Tag: mattia bianconi

  • Under The Silver Lake – Simboli e (sovra)letture

    sìmbolo s.m. – Qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in partic. entità astratte, di difficile espressione.

    […]

    In semiologia […] segno il cui significante è in rapporto puramente convenzionale con la cosa significata, alla quale si collega in virtù di una regola costante, e in genere nota e accettata dai più.”

    Dal vocabolario Treccani

    Il 19 aprile di cinque anni fa arrivava nelle sale americane, con una distribuzione estremamente limitata, Under The Silver Lake, terza opera diretta da David Robert Mitchell (che molti conosceranno probabilmente per l’hit horror It Follows uscito cinque anni prima) e che vedeva nel ruolo di protagonista un Andrew Garfield impegnato a “scrollarsi” di dosso i ruoli-immagine acquisiti con The Social Network e i due Amazing Spider-Man. Un film che permetteva anche a Mitchell stesso di distanziarsi dal suo passato e di sperimentare con nuovi generi e nuovi stili di narrazione con un “film [che] è un mistero e ci sono misteri dentro quel mistero ed alcuni personaggi potrebbero essere considerati misteri a loro volta. Andrò a spiegarli? No.”

    Un’affermazione semplice e chiara da parte del regista stesso, da non intendere però con l’intenzione di presentare un racconto confuso e sconclusionato quanto piuttosto di costruire più layer di significato, ognuno permeato di segni e simboli, che permettono così di aprire molti più spunti di riflessioni di quanto si possa originariamente preventivare. Ma andiamo per gradi.

    Disclaimer: l’articolo, per poter andare affondo nell’analisi, conterrà ovviamente numerosi spoiler. Consigliamo caldamente quindi di recuperare prima il film e poi di tornare sull’approfondimento in un secondo momento!

    Sam: tra anestesia e sesso

    Sam risulta fin da subito un personaggio molto particolare da porre come protagonista di una storia: non è un eroe, non è un modello archetipico, è semplicemente un giovane uomo come tanti altri. Al tempo stesso sembra però una persona vuota, che passa le sue giornate senza lavorare e senza hobby (quasi fosse un cortocircuito tra l’uomo libero dai fardelli della società e quello a cui il vero raggiungimento personale pare impossibile, situazione simboleggiata fin da subito dalla morte dello scoiattolo che cade ai suoi piedi, ritenuto comunemente simbolo dell’organizzazione meticolosa a cui fa da contraltare il “vivere alla giornata di Sam”), in un loop i cui unici momenti degni di attenzione sono gli sporadici ed occasionali sguardi-spia verso le vicine. Proprio da questo ricaviamo un ulteriore elemento di definizione negativa del protagonista: venendo a conoscenza sulle battute finali del film di come Sam sia stato lasciato dalla precedente fidanzata, è facile visualizzare in lui una persona con un’idea contorta e corrotta delle donne, che fatica perciò ad interagire con loro al di fuori della sfera sessuale. Non a caso solo le shooting star e la ballon girl (scopertesi tutte escort) e l’amica attrice (che si presenta alla sua porta solo per un rapporto sessuale) costruiscono un dialogo con lui, mentre le altre donne sembrano ripudiarlo e cacciarlo via, con la scena delle “donne che abbaiano” nel bagno che ne diviene la rappresentazione perfetta.

    L’Owl’s Kiss e il Dog Killer nella copertina di un albo di “Under The Silver Lake”

    È quindi altrettanto facile vedere in questa lettura l’Owl’s Kiss come manifestazione indiretta di vendetta da parte delle donne nei confronti della sua visione, mischiando al tempo stesso sessualità e pericolo. Unica vera differenza sembra essere nella figura di Sarah che, costruendo un rapporto che non sfocia nel rapporto sessuale, diviene una figura che trascende la visione maschilista e carnale di Sam: non è più corpo, ma icona, quasi fosse una donna dei sogni di origine dantesca da trovare e salvare. Il finale porta però ad una chiusura devastante per il protagonista: Sarah è ormai chiusa per sempre nel mausoleo ed in egual modo Sam, nonostante l’uscita successiva dal tunnel sembri simboleggiare una rinascita a nuova vita, rimane costretto nella sua classica routine ad Hollywood, vuota e senza obiettivi, dalla quale sembra trovare una (momentanea) via di fuga nello stabilirsi con l’anziana vicina, affondando nuovamente nella sfera sessuale, placando i suoi desideri e creandosi una bolla (apparentemente) sicura.

    Hollywood: la terra dei sogni infranti

    Facile notare fin dalla prima visione l’immensa quantità di rimandi al mondo del cinema: non solo l’intera vicenda si ambienta attorno e dentro Hollywood, ma è facile pensare a molti film della Hollywood classica come 7th Heaven (film consigliato più volte al protagonista dalla madre e la cui trama è, apparentemente, molto simile alle vicende di Sam), How To Marry A Millionaire (le cui tre donne sono facilmente associabili alle tre “muse” dell’ascensione sul finale e di cui Sarah tiene le bambole accanto al televisore) o l’incompleto Something’s Got To Give (con Sarah nella piscina che ricrea in maniera quasi del tutto identica Marilyn Monroe in una scena del film), oppure i bagni che ricordano da vicino quelli visti in The Shining (non a caso qui uno rosso e l’altro verde) come anche le tombe degli attori usate come tavolini in un locale o quella di Hitchcock usata come appoggio dalle attrici/escort.

    È forse ancora più facile notare i riferimenti a Spider-Man – forse dovuti proprio alla presenza di Garfield come attore protagonista –: la gomma da masticare che si staglia come una ragnatela sulla mano di Sam che, subito dopo, proprio per toglierla e nascondersi dai ragazzini si abbassa assumendo la posa tipica dell’arrampicamuri, o ancora al suo risveglio l’albo di The Amazing Spiderman “incollato” alla sua mano.

    Sam si nasconde da alcuni ragazzini assumendo la posa tipica di un famoso arrampicamuri…

    Leggermente più velata e cupa è invece la lettura che Mitchell porta di Hollywood, il mondo dei sogniche, per poter essere raggiunto, obbliga però a fare altro: non è un caso infatti che quasi tutte le donne che Sam incontra si vedano costrette a vendere il proprio corpo per potersi permettere di inseguire quel sognomantenendo al tempo stesso una vita “abbastanza dignitosa”. In questo Hollywood stessa sembra sguazzare in questo fango, di cui emblema diventa la fila di ragazze semi-vestite per dei provini davanti al garage di un uomo sporco e sovrappeso intento a fotografarle con fare malizioso, da cui è poi facile ricavare una parabolaancora una volta maschilista (forse ulteriormente accentuata dalla visione di Sam) che porta Hollywood ad imporsi sulle donne e sulle scelte e gli obblighi imposti a quest’ultime: non è ancora una volta un caso che ritorni più volte Janet Gaynornel film (protagonista di 7th Heaven e davanti alla cui tomba si risveglia proprio il protagonista), attrice icona della Hollywood classica obbligata dal patrigno a recitare

    Tre escort/aspiranti attrici dialogano con Sam riguardo la casa del misterioso Songwriter

    Avanzando nella pellicola al mondo del cinema anche il dialogo/monologo del Songwriter si applica alla perfezione: non solo “tutto ciò che hai sempre sperato, di cui hai sempre sognato di esser parte, è una macchinazione” ma risulta lapalissiano come, nella sua riflessione, tutto ciò che viene creato di “nuovo” si basa in realtà su qualcosa di costruito in precedenza (concetto, tra l’altro, discusso ormai da decenni tra critici, analisti e cineasti), portando quindi a far risalire tutto il mondo del cinema ad un unico punto d’origine e costruendo una situazione in cui sembra impossibile rompere quel loop di sconfitta ed alimentando invece quello dello sfruttamento, che diventa così infinito con le aspiranti star che non potranno mai raggiungere l’obiettivo. Sembrano esserci quindi solo due modi per fuggire: l’anestesia totale di Sam, sia nella sua fase iniziale che soprattutto nella sua scelta sul finale, oppure “l’ascensione”, il rituale portato a compimento sul finale e che permette alle persone più potenti ed influenti di divenire immortali (proprio come immortali sono divenute molte star attraverso il cinema).

    Videogiochi: quest secondarie ed esplorazione

    Come per un cinefilo è estremamente facile carpire durante la visione tutte quelle citazioni al mondo del cinema, per un videogiocatore lo è altrettanto per il mondo dei videogiochi. Le citazioni dirette, per quanto in numero minore, ci sono e giocano un ruolo non indifferente: la mappa utilizzata da Sam per decifrare il percorso è quella di The Legend Of Zelda trovata in un numero della rivista NPM (Nintendo Power Magazine), Topher Grace gioca a Super Mario Bros. ovvero il gioco universalmente conosciuto da chiunque per i livelli nascosti accessibili dai tubi verdi (presenti, tra l’altro, sul soffitto del bunker per l’ascensione visitato da Sam), la suoneria di Sam è di The Last Ninja per Commodore 64 e in diverse scene indossa una maglietta di Jungle Hunt, videogioco il cui protagonista deve salvare una donna bionda da un gruppo di cannibali.

    Al di là quindi di come, probabilmente, Mitchell stesso volesse dimostrare il proprio amore verso un’era specifica dei videogiochi, risulta abbastanza semplice dedurne come non tanto i videogiochi in sé ma la struttura di quest’ultimi abbia portato Sam – e assieme a lui forse un’intera generazione di persone – a costruirsi un’idea molto specifica di vita, legata a doppio filo al concetto di avventura. È, quindi, ancora una volta facile vedere in Sam il “tipico protagonista da videogame”, che non svolge una vita da comune mortale, non lavora, non paga l’affitto, non mangia e non dorme ma vuole soltanto svolgere le sue quest, le sue missioni, così da avvicinarsi al suo obiettivo: l’importante diventa quindi capire dove trovare l’input giusto per proseguire nella storia, seguendo il percorso giusto per portare a termine la propria avventura personale e trovare la propria ricompensa. Ma il mondo reale non è un videogioco e le battute finali sembrano proprio marcare un fallimento completo di questa avventura senza ricompensa.

    “Cent’anni fa – sai, qualsiasi coglione poteva tipo vagare nei boschi e guardare dietro una roccia o stronzate simili e scoprire qualche nuova figata, no? Non più. Dov’è il mistero che da valore alle cose? Noi bramiamo il mistero, perché non ne è più rimasto nessuno.”

    Bar Buddy (Topher Grace) in una scena del film

    Simboli: sovraletture o messaggi nascosti?

    A visione conclusa, lo spettatore rimane con numerosi dubbi riguardo a ciò che ha appena visto ed è molto probabile che la prima domanda posta sia la sempreverde “gli eventi sono reali oppure no”? Normalmente si utilizza infatti la chiave di lettura del “è tutto nella testa del protagonista” che in questo caso potrebbe però essere declinato con un “Sam ha forse voluto vedere messaggi e segreti dove, in realtà, non c’è nulla?”. Riflettendoci a mente fredda, non è così semplice accettare che la conduttrice de La ruota della fortuna mandi davvero messaggi nascosti a seconda della direzione del suo sguardo, che i vinili ascoltati al contrario e con una pietra sopra rivelino messaggi satanici o che nelle banconote sia nascosto un gufo pronto a divenire una figura antropomorfa armata di coltello pronta ad uccidere uomini: è facile invece estrapolare da questo una mentalità malata in Sam, talmente disperata ed alienata da vedere messaggi ovunque – basti pensare al braccialetto datogli da Millicent (che non a caso muore assumendo la posizione del numero di Playboy preferito da Sam) con le lettere NPM che il protagonista prontamente collega al magazine Nintendo, ma che al tempo stesso consiste in una sigla talmente generica che può facilmente assumere per chiunque un significato diverso, ponendosi come soluzione di un enigma che (forse) in primis non esiste.

    È forse un caso che l’ombra proiettata da Sam sia l’unica a passare sopra la scritta?

    Un’altra domanda (apparentemente) senza risposta sembra essere la vera identità del Dog Killer, l’assassino di cani protagonista di un piccolo albo di Under The Silver Lake e che sembra esistere anche nel mondo reale, vista l’enorme fila di piccole tombe di cani con fiori e candele o i graffiti presenti in tutta la città con scritto “Beware The Dog Killer”. A visione conclusa, diversi elementi portano però ad associare proprio Sam al misterioso killer: in molte scene il personaggio sembra infatti essere fisicamente sulla scritta (a simboleggiare una connessione diretta) e la presenza di biscottini per cani nelle sue tasche, per quanto motivata da Sam stesso, porta con sé qualche dubbio, soprattutto se si inserisce nell’equazione l’associazione continua tra i cani e le donne, portando con sé l’ulteriore idea che la nostra visione di spettatori sia filtrata e che a morire siano proprio donne e non cani – ad ulteriore fondamento di questa teoria c’è il commento di Sam stesso sulla differenza tra l’essere capaci di “uccidere un cane ed una persona”, derivante da qualcuno che sappiamo essere invece capace di uccidere anche una persona senza troppe difficoltà. Tornando all’incontro tra Sam ed il Re dei senzatetto è quindi facile vedere in quest’ultimo un intento accusatorio davanti ai biscotti trovati nelle sue tasche: e se il Re non fosse altro che un poliziotto intento ad interrogare proprio Sam su questi delitti, distorto però dalla mente confusa di Sam?

    Quindi tutti i simboli, codici e numeri del film sono un’invenzione di Sam? Forse. Al tempo stesso è interessante notare come un enorme disegno sembri davvero esserci all’interno del film: unendo i nomi dei due personaggi principali si ottiene Samsara, dea Hindu della rinascita e del ciclo; sotto le bambole in casa di Sarah possiamo ricavare, dall’alfabeto Zodiac, le parole “Tombstone Sheriff Entries” che, se inserite su W3W – sigla del sito What Three Words, usato per trovare le coordinate di un luogo con tre parole, il cui simbolo è presente anche nell’alfabeto dei senzatetto del film ed il cui nome possiamo ricavare dal codice morse scritto sul cartellone del bar nella prima scena – porta ad un monte chiamato “The Sphinx” dove potrebbe trovarsi proprio la sala dell’ascensione di Sarah e Jefferson; sempre il codice morse è possibile sentirlo nei fuochi d’artificio che, tradotti, affermano “ascend now”, fungendo quindi da messaggio nascosto per i pochi eletti, tra cui proprio Sarah che, non a caso, reagisce in maniera bizzarra ai fuochi; e ancora i numeri, con il tre – facile richiamo alla trinità cristiana – che ritorna più volte in associazione alle tre donne “necessarie” per l’ascensione, il 751 nel cartellone, il 1492 come civico di casa del fumettista – rimando alla scoperta dell’America da parte di Colombo che diventa specularmente le scoperte (vere o meno) da parte del fumettista – o come i numeri diventino la chiave di decrittazione della canzone dei Jesus and the Brides of Dracula – non a caso un uomo e tre donne, proprio come quelli del rituale dell’ascensione – portandoci a credere che il discorso del songwriter abbia, forse, un fondo di verità.

    Anche il poster del film, osservando attentamente, presenta numerose immagini nascoste

    Difficile trarne quindi una conclusione definitiva da tutto ciò, perché significherebbe escludere a priori alcuni elementi in favore di altri; al contrario è semplice trarne un’ulteriore chiave di lettura che avvicina pericolosamente Sam proprio allo spettatore. Quante volte infatti ci siamo soffermati, alla fine di un film, a commentare come quel fiore, quella canzone, quella maglietta, quel colore, quella frase, quel movimento di macchina, quel nome, quel luogo, quello stacco di montaggio non fosse stato inserito in quella sequenza a caso ma scelto appositamente proprio per essere letto attraverso una specifica chiave di lettura che permette così di trarne un messaggio semi-nascosto? Ma possiamo davvero essere sicuri che quel messaggio, quel simbolo volesse trasmetterci qualcosa “di più”? Siamo, quindi, tanto diversi da Sam che, guardando la ruota della fortuna, vede messaggi nascosti ovunque?

    “What’s the frequency, Kenneth?” is your Benzedrine, uh-huh

    I was brain-dead, locked out, numb, not up to speed

    I thought I’d pegged you an idiot’s dream

    Tunnel vision from the outsider’s screen

    […]

    I’d studied your cartoons, radio, music, TV, movies, magazines

    Da “What’s the frequency, Kenneth” dei R.E.M., presente in una scena del film ed il cui testo parla di un uomo disturbato mentalmente che vede segni nascosti nella cultura pop


  • Recensione The Monkey – Non di sola morte

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    Un nome che per generazione è stato – e continuerà ad essere – associato al genere horror è senza dubbio quello di Stephen King: ad oggi l’autore conta all’attivo all’incirca novanta opere letterarie, di cui almeno cinquanta sono facilmente ascrivibili al genere dell’orrore. La fama di questi racconti non solo deriva però da carta e penna, ma anche – e a volte soprattutto – dalla scelta di adattare continuamente alcune di queste storie per il piccolo ed il grande schermo: Carrie di Brian De Palma, Shining di Stanley Kubrick, Christine di John Carpenter sono alcuni esempi di grandi registi dietro ad alcuni di questi adattamenti; le mini-serie di Salem’s Lot nel ‘79 e di It nel ’90 hanno portato un vasto pubblico televisivo a conoscere King. Ancora oggi si continua a pescare tra le storie del “maestro del brivido” per realizzare nuovi prodotti, a volte sotto forma di remake/sequel/prequel/reboot ed altre volte invece come produzioni completamente nuove. Non sorprese quindi particolarmente l’annuncio di voler adattare il racconto breve The Monkey presente nella raccolta Scheletri del 1980, è stato invece il nome del capo del progetto a destare più di qualche curiosità – e perplessità, per alcuni: Osgood Perkins.

    Già regista di quattro pellicole dell’orrore – il cui recentissimo Longlegs ha diviso gli spettatori in due fazioni, tra chi ha apprezzato enormemente il film e che invece lo ha detestato –, Perkins si è costruito negli anni un nome tra i fan specchio proprio della divisione appena presentata: alcuni lo ritengono uno dei più grandi tra i nuovi nomi nel panorama horror, capace di rivoluzionare il genere mescolando rimandi al passato con tecniche nuove; per altri invece Perkins è semplicemente un regista sopravvalutato, incapace di costruire racconti funzionali e funzionanti e che si nasconde dietro a riprese dall’intento artistico ed estetico per celare la sua scarsa abilità registica. Al di là dei pareri personali e del gusto relativi ai suoi lavori, risulta inevitabile un velo di sorpresa nell’accostamento di un regista rinomato per i suoi racconti lenti, in cui la tensione si costruisce nel silenzio con lunghe inquadrature suggestive, ad un racconto dai tratti spietatamente gore e splatter, il cui scopo principale risulta senz’altro quello di mostrare quante più morti brutali possibili (ricordiamo come in February si assistesse a soltanto due morti, mostrate principalmente fuori campo, o in Gretel & Hansel questo elemento rasentasse quasi lo zero).

    Non importa il come o il perché, ma solo il quando

    La struttura estremamente basilare del romanzo è stata per quest’occasione completamente stravolta da Perkins stesso (qui anche sceneggiatore): dopo una sequenza iniziale con protagonista il Capitano Petey (Adam Scott) che stabilisce perfettamente il tono sopra le righe che avrà tutto il resto della pellicola, ci vengono presentati i protagonisti Hal e Bill (Christian Convery per la versione bambina e Theo James per quella adulta), due gemelli identici d’aspetto ma opposti di personalità che vivono con la mamma single Lois (Tatiana Maslany) dopo che il padre se n’è andato scomparendo dalle loro vite. Cercando tra gli oggetti del padre, i due entrano in possesso di una misteriosa scimmia che, ogni qual volta verrà azionata girando la chiave sulla sua schiena, suonerà il suo tamburo portando ad una morte atroce – ed estremamente sopra le righe – di una persona casuale. Compreso il pericolo i due decidono di sbarazzarsi della scimmia, vivendo in pace per venticinque anni fino al momento in cui alcune morti misteriose convincono i due che la scimmia potrebbe essere tornata.

    Le aggiunte di Perkins in fase di sceneggiatura – che compongono sostanzialmente qualsiasi elemento al di fuori della piccola scimmietta omicida – permettono al film di presentare due tematiche molto care al regista: i rapporti famigliari e la morte. Entrambi presenti anche nelle precedenti pellicole di Perkins – sul fattore genitoriale, basti pensare al mistero del padre di Kat in February, all’abbandono dei piccoli Gretel e Hansel del film omonimo o al ruolo di Ruth Harker e dei genitori delle vittime in Longlegs; sul fattore morte, spesso inevitabile in un film horror, abbiamo l’aspetto di ricongiunzione con il padre attraverso gli omicidi ed il sangue in February, l’odio ed il rancore del fantasma assassinato in IATPTTLITH, il cibarsi dei bambini per mantenere i poteri e la giovinezza in Gretel & Hansel e l’omicidio rituale per salvare e/o ascendere in Longlegs – qui le due tematiche fungono da bilanciamento verso le numerose sequenze splatter, permettendo al racconto non solo di non essere una mera “fiera del sangue” ma di accompagnare lo spettatore ad una riflessione sull’ineluttabilità della morte e sull’inutilità di scappare dai propri doveri famigliari costruita in pieno stile Perkins, con inquadrature lente e cariche di significato.

    Ma quanto è bella la morte, Os!

    Se è vero che il film riflette su queste tematiche, è altrettanto vero che il cuore pulsante della pellicola sta senz’altro nelle sue morti. Attraverso una dinamica molto vicina ad un Final Destination, il tamburellare della scimmia diventa presto sinonimo di morte atroce con il rischio altrettanto alto di portare ad una veloce stagnazione e ripetizione degli stessi elementi (non a caso King utilizza il racconto breve e non il romanzo). L’inserimento delle sopracitate tematiche di fondo ma soprattutto una grade varietà permettono alle sequenze più violente del film di risultare, in realtà, sempre intrattenenti e divertenti, soprattutto perché presentate con una comicità chiara e per nulla nascosta: tra commedia slapstick e splatter alla primo Peter Jackson, Perkins costruisce momenti che lasciano di stucco anche i più rodati del genere, con fermi immagine che rientrano di diritto tra i momenti più iconici del genere horror degli ultimi vent’anni.

    A condire il tutto troviamo le ottime interpretazioni del cast che muove le proprie file tra dialoghi sarcastici e momenti assurdi, con un Theo James dal volto e dalla mimica facciale perfetta – e che costruisce un binomio Hal/Bill di fattura tutt’altro che banale o mediocre – accompagnato da grandi nomi come Tatiana Maslany, Adam Scott o Elijah Wood che, nel seppur limitato minutaggio a loro dedicato, si lanciano in interpretazioni davvero ottime e facilmente memorabili (soprattutto Wood). Davvero ottimi anche i più giovani, con un Christian Convery forse ancora più bravo di James nel mostrare le differenze tra i due gemelli, un buon Colin O’Brien nei panni del figlio Petey che si lancia in battute sarcastiche ma che nasconde in alcune espressioni e movimenti del corpo una recitazione ricca di sfumature ed un apprezzabile Rohan Campbell, che fa sempre piacere vedere dopo Halloween Ends.

    Quasi superfluo nominare tutto il comparto tecnico, non per una (assente) mediocrità del lavoro svolto, quanto piuttosto per l’aver ancora una volta mostrato i muscoli e l’aver impacchettato un progetto con tutto al posto giusto, dalla fotografia ai costumi, dalle scenografie agli effetti speciali, dal trucco alle musiche, fino ad una regia incredibile esaltata ancora di più da un montaggio magistrale.

    Conclusioni

    Al suo primo lavoro su commissione, Osgood Perkins ne esce a testa altissima, dimostrando al mondo come un autore può uscire dalla sua comfort zone, presentando qualcosa di nuovo senza però dimenticare il proprio passato e la propria cifra stilistica. Certamente The Monkey non è un film per tutti e non è il “classico film alla Os Perkins”, ma proprio per questo ci sentiamo di consigliarlo a priori: fan dell’horror più spinto o di quello più casual, fan di Perkins o suoi principali detrattori, andate al cinema a vedere questo film perché potreste disprezzarlo con tutto voi stessi come potreste trovarvi davanti ad una delle vostre nuove pellicole preferite. Come sempre, la scelta è tutta in mano a voi (o forse al tamburellare di una scimmietta?)

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Heretic – Non crederci fino in fondo

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    Orrore e religione sono, da sempre, due concetti indissolubilmente legati. Da sempre infatti la religione si è posta, tra i suoi obiettivi, il dare una risposta ad alcuni degli interrogativi più profondi – e conseguentemente più spaventosi – posti dalla razza umana: “da dove veniamo”, “chi siamo”, “esistono forme di vita superiori a noi” sono solo alcune di queste domande e, a seconda del periodo storico e del luogo di analisi, è sempre possibile trovare risposte, a volte simili a volte differenti, nelle varie religioni più o meno famose. Forse per un effetto inverso, la narrativa dell’orrore ha poi spesso preso spunto proprio da alcuni degli elementi fondanti delle religioni per costruire storie che permettessero spesso di riflettere su questi fondamenti, di fatto, spaventosi a loro volta: il romanzo gotico è pregno di rimandi alla religione cristiana – ed in alcuni casi anche a religioni pagane –, basti pensare all’uomo che aspira a sconfiggere la morte o a creare la vita de Il misterioso caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il ritratto di Dorian Grey o Frankenstein (non a caso il sottotitolo, spesso dimenticato, è Il moderno Prometeo) ma ancora Dracula oppure i romanzi di Edgar Allan Poe o H. P. Lovecraft.

    Discutendo di horror e religione è, però, spesso un nome che, più di tutti, si erge come simbolo di questa dicotomia: L’esorcista. Che si tratti del romanzo scritto da William Peter Blatty o della pellicola diretta da William Friedkin, questo capolavoro – termine che estendiamo parlando sia dell’opera letteraria che del film – ha plasmato, consciamente o non, un’intera generazione di artisti, romanzieri e cineasti, portando allo spopolamento del sottogenere della possessione demoniaca che, a cinquantadue anni dall’uscita del film di Friedkin, conta un elenco sterminato di pellicole più o meno riuscite. Un numero talmente elevato che, al giorno d’oggi, non sempre viene accettato con trepidazione l’annuncio di un altro film horror che ruota attorno a tematiche religiose, senonché la nuova pellicola del duo Beck-Woods si pone non solo esterna alle dinamiche, ormai eccessivamente consumate, della possessione demoniaca preferendo invece una riflessione sulla natura della religione stessa ma lo fa proponendo un cast capitanato da Hugh Grant e dalla nuova horror icon in ascesa Sophie Thatcher. Oh, inoltre a produrre c’è l’ormai celeberrima A24, spesso sinonimo di garanzia e successo in ambito horror: cosa può andare storto?

    Fede o miscredenza

    Dopo aver aperto con titoli di testa accompagnati da un dialogo tra le due protagoniste, sorella Barton (Chloe East) e sorella Paxton (Sophie Thatcher) sulle differenze tra le dimensioni dei preservativi e di come il marketing possa influenzare e convincere su qualcosa senza che nessuna dimostrazione empirica, le due sorelle, che scopriamo essere mormoni facenti parte della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, si incamminano casa per casa contattando persone che avevano in precedenza mostrato interessa nei confronti della loro chiesa. Arrivate alla casa del signor Reed (Hugh Grant), le due accettano di entrare per ripararsi dalla pioggia, inconsapevoli che l’uomo ha in serbo per loro ben altro che una semplice chiacchierata sui dogmi della loro chiesa.

    Inizialmente, la pellicola propone una struttura semplice ma funzionale, basata su un dialogo continuo tra il padrone di casa e le due sorelle costruito su uno scambio di opinioni e di domande sempre più personali e pressanti, tanto da creare una tensione continua senza il bisogno di jumpscare o sequenze particolarmente violente. La sola presenza scenica del signor Reed, con la sua voce calma e fredda, il passaggio continuo da momenti di pieno controllo ad altri di quasi sottomissione e le sue continue manipolazioni trasportano infatti lo spettatore assieme alle due sorelle in una spirale di dubbi, in cui le fondamenta stesse di ciò in cui credono vengono messe in seria discussione.

    In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la maestria del duo (qui anche sceneggiatori) di saper convogliare nei dialoghi la giusta energia per colpire direttamente il pubblico adolescenziale “Gen Z” di riferimento della pellicola, riempiendo di citazioni alla cultura pop una riflessione che – oltre alla sopracitata discussione sui preservativi Magnum – si srotola costruendo paragoni tra le varie religioni e le versioni del Monopoly e discutendo delle cause di plagio tra gli Hollies, i Radiohead e Lana Del Rey, fino ad arrivare ad un paragone con Star Wars di natura chiaramente meme, costruendo così un’atmosfera a tratti surreale ma sempre inquietante e disturbante.

    “Io le chiamo le Big Three.

    L’ebraismo, la versione originale: The Landlord’s Game.

    Il cattolicesimo, la versione più popolare: Monopoly.

    L’islam, la versione moderna meno popolare: Monopoly Ultimate Banking.

    […] E finalmente, dopo ottocento anni, il mormonismo, la bizzarra edizione spin-off regionale: Monopoly Bob Ross Edition.”

    Diverse iterazioni dello stesso materiale di base

    Forse proprio per la forza dirompente e – a tratti – geniale della scrittura della prima parte, capace di decostruire sia le credenze dello spettatore, grazie a momenti che costruiscono l’attesa di spaventi che non arrivano mai, sia le credenze delle due protagoniste in ambito religioso e personale, il rientrare su binari più classici e “canonici” della seconda metà rende la scottatura ancora più dolorosa. Evitando di approfondire eccessivamente per non rovinare i – forse troppo, numerosi – twist narrativi che si susseguono nella seconda parte, possiamo dire che la pellicola procede cercando di costruire un racconto di stampo meno filosofico e più concreto, mettendo in scena elementi classici del cinema dell’orrore senza però interessanti novità ma soprattutto incappando nella volontà di voler mescolare elementi differenti che, a visione conclusa, piuttosto che lasciare allo spettatore la scelta di “decidere in cosa credere” lo portano ad una confusione nel dover escludere a priori alcuni momenti per far tornare il discorso. Ciò dispiace molto, soprattutto a fronte di una rivelazione finale che, se sul momento può risultare forse banale, a mente fredda si sarebbe dimostrata perfetta senza quelle storture volute, forse, soprattutto per creare un effetto wow.

    Sul “Fattore A24” non possiamo dire di essere davanti ad una delle pellicole più iconiche della casa, ma al tempo stesso bisogna riconoscere una certa cura nella costruzione degli ambienti, nell’utilizzo sapiente dei suoni e di una regia che bilancia sapientemente inquadrature più statiche ad altre dalle valenze più “artistiche” mai stucchevoli. Su tutto di certo spiccano però le ottime interpretazioni delle due giovani Chloe East e Sophie Thatcher, perfette nel riuscire a manifestare tensione e spavento attraverso una recitazione fatta di microespressioni e piccoli movimenti facciali e oculari, e ovviamente di Hugh Grant, capace di costruire un personaggio che riesce ad essere sempre spaventoso senza mai risultare costruito o macchiettistico.

    Conclusioni

    Heretic – finalmente arrivato in Italia, anche se con tre mesi di ritardo – è certamente una pellicola che cerca di proporre una visione differente rispetto al solito sul binomio religione ed orrore e ci riesce egregiamente per tutta la prima parte del film, costruendosi su un dialogo continuo tra le due giovani sorelle mormoni e il proprietario di casa. La decostruzione del credo religioso, tra citazioni filosofiche e parallelismi con le varie versioni del Monopoly, lascia però poi spazio nella seconda parte ad una narrazione di stampo più classico, meno coraggiosa non tanto nella scoperta della verità quanto nel non voler dare una risposta diretta allo spettatore, portandolo ad uscire dalla sala confuso. A fronte però di una prima metà dai tratti geniali ed un comparto tecnico ed estetico estremamente curato, consigliamo senz’altro di dare una possibilità ad Heretic e di goderselo in sala (soprattutto se dotata di un ottimo impianto stereo).

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Captain America Brave New World – Un tiepido ritorno

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    Esattamente due mesi fa iniziavamo la nostra recensione di Kraven: Il cacciatore con la famosa citazione Simpson-iana “Stop! He’s already dead” che curiosamente – ma nemmeno troppo – si applica alla perfezione anche nella visione ormai generale nei confronti del Marvel Cinematic Universe: post-Endgame è riconosciuto “multiversalmente” come l’universo condiviso partito nel 2008 con Ironman si sia costruito un percorso estremamente fallace, composto di pellicole che – salvo rari casi – non convinsero né critica né pubblico e di prodotti televisivi che sembravano essere soprattutto un grido al mantenere attivo l’abbonamento alla personale piattaforma streaming, costellata di prezzi sempre più elevati (centotrentanove (139!) euro all’anno ad oggi) e prodotti sempre più mediocri.

    Dopo un 2024 estremamente mediocre sul fattore seriale risollevato, almeno parzialmente, da Deadpool & Wolverine come unica grande uscita in sala, il 2025 presenta da un lato una conclusione un po’ in sordina della Fase Cinque e dall’altro la partenza in pompa magna della Fase Sei che si aprirà a luglio con l’uscita de I Fantastici Quattro, il cui teaser trailer ha già raggiunto numeri stratosferici dimostrando ancora una volta come sia, di fatto, semplice riaccendere l’interesse verso queste storie.

    Non sorprende però che l’appena accennata chiusura di questa fase così tumultuosa avvenga con due progetti dall’interesse decisamente minore: ad aprile arriverà infatti Thunderbolts*, incentrato sul team-up di personaggi secondari già introdotti in precedenza, e l’appena sbarcato in sala Captain America: Brave New World, in cui vediamo in azione per la prima volta sul grande schermo il nuovo Cap di Sam Wilson. Proprio su quest’ultimo, reduci dalla visione in sala, possiamo finalmente dire, dopo tanto – troppo – tempo: non siamo (completamente) delusi!

    Nuovo Cap, stessa storia

    Dopo alcuni momenti necessari ad aggiornare lo status quo del mondo Marvel, tra cui un Thaddeus Ross divenuto presidente degli Stati Uniti, un piccolo recap sulle conseguenze dell’ormai lontano L’incredibile Hulk e l’aggiornamento sullo stato del Celestiale emerso in The Eternals, il film lancia lo spettatore direttamente nell’azione con un Sam Wilson (già Captain America dopo il finale di Falcon And The Winter Soldier) intento a sventare un grosso furto da parte della Serpent Society capitanata da Sidewinder. Dopo aver sventato l’attacco con l’aiuto del nuovo Falcon Joaquin Torres, i due si ritrovano invischiati in una serie di attacchi terroristici orchestrati da una misteriosa mente criminale e che sembrano avere come centro nevralgico due elementi: il neo-eletto presidente Ross e la gestione dell’adamantio (estratto proprio dal Celestiale) tra le varie potenze mondiali.

    Un po’ James Bond, un po’ Tom Clancy ed un po’ The Winter Soldier, la pellicola cerca di costruire una storia in cui si vuole parlare di geo-politica, di grandi potenze mondiali, di pace e di potere e vuole fare tutto questo attraverso un film d’azione alternato a momenti ascrivibili alla spy story. Difficile dire quanto di quello visto nel film sia stato frutto della prima originale sceneggiatura, dato che il film è andato incontro ad un corposo numero di riscritture e reshoot prima con l’inserimento di Ford nei panni di Ross e successivamente per introdurre da zero il Sidewinder di Giancarlo Esposito, ma possiamo dire che la sceneggiatura a cinque (5!) mani portata sullo schermo, nonostante non brilli di originalità e si dimostri inevitabilmente limitata dal dover inserire rimandi, collegamenti ed elementi necessari per il futuro, riesce comunque a scorrere senza problemi volando per 118 minuti senza intoppi o momenti inutili o noiosi.

    Sam Wilson si pone come un Captain America diverso, senza siero del super soldato ed aiutato quindi da un continuo allentamento fisico e dal fidato scudo in vibranio ora accompagnato da una coppia di ali dello stesso materiale ma che, se sul piano fisico riesce comunque a tenere testa a numerosi degli avversari che gli si parano innanzi, si ritrova a scontrarsi inevitabilmente con l’idea generale – ma soprattutto suo – di uno Steve Rogers icona perfetta ed infallibile, portandolo a dubitare più volte di sé stesso ma obbligandosi, al tempo stesso, a continuare a combattere per ciò che è giusto.

    Un mondo (di nuovo) vivo

    Per quanto Sam Wilson risulti inevitabilmente protagonista delle vicende, è facile identificare fin da subito come lui muova i suoi primi passi come Captain America in un mondo ben più grande di lui, in cui al centro di tutto ci sono innanzitutto elementi dai connotati fortemente politici. Pur non essendo davanti ad un’opera dalla profonda complessità critica, la pellicola riesce comunque nell’intento di evidenziare un eroe “a stelle e strisce” costretto, per il bene comune e la giustizia, a scontrarsi anche con chi rappresenta l’incarnazione stessa del proprio paese (tema trattato più volte nei fumetti di Cap durante gli anni). Il Thaddeus Ross – quasi co-protagonista della pellicola, soprattutto grazie al suo forte carisma – di Harrison Ford è infatti un Presidente che cerca di riabilitare il suo nome di spietato generale cercando la pace, ma rimanendo sempre caratterizzato dal suo caratteristico pugno di ferro e dal suo carattere combattivo ed impulsivo che lo spinge, più volte, sulla strada dello scontro.

    In tutto questo gioca un ruolo fondamentale il misterioso villain – che la pellicola nasconde per buona parte del film e che perciò ci teniamo a non svelare completamente –, caratterizzato da un rapporto stretto con il Presidente e che non si fa scrupoli davanti ad omicidi e massacri di massa pur di portare a termine il suo obiettivo: per quanto il suo agire nell’ombra non lo porti ad essere un villain estremamente iconico, ci sentiamo comunque di elogiare il giusto una minaccia che è davvero tale, con un giusto approfondimento psicologico che non lo rende però l’ormai stravisto “villain incompreso”. Peccato invece per il Sidewinder di Esposito e la Serpent Society in toto, appena introdotti nel film e che godono perciò di ben poco spazio in vista di un futuro approfondimento già confermato in numerose interviste.

    Marvel standard

    Ormai vero e proprio tallone d’Achille delle varie produzioni di casa Marvel, anche qui la Cgi è senz’altro l’anello più debole della catena: che si tratti della massiccia distruzione di edifici, degli effetti visivi di onde energetiche, della comparsa/scomparsa di elmetti o di interi design dei mostri, è ormai inaccettabile accettare risultati così scadenti da una produzione così massiccia e dal budget così elevato (parliamo comunque di 180 milioni). Unici elementi salvabili risultano nel design di Hulk Rosso (non per nulla creato dalla Wētā FX di Peter Jackson) e quello del misterioso villain (realizzato soprattutto con effetti pratici sotto richiesta dell’attore).

    Rialzano comunque l’asticella dei buoni costumi – soprattutto nel caso di Sam, che indossa un design molto vicino a quello utilizzato da Rogers in The Winter Soldier ma con i dovuti cambiamenti – ed una regia tutto sommato apprezzabile: se infatti Julius Onah non costruisce sequenze memorabili o particolarmente ricche visivamente (forse anche a fronte dei tempi ristretti e della necessità dei reshoot), il tutto procede comunque senza intoppi arrivando addirittura a sequenze d’azione anche interessanti in un paio di momenti.

    Conclusioni

    Con Captain America: Brave New World si riaggiusta almeno parzialmente il tiro di una Fase Cinque decisamente sottotono. Nonostante la mancanza di elementi rivoluzionari (e gambizzata da continue riscritture e reshoot), la pellicola di Julius Onah riesce ad intrattenere senza troppi fronzoli con una regia semplice (forse troppo) ma chiara e spedita, permettendo al pubblico di avvicinarsi ed empatizzare con il nuovo Captain America e di tornare in un mondo finalmente nuovamente popolato di personaggi ed in cui gli avvenimenti sembrano avere delle effettive conseguenze.

    Non è certo tutto oro ciò che luccica (soprattutto a causa di una Cgi davvero sottotono in alcuni momenti) ed è inevitabile un minimo senso di delusione davanti ad un film con un sottotitolo simile e che di “nuovo” o “coraggioso” ha, di fatto, ben poco. Resta quindi allo spettatore scegliere cosa provare: sollievo per una pellicola che, dopo tante deludenti, finalmente riesce a fare qualcosa di semplice ma che funziona, oppure amarezza per lo standard ormai infimo nelle aspettative che questi film sembrano aver raggiunto.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Wolf Man – Tanta apparenza, poca sostanza

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    A sole due settimane dall’arrivo nelle sale italiane di Nosferatu, remake a cura di Robert Eggers con protagonista (o, mai come in questo caso, villain) della pellicola il Conte Dracula nella sua rivisitazione storicamente più famosa del Conte Orlok, un altro mostro gotico si accinge a cercare il proprio posto sotto i riflettori con un’altra rivisitazione: stiamo ovviamente parlando del lupo mannaro e del remake guidato da Leigh Whannell.

    Whannell – co-creatore della saga di Saw e Insidious e regista della piccola perla Upgrade – non è certo nuovo a questo tipo di operazioni: proprio per mano sua, infatti, un altro mostro classico della Universal ottiene nel 2020 una rivisitazione in chiave moderna ne L’uomo invisibile, pellicola capace di convincere sia critica che pubblico e capace di rivitalizzare un personaggio spesso ritenuto “secondario” a fronte dei ben più iconici vampiri, mummie o mostri di Frankenstein. Con una certa trepidazione si è quindi atteso che la stessa cosa potesse avvenire anche con L’uomo Lupo, personaggio che da un lato ha saputo godere di una fama sconsiderata soprattutto come villain o rivisitazione del personaggio – basti pensare a saghe come Harry Potter, Underworld o Twilight, in cui i lupi mannari sono di certo presenti, ma di difficile accostamento a quanto visto agli albori – ma che al tempo stesso ha sempre faticato a guadagnarsi un suo spazio in pellicole dedicate – eccezion fatta per l’esempio più famoso di Un lupo americano a Londra, che virava tuttavia verso un approccio più vicino alla commedia.

    Certamente, nel 1961 la Hammer – in pieno processo di sfruttamento dei vari brand classici Universal – crea la sua versione del lupo mannaro ne L’implacabile condanna (Terence Fisher), e in tempi più recenti arriva nelle sale The Wolfman (Joe Johnston, 2010), remake della pellicola originale del 1941 che, nonostante l’ottima fattura e il buonissimo cast, non seppe incontrare il successo né di critica né di pubblico e si rivelò un flop commerciale. Nessuna pellicola sembra quindi destinata a riuscire nell’impresa di donare lustro a questo personaggio, sarà Leigh Whannell a spezzare questa maledizione?

    Confusione tematica

    Dopo una sequenza iniziale dalla durata tutt’altro che indifferente, nella quale ci viene mostrata una piccola porzione dell’infanzia del protagonista assieme al burbero padre, la narrazione esegue uno skip temporale di trent’anni proiettandosi al giorno d’oggi, dove Blake (Christopher Abbott), abbandonata la carriera di scrittore per prendersi cura a tempo pieno della figlia Ginger (Matilda Firth), fatica a mantenere in piedi la relazione con la moglie Charlotte (Julia Garner), vera colonna portante della famiglia a livello lavorativo ma che fatica a costruirsi un rapporto con la piccola figlia. L’arrivo della notizia del certificato di morte del padre, porta la piccola famiglia a imbarcarsi in un viaggio con la speranza che, cambiando aria per un qualche mese, anche la loro situazione possa mutarsi per il meglio, ignari del fatto che il cambiamento arriverà ma in maniera completamente diversa da quanto immaginato.

    A livello narrativo, è chiaro fin dalla primissima scena – uno sfondo bucolico con scritte a comparsa che servono per aggiornare lo spettatore su alcuni retroscena riguardanti la maledizione del “volto di lupo” – come ci fosse l’intenzione di raccontare una piccola parte di una storia apparentemente più ampia e la scelta di ambientare la maggior parte della pellicola durante una sola notte acuisce questa sensazione. Si ha infatti l’impressione di trovarsi davanti a una pellicola conscia già in partenza delle proprie limitazioni e di quanto non potesse mostrare piuttosto che del contrario e se in alcuni casi questo porta a uno sfruttamento alternativo di ciò che si ha guadagnandone in inventiva (e per certi versi qualcosa di questi tipo avviene), qui a primeggiare è soprattutto quel senso di “quanto di più avrebbe potuto essere”.

    Se, infatti, con L’uomo invisibile era chiara fin da subito la tematica dello stalking e il collegamento con l’orrore diventava quindi lapalissiano sia nella messa in scena che nella tematica, qui risulta ben più difficile riuscire a fare i collegamenti dovuti. Ad onor del vero, i temi trattati sono più di uno – in particolare il ribaltamento dei ruoli famigliari uomo-donna, il padre-protettore che si evolve nell’opposto, il riuscire a controllare i propri istinti – e forse proprio in questa sovrabbondanza il film si perde cercando di voler fare troppe cose, senza riuscire davvero a portarne a termine nessuna. Soprattutto nella trasformazione in licantropo, spesso veicolo di numerose riflessioni sulla natura umana e sulle proprie evoluzioni, risulta difficoltoso riuscire a trovare una quadra che permetta di andare oltre il banale “padre che non adempie il suo compito di protettore”, soprattutto in vece di un finale che sembra invece virare in una direzione completamente diversa.

    Trionfo dell’orrore

    È quando ci si sofferma però maggiormente su tutti gli altri fronti che il film mostra i suoi punti di forza. Per quanto la narrazione non permetta, come detto, un grande approfondimento sul fattore tematico ed emotivo, a livello estetico l’evoluzione graduale in lupo mannaro avviene attraverso una commistione di elementi scenici e visivi davvero ottimi, unendo un eccellente trucco prostetico e una cgi ben amalgamata per mostrare i vari stadi della “malattia” assieme a un reparto sonoro centrale soprattutto nel valorizzare le nuove bestiali abilità da un lato e dall’altro per acuire il senso di terrore derivante da ogni singolo rumore e amalgamando il tutto ad alcune sequenze dall’aspetto quasi oniriche in cui la prospettiva dell’uomo lupo permette una visione dell’ambiente completamente distorta nelle forme e nei colori.

    A questo si aggiunge una regia di Whannell davvero ottima e ispirata, capace di destreggiarsi tra le ombre – forse troppo accentuate – delle numerose scene notturne costruendo un’ottima tensione per buona parte della pellicola fino all’orrore puro di alcune sequenze tra il gore e il body horror davvero ispirate, con una copiosa quantità di sangue a schermo a coronare il tutto. Proprio su quest’ultimo fattore, non possiamo non complimentarci per la splendida citazione al primo Saw, messa qui in scena con una maestria unica. Davvero ottime sono poi le – purtroppo – meno numerose sequenze diurne, capaci, in più di un’occasione, di caratterizzarsi con alcuni shot davvero incredibili.

    Ulteriore elemento di riuscita della pellicola risiede in Abbott, capace di costruire un’interpretazione che si evolve dalle parole alle espressioni facciali e in cui il corpo e i movimenti giocano un ruolo fondamentale; sempre sul fattore attoriale risulta tutto sommato buona l’interpretazione della giovane Matilda Firth, sacrificata purtroppo a mera presenza giovanile di fatto poco utile ai fini delle evoluzioni di trama, mentre Julia Garner, nonostante una leggera ripresa nell’ultima parte del film, risulta spesso incastrata in un’interpretazione poco incisiva.

    Conclusioni

    Visti i precedenti di Leigh Whannell, sembrava lecito aspettarsi anche da questo Wolf Man una rilettura di un mostro di stampo classico per raccontare in chiave moderna importanti tematiche. Se parzialmente ciò accade, soprattutto in vece della creazione prima di una tensione e poi di un orrore estremamente funzionale al giorno d’oggi grazie a un ottimo comparto tecnico, di trucco e di messa in scena, è sul fattore narrativo che la pellicola si rivela, almeno parzialmente, deludente: delle tante tematiche inizialmente trattate, nessuna riceve infatti un approfondimento efficace, relegando anche la trasformazione in licantropo a un puro gioco estetico e di terrore visivo piuttosto che nel costruire una vera e propria riflessione su di essa.

    Wolf Man non è quindi certo un pessimo film e riesce senza problemi a intrattenere e inquietare per i suoi 103 minuti di durata, ma se ci si approccia aspettandosi una rilettura forte e intelligente del mito classico del lupo mannaro risulterà inevitabile uscire dalla sala con una forte delusione.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Nosferatu – Adattare l’incubo

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    Oggi, all’annuncio di un nuovo remake, tutti storcono un po’ il naso. Questo perché ormai da decenni il cinema sembra essere invaso da una quantità sempre maggiore di pellicole che fanno della riproposizione il loro marchio distintivo, spesso concretizzandosi in operazioni distruttive nei confronti di film storici riproposti per mero scopo monetario. In alcuni casi capita però che il remake venga fatto anche con un altro scopo: quando infatti dietro all’operazione si presenta un nome con una certa fama, il tutto sembra prendere una piega differente. Il Cape Fear di Martin Scorsese, La Cosa di John Carpenter, Heat di Michael Mann, La guerra dei mondi e West Side Story di Steven Spielberg, il King Kong di Peter Jackson, il Suspiria di Luca Guadagnino: la lista è sterminata e, seppur non sempre si possa parlare di pellicole capaci di surclassare l’originale, è facile affermare come gran parte di queste operazioni si siano dimostrate convincenti in quanto capaci di mostrare una forte autorialità nella loro realizzazione. 

    In egual modo ciò accadde con Nosferatu: dopo la monumentale pellicola del 1922 diretta da Friedrich Wilhelm Murnau, il mito del vampiro si sparse come a macchia d’olio nel mondo del cinema sotto le sembianze del più umano (fin dove possibile, ovviamente) Dracula passando da Tod Browning a Terence Fisher fino a tutti gli altri registi che si imbarcarono nell’impresa; almeno fino al 1979, anno in cui arrivò in sala Nosferatu: Il principe della notte, attraverso cui il regista tedesco Werner Herzog riscrisse il mito del Conte proprio riprendendo quanto fatto più di cinquant’anni prima dal suo connazionale. L’espressionismo e la costruzione artistica delle inquadrature lascia spazio in Herzog a una narrazione tra il dark fantasy e il malinconico, tra il sogno e la veglia. Una riscrittura completa del Conte, dei personaggi umani, dei luoghi in cui le vicende si svolgono e il modo in cui queste si srotolano, tutti elementi che portano il Nosferatu di Herzog ad essere una pellicola completamente diversa da quanto visto in precedenza.

    Sorprende poco, quindi, che all’annuncio quasi dieci anni fa (!) da parte di Robert Eggers di voler adattare a sua volta questa storia, gli animi fossero visibilmente turbati. Cos’altro c’era da raccontare senza snaturare eccessivamente il materiale d’origine? Il rischio di fallimento era alto, ma negli anni Eggers si è dimostrato un regista capace, portando così sempre più curiosità nei confronti di questo suo adattamento.

    Sangue chiama sangue

    Poche parole spendiamo per raccontare una storia che ormai conoscono tutti: nella Germania del 1800, Thomas Hutter (Nicholas Hoult) ha appena sposata la giovane e bellissima Ellen (Lily-Rose Depp) e, per poter pagare i propri debiti e garantire una vita dignitosa alla moglie, accetta l’incarico di viaggiare fino alla lontana Transilvania per portare a termine la vendita di una vecchia tenuta al misterioso Conte Orlok (Bill Skarsgård). Quest’ultimo, ottenuto ciò che cercava, si reca quindi a Wisborg per poter possedere finalmente Ellen, con la quale sembra avere un misterioso legame, ora in preda alle convulsioni e al sonnambulismo, tanto che i coniugi Harding (Aaron Taylor-Johnson e Emma Corrin) si vedono costretti a cercare l’aiuto prima del Dottor Sievers (Ralph Ineson) e successivamente dell’eccentrico studioso dell’occulto Von Franz (Willem Dafoe).

    Fin dai primissimi minuti del film si presenta però una novità: il tutto si apre infatti con una sequenza che vede protagonista Ellen intenta a pregare supplicando di trovare rimedio alla propria solitudine, entrando però così in contatto con l’inquietante spirito di Nosferatu. Proprio qui risiede uno dei grandi cambiamenti di questo nuovo adattamento: dove in passato il Conte veniva a conoscenza di Ellen solo dopo l’incontro al castello con Thomas, cercandola quindi, in Murnau, per renderla la sua nuova vittima e, in Herzog, per cercare di essere parte dell’amore tra lei e Thomas/Jonathan, qui il rapporto tra i due precede le vicende del film, divenendo poi centrale nello spiegare le motivazioni che smuovono il Conte. È una rilettura estremamente moderna e tristemente attuale quella di Eggers, che sembra interessato a raccontare, attraverso il rapporto tra il Conte ed Ellen, le relazioni tossiche moderne, nelle quali uno dei due coniugi non riesce a lasciar andare l’altro, riscattandone la completa possessione inizialmente con atti più subdoli e successivamente sempre più violenti e dannosi.

    In relazione a questo, Eggers introduce il tema della possessione, qui da intendere non solo con valore simbolico ma letterale: se già nell’originale la giovane sembra subire l’influenza del Conte attraverso incubi ed episodi di sonnambulismo, qui Eggers calca pesantemente la mano inserendo intere sequenze molto vicine ai film di cui L’esorcista fu capostipite, tra occhi ribaltati, schiene inarcate e turpiloqui. E se da un lato questo può far storcere il naso a chi si aspettava una narrazione più sottile – magari vicina ad un The VVitch per esempio – dall’altro risulta innegabile come la maestria del regista riesca a rendere anche questa novità come un’aggiunta capace di non stonare.

    Una sinfonia dell’orrore

    Ciò che risulta palese nell’adattamento di Eggers è senza dubbio la volontà di mettere in scena un vero e proprio film dell’orrore, costruendo così forse il suo film più accessibile: nonostante la durata comunque sostenuta, le vicende si compongono infatti di numerose sequenze squisitamente orrorifiche con jumpscare ben piazzati, giochi di luci e ombre e vedo-non-vedo capaci di costruire una forte tensione e, come ciliegina sulla torta, un utilizzo del sangue e del gore decisamente intelligente. Tutto questo orrore non sarebbe senz’altro possibile senza l’impeccabile cura estetica e tecnica portata avanti in maniera incredibile per tutto il film: Eggers e Jarin Blaschke (ormai storico collaboratore del regista) si destreggiano infatti tra movimenti di macchina e primi e primissimi piani senza mai mostrare il fianco, costruendo ogni inquadratura con una cura e uno studio maniacale riuscendo nell’impresa, tutt’altro che semplice, di costruire momenti capaci di reggere il confronto con entrambe le precedenti iterazioni.

    A coronare il tutto ci pensano poi la colonna sonora di Robin Carolan, composta di melodie sia struggenti che estremamente inquietanti, un reparto costumi e scenografie incredibili, che fondono l’estetica gotica e la minuziosa ricerca dell’accuratezza storica – tanto che le sequenze nel Castello del Conte sono state interamente girate in un vero castello nel quale venne rinchiuso proprio Vlad Tepes -, e un cast davvero azzeccatissimo: su tutti spicca senza dubbio Lily-Rose Depp, magnifica nel ruolo di Ellen e capace – forse anche più dell’originale scelta Anya Taylor-Joy – di donare al personaggio una presenza scenica unica mista a una recitazione sì barocca ma estremamente calzante con le atmosfere ricercate; seguono a ruota un Nicholas Hoult capace di mostrare appieno tutto il terrore e la paura dovute all’incontro con il Conte, un magnifico Willem Dafoe, quasi comic relief, che assieme a Ralph Ineson compone un duo dalla grande alchimia a schermo e che permette un grande approfondimento sul versante dell’occulto; chiudono il quadro un’ottima, seppur limitata a poche sequenze, Emma Corrin e un Aaron Taylor-Johnson mai così convincente.

    Piccolo spoiler minore sul design del Conte: dato l’alone di segretezza attorno al design del Conte all’interno dei trailer, qualora vogliate arrivare completamente vergini al film, vi consigliamo di saltare direttamente alle conclusioni

    Unica nota dolente può essere trovata nel Conte, poco presente proprio per una scelta narrativa che avvicina le vicende a quelle di un horror di stampo più classico, ma che quando figura a schermo si ritrova caratterizzato da un design dalla scelta “bizzarra”: la scelta di dotare Orlok di baffi e capelli così da avvicinarlo maggiormente al vero Vlad non sarebbe di per sé una scelta sbagliata o criticabile, ma inserita all’interno di un contesto dall’intento così chiaramente orrorifico presenta l’inevitabile rischio di ridurre la forza scenica del personaggio, già estremamente iconico – e forse anche maggiormente inquietante – con la sua testa pelata, le orecchie a punta e la pelle biancastra. Anche a causa di un trucco estremamente presente, la figura di Bill Skarsgård sembra quasi scomparire con l’unica eccezione dell’ottima gestione del timbro vocale, purtroppo assente nella versione doppiata.

    Conclusioni

    Diciamolo subito: il Nosferatu di Eggers è un film che ha senza dubbio senso di esistere. Non solo per l’amore fanciullesco di Eggers verso l’originale che si percepisce in ogni inquadratura, ma soprattutto perché, riproponendo un racconto estremamente attinente all’originale, riesce a dimostrare una propria valenza e una propria forza. La decisione di puntare così fortemente sull’horror, la cura maniacale a livello estetico, l’ottima direzione del cast unita a una colonna sonora incredibile, alle incredibili scenografie gotiche e ai costumi dal forte richiamo storico: tutti elementi che cementificano, senza alcun dubbio, questo film tra i migliori horror degli ultimi anni e che permettono a questo remake di non sfigurare assolutamente nemmeno quando accostato ai grandi capolavori di Murnau ed Herzog. Lunga vita a Nosferatu!

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Recensione Kraven: Il cacciatore – La mediocre conseguenza di una decisione sbagliata

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    “Stop! He’s already dead!” Mai come in questo caso I Simpsons sembrano aver racchiuso, in una semplice battuta, la tremenda e confusa situazione del SSU (Sony Spiderman Universe), ovvero il maldestro tentativo di casa Sony di creare, sull’onda – dell’allora – estremamente di successo MCU, un proprio universo condiviso composto da pellicole costruite attorno alla figura di Spiderman. La prima problematica – che può facilmente essere identificata anche come la più grande – è stata innanzitutto la mancanza di Spiderman stesso, imbrigliato dopo l’insuccesso dei due The Amazing Spiderman diretti da Marc Webb (2012, 2014) ad una collaborazione con i Marvel Studios per una partecipazione del personaggio, ora interpretato da Tom Holland, ad un pacchetto di pellicole appartenenti all’MCU. La soluzione sembra quindi arrivare dal “fare di necessità virtù”, prendendo una pellicola con protagonista Venom in gestazione da anni  – e di (apparentemente) grande interesse per i CEO di Sony – rendendola apripista del loro universo: con un incasso di otto volte il budget, sembrava che avessero fatto la scelta giusta (tralasciando però le forti critiche che piovvero sulla pellicola diretta da Ruben Fleischer da parte della critica specializzata, che bocciò aspramente il film).

    Così l’apparente soluzione costruì il secondo grande problema del SSU: non potendo avere Spiderman, decisero di puntare tutto sui villain che poi, un giorno lontano, si sarebbero riuniti per affrontare finalmente l’arrampicamuri. Un’impresa già di per sé complicata divenne in breve tempo l’esempio lamapante di “tenere il piede in due scarpe”, perché da un lato si cerca di conquistare i fan con le promesse di vedere sullo schermo i loro villain preferiti (ad esclusione di El Muerto, che difficilmente rientra in questa cerchia) mentre dall’altro si vuole attirare la fetta più grande di pubblico e, in quel preciso momento storico, il modello per eccellenza era soltanto uno: Deadpool. Arrivano così una serie di personaggi – di cui Venom già fa parte – completamente riscritti, lontani (chi più chi meno) dalla loro controparte cartacea per diventare degli “anti-eroi”, chiassosi, irruenti e dalla battuta facile ma capaci, nel momento del bisogno, di non porsi delle regole per raggiungere il proprio obiettivo. Insomma, i classici “cattivi ma non troppo”.

    A poco serve quindi soffermarsi sui chiassosissimi flop delle successive pellicole, sia i due sequel di Venom sia i tentativi di introdurre altri personaggi come Morbius o Madame Web. Problemi produttivi da un lato e una pessima realizzazione (soprattutto narrativa) delle pellicole dall’altro hanno portato in questi giorni all’ufficializzazione del fallimento del SSU e della sua (momentanea) chiusura. In tutto questo oggi, 13 dicembre, negli USA arriva Kraven: Il cacciatore, pellicola lapidaria quindi del loro progetto arrivata nella nostra penisola – miracolosamente – con due giorni d’anticipo, potendo quindi dire che, come finale, poteva andare decisamente peggio.

    When the mid comes around

    Dopo una sequenza iniziale, di all’incirca dieci minuti, nella quale vediamo SergeiKraven” Kravinoff (Aaron Taylor-Johnson) portare a termine una sua “battuta di caccia” nei confronti di un boss del narcotraffico in una colonia penale russa, si viene poi catapultati in un lunghissimo (e anti-climatico) flashback per mostrare il difficile rapporto di Sergei con il padre (Russell Crowe), l’amore per il fratello Dimitri e il successivo ottenimento di non-meglio-precisati poteri grazie all’intervento della giovane Calypso, oltre che a introdurre, con una velocità disarmante, il futuro villain delle vicende Aleksei (aka Rhino, qui interpretato da Alessandro Nivola).

    Tornati al presente, la pellicola procede costruendo per la totalità di due (facilmente riducili) ore un racconto che cerca di essere più cose contemporaneamente: la riscrittura completa di Kraven lo porta ad essere da cacciatore senza scrupoli a giustiziere che usa le sue abilità sovrumane senza paura di sporcarsi le mani (avvicinandolo molto più alla figura di The Punisher, volendo rimanere in casa Marvel) protagonista quindi di diverse sequenze movimentate tra scazzottate, scontri con armi improvvisate e inseguimenti con corse e arrampicate, tutti completamente senza alcuna regola o limite pur di mettere in scena l’azione più sfrenata e sregolata. Al tempo stesso il racconto sembra voler inserire anche un forte elemento crime, con una faida tra famiglie criminali in pieno atto che si combatte a suon di sparatorie nei locali, esecuzioni in aree portuali deserte e la costruzione di eserciti per poter conquistare i territori altrui.

    A tutto questo si unisce la volontà di costruire momenti drammatici, soprattutto legati al rapporto tra i Kravinoff con un padre possessivo e ossessionato dal voler crescere i figli “da veri uomini”, un Sergei volenteroso di staccarsi dal passato ma ancora legato al fratello Dimitri, che a sua volta cerca costantemente l’apprezzamento del padre: il tutto forma un triangolo che avrebbe la possibilità di mettere in scena dinamiche interessanti, ma che si sgretola completamente scontrandosi con la sopracitata azione sregolata e con l’inserimento di momenti forzatamente comici che, seppur nel loro essere completamente banali funzionano, distruggono l’atmosfera anche quando questa dovrebbe essere estremamente seria.

    Dumb nonsensical fun

    Volendo concludere il discorso sugli elementi problematici del film si inserisce a gamba tesa la cgi, qui davvero sottotono nella messa in scena sia degli elementi più realistici, come gli animali, sia di quelli più fantastici, su tutti un Rhino trasformato ben poco convincente e alcune animazioni di Kraven che ricordano in maniera eccessiva la qualità di un videogame di qualche generazione fa. A tutto questo si aggiunge il sangue, grande assente delle pellicole precedenti inserito qui chiaramente in fase di post-produzione probabilmente con lo scopo di acchiappare, in fin di vita, qualche consenso in più soprattutto durante la campagna marketing ma che si rivela presente in maniera talmente irrisoria da risultare quasi fuori luogo quando aggiunto.

    Volendo invece girare la medaglia, bisogna ammettere che qualche freccia al suo arco Kraven sembra di fatto averla: su tutti la regia – mai punto di forza di questo universo narrativo –, qui affidata a J.C. Chandor, nonostante non faccia certo gridare al miracolo riesce comunque a giocare in maniera interessante con le varie sequenze d’azione, sempre chiare e tutto sommato anche divertenti proprio grazie al loro essere estremamente eccessive. Si aggiunge poi la vera ancora del film, manifesta nella presenza di Aaron Taylor-Johnson come protagonista: reduce da ruoli in commedie d’azione come Bullet Train o The Fall Guy – e in attesa del suo, diversissimo, ruolo nel vicino Nosferatu di Robert Eggers – l’attore inglese impiega grande sforzo nel cercare di donare carattere e una forte presenza scenica al suo personaggio, riuscendo a portare a casa un buon risultato minato inevitabilmente da una scrittura che lo imbriglia in battute piuttosto mediocri e risvolti narrativi poco convincenti. Ad affiancarlo c’è un cast di personaggi secondari appena accennati, che non riescono mai a guadagnare il giusto spazio nelle vicende, nemmeno se a interpretarli si presentano nomi come Russell Crowe, Ariana DeBose e Fred Hechinger, il cui unico interesse sembra essere quello di accennare qualche personaggio semi-sconosciuto dei fumetti; stesso discorso si applica, forse in maniera ancora più problematica, ai due villain, con un Alessandro Nivola sprecatissimo per un Rhino poco più che macchietta e un Christopher Abbott nei panni dello Straniero, villain poco conosciuto e poco approfondito, che gode di un minimo di interesse solo grazie alla forte presenza scenica di Abbott.

    Conclusioni

    Con Kraven: Il cacciatore si chiude momentaneamente il fallimentare Sony Spiderman Universe, trascinatosi fino ad oggi attraverso pellicole tutt’altro che di successo in bilico tra il pessimo e il mediocre. In questo panorama, la pellicola diretta da J.C. Chandor riesce a dimostrarsi superiore soprattutto grazie a una buona gestione di quest’ultimo delle sequenze d’azione e una prova tutto sommato convincente da parte di Aaron Taylor-Johnson nei panni del protagonista. A spezzare l’incantesimo ci pensa però una sceneggiatura decisamente confusa che finisce per minare anche le buone prove attoriali di un cast tutt’altro che mediocre e una cgi davvero inaccettabile per un prodotto di questo tipo in uscita in questo periodo storico (visto anche il budget tutt’altro che irrisorio).

    Una chiusura quindi abbastanza tiepida e dimenticabile, che ricorda molto da vicino quanto avvenuto con Aquaman e il regno perduto, che porta con sé l’inevitabile, sempre più pressante, domanda: è questa forse la fine degli universi condivisi? Purtroppo, non ancora.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Qui non è Hollywood – Il male è banale, comprenderlo è complesso

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Disclaimer: All’interno dell’articolo saranno presenti spoiler sulle vicende realmente accadute e sulle modalità in cui la serie le mette in scena

    Al true crime siamo ormai tutti abituati: non che si tratti di un genere completamente nuovo, ma è sotto gli occhi di tutti come, nel corso degli ultimi anni, le piattaforme abbiano raccolto il testimone dalla televisione generalista per creare un vero e proprio marasma di produzioni che si arricchisce sempre di più. Per anni in Italia i casi di cronaca nera sono stati appannaggio quasi esclusivamente di programmi in chiaro a sfondo (più o meno) giornalistico, passando poi per la “via di mezzo” della pay-per-view manifesta principalmente in quella Sky autrice di numerosi prodotti degni di nota costruiti sulla formula della docu-serie, di cui un esempio perfetto è proprio Sarah. La ragazza di Avetrana, prodotta da Grøenlandia e tratta dal libro omonimo con l’obiettivo di ricostruire uno dei casi di nera più sconvolgenti degli ultimi anni.

    È forse affidabile a Netflix il manto di aver scommesso fortemente su una programmazione di questa tipologia tanto che, a voler escludere la grande quantità di produzioni estere, in Italia vanta nel suo catalogo SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, Vatican Girl: La scomparsa di Emanuela Orlandi e Wanna: produzioni rivolte a target diversi, con argomenti diversi che spaziano attraverso dinamiche che, unite, permettono di manifestare un forte interesse da parte della piattaforma e di far sì che, di queste storie, ne rimanga sempre traccia. 

    Proprio Netflix solo quest’anno ha arricchito il proprio catalogo con Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio e Per Elisa – Il caso Claps, rispettivamente una docu-serie e una miniserie capaci entrambi di attrarre il pubblico e far parlare di sé.

    Mai giudicare una serie dalla locandina

    Sono forse talmente tanti i prodotti di questi tipo ormai che, all’ennesimo annuncio da parte di una piattaforma di un nuovo true crime, si manifesta di già una sensazione di ridondanza tanto da chiederci “ma ce n’era davvero bisogno?”. Sensazione ulteriormente acuita dall’uscita di un trailer poco convincente e di una locandina dalle scelte di design decisamente discutibili, tanto da far bollare il prodotto dalla maggior parte dell’utenza come la “classica operazione all’italiana”: battiamo il ferro finché è caldo spendendo il minimo, perché se qualcosa va di moda gli spettatori tanto arrivano. A smuovere le acque ci pensa però un avvenimento esterno: il 23 ottobre la serie viene infatti messa in stallo a causa delle richieste del sindaco della città, chiedendo di eliminare dal titolo il nome “Avetrana” con il rischio che, qualora la produzione si rifiutasse, il prodotto sarebbe potuto scomparire per sempre.

    Inevitabile a questo punto l’interesse spasmodico da parte del pubblico al quale, qualora gli venga impedita la visione di qualcosa, cercherà a quel punto di visionarla in qualsiasi modo possibile, con conseguenti articoli su articoli riguardanti l’argomento affiancati a recensioni scritte e video di coloro che, al Festival del Cinema di Roma, la serie erano riusciti a vederla quasi come “unici spettatori di un miracolo censurato”.

    La situazione si sarebbe poi risolta in maniera estremamente semplice (e prevedibile): la produzione rinuncia ad “Avetrana” nel titolo mantenendo soltanto Qui non è Hollywood – inizialmente pensato come sottotitolo – e la serie sbarca sotto gli sguardi (ora) affamati di migliaia di spettatori su Disney+ il 30 ottobre. C’è però, di fatto, una sorpresa in tutta questa storia: la serie è, a tutti gli effetti, un prodotto che ha dell’incredibile.

    Un enorme valore produttivo

    Fondamentale, prima di tutto, spendere due parole su chi sta dietro al progetto: quasi a sorpresa si ritrova infatti Grøenlandia stessa che, dopo la docu-serie, ritorna a trattare la stessa storia utilizzando ora la forma della miniserie gestendo però in contemporanea anche l’uscita su Netflix della seconda stagione de La legge di Lidia Poet e su Sky di Hanno ucciso l’uomo ragno, creando in questo modo un quadro complessivo estremamente roseo visti i grandi numeri che queste produzioni stanno manifestando.

    A dirigere la serie troviamo poi Pippo Mezzapesa – conosciuto ai più per aver diretto Ti mangio il cuore – che ritroviamo qui anche nel team di sceneggiatori incaricati di adattare il libro di Gazzanni e Piccinni, utilizzato ancora una volta come soggetto per la serie.

    Se è vero che alcune produzioni televisive italiane hanno, di fatto, mostrato i muscoli anche in relazione a produzioni estere ben più blasonate, rimane comunque vero come un grosso sforzo produttivo rimanga nel belpaese legato a prodotti inevitabilmente inferiori a quanto vediamo arrivare da oltre i confini. Tutte le preoccupazioni legate al pessimo marketing della serie, che a tutti gli effetti sembrava collocare il prodotto proprio in quest’ultima categoria, vengono immediatamente spazzate via già dai primi minuti: commistionando reparti creativi e tecnici la serie mette infatti in scena quattro puntate dalla lunghezza di poco superiore ai 60 minuti la cui qualità rimane costantemente altissima senza sbavature.

    Da ogni inquadratura si riesce a percepire il calore dell’asfalto, la freschezza delle birre ghiacciate e dei gelati, l’odore del sudore e del terriccio lavorato nei campi, piombando indietro a un 2010 che di finzione non trasmette nulla risultando però al tempo stesso estremamente iconico, nel bene e nel male. Le automobili con lo stereo come unico optional e i finestrini a manopola, i telefonini a conchiglia con i ciondoli che si trovavano nei pacchetti di patatine, i primi televisori piatti nei locali e quelli ancora al tubo catodico nelle abitazioni a cui si aggiunge un vestiario e un insieme di capigliature divenute ormai iconiche dimostrano un grande dispendio di forze nel ricreare, nella maniera più fedele possibile, ciò che venne mostrato dai costanti e innumerevoli servizi giornalistici dell’epoca.

    In puro stile USA, la serie si compone inoltre di una colonna sonora di brani su licenza che spaziano dalle italianissime Nel sole di Albano e Tranne te di Fabri Fibra a brani internazionali come Complicated, Who Wants To Live Forever o Exit Music (For Movies) – il cui utilizzo nasconde, in maniera nemmeno troppo velata, un significato relativamente alle scene che accompagnano – passando poi per i brani originali composti da Yakamoto Kotzuga e alla credit song La banalità del male composta appositamente da Marz e Marracash.

    Fedeltà storica, interpretazione narrativa

    Nella scelta della miniserie come strumento narrativo si manifesta l’intrinseca intenzione degli autori di voler raccontare gli eventi reali inserendo però diversi grandi di interpretazione al tutto. Da un lato abbiamo quindi il realismo storico, attraverso cui si cerca di ricreare il tutto nella maniera più realistica e verosimile possibile: oltre agli (imprescindibili) elementi nominati poco sopra, grande sforzo è stato posto nella composizione di un cast che rassomigliasse il più possibile alle persone che questa storia l’hanno vissuta in prima persona e che trova piena manifestazione negli oltre 20 kg di trucco applicati a Vanessa Scalera per la sua trasformazione in Cosima Serrano e nell’acquisizione da parte di Giulia Perulli (affiancata da una nutrizionista) di 22 kg per ottenere una fisicità conforme a quella della vera Sabrina Misseri. A ciò si aggiungono numerose sequenze sparpagliate nelle varie puntate che riproducono con estrema fedeltà le situazioni realmente mostrate davanti alle telecamere, tanto da risultare impressionanti quando messe a confronto, a cui fa da contraltare la totale mancanza di girato legato all’assassinio, mostrato brevemente come di sfuggita, volendo ulteriormente rimarcare una nebulosa oscurità che ancora aleggia sulla verità di quel momento.

    Al tempo stesso la serie decide di dare al racconto una forte componente emotiva, traducibile innanzitutto nel focus degli episodi: ad ognuno è infatti assegnato il nome di un personaggio che risulterà il focus principale di quei sessanta minuti. Non ci si ritrova però davanti a quattro prospettive diverse della stessa vicenda, quanto piuttosto alla volontà di donare il tempo necessario a sviscerare questi personaggi per poterli comprendere appieno ed è presto chiaro come questo fosse il vero obiettivo della serie. Ad un primo episodio – Sarah – con protagonista la vittima e che racconta i giorni precedenti all’omicidio occupandosi principalmente di introdurre i vari personaggi e le loro dinamiche, fanno da contraltare i tre episodi successivi – Sabrina, Michele e Cosima – attraverso i quali possiamo comprendere appieno le dinamiche famigliari e i demoni personali che attanagliano ognuno dei colpevoli, il tutto attraverso scene di fortissimo impatto (basti pensare alla rabbia di Sabrina nel vedersi riflessa allo specchio o al pianto di Michele sul trattore).

    Per rendere ancora più potente e funzionale tale struttura giocano poi un ruolo fondamentale le sequenze oniriche: già il primo episodio sembra essere strutturato come un sogno della morente Sarah nel quale, nel ripercorrere i giorni precedenti alla morte, elementi reali si mescolano ad altri volontariamente simbolici a manifestare l’inevitabile stretta del destino, ma è nelle tre ore successive che l’assurdo cresce esponenzialmente, con l’apparizione del fantasma di Sarah a Sabrina e Benedetta o la preghiera ripetuta e la stagnazione dell’acqua sempre più soffocante nell’episodio dedicato a Michele. A tutto questo si aggiunge infine un fortissimo simbolismo che permea numerose sequenze – e in cui Mezzapesa dimostra una grande padronanza del mezzo: il “muscio” – cucciolo di gatto destinato a morire – a cui sembrano prestare attenzione soltanto Sarah, con un amore innocente e incondizionato, e Zio Michele, legato ad esso ma rassegnato al destino di morte, come foreshadow del destino della giovane ragazza e dell’ossessione dello zio che lo porterà al crollo; la statuetta rotta durante la diretta in cui viene ritrovato il corpo di Sarah e che Sabrina cercherà, inutilmente, di ricomporre come impossibile sarà, da quel momento in poi, rimettere insieme i cocci di una famiglia distrutta ed a cui mancherà per sempre un frammento; il ballo di Sabrina – e poi Cosima in un secondo momento – sulle note di Obsesion di Aventura e Judi Santos, a piena manifestazione dell’ossessione della prima nei confronti di Ivano (che la porterà poi a compiere l’omicidio) e del legame intrinseco tra madre e figlia. Come non citare poi la camminata finale di Sarah lungo le strade deserte di Avetrana, accompagnata dalle note di Who Wants To Live Forever dei Queen e sola come l’Aldo Moro sul finale di Buongiorno, notte di Marchio Bellocchio, completamente ignorata dai giornalisti che, passandole affianco, corrono verso Cosima, verso lo scoop. Perché quello che alla fine a tutti interessa, più che fare giustizia ai morti, è sbattere il mostro in prima pagina.

    “Sai che il male è banale, ma è comprenderlo che è complesso

    Se ci affascina tutti, è perché tutti lo abbiamo dentro

    Ogni caso irrisolto, poi, è soltanto specchio del nostro”

    (La banalità del male (End credit song “Qui non è Hollywood”) – Marz, Marracash)

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • Recensione Like A Dragon: Yakuza – Un dragone senza occhi

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    Tra le saghe videoludiche più longeve, Yakuza – il cui titolo mutò poi negli anni in Like A Dragon – gioca senz’altro un ruolo di spicco: partita nel 2005 con il primo capitolo su PlayStation 2, prosegue poi fino ad oggi contando all’attivo diciannove titoli tra principali e spin-off di vario tipo, raccontando una storia in continua espansione popolata da personaggi che una vasta porzione di pubblico – principalmente asiatico – ha imparato negli anni ad amare. Non è infatti difficile legarsi a personaggi come Kazuma, Goro, Ichi, Takayuki data la forte impronta narrativa che i giochi portano avanti: da un lato infatti i combattimenti giocano un ruolo fondamentale assieme all’esplorazione di porzioni di mappe sempre più ampie, ma al tempo stesso una grande quantità di tempo viene speso nel dialogare con una immensa pletora di personaggi (più o meno) secondari e nel vedere cutscene curatissime che evolvono continuamente la narrazione.

    All’annuncio di un adattamento, le aspettative si fanno quindi abbastanza alte: Takashi Miike già aveva tentato un’operazione di questo tipo con il suo Yakuza: Like A Dragon nel 2007, pellicola ben accolta dai fan per le numerose citazioni ma poco comprensibile per i neofiti, decretandone così il relativo insuccesso – tanto che ad oggi il film è praticamente introvabile; che potesse quindi essere questa l’occasione giusta per dare ulteriore lustro e ulteriore fama alla saga, soprattutto al di fuori del Sol Levante?

    Kazuma Kiryu (Ryoma Takeuchi) e Akira Nishikiyama (Kento Kaku) camminano per le strade di Kamurocho

    Il dragone e la carpa

    Saltando dal letto del fiume, cercarono di raggiungere la cima della cascata senza riuscirci. I loro sforzi attirarono l’attenzione di un demone locale, che derise i loro sforzi e intensificò la forza della cascata a causa della sua malignità. Dopo aver saltato per cent’anni, una carpa raggiunse la cima della cascata. Gli Dei riconobbero la sua perseveranza e la sua determinazione e la trasformarono in un dragone dorato, un’immagine di potere e forza.

    Un’antica leggenda cinese

    La serie si divide tra due archi narrativi: nel 1995 seguiamo le vicende del quartetto formato da Kazuma, Yumi, Nishiki e la sorella Miho nel loro tentativo di fuggire dall’orfanotrofio e rifarsi una vita portando a termine un colpo, finendo però inevitabilmente nel mirino dei Dojima, una potente famiglia della Yakuza; parallelamente nel 2005 vediamo Kazuma uscire di galera, con addosso il titolo di “Ammazza-boss” e costretto a destreggiarsi tra il desiderio di abbandonare la vita criminale e l’aiutare i vecchi amici.

    Questa struttura di salto tra presente e passato l’abbiamo di certo già vista in numerose produzioni – Lost su tutte in questo ha fatto inevitabilmente storia – ma in questo caso le modalità in cui il prodotto decide di mettere in scena l’alternanza non seguono uno schema ben preciso: si passa infatti da episodi come Ambition/Desire in cui le vicende del 2005 riguardano un minutaggio decisamente esiguo rispetto alla centralità di quelle del ’95 ed altri in cui si verifica l’esatto opposto. Se da un lato ciò permetterebbe idealmente di concentrarsi su quanto in quel momento necessita più attenzione, bisogna ammettere come ciò finisca per creare un ritmo discontinuo in cui – complice anche la decisione di spezzare l’uscita degli episodi in due tronconi distinti da tre episodi l’uno – lo spettatore fatica a raccapezzarsi sulle vicende. La serie infatti mette in scena numerosi personaggi, ognuno con il proprio nome, ruolo e titolo più o meno centrali alle vicende, ma che necessitano comunque un forte sforzo mnemonico per essere ricordati, azione complicata ulteriormente dai continui salti temporali.

    Blocco note alla mano per scriversi nomi e titoli ed ovviare quindi a questo problema, la serie presenta in realtà una struttura abbastanza semplice: il ’95 funge infatti da spiegazione su come i personaggi abbiano costruito i propri legami con la Yakuza e come si arrivi alla conseguente morte del boss, mentre il 2005 segue l’indagine personale di Kazuma su una serie di omicidi nell’ambiente criminale e sul furto del fondo delle famiglie della Yakuza. Proprio relativamente alla quantità di tempo dedicata ai rispettivi archi narrativi, le vicende della “formazione” dei protagonisti sembrano occupare molto più del tempo necessario, soffermandosi su numerosi momenti di certo interessanti ma che sarebbero potuti al tempo stesso essere ridotti, così da dare più spazio alle ben più interessanti vicende del 2005. Questo perché, soffermandosi proprio su quest’ultime, la sceneggiatura spara le sue cartucce migliori, con un susseguirsi di vicende interessanti, ricche di sfumature ed intrighi capaci di mantenere alta la tensione e permettere allo spettatore di avanzare con interesse nella visione.

    Majima Goro (Munetaka Aoki) in una delle poche – purtroppo – sequenze che lo vede protagonista

    The game was rigged from the start

    Elemento inevitabile in fase di analisi è la relazione con il materiale originale. Da una parte abbiamo infatti nomi, outfit, location, addirittura mosse di combattimento identici a quanto visto nel gioco, dall’altra però abbiamo la volontà di adattare la storia con grande libertà, ritrovandosi di fronte ad un adattamento più vicino a quanto visto in Halo piuttosto che ad una blasonata prima stagione di The Last Of Us. Se l’omicidio del boss ed il successivo furto del fondo della Yakuza sono difatti il medesimo punto di partenza, il gioco riduce le vicende del 1995 al mero incipit proiettandosi poi interamente nel 2005 dove, nell’arco delle circa 15 ore di durata, viene messo in scena un crime drama in cui si alternano momenti ricchi di azione e tensione ad altri più emotivi. Il giocatore riesci così a legarsi in primis a Kazuma, ma anche ai tutti gli altri personaggi di cui conosce così carattere e motivazioni costruendo una fitta trama di relazioni che si intreccia, ovviamente, con la linea narrativa principale.

    Proprio qui sta il più grande problema della serie: il grottesco e l’assurdo che caratterizzano l’intero gioco sono qui stati completamente eliminati, non comprendendo che fossero proprio ciò che portava lustro e memorabilità a quanto messo in scena. I continui tentativi di Goro di irritare Kazuma per spingerlo a combattere aiutano a delineare un personaggio consumato dalla brama del combattimento, così come il correre per la città alla ricerca del giusto cibo per cani o l’accompagnare un turista americano per locali dimostrava, nella sua assurdità, come Kazuma fosse un qualcosa di più di un semplice criminale, a cui poi si aggiungevano gli assurdi combattimenti contro decine di nemici che permettevano di sviluppare un’idolatria verso un personaggio tutt’altro che dimenticabile. Tutto questo nella serie viene invece asciugato e ridotto – forse per necessità di tempo o forse per voler dare un senso di cupezza maggiore alle vicende – finendo però per creare una narrazione composta da tanti momenti posti frettolosamente in successione con personaggi che entrano ed escono di scena con una velocità disarmante.

    A poco servono quindi le buone prove attoriali, il curato aspetto tecnico – soprattutto nella fotografia di alcune sequenze – oppure le ottime coreografie a fronte di una storia che, al di là dei vari cambiamenti più o meno funzionali, si prende eccessivamente sul serio e che finisce così per portare sullo schermo diversi momenti del videogioco senza quella magia che li ha sempre contraddistinti e rendendoli, perciò, dimenticabili.

    Conclusioni

    Già arrivato in sordina, Like A Dragon: Yakuza sembra essere uno di quei prodotti destinati in partenza all’oblio: la decisione infatti di adattare con molta libertà le vicende del videogioco eliminando completamente ogni elemento grottesco o sopra le righi porta la narrazione a procedere come con il pilota automatico, non inciampando in grossolani errori fastidiosi ma non riuscendo mai a creare momenti degni di nota. Purtroppo nemmeno un buon cast, un ottimo aspetto tecnico e delle ottime coreografie riusciranno a salvare questa serie, incapace di scorgere la giusta strada da percorrere, quasi come il drago senza occhi sulla schiena del protagonista.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.