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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • RECENSIONE TICK, TICK… BOOM! – FRA SOGNO E NORMALITÀ

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    Il musical è il genere per eccellenza dei sogni, espressi in maniera ultra drammatizzata. Se il cinema è una selezione della vita solo nei suoi momenti più interessanti, il musical è quasi emotività condensata. Troppo, per alcuni, e infatti il giudizio è spesso o di amore o di odio, con rarissime vie di mezzo e, soprattutto nelle trasposizioni cinematografiche, il rischio di trovarsi di fronte a prodotti stucchevoli è sempre dietro l’angolo, com’era accaduto con l’adattamento per il grande schermo di The Prom, diretto da Ryan Murphy. 

    Tick tick…Boom!, nuovo musical diretto da Lin-Manuel Miranda, qui al suo debutto da regista, evita benissimo questo primo potenziale ostacolo, mantenendo (quasi) sempre un buon equilibrio di emotività complessa e sfaccettata nel raccontare la storia quasi autobiografica di Jonathan Larson (interpretato da Andrew Garfield), il celebre compositore del pluripremiato Rent, morto a trentacinque anni proprio il giorno prima del debutto Off-Broadway della sua opera più famosa. 

    Ma tick tick…Boom! non racconta questa storia. Il film è, invece,  l’adattamento di un altro musical di Larson che porta lo stesso titolo e che si concentra su pochi giorni di vita del protagonista alla soglia dei trent’anni, età vista come momento di passaggio verso l’ufficiale vita adulta e vissuta con ansia per un successo ancora non arrivato, a differenza di alcuni suoi grandi idoli che a quel punto della loro carriera si stavano già affermando, e per una società che vorrebbe rinunciasse ai suoi sogni per condurre un’esistenza ordinaria e con più certezze materiali. In questo il musical si inserisce benissimo in uno dei filoni principali del genere negli ultimi decenni, ovvero quello che racconta di animi ribelli e un po’ bohémien che inseguono il loro sogni: personaggi che servono da palliativo per una stragrande maggioranza di spettatori che ai quei sogni ha rinunciato, rinuncerà o non li ha mai neanche presi troppo sul serio. Per questo scopo il film funziona benissimo e dopo la visione la sensazione è quella di poter ribaltare il mondo; stato d’animo che svanisce ben presto, al risveglio la mattina dopo o anche semplicemente mettendo piede fuori casa. Tuttavia è una sensazione costruita in maniera solida e credibile, pur non poggiando fra l’altro su canzoni memorabili, attraverso una messa in scena solida e interpretazioni frizzanti ma misurate, che forse solo in un caso rischiano di sconfinare nel kitsch

    Fin qui niente di nuovo, ma il film ci offre anche un piccolo ribaltamento di prospettiva. Siamo nel 1990, al culmine dell’epidemia di AIDS, e il migliore amico di Jonathan, Michael, è solo l’ultimo di una lunga schiera di amici che sono stati contagiati e sono morti a causa della malattia. Attraverso questo personaggio, che ha abbandonato la carriera di attore per un remunerativo impiego nel campo della pubblicità, il film ci fa vedere quanto il concetto di “sogno” possa cambiare di segno a seconda della posizione sociale che ricopri e quindi di quali sono i tuoi privilegi. Infatti, ciò che per Jonathan non ha alcuna attrattiva, può essere il sogno per qualcuno come Michael, che, omosessuale, latino e sieropositivo, a quella vita, fatta da tante piccole cose considerate normali, non poteva tendenzialmente avere accesso (tutto ciò sottolineato anche dal ruolo di MJ Rodriguez, star della serie tv Pose, la cui presenza crea un piccolo collegamento intertestuale). 

    Questi elementi narrativi ci portano anche a riflettere sul tema del tempo, centrale nel film, dalla sua mancanza preannunciata o meno e su quanto possiamo arrivare ad essere febbrilmente ossessionati, anche i più liberi di noi, dal raggiungere entro un determinato momento, o che successo, soddisfazione, felicità o qualsiasi cosa si manifesteranno in maniera netta e lineare. Per Jonathan i trent’anni, che arriveranno di lì a giorni, rappresentano il punto d’arrivo di un percorso di otto anni passato a scrivere un musical, Superbia, che alla sua presentazione, pur venendo apprezzato, non riceverà disponibilità ad essere finanziato. Dovrà iniziare a scrivere “il prossimo”, come gli dice la sua agente, impresa che sembra, anche a noi spettatori con lui, insormontabile. Ricominciare da capo, dunque, che in realtà è solo l’apertura di nuove possibilità. Non è un film che ci offre il grande lieto fine, ma ci da il sollievo di mostrarci come, nonostante la vita possa essere abbastanza ironica da percorrere una strada contorta e non lineare, anche questo percorso così incerto, alla fine,  abbia un senso

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  • RECENSIONE ARCANE – IL TIE-IN PERFETTO

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    Nell’ambito del gaming competitivo si è vista l’ascesa, negli ultimi anni, di numerosi titoli di successo (basti pensare a Fortnite oppure Call of Duty Warzone), ma su tutti campeggia un nome, comparso nel 2009 e destinato a diventare un pilastro: League of Legends. Nato come mod di Dota e divenuto poi un IP vera e propria, il videogioco di casa Riot Games risulta ancora oggi uno degli MMO più giocati dagli utenti PC.

    Uno degli elementi più interessanti della produzione, oltre al gameplay (per i tempi) innovativo, sono i campioni: personaggi dalle sembianze umane, animali o mostruose, ognuno caratterizzato da abilità e da background differenti, portando alla creazione di un vero e proprio mondo da cui questi eroi e villain nascono ed agiscono. Era quindi solo questione di tempo prima che qualcuno si decidesse a creare un prodotto audiovisivo che seguisse le vicende di questi campioni ed è stata proprio Riot Games, in collaborazione con lo studio di animazione parigino Fortiche e la piattaforma di streaming Netflix, a portare alla creazione di Arcane, serie tv che conta 9 episodi, pubblicati in tre atti (ognuno da tre episodi) dal 6 al 20 Novembre.

    Due piccole premesse prima di partire: la recensione della serie prenderà in esame l’evoluzione delle vicende e dei personaggi attraverso i tre atti, comportando la necessità di dover parlare di alcuni avvenimenti considerabili spoiler (con la precisione nel passaggio tra il primo e secondo atto) e che potrebbero quindi rovinare l’esperienza per uno spettatore ancora ignaro dei fatti; inoltre, tutte le opinioni vengono espresse da un neofita del videogioco e della sua lore, ignorando quindi possibili riferimenti o easter egg presenti nella produzione.

    UN MONDO DI MAGIA E SCIENZA

    Piltover e Le Vie. Questi i luoghi in cui si svolgono le vicende della serie e che portano i vari personaggi che ci vengono presentati ad entrare in contatto tra loro, per accordarsi o scontrarsi, per stringere alleanze o dichiararsi guerra. Piltover è una città costiera, che fonda la propria ricchezza sulle rotte commerciali e le cui basi vantano le migliori scoperte scientifiche di tutto il continente, tralasciando però completamente tutto ciò che riguarda la magia (o Arcane, come viene definito nella serie); Le Vie sono invece un’intricata rete di edifici e passaggi sotterranei, costruiti proprio sotto Piltover ed utilizzati dai mercanti per i traffici illeciti ed illegali nella città “di sopra”.

    ATTO I: NASCITA

    Proprio nelle Vie crescono Vi e Powder, due sorelle rimaste orfane durante una precedente guerra tra le due città e cresciute dal mercante Vander, proprietario della locanda The Last Drop e “sindaco” della città sotterranea. Saranno loro le protagoniste della serie, che vediamo nel primo atto intente nel furto di alcuni oggetti di valore nella casa di Jayce Talis, giovane studioso dell’accademia alla ricerca di un modo per combinare scienza e arcane all’interno di alcune gemme, che durante il furto causano però un’esplosione, portando prima i ragazzi ad una incredibile fuga dai soldati e successivamente all’inasprimento dei rapporti tra le due città. Mentre le due ragazze ed i loro compagni rispondono delle proprie azioni a Vander e Jayce viene processato dal consiglio di Piltover, un nuovo personaggio tira di nascosto le fila delle Vie: Silco, vecchia conoscenza di Vander, è infatti un capo banda e produttore dello Shimmer, una sostanza capace di potenziare le prestazioni fisiche e la forza dei soggetti che ne fanno uso, creando in loro però una forte dipendenza ed alcune modifiche fisiche permanenti.

    La carne messa sul fuoco dal primo atto è parecchia ma la serie riesce sapientemente a dosare i tempi, presentando le origini dei personaggi in maniera eccezionale oltre ad introdurre con Silco uno dei villain meglio scritti in un prodotto di questo tipo. Con il finale del terzo episodio, la serie presenta due punti di svolta: nelle Vie scoppia una guerra, che si conclude con la morte di numerosi personaggi da parte di Silco e l’uccisione involontaria da parte della piccola Powder di alcuni suoi amici e del padre adottivo, avvenimento che porta all’aspra separazione delle due sorelle e all’avvicinamento di Powder verso Silco, che finirà per sostituire la figura paterna; nel frattempo a Piltover, Jayce con l’aiuto di un altro studioso di nome Viktor porta a termine i suoi esperimenti creando l’Extech, la perfetta e funzionante unione di scienza ed arcane.

    ATTO II: CONSEGUENZE

    Il secondo atto comincia presentando uno skip temporale di diversi anni, mostrando una Piltover estremamente più avanzata e arricchita grazie alla creazione di alcuni portali Extech, che rafforzano ulteriormente il ruolo della città nel commercio del continente, mentre le Vie, conosciute ora come lo Stato di Zaun, sono controllate da Silco ed i suoi uomini, tra cui spicca una Powder, ora conosciuta come Jinx, costretta a combattere i propri demoni e le conseguenze delle sue azioni. Le azioni del capo banda si espandono, però, a macchia d’olio anche nella città di sopra grazie alla corruzione di alcuni uomini di legge, portando disordini e scompiglio. Vengono qui introdotti i Firelights, gruppo criminale di Zaun che sembra contrastare le attività di Silco, e Caitlyn, vecchia conoscenza di Jayce, poliziotta con l’obiettivo di fermare le attività illecite della città e che decide di scarcerare Vi (finita precedentemente in prigione per alcuni furti) e di collaborare con lei per fermare Silco.

    In questo secondo atto l’azione, così presente nel primo, presenta un leggero calo in favore di una narrazione più personale (presentando comunque scontri mozzafiato nell’incipit della quarta puntata o sul finale della sesta), che esplora sempre più nel profondo le motivazioni e la morale dei personaggi rendendo palese la non presenza di una semplice (e limitante) divisione tra buoni e cattivi, ma rendendo invece palese la presenza di lati positivi e negativi presenti in ognuno di loro, creando un conflitto interno ai personaggi stessi che devono decidere quale strada seguire: il rimorso ed il dolore per Jinx, la ricerca di potere ed il controllo per Silco, la voglia di riscatto e l’istinto di protezione verso gli abitanti delle vie per Vi e si potrebbe continuare così per ogni personaggio presentato, andando a sottolineare ulteriormente la cura nella scrittura dei caratteri di questa serie.

    ATTO III: COLLISIONE

    Presentati i vari personaggi ed i loro obiettivi, il terzo atto è il punto di raccordo di tutte le linee narrative presentate finora, con Silco costretto al bivio tra il potere, da lui tanto bramato, e la “figlia” Jinx, quest’ultima che si ritrova a sua volta in un faccia a faccia con la sorella e con la scelta di chi vuole diventare veramente. Contemporaneamente Jayce, divenuto parte del consiglio di Piltover, deve scegliere tra la pace e la guerra, tra la stabilità del governo e le conseguenze  dei suoi esperimenti.

    Un atto che, se da un lato conclude in maniera impeccabile alcune linee narrative, ne apre anche di nuove per sfociare in un finale che (secondo il modello appena presentato) presenta la completa evoluzione di personaggi come Jinx e Vi e porta al termine l’arco narrativo di Silco, ma preparando al tempo stesso il terreno per le future stagioni, con una sequenza finale accompagnata dal brano “Goodbye” di Ramsey dall’alto tasso di epicità.

    UN RIUSCITO ESPERIMENTO VISIVO

    Ultimo elemento, ma sicuramente non per importanza, che eleva ulteriormente questa serie tra le varie produzioni animate della piattaforma di Netflix è proprio l’elemento visivo. Partendo da uno stile che può essere  accomunato ad una produzione come Spiderman: Into the Spider-Verse (Ramsey, Persichetti Jr. e Rothman; 2018), la serie presenta in realtà una ricerca visiva estremamente interessante e nuova, partendo in primis dalla modellazione dei personaggi, che presentano uno stile riconducibile ai trailer in computer grafica nell’ambito dei videogiochi, passando poi per l’utilizzo di luci al neon che donano alle ambientazioni quel mix di fantasy e steampunk, che si riflette poi anche nelle scene più movimentate e d’azione, con il viola dai tratti rosa shocking dello Shimmer ed il blu elettrico delle armi Extech, passando per le sfumature giallo-arancioni delle armi da fuoco e delle scintille e per il verde smeraldo degli hoverboard dei Firelights. 

    Un’ulteriore distinzione visiva è presente tra i tre atti: il primo sfrutta infatti uno stile di rappresentazione abbastanza classico, puntando sul (semi)realismo della computer grafica e presentando alcuni effetti visivi e di luce nelle scene in cui si presentano a schermo gli esperimenti sull’Extech e sullo Shimmer (con gli effetti sopra citati); il secondo atto, oltre a ripresentare i precedenti elementi, introduce la schizofrenia di Jinx, manifestata visivamente dalla comparsa improvvisa (creando un effetto tipico delle produzioni horror) di alcuni sketch di colore bianco che simulano quelli che si fanno sui propri diari segreti, come cuori attorno agli occhi o visi estremamente stilizzati e dalle curve taglienti; unendo questi elementi, il terzo atto introduce però anche alcune sequenze, proprie dei Firelights, in cui si presenta uno stile di disegno che ricorda quello dei graffiti di strada.

    Esempio della manifestazione della pazzia e delle paure di Jinx

    CONCLUSIONI

    A dodici anni dall’uscita del videogioco su computer, Riot Games si affida a Fortiche e a Netflix per realizzare una delle migliori serie animate degli ultimi anni. Partendo da una base interessante, la serie mette in scena personaggi ed eventi raccontati con una cura quasi straordinaria, senza contare la spettacolarità delle scene d’azione che trasudano epicità da ogni frame. Complice nel successo della produzione è anche lo stile grafico, che presenta una base di computer grafica di altissimo livello ed utilizza una commistione di stili differenti, costruendo una delle ambientazioni più belle ed uniche viste negli ultimi anni. In attesa di una (già annunciata) seconda stagione, non resta che sperare che una produzione di questo tipo faccia scuola, non solo nel campo della sperimentazione nell’animazione, ma anche in come si debba produrre un’opera cinematografica o televisiva tratta da un videogioco.

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  • RECENSIONE STRAPPARE LUNGO I BORDI – CHE FORMA POSSONO AVERE LE VITE DEGLI ALTRI?

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    “Pensavamo che bastasse strappare lungo i bordi e seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto sarebbe andato bene, perché avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.”

    Zero è un giovane romano con la passione per le merendine che nutre le sue ambizioni di diventare fumettista dando ripetizioni a ragazzini delle medie; il suo migliore amico è un armadillo, e non si separa mai dalla fedele maglietta nera con il teschio. Il lungo viaggio che dovrà percorrere verso Biella insieme ai suoi amici Secco e Sara, si offre a Zero come occasione per raccontarci di sé stesso, parlandoci del suo passato, dei suoi obiettivi, di Alice, a cui cerca di non pensare, di ciò che gli affolla la mente, e, soprattutto, per lamentarsi di quasi tutto ciò che lo circonda. Zero è logorroico, pensa troppo, ha la costante paura di cambiare, di fare un passo falso e distruggere quel fragile equilibrio che ha messo in piedi con fatica. I confini del suo mondo hanno la forma di una linea tratteggiata su un foglio, e noi non possiamo far altro che seguire le sue mani mentre strappano la carta per scoprire finalmente quale immagine ne verrà fuori.

    Uscita da pochi giorni su Netflix, Strappare lungo i bordi è una serie tv di appena sei puntate, scritta, disegnata e animata dal fumettista romano Zerocalcare. L’autore ha anche dato la voce a tutti i personaggi, ad eccezione dell’armadillo, doppiato meravigliosamente da Valerio Mastandrea. Per chi non dovesse conoscere gli splendidi albi a fumetti di Zerocalcare (che naturalmente vi invitiamo a recuperare il prima possibile), il protagonista di ogni storia è l’alter-ego dell’autore, Zero, accompagnato dall’armadillo, la voce della sua coscienza che, con una buona dose di sarcasmo e qualche battuta pungente, lo guida nel percorso della sua esistenza. I sei episodi si sviluppano secondo un tipo di narrazione molto cara all’autore: il viaggio di Zero con gli amici Sara e Secco lega tra loro come un filo conduttore tante piccole storie, distribuite lungo quella principale come i rami di un albero. Il tutto accompagnato da disegni e animazioni curati nei minimi dettagli, e soprattutto da una splendida colonna sonora, composta sia di brani conosciuti (abbiamo ad esempio Tiziano Ferro e gli M83) sia di tracce inedite, contenute nell’album Strappati lungo i bordi di Giancane.

    Il tasto “prossimo episodio” di Netflix non vi sarà mai così utile: Zerocalcare riesce a tenere incollati allo schermo gli spettatori, grazie a una narrazione coinvolgente, fatta di scene e personaggi indimenticabili, che si susseguono come farebbero dei piccoli aneddoti durante una chiacchierata con un amico di vecchia data. Non mancano sicuramente le risate, che sia per l’ironia graffiante tipica dell’autore o per le geniali citazioni alla cultura popolare; eppure si avverte costantemente un’atmosfera di malinconia, di nostalgia verso un passato in cui si era spensierati, mescolata a momenti in cui Zero riflette sul suo senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. Perché siamo solo fili d’erba e al mondo non importa di noi, qualsiasi cosa facciamo “continua a girare con la frustrante placidità con cui è sempre girato”. Ed è nel finale che tutto ci colpisce, nel momento in cui avviene la realizzazione, come una coltellata alla schiena. Si ride, si riflette, ci si rivede in qualche parola, ma alla fine ci si commuove. Guardiamo la nostra vita, poi le vite degli altri e poi ancora la nostra, fino a trovarci qualcosa di sbagliato: il nostro foglio strappato non segue una logica, mentre quello degli altri sembra sempre formare una figura perfetta. E se non fosse così? Se in realtà anche i fogli degli altri fossero soltanto carta straccia pronta per essere lanciata nel cestino?

    Strappare lungo i bordi è il prodotto che ci si aspetterebbe da un autore come Zerocalcare: le pagine di un diario, un flusso di coscienza che si sposta tra il racconto di un viaggio e i pensieri invasivi di un giovane non ancora sicuro di essere abbastanza per il mondo che lo circonda. Zero, con le sue sopracciglia disegnate a pennarello e la maglietta con il teschio, non riesce a seguire la linea tratteggiata che gli si para davanti; invece continua a strappare a caso, a volte si ferma, per paura di rovinare tutto, a volte le sue mani si muovono sul foglio ad occhi chiusi. E la sua narrazione non può far altro che trasportarci tra risate e punti interrogativi, fino a lasciarci con un messaggio amaro, ma sotto sotto ricco di una speranza di cui ora più che mai abbiamo bisogno. Tenete da parte una vaschetta di gelato e magari un pacco di fazzoletti, Strappare lungo i bordi vi travolgerà con un vortice di emozioni inaspettate. Che dire, Zero, volevamo solo guardare una serie, mica fare psicoterapia!

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  • RECENSIONE ARMY OF THIEVES – COME COSTRUIRE UN PREQUEL

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    Il 21 Maggio approdava su Netflix Army of the Dead: diretto da Zack Snyder e prodotto direttamente dalla piattaforma di streaming, il film proponeva un mix tra zombie, azione, horror ed heist movie. Complice una scrittura estremamente prevedibile nello svolgimento delle vicende e spicciola nella caratterizzazione dei personaggi, non sono bastati l’imponente cast di ben dieci personaggi, capitanato da Dave Bautista (interprete di Drax Guardiani della Galassia e di Sapper Morton in Blade Runner 2049), né l’ottima realizzazione della computer grafica a salvare questa pellicola eccessivamente lunga, che tenta di essere scanzonata e seria allo stesso tempo, ma che finisce per dar vita a un prodotto confuso ed evitabile. 

    Nonostante tutto ciò, Netflix non si è lasciata scoraggiare e ha continuato a credere enormemente nel progetto, tanto che in quel 21 Maggio non soltanto usciva la pellicola, ma anche una notizia direttamente dalla produzione: sarebbe uscito un prequel del film il cui focus sarebbe stato un’impresa compiuta dal personaggio di Ludwig Dieter alcuni anni prima rispetto alle vicende della pellicola.

    Si arriva quindi al 28 Ottobre 2021, data in cui esce – sempre su Netflix – Army of Thieves, di cui Zack Snyder cura il soggetto e la produzione, lasciando le redini della regia al giovane esordiente Matthias Schweighöfer, anche interprete del protagonista Ludwig. 

    UNA BANDA DI LADRI

    Il film si ambienta appena dopo l’inizio dell’epidemia di zombie di Las Vegas (appena dopo l’introduzione di Army of the Dead, per intenderci), ma i mostri mangia cervelli protagonisti della pellicola precedente sono soltanto una lontana notizia che si sente al TG. Le vicende che seguiamo sono infatti ambientate inizialmente in Germania, per poi spostarsi in giro per l’Europa, e vedono il giovane Sebastian, esperto di casseforti e di scasso, vivere una monotona vita a Potsdam come cassiere in banca, fino a quando un misterioso commento sotto uno dei suoi video su YouTube lo conduce a una competizione segreta tra scassinatori, da cui esce vincitore. Il misterioso autore del commento si figura quindi nella persona di Gwendoline, famosa ladra che lo recluta come scassinatore nella sua banda con lo scopo di ottenere la gloria scassinando tre impenetrabili casseforti costruite dal famoso fabbro Hans Wagner e detenute dal milionario Bly Tanaka (vecchia conoscenza degli spettatori della saga).

    Evitando di addentrarsi ulteriormente nelle vicende, si può subito affermare come in ambito di scrittura la pellicola renda chiaro fin da subito il carattere comico e scanzonato che vuole utilizzare e, diversamente dal precedente film, riesce a mantenerlo fino alla fine, costruendo un heist movie d’azione estremamente solido e divertente, che non si prende sul serio e che cita continuamente i classici del genere, dallo svolgimento delle vicende ai personaggi. Se il il film precedente metteva in scena un numero eccessivo di personaggi estremamente stereotipati e che non riuscivano mai a spiccare, questo film si concentra su una banda piuttosto esigua, composta, oltre che da Sebastian e Gwendoline, da Korina (Ruby O. Fee), l’hacker del gruppo, Rolph (Guz Khan), l’autista, e Brad Cage (Stuart Martin), il macho del gruppo che, come chiaro già dal suo nome (unione di Brad Pitt e Nicholas Cage), risulta essere una palese citazione ai classici d’azione americani. Sono però ovviamente il Sebastian di Matthias Schweighöfer e la Gwendoline di Nathalie Emmanuel il fulcro del racconto, lui ragazzo ingenuo e svampito, mix di momenti più divertenti e altri più emotivi (gestiti ottimamente, senza risultare mai fuori luogo) e lei tough girl a capo del gruppo che non si lascia fermare da niente e nessuno. Risulta palese come i personaggi partano da una base di stereotipi già notevolmente acquisita, risultando comunque interessanti e divertenti e riuscendo a creare un’ottima atmosfera (complice anche la bella chimica tra gli attori). Si aggiunge poi tra i personaggi la coppia di agenti dell’Interpol, classico esempio di poliziotto buono e cattivo, ma che, a differenza degli altri, non riesce a scrollarsi di dosso lo stereotipo, risultando poco interessante. Fortunatamente la coppia è presente sullo schermo per un minutaggio talmente ridotto da non rovinare comunque la pellicola.

    UN PASSO AVANTI

    Dal punto di vista tecnico il film si erge su un buon livello, su tutto la regia di Schweighöfer. Nonostante sia al suo primo lavoro, il regista dimostra un’ottima padronanza della macchina da presa, dando a questa pellicola una bellezza visiva di cui il predecessore non è riuscito a godere, soprattutto nelle scene più movimentate, che qui risultano estremamente chiare ed adrenaliniche, anche se con un leggero effetto di sfocatura che può risultare fastidioso per alcuni. Si tratta comunque di un effetto che si manifesta giusto un paio di volte e non risulta per nulla invasivo. La fotografia e le scenografie risultano meno impattanti e spettacolari rispetto a quelle del precedente (le fredde strade tedesche, le banche e caveau perfetti e scintillanti non reggono ovviamente la spettacolarità di una Las Vegas devastata e piena di zombie).

    Elemento che già pesava sul precedente film e che ritorna anche in questo è la durata eccessiva: la pellicola supera (di poco) le due ore, risultando leggermente pesante sulle battute finali, complice una struttura ripetitiva (lo scasso delle tre casseforti non può ovviamente variare più di tanto) e a tratti prevedibile. Siamo comunque davanti ad un dettaglio, una piccolezza che non rovina comunque troppo la visione.

    CONCLUSIONI

    Con questo prequel Netflix e Schweighöfer riescono a creare un ottimo heist movie, divertente e adrenalinico, ben diretto e ben scritto, con ottimi personaggi che, nonostante la partenza stereotipata, risultano tutti interessanti e mai banali. Su tutti spicca il protagonista Sebastian, vero gioiello della pellicola, divertente il giusto e capace di emozionare nei momenti più seri (complice anche l’ottima interpretazione del giovane Matthias), con una caratterizzazione assente nel precedente film. Sia comunque chiaro che non ci troviamo di fronte a un capolavoro, ma a un buon film ottimo per passare due ore in tranquillità e spegnendo il cervello. Speriamo quindi che, in caso di ulteriori capitoli della saga, si continui lungo questa strada di miglioramento.

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  • RECENSIONE THE HARDER THEY FALL – IL WESTERN ALL BLACK DI NETFLIX

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    Annunciata nel 2019, la pellicola diretta dall’esordiente Jeymes Samuel (conosciuto prevalentemente per aver diretto i suoi video musicali) e prodotta da Netflix si proponeva con  un’idea estremamente interessante alla base: creare un western il cui cast fosse composto per la prevalenza da attori di colore. E così poi è effettivamente stato. Complice la pandemia di Covid-19, il film ha dovuto attendere la fine di Ottobre 2021 per poter raggiungere soltanto alcune sale in proiezione limitata, ma il 3 Novembre The harder they fall è definitivamente sbarcato anche su Netflix, con un cast che definire eccezionale sarebbe riduttivo e una colonna sonora curata in parte dal regista stesso e in parte da JAY-Z. Sarà riuscita Netflix nella sua impresa?

    “QUESTE PERSONE SONO ESISTITE”

    Il film si apre con questa frase, sottolineando come dietro l’apparente novità del cast all black si celi qualcosa di vero: i personaggi che popolano il film sono infatti ispirati a persone che hanno realmente abitato quel Far West fatto di polvere, cavalli e polvere da sparo, donando quindi alla pellicola un’importanza addirittura maggiore a quella precedentemente attribuita al Django Unchained diretto da Tarantino. 

    La pellicola segue le vicende di Nat Love, capo di una banda di pistoleri conosciuta per rapinare i rapinatori e per eliminare tutti coloro che hanno portato alla morte dei genitori di Nat quando questo aveva soltanto dieci anni. Eliminati tutti gli assassini e con Rufus Buck, capo della banda, in prigione, la vita di Nat si appresta a diventare normale, senza rapine e omicidi, fino a quando Buck non viene fatto evadere e riceve l’amnistia per tutti i suoi crimini, portando quindi la banda a riunirsi e ad allearsi con un maresciallo per completare la propria vendetta. La pellicola si prende tutto il tempo necessario per introdurre tutti i personaggi principali, sia della banda di Nat sia di quella di Buck, mostrando attraverso di loro varie linee di pensiero che esulano dalle definizioni di “personaggio buono e personaggio cattivo” per introdursi in un terreno fatto di moralità personale in cui il problema non è se uccidere oppure risparmiare un nemico, ma se sia giusto combattere in uno stallo o sia invece lecito ucciderlo in ogni maniera possibile. 

    Tra tutti spiccano ovviamente i personaggi di Nat Love e Rufus Buck, portati sullo schermo rispettivamente da Jonathan Majors e Idris Elba, che riescono a rendere i personaggi profondi e leggendari, come delle vere leggende del West. Ma è tra i coprotagonisti che la scrittura riesce a mettere in scena personaggi tutti diversi tra loro e riconoscibili. Se dal lato di Love troviamo il pistolero Jim (RJ Cyler) amante degli stalli, la donna d’affari capace e super tosta Mary (Zazie Beetz) e il fuciliere Bill (Edi Gathegi) che non sbaglia un colpo, a cui si aggiungono il maresciallo Bass Reeves (Delroy Lindo) e l’aspirante uomo di legge Cufee (Danielle Deadwyler), dal lato di Buck figurano invece la pistolera senza scrupoli Trudy (Regina King) e il fuorilegge Cherokee Bill (Lakeith Stanfeild), che non ama la violenza ma che non si fa problemi a uccidere i propri avversari in ogni modo possibile, anche il più disonorevole.

    FAR FAR WEST

    La regia del film si attesta su un ottimo livello, complice la chiarezza ed epicità che riesce a dare ad ogni sequenza, dalla più calma chiacchierata in un saloon, passando per le rapine in banca agli scontri a fuoco nelle piccole città, e utilizzando alcuni movimenti di macchina particolarmente calzanti oltre ad un utilizzo – mai esagerato – del rallenty. Altro punto forte della produzione sono certamente la fotografia (curata da Mihai Malaimare Jr., direttore della fotografia anche per Paul Thomas Anderson e Taika Waititi), i costumi (curati da Antoinette Messam) e le scenografie che, assieme alle spettacolari musiche che compongono la colonna sonora, riescono a costruire un Far West d’impatto e ricco di quell’epicità e di quel pathos caratteristici dei racconti western, senza però scadere mai nell’eccesso o nello stereotipo fastidioso. In questo, come già messo in evidenza a inizio recensione,  il cast gioca un ruolo fondamentale: etnicamente differente dai canoni classici, oltre ad essere importantissimo in ambito di movimenti culturali, dona una ventata d’aria fresca ad un genere che sembrava aver già detto tutto ciò che poteva.

    Se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo, bisogna mettere in evidenza la durata leggermente eccessiva della pellicola (circa due ore e venti minuti), che subisce un rallentamento dell’azione nella parte centrale e sulla quale pesa ulteriormente l’inserimento di alcuni passaggi e soluzioni abbastanza prevedibili, soprattutto sul finire.

    CONCLUSIONI

    Con The harder they fall Samuel e Netflix sono riusciti nell’impresa di creare un western che potesse riportare in auge il genere e al tempo stesso innovarlo, grazie alla presenza di un cast (quasi) interamente di colore. Una scrittura brillante dei personaggi, un’ottima regia e un comparto tecnico e scenografico di ottimo livello portano lo spettatore nuovamente in quel Far West che sembrava ormai appartenere al passato del Cinema e che si presenta qui in forma smagliante, presentando tutti gli stilemi classici del genere e amalgamandoli tutto sommato bene, nonostante una durata leggermente eccessiva a cui si aggiungono una lentezza un po’ stagnante nella parte centrale e una scrittura a tratti prevedibile sul finale. Rimane comunque una delle pellicole originali Netflix di maggior impatto e che sicuramente vale la pena recuperare, sia per i neofiti che per i fan del genere.

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  • 5 DOCUMENTARI SU 5 FOTOGRAFI

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    Il potere di un’immagine affascina l’uomo sin dall’antichità, partendo dalle prime pitture rupestri passando per gli innumerevoli stili e rivoluzioni come l’impressionismo e il cubismo, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’invenzione della fotografia. Quest’ultimo il mezzo di comunicazione più utilizzato al mondo, quello più immediato e universale. Tutti, oggi, siamo fotografi.

    Negli ultimi due secoli si sono distinti diversi Fotografi che per la loro vita, il loro stile, le loro immagini, hanno lasciato una traccia indelebile nella storia contemporanea. Ecco 5 film dedicati ai fotografi che vi consigliamo di guardare:

    1 –  Finding Vivian Maier

    Finding Vivan Maier parla del ritrovamento di circa 100.000 negativi all’interno di alcune scatole acquistate da un collezionista per 400$ durante un’asta a Chicago. Quel che nessuno poteva sapere, è che sarebbe venuta alla luce una delle fotografe più prolifiche e talentuose del ‘900 rimasta completamente sconosciuta al mondo. Il racconto spazia dalla Francia agli Stati Uniti ricostruendo la sua vita attraverso viaggi e interviste, documentando il riconoscimento postumo del suo talento grazie all’ottimo lavoro dei filmmaker John Maloof e Charlie Siskel.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV e Chili.

    2 – Il Sale della Terra

    «Un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce. Un uomo che descrive e ridisegna il mondo con luci e ombre.»

    Il Sale della Terra è uno di quei film che va visto indipendentemente dall’amore o interesse per la fotografia; racconta alcuni dei fatti più importanti e drammatici del secolo scorso attraverso gli scatti in bianco e nero del fotografo Sebastião Salgado, foto che hanno la forza di rimanere impressi negli occhi dell’osservatore per molto tempo dopo la visione del film. Prodotto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Figlio di Sebastiao) nel 2014, l’opera segue Salgado in giro per il mondo durante la realizzazione del suo ultimo progetto fotografico “Genesis” e racchiude in sé il testamento spirituale di una carriera lunghissima, di giorni, mesi e anni (40 per l’esattezza) vissuti come “Testimone della condizione umana”.

    Disponibile in streaming su Google Play, Apple TV, Chili, Rakuten TV e Prime Video.

    3 – Annie Leibovitz: Life Through a Lens

    Annie Leibovitz ha fotografato intere generazioni di artisti, politici, musicisti, attori e scrittori con un talento smisurato e una capacità di invenzione e innovazione fuori dal comune. I suoi scatti sono tra i più iconici della storia della fotografia e della cultura popolare degli ultimi 30 anni, grazie alla capacità di raccontare il mondo e i suoi protagonisti. Il documentario, girato nel 2006, ripercorre la carriera della fotografa partendo dalle prime foto scattate nelle Filippine durante la Guerra del Vietnam e della sua collaborazione decennale con Rolling Stones. Il film è realizzato dalla sorella minore Barbara e permette di conoscere meglio la storia e la personalità di questa incredibile artista che non ha mai rivelato molto di sé al mondo, portandoci nella sua sfera più intima ed emozionale.

    Disponibile in streaming su Knowledge.ca e Apple TV.

    Obiettivo Annie Leibovitz DVD + Libro

    4 – War Photographer

    War Photographer è un documentario di Christian Frei sul fotografo James Nachtwey. Non è semplice parlare di giornalismo quando ci sono di mezzo i conflitti ed è ancora più difficile esprimere le emozioni e il livello di coinvolgimento di un Fotoreporter in zona di guerra. Il film mostra il modo di lavorare di uno dei più importanti Fotoreporter della storia mettendo enfasi sullo stabilire un rapporto con il soggetto al di là delle barriere linguistiche e culturali. Molti fatti vengono raccontati in prima persona grazie all’installazione di una piccola telecamera sulle fotocamere utilizzate da Nachtwey e attraverso le immagini riprese in luoghi come il Kosovo, Indonesia, Stati uniti e Sudafrica, vengono affrontati i più importanti temi appartenenti al giornalismo di guerra.

    5 – Hondros

    Hondros parla del Fotografo Chris Hondros sempre presente in prima linea per immortalare i conflitti mondiali e rimasto ucciso in un bombardamento in Libia nell’Aprile del 2011. Il film è stato scritto e prodotto da Greg Campbell, suo amico e collega, e presenta una testimonianza diretta sulla vita e carriera dell’acclamato fotografo statunitense. Viene ripercorso l’inizio della sua carriera e i suoi più importanti lavori in giro per il mondo, offrendo un punto di vista sui drammi e i sogni delle popolazioni coinvolte, e la voglia di aiutare attraverso il potere delle immagini.

    Disponibile in streaming su Netflix.

    Consigliamo il libro “Testament: Chris Hondros” che racchiude tutti i suoi più importanti scatti.

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  • RECENSIONE SEX EDUCATION – STAGIONE 3

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    Seppur con alterne vicende, uno dei generi su cui Netflix ha puntato di più, e di conseguenza ottenuto alcuni dei suoi più grandi successi, è proprio il teen drama, e fra i vari titoli di spicco che la piattaforma di streaming offre c’è sicuramente Sex Education. Giunta ormai alla sua terza stagione, disponibile dal 17 settembre, la serie ha attirato da subito molta curiosità e riscosso molto successo, per il fatto di affrontare apertamente e senza taboo il tema del sesso, specialmente dal punto di vista degli adolescenti ma non solo. Questa idea di fondo ha portato ad una serie allora stesso tempo frizzante e profonda, che racconta il mondo dei ragazzi e dei giovani in maniera autentica e mai superficiale o manichea, riuscendo però anche ad avere un afflato didattico e informativo insieme puntuale e poco invadente. 

    Quello che era stato uno dei motori narrativi principali delle prime due stagioni, ovvero la “clinica del sesso” clandestina messa su dal protagonista Otis e dall’amica Meave, della quale lui è innamorato, viene meno in questa terza stagione, per l’allontanamento dei due causato da Isaac in chiusura della seconda stagione, evento chiacchieratissimo da tutti i fan della serie. Se da un lato questa scelta era in qualche modo obbligata e scontata, per evitare di spremere e logorare eccessivamente questo meccanismo serializzante più di quanto fosse possibile, dall’altro lascia un vuoto, che viene quindi colmato da una ulteriore focalizzazione sui personaggi, le loro storie e le relazioni che instaurano fra loro. Per il momento la scelta premia e sembra funzionare grazie al grande attaccamento che gli spettatori hanno sviluppato nei confronti dei personaggi, indubbiamente ben costruiti, e con il merito di coprire una vasta gamma di identità diverse con uno sguardo intersezionale e mai banale. Resta da vedere però se in vista della quarta stagione –che sembra per ora confermata – questo taglio dato alla vicenda non vada anch’esso ad esaurirsi. Infatti questo inizio di stagione partiva forte di numerose trame aperte e che aspettavano uno sviluppo e una risposta: il triangolo fra Otis, Meave e Isaac, il rapporto fra Eric e Adam, e l’inaspettata gravidanza di Jean Milburn, solo per nominarne alcune; la sensazione è che invece questi nuovi episodi lascino ai loro successori molto meno materiale da cui ripartire.

    Il liceo Moordale, che nel frattempo si è guadagnato la nomea di “scuola del sesso”, vede così una nuova preside Hope Haddon, incaricata di ridare prestigio alla scuola e riportarvi l’ordine, con metodi via via sempre meno ortodossi. In questo contesto si consuma uno scontro culturale e generazionale fra la preside stessa e un nuovo personaggio che viene introdotto nella serie, ovvero Cal, persona non-binaria che di fronte alla rigida classificazione di genere che la preside vuole portare avanti nella scuola si batte per i suoi diritti. Questo filone della trama ha il merito di porre l’attenzione su un tema decisamente di attualità nel dibattito culturale contemporaneo, ovvero lo scontro fra un certo tipo di femminismo della seconda ondata, rappresentato da Hope, che sotto una apparente patina progressista è invece estremamente coercitivo, moralista e inquadrato in una visione del genere rigidamente binaria, e invece una più aggiornata visione intersezionale e non-binaria che si è progressivamente affermata soprattutto fra i più giovani. La serie ha il merito di far capire chiaramente come la vita quotidiana delle persone transgender e non binarie, ma non solo, possa essere negativamente influenzata da questo tipo di chiusura mentale e discriminazione, ma allo stesso tempo, dipingendo la preside in maniera così spudoratamente negativa, con tratti quasi macchiettistici, rischia di far pensare che autoritarismo e discriminazioni avvengano nel mondo reale in maniera così scopertamente classificabile, quando in realtà il metodo utilizzato è spesso molto più sottile e subdolo, difficile da individuare, e quindi, in definitiva, più pericoloso. 

    Come anche nelle precedenti stagioni parte del fascino della serie poggia su una curatissima estetica retrò e pop declinata in tutti gli aspetti, dalla fotografia alla colonna sonora, la quale rinuncia ai successi del momento per attingere a piene mani dalla musica dagli anni ’60 agli anni ’90, e su un montaggio veloce e frizzante in certi momenti, ma che sa rallentare nelle numerose scene di maggiore intensità emotiva.

    In conclusione Sex Education si conferma un prodotto ben costruito e che, seppur abbia inevitabilmente perso un po’ l’aura di novità che aveva inizialmente, continua ad essere interessante e coinvolgente, a patto che nel futuro sappia fornire una conclusione naturale della vicenda senza trascinarla troppo per le lunghe, rischio che pende sempre sulle serie di grande successo come questa.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – È STATA LA MANO DI DIO

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

    Clicca qui per scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla Mostra di Venezia.

    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

    Continuate a seguirci sul sito e su Instagram per altri contenuti dalla 78esima Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia!

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  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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