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  • RECENSIONE SHANG-CHI: LA LEGGENDA DEI DIECI ANELLI

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    Arrivati alla fine della Saga dell’Infinito con il fenomeno mondiale che fu Avengers Endgame  e conclusa la fase tre con il secondo film da solista dello Spiderman di Holland, il mondo Marvel si è ritrovato a dover ripartire quasi da zero puntando ad approfondire personaggi secondari che gli spettatori già conoscevano e ad introdurre nuovi eroi. Causa Covid-19 non solo i cinema sono rimasti chiusi per mesi, ma anche il calendario di pubblicazione dei nuovi film dell’MCU ha subito vari cambiamenti e rinvii. 

    Se ufficialmente la Fase 4 è partita con l’uscita sulla piattaforma streaming Disney+ con WandaVision  ed al cinema con Black Widow  (Cate Shortland, 2021), si può tranquillamente affermare senza troppe remore che è con il personaggio di Shang Chi che l’universo supereroistico nato dalla penna di Stan Lee e Steve Ditko raggiunge veramente la nuova fase. Vediamo quindi assieme perché Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli  è una pellicola che merita di essere recuperata in sala al più presto.

    UN MISCUGLIO ETEROGENEO

    Si può partire subito col dire che questa pellicola, a differenza di molte altre interne all’MCU, è assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami o cameo che strizzano l’occhio anche ai fan della saga. L’introduzione ai dieci anelli ed alla famiglia del protagonista avviene attraverso un flashback (il primo di molti) che mette subito in mostra i muscoli della pellicola sul lato dei combattimenti, con una battaglia campale degna dei migliori film orientali sulle arti marziali. Successivamente viene introdotto Shang Chi (o Shaun, se vogliamo utilizzare il suo nome americano), ragazzo che vive una normalissima vita nella media finché non viene richiamato alle sue origini quando gli uomini del padre tentano di ucciderlo e rubargli un medaglione. Da qui partono le avventure del protagonista, alla riscoperta della sua persona e dell’affrontare una famiglia ed un passato da cui era scappato, ma che torna inesorabilmente a tormentarlo.

    Il primo atto del film si può racchiudere in una sequela di combattimenti coreografati in maniera impeccabile, alternati a brevi sequenze più tranquille dove brilla il personaggio di Katy (interpretato da un Awkwafina al top), comic relief della pellicola che risulta ben dosata, non essendo quindi mai stucchevole o fuori luogo. Il protagonista, interpretato da Simu Liu, non si presenta sicuramente come uno dei personaggi più carismatici dell’universo condiviso supereroistico, ma risulta comunque un buon personaggio che regge perfettamente la scena e riesce a proporre bene i vari scontri interiori a cui va incontro, soprattutto nel secondo atto, che risulta molto più tranquillo e calmo del primo e che introduce lo spettatore al passato del protagonista e al personaggio di Wenwu (interpretato da Tony Leung Chiu-Wai), il padre di Shang conosciuto ai più come Mandarino. A discapito di quanto può trasparire ad una prima distratta visione, il villain del film risulta essere uno dei meglio caratterizzati tra quelli presenti nelle varie pellicole, con un obiettivo ed una moralità sua che viene messa in contrasto con il suo amore per la moglie e la sua famiglia. 

    Concluso l’approfondimento, la pellicola presenta poi il terzo ed ultimo atto, che risulta la perfetta commistione dei precedenti, unendo efficacemente ulteriori approfondimenti sul mondo in cui le vicende si svolgono a combattimenti sempre più belli da vedere, con uno scontro finale veramente spettacolare.

    UNA BELLEZZA ORIENTALE

    Sul lato tecnico, il film si presenta come una delle pellicole più belle dell’universo Marvel. La regia di Destin Daniel Cretton si attesta su un buon livello, permettendo al film di godere di ottimi scorci nelle scene più tranquille e riesce a mettere in scena combattimenti sempre molto chiari, con movimenti di macchina che seguono i corpi dei personaggi, donando alle scene una fluidità assente in numerosi altri cinecomic. Non si può inoltre non elogiare la fotografia curata da William Pope, che riesce a trasporre le varie ambientazioni in maniera sempre unica, con diversi luoghi che rimarranno nella mente degli spettatori anche diverso tempo dopo la visione del film. 

    Un plauso va fatto anche alla CGI che, se già nei film precedenti raggiungeva risultati strabilianti, qui riesce a mettere in scena soprattutto animali e “mostri” in maniera eccezionale, senza sbavature e senza risultare mai eccessiva o posticcia.

    Dovendo trovare qualche difetto al film, oltre a qualche piccolo difetto di sceneggiatura nella scrittura di alcuni personaggi o alcuni momenti che però riesce a non inficiare negativamente sul prodotto complessivo, la stessa cosa non si può dire della eccessiva quantità di flashback, che può risultare a tratti stucchevole e pesante per alcuni spettatori, e della durata del film, 132 minuti che si fanno sentire soprattutto nel secondo atto della pellicola.

    CONCLUSIONI

    Con Shang Chi  si può dire effettivamente aperta la Fase 4 dell’MCU, introducendo un nuovo eroe ben caratterizzato, inserito in un contesto che il film riesce a spiegare con cura e mostrato con una regia ed una fotografia strabilianti. Le scene di combattimento sono tra le migliori viste in un cinecomic, complici ottime coreografie ed una CGI veramente  di ottimo livello e ben caratterizzati risultano anche i comprimari ed il villain del film. Una pellicola sicuramente non perfetta, ma che merita senz’altro di essere vista e goduta, soprattutto in sala.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – LAST NIGHT IN SOHO

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    “Last Night in Soho” è il nuovo, attesissimo film del genietto inglese Edgar Wright, presentato fuori concorso a Venezia 78. Senza entrare nei dettagli della trama che, come si evince dal trailer, si snoda tra la Londra contemporanea e la Swinging London degli anni ’60, possiamo dire che il regista si conferma un abile alchimista di generi cinematografici, fondendo efficacemente l’horror con il melò e il musical. Visivamente curatissimo (la sublime fotografia è del coreano Chung Chung-hoon, storico collaboratore di Park Chan-wook; il montaggio – sempre fondamentale in Wright – è del fedele Paul Machliss), nei primi quaranta minuti lascia letteralmente a bocca aperta per l’atmosfera evocata e la ricchezza di invenzioni visive e almeno un paio di scene in cui la musica è protagonista sono da applausi a scena aperta: immersive e coinvolgenti come di rado accade. Peccato che in seguito, per quanto il film rimanga godibile, la sceneggiatura mostri le sue debolezze e si sviluppi in maniera piuttosto prevedibile, per di più sfruttando meno la commistione tra generi e abbandonandosi a situazioni già viste, tra l’altro con palesi riferimenti alle idee promosse dal movimento #metoo. Anche il cast appare tutto sommato poco sfruttato nelle sue potenzialità, se si fa eccezione per l’eccellente Thomasin McKenzie, che regge il film sulle proprie spalle. Ad ogni modo “Last Night in Soho” resta una gran bella esperienza cinematografica da vivere rigorosamente in sala per apprezzarne lo splendore formale, benché nel complesso non si possa non rimanere un po’ delusi da una sceneggiatura non sempre all’altezza di alcune precedenti opere del grande Edgar Wright.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – THE POWER OF THE DOG

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    The Power of The Dog, nuovo film della veterana neozelandese Jane Campion a dodici anni da “Bright star”, è un inquietante western tratto dal romanzo di Thomas Savage e ambientato nel Montana del 1925. Il film analizza il rapporto tra i due fratelli mandriani Phil e George Burbank (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), turbato dal matrimonio del secondo con la vedova Rose (Kirsten Dunst). La Campion assume dunque, forse per la prima volta nella sua carriera, una prospettiva prettamente maschile. Purtroppo, mettendo in scena un dramma dall’incedere lento e disturbante (cui molto giovano le musiche dissonanti di Jonny Greenwood), la regista fatica a dare reale spessore ai personaggi e questo rende particolarmente difficile l’immedesimazione dello spettatore con i caratteri e le loro complessità. Certo, la Campion – da grande regista qual è – azzecca l’atmosfera e almeno un paio di grandi scene, ma l’analisi dei rapporti virili e la rappresentazione tossica del maschilismo restano in superficie ed è impossibile non constatare la freddezza generale di un prodotto che, alla lunga e nonostante le sue raffinatezze, finisce per annoiare e non trova paragoni con le travolgenti passioni e contrasti al centro dei capolavori della cineasta di Wellington.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – IL COLLEZIONISTA DI CARTE

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    Scritto e diretto da Paul Schrader e presentato da Martin Scorsese, “Il collezionista di carte” racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. Schrader affronta ancora una volta il tema della redenzione e demolisce ciò che resta del sogno americano, in un film in cui nemmeno il denaro ha più importanza: non esiste conforto materiale per abbattere i propri fantasmi e lenire il senso di colpa per il male commesso. È un film disperato, nerissimo, in cui l’oscurità degli ambienti è rischiarata solo dalle luci al neon delle sale da gioco e delle slot machines. E se a un certo punto una via di scampo appare possibile e il mondo pare accendersi come un albero di Natale, Schrader va fino in fondo nel raccontare la possibilità della redenzione ma l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, figlio di errori passati impossibili da correggere. Se forse il discorso di fondo non è del tutto originale, la regia di Schrader è talmente sublime – tra grandangoli vertiginosi e piani sequenza fluidissimi – che è impossibile non restare ammirati.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – È STATA LA MANO DI DIO

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    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

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  • RECENSIONE FRAMMENTI DAL PASSATO – REMINISCENCE

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    Frammenti dal passato – Reminiscence è una creatura strana: l’esordio al cinema di Lisa Joy, sceneggiatrice e co-creatrice della serie tv Westworld, è stato un flop d’incassi nei giorni d’apertura, vittima anche di una campagna promozionale piuttosto mediocre.

    Il fatto che sia stato pubblicizzato come “un film della creatrice di Westworld” non è solo marketing: come nella serie tv di HBO, in Reminiscence si nota la stessa impronta autoriale nel contaminare la fantascienza con generi cinematografici diversi (lì il western, qua il noir) per studiare psiche e ossessioni umane.

    In un futuro non troppo remoto in cui le città sono allagate a causa del cambiamento climatico, l’investigatore privato Nick Bannister (Hugh Jackman) e l’amica Emily Sanders (Thandie Newton) sono specializzati nel far rivivere la memoria ai clienti con una particolare macchina per gli interrogatori, in grado di ricreare i ricordi in modo estremamente dettagliato – pure troppo: per poter funzionare, la macchina ha bisogno di generose sospensioni dell’incredulità da parte dello spettatore…

    Quando l’amore della sua vita, Mae (Rebecca Ferguson), sparisce senza lasciare traccia, Nick ha bisogno del marchingegno per rintracciarla. Nella sua ricerca della donna amata, Nick scopre alcune verità su di lei ma anche sul mondo che abitano, popolato da agenti di polizia corrotti e ricchi senza scrupoli.

    La prima metà del film fa presagire il peggio: la necessità di informare lo spettatore sull’ambientazione e sui personaggi si traduce in spiegoni forzati e in un inutile voice-over del protagonista. Anche l’uso diegetico della macchina dei ricordi, se all’inizio spiazza ed è inserito in modo intelligente nella narrazione (i ricordi del protagonista mascherati da racconto “in ordine cronologico”), ben presto appesantisce la storia invece di renderla più coinvolgente. Questa matrioska di ricordi e piani narrativi, resa letteralmente anche a livello visivo – l’investigatore che in una scena studia il ricordo di sé stesso che studia un ricordo altrui -, rischia di stufare ben presto; non aiutano le caratterizzazioni poco profonde di quasi tutti i personaggi.

    Tuttavia, raramente come nel caso di Reminiscence un primo atto così pesante viene almeno in minima parte risollevato dal secondo. Liberatasi dall’obbligo di dover introdurre l’ambientazione futuristica, Lisa Joy trova nella seconda metà di film maggiore libertà nell’esplorare i suoi personaggi. Qui la sceneggiatrice riesce anche a stupire con alcune immagini davvero interessanti, come la grottesca ricostruzione in cui vive una ricca signora prigioniera della nostalgia, oppure una sequenza in un teatro allagato. Neppure qui funziona tutto: il film si sforza di far quadrare elementi senza motivo, richiamando personaggi e situazioni del primo atto in modo innaturale (come tante proverbiali pistole di Čechov che non avevano necessità di esistere), ma la sua dimensione di detective story dalla forte componente sentimentale acquisisce più spessore. Certo, non lesina nei cliché del genere – la femme fatale, il poliziotto corrotto, il ricco capitalista impunito, il detective disilluso, la sua collega alcolizzata -, trattati pure con estrema serietà, ma nonostante questo l’atmosfera e alcune scene riescono almeno in parte a coinvolgere lo spettatore.

    La regia di Lisa Joy è buona: forse fin troppo semplice visto l’argomento trattato, ma riesce per la maggior parte a evitare gli stereotipi stilistici tipici di questo tipo di film preferendo porre l’accento sul lato sentimentale della vicenda, aiutata anche dalla colonna sonora essenziale di Ramin Djawadi e dalla fotografia pulita di Paul Cameron. In genere, l’esordio di Lisa Joy come regista di lungometraggi è buono ma senza particolari guizzi, e denota ancora una certa inesperienza con il medium.

    Questo, purtroppo, ricade anche sul suo protagonista. Hugh Jackman ha dimostrato di saper offrire ottime interpretazioni con la giusta direzione, mentre qui sembra lasciato a sé stesso e risulta costantemente spaesato, senza il carisma che lo contraddistingue e al di sotto delle sue possibilità. Molto meglio Rebecca Ferguson: la sua inclinazione per le scene action la rende l’interprete ideale sia per l’azione che per il dramma. Peccato invece per Thandie Newton, buona attrice che interpreta un personaggio stereotipato e con poco spessore.

    Nel complesso, Reminiscence non è brutto come si poteva facilmente presagire. In numerose occasioni si intravedono i pezzi che potrebbero comporre un ottimo film ma, messi assieme in questo, non sfruttano mai le capacità della sua regista e sceneggiatrice. È un intrattenimento cui non mancano il cuore né il cervello: quel che gli è mancato è la capacità di tradurre in uno script coerente tutte le sue ambiziose idee. E così rimane “solo” un discreto film che avrebbe dovuto offrire molto di più.

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  • RECENSIONE MODERN LOVE (STAGIONE 2)

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    Lo scorso 13 agosto è uscita, dopo una lunga attesa, la seconda stagione di Modern Love, serie televisiva antologica targata Prime Video, che si promette di indagare le varie sfaccettature dell’amore nel mondo contemporaneo, prendendo spunto dalle storie pubblicate sull’omonima rubrica del New York Times.

    Vedere la prima stagione di Modern Love in pieno lockdown può aver contribuito ad evidenziare tutte le caratteristiche positive della serie: quell’accorpare scampoli di vita quotidiana, abbastanza originali da catturare l’attenzione per una caratteristica particolare, a volte un nucleo narrativo curioso e inusuale, o, ancora più spesso, per una maniera alternativa di raccontare una storia altrimenti uguale a tante altre, il tutto accomunato da una patinatissima estetica indie e da una malinconica leggerezza che in quel momento sapeva tanto di vita.

    Il secondo atto di questa serie antologica risulta invece parzialmente deludente.  L’idea di base vorrebbe rimanere la stessa, ma si scontra con una mancanza cronica di storie un minimo originali o di idee forti su come raccontarle. Se il primo e l’ottavo (ed ultimo) episodio della stagione si salvano puntando sul sentimentalismo e sul dramma, e le lacrime scorrono copiose, la maggior parte degli altri episodi sono più che altro inconsistenti. Il secondo episodio, La Ragazza Notturna incontra un Ragazzo Diurno, va avanti per trentacinque minuti senza che al suo interno succeda praticamente niente, mentre i due episodi dedicati all’amore adolescenziale e giovanile sono banali e simili a tanti altri teen drama, ma privi di qualsiasi tensione, sviluppo o possibilità di attaccamento nei confronti dei personaggi, vista la durata limitata. Il terzo episodio, Estranei su un treno (Per Dublino), vede protagonista le fasi iniziali della pandemia da coronavirus, che mette i bastoni fra le ruote ad un amore sbocciato durante un breve viaggio in treno, quasi fossero altri tempi; è divertente e ben scritto ma il finale talmente aperto da non essere un finale lascia l’amaro in bocca. Una parziale eccezione è rappresentata dal settimo episodio, Come mi ricordi, breve ed efficace nel ripercorrere, nel tempo di un fugace incontro in strada, gli stadi iniziali di una frequentazione fra due ragazzi mai trasformatasi in relazione vera e propria, alternando in stile Rashomon il punto di vista dell’uno e dell’altro protagonista, in quello che è l’episodio che più riesce a ripercorrere il solco della prima stagione.

    Altro elemento che rende questa seconda stagione più debole della prima è la mancanza dell’elemento unificante di New York come setting e sfondo di tutte le storie precedentemente raccontate, che nella città si intrecciavano, e che l’avevano resa l’ulteriore e onnipresente protagonista della serie, in una maniera che ricordava un po’ il ruolo assunto dalla stessa città nel classico delle commedie romantiche Harry ti presento Sally. La mancanza di questo filo conduttore toglie alla seconda stagione un ulteriore elemento caratteristico, rendendo i vari episodi una raccolta di mediometraggi privi di qualsiasi elemento che li unifichi fra loro.

    Si cerca quindi di riprendere i fattori che avevano fatto il successo della prima stagione, ma la mancanza di alchimia generale fra di essi non fa scoccare quella scintilla che tanto ci aveva fatto emozionare, e lo spettatore raramente riesce ad accedere a quella strana evasione nella malinconia che probabilmente si aspettava di trovare.

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  • RECENSIONE EVANGELION: 3.0+1.0 THRICE UPON A TIME – LA FINE DI UN VIAGGIO

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    Parlare di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non è un impresa facile e soprattutto non è possibile farlo senza tirare in ballo il mondo intero di Neon Genesis Evangelion, creato da quel folle visionario di Hideaki Anno. Un mondo, limitandoci alle sole opere cinematografiche/seriali, costituito dalla serie originale di 26 episodi, due film di cui uno dedicato alla conclusione della serie e 4 film che compongono la Rebuild, una nuova storia, che parte dallo stesso incipit della serie e poi devia in un nuovo percorso narrativo che culmina con la pellicola di cui andiamo qui a parlare, che risulta essere impossibile da comprendere senza la visione dei film precedenti, essendone un seguito diretto. Il concetto di finale per i fan di Evangelion è sempre stato problematico: se il finale della serie risultava essere estremamente astratto a causa anche del minimo budget a disposizione, il film The End of Evangelion (adorato dal sottoscritto) non era riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico, a causa anche in questo caso del delirio psichedelico messo in scena e scaturito dalla mente visionaria di Anno. Si arriva dunque dopo 26 anni dalla serie originale a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il finale della Rebuild, film lungamente atteso e di lunghissima gestazione a causa anche della crisi personale di Anno che ha portato ad un rigetto verso l’animazione e verso il mondo stesso di Evangelion.

    Si riparte dunque da dove eravamo rimasti alla fine del precedente Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo.  In seguito al Fourth Impact, rimasti senza i loro Evangelion, Shinji, Asuka, e Rei cercano rifugio nei desolanti e rossi resti di Tokyo-3. Ma il pericolo della fine del mondo è ancora lontano dall’essere scomparso. Un nuovo Impact sembra arrivare all’orizzonte e sarà quello che porterà alla vera fine di Evangelion.

    Il film  si presenta quasi subito come diverso rispetto agli altri componenti della tetralogia, prima di tutto nella durata, decisamente più lunga, e nel ritmo, molto più rilassato nella prima metà, con atmosfere più serene e a tratti bucoliche, lontano dalla frenesia che ha sempre caratterizzato tutto il mondo di Evangelion. La pellicola, realizzata con un misto tra CGI e tecnica di disegno tradizionale, raggiunge una magnificenza visiva mai ottenuta in nessun altro prodotto legato a questo brand e riprende dai film precedenti il gusto per le scene di azione esagerate e altamente spettacolari, caratterizzate da una regia estremamente dinamica e mai così ispirata, eliminando la messa in scena confusionaria riscontrata a tratti negli altri capitoli della tetralogia. Anno, da buon cinefilo, omaggia apertamente numerose pellicole, come Matrix, PaprikaThe Truman Show, e registi come Cronemberg e Kubrick, con alcune sequenze psichedeliche ispirate direttamente a 2001: Odissea nello spazio, o addirittura pittori come Magritte, aprendosi sul finale anche al metacinema. Visivamente omaggia anche il vecchio ciclo di Evangelion, con inquadrature riprese esattamente dal folle The End of Evangelion, e lo stesso finale della serie originale, con intere scene realizzate con bozze di disegni, che nel passato erano state utilizzate per mancanza di budget e in questo caso vengono trasformate in un mezzo cinematografico per rappresentare i ricordi, vaghi e meno dettagliati esattamente come nelle nostre menti, o per rappresentare il concetto stesso di creazione, di genesi del mondo, similmente al processo creativo con cui avviene la realizzazione di un’opera d’arte.

    Una delle forze principali del mondo di Evangelion è sempre stata la costruzione della narrazione sulla base di argomenti complessi, dalla religione alla psicologia, alla crescita di ragazzi a cui è stata rubata la naturale maturazione da adulti egoisti, uniti con il puro cinema di intrattenimento. Questo ha sempre portato con sé una notevole dose di spaesamento nello spettatore, in quanto la narrazione e lo sviluppo del mistero non avveniva mai in maniera perfettamente comprensibile, con la chiarezza espositiva spesso sacrificata sull’altare della spettacolarità visiva. Quest’ultima pellicola continua in questo percorso, facendoci perdere in questo enorme e complesso mondo costruito da Anno. Ed è proprio in questo che, secondo il sottoscritto, sta la chiave di lettura dell’intero progetto di Evangelion e che i fan più accaniti probabilmente non accetteranno mai: dopo 26 anni, possiamo tranquillamente affermare che ad Anno non interessa più di tanto far capire agli spettatori per filo e per segno tutte le informazioni con cui vengono bombardati. La cosa più importante di questa meravigliosa storia non è (esattamente come in Lost) il mistero su cui viene costruita la vicenda, ma i personaggi, i suoi meravigliosi e iconici personaggi. Tutto questo mondo non è altro che l’involucro della crescita di Shinji, Asuka, Rei (la cui parabola in questo film è da lacrime) e Misato, vero mastice che tiene insieme con forza questo mix di esplosioni, botte da orbi, angeli, Dio e Freud.  Lo stesso Gendo, il villain finale, viene umanizzato e approfondito rispetto alla storia originale e finalmente ci viene regalato il tanto atteso confronto con il figlio Shinji. 

    Questa saga Rebuild è stata una nuova occasione per tutti, per i personaggi e per Anno, che in 26 anni è cambiato come persona e come artista, ha attraversato un periodo di depressione ed è rinato, cresciuto, come il protagonista Shinji, mettendo tutto sé stesso in questa nuova epopea in qualche modo autobiografica. I Children hanno finalmente trovato il loro posto nel mondo e Anno con loro, entrando definitivamente nella storia del cinema di animazione e del cinema in generale con una delle opere più ambiziose mai realizzate. Congratulazioni Anno!

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  • RECENSIONE STAR WARS THE BAD BATCH – UNA GALASSIA FIN TROPPO FAMILIARE

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    Quello di Dave Filoni è un nome che, nel bene e nel male, è sulla bocca di tutti i fan di Star Wars: co-autore di tutte le serie d’animazione ambientate nella galassia lontana lontana (The Clone Wars, Rebels e Resistance), nonché produttore esecutivo, sceneggiatore e regista per The Mandalorian, negli ultimi anni il suo lavoro nell’universo creato da George Lucas si è concentrato sulle serie televisive in cui ha creato alcuni dei personaggi più amati del franchise.

    The Bad Batch è il proseguimento ideale di The Clone Wars, la cui eccellente stagione finale uscita nel 2020 stabiliva le basi per questo spin-off con l’introduzione dell’omonima Bad Batch, una squadra altamente specializzata di quei cloni soldato introdotti in L’attacco dei Cloni. La serie prende le mosse dall’Ordine 66 visto in conclusione della trilogia prequel: i cavalieri Jedi sono stati eliminati, Palpatine è diventato imperatore e la Repubblica sta venendo smantellata in favore dell’Impero Galattico. La Bad Batch, finita la Guerra dei Cloni, deve decidere per quale causa combattere e affrontare il tradimento di uno dei loro.

    Sul lato estetico, è tra i punti più alti mai raggiunti in una serie d’animazione occidentale. L’ultima stagione di The Clone Wars aveva già lasciato a bocca aperta per l’altissima qualità della CGI e delle animazioni, ma The Bad Batch va oltre: gli establishing shots che introducono i pianeti raggiungono livelli di dettaglio che non sfigurerebbero affatto in uno dei film Pixar degli ultimi anni. Questo aspetto non è secondario, men che meno in un franchise che fa dell’impatto visivo elemento imprescindibile del proprio world-building. Anche in questo la serie non delude: ogni pianeta presenta uno stile unico che lo rende interessante e diverso dagli altri, ed è ricco di personaggi secondari e specie aliene uniche. L’atmosfera avventurosa di Star Wars, insomma, si respira appieno.

    Ciò che lascia a desiderare sono i personaggi e le storie raccontate in questa stagione. Non perché la serie sia carente in caratterizzazioni o nello sviluppo della trama, ma perché non si prende nemmeno dei rischi nel portare avanti questa nuova ramificazione della saga.

    È una difficoltà insita nell’introdurre una nuova serie e nuovi protagonisti, e nemmeno The Clone Wars e Rebels sono riusciti a evitarla nelle loro prime stagioni, ma in The Bad Batch risulta particolarmente fastidiosa. Il potenziale di questo capitolo della Saga viene sfruttato solo in alcuni episodi, non a caso i migliori -nello specifico in apertura e in chiusura di stagione-: solo in questi viene esplorata appieno l’epoca di transizione, idealmente dall’epica guerriera dei prequel alle influenze western di Una Nuova Speranza, e viene pure accennata l’origine degli iconici stormtroopers visti per la prima volta nel suddetto film. Per il resto, invece, la serie si accontenta di riproporre situazioni e personaggi talmente archetipici da diventare stereotipati, a partire dalla squadra di protagonisti. 

    Non è una novità né, come si diceva, una colpa esclusiva di The Bad Batch: Star Wars, da sempre è una saga che fa delle ripetizioni mitiche uno dei suoi aspetti fondativi. Il famigerato “È come una poesia, con le sue rime” detto da George Lucas, la concezione dei film (e delle serie) come un grande poema epico fatto di rime e ricorsi della storia, è ciò che rende affascinante questo universo fantasy travestito da fantascienza. Da parte degli autori di Star Wars, tuttavia, questo mandato diventa spesso e volentieri una cattiva abitudine che fa scadere il fascino dell’archetipo nell’assenza di originalità, gli omaggi alla Saga nel fanservice fine a sé stesso. E purtroppo The Bad Batch, con tutti i suoi innegabili pregi, non fa eccezione in questo.

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  • RECENSIONE BONE TOMAHAWK – IL RINNOVO DEL WESTERN

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    Al termine della visione di Bone Tomahawk, la prima considerazione che giunge alla mente è che S. Craig Zahler è ufficialmente uno dei registi indipendenti da tenere d’occhio nei prossimi anni. Salito alla ribalta con lo splendido Dragged Across Concrete di tre anni fa, Zahler mostra sin dal suo esordio nel 2015 con Bone Tomahawk di essere capace di creare un cinema estremamente personale e focalizzato sulla creazione di personaggi iconici e al contempo realistici. Il film è ambientato nell’America di fine Ottocento, quando la tranquillità di un piccolo villaggio viene sconvolta da un inquietante accadimento notturno: un’infermiera, un criminale ferito e il giovane vice-sceriffo sono scomparsi nel nulla. A portarli via, si scopre presto, è stata una tribù di cavernicoli cannibali. Lo sceriffo e altri tre uomini, compreso il marito della donna, decidono di partire per ritrovare e trarre in salvo gli sventurati.  Sebbene l’incipit ricordi un incrocio tra Sentieri Selvaggi di John Ford e Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, il risultato finale risulta essere uno dei western più originali e riusciti prodotti negli ultimi anni. S. Craig Zahler, anche sceneggiatore del film, costruisce dei personaggi solidi, che impariamo ad amare durante la pellicola, grazie a scambi di battute che sembrano essere scritte da Tarantino e filtrate dalla sensibilità di Jim Jarmusch. Zahler riesce ad aggiungere a questa combinazione un’impronta più realistica rispetto ai due colleghi registi, creando un risultato ancora diverso, in qualche modo più umano. Questo improbabile quartetto di eroi è portato in scena magistralmente da Kurt Russell, Matthew Fox, Richard Jenkins e Patrick Wilson, che lavorano tutti di sottrazione e senza essere mai sopra le righe. Se Kurt Russell si limita a fare Kurt Russell in maniera più bonaria rispetto al solito, le due punte di diamante della pellicola risultano essere un sorprendente Patrick Wilson, che porta in scena un’interpretazione fisicamente ed emotivamente intensa, e il grandissimo  Richard Jenkins, che con la sua parlantina e i continui aneddoti fa entrare il suo Cicoria direttamente nei nostri cuori. Anche Matthew Fox, il mitico Jack di Lost, non sfigura di fianco ai colleghi e dipinge un personaggio molto più profondo di quello che può sembrare a un primo impatto. 

    A  S. Craig Zahler non basta però produrre un buon western e decide di rinnovare il genere inserendo elementi di puro horror all’interno della pellicola, con rimandi folcloristici e splatter in abbondanza, realizzato efficacemente nonostante il basso budget con effetti speciali artigianali, soprattutto nella parte finale del film. Il passaggio da un genere all’altro risulta essere naturale e mai forzato anche grazie alla presenza continua di un’ironia di fondo che permette al film di non prendersi mai troppo sul serio e di mantenere un miracoloso equilibrio, caratterizzato da un tono totalmente anticlimatico, sottolineato anche da una colonna sonora pressoché assente. Il regista, oltre a essere una penna sopraffina ed estremamente abile nella direzione degli attori, come confermato anche nel successivo Dragged Across Concrete con Mel Gibson e Vince Vaughn in grande spolvero, sfoggia anche un’ottima padronanza della messa in scena, con un ampio uso della camera fissa e di campi lunghi, che riescono a dare un’idea di grande staticità, di attesa, di frustrazione per l’impossibilità di poter salvare subito i propri cari, sfruttando pienamente lo scenario desertico in cui è ambientata la pellicola. Ed è proprio sull’attesa che è costruito il film, un’attesa realistica e opposta alla classica adrenalina hollywoodiana, esattamente come realizzato da Jim Jarmursh con il suo meraviglioso Dead Man.

    L’opera prima di S. Craig Zahler non si può definire un capolavoro, ma risulta essere una pellicola prima estremamente godibile,  originale e capace di dare nuova linfa a un genere come il western, risultato spesso stagnante negli ultimi anni, che però sta vivendo finalmente una nuova giovinezza anche grazie a opere come questa.

    Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

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