea originale era infatti di mostrare un altro programma il cui dvd però, al momento delle riprese, non funzionava ed abbiamo quindi ripiegato su Six Feet Under che avevamo portato come backup.
Ovviamente rimane tutto sempre molto complesso nel riuscire a gestire i problemi con il budget a disposizione, ma finora grazie alla solidarietà ed alla divisione coscienziosa dei ruoli siamo riusciti a trovare un bilanciamento mantenendo comunque uno spazio sempre ampio per la sperimentazione o l’improvvisazione.
Per quanto riguarda invece il futuro del collettivo puoi dirci qualcosa?
Certo. La chiusura della trilogia di cortometraggi è a buon punto, dato che siamo già in fase di montaggio. Concluso il progetto, essendo un’autoproduzione, siamo costretti a fermarci per riuscire a racimolare i soldi necessari per i vari progetti. Le idee comunque sono tante, quindi vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Andrea, ventenne in crisi, si rifugia nella propria stanza finché non sarà costretto a confrontarsi con il mondo esterno.
Dopo il diploma al liceo classico, ha frequentato un corso di comunicazione con il quale si è addentrato nel mondo del videomaking per poi proseguire il suo percorso di studi alla Rosencrantz & Guildenstern a Bologna all’interno della quale ha svolto tutte le vasi produttive del suo cortometraggio.
Puoi descriverci il tuo corto in tre parole?
Grottesco, irriverente e ironico.
Già queste parole si rispecchiano perfettamente nel titolo del cortometraggio. Hai avuto qualche momento in cui hai pensato che come titolo potesse non essere giusto o sei sempre stato convinto al 100%?
Il titolo mi è venuto di getto mentre scrivevo il soggetto e lo presentai così all’interno della scuola. Nei momenti successivi ammetto che qualche dubbio lo avevo e volevo virare verso qualcosa come “peccato di gola”, ma mi sembravano poi tutti eccessivamente pretenziosi soprattutto rispetto al mood del progetto, quindi poi da titolo di lavorazione è divenuto il titolo ufficiale del progetto.
Riguardo all’idea, hai preso ispirazione da qualcosa o è venuto tutto di getto?
Diciamo che le tematiche del corto me le porto dietro da diverso tempo. Non si trattavano di veri e proprio cortometraggi quanto piuttosto di idee ma, ad esempio, proprio alla selezione per entrare nella scuola portai uno spunto simile che mescolasse tematiche profonde con un tono più irriverente. Quando poi ci fu l’occasione per lavorare su un progetto, inizialmente ebbi un po’ di timore soprattutto nel portare un prodotto sulla masturbazione davanti a persone con cui non avevo ancora molta confidenza, ma più ci lavoravo più la tematica sembrava perfetta per il messaggio perciò feci questa scelta definitiva.
Sul lato più produttivo, invece, la scelta del cast e della troupe è avvenuta tutta attraverso la scuola?
La troupe è stata tutta composta in ambito accademico soprattutto per un funzionamento interno alla scuola, con uno scambio continuo di ruoli tra i vari progetti così da aiutarsi a vicenda; invece, ad eccezione di Eugenia [interprete della titolare] che aveva frequentato un corso di recitazione della scuola, il cast è arrivato tutto per vie traverse, il protagonista l’ho trovato cercando tra le scuole di teatro oppure con i casting su Facebook.
Visto il ruolo molto particolare, individuare il protagonista è stato un processo veloce o ha richiesto molto tempo?
Io personalmente mi approcciai con i piedi di piombo, proprio per le tematiche che rappresentava ma soprattutto per le sue azioni davanti alla camera; paradossalmente però Giulio [Mazza] fu il primo che incontrai e mi mise completamente a mio agio, dicendomi subito quanto gli piacesse l’idea e che si dimostrò completamente coinvolta e piena di entusiasmo. Senza dubbio questo suo atteggiamento mi caricò molto sia per cercare gli altri attori che per le fasi successive delle riprese. Aggiungiamoci poi che ci chiamavamo entrambi Mazza di cognome, elemento che non potevo assolutamente ignorare!
Le attrezzature che avete utilizzato vi sono state fornite interamente dalla scuola?
Sì, esclusivamente.
Ti sei quindi dovuto adattare molto a quanto fornito oppure avevi delle idee particolari in questo ambito che sei riuscito a concretizzare
Diciamo che mi sono fortemente basato sull’educazione ricevuto all’interno del percorso scolastico e, avendo anche potuto provare durante alcune esercitazioni queste strumentazioni, ho preferito limitarmi a quelle. Unica eccezione è stato l’utilizzo di uno stabilizzatore, che solitamente non utilizziamo all’interno della scuola, e che ho voluto usare comunque in una scena che poi è stata rigirata proprio perché, vista la poca dimestichezza, non siamo riusciti a ottenere un risultato che ci piaceva. Alla fine quindi un paio di mesi dopo l’abbiamo rigirata utilizzando un carrello, ripensando però proprio da zero l’intera sequenza per adattarsi alla strumentazione diversa.
In maniera simile, ci sono state delle problematiche che inavvertitamente hanno prodotto un effetto inaspettatamente piacevole?
Diciamo che non mi ha fatto impazzire di gioia, però nell’allestimento della sua camera da letto durante i sopralluoghi non mi resi conto che i muri avevano la carta da parati, perciò quando cercammo di allestirla non si attaccava nulla. Alla fine abbiamo quindi appeso solo due giornali, rovinando anche la carta da parati, creando però così un mood forse più disordinato che, nonostante non fosse intenzionale, comunque gioca la sua parte.
Per le location che avete utilizzato siete passati attraverso vostre conoscenze oppure ci sono stati casi più “seri”?
Le case utilizzate erano tutte di amici miei o dei compagni di scuola. Già più problematico è stato gestire il ristorante, dato che presentare questo progetto a persone che non si conoscono non è un processo così immediato, tanto che cercai di raccontarlo nella maniera più “presentabile” possibile con la titolare che quindi, durante le riprese, rimase più che confusa da come le cose stavano procedendo costringendo il mio insegnante a intervenire per riuscire a calmare le acque. In maniera simile ma diversa fu un problema anche la galera sul finale, perché l’abbiamo dovuta ricreare noi in un luogo vicino ad altre location per facilitare poi gli spostamenti: alla fine abbiamo utilizzato un garage vuoto di un mio amico che abbiamo decorato un po’ artigianalmente, si vede senz’altro che non è una vera prigione ma siamo stati comunque contenti del risultato.
Per quanto riguarda il tuo futuro, hai altri progetti già in mente?
Sì. Sicuramente continuerò con la produzione di alcuni progetti più documentaristici, non studiati magari con sceneggiature o troupe quanto piuttosto andando in giro a cercare l’ispirazione e sperimentando anche alla ricerca del giusto montaggio. Questo soprattutto lo vedo come allenamento soprattutto per prendere dimestichezza con alcune attrezzature e software. Sempre assieme ad altri ragazzi dell’ambiente accademico stiamo invece progettando la creazione di un gruppo di lavoro, così da creare un ulteriore banco di prova e allenamento: attualmente sto ultimando la sceneggiatura di un nuovo progetto che seppur sia diverso da Segaiolo ne condivide un po’ il mood ed i toni più grotteschi che mi contraddistinguono.
Jimmi Rodolfi – Io sono migliore
Un viaggio poetico che racconta il rapporto tra uomo e natura, tra illusione di dominio e bisogno di appartenenza.
Ventitreenne originario di Lugo che vive a Ravenna, si è appassionato al cinema vedendo per la prima volta a 19 anni, sotto consiglio di alcuni professori del liceo, La strada di Fellini che, oltre a dargli delle prospettive di riflessione sulla vita, fa esplodere in lui l’amore per questo mondo divenuto ora motivo di vita. “Io il cinema lo ringrazio, per me fare cinema è una necessità, un bisogno”: con questa linea di pensiero si è approcciato alla realizzazione di cortometraggi per potersi così raccontare appieno.
Nel raccontarti attraverso Io sono migliore c’è qualcosa nello specifico che hai sentito il bisogno di inserire nel progetto?
Sicuramente uno dei temi principali e che ritorna spesso nei progetti recenti è quello della società e delle persone. È un tema che mi sta molto a cuore e che in questo caso specifico si pone come riflessione sul rapporto tra le persone e la natura.
Durante la serata hai accennato a come il protagonista fosse anche il tuo migliore amico: questo progetto l’hai quindi pensato tu in primis e poi l’hai proposto a lui oppure vi siete ritrovati a pensarlo assieme?
Per me il rapporto umano è fondamentale, qualcosa che cerco di porre sempre alla base di ogni progetto a cui lavoro. Io avevo scritto l’idea e sentivo il bisogno di raccontarla, perciò sono andato subito da lui. Ovviamente prima di iniziare a lavorare ci siamo confrontati e lui mi ha detto la sua riguardo al progetto, soprattutto perché ritengo che il cinema sia anche un confronto e vivere assieme e, visto il mio modo di vedere il cinema non solo come lavoro ma anche (e soprattutto) come vita, non potevo non dare il giusto peso al rapporto umano tra me e lui.
In maniera uguale sto facendo per il mio prossimo lavoro: è sempre autoprodotto completamente in autonomia, tutto da me, ma per questa volta ho contattato un attore con il quale ho però sempre voluto costruire un rapporto prima di incominciare a lavorare sul set.
In merito alle tematiche, c’è stato qualcosa in particolare che ti ha ispirato?
Principalmente due cose che ho letto: La questione della tecnica di Heidegger, filosofo che tratta molto il tema della natura come struttura e non come risorsa naturale, quindi vicina al concetto di considerare la natura come un mezzo, ed un racconto che ho letto un paio di mesi fa intitolato Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij, che tratta il tema della scienza come mezzo per spiegare all’uomo le leggi della felicità. Nel corto il protagonista cita una frase presente nel libro: “la scienza ci ha spiegato cos’è la vita, essa stessa aspira a comprenderla per insegnarci a vivere”, quindi costruendo un ragionamento che si basa del tutto sulla scienza che ci deve spiegare come si vive in modo razionale. In realtà poi secondo me la vita non è così, creando un paradosso in cui la scienza così grande diventa al tempo stesso distruttiva soprattutto a causa dell’uomo e delle sue scelte nell’utilizzarla.
Al tempo stesso prendo anche tanta ispirazione dalla mia di vita: ad esempio la frase finale “mi fai paura quando fai così, mamma per favore riportami a casa” l’ho presa da un testo di Ray Charles che, quando ho casualmente ascoltato, mi ha completamente folgorato per quanto fosse adatta al racconto che stavo creando. In egual maniera il rutto: ho semplicemente sentito il mio amico ruttare ed ho pensato “è perfetto, non posso non inserirlo”.
Sul campo cinematografico c’è stato invece qualcosa che, anche inconsciamente, ti ha ispirato?
Sicuramente il cinema tedesco mi ha influenzato tantissimo. Di lui amo particolarmente l’estetica e la composizione dell’inquadratura, non a caso sono infatti un grande amante della camera fissa: secondo me la camera si deve muovere solo per dei motivi ben specifici perciò mi sono trovato molto più a mio agio nell’usare inquadrature fisse e l’ho fatto finora in tutti i miei progetti. La camera a mano la sto però usando adesso per questo nuovo corto, soprattutto per riuscire a progredire nel mio cammino, senza mettermi così dei paletti troppo invasivi.
Anche la ratio ed il colore rispecchiano appieno questo amore: sei partito da subito con questa idea specifica di messa in scena?
Ho girato in 16:9 ma con in mante già il 4:3 soprattutto per pensieri di vita: in questo periodo sento molto vicini a me il bianco e nero ed il 4:3 come formato. Non significa ovviamente che non farò mai, ad esempio, un cinemascope a colori, ma anche per il progetto a cui sto lavorando l’estetica è sempre in questa linea. È un formato che ultimamente sta tornando di moda ed in molti lo usano, ma la mia scelta deriva totalmente dal mio sentirlo, in qualche modo, più intimo.
A livello di tempistiche com’è stato costruire il tuo cortometraggio?
Io sul set sto molto bene: possono passare un’ora come sedici e magari fisicamente le sento, ma mentalmente continuo ad andare e sono felice. Mi collego quindi dicendo che il corto è stato girato in all’incirca cinque giorni ma “pedalando”, lavorando molte ore al giorno. A cui si aggiunge poi il tempo necessario per occuparsi del sonoro e del montaggio, di cui mi sono completamente occupato da solo. È stata una sfida grande, soprattutto nel dover gestire molte cose sul set: anche banalmente che ci sia l’acqua, il cibo o una coperta per l’attore. A livello di stress è stato sicuramente impegnativo perché era come se il mio cervello fosse concentrato a pezzi, ognuno su un elemento diverso della produzione, ma sono sempre stato abituato così finora e, per quanto anche l’evento sia stata un’occasione per trovare realtà di lavoro in team ed in condivisione anche per il futuro, penso comunque che queste esperienze aiutino a gestire lo stress tipico del lavorare nel cinema e nello sviluppare quante più competenze possibili nei reparti più svariati.
Avevi accennato al tuo progetto futuro: è sempre legato al tema della natura?
La società è ancora presente, ma è un racconto legato maggiormente al concetto di “io” piuttosto che ad un qualcosa di più grande e condiviso come la natura. È qualcosa di molto onirico ed intimo, riguarda molto il singolo: se in Io sono migliore il messaggio era più popolare, in questo caso invece penso che possa magari non arrivare a tutti, ma a chi arriverà lo farà con il doppio della forza.
Sguardi Brevi è stato quindi innanzitutto un grande evento che ha permesso di riunire cinefili ed appassionati di cinema, ma soprattutto un’occasione per dare visibilità ai giovani autori che cercano di aprirsi la loro strada nel mondo del cinema. Già al lavoro sul loro nuovo progetto dal titolo Tarantula, parte dei pensieri dei ragazzi della Blue Soap rimangono legati a doppio filo all’evento dimostrandosi estremamente entusiasti di quanto raggiunto: “già parlando con i vari registi” ci ha confidato Zaccaria un paio di giorni dopo l’evento “ci siamo proprio resi conto di come, anche se solo un po’, un evento del genere può davvero fare la differenza e questo ci ha portato davvero al settimo cielo.”