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  • ULTIME NEWS CINEFILE: SQUID GAME 2, L’ACTION SU DUKE NUKEM, IL RITORNO IN SALA DI SPIDER-MAN

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    ANNUNCIATA LA SECONDA STAGIONE DI SQUID GAME

    “Ci sono voluti 12 anni per dare vita alla prima stagione di Squid Game l’anno scorso. Ma ci sono voluti 12 giorni perché Squid Game diventasse la serie Netflix più popolare di sempre.” 

    Con questo messaggio piuttosto eloquente,  il regista e sceneggiatore della fortunata serie sud coreana –Hwang Dong-hyukha annunciato tramite i profili social di Netflix dell’arrivo di una seconda stagione di Squid Game. Al momento non si hanno informazioni più dettagliate, e nemmeno la data di uscita è stata fissata, ma di certo non arriverà prima della seconda metà del 2023. Saranno in grado di replicare il successo della prima stagione o l’effetto novità sarà già svanito? 

    MAVERICK VERSO IL MILIARDO

    Jurassic World – Il dominio e Top Gun: Maverick stanno letteralmente conquistando i cinema italiani, eppure il secondo sembra avere davanti a sé una scalata ancora molto lunga. Infatti, nonostante il grande successo che ha portato il ritorno dei dinosauri in sala, il dramma d’azione con protagonista Tom Cruise ha raggiunto un incasso totale di oltre 350 milioni e ci si aspetta che superi presto i 369 milioni di The Batman, diventando così il secondo miglior film di Hollywood del 2022, per ora. A livello mondiale Top Gun: Maverick sta già raggiungendo poi i 700 milioni di dollari di incassi, e si prevede che arrivi a 750 milioni entro pochissimi giorni. Il miliardo si sta avvicinando, non è detto che verrà raggiunto, ma sarebbe davvero un traguardo strepitoso per celebrare il ritorno di una grande icona del cinema americano anni ’80. Ottimo lavoro, Maverick!

    IN LAVORAZIONE IL FILM SU DUKE NUKEM

    Per chiunque abbia vissuto la propria infanzia negli anni ’90 il nome Duke Nukem risulterà di sicuro familiare: protagonista dell’omonima serie di videogiochi prima platform poi sparatutto in prima persona, è divenuto un personaggio iconico, un antieroe cinico e volgare, che ama fumare sigari e frequentare strip club. Ne abbiamo visti tanti di personaggi così anche al cinema, basti pensare ai ruoli che hanno ricoperto Arnold Schwarzenegger (Predator) e Kurt Russel (Fuga da New York), e va detto che la maggior parte del pubblico adora seguire le avventure dell’eroe muscoloso e stereotipato che non perde tempo a sputare battute sarcastiche. Sembra naturale quindi l’arrivo di Duke Nukem anche al cinema, protagonista di un film d’azione a lui dedicato la cui lavorazione è stata ufficialmente confermata. Legendary Entertainment (già produttrice di Godzilla, Pacific Rim, Il Cavaliere Oscuro) ha acquistato i diritti di sfruttamento del personaggio da Gearbox, e affidato la realizzazione del film a Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, autori della fortunata serie televisiva Cobra Kai. Oltre questo non si sa ancora molto del progetto, ma va detto che i presupposti sembrano promettenti per un film d’azione che riesca ad intrattenere e divertire lo spettatore.

    NOVITÀ PER IL FILM SULL’ACCORDO TRA MICHEAL JORDAN E LA NIKE

    Una delle novità più interessanti in ambito cinematografico è certamente il progetto del biopic su Sonny Vaccaro, ex dirigente della Nike a cui va il merito di aver siglato l’accordo con Micheal Jordan che avrebbe lanciato l’azienda nel mercato dell’abbigliamento sportivo. Il film (che non ha ancora un titolo ufficiale) riguarderà le vicissitudini che hanno portato il responsabile marketing dell’azienda a mettere sotto contratto il campione di pallacanestro, ed è scritto e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, quest’ultimo anche regista. Per quanto riguarda il cast sono già usciti molti nomi piuttosto importanti: oltre Matt Damon e Ben Affleck (rispettivamente Sonny Vaccaro e Phil Knight, co-fondatore della Nike) abbiamo anche Viola Davis e Julius Tennon (che interpretando i genitori di Jordan) Jason Bateman (Rob Strasser, dirigente della Nike), Marlon Wayans (George Ravaeling, allenatore e amico di Jordan) e Matthew Maher, che interpreterà il designer Peter Moore creatore delle prime iconiche scarpe Air Jordan. Manca ancora un nome per quanto riguarda il ruolo di Micheal Jordan e non possiamo che essere curiosi di sapere cosa ne verrà fuori. Va detto che la sceneggiatura (con il titolo provvisorio Air Jordan) è stata scritta lo scorso anno ed è finita nella “Black List 2021”, la lista delle migliori sceneggiature non ancora divenute film. Con queste premesse il progetto sembra già piuttosto intrigante, e le riprese sono tuttora in corso a Los Angeles.

    SPIDER-MAN: NO WAY HOME TORNA IN SALA IN VERSIONE ESTESA

    “Volevate più Spider-man e adesso li avete!” Così recita la descrizione del video che l’account  Twitter ufficiale del film Spider-man: No Way Home ha pubblicato ieri per annunciare il ritorno dei tre Spidey al cinema il 2 settembre di quest’anno. Nel video si vedono i tre attori Tom Holland, Andrew Garfield e Tobey Maguire scherzare sul loro “ritorno insieme” nei panni del supereroe. Al momento il film tornerà in sala soltanto negli Stati Uniti e in Canada, non sappiamo se l’iniziativa riguarderà anche i cinema italiani, ma siamo abbastanza speranzosi dato l’enorme successo che la pellicola ha raccolto nel nostro paese. Le sorprese però non finiscono qui, infatti a settembre arriverà in sala una versione estesa del film, con circa 15 minuti di contenuti inediti, ribattezzata “The More Fun Stuff Version”, letteralmente “la versione con più cose divertenti”. Speriamo che anche l’Italia possa essere inclusa nell’iniziativa e aspettiamo ulteriori aggiornamenti.

    Per chiunque volesse recuperare il video di annuncio, lo trovate qui.

    CI SARÀ UN RITORNO DI JOHNNY DEPP NEI PANNI DI JACK SPARROW?

    Con la conclusione del processo tra Johnny Depp e Amber Heard, Hollywood sembra essere tornato ad interessarsi dell’attore; le voci più diffuse sono quelle che vedono un reboot del franchise Pirati dei Caraibi ad opera di Disney, e il primo a parlarne è stato Jerry Bruckheimer, produttore di Top Gun: Maverick. Tra i dirigenti Disney si è parlato molto della saga e del ritorno di Jonny Depp nei panni del mitico capitano Jack. Al momento abbiamo in mano soltanto voci di corridoio, non notizie ufficiali, ma un ritorno del capitano Sparrow sarebbe una perfetta chiusura per le vicende degli ultimi tempi e per il polverone che hanno sollevato nell’opinione pubblica.

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  • STRANGER THINGS 4 – LA PRIMA PARTE DELLA RECENSIONE

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    Era il 2016 quando la prima stagione di Stranger Things aveva scosso il mondo della serialità televisiva, configurandosi come punta di diamante delle produzioni Netflix nonché primo vero fenomeno seriale targato dal colosso dello streaming ad arrivare in Italia. L’opera, creata dalla mente dei Fratelli Duffer, cavalcava la wave nostalgica di omaggio agli anni ‘80 che di lì a poco avrebbe invaso definitivamente il piccolo e il grande schermo (e di cui abbiamo già raggiunto il punto di saturazione). Pur non trattandosi di un capolavoro come da molti sbandierato, in quanto costruito come un patchwork di elementi tratti da varie altre opere senza creare nulla di innovativo e rivelandosi come l’esempio perfetto del pop corn movie applicato al mondo seriale, la prima stagione aveva avuto il merito di costruire una narrazione coerente e molto attenta alla caratterizzazione dei personaggi, riuscendo, tra le altre cose, a rilanciare la carriera – apparentemente finita – di star come Winona Ryder e a portare un successo planetario ai giovani protagonisti, su tutti Millie Bobby Brown e Finn Wolfhard. Al primo capitolo erano seguite due stagione molto dimenticabili, in particolar modo la seconda, realizzata in fretta e furia dopo il grande successo iniziale e risultando, di conseguenza, una brutta copia della prima; la terza, pur introducendo un apprezzabile cambio di tono, soffriva di alcuni buchi di sceneggiatura e di una richiesta di sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore sempre maggiore, quest’ultimo aspetto riferito più alle azioni degli umani che alla componente sovrannaturale. 

    Si arriva dunque a questa quarta stagione dopo tre anni di attesa a cui corrisponde un salto temporale nella storyline della serie di 12 mesi. Il titolo dell’articolo si riferisce al fatto che questa recensione non può che risultare incompleta a causa della scelta di Netflix di spezzare la stagione in due parti, programmando l’uscita degli ultimi due episodi a distanza di un mese dagli altri sette. Infatti, la tendenza di Netflix di rilasciare gli episodi di una stagione tutti in un colpo solo, dopo aver contribuito al suo successo nei primi anni, si è rivelato negli ultimi tempi un suicidio commerciale, dovuto all’esaurimento in breve tempo delle discussioni riguardo alle opere causato dal binge watching degli utenti. Questo tentativo maldestro di prolungare l’attenzione verso la serie non ha alcuna giustificazione narrativa, ed è dettato da pure esigenze di marketing, con l’episodio 7 (della durata monster e ingiustificata di 1 ora e 40 minuti) che si chiude con tutti i cliffhanger possibili e immaginabili tipici di un episodio di metà stagione.

    Con questo quarto capitolo della saga i Fratelli Duffer provano ad alzare la posta in gioco tentando di costruire una narrazione su più larga scala, spargendo per il mondo i vari personaggi: dall’ormai celebre Hawkins fino alla Russia, passando per la California, rompendo in questo modo l’unione tra i protagonisti che aveva contribuito a costruire il successo della serie. Se da una parte è apprezzabile il tentativo di evoluzione messo in atto, dall’altra le varie storyline proposte non risultano equilibrate, con la sola trama ambientata ad Hawkins a essere capace di interessare veramente, risaltando in particolare il personaggio di Max. Solo qualche guizzo è riscontrabile in quelle dedicate a Eleven e Hopper, come se gli showrunner si fossero dimenticati di una parte dei personaggi, in primis il gruppo californiano, con Will ridotto ormai a mero soprammobile. A complicare ulteriormente la situazione contribuiscono i nuovi arrivati, caratterizzati in maniera più o meno riuscita. Eddie Munson, interpretato da un bravo Joseph Quinn, pur rispettando gli stereotipi del freak belloccio dal cuore d’oro, strappa più di una risata e convince, così come Argyle, introdotto come “linea comica della serie” e capace di creare spassosi siparietti di puro nonsense con l’amico Jonathan, quest’ultimo sacrificato nella sua caratterizzazione solo a favore di una possibile riapertura nella relazione amorosa tra lui e Nancy di cui onestamente non si sentiva minimamente il bisogno. Convincono meno nella scrittura il personaggio interpretato da Jamie Cambell Bower e il personaggio di Dmitri, portato in scena però da un bravo Tom Wlaschiha, lo Jaqen H’ghar di Game of Thrones nonché interprete di uno dei protagonisti del nostrano L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sidney Sibilia, a cui sono affidate le principali interazioni con Hopper, da cui nascono dei momenti di profonda intimità molto riusciti, grazie al sempre ottimo lavoro sul personaggio di David Harbour. Ma la vera punta di diamante tra tutti i nuovi arrivati è sicuramente Jason Carver interpretato da Mason Dye, capitano della squadra di basket, il classico bello e popolare americano dallo spirito eroico, utilizzato dai Duffer per criticare la società americana nella sua essenza. Il suo personaggio, lo stereotipo della bontà a primo impatto, non si fa problemi a utilizzare i morti di Hawkins per costruire monologhi ispiratori che possano portare la sua squadra a vincere il campionato, aizza le superstizioni e l’ignoranza del popolo americano medio contro il diverso, contro coloro che non rientrano nelle convenzioni sociali. Infine il nuovo villain, Vecna, funziona a livello visivo e sembra ispirato all’immaginario di Lovercraft e da quello di Hellraiser, ma la dinamica delle sue origini, le quali sono costruite come un “grande” colpo di scena che risulta prevedibile con grande anticipo, presenta non poche problematiche a livello di scrittura

    A livello di fonti di ispirazione, dopo aver attinto a piene mani in passato da film come i Goonies, Stand by me, e dal mondo di Stephen King con particolare riferimento a IT e alle opere di George Romero, con questa quarta stagione ci si sposta verso una violenza più esplicita, guardando ai film del maestro dell’horror Stuart Gordon, il cult The Ring e Il silenzio degli Innocenti, ma soprattutto a Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven, citato nelle sequenze delle uccisioni da parte di Vecna e in un personaggio secondario interpretato da Robert Englund, il celebre Freddy Krueger dell’originale.

    In generale in queste nuove puntate viene dato maggiore spazio all’affascinante Sottosopra, realizzato quasi sempre con grande cura nella CGI ad eccezione della sequenza finale dell’episodio 7 che mostra tutti i limiti di budget della serie – riscontrabile anche nella realizzazione della piccola Eleven nei numerosi flashback. Non mancano i momenti ottimamente costruiti attraverso un sapiente uso del montaggio parallelo, come la sequenza della prima puntata con protagonista i Sinclair, o con l’utilizzo diegetico della musica, come nella celebre scena della terza stagione con la canzone Neverending Story di Limahl, a cui in questo caso fa da contraltare il momento con protagonista Running Up That Hill di Kate Bush che contribuisce alla riuscita del quarto episodio, il migliore di quelli usciti fino ad ora. Se da una parte vengono riproposti gli elementi che hanno contribuito alla fortuna della serie, dall’altra il prodotto si porta dietro le solite ingenuità e problematiche che l’hanno spesso caratterizzata, con combinazioni di eventi che avvengono per pura coincidenza e convenienza, il tutto condito da pochissimo coraggio nel sacrificare personaggi principali nonostante gli eventi pericolosissimi a cui questi prendono parte, o con sequenze infinite di spiegazioni, come se gli sceneggiatori si fossero dimenticati del fatto che le serie tv, come il cinema, dovrebbero costruire la narrazione attraverso le immagini e non -soltanto- con le parole

    Pur portando con sé la sensazione di “brodo allungato” a causa anche della durata titanica dei vari episodi, a conti fatti questa prima parte della quarta stagione mostra un miglioramento produttivo e qualitativo in generale, confermando Stranger Things come l’esempio perfetto di pop-corn serie, con protagonisti in media ben costruiti e creata con l’obiettivo del puro intrattenimento, da cui è corretto non aspettarsi più di questo. Il giudizio definitivo è rinviato a luglio.

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  • SUPERNATURE DI RICKY GERVAIS – CHI HA PAURA DELLA SATIRA?

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    Non ci si offende mai abbastanza spesso dei propri pregiudizi sulla realtà. Sesso, decesso, religione, razzismo, transizione, cremazione, peni di gatto, esistenza, pedofili omofobi, mangia e bevi a volontà, AIDS, dio (quello vero, sia chiaro), fat shaming decostruito, cancro, “fare lesbicate”, Piaget, pronomi personali, ornitorinchi, politiche identitarie, abusi sessuali: c’è di tutto dentro SuperNature di Ricky Gervais, che con un’ironia dissacratoria tiene insieme la realtà, la spezzetta, la rimpalla, l’aggiusta alla meglio, e alla fine la serve, bucherellata a colpi di satira, allo spettatore, libero di lamentarsi e protestare perché non gli vengono resi i soldi del biglietto (o dell’abbonamento), oppure di soccombere a sequenze di ininterrotto fou rire. (Ci sarebbe poi una terza categoria di spettatore, incoerente e sobbalzante crasi fra le due sopra indicate, che per ragioni d’etichetta si eviterà di trattare estesamente).

    Il modo in cui si soccombe alla satira è tuttavia unico e particolare. Non è possibile abbandonarvisi, staccare dalla realtà durante uno spettacolo di questo genere, perché la satira tiene in tensione, titilla proprio i nervi scoperti: dalle idee radicate da tempo e mai rivisitate, a quelle costantemente sorvegliate dalla ragione, passando per tutta la scala di grigi nel mezzo, nulla sfugge (né deve sfuggire) allo sbertuccio. La comicità di Gervais apre ferite in modi diversi a seconda dei diversi spettatori che la incrociano, è abile al punto da colpire differenti sensibilità laddove è presente un nocciolo duro di credenze radicate che si credeva indubitabile, ingiudicabile e, dunque, sacro. Ci si potrebbe quindi chiedere perché partecipare a un simile massacro volontariamente e, per giunta, riderne. 

    «THANK YOUR GOD AND F**K OFF»

    Con SuperNature Gervais ha prodotto uno spettacolo meta satirico: più volte nel corso del monologo si è reso necessario dare contesto alle battute fatte, spiegare, nuovamente, il senso di uno show di satira a un pubblico selezionato – quello in teatro –, ma soprattutto a quello globale, esterno, con un abbonamento a Netflix, che potrebbe casualmente imbattervisi tra una puntata di Stranger Things e un film di Pieraccioni; e nello sventurato incontro farsi male, inconsapevole di un contesto che Gervais ha dunque provveduto a chiarificare. Che lo si giudichi negativamente o meno questo espediente non è bastato a salvare lo show dalle ormai tristemente abituali polemiche – che arrivano all’accusa di transfobia –, fino a tentativi improduttivi di boicottaggio al suon di “su questo non è bene scherzare”.

    Tuttavia, se si dovesse tener di conto ciò che per ogni gruppo sociale e identitario è sconveniente ridere, allora probabilmente non si riderebbe più di tanto. Ma il riso è una funzione fondamentale per l’uomo, essa è in effetti tipica dell’animale umano, l’unico in grado di utilizzarla anche al di fuori di contesti strettamente emozionali. La risata è in grado di smontare qualunque pretesa di verità assoluta, il semplice ridere di qualcosa che si ritenga sacro e inviolabile getta un’ombra di sospetto su quell’inviolabilità. Ed è questo tipo di risata che la satira produce, allo scopo di saggiare i limiti del dicibile, infrangendo valori, ricomponendoli, e restituendoli nella loro transitorietà. Il suo carattere manifestamente antidogmatico mette in discussione l’ordine stabilito e il suo sistema di valori, producendo alternative. Ma cosa ancor più importante, il riso è “un servizio reso alla cosa derisa”, un test di solidità del presente, come sosteneva Umberto Eco. Infatti, “solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire” (Eco 1963: 90). L’ironia di Gervais mette bene in mostra ciò che della militanza LGBTQ+ è bene crolli, non certo la lotta contro le discriminazioni, quanto quel becero dogmatismo che ammanta certi temi di intoccabilità, pena l’essere accusati di star bersagliando una minoranza. Ma del resto anche a questa prevedibile rimostranza aveva già sarcasticamente risposto durante il monologo:

    The one thing you should never joke about is the trans issue. “They just wanna be treated equally”. I agree, that’s why I include them.

    Appurato che niente e nessuno è al sicuro dalla satira, e che chiunque può sentirsi offeso nella sua personale soggettività (non per questo a ragione), un dubbio potrebbe rimanere: perché partecipare al massacro e riderne? Offesi nel mattatoio dello spettacolo satirico sono i pregiudizi (non le persone, come ricorda Luttazzi), le paure, i dogmi ovvero quelle idee sacre e immutabili che nulla hanno di sacro e immutabile, e che spesso incancreniscono provocando infinite tribolazioni. Maggiore è il peso che si dà a una credenza, a un’ideologia, maggiore sarà il dolore quando quella verrà svuotata di significato (e accadrà, prima o poi). La satira insegna che nulla è permanente: a nolo sono i giudizi, le idee, i principi. Saper ridere di tutto, non avere pensieri che non siano in qualche misura negoziabili, è l’effetto vitale che la satira produce e che Ricky Gervais ci ricorda.

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  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – NUOVI TRAILER, IL NUOVO FILM DI CRONENBERG, L’INTERESSE PER AVATAR

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    CANNES NON ACCETTERÀ (TUTTI) I GIORNALISTI RUSSI

    Il capo della stampa del Festival di Cannes, Agnes Leroy, a seguito di un confronto con un gruppo di giornalisti russi, ha affermato in una mail a TheWrap: abbiamo approvato solo i media russi che sono in linea con la posizione del Festival riguardo alla situazione in Ucraina.

    Pertanto, non a tutti i giornalisti russi sarà riconosciuto l’accredito per il Festival, ma i metodi di selezione non sembrano essere molto chiari stando a quanto dichiarato da vari ex-accreditati russi (https://techprincess.it/festival-cannes-giornalisti-russi-negato-accredito/ ), come per esempio la giornalista Ekaterina Karslidi, che pur essendo fuggita dalla Russia e avendo sottolineato sul suo sito di non avere alcun legame col suo governo, non è comunque stata accettata al Festival francese.

    Ricordiamo che la settantacinquesima edizione del Festival transalpino avrà inizio il 17 maggio 2022.

    THE SHROUDS, IL NUOVO FILM DI DAVID CRONENBERG

    Il regista David Cronenberg pare inarrestabile. Deve ancora essere presentato il suo imminente Crimes of the future a questa 75a edizione del Festival di Cannes, e già è stato annunciato il suo nuovo progetto, The Shrouds.

    Si tratta di un nuovo thriller in salsa prettamente cronenberghiana e ne veniamo a conoscenza grazie a Variety (https://variety.com/2022/film/markets-festivals/vincent-cassel-david-cronenberg-the-shrouds-filmnation-cannes-1235263784/ ) , che annuncia anche il ritorno alla direzione da parte del regista dell’attore Vincent Cassel (già al suo fianco in La promessa dell’assassino e A Dangerous Method).

    Questo è quanto riportato dalla rinomata testata cinematografica: Vincent Cassel è Karsh, un un uomo d’affari innovativo e vedovo in lutto, che costruisce un dispositivo per connettersi con i morti all’interno di un sudario funebre. L’attività rivoluzionaria di Karsh è sul punto di sfondare nel mainstream internazionale quando diverse tombe del suo cimitero vengono vandalizzate e quasi distrutte, compresa quella di sua moglie. Mentre lotta per scoprire un chiaro movente per l’attacco, il mistero di chi ha compiuto questo scempio, e il suo perché, spingerà Karsh a rivalutare la sua attività, il suo matrimonio e la fedeltà alla memoria della sua defunta moglie, oltre a spingerlo a nuovi inizi.

    L’uscita avverrà probabilmente nel 2024.

    IL TRAILER DI LOVE, DEATH + ROBOTS VOLUME 3

    Netflix ha lanciato il trailer della terza stagione di Love, Death + Robots, che uscirà sulla piattaforma questo 20 maggio 2022.

    Questa la sinossi della descrizione del video: La serie antologica animata premiata agli Emmy Love, Death + Robots torna con il terzo volume prodotto da Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino oscuro) e David Fincher (MINDHUNTER, Mank). Terrore, fantasia e bellezza si fondono in nove nuovi episodi con temi che vanno dalla scoperta di un’antica entità maligna a un’apocalisse comica, raccontando sorprendenti storie brevi che spaziano dal fantasy all’horror e alla fantascienza con inconfondibile umorismo e originalità visiva.

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ARkQ8E6V00I

    I NUMERI DA CAPOGIRO DEL TRAILER DI AVATAR THE WAY OF WATER

    Questo 9 maggio è stato rilasciato su YouTube il trailer ufficiale del secondo capitolo del franchise di James Cameron, “Avatar: the way of water”, e i risultati sono impressionanti: circa 148,6 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore, di cui 23 milioni nella sola Cina (elemento da non sottovalutare). Alla faccia degli scettici che sostenevano che l’interesse per la saga fosse calato…

    Non serve specificare la magnificenza delle immagini di Cameron. Staremo a vedere in che modo il regista avrà portato avanti le tecnologie avanguardistiche del (suo) cinema. Di solito, se esce un suo film in sala, si smuove sempre qualcosa.

    Ricordiamo che il film uscirà nelle sale di tutto il mondo il 14 dicembre 2022, preceduto da un ritorno in sala del primo capitolo in 3D a partire dal 22 settembre.

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=CYYtLXfquy0

    IL TRAILER DI BROTHER AND SISTER

    Finalmente  possiamo vedere le prime immagini di Brother and Sister, tramite il trailer lanciato su YouTube ( https://www.youtube.com/watch?v=al47GwVwyLk ). Si tratta del film di Arnaud Desplechin (Racconto di Natale, Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle)) con protagonista Marion Cotillard, in concorso per la Palma d’oro in questa edizione del Festival di Cannes.

    Il film narra dell’incontro, dopo più di vent’anni, di un fratello e una sorella al funerale di uno dei genitori.

    Fonti: Variety, World of Reel, The Hollywood Reporter, YouTube

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – CANNES 2022 COMPLETA IL PROGRAMMA, NETFLIX CROLLA IN BORSA

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    • GLI ULTIMI TITOLI DI CANNES 2022

    Come ogni anno, per il settantacinquesimo appuntamento con il festival transalpino sono stati aggiunti il 21 aprile gli ultimi titoli che andranno ad arricchire il menù di Cannes 2022. Li trovate sul sito del festival: https://www.festival-cannes.com/en/infos-communiques/communique/articles/the-75th-festival-de-cannes-official-selection-additions-to-the-selection. Pur non leggendo i tanto sperati David Lynch o Ari Aster, fra le diciassette aggiunte la kermesse inserisce nomi del calibro di Albert Serra o Louis Garrel.

    Segnaliamo anche la locandina di questa settantacinquesima edizione, un toccante e commovente omaggio a The Truman Show di Peter Weir.

    Il 19 aprile è stata inoltre annunciata la line-up della sezione parallela di Cannes 2022. Sotto la direzione artistica dell’italiano Paolo Moretti (in carica dal 2019), fra i vari nomi la quinzaine di quest’anno vede il ritorno di Pietro Marcello, tre anni dopo il successo critico di Martin Eden. La lista completa è sul sito ufficiale: https://www.quinzaine-realisateurs.com/fr/actualite/decouvrez-la-selection-de-la-54e-quinzaine-des-realisateurs

    • NETFLIX PERDE ABBONATI E CROLLA IN BORSA

    Nella giornata del 20 aprile è successa una cosa davvero ben poco prevista dalla maggior parte degli analisti: Netflix ha annunciato una perdita di iscritti per la prima volta in dieci anni, per la precisione 200mila nel primo trimestre. Immediato il crollo in borsa del colosso dello streaming che, già in calo quest’anno di oltre il 40%, ha visto un ulteriore crollo del 25%. La causa principale dichiarata da Netflix sarebbe il password sharing, la pratica diffusa di scambiare la password dell’account fra amici e parenti così da pagare meno abbonamenti. Non dimentichiamo, però, che la piattaforma di Reed Hastings ha da poco ritirato i suoi servizi dalla Russia, manovra che gli è costata una perdita di oltre 700mila account. Fra le varie motivazioni messe in campo dagli analisti ci sarebbero anche una normale diminuzione di iscritti a seguito del periodo lockdown, e la competizione dell’altro colosso dello streaming, Disney+.

    Ha fatto storcere il naso a molti il commento di Elon Musk, che avrebbe addotto le cause della perdita di iscritti al politicamente corretto: “Il virus dell’ideologia woke sta rendendo Netflix inguardabile”.

    • SOSPESO IL NUOVO FILM DI BILL MURRAY

    Come riporta il sito Deadline, Bill Murray è stato accusato di “comportamento inappropriato”, causando lo stop alle riprese del nuovo film Being Mortal che lo vede protagonista, prodotto da Fox Searchlight e diretto dall’americano Aziz Ansari. Non è trapelato alcun dettaglio aggiuntivo, Deadline precisa soltanto che la denuncia non sarebbe partita né dal regista né dal co-protagonista Seth Rogen. Notizia che non dovrebbe stupire i fan di Murray: l’attore è ormai famoso per la sua attitudine a litigare con colleghi o registi importanti per via dei suoi costanti sbalzi d’umore, che gli sono valsi il soprannome “The Murricane” dall’amico Dan Akroyd (fondendo Murray e Hurricane, uragano).

    • TRAILER LOVE DEATH & ROBOTS 3

    Netflix ci ha tenuto a ricordare che, in data 20 maggio, verrà rilasciata sulla piattaforma la terza stagione della serie antologica fantascientifica Love Death & Robots, nata nel 2019 da un soggetto di Tim Miller e che vede anche David Fincher fra i produttori. Il trailer è semplicemente un reminder-medley delle passate stagioni: https://www.youtube.com/watch?v=YHXaMVQq4cc

    • ALEKSANDR SOKUROV HA RIFIUTATO CANNES 2022

    Lunedì 18 aprile, Il regista di Arca Russa e Faust ha dichiarato di aver ufficialmente rifiutato la presentazione del suo nuovo film, Fiaba, in questa 75° edizione del festival francese. Gli è stata data l’occasione dalla croisette, ma Sokurov, convinto che la giuria non avrebbe apprezzato, ha rifiutato l’occasione concessagli definendo il suo nuovo lavoro come “troppo serio” e dalla “resa tecnologica complessa, molto complessa”. Per ora, l’unico regista russo che calcherà il tappeto rosso di Cannes 2022 sarà Kirill Serebrennikov con il suo Tchaikovsky’s Wife, ricordando che Thierry Frémaux, delegato generale del Festival, e tutta l’organizzazione hanno sin da subito affermato che Alexander Sokurov e Andrey Zvyagintsev sarebbero sempre stati ammessi “indipendentemente dalla situazione politica”.

    • NUOVO TRAILER PER LIGHTYEAR – LA VERA STORIA DI BUZZ

    Disney ha da poco lanciato il secondo trailer di Lightyear – la vera storia di Buzz, space odyssey animata prequel del film Toy Story (1995), interamente dedicata al personaggio di Buzz Lightyear: https://www.youtube.com/watch?v=kxSjaEUc9Js

    Mancano meno di due mesi all’uscita in sala del nuovo film Disney – Pixar, che approderà nei nostri cinema in data 17 giugno 2022.

    • EZRA MILLER INCONTENIBILE

    Il 29enne Ezra Miller, divenuto famoso al grande pubblico per essere Flash nell’universo cinematografico esteso DC, pare davvero incontenibile. Il 19 aprile è stato arrestato alle Hawaii per aggressione di secondo grado: avrebbe lanciato una sedia in testa a una donna dopo la richiesta di abbandonare una festa privata a Pāhoa. Tutto ciò arriva dopo le svariate vicissitudini legali di Ezra Miller legate al suo carattere difficilmente controllabile; era solo della fine dello scorso marzo l’arresto, sempre alle Hawaii, per disturbo della quiete pubblica e molestie (causandogli una richiesta di ordine restrittivo da parte di una coppia che ha dichiarato di aver subito aggressioni). L’attore ha da poco rivestito i panni di Credence Barebone nel terzo capitolo della saga di Animali Fantastici, mentre lo stand alone The Flash interamente dedicato al suo personaggio è attualmente in post-produzione, con data di uscita 23 giugno 2023. La Warner Bros, in ogni caso, non ha paventato ancora nessuna incertezza riguardo al futuro di Miller. 

    • RINVIATO SPIDER-MAN: ACROSS THE SPIDERVERSE – PARTE UNO

    Non più il 7 ottobre 2022. Sony ha comunicato che Spider-Man: Across the Spiderverse – Parte Uno è slittato direttamente al 2 giugno 2023, mentre la seconda parte al 29 marzo 2024. Le uniche dichiarazioni in merito arrivano dal produttore Christopher Miller, che ha commentato lo slittamento della pellicola così: “più tempo per renderlo grandioso”. Ricordiamo che un primo trailer del film è stato pubblicato il  5 dicembre 2021: https://www.youtube.com/watch?v=bb0qq6gDzUg

    • CI HANNO LASCIATO JACQUES PERRIN E ROBERT MORSE

    Sono due gli attori che hanno fatto tremare il cuore di moltissimi cinefili questa settimana: Jacques Perrin e Robert Morse. Il 21 aprile a 80 anni è scomparso Perrin, attore, regista e produttore cinematografico francese la cui icona è stata sicuramente consacrata da quel commovente finale di Nuovo cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore, dove interpretava il protagonista Salvatore da adulto. Il vero nome di Perrin, nato a Parigi nel 1941, è Jacques-André Simonet; a partire dagli anni sessanta acquistò fama in terra nostrana grazie ai ruoli che accompagnavano Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia (1961) e Marcello Mastroianni in Cronaca familiare (1962). Nella sua lunga carriera, Perrin ha ottenuto anche due candidature al Premio Oscar, nel 1970 al miglior film per Z, e nel 2003 al miglior documentario per Il popolo migratore. Nel 1966 aveva invece vinto a Venezia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per Un uomo a metà.

    Purtroppo dobbiamo salutare anche la star indiscussa della serie capolavoro Mad Men, Robert Morse, scomparso a Los Angeles il 20 aprile scorso a 91 anni. Nella serie andata in onda dal 2007 al 2015, che sfruttava il mondo pubblicitario newyorkese degli anni ’60 come macguffin per narrare i cambiamenti societari e storici della società americana di oltre un decennio, Robert Morse rivestiva magnificamente il ruolo di Bertram Cooper, uno dei proprietari dell’agenzia pubblicitaria in cui lavorava Don Draper (Jon Hamm), il protagonista della serie.


    • IL CINEMA ITALIANO PIANGE LUDOVICA BARGELLINI 

    A seguito di un incidente stradale a Roma, il 19 aprile è tragicamente scomparsa a soli 35 anni la giovane e talentuosa attrice Ludovica Bargellini. L’avevamo già apprezzata in The Young Pope e nel mediometraggio dei The Jackal reperibile su You Tube, Dylan Dog – Vittima degli eventi: https://www.youtube.com/watch?v=9G62vLlqUBI&t=2732s

    Fra gli altri suoi lavori figurano l’esordio su grande schermo in Non c’è tempo per gli eroi (2011) di Andrea Mugnaini, Finalmente la Felicità (2012) di Leonardo Pieraccioni e Quanto basta (2018) di Francesco Falaschi. Era appena un anno fa, invece, quando figurava nel dietro le quinte (reparto costumi) del film targato Netflix, Il Granchio nero.

    Fonti: World Of Reel, Bad Taste, Deadline, Ciak, Sky.it, Youtube,

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  • OSCAR 2022: DOVE VEDERE TUTTI I FILM IN GARA

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    Nella settimana che culminerà con la notte degli Oscar 2022 (che si terrà tra Domenica 27 e Lunedì 28 Marzo in Italia, a partire dalle 2.00 di notte) abbiamo deciso di proporvi diversi contenuti a tema. Gli Oscar sono, che vi piaccia o meno, il premio cinematografico più importante del mondo (e vi rimandiamo a questo articolo per capire il motivo per cui sono anche i più seguiti e amati). In questo articolo non faremo pronostici, in quanto abbiamo già speso sufficienti parole a riguardo nel nostro Podcast Strade Perdute e durante la quarta live sul nostro Canale Twitch (che potete recuperare anche su YouTube!). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Audible, di Matthew Ogens (1 nomination).
    • Don’t Look Up, di Adam McKay (4 nomination).
    • È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino (1 nomination).
    • I Mitchell contro le macchine, di Michael Rianda (1 nomination).
    • Il potere del cane, di Jane Campion (12 nomination).
    • Lead Me Home, di Pedro Kos e Jon Shenk (1 nomination).
    • Tick, Tick… Boom!, di Lin-Manuel Miranda (2 nomination).
    • Tre canzoni per Benazir, di Elizabeth Mirzaei e Gulistan Mirzaei (1 nomination).
    • Un pettirosso di nome Patty, di Dan Ojari e Michael Please (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU NOW

    • CODA – I segni del cuore, di Sian Heder (3 nomination).
    • Drive My Car, di Ryusuke Hamaguchi (4 nomination).
    • Dune, di Denis Villeneuve (10 nomination).
    • Four Good Days, di Rodrigo Garcia (1 nomination).
    • La persona peggiore del mondo, di Joachim Trier (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • A proposito dei Ricardo, di Aaron Sorkin (2 nomination).
    • Il Principe cerca figlio, di Jermaine Stegall (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Ala Kachuu – Take and Run, di Maria Brendle (1 nomination). 
    • Ascension, di Jessica Kingdon (1 nomination).
    • Attica, di Stanley Nelson Jr. e Traci Curry (1 nomination).
    • Belfast, di Kenneth Branagh (7 nomination).
    • Bestia, di Hugo Covarrubias (1 nomination).
    • BoxBallet, di Anton Dyakov (1 nomination).
    • Flee, di Jonas Poher Rasmussen (3 nomination).
    • La figlia oscura, di Maggie Gyllenhaal (2 nomination).
    • Licorice Pizza, di Paul Thomas Anderson (3 nomination).
    • Lunana: il viaggio alla fine del mondo, di Paio Choyning Dorji (1 nomination).
    • On my mind, di Martin Strange-Hansen (1 nomination).
    • Please Hold, di K.D. Dávila (1 nomination).
    • Spencer, di Pablo Larraìn (1 nomination).
    • Spider-Man: No Way Home, di Jon Watts (1 nomination).
    • The Dress, di Tadeusz Łysiak (1 nomination).
    • Writing With Fire, di Rintu Thomas e Sushmit Ghosh (1 nomination).

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  • RECENSIONE THE CUPHEAD SHOW! – UN’OCCASIONE SPRECATA

    In molti abbiamo sgranato gli occhi nel 2017 all’uscita su PC del meraviglioso Cuphead, videogioco run’n’gun autoprodotto dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer, che con una trama volutamente leggera e un gameplay classico -ben definito ma difficilissimo nella pratica- è diventato in brevissimo tempo un cult game su cui in molti hanno perso ore a suon di tentativi fallimentari e imprecazioni. Nel gioco i due protagonisti, i fratelli Cuphead e Mugman, due omini con la testa a forma di tazza, dopo aver avuto un piccolo incidente con il diavolo Satanasso, sono costretti a raccattare anime di vari bizzarri personaggi in giro per le Isole Calamaio, al fine di donarle al demonio evitando così la propria dannazione. Un’avventura immersa in un mondo dotato di un comparto scenografico maestoso che rivela le vere intenzioni dei creatori: creare un monumento allo stile dell’animazione americana degli anni ’30: una commistione così forte tra videogioco e animazione non si vedeva dai tempi di Dragon’s Lair (Don Bluth, 1983).

    Le citazioni e i richiami a quel mondo sono innumerevoli, a partire dei protagonisti, Cuphead con i pantaloncini rossi (ovvio richiamo a Topolino) e Mugman con le braghe blu (meno ovvio riferimento a Oswald il Coniglio Fortunato). Tra i tanti nemici che i due eroi affrontano, Re Dado richiama proprio Walt Disney in persona, artista a cui i fratelli Moldenhauer si sono chiaramente ispirati, arrivando persino ad ipotecare le proprie case per finanziare il loro progetto così come aveva fatto “lo zio Walt” con i suoi primi lavori. Da allora l’universo di Cuphead si è espanso, anche se in maniera più contenuta rispetto ad altri prodotti di successo: giocattoli, merchandising vario, albi a fumetti editi in Italia da Editoriale Cosmo, un prossimo DLC in sviluppo da anni e, ora, una serie animata per Netflix, The Cuphead Show!. Se questa relativa penuria di prodotti a tema non ha placato la fame di molti fan, la prima stagione della serie non ha saziato le -alte- aspettative di molti spettatori.

    La serie vede come protagonisti sempre i due fratelli “tazza”. Cuphead e Mugman Vivono in un cottage a forma di teiera sotto la custodia di Nonno Bricco, sfuggendo spesso ai compiti loro assegnati e desiderando avventure, giocando ad infastidire il negoziante Porkrind, finendo sempre per mettersi nei guai. Anche in questa serie, così come nel videogioco, li vediamo alle prese con molti personaggi come Il malvagio Satanasso, il mellifluo Re Dado e la misteriosa Lady Chalice.

    È evidente che il problema principale sta nell’individuazione del target. La trama del videogioco consisteva letteralmente in un patto col diavolo; qui, purtroppo, il patto di sangue è un debole pretesto narrativo che inevitabilmente fa seguire idee comiche piuttosto stantie. Certo, questa serie tutto voleva essere tranne che originale. Di base, infatti, ci troviamo davanti ad un tipico show animato sulla scia dello scontro Nickelodeon vs. Cartoon Network: episodi tendenzialmente autoconclusivi, con un accenno di trama orizzontale che diventa progressivamente più importante, gag slapstick e surreali e una coppia di protagonisti sciocchi, in un solco di tradizione che parte da Topolino-Paperino e Bugs Bunny-Daffy Duck fino ad arrivare a Spongebob-Patrick e Gumball-Darwin (ed è soprattutto a quest’ultima coppia che i protagonisti della serie devono molto). Tuttavia, si poteva certamente osare di più considerando il vasto parco di personaggi creati e presenti nel gioco. I vari nemici (tutti stupendi) sono i grandi assenti, eccetto per un paio di casi (il duo di rane pugili Ribbs & Croaks e il trio di verdure furfanti) e qualche cameo, nonostante la natura episodica della serie non contrastasse affatto con una narrazione a livelli tipica dei videogame. La serie qui risulta decisamente carente, soprattutto se paragonata al materiale originale, che riusciva a dare spazio ad ogni piccolo e -apparentemente- insignificante elemento sullo schermo.

    Il connubio grafico tra animazione classica e sfondi in CGI è ben riuscito. In particolare la resa grafica in stile anni ‘30, derivante dalla prima era Disney, ma che richiama anche cartoni quali Looney Tunes o Popeye tra i tanti, fino anche alle serie animate più popolari degli ultimi anni (Flapjack, Adventure Time, Steven Universe), è davvero eccellente. Anche la durata di ogni singolo episodio -15 minuti- è perfetta, e fa sì che lo spettatore non si annoi mai, invogliandolo a proseguire nella visione. Ma tutto ciò non basta. Pochi mesi prima, sulla stessa piattaforma, abbiamo potuto godere di serie animate come Strappare lungo i Bordie Arcane, certo profondamente diverse ma che come Cuphead godevano, ancor prima dell’uscita, di una fanbase già fervida. Entrambe avevano segnato una cesura con il passato: con Zerocalcare nella produzione animate in Italia (e nella trasposizione su schermo dei propri fenomeni pop), mentre con Arcaneabbiamo visto un respiro narrativo quasi inaudito, di cui vi avevamo già parlato in passato. Nei suoi primi 12 episodi, lo show tratto dal videogioco più colorato del decennio manca di coraggio nell’innovare. In un’epoca di rivoluzioni,il mondo animato portato in scena questa volta, fatto di gentili omaggi e poco altro, diventa quasi una restaurazione.

    Nicolò Cretaro
  • AFTER LIFE – RICKY GERVAIS E LA DELICATEZZA DI UNA TRAGEDIA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    La terza stagione di After Life, il capitolo conclusivo della serie creata, diretta, prodotta e interpretata da Ricky Gervais è disponibile su Netflix dal 14 gennaio. Così come per le altre due stagioni (e come tipico delle serie del comico britannico) anche stavolta vi è una divisione del racconto in sei episodi, ognuno dalla durata di circa mezz’ora.

    Con una sensibilità fuori dall’ordinario, Gervais prosegue la storia di Tony nel suo percorso di ripresa dopo la perdita precoce di sua moglie Lisa. Un tema malinconico, difficile da rendere senza scadere da un lato nella rappresentazione straziante di un dolore insormontabile e dall’altro nella banalità del riuscire a risollevarsi troppo facilmente. In After Life ciò non accade mai. Vi è un equilibrio perfetto tra l’empatia che si prova per Tony e per la sua perdita e la leggerezza della narrazione nel delineare la sua angoscia in modo sempre delicato, ma allo stesso tempo schietto e a tratti brutale. Specchio in un certo senso del carattere del protagonista, che pur mostrando a chiunque lo frequenti una facciata esterna di cinismo e sarcasmo nasconde in sé gentilezza e una grande bontà. 

    LA RAPPRESENTAZIONE DEL DOLORE: ARMONIA TRA IL DRAMMA E LA COMMEDIA

    All’inizio della prima stagione Tony viene mostrato al suo punto più basso: privo di una ragione di vita, senza fiducia nel prossimo e nel futuro, arriva a credere che ogni giorno trascorso senza porre fine alla sua esistenza sia solo “del tempo in più” che può interrompere, suicidandosi, quando vuole e che la sua indifferenza verso il mondo sia una sorta di superpotere. Le sue giornate sono tranquille e ripetitive (ma senza mai risultare noiose allo spettatore) nella pittoresca città britannica di Tambury e si compongono del suo lavoro al giornale gratuito locale, di visite al cimitero e all’ospizio per far compagnia a suo padre. Ciò che lo salverà, convincendolo dell’errore che avrebbe commesso togliendosi la vita, sarà l’interazione con diversi personaggi che incontrerà in questi contesti. Essi gli proporranno occasioni di riflessione sul valore della vita, sul senso che avrebbe potuto attribuirle e sulla miglior maniera di impiegarla.

    Inizia così un percorso che si snoda attraverso vicende quotidiane e confronti con amici e parenti, i quali come lui hanno a che fare con i propri problemi e a modo loro sono insoddisfatti della propria vita. Due personaggi in particolare saranno fondamentali per lui: Emma, l’infermiera che si occupa di suo padre all’ospizio, e Anne, un’anziana signora anche lei vedova, conosciuta al cimitero. Quest’ultima in particolare sarà per Tony una figura di grande conforto e sostegno, nonché ispirazione. Mantenendo sempre un’eleganza e un contegno tipicamente inglesi, lei gli parlerà di come lui possa ritrovare quella speranza persa, del modo in cui odio e noncuranza non siano un superpotere e gli spiegherà che trovare qualcuno con cui non essere più soli non significhi sostituire la sua Lisa. Per questo ultimo aspetto si rivelerà importante la presenza di Emma, che prima di essere un suo potenziale nuovo amore sarà in primis una grande amica.

    L’ONESTÀ COMMOVENTE DELLA TERZA STAGIONE

    La fine della seconda stagione aveva lasciato presupporre uno sviluppo in senso sentimentale con l’infermiera, grazie alla quale Tony avrebbe superato questo grande dolore e sarebbe finalmente andato avanti. Nella vita vera, però, non sempre va in questo modo, soprattutto non in così poco tempo. E After Life è estremamente aderente alla realtà, tanto da rinunciare alla scelta più scontata per mettere in risalto un messaggio ancor più profondo: anche di fronte alle sofferenze più grandi, la forza di tornare a vivere viene da noi stessi e non dalle altre persone, per quanto il loro affetto possa essere importante. In questo caso Tony ha le idee chiare, dopo un primo momento di confusione. È ancora innamorato di Lisa e lo sarà sempre. Ciononostante, la vita deve continuare e nella confortevole realtà della sua cittadina può ancora trovare delle ragioni per stare bene. Nel mettere in scesa questi concetti Ricky Gervais non è mai didascalico o melanconico, ma autentico e contemporaneamente fine e morbido.

    Questa onestà è da apprezzare soprattutto nel mostrare come il percorso di guarigione del protagonista non sia lineare, ma caratterizzato da momenti di crisi, insicurezza, ricadute. Non smette di sentire la mancanza di sua moglie, e a volte questo vuoto è preponderante. Gli può risultare ancora difficile uscire a bere qualcosa con Emma, magari preferisce ancora invitarla da lui per sentirsi protetto dall’accoglienza di casa. Ma ormai Tony ha superato il momento peggiore, e si rende apertamente conto di essere stato malato in passato. Ora pur non sentendosi mai davvero felice ha momenti di sincera contentezza e non contempla più il suicidio.

    Il finale sarà estremamente commovente, ma senza risultare stucchevole. La conclusione perfetta per il messaggio che si vuole mettere in risalto: la vita è degna di essere vissuta, sempre. A volte le persone che amiamo potranno abbandonarci prima del previsto, ma si possono trovare altre motivazioni per continuare a percorrere la strada che abbiamo intrapreso fino a quando poi, un giorno, non sarà il nostro turno.

    AFTER LIFE È BASATA SU UNA STORIA VERA?

    Vi sono una tale discrezione e armonia nel rappresentare eventi così drammatici che ci si chiede se la vicenda non sia stata vissuta in prima persona da Ricky Gervais. Non è così, come il comico ha dichiarato durante un’intervista al podcast Series Linked, ma parte della serie è ispirata a storie reali. Nel primo episodio della prima stagione, ad esempio, Tony e Lenny fanno visita ad un anziano che per il suo ottantesimo compleanno aveva ricevuto cinque biglietti d’auguri uguali. Situazione realmente accaduta nel 2013 ad un uomo chiamato Brian, nella città di Exeter.

    Inoltre Gervais ha spiegato come il personaggio di Tony sia semi-autobiografico, come tutti i ruoli da lui interpretati, e sembra essere anche quello che più si avvicina alla sua vera personalità.

    LA COLONNA SONORA

    Una colonna sonora d’eccezione accompagna alcuni dei momenti più belli della stagione. Il primo episodio si apre con The things we do for love dei 10cc, e nelle puntate successive possiamo ascoltare Let down dei Radiohead, The Wind di Cat Stevens, per finire con Both Sides Now di Joni Mitchell. I brani anche sono contestualizzati, citati per raccontare episodi della vita di Lisa sottolineando come siano stati importanti per lei.

    Non sono una novità in After Life delle scelte musicali in grado di colpire gli spettatori e incorniciare perfettamente le vicende narrate. Ricordiamo Lovely Day di Bill Withers, Kids Will Be skeletons dei Mogwai, Rocket Man di Elthon John e Lady Marmalade di Patti Labelle nella prima stagione, Can you hear me di David Bowie e And so it goes di Billy Joel nella seconda.

    La serie è tra le più belle degli ultimi tempi e tra i prodotti firmati Netflix più raffinati e toccanti, After Life si chiude riconfermandosi uno dei lavori migliori di Gervais, mettendo in risalto una grande profondità e sensibilità del comico, filtrate da un umorismo nero e spiazzante che sempre lo accompagna.

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  • RECENSIONE MONACO: SULL’ORLO DELLA GUERRA – UN PRODOTTO CONVINCENTE

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    Uno dei dibattiti più accesi degli ultimi anni, all’interno del panorama cinefilo, è sicuramente quello riguardante le piattaforme streaming e i nuovi metodi di fruizione dei contenuti audio-visivi. 

    Molto spesso, infatti, Netflix e similari vengono accusati da alcuni di uccidere il “vero cinema” e di aver condannato l’esperienza della visione in sala a un lento e inevitabile declino, mentre dall’altro lato c’è chi sostiene che le due cose possano tranquillamente coesistere e che questo tipo di piattaforme siano una risorsa importante e innovativa per il futuro della settima arte. 

    Bersagli di numerosissime critiche da ambo le parti, però, sono i prodotti originali delle piattaforme stesse, tacciati di essere –  il più delle volte – contenuti di scarsa qualità per un pubblico generalista e svogliato. Se è vero che buona parte di queste pellicole sono progetti non sempre riuscitissimi, è altrettanto vero, però, che esistono eccezioni che non vanno dimenticate, come ad esempio The Irishman, Hell or High Water, Don’t Look Up e Sound of Metal, che si iscrivono senza dubbio nella lista di produzioni originali più che convincenti, riconosciute positivamente anche dalla critica. 

    Proprio per via di questa tendenza altalenante, attorno all’ultima uscita targata Netflix, ovvero Monaco: Sull’Orlo della Guerra, si è creato un certo interesse, sia da parte di chi è malignamente pronto a gioire in caso dell’ennesima debacle del colosso dello streaming, sia da parte di chi è genuinamente curioso di valutare la qualità di questo prodotto. 

    Diretto da Christian Schwochow, regista tedesco della corte Netflix già dietro la macchina da presa per alcuni episodi di The Crown, questo film adattamento dell’omonimo romanzo del 2017 è un thriller storico ambientato principalmente nel 1938 durante la conferenza di Monaco e racconta, in brevissimo, la storia di Hugh Legat, un giovane diplomatico inglese che grazie all’aiuto del vecchio amico tedesco Paul von Hartman cerca di sventare l’imminente guerra, muovendosi tra i grandi volti della politica dell’epoca, ovvero i grandi volti della Storia del ‘900.

    Il primissimo elemento notevole che salta all’occhio, ancora prima della visione, è il cast formato da grandissimi nomi e giovani promesse in rampa di lancio: George MacKay veste i panni del protagonista e dimostra, dopo la già ottima prova in 1917 di Sam Mendes, di essere uno degli attori più promettenti della nuova generazione, riuscendo a trasmettere in maniera molto efficace la confusione del personaggio, perso in giochi di potere più grandi di lui, oltre a una perfetta compostezza di stampo british che gli permette di rimanere credibile e naturale anche nei momenti più drammatici. 

    Ad accompagnare l’ottima prova del giovane MacKay, un Jeremy Irons nelle vesti di un Primo Ministro Chamberlain travagliato dalla responsabilità e lacerato dal ricordo della Grande Guerra appena trascorsa regala un’interpretazione di grande esperienza e intensità. Nonostante non sia il personaggio principale del racconto, infatti, la sua presenza ruba molto spesso la scena grazie a una gravitas attoriale che pochi altri possono vantare nell’industria cinematografica contemporanea (per conferma vedere il suo meraviglioso Rodolfo Gucci nell’ultima fatica di Ridley Scott). 

    Da segnalare la buona  prova del co-protagonista Jannis Niewoehner, giovane attore tedesco che interpreta Paul Von Hartman, il quale, nonostante qualche momento forse eccessivamente sopra le righe, riesce a dipingere con il suo personaggio la speranza e la successiva disillusione di parte della gioventù tedesca dell’epoca nei confronti di Hitler e del Partito Nazista. 

    Brevissima menzione per il grandissimo August Diehl (Bastardi senza Gloria e La Vita Nascosta) che, anche con uno screentime veramente ridotto, lascia sempre il segno nei panni del fervente ufficiale nazista, creando una figura minacciosa che riesce a trasmettere una tensione altissima ogniqualvolta entra in scena. 

    Per quanto riguarda la regia di Schwochow, da notare in particolare l’utilizzo preponderante della macchina a mano sia in esterni che in interni, espediente grazie al quale soprattutto nella prima ora di film – il regista riesce a veicolare in modo particolarmente efficace la confusione, lo spaesamento e l’angoscia dei protagonisti di fronte agli eventi storici decisivi che si trovano a dover fronteggiare.

    Molto curata e interessante anche la fotografia di Frank Lamm, il quale mette in campo un lavoro sulle luci quasi narrativo, scegliendo toni grigi desaturati nelle scene “istituzionali” e illuminando le numerose riunioni di gabinetto con una fredda illuminazione naturale tipicamente inglese, per virare poi verso arancioni più caldi e chiaroscuri più marcati per le sequenze private, fatte di incontri segreti in camere buie dove le facciate politiche vengono meno e la verità trova la sua manifestazione reale. 

    Nonostante, dunque, alcuni elementi decisamente positivi appena citati, la pellicola non è sicuramente esente da difetti: laddove nella prima parte di film la narrazione appare solida e convincente, anche grazie a un continuo montaggio alternato efficacissimo e sapientemente gestito, nella seconda purtroppo la sceneggiatura perde un po’ di mordente e di ritmo, complice forse una gestione dei tempi del racconto non eccellente. 

    In tal senso una durata complessiva inferiore avrebbe probabilmente giovato al prodotto, il quale trova nei suoi 123 minuti totali uno screentime eccessivo che dilata troppo il passo narrativo, quantomeno nella seconda metà dell’opera. 

    Un altro aspetto negativo di questo Monaco: Sull’Orlo della Guerra è una gestione a tratti esageratamente semplicistica della materia trattata, che se nella prima parte convince grazie a una presentazione interessante e mai accusatoria delle speranze dei giovani tedeschi alla nascita del Reich, nella seconda invece cade in un manicheismo fastidioso ed evidente e in un finale – letteralmente – didascalico che tradisce le premesse iniziali del film. 

    In conclusione la pellicola di Schwochow non si impone sicuramente come original di punta di casa Netflix, ma allo stesso modo non va a perdersi nell’infinito mare magnum di prodotti scadenti che ogni mese vengono pubblicati sulla piattaforma. Un film dunque riuscito, ma non riuscitissimo, che al netto dei difetti fisiologici che può avere, resta una pellicola interessante e da non perdere, un cinema che si prende sul serio e che affronta coraggiosamente, almeno nelle intenzioni, tematiche importanti. 

    Non un capolavoro quindi, ma un buon film e – forse – c’è disperatamente bisogno anche di loro. 

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