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  • RECENSIONE FAST AND FURIOUS 9

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    Volenti o nolenti, tutti conosciamo Fast and Furious. Partito nel 2001 come thriller poliziesco nel modo delle gare clandestine con una predisposizione verso l’azione, è riuscito a rendere iconici personaggi come il Dom Toretto di Vin Diesel ed il Brian O’Connor di Paul Walker creandosi un’enorme fan base sparsa in tutto il mondo e a produrre un franchise in continua espansione, che conta all’attivo otto capitoli ufficiali ed uno spin off incentrato sui personaggi di Hobbs (Dwayne Johnson) e Shaw (Jason Statham).

    A vent’anni di distanza dal primo capitolo e superata una pandemia, Dom Toretto è tornato nelle sale cinematografiche con il nono capitolo del franchise. Messe da parte ormai da tempo le atmosfere ed il rombo delle gare clandestine che caratterizzava i primi tre capitoli a favore dell’azione spettacolarizzata tipica delle pellicole hollywoodiane, i protagonisti della serie si ritrovano in questa pellicola ad affrontare Jacob (John Cena), fratello esiliato dalla famiglia di Dom, e la già conosciuta Cypher (Charlize Theron) in uno scontro tra passato e presente per la salvezza del mondo e dell’umanità. Tornato Justin Lin alla direzione (già regista della saga dal terzo al sesto capitolo), la pellicola cerca di presentare un misto di azione “in movimento” con inseguimenti e corse e di azione “classica” con i personaggi che si riempiono di mazzate.

    LOTTA IN FAMIGLIA

    L’introduzione del personaggio di Jacob porta il racconto ad usufruire di diversi flashback, che già dall’inizio della pellicola permettono allo spettatore di scoprire nuovi dettagli sul passato anche di Dom e Mia, soprattutto nel loro rapporto con il defunto padre e sul perché il fratello fosse finora rimasto nell’ombra. Nel presente, l’ex organizzatore di gare clandestine è ormai in “pensione” dopo gli avvenimenti del precedente film e vive una vita isolata ma tranquilla assieme alla moglie Letty (Michelle Rodriguez) ed al figlio Brian, finché alcune vecchie conoscenze non li convincono a rientrare in azione per cercare il Signor Nessuno, ora scomparso, ed un dispositivo che potrebbe porre fine all’ordine mondiale. Situazione ormai all’ordine del giorno per Dom, che però si trova presto a dover affrontare come principale nemico il fratello ed il suo socio Otto, assieme (ovviamente) ad un esercito privato composto da migliaia di uomini addestrati ed armati fino ai denti. Complessivamente, le vicende risultano abbastanza classiche, riprendendo le dinamiche ormai collaudate dai capitoli precedenti della saga. 

    Soffermandosi un po’ sui personaggi, invece, risulta palese come questo nono capitolo risulti in realtà il secondo di una (probabile) trilogia interna alla serie incentrata soprattutto sulla vita di Dominic e su chi e cosa lo circonda. Già con l’ottavo capitolo, infatti, gli sceneggiatori avevano girato le carte in tavola inserendo il suo personaggio come “villain” (anche se costretto) della storia, mostrando quindi allo spettatore lati del suo carattere e della sua personalità che fino a quel momento non erano stati così approfonditi. Qui con l’inserimento di Jacob si approfondisce ancora di più il suo stile di vita ed il modo in cui si rapporta con la sua famiglia di sangue, finora messa sempre in secondo piano da quella degli amici. Non stiamo certo parlando di un viaggio introspettivo degno di un prodotto d’autore, ma risulta sicuramente apprezzabile l’impegno per approfondire un personaggio che, diciamocelo chiaramente, vediamo soltanto come una grande massa di muscoli in quasi tutti i frangenti della saga. Come ottimo ed interessante risulta anche la scrittura di Jacob, che più che un villain è una persona che non si ferma davanti a niente pur di ottenere ciò che vuole e che compie durante un film un interessante percorso di crescita personale (vale comunque anche per lui il discorso fatto per il fratello, sottolineando però come John Cena sia riuscito a dare un’ottima prova attoriale riuscendo a rubare la scena ogni singola volta in cui compare a schermo).

    ALTI E BASSI

    La regia di Justin Lin si attesta su un buon livello ed è capace di intrattenere sia nelle scene d’azione in movimento sui veicoli ma soprattutto nei combattimenti corpo a corpo, che risultano in questo capitolo favolosi, quasi al pari di pellicole come John Wick o Atomica Bionda: ogni colpo che viene sferrato lo spettatore riesce quasi a sentirlo sulla propria pelle, eliminando completamente quel senso di finzione che spesso si incontra nei film di questo genere, e in questo la regia gioca un ruolo fondamentale, con movimenti di macchina che, anche senza essere strabilianti o far urlare al miracolo, riescono a donare dinamicità alle varie sequenze. Il tutto va però inserito in un contesto che è tutto fuorché realistico, con personaggi che saltano da altezze spropositate senza accusare il minimo dolore o che eseguono acrobazie ai limiti delle possibilità umane, senza tirare in ballo la super forza che caratterizza i protagonisti e la quasi invulnerabilità che gli permette di correre nel mezzo di una sparatoria ed uscirne illesi.

    Questo l’elemento che meno convince dell’ultima iterazione della saga, il suo essere diventato ormai “troppo”. Se nello spinoff Hobbes & Shaw  si cercava di dare una motivazione alle stranezze che succedevano nella pellicola tirando in ballo innesti e potenziamenti quasi da fantascienza, qui si propone ormai di tutto senza nemmeno fermarsi un secondo e pensare di essersi ormai portati oltre il limite. Basta citare alcune sequenze già presenti nei trailer, come l’attraversamento di un burrone attaccandosi con la macchina ad un cavo di un ponte che si sta sgretolando sotto le ruote del veicolo o il magnete che attira oggetti e veicoli facendogli sfidare le leggi della gravità. Se da un lato ciò rende il prodotto estremamente spettacolare, dall’altro rischia però di portare lo spettatore a stizzirsi in quanto troppo eccessivo e poco realistico. Preme però fare un enorme plauso alla creazione ed alla realizzazione delle scene, che la produzione è riuscita anche i questo capitolo a realizzare, ovviamente con l’ausilio di alcuni trucchi di montaggio ma limitando l’utilizzo di computer grafica al minimo indispensabile.

    CONCLUSIONI

    Per i fan della saga, tornare al cinema per godersi sul grande schermo Dom e la sua famiglia sarà uno spettacolo per gli occhi, complice una buona regia con il ritorno di Justin Lin ed una sceneggiatura che, seppur con dei limiti, riesce ad approfondire personaggi già conosciuti e ad introdurre ottimamente il fratello Jacob. Diversamente invece se non si è fan, poiché la pellicola risulta tutt’altro che perfetta ed eccede in tutto, risultando estremamente pacchiana ed assurda. Se si cerca una pellicola con cui divertirsi e spegnere il cervello, questa è sicuramente una buona scelta, anche se non risulta comunque il capitolo più riuscito della saga.

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  • RECENSIONE THE SUICIDE SQUAD – LA VIOLENTA GIOSTRA DELLA DC COMICS

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    Anche se non è mai stato definito ufficialmente tale, The Suicide Squad di James Gunn ha, fin dai primi annunci, assunto sempre più la forma di un soft reboot del quasi omonimo film di David Ayer piuttosto che di un sequel canonico, con tanto di articolo determinativo nel titolo che conferisce al film una sorta di status definitivo non ufficiale. Con il film del 2016 condivide alcuni personaggi e la premessa di base, ma per fortuna se ne distacca completamente nel tono e nella scrittura.

    La violentissima scena pre-credits è tutta un programma, un macabro carosello che si prende gioco delle nostre aspettative e ci introduce a Gunn e al suo gusto per la violenza splatter. Dopo questa introduzione, la trama entra nel vivo: la Suicide Squad è chiamata a ristabilire l’ordine sull’isola di Corto Maltese governata da uno spietato dittatore anti-americano. Ma, come la squadra scoprirà nel corso della missione, c’è di più; nello specifico un complotto che coinvolge uno scienziato pazzo (Peter Capaldi), orripilanti esperimenti e un alieno gigante a forma di stella marina.

    Già questo breve riassunto del plot rende l’idea di un tipo di lungometraggio semplice e old school, in cui questa squadra di mercenari alla A-Team (solo più violenti) si trova coinvolta in un conflitto tra militari cattivissimi e nobili rivoluzionari, e dà il peggio di sé senza preoccuparsi troppo di danni collaterali. Come nel film di David Ayer la squadra, capitanata dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), è formata da un male assortito gruppo di super-villains, tra cui Bloodsport (Idris Elba, in un ruolo simile al Deadshot di Will Smith ma più scanzonato) e Harley Quinn (Margot Robbie) che agiscono sotto minaccia della perfida Amanda Waller (Viola Davis). L’approccio da parte di James Gunn è invece l’esatto opposto: laddove il primo film non risolveva mai la contraddizione tra una premessa fondamentalmente assurda e la serietà con cui è stata sviluppata, The Suicide Squad abbraccia tutta l’assurdità di un mondo di pittoreschi personaggi in calzamaglie colorate, senza scadere mai nella farsa. Atteggiamento incarnato in particolare dall’iperpatriottico Peacemaker (un divertente John Cena) e soprattutto da Harley Quinn, di gran lunga il personaggio migliore del DCEU grazie anche al carisma e alla bravura di Margot Robbie. Per quanto riguarda Harley Quinn sorprende tra l’altro vedere che non è stato abbandonato lo sviluppo intrapreso in Birds of Prey.

    La regia di James Gunn è iper-dinamica, con tanto di vertiginose carrellate alla Sam Raimi. Il regista è molto abile nel gestire le scene d’azione nonché a dare a ciascun personaggio un tempo adeguato -anche se tende ad eccedere in flashback-, compresi quelli minori come King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone) e Polka-Dot Man (David Dastmalchian). Non mancano gli sviluppi emotivi, come il rapporto simil-paterno tra Bloodsport e Ratcatcher II (Daniela Melchior), né bordate all’arrogante politica estera USA: nel quadro complessivo sono semplici pennellate per dare colore alla storia, ma si seguono nella loro piacevole prevedibilità.

    Lo zampino di Gunn è visibile in quasi ogni sequenza, dalla costruzione delle gag ai suddetti momenti emotivi alle scelte di casting che comprendono i sodali Michael Rooker, Sean Gunn e pure Nathan Fillion in un cameo… che fa cadere le braccia. Ma c’è di più dell’impronta autoriale di Gunn: è palese che il ragazzo prodigio della Troma si sia divertito come un matto nello scrivere la storia di questi bastardi dal cuore d’oro, senza freni morali o produttivi di sorta, e nel muoverli in un mondo in cui le classiche didascalie extradiegetiche sono formate da elementi dell’ambiente come colonne di fumo, radici nel terreno, sangue e cervella.

    Questo divertimento non funziona sempre, e gli fa spesso sfuggire di mano le redini della narrazione: come si diceva, il suo ricorso a flashback per approfondire i singoli personaggi è spesso controproducente per il ritmo della storia che presenta numerosi cali, e non tutti i subplots raggiungono una conclusione soddisfacente. Ma al netto di tutte le sue imperfezioni, The Suicide Squad è forse il cinecomic che più si avvicina all’idea di “fumetto al cinema”. Mentre nel cinema “scultoreo” di Zack Snyder questa fedeltà al medium di partenza si risolve spesso in scelte puramente estetizzanti, James Gunn riesce a rendere compiuto il passaggio dalla carta allo schermo, richiamando l’estetica del primo e rispettando la specificità del secondo.

    Rispetto ai precedenti exploits di Gunn nel genere con i due Guardiani della Galassia, soprattutto il primo, The Suicide Squad è un film meno coeso ma più personale, liberatorio per il suo autore che esprime fino in fondo la sua sensibilità folle e il suo amore per i fumetti. Inoltre è di gran lunga il miglior film DCEU: chi disprezza i cinecomic difficilmente cambierà idea con questo film, ma se il genere è solo una “giostra cinematografica”, The Suicide Squad è una giostra dannatamente divertente.

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  • RECENSIONE GUNPOWDER MILKSHAKE

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    Cosa succede se si mettono insieme Karen Gillan, Lena Headey, Carla Cugino, Angela Basset e Michelle Yeoh, le si rende dei killer (quasi) infallibili e le si inserisce in un universo chiaramente ispirato ai recenti John Wick, ma con più violenza? Si ottiene un bel mix,a volte anche un po’ confuso, di nome Gunpowder Milkshake. Chiaramente l’idea alla base del progetto, scritto e diretto da Navot Pupushado (conosciuto dai più per Big Bad Wolves  da lui stesso diretto e per cui vinse numerosi premi) era quella di creare una pellicola sulla falsa riga dell’enorme successo che fu di John Wick ed relativi sequel, creando una one army (questa volta) woman, una killer che uccide all’interno di un mondo gestito da diverse società segrete seguendo delle regole ben precise (non si può uccidere chi si vuole, ci sono alcuni luoghi dove le armi sono vietate e così via).

    La differenza chiaramente risulta nella tinta prettamente femminile che la pellicola presenta con un cast di antieroine (perdonate il francesismo) cazzutissime, ma che presentano allo stesso tempo forti ideali e sentimenti ben evidenti.

    JOHN WICK AL FEMMINILE, MA NON TROPPO

    La protagonista della pellicola è Sam, killer esperta che lavora per una società segreta composta da alcuni degli uomini più potenti del mondo chiamata The Firm e che, durante uno dei suoi lavori, finisce per uccidere le persone sbagliate, ritrovandosi una infinità di killer alle spalle ed una ragazzina di 8 anni (e tre quarti) a cui badare. Da qui la pellicola alterna scene tranquille e dialogate in cui presentare ed approfondire il mondo nel quale vivono i personaggi e le sue regole, a scene di combattimento decisamente sopra le righe e piene zeppe di sangue, discostandosi da quella corrente che si sta sviluppando negli ultimi anni e che punta a presentare combattimenti adrenalinici ma ai limiti del realismo (per non citare sempre il nostro assassino interpretato da  Keanu Reeves si possono prendere come esempi Atomica Bionda (Devid Leitch, 2017) o Tyler Rake (Sam Hargrave, 2020), che presentano combattimenti basati sulle capacità reali degli attori e quindi con un uso limitato di stuntman). Questa gestione dei combattimenti risulta al tempo stesso un punto di forza, poiché le scene risultano particolarmente divertenti riuscendo a divertire ed intrattenere lo spettatore, ma anche un punto a sfavore, poiché alla lunga rischiano di diventare eccessive. 

    A livello di scrittura, i personaggi secondari risultano purtroppo solamente accennati, sia per quel che riguarda il loro carattere sia per i rapporti con il resto dei personaggi e del mondo che sta loro intorno, rendendoli forse un eccessivamente stereotipati, soprattutto nel caso delle tre bibliotecarie decisamente troppo simili e poco diversificate tra di loro. Per quanto riguarda invece la protagonista e la madre, la scrittura risulta più curata, riuscendo ad approfondire il loro carattere e mettendo in scena un ottimo scontro “sentimentale” tra le due. 

    I villain d’altro canto risultano anche loro abbastanza anonimi, finendo per essere i classici cattivi grossi e rozzi che vogliono uccidere per sete di vendetta. Peccato soprattutto per Ralph Ineson, che si ritrova ad interpretare un ruolo per il quale è completamente sprecato.

    SANGUE AL NEON

    Il lato tecnico del film è la parte più riuscita del prodotto. La regia riesce in diversi punti a creare delle sequenze stupende, soprattutto per quanto riguarda le scene di combattimento, che risultano chiare e divertenti. In questo aiuta moltissimo la fotografia, che riempie le scene di luci artificiali ed al neon, riuscendo a spettacolarizzare in questo modo diverse sequenze di combattimento. Ottima e perfettamente inserita nel contesto è la colonna sonora, cha accompagna nella giusta maniera i vari momenti del film.

    La recitazione risulta particolarmente buona. Certo, non siamo di fronte alle migliori interpretazioni del cast, ma soprattutto dal lato dei “buoni” risulta palese come le attrici si siano divertite parecchio nell’interpretare questi personaggi. Una menzione d’onore va a tre attori in particolare: la prima è Chloe Coleman, che interpreta la bambina Emily alla perfezione nonostante la giovane età; la seconda va a Paul Giamatti, che nonostante abbia uno screen time minore rispetto ad altri colleghi riesce a mettere in scena un’interpretazione memorabile; l’ultima va alla protagonista Karen Gillan, che è riuscita a dare vita ad un personaggio “strano” ma allo stesso tempo equilibrato per il ruolo che interpreta, soprattutto grazie alle sue espressioni ed alla mimica facciale.

    CONCLUSIONE

    Nonostante l’ottimo cast che ci regala delle interpretazioni degne di nota, la seconda pellicola di Navot Pupushado si inserisce in quell’elenco di film d’azione “nella media”, che non cerca di innovare ma di divertire il pubblico, senza porsi limiti. Lo fa traendo ispirazione dai successi più recenti del genere, creando però una sceneggiatura abbastanza scialba e dei personaggi secondari e dei villain anonimi. Alza l’asticella il reparto tecnico, soprattutto grazie ad una buona regia ed una fotografia “al neon” accattivante. Si poteva certo fare di più, ma risulta comunque un film adatto per passare una serata in cui spegnere il cervello divertendosi.

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  • RECENSIONE LEGION: NON IL SOLITO SUPEREROE

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    A partire dai primi 2000, il genere cinecomic ha visto un vero e proprio rinascimento cinematografico: il genere aveva già conosciuto adattamenti di successo come Superman di Richard Donner e Batman di Tim Burton, ma è con a X-Men di Bryan Singer, Spider-Man di Sam Raimi e Batman Begins di Christopher Nolan che il genere ha saputo raggiungere un equilibrio tra autorialità e grandissimo successo di pubblico nel nuovo millennio.

    Anche il piccolo schermo è stato mezzo di storie di supereroi interessanti, soprattutto dopo la nascita del Marvel Cinematic Universe. Se la differenza di budget tra cinema e tv è vistosa, le serie tv di supereroi non hanno niente da invidiare per originalità e diversità alle loro controparti cinematografiche: ottimi prodotti tra cui la miniserie di Watchmen, sperimentazioni di successo come Daredevil e The Boys e storie più tradizionali come il franchise televisivo dell’Arrowverse, solo per citarne alcuni, dimostrano la capacità del medium televisivo di attingere a piene mani dai fumetti per creare serie di qualità.

    Creata da Noah Hawley, già creatore e showrunner della serie Fargo, Legion è l’esempio perfetto di come si possa sperimentare con personaggi e topoi del genere supereroistico ottenendo risultati sorprendenti.

    La storia segue David Haller (Dan Stevens), giovane paziente di un istituto psichiatrico che soffre di schizofrenia; nell’istituto in cui è prigioniero conosce Sydney Barrett (Rachel Keller), ragazza con fobie da contatto con cui instaura una relazione romantica. Ciò che lui stesso crede siano allucinazioni, tuttavia, scopre essere frutto di immensi poteri che vengono alla luce in circostanze tragiche: quando viene rivelata la sua vera natura di mutante, David diventa vittima di un braccio di ferro tra una sinistra agenzia governativa e un’organizzazione guidata da Melanie Bird (Jean Smart), terapista con un tragico passato che si prefigge di aiutare i mutanti come David.

    Se questa premessa vi sembra familiare non c’è da stupirsi: la serie è imparentata con il filone narrativo degli X-Men, creati da Stan Lee e Jack Kirby nel 1963 e portati al cinema con successo da Bryan Singer. Nonostante le analogie tematiche (la paura per il diverso, la frattura insanabile tra singolo e società) e nonostante sia a sua volta una co-produzione Marvel Television e Fox, tuttavia, Legion non fa parte del medesimo franchise e condivide con i fumetti solo alcuni personaggi, tra cui lo stesso David (creato da Chris Claremont e Bill Sienkiewicz nel 1985) e suo padre, il professor Charles Xavier (interpretato da Harry Lloyd nella terza stagione). Inoltre Legion segue fin da subito una strada originale, preferendo alle storie corali dei film una narrazione psicologica ricca dalle tinte surreali. Il pilot è una dichiarazione d’intenti: i primi minuti seguono la crescita di David e rendono chiaro che la serie esplora il suo punto di vista, immerge lo spettatore nella sua psiche.

    La forma della storia diventa anche il suo contenuto: allo smarrimento di David e dello spettatore contribuisce una narrazione fatta di flashback ingannatori, montaggio disorientante e pure improvvisi numeri musicali fuori contesto dall’estetica di un videoclip. Una scelta (che solo ogni tanto sfocia in un certo virtuosismo compiaciuto) accattivante e soprattutto vincente nel restituire il punto di vista frammentario e confuso di David, in un modo che spesso richiama Se mi lasci ti cancello (fonte d’ispirazione dichiarata) ed efficace anche nell’arricchire l’atmosfera surreale della serie con improvvise sferzate orrorifiche.

    Anche da un punto di vista puramente visivo la confusione viene espressa dall’assenza di precise coordinate temporali: costumi e ambientazioni sono un mix impazzito tra passato e futuro, asettiche scenografie futuristiche si mescolano a tecnologie retrò. L’utilizzo di oggetti di scena dall’estetica retrofuturistica è comune anche in altre serie cinecomic come Loki o Doom Patrol, ma in Legion la scelta è doppiamente efficace proprio perché cozza con un’ambientazione sci-fi così pulita e colorata.

    Anticonvenzionale è pure nel delineare il suo contraddittorio e affascinante protagonista: David è un mutante potentissimo ma inerme, spesso in balia di eventi che lui stesso scatena inconsapevolmente.

    Legion è quindi una serie televisiva unica, non solo nel suo genere: un pastiche di fantascienza, horror e classica storia di supereroi, che si inserisce in modo coerente nella corrente narrativa degli X-Men ma guadagnandosi una propria identità, tanto che potrebbe addirittura piacere anche ai non appassionati di cinecomics. Non resta che aspettare di vedere se Noah Hawley, dopo questo e Fargo, riesce a replicare il miracolo con la sua già annunciata serie su Alien

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  • RECENSIONE OLD DI SHYAMALAN – LA VITA E LA MORTE

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    M. Night Shyamalan. Già soltanto a nominare questo nome, i cinefili di tutto il mondo si dividono in due schieramenti: chi lo apprezza e chi lo detesta. Magari si possono trovare anche persone situate più nel mezzo, che apprezzano soltanto alcuni dei suoi film o ne salvano alcuni e ne affossano completamente altri, ma resta il fatto che se si cerca l’opinione di una sua pellicola sia in ambito di critica specializzata che di pubblico, in tutti i casi si passa spesso da opinioni estremamente positive (arrivando a definire il regista come un genio visionario e i suoi film dei capolavori) ad opinioni estremamente negative, che bocciano completamente la pellicola e tutto il suo lavoro da regista e sceneggiatore.

    Old non fa eccezione. Cercando in rete si possono già trovare opinioni completamente discordanti: chi lo ritiene uno dei migliori di Shyamalan, chi lo ritiene un prodotto pessimo di cui non si salva nulla e chi invece sta nel mezzo, salvando qualcosa e bocciando qualcos’altro. Questa recensione si posiziona in quest’ultimo blocco, vediamo perché.

    IL SOLITO CARO VECCHIO SHYAMLAN

    Come da prassi per la (quasi) totalità dei suoi film, Shyamalan non è soltanto regista ma anche sceneggiatore. Questo si nota già dall’idea alla base della storia, che sfrutta il tempo, meccanica già ampiamente raccontata e sfruttata da numerosissimi prodotti sia letterari sia audiovisivi, ma adattandola ad un contesto nuovo ed intrigante.

    I protagonisti della storia sono i componenti della famiglia Cappa, composta dai genitori Guy e Prisca (interpretati magistralmente dai rispettivi Gael Garcia Bernal e Vicky Crieps) e dai due figli Maddox e Trent, che arrivati in vacanza in un resort tropicale si lasciano convincere dal direttore della struttura a visitare, insieme ad altre tre famiglie, una spiaggia nascosta oltre le montagne. Arrivati sul luogo, i personaggi si rendono però presto conto che qualcosa di strano aleggia in quella zona, scoprendo di non poter più tornare indietro e che, rimanendo lì, invecchiano molto più velocemente del previsto.

    Questa idea, tanto semplice quanto geniale alla base della pellicola, tratta dalla graphic novel di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters intitolata “Castello di sabbia”, si dimostra in realtà un buon pretesto per mettere in scena una storia nella quale al centro dell’attenzione non è tanto l’isola in sé, quanto come le persone vivono la situazione ed interagiscono tra di loro, obbligandoli a fare i conti anche con i vari segreti che i componenti dei nuclei famigliari si tenevano nascosti tra di loro. Su questo aspetto la pellicola si prende parecchio tempo, forse anche un po’ troppo, permettendo però allo spettatore di conoscere, senza esserne annoiato, tutti i personaggi e riuscendo così ad empatizzare con loro in una situazione così surreale. Non può ovviamente mancare anche qui il classico plot twist alla Shyamalan che, nonostante sia un po’ più telefonato e semplice da intuire rispetto ad altre sue opere precedenti, fa comunque la sua figura e funziona egregiamente.

    UN RACCONTO UMANO

    Come affermato sopra, i personaggi sono il fulcro della vicenda e questi, oltre che essere scritti con grande cura e minuzia, sono soprattutto ottimamente interpretati. La scelta del cast è stata ottima, su tutti la scelta degli attori per interpretare i bambini/ragazzi che crescono in maniera estremamente rapida durante la storia. Innanzitutto a livello visivo la somiglianza tra gli attori è impressionante (ricorda in questo la cura nella scelta del cast vista nella serie Netflix Dark), permettendo quindi allo spettatore di riconoscere subito il nuovo attore come il personaggio cresciuto e riuscendo a far ulteriormente empatizzare lo spettatore nei confronti dei genitori, che vedono i propri figli cambiare davanti ai loro occhi. Come prova attoriale non si possono non nominare i Maddox e Trent “ragazzi”, interpretati da Thomasin McKenzie e Alex Wolff in maniera superba, riuscendo efficacemente a mettere in scena dei personaggi che crescono troppo velocemente, senza avere nemmeno il tempo di metabolizzare le conseguenze di questa crescita.

    A livello registico, la pellicola si attesta su un buon livello. Shyamalan non cerca di innovare la sua regia, continuando quindi ad usare i classici stilemi che lo accompagnano, con molti primi piani e movimenti di macchina molto veloci e fluidi. Se si apprezza la sua regia, in questa pellicola si rimarrà sicuramente estasiati anche dalla fotografia e dalla scenografia del film, che riescono a mettere in scena un vero e proprio paradiso terrestre che si trasforma però presto in un claustrofobico incubo.

    CONCLUSIONI

    Old  risulta essere nel bene e nel male “il classico film alla Shyamalan”, con un’idea interessante alla base, uno sviluppo dei personaggi molto marcato, con una durata forse un po’ eccessiva. Bisogna però dare merito anche alla scelta attoriale, che eleva la pellicola grazie a delle fantastiche performance sia dei protagonisti principali che dei personaggi più secondari. Se si è detrattori di Shyamalan, questa sarà un’altra volta buona per raccontare al mondo quanto sia un regista ed uno sceneggiatore incapace, mentre i fan troveranno sicuramente un prodotto che ameranno alla follia. Se ci si trova nel mezzo, il consiglio è quello di approfittare della sua presenza nelle sale per recuperarlo e magari farsi una propria idea su questo film a cui si può dire tutto, ma non che sia un qualcosa di già visto e poco originale.

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  • RECENSIONE BLACKOUT LOVE

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    Prima di poter parlare di Blackout Love bisogna capire che genere di film è. Il lungometraggio confezionato da Francesca Marino viene definito una commedia non romantica, definizione più che adatta. Questa non è una storia d’amore, ma una storia che parla dell’amore, nello specifico della parte più dolorosa di quest’ultimo, dei graffi e delle ferite che possono lasciare le relazioni. Ciò che risulta è una commedia che tende spesso ad avere picchi drammatici, e che esce quindi dai canoni della commedia romantica classica.

    Seguiamo la storia di Valeria (Anna Foglietta) che già dalle prime scene si vuole mostrare come una donna tanto forte quanto solitaria, saltando di letto in letto senza volere alcun legame e mantenendo orgogliosamente un completo controllo sulla sua vita. Ma l’unica cosa forte e ruvida è la corazza che ha costruito attorno a sé per proteggere un animo sensibile e ancora scottato dalla spiacevole fine di un grande amore. Quando si ritrova il suo ex compagno Marco (Alessandro Tedeschi) in casa dopo che l’uomo ha subito un grave incidente con conseguente perdita di memoria, a Valeria verrà chiesto di stare al gioco per evitare ulteriori shock a Marco. Riluttante all’idea di rivivere in modo fittizio una storia così dolorosa, deciderà infine di sfruttare l’occasione per attuare la sua vendetta.

    Oltre alle costante presenza di momenti drammatici in un film che sostanzialmente è una commedia, c’è anche il delineamento dei protagonisti a rendere più difficile l’immersione per il pubblico. Valeria e Marco tendono a mostrare solo i loro difetti caratteriali, che li rendono dei personaggi a volte fastidiosi e pungenti per i loro modi di fare, soprattutto quando interagiscono tra loro, rendendo lo spettatore un elemento esterno che fatica ad amalgamarsi e immedesimarsi nelle vicende.

    Ma nonostante il film prenda decisioni particolari che rendono più complessa la possibilità di immergersi nel racconto, tutto è gestito nel migliore dei modi per ottenere comunque un buon risultato. 

    Anna Foglietta ci mostra una grande prova attoriale, con una versatilità eccezionale in grado di passare senza problemi dalla spensieratezza della commedia alla profondità del dramma.

    Dal lato registico si denota la capacità di gestire questi grandi cambi di stile, mantenendo la storia un tutt’uno e coerentemente sviluppata per quanto possibile, con un lievissimo calo verso il finale che può sembrare non prenda la direzione più logica, dovuto al crescendo dei toni tragici pur restando di fondo una commedia.

    Per quanto i personaggi siano costruiti per essere distanti e in un costante conflitto interiore ed esteriore, risulta possibile empatizzare con loro. In particolare Valeria, che tenta continuamente di non mostrare le sue debolezze tanto ai personaggi quanto allo spettatore, non riesce ad evitare di nascondere un dolore a cui tutti, chi più chi meno, sono familiari per esperienze personali o vicine. Il dolore sentimentale della fine obbligata di un rapporto senza possibilità di spiegazioni, un elemento portante della propria vita che da un giorno all’altro sparisce senza motivo, lasciandoti ferito e desideroso di un riscatto per riprendere le redini della tua vita. Un riscatto che Valeria cerca disperatamente, sentendo di essere uscita sconfitta dalla rottura e privata della possibilità di esprimere le proprie opinioni al riguardo.

    Il film porta con sé un grande quesito. Quando finisce un amore c’è chi lascia e chi viene lasciato, un vincitore e uno sconfitto, oppure si vince e si perde insieme?

    Ci viene mostrato il lato peggiore dell’amore, quello che consuma, che fa nascere il risentimento, il suo essere competitivo, una corsa a chi si riprende meglio alla fine del rapporto.

    Blackout Love è un progetto coraggioso per le sue particolarità, ma che riesce ad essere interessante e a conciliare due generi che di base sono divergenti. Il film merita la visione per quanto non sia per tutti. Ma se si riesce a vedere oltre le problematiche date dall’inconciliabilità dei generi su alcuni punti, si potrà osservare un prodotto ben confezionato che vale la pena di conoscere. 

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  • RECENSIONE IL MONDO CHE VERRÀ – L’ATLANTE DELLE PASSIONI SCONFITTE

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    Il mondo che verrà (The World to Come, 2020) di Mona Fastvold, adattamento dell’omonimo racconto del 2017 di Jim Shepard (qui alla sceneggiatura con Ron Hansen, specialista di narrativa western), in concorso alla  77ª Mostra del Cinema di Venezia, sembra battere le stesse strade e affiancare il peculiare percorso di un cinema della nuova frontiera americana, che emerge – con toni, tempi, ruoli e sfumature diverse – in opere come Meek’s Cutoff (2010) e First Cow (2019) di Kelly Reichardt, e nel celebrato Nomadland (2020) di Chloé Zhao. Questione di cambio di prospettiva, dell’adozione di un angolo di visuale inedito e inconsueto, da parte femminile (dietro e davanti alla macchina da presa), per rivisitare sotto nuova luce e sensibilità esistenzialista l’iconico paesaggio geografico – mitico e antropologico – della conquista del West, codificato nell’epica storicizzata da registi come John Ford e Howard Hawks. Mona Fastvold confessa implicitamente la volontà di fissare un personale punto di vista sul mondo rappresentato non appena una delle due protagoniste, uscita di casa nel bel mezzo della notte, appostata all’esterno dell’abitazione della donna che ama, spiega di aver trovato, forse, «un punto panoramico di perfetta sicurezza» attraverso il quale spiarla voyeuristicamente.

    Ci troviamo nel XIX secolo, precisamente nel 1856, nel mezzo di un’arida waste land nella contea newyorkese di Schoharie (gli esterni sono in realtà filmati tra i Carpazi in Romania), dove le due donne Abigail (Katherine Waterston) e Tallie (Vanessa Kirby), entrambe frustrate dalla faticosa routine, costrette all’alienante ruolo di donne di casa dai rigidi e oppressivi mariti agricoltori (Casey Affleck e Christopher Abbott), si scoprono fatalmente attratte l’una dall’altra, costrette però a nascondere un sentimento proibito che mette in pericolo i loro destini. 

    Post-western desertificato, spogliato d’azione, stilemi e figure canoniche, mélo prosciugato d’enfasi ed eccessi romantici, il film della Fastvold si snoda in un’appartata e guardinga tela di seduzione disegnata in sottrazione, inammissibile e invisibile per il mondo – ma non per questo meno bruciante e totalizzante -, incentrata sui volti intensi e nei piccoli gesti rivelatori di Abigail e Tallie (grande prova di entrambe le attrici).

    La sussurrata voice over di Abigail punteggia puntualmente il narrato, ben illustrando il senso della scrittura diaristica e memoriale come vivido testimone di sensi ed emozioni soffocate, custodia protettrice per appropriarsi affettivamente della storia (dimensione negata nella fredda e meccanica trascrizione della vita nel libro mastro contabile del marito). Ma alla lunga risulta anche ridondante, con l’accavallarsi sempre più rapido e frequente di date, pagine e pensieri appuntati che smorzano la bellezza pittorica delle immagini, eloquenti nel loro lirismo in un tiepido e avvolgente 16mm, senza bisogno di troppe sottolineature dello stream of consciousness vergato da Abigail, nè di dotte citazioni scespiriane (il canto d’amore delle due donne imprigionate come uccelli in gabbia dorata, simili a Cordelia e Re Lear).  

    La regia di Mona Fastvold misura attentamente il desiderio trattenuto e gli slanci affettivi, il calore della prossimità e il senso di abbandono, le oscillanti temperature emotive di Abigail e Tallie come stagioni diverse che si succedono e trascolorano l’una nell’altra. Affidandosi alla forza contrastante degli elementi naturali, che dal brullo paesaggio si riflettono e crepitano nella dura corazza delle protagoniste, poco a poco disciolta: il bianco freddo del rigido inverno e il tepore limpido della primavera luminosa, il buio domestico e la luce che filtra dall’esterno come promessa di salvezza (tra l’aura salvifica della figura di Tallie e il magnetismo irresistibile dei suoi lussureggianti capelli ramati). La notte e il giorno, il gelo e le fiamme, il fuoco e il ghiaccio, il silenzio immobile e il rumore assordante del vento, il turbinio della bufera che disperde Tallie e l’incendio del focolare domestico che strappa la vita di una giovane della comunità, in un sinistro presagio. 

    Con misto di dolcezza, coraggio, pessimismo realista e secchezza di toni antiepici, Mona Fastvold guarda a un orizzonte in chiaroscuro nell’osteggiato percorso dell’identità femminile verso il riconoscimento e l’affermazione: il vero, insuperabile confine che resta da varcare. Se da un lato rintraccia sull’atlante geografico regalato ad Abigail (oggetto chiave) un’intima e preziosa mappa delle passioni libere e – per l’ottuso spirito del tempo – non convenzionali, dall’altro perlustra un viaggio di segno inverso, un attraversamento all’indietro – passatista (perfino per il 1856…), anti-pionieristico – della frontiera. La fuga nascosta della carovana di Tallie e Finney, per drastica decisione del marito tiranno, non è intrapresa guardando al futuro, diretta verso il progresso e la modernità, al mondo che verrà. Ma, anzi, ne rappresenta proprio la rinuncia, la negazione, l’ideologia oppressiva del patriarca che ritorna sui suoi passi, il mito sconfessato e abortito (simboleggiato anche dalla perdita prematura della figlia di Abigail) della fondazione di una civiltà edificata sull’armonia inclusiva. In un regressivo imbarbarimento atavico che riconduce la cellula coniugale a un isolamento quasi pre(i)storico, e la condizione della donna in un bruto rapimento possessivo di matrice fiabesca, con Abigail che tenta il disperato salvataggio dell’amata dall’orco della palude.

    Non sembra possibile – nel 1856, ma probabilmente anche nell’oggi – uno sbocco realmente compiuto della spinta amorosa verso la libera espressione. Così, alla scrittura emozionale di Abigail, in attesa di una giusta vendetta e di un rilancio dei sogni, non resta che il potere evocativo dell’immaginazione, i fantasmi del desiderio che le rimangono a fianco e la aiutano a vivere. 

    Il film è disponibile in streaming su CHILI e TIMVISION 

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  • RECENSIONE NAOMI OSAKA – LA DOCUSERIE NETFLIX

    Il nuovo documentario targato Film 45, coprodotto dalla Uninterrupted di Lebron James e Maverick Carter, uscito su Netflix lo scorso 16 luglio, ci parla della vita di Naomi Osaka, prima persona asiatica a raggiungere il primo posto nel ranking mondiale di tennis, attualmente al numero 2 del ranking WTA. Strutturato in 3 episodi (Rise, Champion Mentality e New Blueprint) tutti diretti da Garreth Bradley, si sofferma sul biennio 2019-20 dell’atleta, che inizia da campionessa in carica dell’Australian Open. 
    Il documentario si prende notevolmente i suoi tempi, accompagnato dalla colonna sonora firmata Devonté Hynes (Blood Orange). La narrazione appare dilatata, piena di silenzi, lontana dal caos e dall’energia continua presente ad esempio nei documentari sportivi creati secondo lo schema All or Nothing, e anche dai toni eroici e agiografici tipici nei ritratti dei singoli campioni. Il documentario cerca dei momenti di pace, così come li cerca Naomi, in fin dei conti solo una ragazza poco più che ventenne, timida e non del tutto a proprio agio davanti a obiettivi e telecamere che, nonostante i suoi atteggiamenti rimessi, cerca anche di essere un’icona di stile, riuscendoci in un modo assolutamente personale.
    Attorno a lei vediamo pochissime persone: i genitori, la sorella che lei stessa definisce come “una sua copia che si veste molto meglio” e il rapper Cordae, suo fidanzato. C’è Kobe Bryant, certamente una figura ispirazionale ma in alcuni momenti anche una sorta di fratello maggiore per Naomi. Figura di cui certamente la nostra protagonista sentirà la mancanza negli anni successivi. C’è Colin Kaepernick, detonatore e incarnazione a livello sportivo della lotta per i diritti civili degli afroamericani, colui che per primo si inginocchiò durante l’inno nazionale nel 2016, dando una svolta assolutamente radicale alla sua carriera e alla sua vita. 
    Gli eventi seguiti all’omicidio di George Floyd il 25 Marzo 2020 avranno un forte impatto su Naomi come persona e come atleta. Lei, nata nel 1997 ad Osaka da madre giapponese e padre haitiano conosciutisi a New York, dove la famiglia si è trasferita di nuovo nel 2000. Lei, che come la sorella porta il cognome di sua madre per via della diffidenza della società giapponese verso gli stranieri. Lei che ha scelto di rappresentare il Giappone al posto degli USA, e per questo è stata aspramente criticata dalla comunità afroamericana che cominciava a vederla come un nuovo emblema, ma come dice la stessa Naomi, non si è neri in un solo paese.

    E agli US Open 2020 l’obiettivo è stato il raggiungimento della finale più che la vittoria, in ogni caso conquistata. Sette match, sette volte lo stadio vuoto, sette mascherine nere con scritte bianche, sette nomi di vittime della violenza razzista della polizia statunitense.
    La struttura della docuserie, tre episodi tutti sotto i 45 minuti, forse può risultare insufficiente a raccontare due anni di vita di un’atleta di questo calibro, soprattutto con un ritmo così lento. Ma la vita di Naomi che ci viene mostrata è questa: una continua ricerca del rifugio, nella famiglia, nelle poche persone fidate, per far riposare una furia che esplode nella racchetta.
    Naomi vince, ma i suoi affetti, i suoi mentori, fotografi, giornalisti, avversarie, sono poco più che uno sfondo. Nel tennis si vince e si perde da soli, si vive da soli. Questo vale soprattutto per chi, come Naomi, riserva tutte le proprie energie e il proprio carisma per il campo, e nella vita quotidiana non ha paura di essere una ragazza solitaria e riservata, con la peculiarità di avere un talento sconfinato e di essere tra le pochissime donne presenti nella classifica dei 100 sportivi più ricchi al mondo secondo Forbes.

    Nicolò Cretaro

  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 3: 1666

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    Nella giornata di venerdì 16, Netflix ha rilasciato la terza ed ultima parte della trilogia di Fear Street (potete leggere le recensioni dei primi due capitoli cliccando qui per il primo e qui per il secondo). Dopo aver seguito le avventure dei protagonisti nel 1978 e nel 1994, si ritorna ancora più indietro nel tempo fino al 1600, anno di colonie inglesi in America, baracche, vite rustiche e caccia alle streghe, ed è proprio su tutto questo che si regge quest’ultima pellicola della trilogia. Abbandonato l’estremo citazionismo dei film precedenti, si procede qui con una storia più originale e il tentativo di creare un orrore meno visivo e d’impatto, puntando alla creazione di un’atmosfera per una paura più psicologica.

    Come per la recensione precedente anche qui saranno presenti spoiler soltanto della prima e seconda parte, mentre sulla terza sarà spoiler free. Utente avvisato, mezzo salvato.

    CACCIA ALLA STREGA

    Dopo aver recuperato la scheletrica mano di Sarah Fier, avevamo lasciato Deena e Josh nel bosco a tentare di riunire il corpo con la parte mancante. La pellicola comincia proprio nel punto in cui la precedente si era interrotta, ovvero nel momento in cui Deena, toccate le ossa della strega, comincia ad avere delle visioni sulla vita di Sarah Fier. Proprio sulla vita della ragazza e su ciò che è veramente successo tre secoli prima si sofferma la prima metà del film, ricreando un’ambientazione riuscita anche se non particolarmente ispirata e popolata da personaggi che assumono le sembianze dei personaggi già visti nei film precedenti. Visto l’anno e l’ovvia impossibilità di ispirarsi a film usciti in quel periodo, questa terza parte punta tutto sulla sceneggiatura e sul voler concludere la storia degnamente, dando una risposta alle numerose domande.

    Se il personaggio di Sarah Fier riceve da questa pellicola un piacevole approfondimento sul suo carattere e sullo stile di vita del periodo, permettendo così allo spettatore di empatizzare con lei, ugualmente non si può dire per i personaggi secondari, che risultano tutti estremamente piatti e poco caratterizzati, semplici pedine il cui ruolo è riempire la colonia di Union (che sarebbe poi in futuro diventata le due città di Sunnyville e Shadyside). Nonostante questo, la sceneggiatura, che ad una prima visione può risultare un po’ contorta e complessa, è in realtà anche in questo caso ottimamente realizzata, soprattutto nel raccontare il periodo e la situazione di estremismo religioso che vive la comunità.

    Raccontate le vicende di Sarah Fier e scoperta la verità sulla maledizione, il film torna nel 1994 dove Deena e Josh, aiutati da Ziggy e Martin, devono porre fine alla serie di omicidi che ha travolto da secoli Shadyside. Con il ritorno al ’94 c’è anche un ritorno alle atmosfere vissute nella prima parte, quindi al citazionismo e ai colori sgargianti di quegli anni. Anche qui la sceneggiatura fa un buon lavoro, soprattutto nel modo in cui tratta il villain e lo scontro con esso.

    UN DEGNO FINALE

    Dal punto di vista registico, Leigh Janiak riesce a rappresentare in maniera semplice ma efficace le vicende. Come però non troviamo citazionismo nella sceneggiatura, ugualmente non lo troviamo negli altri ambiti. A differenza infatti delle scorse volte, dove alcuni spunti di regia erano chiare citazioni dei film a cui facevano riferimento, questa volta la regia risulta più unica anche se un po’ più piatta. Questo significa anche niente citazioni alla regia di The VVitch, purtroppo. La  fotografia è buona e riesce soprattutto a mantenere ben definita la differenza tra le vicende del 1666 e quelle degli anni ’90, mentre sui costumi il lavoro è stato veramente ottimo soprattutto nel rendere visivamente “unici” alcuni personaggi che lo spettatore deve tenere spesso sott’occhio.

    Il pezzo forte della pellicola risulta essere senza dubbio il finale. Dopo l’interessante rivelazione effettuata nella prima parte del film e lo spostamento nel loro “presente”, la pellicola si prende circa un’oretta di tempo per concludere le vicende, permettendo lo sviluppo di una vera e propria boss fight contro il vero nemico della storia, riuscendo a metterla in scena in maniera intelligente, senza scadere nella banale fuga e salvataggio all’ultimo minuto. Ovviamente il ritorno agli anni ’90 sancisce anche il ritorno al citazionismo, che si spreca nei confronti (ancora una volta) di Stephen King ma soprattutto nei confronti di Carrie (Brian De Palma, 1976), ma lasciamo agli spettatori il piacere di scoprire nello specifico di cosa si tratta.

    CONCLUSIONI

    Arrivati alla conclusione, la terza parte di Fear Street risulta una degna conclusione per la trilogia, forte di una buona sceneggiatura e di un ottimo finale, anche se il tutto risulta comunque più banale e anonimo delle due parti precedenti, soprattutto nell’ambito della regia e del citazionismo praticamente assente. Complessivamente la trilogia di Fear Street risulta un ottimo prodotto della piattaforma di Netflix, capace di intrattenere soprattutto gli appassionati del genere con una storia interessante ma attirando anche l’attenzione degli spettatori più giovani con le tematiche trattate. 

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  • RECENSIONE FIRST COW DI KELLY REICHARDT

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    The bird a nest, the spider a web, man friendship.
    William Blake

    Con questo aforisma si apre First Cow, settimo lungometraggio di Kelly Reichardt, una delle voci più pure e sincere del cinema indipendente americano. Presentato in concorso alla Berlinale 2020, dalla quale è uscito scandalosamente senza premi, il film della Reichardt si è subito imposto come una delle pellicole più belle del suo anno, ma in Italia è arrivato solo il 9 luglio 2021, distribuito direttamente in streaming su MUBI. 

    Il film, tratto dal romanzo The Half-Life di Jonathan Raymond (anche sceneggiatore con la regista), si ambienta – fatta eccezione per un breve prologo – a metà Ottocento nel Territorio dell’Oregon, dove il cuoco Otis «Cookie» Figowitz, al seguito di un gruppo di cacciatori di pellicce, fa la conoscenza del cinese giramondo King-Lu, ricercato per omicidio da una comitiva di russi. I due diventano amici e, quasi per caso, fanno fortuna iniziando a vendere delle deliziose frittelle prodotte con il latte di una splendida vacca marrone, la prima mucca mai giunta nell’Oregon direttamente su una chiatta da San Francisco. 

    First Cow è un western nel senso più puro del termine. Si nutre infatti del mito della Frontiera e di un tempo in cui, sotto il “grande cielo” americano, la vita scorreva a ritmo compassato e si ponevano le basi del sogno capitalista statunitense. La Reichardt, in un certo senso, ne racconta le origini e concentra la sua attenzione sulla tenera amicizia – la vera casa dell’uomo, come suggerito dalla citazione di William Blake – che nasce tra i due pionieri protagonisti e che è il terreno fertile su cui si fonda la loro attività economica. Narra di un’America perduta che poggiava su un profondo senso di solidarietà umana oltre che, già allora, su qualche sotterfugio (Cookie e King-Lu rubano il latte al fattore interpretato da Toby Jones).

    La Reichardt, così facendo, mette in scena un’amicizia maschile che di virile non ha nulla. La sensibilità del rapporto tra i due protagonisti rimanda, al contrario, a un universo femminile (tipico della regista) che ricorda, per certi versi, la relazione tra John C. Reilly e Joaquin Phoenix ne I fratelli Sisters di Jacques Audiard, altra storia western su due “fratelli-sorelle”. First Cow, in tal senso, è un western moderno che abbatte gli stereotipi del genere, primo fra tutti il machismo degli eroi classici del filone, dal momento che propone una moderna coppia di amici inseparabili (l’inquadratura finale del film è emblematica) che rimanda quasi agli shakespeariani Rosencrantz e Guildenstern (e ai meravigliosi Gary Oldman e Tim Roth protagonisti del troppo dimenticato film di Tom Stoppard a loro dedicato). Non c’è nemmeno epicità nel “vecchio West” della Reichardt, solo il piacere di un cinema lieve, di ispirazione picaresca (in tal senso il film recente che più può assomigliargli è La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen), sensibilissimo – si pensi solo alle scene notturne in cui Cookie parla alla mucca: momenti di grandissimo cinema –, colmo di umana partecipazione al destino dei propri protagonisti, anche nei suoi sviluppi più tragici.

    Ciò che colpisce, però, sono anche il ritmo e lo stile con cui la Reichardt porta avanti la narrazione. Il film è lento, vive di silenzi e sospensioni e trascina lo spettatore in un mondo ormai scomparso, che è evocato con straordinario realismo e vividezza. Le atmosfere del film sono ovattate e la regista ambienta quasi tutta la pellicola in un sottobosco autunnale, umido, fungino, fuori dal tempo e dallo spazio, che stimola e coinvolge lo spettatore anche da un punto di vista tattile e olfattivo. Scena dopo scena si rimane avvinti dalla pellicola e dalla meraviglia delle sue immagini. La fotografia di Christopher Blauvelt, che opta per il formato “quadrato” 1,37:1 al fine di esaltare la forte componente pittorica dei fotogrammi, è semplicemente straordinaria, tutta sui toni del marrone e del verde. La sua ispirazione è, probabilmente, l’opera dei grandi paesaggisti americani della Hudson River School e del suo fondatore Thomas Cole. La Reichardt e Blauvelt, infatti, costringono gli spazi aperti dell’Oregon in un formato piccolo e quasi claustrofobico, esaltandone le luci fredde e la composta bellezza che ospita le gesta dei due (anti)eroi protagonisti e la regista adotta una messa in scena di grande classicità formale, componendo con estrema cura ogni inquadratura. Non stupisce, in tal senso, che il film sia dedicato a Peter Hutton (1944-2016), regista sperimentale noto per i suoi film muti dedicati al racconto di paesaggi urbani e non. 

    Un fotogramma dal film.

    Thomas Cole. North Mountain and Catskill Creek, 1838. Olio su tela. Yale University Art Gallery. 

    Charles Baker. River Landscape with Cattle, 1863. Olio su tela. Collezione privata. 

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