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  • L’AMICA GENIALE – LA SERIE ITALIANA CHE DOVRESTE VEDERE

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    Superata la settimana di Sanremo, la programmazione RAI riprende col botto: infatti, oggi saranno trasmesse, dopo essere state rilasciate su Rai Play due giorni fa, le prime due puntate della nuova stagione de L’amica geniale, serie tratta dal ciclo di romanzi della misteriosa autrice Elena Ferrante

    I romanzi, ambientati in un ampio lasso di tempo che copre sei decenni (dai primi anni ‘50 al 2010) raccontano le vite di due amiche, Lenù (Elena) e Lila (Raffaella), napoletane di nascita. Le loro traiettorie di vita divergono totalmente già a partire dalla prima adolescenza, nel momento in cui a Lenù viene concesso di continuare a studiare e Lila deve, invece, iniziare a rendersi utile nell’attività di famiglia, sprecando una straordinaria intelligenza. Lenù ripercorre la storia del suo rapporto conflittuale con la figura quasi mitica di Lila, e le loro vite parallele, in un afflato epico degno dei migliori drammi generazionali

    I romanzi hanno avuto un successo immenso, non solo in Italia ma a livello globale, con 10 milioni di copie vendute in 40 paesi. Ad oggi i quattro romanzi delle Neapolitan Novels (così sono chiamati all’estero) sono i lavori più famosi di Ferrante, e hanno contribuito a dare più visibilità anche ai precedenti libri dell’autrice, la quale pubblica sotto pseudonimo dal 1992, anno di uscita del suo romanzo d’esordio L’amore molesto. Esistono, soprattutto nelle università anglofone, interi corsi dedicati allo studio dei suoi scritti. 

    Parte di questo amore all’estero viene probabilmente da diversi elementi che rendono la lettura de L’amica geniale particolarmente utile per conoscere e capire l’Italia: la serie intreccia sapientemente le vicende delle sue protagoniste a quelle del nostro paese, raccontandoci attraverso gli occhi di entrambe eventi fondamentali come i moti comunisti e femministi e gli anni di piombo. Oltre a ciò, è uno spaccato vivido, allo stesso tempo splendente e crudele, di Napoli e del rione in cui si svolge buona parte della serie, dipinto come immobile nel trascorrere degli anni, sottoposto alle leggi violente di una società ancora fortemente patriarcale e attraversato da una piaga che, col procedere dei romanzi, diventa sempre più pervasiva: la mafia. Altre città italiane vengono inoltre descritte nel trascorrere dei decenni, diversi ambienti culturali come quello della Normale di Pisa degli anni ‘60, o della Firenze colta degli anni ‘70, luoghi in cui Lenù si rifugia per scappare dal primitivismo della sua infanzia. Tuttavia, il richiamo del rione rimane sempre più forte, e Lenù si trova sempre a tornare ad esso… e a Lila.

    Ai macro temi del tempo e dello spazio, Ferrante aggiunge altri micro temi: la letteratura e l’istruzione, visti come unici mezzi per scappare dal rione; i diversi tipi di intelligenza, rappresentati da Lenù, pratica di letteratura, e Lila, iper critica di una realtà corrotta. Ma soprattutto, ciò che interessa all’autrice è la donna, in tutte le sue diverse condizioni: la donna nell’ambiente accademico e le sue difficoltà nell’affermarsi a fianco dei colleghi maschi; la donna vittima di violenza; la donna incapace di provare piacere nella vita domestica; la donna impegnata nella lotta per i propri diritti; la donna stuprata, la donna vittima di calunnie, la donna rovinata da uno scandalo. Nel rione, l’affermazione del sé è difficile, e quasi tutti i personaggi maschili si fanno più o meno consciamente prosecutori di un sistema che vuole la donna moglie perfetta, madre perfetta e vittima perfetta. 

    I libri della Ferrante hanno attirato l’attenzione di diversi registi, anche stranieri. È il caso di Maggie Gyllenhaal, che ha adattato per il suo debutto alla regia La figlia oscura. Ad oggi sembra che Netflix abbia in programma una serie basata su La vita bugiarda degli adulti, e prima dell’allontanamento dal progetto da parte della protagonista, Natalie Portman, era in programma un adattamento de I giorni dell’abbandono.

    Curiosamente, visto il team prevalentemente italiano che lavora alle sue spalle (attori, registi e sceneggiatori tutti italiani), anche L’amica geniale è un progetto che nasce dall’estero. Infatti la serie è stata creata non solo per la RAI e il servizio di streaming TIMvision (il quale si è ritirato dopo la prima stagione dall’accordo), ma anche per il network HBO. Sì, proprio quello di Game of Thrones.

    Alla regia delle prime due stagioni, che adattavano la prima metà della quadrilogia di romanzi, c’è stato Saverio Costanzo, regista de La solitudine dei numeri primi e della serie In treatment, con una piccola “intromissione” di Alice Rohrwacher per due episodi della seconda stagione (a mio umile giudizio, due dei migliori). 

    Il cast è composto principalmente da attori alle prime armi o non particolarmente conosciuti, con tantissimi giovani interpreti napoletani al primo ruolo per dare vita al variegato gruppo di amici che circonda Lila e Lenù (solo alcuni nomi degni di nota: Giovanni Amura, Francesco Serpico, Eduardo Scarpetta, Giovanni Buselli e Rosaria Langellotto). Nella parte delle due protagoniste, due giovani che sono diventate note: Margherita Mazzucco (Lenù) e Gaia Girace (Lila), da molti considerata la vera rivelazione dello show. Per le prime due puntate della serie, le due sono state interpretate dalle attrici bambine Elisa Del Genio e Ludovica Nasti rispettivamente. Il lavoro di casting si è dimostrato egregio, in quanto le somiglianze con le loro controparti adolescenti è davvero impressionante. Lo stesso discorso, ad ogni modo, vale per ogni membro dell’immenso cast, ricco di personaggi che sembrano balzare direttamente fuori dalle pagine della Ferrante.

    La fedeltà ai romanzi è uno degli innumerevoli elementi che rende questa serie un prodotto decisamente valido, se non eccellente: se gli eventi raccontati dall’autrice funzionano su carta, funzionano ugualmente riproposti sul piccolo schermo. 

    La penna della Ferrante non fa sconti a nessuno e non si spaventa nel parlare di temi controversi come il mancato rapporto affettivo tra madre e figlia, la forza schiacciante della famiglia e della sua eredità, l’assenza di piacere nel sesso, l’abuso. Soprattutto, la Ferrante non ha paura nel rovesciare le nostre aspettative e nel descriverci i lati più oscuri di personaggi, su cui potremmo cambiare radicalmente idea nel passaggio da un volume all’altro. La stessa Lenù, la voce narrante che seguiamo per tutti e quattro i libri, è un personaggio moralmente ambiguo, che fa spesso scelte con cui i lettori potrebbero trovarsi in totale disaccordo.

    L’amica geniale si è dimostrata, sin dalla primissima puntata, non impaurita all’idea di mostrare ciò che c’è di più violento e “sconveniente” nel testo dell’autrice, con una scena che mostra la defenestrazione della piccola Lila ad opera di suo padre, durante una lite. La crudezza di elementi presenti nei romanzi risulta ancora più intensa in forma visiva che non scritta, tanto che in RAI una scena particolarmente forte è stata prontamente censurata (è stata invece trasmessa in chiaro sulla HBO: evidentemente dopo Game of Thrones nessuno si sorprende più di nulla).

    Rispetto ai romanzi di Ferrante, scritti in una prosa principalmente italiana, riflettendo l’educazione di Lenù, la serie vira invece maggiormente sull’uso del dialetto napoletano (con sottotitoli). Questa scelta permette non solo di entrare di più nella storia e nell’atmosfera generale, ma anche di sviluppare uno dei temi principali della serie: la disparità nell’istruzione. Solitamente, i personaggi che fanno maggior uso del dialetto sono anche i meno istruiti. Il napoletano si usa in contesti informali, familiari, e ha una forza corrosiva adatta alle realtà più scomode della vita; l’italiano è riservato a situazioni istituzionali, alla scuola, alle conversazioni dotte (ma sterili). Con questo piccolo accorgimento L’amica geniale fotografa la situazione di un’Italia all’alba di una rivoluzione culturale, ma in cui la maggioranza della popolazione è ancora troppo incolta per comprenderla.

    Altrettanto degna di nota la ricostruzione della Napoli degli anni ‘60, dove sono ambientate le prime due stagioni. Il rione è stato ricreato a Caserta, in un set di sette ettari (compresi teatri di posa). Molti degli oggetti di scena sono inoltre d’epoca. Ulteriore dettaglio che rivela la cura della messa in scena: la sigla della seconda e della terza stagione è stata realizzata con una cinepresa Super 8, prodotto della Kodak datato 1965 usato principalmente da operatori dilettanti. 

    Manca l’idealizzazione che spesso si mette in atto in queste storie d’epoca: le case delle protagoniste sono sporche e malandate, il rione grigio. Le uniche puntate che sfruttano la bellezza di Napoli sono quelle ambientate lontano dal quartiere principale, come ad esempio gli episodi di Ischia. 

    Degna di nota anche la colonna sonora, composta da un nome decisamente poco italiano: Max Richter, autore delle musiche di La chiave di Sara e Ad Astra. La colonna sonora di Richter contiene sia brani originali sia suoi pezzi precedentemente composti (uno dei più famosi è il remix di Primavera di Vivaldi). Si aggiungono inoltre canzoni italiane dell’epoca, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera dell’Italia che fu. Piccola avvertenza: probabilmente avrete Vivere ancora di Gino Paoli in testa per diverso tempo.

    La seconda stagione della serie, Storia del nuovo cognome, è andata in onda all’incirca due anni fa, e la produzione è entrata in un lungo hiatus a causa della pandemia tuttora in corso. 

    Questo lungo tempo d’attesa si è accompagnato ad alcuni cambiamenti che certamente alzeranno l’asticella delle aspettative per molti fan. In primis, da questa terza stagione, Storia di chi fugge e di chi resta, avremo un cambio alla regia: Saverio Costanzo, pur rimanendo alla sceneggiatura, ha passato lo scettro a Daniele Luchetti, regista di Mio fratello è figlio unico e Lacci, alla sua prima regia televisiva. Sono rimasti, invece, gli interpreti delle prime due stagioni, nonostante inizialmente si fosse pensato a un recasting, dal momento che nel terzo libro i personaggi dovrebbero arrivare più o meno ai 30 anni. Vedremo col trascorrere delle puntate se la scelta di vedere crescere gli interpreti su schermo si rivelerà vincente, o se non sarà possibile nascondere la loro giovinezza (il cast è molto variegato in termini di età, ma solo per fare un esempio emblematico: al momento Margherita Mazzucco ha 19 anni, Gaia Girace 18). 

    Vedremo se queste scelte pagheranno. Per ora, i commenti online a seguito dell’anteprima su Rai Play sono molto positivi. Si spera che anche il resto della stagione non deluda, riconfermando questa serie come la più… Geniale presente sul palinsesto RAI. 

    Lascia un po’ l’amaro in bocca, comunque, pensare che quello che è probabilmente il prodotto italiano migliore del momento non sia totalmente italiano. Forse ci conviene semplicemente goderci lo show, alzare le spalle e ringraziare L’amica geniale alla Stanis La Rochelle: “Thank you for being so not Italian”.

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  • RECENSIONE CARO EVAN HANSEN – UN FILM MANIPOLATORIO

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    “Caro Evan Hansen” è l’ultimo film del regista, sceneggiatore e scrittore Stephen Chbosky, basato sul musical di Broadway omonimo, con musiche di Benj Pasek e Justin Paul (autori delle musiche di “La La Land” e “The Greatest Showman”) e libretto di Steven Levenson.

    Al centro della storia c’è Evan Hansen (Ben Platt, primo interprete del personaggio a Broadway), un adolescente all’ultimo anno di liceo che soffre di ansia e depressione. Su richiesta del proprio psicologo il ragazzo scrive quotidianamente delle lettere a sé stesso, con l’intestazione “Caro Evan Hansen”. Una di queste lettere cade inavvertitamente nelle mani di Connor Murphy, il ragazzo “problematico” della scuola. Successivamente Connor si toglierà la vita, e la lettera di Evan verrà trovata nel suo cappotto. I suoi genitori, credendo che sia il biglietto di addio del figlio, si convincono che Connor ed Evan fossero amici. Evan, spaventato all’idea di deluderli, asseconda le fantasie loro e della loro secondogenita, Zoe, per cui ha una cotta. Presto però la situazione evolverà in qualcosa di più grande di lui.

    In America, il film è stato accolto da critiche estremamente negative e una serie di controversie. Ad esempio Ben Platt, ora decisamente troppo vecchio per la parte (ha 27 anni), è stato accusato di nepotismo essendo il figlio di uno dei produttori. In Italia il film è stato distribuito dal 2 dicembre con la colonna sonora adattata e ridoppiata, dopo essere stato mostrato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, in coproduzione con Alice nella città. 

    Da un punto di vista meramente registico, il film di Chbosky non presenta grandi sprazzi creativi: la camera è per lo più frontale, i personaggi centrati, con un approccio realistico. Grandi vittime di questo modus operandi sono i numeri musicali, quasi tutti eseguiti in uno stile dimesso che vede l’esecutore cantare in solitaria, oppure rivolgersi in forma di canzone ad altri personaggi che ascoltano in silenzio. Se a teatro questa soluzione funziona perché è già implicito nel mezzo un certo margine di sospensione dell’incredulità, al cinema è fondamentale catalogare sin da subito i numeri musicali come diegetici (interni al mondo narrativo) o extradiegetici (esterni al mondo narrativo). Questo perché i musical in sé si basano su un “assurdo”, ovvero che i personaggi si esprimano attraverso delle canzoni, un assurdo che nel cinema è più difficile accettare e va quindi giustificato. Essendo il film ambientato in un mondo che ci viene sin da subito mostrato come simile al nostro, e venendo a mancare indicazioni che distinguano i numeri come più o meno extradiegetici (la loro regia è uguale a quella del film nel suo complesso), l’istanza “assurda” del musical viene a cozzare con l’istanza naturalistica che si cerca di portare avanti. 

    L’unico numero con una certa creatività è “Sincerely me”, durante il quale Evan e il suo compagno Jared scrivono delle finte mail per convincere i genitori di Connor della genuinità del loro rapporto. Il numero è immediatamente catalogabile come extradiegetico, visto che Connor è presente dopo la sua morte, e mostra scenari inesistenti. Inoltre sfrutta il mezzo filmico per fare ciò che a teatro non si può fare: dare dinamicità alla scena con la macchina da presa. Peccato che, per quanto questo numero risulti decisamente più intrattenente rispetto agli altri, spicchi e stoni a livello tonale, essendo l’unica occasione di leggerezza all’interno di “Caro Evan Hansen”. 

    Infatti un altro punto a sfavore di questa impostazione così calata nella realtà è la pesantezza del film: le canzoni sono tutte quante concentrate sui sentimenti dei personaggi, raramente portano avanti la trama, e non sempre le interpretazioni degli attori bastano a sopperire alla messa in scena statica e ripetitiva. 

    Di certo l’aspetto più positivo di “Caro Evan Hansen” sono gli attori. In particolar modo, tutti i membri della famiglia Murphy spiccano per le ottime interpretazioni: Colton Ryan (Connor) appare poco ma trasmette l’idea di un ragazzo che nasconde in sé una profondità inesplorata; Amy Adams (sua madre Cynthia), Kaitlyn Denver (Zoe), e Danny Pino (il suo patrigno) creano personaggi pieni di personalità, ognuno rappresentante una faccia diversa del lutto. Julianne Moore, nella parte della madre di Evan, Heidi, pur essendo poco presente riesce a tratteggiare un personaggio accorato, quasi eroico nella sua “banalità” di genitore single. Nik Dodani interpreta Jared, l’unica spalla comica. Il suo potenziale non viene sfruttato fino in fondo, visto che “scompare” appena esaurisce la sua funzione narrativa, e gran parte delle sue battute si limita a commentare su quanto sembri che Connor ed Evan abbiano avuto una relazione. Amandla Stenberg partecipa nel ruolo di Alana, una studentessa molto attiva in campo sociale, che per il film ha un solo tutto suo, “The Anonymous Ones”.

    La grande eccezione, che purtroppo trascina tutto il film in basso, è proprio il protagonista. Ben Platt interpreta Evan in una maniera che sarebbe adatta a teatro, con gesti e movimenti degli occhi e del viso gigioneschi per essere visti anche dall’ultima fila. Oltre a ciò, i “trucchi” che si sono adottati per farlo sembrare più giovane ottengono l’effetto opposto: l’acconciatura scelta, il viso spalmato di crema e la schiena costantemente ingobbita lo fanno spiccare in mezzo a un cast di attori passabili per studenti del liceo, creando, in abbinamento coi suoi innumerevoli tick, un effetto a tratti inquietante.

    In generale, il personaggio di Evan è il più grande problema del film. Infatti, il difetto più grande di “Caro Evan Hansen” è che cerca di estorcere una risposta emotiva allo spettatore, manipolandolo nel tentativo di fargli provare simpatia verso il protagonista. 

    A conti fatti, Evan è una persona orribile: mente per mesi a una famiglia in lutto arrivando perfino ad inserirsi al suo interno; fabbrica prove di un’amicizia inesistente dando voce a un ragazzo morto che neppure conosceva; approfitta di un forte momento di instabilità emotiva per “sedurre” Zoe (che, intuiamo dalla canzone “If I Could Tell Her”, stava spiando da mesi); non apprezza la madre e i sacrifici che sta facendo per crescerlo da sola, e anzi prova risentimento nei suoi riguardi. Nonostante ciò, sembra che lo spettatore debba provare simpatia per questo personaggio, e giustificare ogni suo errore per via della sua malattia. Il suo malessere psicologico può essere una motivazione, ma non può certo essere strumentalizzato per assolverlo di tutte le sue azioni nocive. 

    Ultimo punto a sfavore di questo film: tratta argomenti molto sensibili in maniera semplicistica e a tratti dannosa. 

    Sappiamo sin dall’inizio che Evan soffre di depressione ed ansia e sappiamo che va da uno psicologo ed assume pillole. Non vedremo mai il personaggio parlare con suddetto psicologo, né, dopo la parte iniziale, lo vedremo più assumere medicinali, implicando forse che abbia smesso di prenderli in toto, una pratica pericolosa dal momento che potrebbe portare a crisi di astinenza. In una scena del film, inoltre, Evan stesso si lamenta di dover sottostare a questo trattamento (fortunatamente viene ripreso e rimproverato subito dalla madre). Implicitamente, si toglie importanza a due prassi che sono fondamentali nella terapia per le malattie mentali, e che troppo spesso sono demonizzate all’interno dei media. 

    Una simile rappresentazione in un film che si autopubblicizza come adatto ad aprire una conversazione e a rendere consapevoli, rivolto a un pubblico composto principalmente da adolescenti, potrebbe ottenere l’effetto contrario, cioè alimentare le miscredenze già esistenti sulla malattia mentale e sul processo terapeutico. 

    Anche la maniera in cui si parla di suicidio è decisamente inadeguata. Questo non solo perché viene mostrato su schermo il tentato suicidio di un personaggio, ma anche per il trattamento riservato al personaggio di Connor. Infatti l’immagine che sia i media sia i genitori del ragazzo recepiscono, dopo la sua morte, è quella creata ad hoc da Evan, non quella reale. In questa maniera il ragazzo viene ridotto a una bugia, una bugia che alla fine viene definita da uno dei protagonisti “necessaria” e non viene mai questionata: l’importante, sembra dirci il film, è che qualcosa di lui sia rimasto, non importa se sia veritiero o meno.

    Un appunto legato all’edizione italiana: nonostante il talento dei doppiatori, l’adattamento opta per una traduzione quasi letterale che purtroppo a volte presenta sillabe in più nei versi delle canzoni e un labiale non sempre in sincrono, un problema che può distrarre durante la visione.

    In conclusione, “Caro Evan Hansen” è un prodotto tra il mediocre e l’attivamente dannoso, con una buona colonna sonora ma una storia fintamente edificante, un protagonista per cui è difficile fare il tifo e una regia piatta e realistica che non si adatta al mezzo di riferimento. Peccato, perché avrebbe potuto essere un ottimo thriller. 

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  • RECENSIONE IL POTERE DEL CANE – DECOSTRUZIONE E SOVVERSIONE

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    È uscito da pochi giorni, in alcuni cinema selezionati, il nuovo film firmato da Jane CampionIl potere del cane, la prima opera della regista neozelandese dal 2009, anno in cui uscì Bright Star. Il film, tratto da un romanzo di Thomas Savage e il cui nome deriva da un salmo biblico, è stato presentato in anteprima alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato premiato con il Leone d’Argento per la regia. Il film verrà distribuito su Netflix dal primo dicembre.

    L’azione si svolge nel 1925, in Montana. I due fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) si occupano del ranch di famiglia. Il primo, uomo rude, crudele ma anche molto intelligente, bada agli aspetti più pratici, mentre il secondo si dedica all’organizzazione ed è succube degli attacchi del fratello. Gli equilibri tra i due vengono sconvolti quando George si sposa con Rose Gordon (Kirsten Dunst), una vedova che viene a vivere nel ranch, raggiunta poi dal figlio Peter (Kodi Smit-McPhee). Phil cerca in tutti i modi di infastidire la donna, finché non iniziano ad emergere segreti e tensioni.

    Due parole possono essere usate per descrivere questo film: decostruzione e sovversione

    La decostruzione messa in atto dalla Campion, sulla scia dei western revisionisti di fine anni 60, è già evidente nelle sue scelte extra diegetiche. Infatti, pur essendo il western “un’espressione della coscienza nazionale americana” (per citare Horizons West di Jim Kitses) il film è stato girato in Nuova Zelanda, non in America. Inoltre, esso ha al proprio centro un attore inglese (Cumberbatch) che pure si fa portatore dei caratteri fisici e comportamentali che troviamo nei cowboy di John Ford.

    Il modello comportamentale di Phil è decisamente anacronistico. Durante il film, infatti, vediamo una ferrovia, simbolo in antecedenti illustri come C’era una volta il West di progresso. Il “Selvaggio West”, ormai, è morto. Phil vive in un eterno passato che si manifesta soprattutto attraverso continui riferimenti a Bronco Henry, un vecchio cowboy che gli ha fatto da mentore e la cui figura si concretizza solo attraverso la presenza della sua vecchia sella, tenuta come una reliquia. 

    Il mondo di Phil e dei suoi compagni è brutale e animalesco, come reso evidente da alcune scene particolarmente cruente (prima su tutte quella della castrazione dei tori, eseguita dal protagonista a mani nude). È un mondo brullo, rappresentato attraverso riprese ambientali spettacolari in cui la figura umana è inglobata e schiacciata dalla natura. 

    Il paragone con I segreti di Brokeback Mountain è stato fatto sia da critica che da pubblico: gli spazi immensi, le mandrie al pascolo e le riprese panoramiche sono una costante dei due lungometraggi. Ma dove i colori nella pellicola di Ang Lee erano vibranti e accesi, ne Il potere del cane dominano i marroni, i gialli e le tonalità spente, dando all’intero film una gradazione molto più fredda. 

    In un mondo di uomini, le vittime sono le donne, che per la prima volta in un film della Campion passano in secondo piano, con l’eccezione di Rose. Uno dei temi principali della pellicola è proprio quello del suo isolamento. L’effetto di oppressione che prova è espresso abilmente non solo dall’interpretazione della Dunst, ma anche dalla regia, che la riprende spesso dall’alto e inquadra invece il cognato dal basso. Alla riuscita di queste scene contribuisce anche il lavoro sul sonoro. Nelle scene di silenzio, infatti, ricorrono suoni che segnano la sua persecuzione: il rumore dei passi di Phil, il suo fischiettare, lo sbattere delle porte di casa… La colonna sonora, invece, composta da Jonny Greenwood, contiene principalmente pezzi per strumenti a corda e\o pianoforte, utili ad incarnare lo scontro silenzioso che si tiene tra il protagonista e la donna (nel film i due suonano rispettivamente un banjo e un piano a coda). In aggiunta, i brani che compongono la score servono a dare il tono a scene all’apparenza “innocenti” che rivelano però una tensione sotterranea.

    La seconda costante attorno a cui verte questa pellicola è la sovversione delle aspettative del pubblico. I personaggi che ci vengono presentati sembrano già destinati a ricadere in un determinato stereotipo e a seguire un percorso predestinato, ma il film ci toglie il tappeto da sotto i piedi diverse volte. Di certo il personaggio più “inaspettato” è quello dell’efebico Peter, una figura totalmente altra rispetto agli uomini nel ranch già solo nell’aspetto fisico. Tuttavia, col procedere della pellicola, egli diventa il simbolo di un nuovo mondo che viene a spazzar via il vecchio, della scienza che si scontra con la natura (rappresentata da Phil).

    Anche la scelta di Cumberbatch nel ruolo del protagonista è interessante perché ribalta completamente le aspettative del pubblico abituato a vederlo recitare in ruoli di ben altro tenore. Infatti Phil è un personaggio sì carismatico ed apprezzabile nel suo know how, ma è anche manipolatore, non curato, l’emblema della mascolinità tossica. Si crea così uno scarto che, accompagnato a scene che ce lo mostrano in momenti di vulnerabilità e alle informazioni che emergono sul suo passato, ci spingono sia ad essere critici nei suoi confronti sia a provare una certa empatia. In alcune occasioni l’atteggiamento di Cumberbatch e la sua fisicità non risultano del tutto convincenti nel ruolo del ranchero crudele. Questa interpretazione risulta nonostante tutto appropriata visto e considerato che, a modo suo, lo stesso Phil si è autoimposto un ruolo. 

    Durante il corso della vicenda riceviamo pennellate dei personaggi che alla fine riescono a darci un quadro completo della storia a cui abbiamo assistito. Quindi, il pregio maggiore della pellicola è lo svelarsi del mistero che vi è alla base: al pubblico vengono dati tutti i pezzi per decifrare il puzzle delle motivazioni dei protagonisti. Questo, inizialmente, può provocare confusione, ma la vicenda si ricompone alla fine in maniera soddisfacente e rende molto più chiare diverse sequenze. Una seconda visione è comunque consigliata per apprezzare a pieno la cura con cui è stata costruita la storia e i “semi” lasciati dalla regista.

    Questa impostazione tuttavia relega in secondo piano alcune figure fondamentali della storia. Ciò anche a causa dello spostamento di focus che avviene durante tutto il film: se all’inizio ci si concentra su Phil e George, fratelli diversi, intorno alla metà abbiamo la guerra fredda tra Phil e Rose, per poi arrivare alla fine all’incontro\scontro tra Phil e Peter. Phil guadagna in profondità, essendo sempre al centro di questi rapporti, ma gli altri personaggi vengono a tratti dimenticati e lasciati sullo sfondo. Quello che più soffre di questo trattamento è George, che certo non beneficia dell’interpretazione di Plemons che pur essendo buona è la più debole del cast principale. 

    Altra debolezza del film è il fatto che la concentrazione parossistica sul protagonista negativo e la presenza di scene ricche di silenzi e pause possano rendere l’esperienza di visione gravosa. Inoltre la divisione in 5 capitoli, che corrisponde pressappoco a quella del libro di Savage, risulta abbastanza superflua nel passaggio dalla carta al grande schermo.

    Nonostante ciò, Il potere del cane è un’opera ricca di spunti tematici, con interpretazioni per lo più forti, una regia immacolata e una sceneggiatura che prende il proprio tempo per scoprire le proprie carte e raccontare una storia oggi più moderna che mai.

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