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  • SOPHIA LOREN – 5 FILM CHE HANNO CONSACRATO LA DIVA ITALIANA

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    Il 20 settembre del 1934, nasceva a Roma Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, meglio conosciuta come Sophia Loren. Una carriera di oltre settant’anni ha reso celebre l’attrice in tutto il mondo: vincitrice dei principali riconoscimenti nazionali e internazionali, icona di stile e interprete versatile, di Sophia Loren si potrebbe parlare e lungo. In occasione del suo compleanno, vogliamo omaggiare l’attrice romana con una selezione di film che hanno contribuito a consacrarla come diva del cinema.

    PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA (A. BLASETTI, 1954)

    Sophia Loren inizia a comparire sul grande schermo nel 1950. Quattro anni dopo, la sua carriera è già avviata, con film come Carosello Napoletano (Ettore Giannini), Miseria e Nobiltà (Mario Mattoli) e L’oro di Napoli (Vittorio De Sica). Nello stesso anno, Alessandro Blasetti la ingaggia per interpretare la ladra Lina Stroppiani nel film Peccato che sia una canaglia, tratto da un racconto di Alberto Moravia. Ed è in questa «spiritosa commedia di caratteri» che la Loren incontra quello che sarà, per decenni, il suo partner in crime: Marcello Mastroianni, allora già attore avviato. Seppur sia La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956) a consacrare la giovane attrice, con questa gradevole commedia inizia un sodalizio artistico fra i più longevi e amati dal pubblico.

    PANE, AMORE E… (D. RISI, 1955)

    Un altro sodalizio fruttuoso per la carriera di Sophia Loren è sicuramente quello con Vittorio De Sica, sia nei panni di attore che dietro la macchina da presa. Nel film Pane, amore e… di Dino Risi, terzo della nota tetralogia della commedia all’italiana, gli attori sono protagonisti di una delle scene più iconiche del cinema nazionale, ossia il ballo sulle note di Mambo Italiano. Una Loren sicura di sé, avvolta nell’intramontabile vestito rosso, ruba la scena con la classe della diva che sarebbe diventata di lì a poco.

    LA CIOCIARA (V. DE SICA, 1960)

    Nonostante la fama che aveva presto elevato Sophia Loren a icona del cinema italiano, la forte presenza dell’attrice nella commedia rischiava di sminuirne le capacità recitative. Certamente è con La ciociara che la diva dimostra di saper interpretare ruoli dalla forte carica drammatica: la giovane madre Cesira, in fuga con la figlia Rosetta dagli orrori della seconda guerra mondiale, è uno dei personaggi che più ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Il valore dell’interpretazione della Loren, spintasi oltre i suoi limiti, è stato ampiamente riconosciuto ed elogiato: nel 1961, la Giuria del Festival di Cannes le assegna il premio come miglior attrice, così come i David di Donatello; l’anno successivo, Sophia Loren ottiene il Premio Oscar come miglior interprete femminile, sei anni dopo l’ottenimento del medesimo riconoscimento da Anna Magnani con La rosa tatuata (Williams, 1955).

    IERI, OGGI, DOMANI (V. DE SICA, 1963)

    Ancora con Vittorio De Sica, ancora un Premio Oscar (questa volta assegnato al film, nel 1965). Con Ieri, oggi, domani si riconferma il sodalizio artistico della coppia Loren-Mastroianni. Il film, formato da tre episodi girati tra Napoli, Milano e Roma, è una delle commedie all’italiana più celebri, capolavoro senza tempo generato dalle penne di Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini. Tuttavia, è sicuramente l’ultimo episodio, intitolato Mara, che restituisce una delle scene cult del cinema italiano, ossia lo spogliarello di Sophia Loren sulle note di Abat-jour dinnanzi a un famelico Mastroianni che davanti alla sensualità dell’attrice inizia a ululare, sotto gli occhi divertiti dell’attrice.

    UNA GIORNATA PARTICOLARE (E. SCOLA, 1977)

    “Pure io tante volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla: ordina, di giorno e di notte. È da quando eravamo fidanzati che non ci facciamo più una risata insieme” 

    (Sophia Loren nei panni di Antonietta)

    L’ultimo film selezionato per l’omaggio a Sophia Loren è sicuramente una delle pellicole più straordinarie di Ettore Scola. Interamente girato negli interni di un’abitazione piccolo-borghese romana, Una giornata particolare è il dipinto di due individui soli, Antonietta e Gabriele, ancora una volta interpretati dal duo Loren-Mastroianni. Ma in questo straordinario lungometraggio, non ci sono le risate a unire i due protagonisti, bensì una grande capacità d’incorporare il dramma della solitudine e dell’emarginazione sociale nel periodo del fascismo. Costellato da momenti memorabili, ripresi dall’elegante mano di Scola, il film è, insieme a La ciociara, una delle interpretazioni drammatiche più impattanti regalateci da Sophia Loren.

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  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE PARTE 2 – UNA SERIE CHE RESTERÀ NEGLI ANNALI

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    L’abbiamo aspettata, e dopo l’uscita nelle sale delle prime tre puntate è arrivata finalmente al cinema la seconda parte della serie-evento Esterno Notte del cineasta Marco Bellocchio. 

    Presentata in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, la serie è stata suddivisa in due parti: la prima, accolta in maniera oltremodo positiva da critica e pubblico, è stata distribuita nelle sale italiane a partire dal 18 maggio, mentre le restanti tre puntate hanno fatto il loro debutto nei cinema nazionali il 9 giugno, sancendo l’indiscutibile coronazione di una serie capolavoro che resterà negli annali. 

    Se la visione della prima parte era stata ampiamente entusiasmante ma conscia di una incompletezza dovuta alla divisione, all’uscita nelle sale del prodotto finale non è possibile non osannare un prodotto tecnicamente perfetto e strutturalmente audace. Con l’approdo alla serialità contemporanea (o, se vogliamo, alla forma di un film lungo), Marco Bellocchio ribadisce anche entro i canoni di un diverso storytelling la sua vigorosa forza autoriale.

    LA STRUTTURA NARRATIVA

    Con la visione del prodotto completo, si ben comprende l’intento narrativo che soggiace a Esterno Notte. Sfruttando la narrazione estesa della serialità, Bellocchio percorre ricorsivamente gli eventi del Caso Moro, dal rapimento del Presidente democristiano al suo assassino e ritrovamento. La visione completa di tale sconvolgente evento viene fornita attraverso quattro punti di vista, ad ognuno dei quali viene dedicata una puntata: il potere politico, il potere clericale, la prospettiva dei brigatisti e infine della famiglia Moro, con particolare attenzione alla figura di Eleonora Moro, la moglie del Presidente democristiano. La prima e l’ultima puntata, in questo senso, fungono da cornice nella quale si aprono e si chiudono le vicende, come il sipario teatrale che si alza e infine cala sulla scena. Ciò che stupisce di questa scelta è la presenza minima del personaggio di Aldo Moro: nonostante egli sia il fulcro della narrazione intorno al quale gravitano le azioni dei comprimari, Bellocchio sceglie volutamente di esimersi dall’entrare nella mente del politico; i suoi pensieri e la sua presenza in scena si evincono solo in presenza di altri personaggi o testimoni

    GLI EPISODI FINALI

    La seconda parte di Esterno Notte conferma la necessità, da parte di Bellocchio, di restituire le vicende storiche entro un’interpretazione quanto più oggettiva, pur dovendo attraversare territori impervi. 

    La quarta puntata, ad esempio, si focalizza entro la prospettiva dei brigatisti e, in particolare, della terrorista Adriana Farada (una bravissima Daniela Marra), scissa fra i presunti ideali della rivoluzione e la vita privata. Entrando nell’intimità dei “cattivi”, Bellocchio indaga certezze, timori e false credenze di un gruppo di giovani disillusi dalla realtà di un paese in cui le gioie del boom economico parevano lontanissime. In questo senso, il regista non condanna né assolve le Brigate Rosse: alla violenza ed esaltazione del gruppo di terroristi si contrappongono una serie di momenti in cui si palesa la realtà di uno stato dilaniato dall’insicurezza delle vie cittadine, dalla povertà e dalla piaga della droga (sconvolgente è la scena in cui un giovane va in overdose a bordo di un tram e l’autista decide di non fermarsi, nonostante il dramma che si sta consumando a bordo del suo mezzo).

    Tale degradazione si consuma in seno a un sentimento di delusione che attraversa interamente la seconda parte di Esterno Notte. La disillusione si legge negli occhi di Eleonora Moro, interpretata da un’eccezionale Margherita Buy, la quale non solo è disillusa dall’immobilità della politica italiana nel rispondere alle richieste dei terroristi, ma anche dal marito Aldo. La quinta puntata inizia proprio con la confessione di Eleonora a un prete, asserendo quanto la vita con Moro sia divenuta insostenibile a causa della sua assenza, sia fisica che sentimentale. Anche nei momenti in cui la donna riceve le due lettere del marito, pare che ella sia alla ricerca di quell’emotività che nel presidente democristiano è stata soppressa, forse a causa dei segreti di stato ch’egli conserva nella sua interiorità.

    Il personaggio di Aldo Moro è sulla bocca di tutti, su tutte le prime pagine dei quotidiani, ma è allo stesso tempo uno sconosciuto: solo nell’ultima folgorante puntata è possibile scalfire la sua personalità nel momento del più forte atto d’accusa di Bellocchio verso il potere politico del tempo. Le parole di un capo di partito sono imbevute di amarezza, rancore e odio verso l’inadeguatezza di una classe politica troppo occupata a scavare nei fondali del lago della Duchessa, piuttosto che aprire un dialogo con le Brigate Rosse. 

    Con Esterno Notte, Marco Bellocchio schernisce la politica italiana fatta di ridicoli convenevoli, espressioni linguistiche tanto ermetiche quanto empie, tormenti e nervosismi, in un quadro strutturale che non lascia nessuno indenne. L’inettitudine di una classe politica si consuma entro le mura di un alto Palazzo e giace immobile come la montagna di banconote raccolte dal Vaticano per la liberazione di Moro e mai impiegate per il salvataggio del Presidente democristiano. In un vortice grottesco imbevuto sia di satira (verso il potere) che di pietà (rivolta a chi si ritrova in basso), il cineasta impegnato realizza una serie capace di coinvolgere lo spettatore e risvegliare le coscienze rispetto a un periodo storico così tanto travagliato.

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  • GIUSEPPE TORNATORE – TRE FILM DA (RI)SCOPRIRE

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    Il 27 maggio ricorre il compleanno del regista Giuseppe Tornatore, fra i cineasti più influenti del panorama italiano a partire dagli anni Ottanta. Dopo l’esordio con il thriller Il camorrista (1986), la filmografia dell’autore siculo si caratterizza per una costante sperimentazione di generi cinematografici, dal dramma alla commedia, dal mystery alle love story, senza dimenticare l’impegno come documentarista, che ha recentemente dato vita al suo ultimo film, Ennio (di cui abbiamo scritto la recensione).

    Correva l’anno 1956 quando Giuseppe, detto “Peppuccio”, nasce a Bagheria, centro poco distante dalla provincia di Palermo, città che sarà nido dell’autoeducazione al cinema del regista. Prima proiezionista presso il cinematografo di paese, poi il viaggio a Roma, stringendo tra le mani una sceneggiatura che sarà accolta dalla storica casa di produzione Titanus. Due anni dopo, il successo-insuccesso di Nuovo Cinema Paradiso: pellicola martoriata dal montaggio, rifiutata e screditata in patria, poi osannata da critica e pubblico dopo la vittoria dell’Oscar al miglior film straniero nel 1990. 

    Per celebrare i 66 anni di un regista poliedrico e, soprattutto, cinefilo, vogliamo proporre tre pellicole meno note della sua filmografia al fine di poter apprezzare ulteriormente lo stile e l’autorialità del cineasta siciliano. 

    Se invece volete recuperare la sua produzione puramente siciliana, vi rimandiamo a questo articolo

    STANNO TUTTI BENE

    Stanno Tutti Bene rappresenta il terzo lungometraggio del regista, realizzato successivamente al più noto e già citato Nuovo Cinema Paradiso (1988). Nonostante il successo derivato dalla vittoria agli Academy Awards, Tornatore vive in primis il dramma del rifiuto di un film a lui tanto caro, in quanto girato nella natìa isola. Dalle radici di tale sconforto, ben prima dell’inaspettato successo, il cineasta scrive una sceneggiatura tanto grottesca quanto amara, perfetta espressione di uno sguardo disilluso e abbattuto.

    Con un Marcello Mastroianni alla sua ultima interpretazione, Stanno Tutti Bene è un lungometraggio critico sulla perdita dei valori della famiglia e sulla nuova generazione di “figli” soli, colmi di sconforto e privi di obiettivi. Matteo Scuro (Mastroianni) è un anziano genitore il quale, stanco di non riuscire mai a riunire la sua progenie durante le vacanze estive, a fine stagione decide di imbracciare la valigia e un pacco di doni siculi per recarsi lui stesso a far visita ai propri figli sparsi per il Continente. 

    Tuttavia, il pellegrinaggio da una città all’altra si rivelerà colmo di amarezza, un percorso di progressiva disillusione verso un’Italia tutta sull’orlo di una mutazione irreversibile. «La nostra terra non è bella di per sé come dicono tutti, è bella perché le cose lontane sembrano migliori» asserisce lo stesso Matteo riferendosi alla sua Sicilia cristallizzata in un tempo distante, un ventre materno dal quale osservare il mondo senza subirne i contraccolpi. Il protagonista, prima del viaggio, ha sempre osservato il mondo attraverso i suoi grandi occhiali da vista che, in certi momenti, paiono come due lenti di una cinepresa che registra i cambiamenti e le illusioni di un uomo (troppo) legato alle tradizioni e agli antichi valori.

    Vincitore del Premio della Giuria Ecumenica a Cannes nel 1990, Stanno Tutti Bene è un film duro, difficile da assimilare in quanto tanto cupo quanto onesto rispetto all’Italia degli anni Novanta, in preda alle incertezze e a un’inquietudine generazionale

    UNA PURA FORMALITÀ

    Citazione: «Ricordare è come un po’ morire» 

    Presentato in concorso alla quarantasettesima edizione del Festival di Cannes, Una pura formalità (1994) rappresenta una profonda riflessione sulla natura tecnica ed espressiva delle immagini da parte di Giuseppe Tornatore. In una notte tempestosa, i gendarmi di avamposto individuano un uomo senza documenti (Gérard Depardieu) e con apparenti segni di amnesia. Portato nell’ufficio del commissario (Roman Polanski), questi inizierà un lungo percorso per scoprire la sua vera identità. Caratterizzato da una maniacale attenzione stilistica, Una pura formalità si configura come un puzzle film contaminato da elementi del genere noir contemporaneo: un prodotto che assorbe, dunque, lo spirito sperimentale del cinema degli anni Novanta (che avrebbe dato vita a grandi film quali Memento, Fight Club o Pulp Fiction). Tuttavia, la concentrazione sulla strutturazione del racconto non sovrasta la necessità di un rispecchiamento fra la storia e la cinematografia. Il rompicapo, architettato da un Tornatore sceneggiatore e montatore, si armonizza con uno studio sulle inquadrature dal gusto squisitamente espressionista e connotate da una costante monocromia, spezzata esclusivamente da alcuni oggetti color blu cobalto, i quali risulteranno centrali nella ricostruzione del passato del protagonista. Ambientato in uno spazio angusto (del tutto simile, in un certo senso, a una claustrofobica cabina di proiezione), Una pura formalità è un rebus sofisticato che mantiene lo spettatore letteralmente incollato allo schermo.

    LA SCONOSCIUTA

    Ispirato a un fatto di cronaca riguardante il racket della prostituzione di ragazze provenienti dall’Est Europa, La sconosciuta è un film del 2006 vincitore di cinque David di Donatello, fra i quali Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Attrice Protagonista. Irena (Ksenia Rappoport) è un’ex prostituta ucraina: giunta nella fittizia città veneta di Velarchi, la donna intende a tutti i costi cercare una posizione presso un elegante palazzo del centro. Per quale motivo? Qual è il vero passato di Irena e di cosa è alla ricerca? 

    Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma, il film è un lungometraggio connotato da una costante e percepibile tensione, acuita dalla colonna sonora composta da Ennio Morricone. Tale nervosismo viene espresso, soprattutto, dall’intensa e struggente performance dell’attrice Ksenia Rappoport, del cui volto enigmatico il regista ci dona una serie di scarni e intensi primi piani. Girato in una Trieste connotata da cromie fredde, il cineasta sperimenta una costruzione d’inquadrature volta a porre in risalto le alterità fra i personaggi e la loro appartenenza a milieu sociali differenti. Ma La sconosciuta è anche un film duro e feroce che non lascia sottintese le violenze perpetrate sulle ragazze che, come Irena, sono costrette a subire soprusi al fine di poter guadagnare abbastanza denaro per poter iniziare una nuova vita. Si tratta probabilmente del film più impegnato del regista dopo Il camorrista, realizzato vent’anni prima, e certamente risulta degno di una visione.

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  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE – MEMORIE DALLA STAGIONE DEL CINEMA POLITICO ITALIANO

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    Narrare il delitto del politico democristiano Aldo Moro è una questione tutt’altro che elementare: nel corso dei decenni, diversi registi hanno tentato di interpretare e restituire in forma cinematografica l’evento che cambiò irreversibilmente il panorama politico italiano. Nella storia della Settima Arte, il primo racconto dell’evento viene distribuito nelle sale otto anni dopo il delitto: è Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, lungometraggio che rievoca il rapimento dell’onorevole italiano, ripercorrendo i 55 giorni di prigionia sino al ritrovamento del cadavere il 9 maggio 1978. Nella memoria collettiva resta la magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté, già noto per la sua satirica restituzione di Aldo Moro nel film Todo Modo, diretto da Elio Petri nel 1976. Successivamente, nel 1991 viene prodotto L’anno del terrore di John Frankenheimer, seguito da Piazza dalle Cinque Lune (Martinelli, 2003) e da Se sarà luce sarà bellissimo (Grimaldi, 2004). 

    In questo panorama, il regista Marco Bellocchio rappresenta un unicum, in quanto autore di ben due pellicole cinematografiche che intendono interpretare la tragica vicenda riguardante Aldo Moro. Nel 2003, infatti, scrive e dirige Buongiorno, notte, con Roberto Herlitzka nei panni del politico democristiano; e durante la prima giornata della 75ma edizione del Festival di Cannes, il regista presenta in concorso Esterno Notte, serie in sei puntate volta a proporre una nuova narrazione di quanto accaduto nella primavera del 1978. Proiettato interamente presso la rassegna cinematografica francese, le prime tre puntate (o parti, come dovrebbero essere definite) sono uscite mercoledì 18 maggio in Italia; le restanti verranno distribuite il 9 giugno. 

    UN PROGETTO AMBIZIOSO

    1978: l’Italia è dilaniata dalle rappresaglie di gruppi estremisti, stragi e omicidi; in questi tumulti, le Brigate Rosse sono un’organizzazione terroristica di estrema sinistra che rivendica, attraverso la violenza, le istanze della rivoluzione comunista. Nel marzo del medesimo anno, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, al fine di salvaguardare l’integrità del Paese chiede a gran voce di stringere un’alleanza politica con il Partito Comunista Italiano (PCI); nonostante l’accordo, i risentimenti interni alla maggioranza della DC non sono favorevoli a includere i comunisti nella dirigenza del paese. Ma la mattina del 16 marzo 1978, il presidente democristiano subisce un’imboscata: le Brigate Rosse massacrano la sua scorta ed egli viene rapito; la politica immediatamente reagisce per poter salvare il politico italiano, ma non senza qualche indugio…

    La portata di questi eventi di natura geopolitica, adombrati da segreti statali e circostanze avvolte nel silenzio, è materia di difficile trattazione. Le diverse interpretazioni del caso Moro sono, in questo senso, sintomo di una necessità di rispondere a quesiti rimasti irrisolti dal 1978 a oggi. In questo senso, il progetto di Marco Bellocchio risulta essere vincente in quanto incarnazione di un’istanza volta a scoperchiare questo evento rimosso, impiegando la propria autorialità di cineasta come marchio di fabbrica per un’operazione riuscita. 

    Bellocchio esordisce nel 1965 con I pugni in tasca, folgorante opera prima che anticipa il risentimento della generazione dei “figli” in opposizione con quella dei “padri” culminata nel celebre Sessantotto. L’impiego della propria presenza nella stagione del cinema civile italiano risulta essere già un lasciapassare per tessere il racconto del caso Moro. Ma questa autorialità forte non solo contamina la narrazione propriamente cinematografica con quella seriale, ma risulta essere, inoltre, del tutto cosciente dei nuovi stilemi del racconto proposti dai registi del panorama italiano. Certo è complicato proporre un giudizio in merito a una serie televisiva uscita per metà nelle sale: tuttavia, le premesse sono oltremodo positive e Bellocchio si riconferma, dopo le esperienze de Il Traditore (2019) e Marx può aspettare (2021), un narratore che riesce a far convergere la propria autorialità decennale nelle correnti narrative contemporanee. 

    ESTERNO NOTTE: PARTE PRIMA

    Nelle prime tre puntate, Marco Bellocchio si focalizza su tre momenti fondamentali: il rapimento di Moro (prima puntata), le reazioni della politica italiana (seconda) e del Vaticano (terza). In questi 168 minuti, il regista sceglie di evitare la messinscena del luogo entro cui si ritrova detenuto il presidente della DC (a parte in due inquadrature di natura onirica), mostrando, invece, in una chiave non priva di satira, ciò che accade all’interno di due Palazzi: quello della Politica e quello della Chiesa.

    Ciò che desta stupore, alla prima visione dell’opera, è sicuramente il cast corale riunito per dar vita ai fatti avvenuti fra marzo e aprile dell’anno 1978. In primis, un folgorante Fabrizio Gifuni incarna un Moro onesto e curato nei minimi dettagli, in una prova attoriale degna di plauso. Certo non è possibile evitare il confronto con la memorabile interpretazione di Gian Maria Volonté: Bellocchio ne è consapevole quando, nel momento in cui Moro si appressa a consumare la cena, si annuncia alla radio l’inizio delle riprese di Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, con Volonté nei panni di Carlo Levi. Tuttavia, la professionalità di Gifuni non sfigura, né passa inosservata: anzi, non è eccessivo asserire che l’attore possa concorrere al premio come migliore interprete maschile a Cannes. Ma anche il restante cast non si esula da sinceri elogi: Fausto Russo Alesi ci regala un’interpretazione graffiante di Francesco Cossiga, mostrando luci e ombre di un politico influenzato dalle proprie debolezze al pari del Giulio Andreotti di Fabrizio Contri. Toni Servillo incarna un sincero Paolo VI, in un’interpretazione che in questa prima parte conferma, nuovamente, la sua avvalorata professionalità; il medesimo giudizio è riservato a una Margherita Buy in forma, nei panni di Eleonora Moro. 

    A dirigere il comparto attoriale vi sono una regia matura, tale è quella di Bellocchio, nonché una sceneggiatura attenta a compensare l’aderenza alla Storia con la necessità di restituire anche una dimensione intima dei protagonisti: se da un lato le manifestazioni per le strade di Roma sono fedeli al clima dell’epoca, dall’altro il cineasta non indugia nel mettere in scena dettagli sulla vita privata di Aldo Moro, le conversazioni sui match calcistici pronunciati dalla scorta del politico, i particolari delle abitazioni degli Onorevoli; anche un semplice annuncio alla radio concernente “un ennesimo avvistamento di UFO” (al tempo comuni, dopo l’uscita di Incontri ravvicinati del terzo tipo) denota una chiara esigenza di dipingere nei minimi particolari l’affresco dell’Italia di allora.

    Certamente, riproporre una storia già narrata sia dal cinema che dalla televisione concerne il rischio di ripetizione di un medesimo storytelling. Nel caso di Esterno Notte, è difficile asserire se ciò si verifichi o meno, in virtù della visione delle sole prime tre puntate. Tuttavia, si può affermare che l’operazione del regista risulta essere tutt’altro che una semplice rielaborazione dei fatti del 1978. È uno storytelling conscio dei mutamenti nei canoni della narrazione e motivato dalla forte necessità di argomentare le vicende fruendo di un punto di vista non privo di criticità verso alle assurde azioni intraprese dalla politica e dal clero al fine di salvare Aldo Moro. Certamente, ciò è dovuto non solo alla chiara posizione politica di Bellocchio, ma anche ai “prestiti” dovuti ai prodotti cinematografici che hanno aspramente criticato la politica italiana degli anni Settanta: basti pensare al già nominato Todo Modo o al più recente Il divo di Paolo Sorrentino (2008). 

    Sicuramente, con l’uscita di questa prima parte Marco Bellocchio ha catturato l’attenzione del pubblico in merito a una storia italiana ancora adombrata da controversie di natura politica: sicuramente occorre attendere il 9 giugno per comprendere se le premesse presenti nella prima parte verranno confermate anche nella seconda.

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