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  • RECENSIONE RESIDENT EVIL INFINITE DARKNESS – LO SPIN OFF TELEVISIVO PERFETTO

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    Il franchise di Resident Evil (o Biohazard se vogliamo usare l’originale nomenclatura giapponese), oltre agli otto capitoli principali e i numerosi spin off videoludici, ha anche all’attivo 6 film ad opera di Paul W.S. Anderson e con protagonista l’Alice di Milla Jovovich e 3 film d’animazione: Degeneration (Makoto Kamiya, 2008), Damnation (Makoto Kamiya, 2012) e Vendetta (Takanori Tsujimoto, 2017). Nell’ambito cinematografico i live action sono sicuramente più conosciuti, grazie soprattutto alla (non molto lusinghiera) fama che si è creata intorno alle pellicole e non spenderei ulteriori parole su un argomento già ampiamente discusso. Diverso invece è per i tre film d’animazione sopra citati, pellicole tutt’altro che perfette e con diverse problematiche, ma che risultano ottimi prodotti da recuperare senza pensarci due volte per i fan della saga, tenendo anche conto del tentativo di collegare queste pellicole con i videogiochi.

    Dopo una lenta discesa verso il baratro per la saga, con gli ultimi capitoli videoludici sempre più mediocri ed eccessivamente improntati all’azione, la casa di produzione Capcom è riuscita a salvare la saga nel 2017 con l’uscita dell’ottimo Resident Evil 7, capitolo che rappresentava un “nuovo inizio”, con diversi cambiamenti strutturali nel gameplay e una storia completamente nuova ma sempre in continuity con i capitoli precedenti. Una rinascita vera e propria per il brand che, tra remake e nuovi capitoli, sta vivendo una nuova epoca d’oro. Ed è proprio qui che si presenta Netflix, con una nuova serie live action basata sui primi due capitoli della saga e un anime originale. Proprio sul secondo ci soffermiamo in questo articolo, vedendo perché risulta essere il modo giusto per poter approfondire questo franchise.

    FANTAPOLITICA DI ZOMBIE

    La storia di questo anime originale Netflix si svolge nel 2006 dopo gli eventi di Resident Evil 4  e prima di Resident Evil 5,  e vede come protagonisti i già conosciutissimi eroi della saga, Leon S. Kennedy e Claire Redfield. La serie si apre con un attacco bio-terroristico alla Casa Bianca, che porta a una vera e propria invasione di zombie all’interno del Gabinetto di Stato. Non ci dilunghiamo ulteriormente nel raccontare la trama del prodotto per evitare di rovinare particolari sorprese che la serie presenta fin dal primo episodio, dovendo anche fare i conti con la presenza di soltanto quattro episodi della durata di circa mezz’ora l’uno.

    Senza entrare troppo nei dettagli, la sceneggiatura risulta particolarmente curata e riesce a mettere in atto eventi interessanti che comunque  non creano problemi di continuità con gli altri prodotti (la serie è stata infatti presentata da Camcom stessa come un prodotto canonico dell’universo di RE), introducendo un’atmosfera quasi da fantapolitica, con intrecci tra capi di stato, agenti infiltrati e operazioni di guerra e terrorismo. Se i videogiochi presentano un’ambientazione più circoscritta, con i protagonisti che si muovono all’interno di una villa o di (al massimo) una città, la serie si è presa la libertà di poter far viaggiare i personaggi, portandoli assieme allo spettatore in un vero e proprio giro del mondo, spaziando dagli Stati Uniti alla Cina, inserendo ovviamente anche luoghi inesistenti come la regione del Penamstan.

    I due protagonisti risultano ottimamente scritti, approfondendo non solo il loro carattere ma anche il loro rapporto post Raccoon City, elemento prima lasciato ai margini della narrazione che trova un’ottima applicazione invece qui, a scapito però dei personaggi secondari che risultano un po’ più abbozzati, sia come aspetto (molto più generico e meno efficace) che come caratterizzazione, portando quindi lo spettatore a mantenere un rapporto leggermente distaccato con questi ultimi. Elemento questo che però non va ad inficiare eccessivamente sulla godibilità del prodotto, grazie anche alla cura grafica e registica messa in atto.

    RESIDENT EVIL, QUELLO VERO

    Dal punto di vista registico, la serie risulta uno spettacolo per gli occhi. Eiichirō Hasumi ha infatti messo in scena dei movimenti e giochi di macchina che raramente vediamo in prodotti di questo genere, con l’intento in molteplici situazioni di replicare (con successo) i movimenti di macchina presenti nei videogiochi, donando al prodotto una continuità spettacolare con i videogame. Il discorso vale anche per il lato più tecnico, con i modelli utilizzati per i protagonisti identici a quelli del remake di Resident Evil 2 datato 2019, permettendo allo spettatore di riconoscere gli stessi personaggi, donando ancora una volta quella continuità spesso mancante in produzioni di questo tipo. Sempre per il lato tecnico, anche la fotografia si attesta su ottimi livelli, riuscendo a caratterizzare ottimamente le varie ambientazioni in giro per il mondo, con l’utilizzo di gradazioni di colore efficaci, anche se magari un po’ cliché.

    Il perché questo prodotto sia un vero Resident Evil va ricercato nell’atmosfera che riesce a creare. L’origine del brand va sicuramente cercata in quegli horror di serie b anni ‘70/’80, con “gli scienziati pazzi che creano i mostri ed i militari che salvano il mondo” riempiendo lo schermo di sangue e trash, ma mantenendo costante quella paura che rendeva iconici i prodotti.

    Questa serie riesce a prendere dai primi capitoli proprio quell’elemento di inquietudine e paura che creavano le armi biologiche (non si parla infatti solo di zombie, ma anche di altre creature) e il doverle affrontare spesso da soli, inserendo comunque scene più adrenaliniche per rendere il prodotto appetibile per tutti, ma senza cadere nella trappola “Resident Evil 6”, riuscendo quindi a mescolare adeguatamente i due elementi.

    CONCLUSIONE

    Sfruttando il secondo periodo d’oro che il brand sta vivendo, Netflix è riuscita a confezionare un ottimo prodotto, sia dal punto di vista tecnico, con animazioni e modelli spettacolari e una regia e fotografia ottime che ricalcano molto le atmosfere dei videogiochi, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che riesce a creare una storia originale nella quale inserire i personaggi iconici pur senza esagerazioni e mantenendo il prodotto nella canonicità. Ma è l’atmosfera che la serie riesce a creare l’elemento vincente che rende questo prodotto un vero Resident Evil, degno quindi di essere recuperato da tutti i fan del brand, senza la paura di ritrovarsi di fronte a un Paul W.S. Anderson 2.0.

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  • RECENSIONE MARX PUÒ ASPETTARE DI MARCO BELLOCCHIO

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    Marx può aspettare è il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato al Festival di Cannes 2021, nella stessa occasione in cui al regista di Vincere e Il traditore è  stata assegnata la Palme d’honneur.

    Col senno di poi sembra felicemente appropriata l’assegnazione di un tale riconoscimento alla carriera in concomitanza con l’uscita di questo documentario. Marx può aspettare segue un doppio binario: il ricordo del fratello Camillo, morto suicida nel 1968 a soli 28 anni, nelle parole dei fratelli e delle sorelle Bellocchio superstiti, ma anche l’opportunità per il regista piacentino di ripercorrere la propria carriera artistica, dalla vittoria del Nastro d’argento per I pugni in tasca (1965) a L’ora di religione (2002). È appropriato quindi che l’assegnazione della Palma d’oro onoraria avvenga assieme all’uscita di un film in cui Bellocchio mette così tanto in gioco sé stesso e le sue opere, alla luce di una tragedia personale.

    Marx può aspettare è un film che nasce sotto il segno della morte: la famiglia Bellocchio affronta questa tragedia ormai remota nel tempo in occasione di un raduno nel 2016. Qui i fratelli -ma anche altri parenti di questa famiglia- si confrontano con le domande irrisolte e i sensi di colpa. Il ritratto di Camillo esclude qualsiasi tendenza all’agiografia, e del racconto di un malessere che ha portato a quel gesto estremo non c’è retorica né compiacimento: della tragedia personale di Camillo e del senso di colpa per non aver saputo riconoscere quel male si parla con partecipazione emotiva ma anche con lucidità, cercando di comprendere le ragioni di tutte le parti in causa e chiamando a testimoniare ricordi e punti di vista anche contrastanti tra loro. L’abilità di Marco Bellocchio sta infatti nel saper intrecciare il punto di vista della famiglia Bellocchio con quello di voci esterne: la sorella della fidanzata di Camillo, Giovanna Capra, il padre gesuita Virginio Fantuzzi (scomparso nel 2019) e lo psichiatra prof. Luigi Cancrini. Il colloquio con Giovanna Capra esprime la posizione più severa nei suoi confronti, mentre quello con padre Fantuzzi offre un punto di vista originale sulla filmografia dell’ateo Bellocchio, interpretata come un confessionale laico in cui riaffiorano il senso di colpa e i rimorsi in cerca di una redenzione.

    La dimensione sociale tipica dei film di Bellocchio è sempre presente, ma ridimensionata in uno studio sulle dinamiche di una famiglia numerosa come quella dei Bellocchio. La depressione di Camillo viene indagata come sintomo di un malessere collettivo, che riguarda una famiglia “disastrata” in cui nessuno è realmente capace di comprendere a fondo i sentimenti l’uno degli altri. La stessa propensione politica che caratterizza il cinema di Marco Bellocchio viene vista inun’ottica inedita, come un ostacolo alla comprensione personale di un fratello poco interessato alla politica, che all’inquietudine politica di Marco rispose con “Marx può aspettare”.

    L’ultimo documentario di Marco Bellocchio è un’opera riuscita sotto ogni aspetto: è una confessione onesta e mai autoindulgente, capace di risvegliare la coscienza e l’attenzione dello spettatore e di farlo con sobrietà, sottolineata dalla colonna sonora essenziale ed efficace di Ezio Bosso (scomparso nel maggio dello scorso anno). Offre poche certezze e molte domande, questa storia di un dramma privo di catarsi -il senso di colpa per il suicidio di Camillo alimentato con gli anni non si può risolvere certo con un film- ma non disperato: il regista e autore non si sente assolto ma almeno liberato.

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  • RECENSIONE A CLASSIC HORROR STORY – UN FILM INCOMPRESO

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    Girare film di genere in Italia è cosa non da poco e risulta ancora più complicato se si tratta di pellicole horror. Lo sa il pubblico più affiatato, che negli ultimi anni ha dovuto farsi strada tra una miriade di prodotti mediocri per riuscire a trovarne soltanto una manciata che si potesse salvare, e lo sa bene chiunque abbia provato a portarne alla luce uno, sia che si tratti di nomi conosciuti(si passa da mostri sacri come Avati a registi più di nicchia come D’Antona) sia che si tratti di un regista emergente al suo primo lavoro.

    Lo sa bene anche Roberto De Feo, attivo con diversi cortometraggi già nel 2008, ma che ha dovuto attendere undici anni per poter girare e mostrare al pubblico il suo primo vero lungometraggio

    The Nest: il nido, pellicola che riscosse un enorme successo sia di critica (vinse numerosi premi e ottenne anche una candidatura come miglior regista esordiente ai Nastri D’Argento) sia di pubblico, tanto che la casa di produzione Colorado Film arrivò a stipulare un accordo con Paramount per un remake americano del film. A due anni di distanza dalla pellicola d’esordio, De Feo, aiutato alla regia da Paolo Strippoli e con Netflix come produttore, ha creato al suo secondo lungometraggio un horror che già dal titolo vuole fare riflettere: A Classic Horror Story, che tradotto per i non anglofoni è La classica storia dell’orrore. Più chiaro di così si muore, no?

    OLD VS NEW

    Creare una pellicola horror oggi significa sostanzialmente scontrarsi con un concetto: guardare al passato, traendone le giuste ispirazioni dai grandi classici, ma puntando al futuro e quindi cercando l’innovazione. Non è un passaggio obbligatorio, ci mancherebbe, ma è uno step, un gradino che ogni regista vuole affrontare se il suo intento è quello di non creare la “classica storia dell’orrore”.

    La pellicola di De Feo si apre con il viaggio di cinque persone normali, con i loro pregi e difetti e con le loro vite con problemi annessi. Non si conoscono, in quanto il camper nel quale viaggiano è un “uber”, un semplice mezzo per arrivare nel punto in cui le loro normali vite riprenderanno, cosa che ovviamente non succederà. Perché se il capolavoro di Hooper Non aprite quella porta  ci ha insegnato qualcosa, è che viaggiare in camper in un horror non è mai una buona scelta e difatti dopo aver avuto il (classico) incidente, i cinque si risvegliano nel bel mezzo di una radura, con soltanto una inquietantissima casa il cui aspetto risulta un mix tra la casa della strega di Gretel e Hansel (Oz Perkins,2020) e la catapecchia de La Casa (Sam Raimi) di fronte a loro e circondati da alberi. Da qui i cliché e le citazioni si susseguiranno una dopo l’altra, con racconti folkloristici, sette sataniche e macchinari ai limiti del “torture porn”, fino al plot twist, alla spiegazione del perché questa pellicola risultasse fino a quel momento così ovvia e scontata.

    Seppur con alcuni limiti, soprattutto nel terzo atto, la sceneggiatura del film risulta particolarmente solida e capace di introdurre richiami da tantissimi horror, dai più conosciuti ai meno e dai più datati ai più recenti. Oltre ai già citati, si trovano palesi ispirazioni a The Wicker Man (Robin Hardy, 1973), Quella casa nel bosco (Drew Goddard, 2011), Midsommar (Ari Aster, 2019) o The Blair Witch Project (Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, 1999), il tutto intelligentemente amalgamato alla storia del folklore sui tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso alla base delle sventure dei protagonisti.

    Come intelligente risulta il plot twist, intelligentemente celato agli spettatori, ma comunque sensato e con basi solide, che mostra quale sia il vero messaggio del film, che lasciamo allo spettatore l’onore di scoprire.

    UN PRODOTTO NOSTRANO

    Ad una prima distratta occhiata, il film può tranquillamente non sembrare italiano. La fotografia in primis, ma tutto il comparto tecnico ha costruito un film che può tranquillamente essere venduto anche al di fuori della nostra penisola ad un pubblico abituato più a grosse produzioni che a prodotti sperimentali. In questo anche la regia gioca un ruolo importante: tutt’altro che spicciola, si attesta infatti su un ottimo livello ed è capace di mettere in scena il tutto con chiarezza e senza confusione, costruendo perfettamente uno scambio continuo tra tensione ed orrore che mantiene lo spettatore in costante attenzione per tutto il primo e secondo atto. Bisogna sottolineare come il terzo atto, con la virata di genere ed atmosfera che subisce, cambia di molto il mood  dell’intero prodotto e dello spettatore nel visionare le vicende, senza però danneggiare eccessivamente l’ottimo lavoro registico attuato dalla coppia De Feo-Strippoli.

    Dal lato della recitazione, ci si distacca dal prodotto “neutro” e si entra pienamente nella cinematografia italiana. Ogni personaggio viene da un luogo diverso e questo si percepisce soprattutto nel parlato, con cadenze dialettali particolarmente presenti (soprattutto nel caso di Fabrizio, interpretato da Francesco Russo) che se da un lato risultano piacevoli nel mostrare il carattere reale dei personaggi, dall’altro rendono in alcuni frangenti più complessa la comprensione delle battute, specialmente quando sussurrate. L’elemento forte del gruppo è sicuramente Elisa, interpretata da una Matilde Lutz strepitosa che riesce a portare su schermo un ottima interpretazione della “classica ragazza normale” che finisce per ritrovarsi in un vero e proprio inferno.

    Arrivati alla fine della recensione, urge soffermarsi un attimo sul perché questo film sia incompreso. La colpa di tutte le critiche e della delusione che il pubblico sta riversando su questo prodotto non è da imputare sul risultato finale della pellicola stessa, ma sul produttore Netflix. Il film è infatti stato venduto dalla piattaforma non solo come nuovo o “fresco”, ma addirittura come un qualcosa di innovativo e che avrebbe cambiato per sempre il genere, almeno qui in Italia. Da qui le alte (forse anche eccessive) aspettative del pubblico, che ritrovatosi con un ottimo prodotto che motiva sì i cliché ma che non introduce cambiamenti epocali, ha gridato quindi allo scandalo affossando la pellicola con aspre e pesanti critiche. Non è certo la prima volta (ricordiamo quell’ Hereditary  esordio alla regia di Ari Aster con cui molti rimasero delusi perché venduto come “il nuovo esorcista” e che venne quindi affossato e additato come un film pessimo semplicemente per non essere stato all’altezza delle aspettative) e non sarà l’ultima, dispiace però che un pregevolissimo prodotto tutto italiano, con anche delle tematiche importanti di fondo, verrà ricordato soltanto per questo gigantesco ed orrendo “scam”.

    CONCLUSIONI

    Messa da parte la pubblicità fatta da Netflix, la pellicola si presenta come un ottimo horror italiano nettamente sopra la media. La regia di De Feo-Strippoli dona vitalità ad una sceneggiatura solida, messa in scena da un risicato ma valido cast di attori (tra cui spicca su tutti la Lutz) e che riesce a mischiare bene le carte in tavola, partendo come il classico film dell’orrore pieno di cliché, per poi non solo inserire tematiche più profonde ma anche motivare questa sua (solo appartente) superficialità e banalità. Rimangono alcuni difettucci, come un terzo atto leggermente sotto tono ed una parlata in alcune situazioni troppo marcata verso il dialetto, ma ciò non rovina comunque l’esperienza dello spettatore che si ritroverà sicuramente coinvolto e spaventato per buona parte della pellicola, purtroppo già eccessivamente bistrattata.

    P.S.: nonostante non sia un film Marvel, si consiglia di non terminare subito la visione alla comparsa dei titoli di coda.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 2: 1978

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    Ad una settimana di distanza dall’interessantissimo primo capitolo, Netflix il 9 luglio ha reso disponibile la seconda parte della sua trilogia di Fear Street, tratta dai libri di R. L. Stine. Se nella prima parte si vivevano i rivoluzionari anni ’90, in questa pellicola si ritorna indietro fino ai “creativi” anni ’70, tra le canzoni di David Bowie, i pantaloni a zampa di elefante e la nascita dei primi “veri” computer. Questo secondo capitolo, a differenza del primo, risulta avere una struttura molto più classica ed impostata, motivata soprattutto dai film horror da cui prende ispirazione figli di quegli anni ’70 che iniziavano a dettare le regole di un genere che nei decenni successivi sarebbe stato sulla cresta dell’onda e che ancora oggi si dimostra forte e tutt’altro che secondario: lo slasher.

    Piccola premessa: nella recensione saranno presenti spoiler sulla prima parte, mentre non ci saranno anticipazioni sulla seconda. Si sconsiglia quindi la lettura a chi non ha ancora recuperato la prima pellicola.

    BACK IN THE ‘70s

    Il film riprende dal punto esatto in cui il predecessore si era concluso. Dopo il massacro al centro commerciale in cui Kate e Simon hanno perso la vita, Deena ed il fratello Josh si ritrovano in casa con Sam ormai sotto il controllo della strega che tenta di ucciderli. La loro unica speranza è Cindy Berman, unica sopravvissuta ai tragici eventi avvenuti al campeggio Nightwing durante gli anni ’70.

    Raggiunta l’abitazione della donna, i due riescono a convincerla a raccontare loro ciò che successe quella notte di 16 anni prima, nella speranza di trovare un modo per fermare la strega e salvare Sam.

    Così comincia un lungo flashback che interessa quasi tutta la durata del film, ad esclusione dei minuti finali. Nello sfavillante 1978 seguiamo le vicende delle due nuove protagoniste, Ziggy (interpretata da una Sadie Sink superlativa), una ragazzina di 14 anni ribelle e poco incline alle regole e la sorella maggiore Cindy, ragazza che cerca di essere perfetta ed il cui unico obiettivo è fuggire da Shadyside. Non può mancare ovviamente il gruppo di amici, composto da Tommy (il ragazzo di Cindy) e dalla coppia Alice ed Arnie, il gruppetto di bulli, il palestrato stupido e la ragazza hippie. Il tutto comincia nella piena normalità, con una partita alla luce della luna di ruba bandiera Sunnyville contro Shadyside, che viene però interrotta nel bel mezzo della notte da Tommy, il quale impazzisce e comincia ad uccidere tutti coloro che provengono da Shadyside.

    Se l’ispirazione per la prima parte era quello Scream figlio degli anni ’90, che provava a rivoluzionare il genere senza però snaturarlo, questa seconda parte ha come palese ispirazione Venerdì 13. Tralasciando la trascurabile differenza di due anni tra l’uscita del primo capitolo del franchise (1980) e l’anno in cui è ambientata la pellicola, questa riprende sia l’ambientazione del campeggio sul lago (che da Camp Crystal Lake diventa Camp Nightwing) sia l’assassino quasi immortale, andando a pescare anche tutti i cliché  del prodotto. La forza della produzione, che troviamo qui come nella prima parte, è saper mischiare le carte ed usare il citazionismo nel modo corretto senza cadere nella banalità. 

    Il gruppo di amici, i bulletti, i personaggi secondari stereotipati sono un pretesto per la sceneggiatura per approfondire il loro carattere, definito soprattutto dal luogo da cui provengono, dall’eterna lotta tra “periferia e città bene”, dai drammi famigliari che dai genitori finiscono per ricadere sui figli e l’esempio perfetto risultano essere proprio le due sorelle protagoniste della pellicola. 

    Anche se in quantità minore, il film non dimentica comunque di fornire nuove informazioni sulla strega, sulla sua storia ed il suo ruolo nelle vicende sempre però senza eccedere, riuscendo a mantenere viva nello spettatore la curiosità per il terzo ed ultimo capitolo, che racconterà in prima persona le vicende della strega Sarah Fier nell’anno del Signore 1666.

    CITAZIONISMO FATTO BENE

    Forse dettata dal mostrare eventi più semplici e lineari o forse per la maggior esperienza, fatto sta che la regia di questa seconda parte, firmata sempre da Leigh Janiak, risulta in questa pellicola molto più ispirata ed apprezzabile rispetto alla già buona prova del film precedente. Tantissime inquadratura ricordano molto da vicino quegli horror che diedero inizio al genere slasher: non solo la già citata saga di Jason Voorhees, ma anche The Texas Chainsaw Massacre (Tobe Hooper, 1974) , Le colline hanno gli occhi (Wes Craven, 1977)  o Alien (Ridley Scott, 1979) , per non parlare degli ovvi rimandi al “re dell’incubo” Stephen King, che viene citato direttamente in diversi dialoghi durante il film. Assieme alla regia, anche la fotografia ed i costumi risultano estremamente curati, riuscendo ad immergere lo spettatore e fargli respirare quegli anni ormai così lontani.

    Altra nota di merito è la recitazione. A differenza della prima parte che veniva affidata ad attori ed attrici prevalentemente alle prime armi, qui viene inserita una carta vincente che eleva enormemente il film e la troviamo nella figura della già citata Sadie Sink. Conosciuta dai più per il ruolo di Max nella serie Netflix Stranger Things, la Sink dona a questo capitolo quella marcia in più che la prima parte si era giocata con la “tecnica Scream”, permettendo quindi di avere un’attrice trainante e con una notevole esperienza in prodotti di genere. Questo però senza oscurare gli altri colleghi che, seppur in misura minore, riescono ad interpretare ottimamente i propri personaggi, sorretti anche da un’ottima scrittura.

    CONCLUSIONI

    Dopo un’ottima prima parte, Fear Street compie un balzo indietro nel tempo fino agli anni ’70 riprendendo non solo lo stile di vita di quegli anni ma anche tutti i cliché dei film horror slasher che cominciavano a prendere piede in quel periodo. Riuscendo a rimescolare intelligentemente le carte, questa seconda pellicola, aiutata da una regia più ispirata e da un’ottima fotografia e costumi, propone una storia forse più semplice ma efficace, capace di toccare i tasti giusti sia per gli appassionati che per i neofiti.

    Rimane solo da attendere questo venerdì per finalmente poter vedere la terza ed ultima parte di quello che, per adesso, si presenta come uno dei migliori prodotti horror dell’anno.

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  • RECENSIONE BLACK WIDOW

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    Mentre attendiamo con ansia l’arrivo dei nuovi capitoli, sbirciando le fugaci foto di Tom Holland rubate dal set e speculando sul possibile ruolo del Dr. Strange come suo prossimo mentore e su nuove storie con supereroi inediti, si apre la fase quattro del Marvel Cinematic Universe, con un film interamente dedicato alla nostra Vedova Nera.

    Era ormai giunto il momento di conoscere un po’ di più del passato della misteriosa Natasha Romanoff. Prima di essere agente dello S.H.I.E.L.D. e successivamente Avengers, era un’assassina del KGB, ma le informazioni su chi fosse erano nulle, salvo che per qualche accenno ai traumi subiti, ai trattamenti disumani e ai nostalgici ricordi su vecchie missioni a Bucarest che condivide con Clint.

    Con la sua nuova famiglia a pezzi dopo gli accordi di Sokovia (Captain America: Civil War) e considerata una fuggitiva, Nat si troverà catapultata in un passato che credeva ormai superato, ritrovando vecchie conoscenze che la riporteranno alla sua infanzia, e affrontando incubi e demoni interiori da cui pensava di essere riuscita a fuggire tanti anni fa.

    Il film è all’altezza del resto delle produzioni Marvel, se non uno dei punti più alti. 

    Riesce ad elevarsi maggiormente dallo strato di superficialità che caratterizza solitamente i film supereroistici, anche se ciò non vuol dire che non ci sia la leggerezza tipica dei prodotti Marvel, ma che il film abbia la capacità di toccare più nel profondo le corde dell’animo umano, probabilmente grazie alla protagonista di questa pellicola. La supereroina interpretata da Scarlett Johansson è infatti diversa dai suoi colleghi: capace di azioni incredibili e con abilità fuori dal normale, resta pur sempre una persona umana dalla storia più terrena e vicina a noi, per quanto molto particolare.

    Non mancano di certo super soldati o scene d’azione adrenaliniche, ma la si percepisce come meno estranea e surreale di altre pellicole passate.

    Ma per quanto eccellente non è esente da qualche stortura.

    Tutti i personaggi introdotti sono interessanti, per quanto restino troppo poco sviluppati, come a fare da contorno alla protagonista, e anche la stessa Nat è dipendente dal profilo che lo spettatore ha disegnato su di lei con i film precedenti. Essere a conoscenza della saga nel suo completo è quindi necessario per apprezzare a pieno ogni più piccolo dettaglio, dalla situazione in cui la Vedova Nera si trova all’inizio del film fino ai particolari sparsi nel mezzo della pellicola.

    Scarlett Johansson ha nuovamente successo nell’interpretare un ruolo ormai decennale, ma dispiace non averla vista in una veste diversa: la personalità di Natahsa non si distacca troppo da come siamo stati abituati a vederla, e sarebbe stato interessante vedere un cambiamento molto più radicale nel suo modo di agire, nel momento in cui rivive la parte peggiore del suo passato, magari con qualche informazione in più della sua personale esperienza nella famosa Stanza Rossa, luogo principale per l’addestramento delle Vedove, spesso citata ma mai mostrata.

    In ogni caso non è obbligatoria una cultura completa sulle trame della saga sviluppate fino ad ora per godersi la pellicola. Presa individualmente resta comunque un lavoro eccezionale, sia a livello registico che attoriale. Dimenticando per un attimo il nome della protagonista, ciò che vediamo è la storia di una giovane donna che fin dall’infanzia è stata selezionata e controllata affinché adempiesse a un destino scelto da altri, costretta a lottare fino allo stremo per autodeterminarsi e trovare un posto da chiamare casa. I temi che affronta hanno un carattere universale: le lotte contro le sue paure e i demoni che la tormentano sono un qualcosa in cui tutti si possono identificare, e Black Widow cerca di mostrare questa parte dell’animo umano.

    Oltre a Scarlett anche il resto del cast è degno di nota: un’ottima prova attoriale da parte di tutti gli attori, che riescono a dare comunque una certa profondità in uno spazio che avrebbe potuto essere maggiore.

    Anche la colonna sonora aiuta ad impreziosire l’opera, in particolare in alcuni momenti dove ci viene mostrata l’infanzia della protagonista, quando era ancora innocente ma già promettente agli occhi dei capi sovietici.

    Del gruppo di vendicatori della vecchia guardia erano rimasti solo in due a non aver ricevuto un film a loro dedicato (Nat e Clint Burton), e non è impossibile pensare che sia in cantiere qualcosa per Occhio di Falco, dato anche il suo forte legame con la Vedova.

    In definitiva Black Widow è un prodotto di qualità, un ottimo superhero movie e un meritato riconoscimento ad uno dei personaggi più iconici del MCU. Resta qualche piccolo rimpianto dato solo dall’alta aspettativa dovuta alla voglia di conoscere qualcosa di più del retroscena della vita di un personaggio così amato e dall’apertura della nuova fase dell’universo cinematografico dei supereroi figli di Stan Lee, soprattutto dopo l’epico epilogo dello scontro col pazzo Titano.

    Come per ogni altro film della saga se ne consiglia la visione solo avendo alle spalle qualche informazione pregressa dei film precedenti (in particolare il già nominato Captain America: Civil War e il filone degli Avengers), e come sempre, ricordatevi di restare seduti anche dopo i titoli di coda.

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  • 5 FILM D’INCHIESTA POLITICA: LA STAMPA CONTRO I POTERI ISTITUZIONALI

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    Da Erin Brockovich al Caso Spotlight, il cinema d’inchiesta è un genere ricco e differenziato che, tra finzione e racconto di fatti veri, in più di un’occasione ha saputo essere testimone di scandali ed eventi a volte sconosciuti al grande pubblico. 

    Vista l’infinità di titoli che si potrebbero citare, in questo articolo proponiamo cinque titoli in cui è il quarto potere, la stampa, ad indagare sull’istituzione. Giudici, senatori e presidenti invischiati in scandali e casi da prima pagina. Burattinai o marionette in giochi di potere e interessi politici sempre più ampi e complicati. Ad indagare il giornalismo, quello serio, quello fatto bene, a guardia dell’interesse collettivo. 

    GOODNIGHT AND GOOD LUCK

    “Ci proclamiamo, e in effetti lo siamo, difensori della libertà ovunque essa continui a esistere nel mondo, ma non possiamo difenderla altrove se a casa nostra la calpestiamo”

    Film del 2005, diretto da George Clooney (all’epoca alla sua seconda prova da regista) Goodnight and Good Luck racconta la storia vera del giornalista Edward Murrow, anchorman della CBS. Ambientato nel 1953, quando negli Stati Uniti il Senatore McCarthy diede inizio a una feroce caccia alle streghe contro i comunisti o i sospetti simpatizzanti. Vere e proprie liste di proscrizione portarono a licenziamenti, aule di tribunale e persino suicidi, e spesso i presunti “colpevoli” venivano accusati con prove minime o inesistenti. Murrow (un intenso David Strathairn) e il suo team (interpretato da un meraviglioso cast corale) indagarono sui mezzi utilizzati dal senatore, e fecero luce sulle sue ingiustizie, in un momento in cui questo poteva significare attirare su di sé pesanti accuse. 

    TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITÀ

    Truth – Il prezzo della verità (James Vanderbilt, 2015) è l’adattamento cinematografico delle memorie della giornalista Mary Maps, produttrice della trasmissione giornalistica 60 seconds della CBS. La vicenda del film è ambientata nel 2004, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di George W. Bush, quando Mary (Cate Blanchette) inizia a indagare sul passato militare dell’allora Presidente. L’indagine ruota tutta attorno alla presunta autenticità di alcuni documenti che proverebbero certi trattamenti di favore ricevuti da Bush, durante il suo periodo di arruolamento. Appoggiata da Dan Rather (Robert Redford), volto del programma, e da tutta la squadra della trasmissione, Mary si ritroverà coinvolta in una contro inchiesta, accusata di aver mosso accuse infondate e guidate dall’interesse politico. La pellicola, pur incaponendosi a volte in modo eccessivo su dettagli ripetitivi, dimostra come a volte far luce sulla verità voglia dire rischiare tutto, sia a livello personale che a livello professionale. 

    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

    Pietra miliare del genere, omaggio al giornalismo americano, Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976) ripercorre la storia di una delle inchieste giornalistiche più importanti degli Stati Uniti, condotta da due giornalisti del Washington Post, che portò, nel 1974, allo scandalo Watergate e alle successive dimissioni del Presidente Nixon. Il film, inserito dall’American Film Institute nella lista dei 100 migliori film statunitensi, vede Robert Redford e Dustin Hoffman al centro di un’indagine complessa e delicata, complicata ulteriormente dalla diffusa omertà dell’ambiente politico. Intercettazioni, informatori segreti e l’iniziale scetticismo dell’opinione pubblica sono raccontati con minuzia di particolari e illustrano la vicenda che lentamente portò a galla i meccanismi di controllo e spionaggio che coinvolgevano tutte le più alte sfere della politica statunitense.

    THE POST

    È invece del 2017 il film che ripercorre i fatti, forse meno noti, che portarono alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del dipartimento della difesa degli Stati Uniti scoperti e pubblicati appena un anno prima dello scandalo Watergate. La vicenda raccontata in The Post ha inizio quando parte di quei documenti finisce sulle pagine del News York Times, la cui inchiesta viene però stroncata sul nascere dalla Corte Suprema. In seguito è il Washington Post a indagare sul caso e a rendere pubblici tutti i dettagli di uno scandalo che vede coinvolti quattro diversi presidenti nella gestione totalmente errata della disastrosa guerra del Vietnam. 

    Protagonista della pellicola di Steven Spielberg è Katharine Graham, prima donna proprietaria del Post, interpretata da Meryl Streep. È lei, insieme al direttore del giornale Ben Bradlee (Tom Hanks) a dover decidere, nonostante l’enorme rischio, se pubblicare o no, se continuare a indagare o se diventare complice dell’insabbiamento. Ma alla fine “la stampa serve chi è governato, non chi governa“, e la decisione presa si rivela giusta, coraggiosa e vincente. 

    IL RAPPORTO PELICAN

    Film bonus di questo elenco, l’unico a non essere tratto da una storia vera, è Il Rapporto Pelican, del 1993. Quasi vent’anni dopo Tutti gli uomini del presidente, Alan J. Pakula torna a dirigere una storia di interessi politici ed economici, che illustra come la nomina di due giudici della Corte Suprema possa spostare non solo i favori politici, ma tutti gli equilibri di una nazione. Quando due giudici vengono uccisi in circostanze misteriose è Darby Shaw, giovane studentessa di legge interpretata da Julia Roberts, a indagare sul caso. Le sue ricerche la porteranno a redigere un dettagliato rapporto che farà tremare la Casa Bianca. Aiutata soltanto da un giornalista del Washington Herald (Denzel Washington), Darby diventa un obiettivo da eliminare per evitare che un enorme scandalo finisca in prima pagina. 

    Tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, Il Rapporto Pelican porta sullo schermo una vicenda complessa e a tratti macchinosa, che riesce però a mostrare come gli interessi politici ed economici siano troppo spesso, purtroppo, motore degli avvenimenti del mondo. 

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  • RECENSIONE PRIDE – DOCUSERIE SU DISNEY+

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    Giugno, il mese del Pride, è ormai finito, ma le battaglie per i diritti della comunità LGBTQ+ non si fermano e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare la nostra parte nel campo che ci riguarda, quello della comunicazione audiovisiva. Proprio questo sembra essere lo sforzo di Pride, una docuserie disponibile sulla piattaforma in streaming Disney+. Composta da 6 puntate, Pride ci fa viaggiare attraverso 60 anni di storia della comunità LGBTQ+, dandoci uno spaccato approfondito e interessante sull’evoluzione della comunità stessa e sulle battaglie per i diritti, la visibilità e la celebrazione delle persone queer. Si parte quindi dagli anni ’50, ovvero il decennio considerato un po’ la “preistoria” del movimento LGBTQ+ fino ad arrivare agli anni 2000, con la lotta per il matrimonio egualitario negli Stati Uniti. La prospettiva adottata è infatti quella strettamente riguardante l’ambito nazionale statunitense e non si spinge ad analizzare la situazione in altri paesi, che siano quelli europei e ancora meno il resto del mondo. 

    Il percorso all’interno della comunità è effettuato prevalentemente attraverso le voci di attivistə che vengono intervistati e invitati a raccontare, a partire della loro esperienza, un pezzo di storia e di lotte della comunità. Tuttavia non sempre sono chiari i mezzi formali attraverso cui la serie vuole portare avanti il racconto: l’intervista diretta è prevalente, ma è utilizzata anche la ricostruzione di scene di finzione e l’animazione, e non è chiaro quale sia la funzione di questa mescolanza di mezzi e di stili che non sembrano avere un diretto collegamento con quello che si sta dicendo o raccontando, e piuttosto danno solo una sensazione di caos mal gestito. Questa è una delle pecche che saltano più agli occhi per una docuserie che fornisce una prospettiva davvero interessante sulla comunità. Infatti, decostruendo un senso comune molto radicato, si mostra la progressiva emancipazione delle persone LGBTQ+ non solo come un percorso lineare. Ogni decennio viene analizzato nella specificità del suo contesto, con i suoi aspetti positivi e negativi. Veniamo così a sapere che, per fare un esempio, la Seconda Guerra Mondiale è stata un momento di grande presa di coscienza per la comunità, poiché il movimento in tutti gli Stati Uniti di un grande numero di uomini e donne ha portato molte persone a rendersi conto di non essere le uniche ad essere diverse rispetto alla norma eterosessuale, e che gli anni ’50, oggi universalmente visti come periodo oscurantista per eccellenza, in realtà, prima dell’affermazione del maccartismo, sono stati per la comunità LGBTQ+ un periodo di relativa spensieratezza o comunque non totalmente oscuro, come invece per esempio lo sono stati gli anni ’80, complice l’epidemia di AIDS

    Altro elemento di contenuto davvero importante è lo spazio che viene dato al discorso sull’intersezionalità nelle lotte sociali, secondo cui le discriminazioni devono essere studiate nel loro intersecarsi e sovrapporsi, e la serie da spesso la voce ad alcune delle categorie storicamente più marginalizzate anche all’interno della comunità, a partire dalle persone nere e transgender. Proprio a questo proposito una piccola nota sul doppiaggio italiano non può che saltare agli occhi e sorprendere: le donne transgender sono costantemente doppiate da voci maschili, come già successo per il personaggio interpretato dall’attrice trans Laverne Cox nel film Una donna promettente, episodio che ha giustamente scatenato una grossa polemica. Si sperava che all’interno di un prodotto di questo tipo, che tratta proprio di questi temi, un simile errore non dovesse capitare. 

    La serie parla estesamente dell’importanza della rappresentazione mediale per promuovere la visibilità e delle esperienze di vita delle persone marginalizzate dalla società, e vuole essere un tassello in più in questo sforzo. In questo caso il limite non è tanto intrinseco al prodotto, quanto nella sua diffusione e porta all’attenzione un elemento importante del panorama televisivo e mediale contemporaneo. La televisione tradizionale basata sul sistema del broadcasting era infatti, nonostante i suoi limiti, un mezzo di diffusione di prodotti per un pubblico ampio e indifferenziato, ed era quindi un luogo di incontro con nuovi prodotti televisivi che il pubblico poteva scoprire. Con la moltiplicazione dei canali televisivi prima e la nascita delle piattaforme di streaming poi, il pubblico si è differenziato e frammentato sempre di più, e per la maggior parte ognuno consuma solo i prodotti audiovisivi pensati e rivolti specificamente per il proprio target: se questo permette che una docuserie radicale come Pride possa essere prodotta, allo stesso tempo il rischio è che si rivolga solo ad un pubblico ben specifico composto dalla comunità LGBTQ+ stessa e alle altre persone in qualche modo già informate su queste tematiche, perdendo così la sua potenziale funzione educativa di massa di cui mai come in questo periodo di polarizzazione e radicalizzazione delle opinioni si avrebbe disperatamente bisogno. 

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  • RECENSIONE PER LUCIO – IL DOCUMENTARIO DI PIETRO MARCELLO DEDICATO A DALLA

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    Lucio Dalla è stato un cantautore fondamentale per l’immaginario musicale e culturale italiano: ha attraversato i decenni e gli stili musicali con alcune delle canzoni più iconiche della storia della musica, e per questo al cantautore bolognese Pietro Marcello (Martin Eden) dedica il documentario Per Lucio.

    L’ambiguità lessicale del titolo riassume perfettamente le due anime di questo documentario: una dedica affettuosa a un artista – e a un uomo – unico, nelle parole di chi l’ha conosciuto bene, ma anche l’esplorazione del personale punto di vista di Dalla sulla musica e sulla vita.

    Per Lucio non è e non vuole essere il documentario definitivo sul cantautore bolognese. Gli unici coinvolti nel documentario sono Umberto “Tobia” Righi, manager di Dalla per oltre quarant’anni, e Stefano Bonaga: nella prima parte viene intervistato il solo Righi, la seconda parte assume invece la forma di una cena tra questi due vecchi conoscenti di Lucio Dalla, occasione per parlare dell’amico scomparso ma in qualche modo sempre presente.

    Parte fondamentale del documentario sono naturalmente le sue canzoni, alla base di bei filmati storici, accuratamente scelti e montati. Umberto Righi afferma che Lucio Dalla “sapeva tutto”, era un attento osservatore della realtà italiana: le sue canzoni diventano quindi specchio di avvenimenti storici, umori e inquietudini di un’Italia cresciuta forse troppo in fretta dopo il secondo dopoguerra, filtrati dalla sua convinta fede nell’umanità. Lucio Dalla interviene spesso, tramite interessanti filmati d’archivio, interviste e confessioni, e le canzoni accompagnano le immagini dell’Italia di allora – si va dall’immediato secondo dopoguerra alla strage di Bologna. L’idea di Pietro Marcello consiste nell’indagare la personalità di Dalla anche attraverso le sue canzoni, e quindi attraverso la storia e la cultura di un intero Paese. Le omissioni – biografiche e musicali – operate da Marcello sono troppe per poter essere elencate, ma come si diceva poco fa Per Lucio non vuole essere una biografia esauriente su Dalla quanto un ricordo condiviso, una conversazione su una conoscenza comune e su un pilastro della musica italiana. 

    Questo punto di vista – volutamente – poco esaustivo è la scelta più spiazzante e originale del film.

    È tuttavia anche il più grande difetto di un film che appare incompleto, fin troppo frammentario: un po’ come se lo spettatore fosse invitato a partecipare a questa conversazione a cuore aperto su Lucio Dalla, ma tale conversazione girasse continuamente attorno a un punto senza mai metterlo completamente a fuoco. Tanto che pure il finale è tronco, e i titoli di coda scorrono lasciando l’impressione che manchi qualcosa, di non avere raggiunto un vero punto principale: a questa impressione contribuisce la mancanza un vero filo conduttore narrativo che colleghi le canzoni di questa raccolta musicale con – pur belle – immagini.

    Per Lucio è un documentario originale e interessante, montato con un indubbia perizia e frutto di un’autentica passione per l’opera musicale del cantautore, e i fan di Lucio Dalla lo apprezzeranno: tuttavia, non dice niente di veramente nuovo sul cantautore, né sull’uomo Dalla.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 1: 1994

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    Negli anni, Netflix ha abituato i propri consumatori ad una quantità piuttosto elevata di serie tv originali di diversa qualità: sono innegabili gli scivoloni, ma in egual modo le vette toccate da alcune produzioni. Quando però si parla di film originali il discorso prende una piega decisamente differente. Salvo qualche eccezione (non si può non nominare il The Irishman di Scorsese), la maggior parte dei film targati Netflix sono prodotti estremamente mediocri, se non pessimi: Death Note  (Adam Wingard, 2017), Open House  (Matt Angel-Suzanne Coote, 2018), Sotto il sole di Riccione  (YouNuts, 2020) solo per citarne alcuni, non hanno affatto entusiasmato critica e pubblico. Questo ha portato molti spettatori a limitare il loro hype nei confronti dei film Netflix Originals, arrivando addirittura a snobbarli senza dar loro nemmeno una possibilità.

    Ma la casa dalla grande N rossa non molla mai ed è arrivata così a produrre non un solo film ma un’intera trilogia esclusiva per la sua piattaforma. Adattando i racconti di R. L. Stine (sì, proprio l’autore di Piccoli Brividi), è arrivato in data 2 Luglio il primo capitolo, intitolato Fear Street Parte 1: 1994 con alla regia Leigh Janiak. Questa volta Netflix sembra aver preso la strada giusta ed essere in procinto di produrre un’ottima saga. Vediamo insieme, dunque, di analizzare questo primo capitolo, in attesa dei successivi in uscita, rispettivamente, il 9 e 16 Luglio.

    LA PAURA FA NOVANTA

    1994. La scena si apre all’interno di un Centro Commerciale passato l’orario di chiusura e ci viene presentata Heather, la protagonista (interpretata da Maya Hawke, figli di Uma Thurman e Ethan Hawke, conosciutissima dal pubblico Netflix soprattutto grazie alla sua partecipazione nella terza stagione di Stranger Things), che parla con il collega ed amico Ryan di come intendano fuggire dalla città. Ad un tratto Ryan impazzisce uccidendo tutte le persone presenti dentro il supermercato, compresa la stessa Heather, finché non viene fermato ed ucciso dalla Polizia arrivata sul luogo.

    Utilizzata la “tecnica Scream” (inserire un’attrice famosa all’inizio del film per far pensare allo spettatore che sia la protagonista, per poi ucciderla nell’arco di 10 minuti), il film ci presenta i veri protagonisti: Deena (Kiana Madeira), una ragazza nel bel mezzo di una crisi di coppia con Sam (Olivia Scott), e i due suoi amici Simon (Fred Hechinger) e Kate (Julia Rehwald) a cui si aggiunge poi il fratello di Deena, Josh (Benjamin Flores Jr.), il nerd del gruppo convinto che gli omicidi che affliggono la cittadina da anni siano in realtà opera di una strega.

    Come si evince dal titolo, gli anni ’90 sono fondamentali per la pellicola all’interno della trama e della vita dei protagonisti (non esistevano telefoni cellulari, i computer erano un lusso che non tutti potevano permettersi ed erano molto più limitati di quanto lo siano oggi), ma lo sono altrettanto per le numerose ispirazioni a cui attinge il racconto. La principale fonte è il già citato Scream  di Wes Craven, con il compositore Marco Beltrami in comune tra le due produzioni ed il regista Leigh Janiak al lavoro dietro la macchina da presa per alcuni episodi dell’omonima serie reboot del franchise (distribuita in Italia proprio da Netflix). 

    La regia si attesta su buoni livelli, senza infamia e senza lode, ma riuscendo a mantenersi solida soprattutto nei vari momenti di tensione ottimamente costruiti. Preme sottolineare come anche nell’ambito regia si cerca spesso il citazionismo, con diverse inquadrature che rimandano chiaramente a cult horror del passato. Anche la fotografia fa un buon lavoro, creando ottimi scorci soprattutto negli interni notturni. Buona risulta anche la recitazione, soprattutto dei cinque protagonisti, particolarmente in parte.

    TO BE CONTINUED

    La componente più forte del film è sicuramente la sceneggiatura. Nonostante in alcuni punti risulti piuttosto semplice, permettendo così a chiunque di seguire le vicende principali senza problemi, durante tutta la durata del film vengono costantemente date allo spettatore un’informazione dopo l’altra, in modo da approfondire la storia gettando le basi per un’ambientazione particolarmente interessante e complicata al punto giusto. La componente horror del film viene poi accompagnata da dinamiche tipiche del teen drama, che risultano ben inserite e non stucchevoli (dimostrando come Sex Education, altra produzione Netflix, stia già facendo scuola).

    La forza del racconto sta proprio nella sua divisione in tre segmenti divisi in tre film separati, ognuno dei quali si focalizza su vicende diverse che finiscono però per amalgamarsi assieme, costruendo così un’entusiasmante storia ben approfondita e raccontata. Con questo primo capitolo, non solo ci vengono raccontate le vicende dei ragazzi durante gli anni ’90, ma ci vengono presentati anche elementi che verranno poi approfonditi nei due sequel, ambientati rispettivamente nel 1978 e nel 1666. Anche qui le citazioni ed i richiami ad altre pellicole si sprecano, tra i quali non si può non citare un palese richiamo a Stephen King ed in particolare al famosissimo racconto It, nel mostrare come le varie vicende accadute nel corso degli anni nella cittadina di Shadyside siano tutte collegate.

    CONCLUSIONI

    Traendo ispirazione dai racconti di R. L. Stine, Netflix è riuscita a produrre un ottimo film horror, che riesce a trarre le giuste ispirazioni dai capisaldi del genere ma riuscendo a rimanere comunque originale. Buone la regia e la fotografia, ottima la recitazione ma il fiore all’occhiello è proprio la sceneggiatura che riesce a creare un primo capitolo chiaro e con una forte componente di intrattenimento da un lato e con parecchi elementi che suscitano nello spettatore un’ampia curiosità per i due sequel in uscita. Un’ottima produzione quindi, che riesce a tirare fuori Netflix dallo stereotipo che si era creata in questi anni. Siamo sulla strada giusta.

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  • RECENSIONE SPIRAL – L’EREDITÀ DI SAW

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    Dopo ben 7 capitoli, la saga dell’enigmista sembrava aver raggiunto la sua fine nel 2010 con Saw 3D: Il capitolo finale, titolo abbastanza eloquente già di suo ma non così veritiero, vista l’uscita di una nuova pellicola nel 2017 arrivata da noi con il titolo Saw: Legacy  (in originale Jigsaw) che però non riuscì ad incontrare il successo né da parte della critica né dal pubblico. La fine, per davvero stavolta, per questo franchise nato nel 2004 per mano di James Wan sembrava essere arrivata.

    Ma poi il 5 Febbraio 2020, come un fulmine a ciel sereno, venne pubblicato il trailer di Spiral –L’eredità di Saw. Titolo che metteva subito in chiaro le cose: Saw, come serie, non era ancora morta. Alla regia è tornato Darren Lynn Bouseman, già regista del secondo, terzo e quarto capitolo, mentre l’idea alla base del film è partita da Chris Rock. Tra gli attori c’è Samuel L. Jackson e dai trailer il film sembra voler puntare tutto su quell’atmosfera investigativa che i capitoli precedenti accennavano soltanto. Tutto questo lasciava presagire un ritorno in grande stile, ma purtroppo anche questa volta è andato tutto storto.

    TROPPO SANGUE, PER DAVVERO

    Per poter spiegare i problemi di Spiral, bisogna tornare indietro di 17 anni, fino al 2004, ed in particolare all’uscita nei cinema di Saw – L’Enigmista  diretto dall’allora esordiente James Wan e interrogarsi sul perché fu così tanto apprezzato. Per la prima volta Wan utilizzava la formula del plot-twist finale (che sarebbe poi diventata marchio di fabbrica della maggior parte dei suoi prodotti e di tutta la saga di Jigsaw) e lo faceva all’interno di un film che raccontava di due uomini rapiti e rinchiusi all’interno di un vecchio bagno costretti a sfidare la morte per sopravvivere, contemporaneamente ad un’indagine da parte di alcuni detective sul serial killer chiamato “L’enigmista”, che rapisce e rinchiude le sue vittime all’interno di trappole mortali nelle quali devono lottare per sopravvivere. Il tutto con un budget estremamente ridotto, che obbligò a dover rinunciare a effetti horror troppo eccessivi, mostrando così il minimo indispensabile, riuscendo però a creare terrore soprattutto con l’atmosfera e l’effetto “vedo-non vedo”.

    Tutto questo è stato lentamente trasformato dai capitoli successivi nella saga dello splatter e del gore, con trappole sempre più assurde e violente, con film il cui focus pareva essere solo mostrare più sangue, membra e budella possibile. Purtroppo anche quest’ultima iterazione della saga sembra aver seguito lo schema dei predecessori e lo si capisce fin dai primi minuti, in cui viene messa in scena una sequenza con una trappola il cui unico scopo è quello di riempire di sangue lo schermo.

    Così purtroppo si continua per tutte le sequenze horror della pellicola. Non si cerca di creare tensione, non si cerca di mettere in scena gli avvenimenti con una certa accortezza, l’obiettivo è solo e soltanto il gore, che però risulta eccessivo e stucchevole già alla seconda iterazione all’interno del film. Senza contare che queste trappole risultano da un lato assurde, tanto da far perdere allo spettatore la paura del “queste trappole potrebbe averle create chiunque”, dall’altro troppo complicate, rendendo praticamente impossibile per le vittime scappare e tradendo così la filosofia del Jigsaw dei capitoli precedenti. 

    HORROR COMEDY MA SBAGLIATA

    Passando alla parte più investigativa, il film centra l’obiettivo in pieno per i primi 30 minuti. Si presentano infatti una sequenza dopo l’altra di scene del crimine, indagini, interrogatori e dialoghi da poliziesco duro e puro. Il detective Zeke Banks, interpretato da Chris Rock e odiato dall’intero distretto per aver testimoniato contro un collega corrotto, riceve infatti una chiavetta USB con un messaggio che lo porta ad iniziare un’indagine su un killer che prende di mira poliziotti corrotti. Il tema della corruzione della polizia è centrale nel racconto, sia per il protagonista che non può fidarsi di nessun collega al di fuori della nuova recluta William (Max Minghella), sia per l’assassino e su questo il film riesce a esprimere adeguatamente il tema e a portare alle giuste riflessioni anche sugli abusi da parte della polizia di cui sentiamo parlare tutti i giorni. 

    Come il Body Cam  di Malik Vitthal, uscito nel 2020, la componente di critica non viene però accompagnata da una scrittura interessante dei personaggi, che risultano troppo stereotipati ed anonimi, e nemmeno da una componente horror degna di nota, portando così il film nella seconda parte a risultare estremamente prevedibile ed anche stupido in alcuni frangenti.

    Altro problema del film sono gli attori. Escluso Samuel L. Jackson, che interpreta comunque un personaggio insipido e ai limiti dell’inutilità ma riesce a mantenere il suo stile recitativo  inconfondibile, dai personaggi meno importanti fino al protagonista la situazione purtroppo non è delle più rosee, soprattutto per quanto riguarda Chris Rock. L’intenzione di aver un buon protagonista c’è, ma la recitazione lo conduce inevitabilmente ad essere più una parodia di se stesso, con un tono costantemente comico che l’attore non riesce a lasciare da parte nemmeno per questa pellicola. (La situazione peggiora ulteriormente con il doppiaggio italiano, completamente anticlimatico e capace di rendere comiche anche le situazioni che dovrebbero essere spaventose). Nota di merito invece per la colonna sonora, soprattutto per le tracce create appositamente per il film dal rapper 21 Savage.

    CONCLUSIONI

    Ancora una volta la saga di Saw prova a risorgere ed ancora una volta cade rovinosamente. Una regia ed una sceneggiatura mediocri, una recitazione sbagliata, la scelta di creare l’orrore soltanto con le trappole ma senza atmosfera, tutti elementi che sembrano essersi appiccicati a questa saga e che sembrano non volersi staccare. Unici elementi positivi del film sono la critica agli abusi della polizia e la colonna sonora particolarmente apprezzabile. Dispiace molto dire queste parole, ma forse questa volta sarà davvero la fine.

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