Tag: silvia strambi

  • RECENSIONE DANTE – UNA PUNTATA DI SUPERQUARK

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    DURANTE DI ALIGHIERO DEGLI ALIGHIERI, PER GLI AMICI “DANTE”

    Ci sono pochi punti di riferimento, nella storia culturale italiana, che abbiano retto il test del tempo quanto Dante Alighieri. A 700 (e uno) anni dalla sua morte il Sommo Poeta è ancora studiato nel dettaglio nelle nostre scuole, “croce e delizia” di centinaia di giovani che si apprestano, come i loro genitori e i loro nonni prima di loro, a compiere il tortuoso viaggio che farà loro attraversare Inferno, Purgatorio e Paradiso.

    Eppure, pur essendo dotato di una tale iconicità e di una storia personale decisamente adatta alla trasposizione su schermo (un amore proibito, mai consumato ed eternato in poesia, un difficile passato politico, l’esilio, la consacrazione a sommo poeta con un’opera dalla genesi travagliata, la morte lontana dalla patria…) e pur essendo stati tratti diversi film dalla sua opera magna, nessuno, finora, aveva tentato di portare sul grande schermo la sua vita.

    Il tabù attorno a questa figura è stato infranto quest’anno dal regista Pupi Avati, col suo Dante. Ma, una volta finita la visione, la domanda sorge spontanea: il coraggio nel trattare una simile figura è stato ripagato o, al contrario, Avati ha superato un limite che, come le colonne d’Ercole dell’Ulisse dantiano, sarebbe stato meglio restasse non valicato?

    DANTE AL CINEMA

    Lo spunto da cui Avati parte per raccontare la vita dell’Alighieri tira in causa un altro grande della nostra letteratura: Giovanni Boccaccio (qui interpretato da Sergio Castellitto) viene incaricato di consegnare, da parte del comune di Firenze, dieci fiorini d’oro come compenso per l’esilio alla figlia del poeta. Boccaccio, grande estimatore di Dante, approfitta del viaggio per effettuare una sorta di tour che lo conduca nei luoghi più importanti della sua vita e gli permetta di parlare con chi l’ha conosciuto. 

    Accompagnando il poeta certaldese nel suo peregrinare, anche il pubblico viene reso partecipe di questo viaggio che tocca diverse zone d’Italia e diventa il collante per il racconto della vicenda umana del Vate (Alessandro Sperduti da giovane, Giulio Pizzirani da anziano). 

    Lungo la pellicola incontriamo diversi personaggi interpretati da attori noti, spesso collaboratori storici di Avati, che appaiono in brevi cameo: Alessandro Haber, Leopoldo Mastelloni, Gianni Cavina, Milena Vukotic, Valeria D’Obici… Completano il quadro, poi, due figure cardine della formazione, poetica e amorosa, del giovane Alighieri: l’amico Guido Cavalcanti (Romano Reggiani) e, ovviamente, l’adorata Beatrice (Carlotta Gamba).

    ALCUNI PRO E MOLTI CONTRO

    Non manca il rigore filologico al film di Avati, che ricrea la storia dantesca inserendo anche aneddoti particolari, riportando con precisione certosina il contesto storico e i suoi avvenimenti. Peraltro, lo stesso regista ha ammesso che la prima stesura del copione risale al 2003. Il prodotto finito riverbera di questa ricerca nei confronti non solo dell’Alighieri ma anche del periodo in cui è vissuto. Set (molti dei quali esterni, veri luoghi della vita di Dante) e costumi, da questo punto di vista, sono certamente gli elementi più belli a vedersi dell’intera messa in scena, che qui e là fornisce singole inquadrature che costituiscono quadretti interessanti e gradevoli. 

    Buone anche la maggior parte delle interpretazioni principali. Castellitto è un Boccaccio certamente lontano (e più noioso) rispetto all’immaginario creatosi attorno all’autore dello scollacciato Decameron, ma funzionale al suo ruolo. Sperduti è un Dante poeticamente ispirato ma anche carnale, più umano rispetto all’immagine restituitaci dall’educazione classica. Anche Gamba, pur apparendo poco e non parlando molto, risulta una scelta adatta per il ruolo dell’angelica Beatrice, simbolo più che personaggio a tutto tondo già a partire dagli scritti danteschi.

    Peccato che, a servizio di questi elementi, manchino una sceneggiatura e un montaggio forti. Sin dalla prima scena la storia si appoggia totalmente alla narrazione fuori campo di Stefano De Sando. Questa rappresenta un’evidente infrazione della regola cinematografica “show don’t tell” (mostrare, non dire), oltre che un flusso continuo e incessante di informazioni che faranno la gioia di filologi e dantisti ma che aggiungono poco alla narrazione. Quando poi la voce narrante lascia spazio ai dialoghi, spesso anche questi vengono infarciti di dettagli utili alla comprensione del contesto socio-politico in cui l’Alighieri si muove. Ma questi vengono esposti in maniera tale da risultare poco credibili in bocca a contemporanei dei fatti narrati. Non resta così spazio sufficiente per approfondire la psiche dei personaggi, i loro rapporti, così come i temi presentati.

    A questa superficialità contribuisce anche il montaggio: le scene vengono troncate improvvisamente per passare bruscamente a quelle successive, spesso durante un dialogo ancora in corso o subito dopo un’azione di cui non vediamo le conseguenze. Inoltre, nonostante la breve durata del film (appena 94 minuti) che dovrebbe presupporre un racconto asciutto ed essenziale, diverse volte queste scene si fanno portatrici di informazioni supplementari non utili all’evoluzione di storia o personaggi. 

    Ultimo difetto del montaggio è riscontrabile nelle singole inquadrature: c’è un sovrabbondare di slow motion, che pur risultando una soluzione appropriata (anche se antiquata) nelle scene dedicate a Beatrice, in altri casi sembra venire usato solamente per allungare determinate inquadrature ed evitare che terminino prima della fine del monologo corrente. Questo ultimo difetto va a braccetto con l’uso (o meglio, abuso) dell’ADR (Automated Dialogue Replacement), cioè i dialoghi registrati in studio, una tecnica utile quando ben dosata e ben realizzata, ma che può facilmente risultare evidente e pertanto distrarre, come in questo caso.

    L’impressione, di fronte a questa narrazione-fiume frammentata, resa unitaria da una voce esterna e da dialoghi spesso posticci, è quella di un super cut, di una compilation, di una riduzione all’osso di una serie di scene originariamente più lunghe o, al contrario, della messa insieme di un materiale non sufficiente all’idea iniziale.  

    Il paragone più immediato, nel definire Dante, è quello a una lunga puntata di Ulisse o Superquark: una successione di scene unite con poca (o senza) continuità, con una voce narrante come filo conduttore che ci spieghi ciò che stiamo vedendo, personaggi che non riescono a staccarsi dallo sfondo, una ricerca preliminare e una ricostruzione accurate. Ma non basta una buona base filologica a fare un buon film, come non bastano buone interpretazioni per trasformare dei canovacci in personaggi a tutto tondo.

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 2

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    THE ETERNAL DAUGHTER di JOANNA HOGG

    A cura di Gaia Fanelli
    Con “The Eternal Daughter” Joanna Hogg cerca di portarci all’interno del complicato rapporto con sua madre, palesando e affrontando rimpianti e preoccupazioni. Ricco di potenziale che permetterebbe sviluppi differenti, il film si ferma a metà tra l’horror psicologico (che segue la strada di Shining) e il racconto sentimentalista e smaccatamente angosciante delle relazioni umane. Non imbocca tuttavia nessuna delle due strade con convinzione, fermandosi ad un bivio che impedisce al racconto di partire realmente. La forte componente autobiografica è evidente, non basta però a caratterizzare il tenore del film riuscendo ad emozionare gli spettatori con la propria storia. E anche la semplice riflessione sul legame madre-figlia non ottiene un’adeguata definizione, restando sempre sul generico ed evitando approfondimenti che sarebbero stati necessari. In conclusione, “The Eternal Daughter” avrebbe certamente un grande potenziale, ma la vaghezza che lo caratterizza lo frena, facendolo risultare più noioso che toccante.

    WITHOUT HER di ARIA VAZIDAFTARI

    A cura di Alberto Faggiotto
    “Se una persona dimentica il proprio passato, è sempre la stessa persona? O diventa qualcun altro?”
    In orizzonti extra, l’iraniano Vazirdaftari porta questo tenebroso thriller psicologico che in un mix ben congegnato di sovrapposizione – e collimazione – fra piano sociale e identitario, assume i caratteri di un potente grido all’antionomologazione e alla non arresa di fronte ai poteri costituiti: o ci si adegua al sistema o si rischia di perdere la propria identità e che qualcuno prenda il nostro posto nella società.
    “Without Her” ne risente per gli sviluppi prevedibili e per il suo manifesto didascalismo, ma è uno di quei casi eccezionali in cui il l’importanza del contesto sociale di provenienza mette in secondo piano i diversi difetti.

    LA CHIAMATA DAL CIELO di KIM-KI DUK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Quanto è bizzarro e lunatico l’ultimo (postumo, purtroppo) film di Kim Ki-duk – scomparso prematuramente nel dicembre 2020 – frutto di una coproduzione Estonia, Lituania e Kyrgyzstan e con il montaggio portato a termine dai collaboratori del maestro sudcoreano, forse il lato tecnico da cui infatti, l’opera ne esce maggiormente sconfitta.
    I toni secchi e taglienti giustapposti a lampi di crudo affetto tornano a dissezionare la concezione di amore e di relazione di Ki-duk dove il sesso e i rapporti affettivi sono attrazione e al contempo repulsione, rifugio e assieme condanna: il film si pone (quasi) come seguito spirituale di “Time” (2006) e in un climax di tangibile tensione che pare dover trasformare da un momento all’altro la protagonista in quella di “Moebius” (2013).

    WHEN THE WAVES ARE GONE di LAV DIAZ

    A cura di Alberto Faggiotto
    Cinque anni dopo il pluripremiato e acclamato “The Woman Who Left”, Lav Diaz torna sui grandi schermi con il film più breve della sua filmografia ma senza perdere un briciolo dello smalto introspettivo, intimo e al contempo universale che caratterizza il suo cinema. In “When the waves are gone” si prende come esempio la corruzione della polizia filippina per ampliare il discorso a un piano universale sull’indifferenza umana come peggio seme per le (semi)dittature contemporanee. È curioso anche notare come lo stesso anno del ritorno al cinema del body horror di un altro grande maestro della contemporaneità (e non solo), David Cronenberg, Diaz decida di connettere il disfacimento morale a quello fisico (in questo caso la psoriasi del nostro protagonista).
    “Bisogna cercare la verità dall’interno, non dall’esterno”, perché nessuno resti indifferente e le radici del male possano essere una volta per tutte scacciate dai nostri Paesi: purtroppo, a giudicare dal finale di questo bellissimo film, Lav Diaz non pare avere molta fiducia nell’essere umano.

    BANSHEES OF INISHERIN di MARTIN MCDONAGH

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il regista torna alla sua terra natia, l’Irlanda, con un travolgente e splendido omaggio alla nazione che sfrutta il folklore, il teatro dell’assurdo (Beckett) e la guerra civile irlandese per urlarci quanto sia “assurda”, appunto, la guerra. La miccia dell’alterco fra i due protagonisti Padraic e Colm (interpretati con grande animo da Colin Farrell e Brendan Gleeson) parte infatti da un pretesto “assurdo”: una mattina Colm si sveglia e non vuole che Padraic gli rivolga più la parola, perché lo ritiene noioso e non vuole perdere tempo vista la brevità delle nostre vite.
    Chiaramente il tutto è impregnato del grottesco e del black humour tipici di McDonagh, immersi in un’Irlanda quasi metafisica e rarefatta, in cui gli spiriti aleggiano e le streghe ricordano quasi quelle del “Macbeth” di shakesperiana memoria (con tanto di predizioni di future morti).
    Un affresco magnificamente fotografato e diretto dove la tradizione è sfruttata per sbatterci in faccia l’assurdità e l’inutilità della guerra, come solo il grande cinema di McDonagh sa fare.

    DON’T WORRY DARLING di OLIVIA WILDE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Lascia abbastanza perplessi la nuova fatica di Olivia Wilde, qui al suo secondo lungometraggio, non tanto perché la recitazione sia carente (Harry Styles sorprende in positivo) o la regia pessima (in fin dei conti è quadrata per quello che vuole raccontare), ma piuttosto per una sceneggiatura delle più derivative che si siano viste al Lido quest’anno, dove non si tenta nemmeno una minima rielaborazione narrativa o iconografica. È tutto incredibilmente prevedibile e col sentore di déjà vu, in uno script che rende irritante il personaggio di Florence Pugh sin dal primo minuto e che, effettivamente, porta a chiedersi come mai lo troviamo a una prestigiosa mostra internazionale del cinema.

    TI MANGIO IL CUORE di PIPPO MEZZAPESA

    A cura di Silvia Strambi
    Non mancherebbero neppure le immagini visivamente interessanti, in ‘Ti mangio il cuore’ di Pippo Mezzapesa, debutto come attrice della cantante Elodie. Il bianco e nero utilizzato non ha alcuna ragione d’essere, ma non si può negare che il comparto fotografia lo sappia sfruttare per creare inquadrature suggestive. Degne di nota anche le scene coinvolgenti gli animali, che fanno da accompagnamento alle vicende umane.
    Peccato che il comparto tecnico sia al servizio di una storia delle più banali, un miscuglio tra ‘Romeo e Giulietta’ e i primi due capitoli de ‘Il padrino’, una vicenda di vendetta tra bande in cui tutti gli stereotipi sul sud Italia e i topoi delle storie di mafia vengono inseriti.
    Non brilla ma comunque è adatta alla parte Elodie, che dà vita a un personaggio di femme fatale seduttrice e vittima al contempo, riunendo in sé le due figure topiche della santa e della meretrice. Bravo nella parte anche Francesco Patanè, convincente sia come bravo ragazzo sia come vendicatore senza pietà. Peccato che la sceneggiatura non aiuti né l’una né l’altro nel passaggio tra i due estremi.

    ARGENTINA, 1985 di SANTIAGO MITRE

    A cura di Alberto Faggiotto
    Nel suo narrare la lotta dei due famosi procuratori argentini contro la “feroce, clandestina e vigliacca” dittatura militare esauritasi nel 1983, l’eroicità di questo legal drama di Santiago Mitre è fin troppo relegata a una sceneggiatura-tipo da premio, piena di cliché e di momenti costruiti a tavolino pronti per far partire lo scroscio di applausi.
    In fin dei conti si tratta comunque di una visione istruttiva, ma la pellicola risulta fin troppo programmatica e sensazionalistica nelle sue modulazioni narrative. Nota di merito per i guizzi d’ironia che rendono unico il vero protagonista Julio Strassera (un Ricardo Darín super in parte).

    AUTOBIOGRAPHY di MAKBUL MUBARAK

    A cura di Alberto Faggiotto
    Il nuovo film del regista indonesiano ha tutto il reparto tecnico in grado di rendere grande un film: una regia pulita e senza sbavature, una fotografia soffusa adatta alle atmosfere e delle ottime interpretazioni. Il problema è la sceneggiatura, che si prende i suoi tempi fin troppo a lungo annacquando una storia che avrebbe necessitato massimo un lungometraggio di un’ora, che invece dura il doppio. La noia prevale e dell’interessante discorso sul concetto di lealtà e di fedeltà non rimane molto, se non il rammarico per un potenziale inesploso.

    LES ENFANTS DES AUTRES di REBECCA ZLOTOWSKI

    A cura di Alberto Faggiotto
    C’è una scena in particolare ne “I figli degli altri” che ci fa capire che è questo il “girl power” di cui abbiamo bisogno: all’inizio del film è il personaggio di Rachel (una sublime Virginie Efira) che prende il preservativo prima di fare l’amore per metterlo al compagno, mentre la mattina dopo è lei che guarda il compagno fare la doccia; un banale sovvertimento di una scena-tipo che ci insegna come nei particolari possano essere piantati i semi del cambiamento. Lo stesso cambiamento che Rachel vorrebbe apportare alla sua vita per non sentirsi più una persona di passaggio nelle vite degli altri, ma che dovrà fare i conti con la sincerità sentimentale dei bambini (in questo caso di una bambina), inabili a mentire per quanto riguarda le emozioni. Con disarmante spontaneità e genuinità la sceneggiatura di “Les Enfantes Des Autres”, aiutata dalle splendide musiche usate come contrappunto, entra nella psiche di una comparsa, di una persona di passaggio ma che ormai sulla soglia dei quarantacinque anni desidera con tutto il cuore una stabilità affettiva, che prima però dovrà affrontare cosa significhi essere “madre” e cosa i bambini considerino tale.

    L’IMMENSITÀ di EMANUELE CRIALESE

  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – NOSFERATU DI F. W. MURNAU

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    La fragilità dell’arte cinematografica sembra essere il filo conduttore di questa edizione del Cinema Ritrovato: l’ultimo film di ‘Fatty’ Arbuckle scomparso dalla circolazione dopo lo scandalo che lo coinvolse, il ritrovamento fortuito del corto pasoliniano La ricotta pre censura, l’opera monstre di Stroheim mutilata per passare dalle sei ore ad appena due e venti, il debutto di Charles Vanel, trovato più che ‘ritrovato’, il rocambolesco restauro di Ludwig… i film che quest’anno ci ricordano quanto la pellicola sia materiale delicato e quanto sia stata soggetta al trascorrere dei decenni, sono, sfortunatamente, tanti.

    È dunque ancora più importante come, a 100 anni dalla sua uscita, siamo ancora capaci di vedere, proiettato in Piazza Maggiore nella sua versione completa, Nosferatu, capolavoro horror del regista tedesco F.W. Murnau con, in accordo al suo sottotitolo “Sinfonia del terrore”, l’accompagnamento live dell’Orchestra del Teatro Comunale. Il contributo dell’Orchestra, guidata da Timothy Brock che ha anche composto le musiche per l’evento, ha contribuito ad avvicinare il pubblico all’opera di Murnau con occhi nuovi, un pubblico che, come ha notato Gabriele Mainetti nel suo intervento pre proiezione, ha riempito la Piazza straordinariamente per un film uscito addirittura un secolo fa.

    Questo film si sarebbe potuto tranquillamente aggiungere alla lunga lista di opere perse per sempre o arrivateci in forme molto ridotte, vista la sua storia. Per chi non ne fosse a conoscenza, Nosferatu è un adattamento non autorizzato del libro Dracula di Bram Stoker, con nomi, luoghi e tempo cambiati ed alcuni elementi della trama leggermente modificati per evitare problemi di copyright. L’attenzione di Murnau fu inutile, dal momento che la vedova Stoker, Florence Balcombe, cercò di far distruggere ogni copia esistente del film, operazione che evidentemente non riuscì. 

    Per nostra fortuna, bisognerebbe aggiungere: Nosferatu ha contribuito fortemente non solo al futuro del cinema in toto, ma anche e soprattutto all’evoluzione del genere vampiresco al cinema. Come riportato dallo studioso Christopher Frayling nella sua lezione tenuta durante il Festival, infatti, questo film potrebbe essere non solo il primo ad adattare il romanzo di Stoker (recentemente il copione di Drakula halàla, pellicola perduta finora ritenuto degna di questo titolo, è emerso, rivelando che in realtà in essa non ci sono riferimenti al soprannaturale) ma anche il primo dedicato ai vampiri in toto. 

    L’imprinting lasciato da Nosferatu sul cinema successivo è evidente: anche se l’iconografia del vampiro sopravvissuta nella coscienza collettiva non è oggi quella del Conte Orlok ma piuttosto quella del successivo Dracula con protagonista Bela Lugosi, ci sono tre elementi identificati da Frayling che non erano presenti nel romanzo di Stoker e che sono entrati nell’immaginario collettivo. In primis, l’idea che il vampiro possa essere ucciso dalla luce del sole; in secondo luogo la presenza di una donna pura che distrugge la creatura malvagia sacrificandosi; in ultimo, il fatto che il vampiro porti con sé la malattia (in questo caso nello specifico la peste), un elemento che ha probabilmente le sue radici nella recente epidemia di influenza spagnola che la Germania aveva affrontato. 

    Altro elemento innovativo, la decisione di Murnau di girare in esterni: buona parte dei film espressionisti tedeschi venivano girati in studio, in cui era possibile ricostruire atmosfere da incubo, specchio dell’interiorità disturbata dei personaggi, a partire dall’architettura (si veda come esempio emblematico Il gabinetto del dottor Caligari, il capostipite di questa corrente cinematografica). Nonostante ciò Murnau non rinunciò ad espedienti registici tipici dell’Espressionismo, in particolar modo l’uso delle luci e delle ombre. L’entrata in scena del vampiro è emblematica, in questo senso: il Conte Orlok esce dalle tenebre, da un arco del suo castello, per accogliere Hutter, il protagonista, il quale a sua volta si sposta dalla luce verso il buio (letteralmente e metaforicamente) assieme al padrone di casa.

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    Un ruolo a sé stante ha poi l’ombra di Orlok, che sembra agire quasi in autonomia rispetto al vampiro stesso e che è responsabile di alcune delle immagini più suggestive e memorabili del film.

    Di questo personaggio si è parlato molto, per il suo look iconico ma anche e soprattutto per la recitazione dell’attore Max Schreck (“Massimo Terrore”), che cozza volutamente con quella degli altri attori, specialmente i protagonisti, i quali assumono uno stile recitativo molto più naturalistico (anche se la cosa potrebbe non apparire evidente a noi spettatori moderni), facendo sembrare sin dall’inizio il personaggio come un essere altero, soprannaturale. Addirittura, a seguito dell’uscita di Nosferatu, l’interpretazione dell’attore fu considerata tanto realistica da spingere alcuni a credere che quello che era stato catturato sullo schermo fosse un vero vampiro. Il regista E. Elias Merhige si è ispirato al concetto per il suo film, opportunamente chiamato L’ombra del vampiro, con protagonisti John Malkovich nella parte di Murnau e Willem Dafoe in quella di Schreck, in un’interpretazione\imitazione tanto accurata da valergli la nomination agli Oscar, un evento tuttora irripetuto nella storia dei film dedicati al vampirismo.

    Alcuni studiosi hanno letto nel Conte Orlok, basandosi soprattutto sul suo aspetto di simil roditore, una caricatura della popolazione ebrea, e nella distruzione che esso porta con sé un’eco del sentimento comune di prostrazione e di antisemitismo post Prima Guerra Mondiale che Hitler avrebbe poi sfruttato nella sua scalata al potere. Tuttavia, è stato altresì notato che nel cast è presente in un ruolo principale un attore ebreo (Alexander Granach). Tenendosi più sul generale, potremmo affermare come è già stato fatto da tanti critici che Nosferatu, riecheggiando il romanzo di Stoker, dipinge il vampiro come un generico Altro che invade e impoverisce con la sua diversità la terra in cui si reca.

    Altra interessante lettura è quella fornita da Siegfried Kracauer nel suo saggio sul cinema muto tedesco Da Caligari a Hitler: egli vede nel personaggio del Conte Orlok l’ennesima incarnazione del personaggio del tiranno, ricorrente nel cinema espressionista (Kracauer porta come altri esempi il già citato Caligari e il dottor Mabuse dell’omonimo film). Nel caso di Nosferatu, lo studioso nota come la tirannia rappresentata dal vampiro possa essere sconfitta da un atto d’amore incondizionato. 

    Ad oggi, il film è entrato nell’immaginario collettivo: il nome “Nosferatu” appare in prodotti come Buffy l’ammazzavampiri o Berserk, ci sono scene del film nel video musicale di Under Pressure, nel mockumentary di Taika Waititi What we do in the shadows il vampiro più anziano del gruppo seguito dal regista ha l’iconico aspetto del primo succhiasangue della storia del cinema… Addirittura il personaggio del Conte Orlok è presente in alcuni episodi di Spongebob!

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    A giudicare dalla reazione della Piazza, Nosferatu ha certo perso parte del suo terrore, ma non un’unghia del proprio fascino: lo stile di questo film è immortale, così come le sue immagini più celebri. A distanza da due anni dall’inizio della pandemia, inoltre, dimostra di poter essere ancora attuale, con le proprie sequenze dedicate al dilagare della peste, la ricerca di un capro espiatorio e la triste sequenza delle bare portate per strada che, nella mente di alcuni spettatori (nella mia di certo) avrà ricordato la parata di carri armati di Bergamo. 

    Un secolo dopo, Nosferatu è più vivo che mai, un vampiro senza il quale non esisterebbe il cinema di vampiri come lo conosciamo oggi.

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  • E VISSERO PER SEMPRE… 8 FILM QUEER A LIETO FINE

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    Avete mai fatto caso al fatto che, molto spesso, i film con personaggi appartenenti alla comunità LGBTQIA+ hanno dei finali tragici? Tra morti violente e spesso legate al proprio orientamento sessuale, amanti separati o destini drammatici, il cinema queer (parola nata come insulto, ora reclamata dalla comunità LGBTQIA+ ed utilizzata come termine ombrello) non ha risparmiato ai suoi protagonisti dosi massicce di sofferenza. 

    Questa tendenza al finale drammatico, che ad una prima occhiata potrebbe essere attribuita al desiderio degli spettatori di vedere storie strappalacrime sul grande schermo, in realtà affonda le proprie radici nella storia della rappresentazione dell’omosessualità al cinema. 

    Il Motion Picture Production Code (soprannominato “Codice Hays” dal nome del suo creatore), in vigore ad Hollywood dal 1934 ed ufficialmente abbandonato nel 1968, fu istituito nel tentativo di regolare l’arte cinematografica. Tra le norme del Codice, molto stringenti, ce n’era una che vietava la messa in scena di “perversioni sessuali”, termine che stava ad includere anche la rappresentazione di personaggi e pratiche riconducibili alla comunità LGBTQIA+.

    Thou Shalt Not, Whitey Schafer, 1940: foto satirica che includeva quante più violazioni possibili al Codice Hays

    Questo divieto non impedì comunque a diversi registi di inserire personaggi queer nei propri film, facendo uso del queer coding, ovvero l’attribuzione di caratteristiche che il pubblico potesse riconoscere: per i maschi, eccessiva femminilità e sensibilità, uso di make up, voci sottili; per le femmine, eccesso di mascolinità e di vestiti riconducibili al genere opposto, avversione verso pratiche considerate tradizionalmente da donne… 

    Per evitare la glorificazione delle “perversioni” indicate nel Codice, i personaggi con tratti di coding o apertamente queer venivano spesso usati come cattivi, creando così uno spiacevole legame tra l’orientamento sessuale “contro natura” e la malvagità dei personaggi. Uno dei casi più sistematici di questo tipo di rappresentazione, persistente anche dopo la caduta in disuso del Codice, è stato quello della Disney: Ursula è dichiaratamente ispirata alla drag queen Divine, Scar è fortemente teatrale nei modi di fare e parlare…

    Divine, la drag queen che ha ispirato il personaggio di Ursula.

    Un altro topos divenuto frequente a seguito dell’avvento della televisione, che era più libera di trattare certi argomenti, era quello di dare ai personaggi coded un finale drammatico. Il caso più citato di solito è quello di Gioventù bruciata (1955) e della tragica fine di Plato nomen omen

    È dunque evidente come il persistere nel cinema odierno di cattivi queer coded o di finali drammatici per personaggi queer sia anche lo strascico di un periodo di sistematica omofobia, che purtroppo ha tuttora le sue conseguenze sullo schermo e non solo.

    Per questo motivo, in occasione del Pride Month ci sentiamo di consigliare 8 film che rompono questo schema e che si chiudono con un finale positivo. Se però siete il tipo di persone che non vogliono sapere nulla, nel consumare media, vi consiglio caldamente di chiudere qui l’articolo: seguono spoiler!

    GLI AMORI DI ANAÏS (Charline Bourgeois-Tacquet, 2021)

    Cominciamo con due film che terminano con finali ambigui e che tuttavia ritengo essere più tendenti al positivo che al negativo.

    Anaïs (Anaïs Demoustier) è una trentenne svampita che vive alla giornata con enorme energia ed ottimismo. La relazione casuale con un editore, Daniel, la porta a conoscere l’autrice Emilie Ducret (Valeria Bruni Tedeschi), con cui cercherà in tutti i modi di stringere un rapporto.

    Il cuore emotivo del film è certamente la protagonista, che si apre in maniera incondizionata alle esperienze della vita ed all’amore. Buona parte della storia, anche i suoi eventi più cupi, si mantiene sui toni della commedia romantica in virtù di questo approccio scanzonato e privo di limiti. Infatti, l’attrazione di Anaïs nei confronti di Emilie non causa mai imbarazzo a lei stessa o ad altri solo perché l’oggetto del suo desiderio è una donna. Sarà proprio la sua leggerezza nel vivere e la persistenza nella seduzione ad affascinare tanto la scrittrice che capitola, infine, ai piedi della giovane.

    Nel finale, la pragmaticità di Emilie si scontra con la perseveranza della protagonista, e sebbene non sia chiaro chi delle due la spunterà, la speranza che il film stesso sembra instillare è che sia Anaïs ad avere la meglio per l’ennesima volta convincendo la compagna a continuare la loro relazione.

    GREAT FREEDOM (Sebastian Meise, 2021)

    Nella Germania del secondo dopoguerra, Hans (Franz Rogowski) è trasferito dal campo di concentramento al carcere in quanto in violazione del Paragrafo 175, che vietava rapporti tra persone dello stesso sesso. Negli anni successivi tornerà in quella stessa prigione altre due volte, legandosi ad alcuni carcerati e mantenendo un legame col suo vecchio compagno di cella, Viktor (Georg Friedrich).

    Vista la premessa di questo film, sembra assurdo che qualcosa di buono possa uscirne. Questo è stato effettivamente il giudizio di una parte della critica, che si è spaccata a metà soprattutto riguardo al finale e al suo significato. In realtà, lo stesso Rogowski, intervistato al riguardo, l’ha definito un “finale speranzoso”. È in quest’ottica che desidero leggere Great freedom e la sua conclusione.

    Nel film, la permanenza in prigione non spezza lo spirito di Hans, anzi: il suo desiderio di contatto con altri uomini è più forte della condanna societaria e lo spinge ad affidarsi a diversi stratagemmi per poter continuare ad amare anche all’interno di un sistema che lo vuole annientato. Alla fine del film, arriva addirittura a preferire il carcere al mondo esterno, trovandovi qualcosa che fuori non ha: un legame, non meramente sessuale ma prima di tutto sentimentale.

    In questa prospettiva, Great freedom è una triste e spesso dura, certo storia di resistenza ad oltranza con un lieto fine non convenzionale.

    SHIVA BABY (Emma Seligman, 2020)

    Danielle (Rachel Sennott), costretta a partecipare allo shiva (un rituale ebreo successivo alla morte e sepoltura di una persona), è soggetta al peggior incubo di qualsiasi giovane: il giudizio e i commenti invasivi dei parenti e degli amici di famiglia. Come se ciò non bastasse, durante la giornata reincontra Maya (Molly Gordon), la sua ex ragazza, e Max, suo attuale sugar daddy, assieme alla moglie e il figlio.

    Shiva baby tratta di ansie e difficoltà che molti giovani spettatori riconosceranno: l’incertezza riguardo al proprio futuro, le pressioni del mondo esterno, il giudizio riguardo alle proprie scelte di vita… Questi elementi vengono poi amplificati dalla regia e dalla fotografia, che riescono a creare un efficace effetto claustrofobico. 

    Alla fine del film, veniamo lasciati senza risposte riguardo all’avvenire di Danielle, ma con una nota di positività e la speranza che qualcosa di migliore è all’orizzonte. Particolarmente importante da questo punto di vista è Maya, con la quale Danielle riallaccerà i rapporti nel corso del film e che la spingerà a cercare di essere la versione migliore di sé stessa.

    Con al proprio centro una donna ebrea ed apertamente bisessuale, Shiva baby dimostra quanto le vicende personali possano essere universali, restando comunque fedele e rispettoso delle esperienze di queste due comunità.

    ROCKETMAN (Dexter Fletcher, 2019)

    Il film biografico dedicato alla vita del cantante Elton John, interpretato da Taron Egerton, rischiava di cadere in molti dei cliché di cui spesso sono vittima i biopic musicali, possedendone la classica struttura: una storia di ascesa alla fama seguita da una rapida caduta nel vizio. Rocketman riesce tuttavia ad evitare la banalità, in primis abbracciando lo stile del musicista e assumendo la sfacciataggine spettacolare di un musical. 

    In secondo luogo, il passaggio del cantante dalle stelle alle stalle ha forti radici che vengono affrontate nella prima parte del film: problemi di affettività derivanti da una situazione famigliare tossica. Imparando a conoscere il protagonista ne comprendiamo i problemi: il bisogno quasi patologico di amore, la scarsa autostima e il timore di poter restare solo o di non trovare qualcuno “che lo ami come si deve”.

    Il finale in quest’ottica è degno di nota perché riesce a concludere in maniera positiva la vicenda del protagonista senza però ignorare i danni da lui stesso compiuti, la difficoltà del lavoro che dovrà compiere per migliorarsi e, soprattutto, quanto sia fondamentale, per questo processo, imparare ad amarsi.

    In un panorama di narrazioni dedicate a figure queer la cui vita è terminata in miseria e in questo panorama Elton John è comunque una figura privilegiata , va detto, Rocketman dimostra che la felicità è possibile senza rinunciare a sé stessi.

    RAFIKI (Wanuri Kahiu, 2018)

    Un lieto fine è tanto più apprezzabile quando per averlo è stato necessario lottare. Rafiki, infatti, è stato bandito dal paese d’origine della regista, il Kenia, in quanto la sua conclusione “troppo speranzosa” violerebbe le leggi lì attualmente attive: ad oggi le attività omosessuali sono ancora punibili dalle istituzioni. 

    Pertanto, la storia apparentemente semplice di questo film, che segue lo sbocciare dell’amore tra due adolescenti, Kena (Samantha Mugatsia) e Ziki (Sheila Munyiva), assume un enorme valore se calata nel suo contesto di appartenenza. La relazione è descritta con estrema delicatezza e senza voyeurismo, sviluppandosi naturalmente come una qualsiasi storia d’amore. Tuttavia, la coppia è soggetta ad una forma di omofobia istituzionale, che le vede braccate da un’intera comunità e dalle loro stesse famiglie. Inoltre, su di loro pende la minaccia di risvolti legali: un’enormità, per due ragazze che semplicemente si amano.

    Nonostante queste premesse, la regista ha deciso di chiudere con un finale speranzoso, che apre le porte ad un futuro migliore per le sue protagoniste e lancia un messaggio sovversivo.

    Rafiki è importante perché ci permette di uscire dai nostri canoni e affacciarci su un mondo e delle dinamiche di cui sappiamo poco. Affronta inoltre la realtà della criminalizzazione dell’amore tra persone dello stesso sesso, apparentemente così lontana da noi, ma in realtà ancora attiva in circa 70 paesi. 

    LA TERRA DI DIO (Francis Lee, 2017)

    Se vi è piaciuto Brokeback Mountain ma avreste voluto un finale diverso, allora La terra di Dio fa per voi. 

    Johnny (Josh O’Connor), giovane costretto a gestire la fattoria di famiglia, tira avanti grazie all’alcool e a rapporti sessuali occasionali. La sua vita sempre uguale cambia quando il padre assume, per aiutarlo, Georghe (Alec Secăreanu), immigrato proveniente dalla Romania. 

    Come in Brokeback Mountain, La terra di Dio sfrutta i paesaggi dello Yorkshire per costruire una passione che ha le sue radici nella maestosità e la spontaneità della natura. In questa storia, però, il conflitto del protagonista non è causato dal proprio orientamento sessuale, ma, come ha fatto notare lo stesso regista, dal bisogno di crescere e passare da una serie di rapporti fugaci ad una relazione stabile. Johnny, abituato a sveltine brutali e fredde come la vita di fattoria, comincia ad apprezzare la bellezza sia dell’amore sia della natura solo nel momento in cui si trova affiancato da Georghe, che lo introduce ad una dimensione più intima e sentimentale. 

    Remando contro la tradizione letteraria e cinematografica che rappresenta la passione omosessuale come elemento di corruzione, in questo film l’influenza del proprio compagno è, al contrario, la spinta che serve a Johnny per ricalibrare i propri rapporti personali, migliorare il proprio carattere e, di conseguenza, la propria vita.

    GONNE AL BIVIO (Jamie Babbit, 1999)

    La cheerleader Megan (Natasha Lyonne) viene mandata dai propri cari in un campo di riabilitazione, dopo che alcuni suoi comportamenti li hanno convinti del fatto che sia lesbica. Qui comincia un percorso farsesco di “guarigione” assieme ad altri coetanei, tra i quali spicca la strafottente Graham (Clea Duvall).

    Pur affrontando un tema serio come quello della terapia di conversione, tuttora in uso in alcuni paesi, Gonne al bivio assume un approccio comico, prendendo in giro le pratiche messe in atto nei centri dedicati, l’ipocrisia delle persone che ne sono a capo e gli stereotipi legati alla comunità LGBTQIA+ (alcuni ancora tristemente attuali): l’idea che l’omosessualità “nasca” a partire da un episodio scatenante, la miscredenza che esista una maniera corretta di essere gay, l’etichettare una persona come omosessuale a partire da elementi come il comportamento o il tipo di abbigliamento. Inoltre, il film ridicolizza l’idea di un netto binarismo uomo-donna e abbraccia l’idea di una famiglia al di fuori dei confini domestici, tanto caro e famigliare alla comunità LGBTQIA+.

    Ciliegina sulla torta d’ironia: la presenza nel cast di RuPaul (che molti conosceranno come host del reality show a tema drag queen RuPaul’s Drag Race) nella parte di un “ex gay” a capo del centro di riabilitazione.

    MAURICE (James Ivory, 1987)

    Maurice Hall (James Wilby) è un ragazzo membro della borghesia inglese di inizio ventesimo secolo. A Cambridge un suo compagno, Clive Durham (Hugh Grant), lo avvia ad una relazione platonica omosessuale. Una volta abbandonato dall’amante, Maurice dovrà fare i conti con i propri desideri in un momento storico in cui i rapporti sessuali tra uomini sono ancora illegali.

    Se la prima parte del film è oggi quella più ricordata e citata, è nella seconda, che vede entrare in scena un terzo protagonista, il guardiacaccia Alec Scudder (Rupert Graves), che ci sono alcuni degli elementi che rendono Maurice una storia estremamente rivoluzionaria visto il tempo in cui è stata concepita (l’autore E.M. Forster scrisse il romanzo da cui il film è tratto nel 1913-14). 

    Maurice si chiude infatti con un’accettazione totale e senza riserve, da parte del protagonista, della propria natura, un risvolto che arriva tanto più gradito dopo aver assistito alle pressioni vissute dagli omosessuali, a livello non solo legale, ma anche psicologico. Inoltre, in contraddizione ai principi di Clive, termina con la celebrazione di un amore che abbraccia la dimensione sentimentale tanto quanto quella sessuale, un elemento decisamente controcorrente rispetto alla pudicizia dell’età edoardiana in cui il film è ambientato. Come se non bastasse, Forster prese a piene mani dalla filosofia del poeta Edward Carpenter, di cui era amico, che affermava che l’eros fosse un elemento capace di andare oltre ogni barriera, compresa quella di classe (allora ancora molto sentita).

    Con il suo finale, dunque, Maurice è da una parte una critica forte e chiara ad una società ipocrita e limitante, di cui Clive è il perfetto rappresentante. Dall’altra, è un inno all’amore libero di convenzioni e una celebrazione di chi ha lottato (o tuttora lotta) per ottenerlo.

    In chiusura di articolo mi sento di segnalare come, anche all’interno di questa lista, ci sia ben poca varietà, con nessuna menzione di personaggi trans, non binary, asessuali ecc. Purtroppo questa mancanza dipende in parte da un’ignoranza personale, in parte da una carenza all’interno dei media di rappresentazioni più complesse di quelle a cui siamo solitamente abituati. Fortunatamente, si stanno facendo dei passi avanti, ma non dovremmo mai smettere di pretendere che la settima arte riproduca il mondo nelle sue infinite sfumature e, soprattutto, dia a tutt* il proprio, meritato lieto fine.

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  • RECENSIONE MARCEL! – UN INTERESSANTE DEBUTTO

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    Marcel!, presentato in anteprima al Festival di Cannes e uscito nelle nostre sale il primo giugno 2022, rappresenta il debutto alla regia dell’attrice Jasmine Trinca. Per il suo primo progetto, Trinca ha deciso di affidarsi ad un soggetto personale: la storia del rapporto con la propria madre (interpretata nel film da Alba Rohrwacher). La bambina protagonista (Maayane Conti), vive una difficile relazione con questa figura genitoriale, un’artista di strada che sembra essere molto più affezionata a Marcel, il cagnolino con cui svolge il proprio numero. Quando il cane scompare, la bambina vede un’occasione per riallacciare i rapporti con la madre.

    RITRATTO DI UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

    In questa narrazione quasi totalmente priva di nomi, ogni personaggio è designato solo col proprio ruolo all’interno della gerarchia famigliare: oltre alla madre e alla figlia abbiamo i nonni (Giovanna Ralli e Umberto Orsini), la cugina (Valentina Cervi). Madre e nonni sono i poli tra i quali la protagonista vive e si muove, alla ricerca di un amore troppo spesso negatole. 

    La nonna è ancora attaccata, in maniera quasi spasmodica, al ricordo del figlio, il padre della protagonista il cui ritratto giganteggia nella stanza della bambina, oltre che l’unico personaggio della famiglia di cui conosciamo, almeno in parte, il nome: M. (come Marcel?) Trinca.

    La madre, interpretata alla perfezione da Rohrwacher che fa un uso molto esasperato della propria fisicità nelle sue esibizioni di performer (artista) di strada, è un personaggio svampito, alla ricerca di segni dal futuro, capace di amare solo attraverso dei tramiti. Per soddisfare il proprio desiderio di avvicinarsi a lei, dunque, la protagonista è costretta prima a “sostituirsi” al padre venuto a mancare, indossandone la camicia, e poi, in una scena umiliante, anche ad assumere le veci di Marcel.

    Entrambe le donne, madre e nonna, sono ancora legate al trauma della perdita di M. e involontariamente questo ricade sulla protagonista. Se la premessa del film sembra essere eccessivamente stravagante e quasi fiabesca, col suo procedere ci viene svelata una realtà molto più umana del previsto.

     “ALL’ARTE SI DEVE LA VITA”

    Un punto di comunione tra madre e figlia effettivamente c’è, ed è quello dell’arte. È attraverso di essa che il legame tra le due può essere risaldato, nel momento in cui la bambina decide di porsi sullo stesso livello della genitrice un po’ svampita e farsi parte del suo mondo.

    Essendo l’arte un elemento tanto fondamentale nella storia, non mancano scene dedicate alle esibizioni, specialmente quelle della o con protagonista la madre. Questo personaggio è quello più caratterizzato secondo canoni fortemente poetici, anche quando non è sul palco: in una scena guarda in camera ricalcando la mimica degli attori dell’epoca muta (per ammissione della regista stessa il cinema muto è stata un’influenza, il cui lascito più evidente è la divisione del film in capitoli), durante la ricerca di Marcel si strugge con un’attitudine e in posizioni altamente drammatiche che ricordano i personaggi di un melodramma… L’arte, lungi dall’essere semplicemente un mestiere, è la lente attraverso cui la madre vede e vive la propria esistenza.

    L’arte è, tuttavia, anche ciò che divide la famiglia dal resto del mondo: la protagonista non ha amici al di fuori di un coetaneo altrettanto derelitto, la cugina più ricca considera il duo di donne poco più che un’attrazione da baraccone. Così, il legame familiare resta l’unico possibile pur essendo già così compromesso, ponendo la protagonista in una posizione ancora più difficile.

    INFLUENZE E ISPIRAZIONE

    Per sua stessa ammissione, Trinca prende a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia, mantenendo anche elementi di grottesco o di improbabile che fanno parte della sua visione distorta di bambina. Si creano così situazioni al limite del surreale, con immagini evocative e personaggi caricaturali (lo spasimante interpretato da Dario Cantarelli, due “imitatori” di Al Bano e Romina, una venditrice in TV interpretata da Paola Cortellesi…). Probabilmente sono proprio il grottesco, il fiabesco, l’esasperato gli elementi più riusciti ed interessanti del film, oltre che quelli su cui forse, per il futuro, Trinca dovrebbe puntare di più. La pellicola funziona molto meglio quando le sue immagini non cercano di essere ancorate alla realtà e ai fatti, e offre anche alcuni guizzi registici e di fotografia non scontati per un’esordiente dietro la macchina da presa (un’inquadratura in cui da giorno si fa notte).

    La bravura di Rohrwacher e Ralli, deliziosa nella sua pur breve parte, non è sempre accompagnata da interpretazioni di uguale livello, specialmente da parte dei diversi attori bambini presenti. La scelta di far esprimere Maayane Conti più attraverso il proprio sguardo penetrante ed inquisitorio che attraverso le parole risulta azzeccata, e dimostra una capacità della regista di sfruttare i pregi dei propri attori. 

    Marcel! dimostra una certa padronanza del mezzo e una buona poetica di partenza che vorremmo vedere espansa nel futuro. Forse, Trinca dovrebbe osare di più e virare maggiormente nel fantastico, visto che è nell’onirismo che il suo primo film brilla. Speriamo, visti i buoni risultati già raggiunti, che la regista si dedicherà ad altre opere. 

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  • RECENSIONE NOSTALGIA – IL PASSATO DISTRUGGE IL PRESENTE

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    Dopo il successo di Qui rido io, Mario Martone torna al cinema tra squilli di tromba: il suo Nostalgia, adattamento del libro omonimo di Ermanno Rea con protagonista Pierfrancesco Favino, è l’unico film italiano ad essere stato selezionato per concorrere al Festival di Cannes.

    Favino interpreta Felice Lasco (da adolescente nella parte c’è Emanuele Palumbo), uomo di mezza età originario di Napoli, più nello specifico del Rione Sanità, andatosene giovanissimo su incitamento dello zio. Felice ormai vive da quarant’anni fuori dal proprio paese, tra Medio Oriente e Africa. Tornato per occuparsi della vecchia madre (una commovente Aurora Quattrocchi), Felice inizia ad essere preso dalla nostalgia per la propria terra e per il proprio passato, in particolar modo per il suo compagno d’adolescenza, Oreste (Tommaso Ragno da adulto, l’attore di origini ucraine Artem da adolescente). Ma il suo amico non è più quello che ricordava: ora Oreste è ‘o Malommo, il boss che terrorizza il Rione, e nemico di Don Luigi Rega (Francesco Di Leva), che ha accolto con affetto Felice e lo propone come modello ai giovani napoletani. 

    NAPULE È

    Come nel precedente Qui rido io e come in altri suoi film, Martone gira nella sua terra di origine, Napoli. Se nella sua ultima pellicola, però, si era dedicato a una ricostruzione storica attenta e sontuosa del capoluogo campano dei primi del Novecento, qui si dedica al Rione Sanità, affascinante pur nella sua miseria: i citofoni non funzionano, le famiglie sono costrette a spacciare per sopravvivere e vivono in appartamenti gestiti dalla mafia… persino la pizza, simbolo per eccellenza di Napoli, non è altro che un piatto da offrire ai turisti, che lo mangeranno poi con forchetta e coltello. Tuttavia, sotto la miseria si nascondono magnifiche catacombe e nella corruzione si erge la comunità di Don Luigi, che cerca di portare molti giovani fuori da difficili situazioni familiari, offrendogli un futuro. 

    Felice diventa fondamentale per gli scopi del prete, il quale, lungi dall’essere integro quanto vuol far credere, lo usa come dimostrazione del fatto che la vita sia possibile fuori da Napoli. Curiosamente, mentre Don Luigi insiste sulla necessità di allontanarsi dal Rione per riuscire ad avere successo, parallelamente il protagonista comincia a provare fascinazione nei confronti della propria città di origine. La “conversione” di Felice, che arriva al Rione quasi come estraneo e lentamente si reintegra, è accompagnata dal ritorno al dialetto napoletano: se inizialmente il protagonista si esprime con un forte accento riconducibile alla sua lunga permanenza all’estero (accento che, nonostante l’interpretazione di Favino, sempre ottimo, risulta a tratti distraente), col passare del tempo tornerà a usare la lingua della sua infanzia. Non è forse casuale il fatto che uno dei primi momenti di ritorno all’uso del dialetto sia quando Felice rievoca un evento traumatico del suo passato, quello che ha causato l’allontanamento dalla propria terra: la lingua è forse una barriera posta inconsciamente per separarsi dal ricordo e dall’uomo che era precedentemente? 

    “LA CONOSCENZA È NELLA NOSTALGIA…”

    Uno dei temi più importanti della pellicola è quello del passato e della sua influenza sul presente. Come la Giancaldo di Nuovo Cinema Paradiso era per il protagonista Salvatore luogo della memoria, uguale a distanza di anni, e al contempo prigione, così la Napoli di Nostalgia dopo quattro decenni è la stessa nella mente del protagonista. La sua immagine riporta a galla ricordi rigettati, positivi e negativi, che lo convinceranno a prolungare la sua permanenza più del necessario.

    Il passato viene rievocato con un semplice ma efficace espediente registico: immagini in 4:3 con colori molto vividi che rimandano sia alla tecnica di ripresa del tempo sia alla “luminosità” di questi ricordi nella mente del protagonista. Non per nulla, quando le vicende rammentate si fanno più cupe anche la gradazione dei colori diventa più oscura e al momento traumatico di cui sopra corrisponde un ritorno al formato 16:9.

    Protagonista assieme a Felice di queste scene ambientate nel passato è Oreste. L’amicizia tra i due è uno dei pilastri della storia e una delle maggiori influenze per le scelte del protagonista. Il film crea paralleli tra questi personaggi con delle eleganti contrapposizioni di inquadrature che li vedono in situazioni simili ma con effetti diversi, sottolineando la loro vicinanza e, al contempo, come le loro vite abbiano preso traiettorie diverse a seguito di uno stesso momento decisivo. Tuttavia, Oreste non è mai abbastanza approfondito per lasciare un segno: nei ricordi è una nebulosa personificazione della bellezza dell’adolescenza, nel presente un boss dai tratti stereotipati, in entrambi i casi un fantasma più che un personaggio tridimensionale. Con Favino non c’è né il tempo né la chimica per rendere il rapporto tra i due personaggi credibile, pur trattandosi, almeno in teoria, di uno dei pilastri del film.

    Altri rapporti interpersonali, in Nostalgia, risultano ugualmente poco sviluppati, in particolar modo quello tra il protagonista e la moglie, un personaggio che esiste solo in funzione del marito. Ma d’altronde, il film riguarda, come da titolo, la nostalgia e non l’attualità, nostalgia attraverso cui Felice legge il proprio presente in una pratica pericolosa e ingenua che ne influenzerà inevitabilmente il futuro. Forse la scelta di non far mai intervenire direttamente la moglie di Felice né, più in generale, persone non legate a Napoli e alla sua adolescenza, sta a significare che non c’è spazio per il presente, in un mondo dominato dal passato? 

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  • IL MIO NOME È NESSUNO – LE DUE ANIME DELLO SPAGHETTI WESTERN

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    UNA (NON MOLTO) BREVE INTRODUZIONE SULLO SPAGHETTI WESTERN

    Forse molti non sanno che l’espressione spaghetti western, spesso utilizzata per indicare solamente film di genere comico, è in realtà applicabile a tutto il western prodotto in Italia. Infatti, come ricorda Christopher Frayling nel suo libro Spaghetti Westerns: Cowboys and Europeans from Karl May to Sergio Leone, il termine era stato coniato dai giornalisti in forma dispregiativa, come indicazione di una forma di western “inautentico” rispetto a quello “vero” e americano. 

    Sebbene in Italia sia presente come genere già dagli anni ‘40, è solo nella seconda metà degli anni ‘60 che esso prende piede. Ciò avviene grazie a un unico film che muta per circa un decennio il panorama produttivo italiano: Per un pugno di dollari di Sergio Leone

    Con questa pellicola il regista mostra la via da seguire per smarcarsi dai corrispettivi americani. In Guida alla storia del cinema italiano Brunetta nota come Leone assuma una diversa strutturazione temporale rispetto ai classici statunitensi, con l’opposizione tra la dilatazione dei momenti di quiete e la rapidità degli scontri armati (esempio lampante è l’inizio di C’era una volta il West), e come ci sia una diversa moralità a guidare i protagonisti. Infatti l’eroe di Leone è una figura silenziosa, mossa da motivazioni non sempre chiare, ma assolutamente fatale nel suo percorso. 

    Fondamentale è la musica, scritta nel caso di Per un pugno di dollari da Ennio Morricone, il cui sound fungerà da punto di partenza per tutti i western a venire. Morricone, infatti, crea una colonna sonora rivoluzionaria, che mescola strumenti inediti per il genere (prima su tutte la chitarra elettrica) con suoni come fischi, rumore di fruste e voci umane.

    Questi western sono inoltre molto più violenti rispetto ai loro corrispettivi americani. Tale dimensione verrà esasperata da altri registi successivi a Leone, abbracciando gli intenti di un altro grande genere di quegli anni: il film politico. Il western può caricarsi così di importanti valenze. Pensiamo solo alla rilettura di Tarantino dei film di Corbucci, presentata nel documentario Django & Django (2021, Luca Rea): uno dei punti cardine del suo pensiero è che i cattivi rappresentino il fascismo.

    Grazie a Leone il western divenne uno dei generi più amati e realizzati in Italia, tanto che si parla di circa 500 film western girati nel nostro paese (spesso in coproduzione) in appena 10 anni. 

    Verso l’inizio degli anni ‘70 il genere subisce la sua trasformazione probabilmente più conosciuta, sfociando in una dimensione comica e farsesca di cui ricordiamo come esempio Lo chiamavano Trinità… (1970, E.B. Clucher): le beghe non si risolvono più con le pistole, ma a schiaffoni; niente più eroi seriosi, ma personaggi allegri e sbruffoni. 

    In quest’ottica di trasformazione si inserisce un film molto interessante che rappresenta perfettamente l’opposizione tra le due anime dello spaghetti western: la più austera, figlia di Leone, e quella comica, che aveva in Bud Spencer e Terence Hill i più importanti rappresentanti. E proprio Terence Hill è protagonista, assieme a un volto iconico del genere western, Henry Fonda, di Il mio nome è Nessuno (1973, Tonino Valerii). Quest’ultimo interpreta il cacciatore di taglie Jack Beauregard. Hill è invece un viandante senza nome (come un moderno Ulisse si fa chiamare solo “Nessuno”), appassionato dai racconti del passato leggendario di Jack. Questi vorrebbe chiudere la sua carriera silenziosamente, ma Nessuno cerca in tutti i modi di convincerlo a un’ultima, titanica impresa degna del suo nome: la sconfitta del “Mucchio Selvaggio”, un immenso battaglione di cavalieri. 

    IN PARTE LEONE, IN PARTE VALERII

    Partiamo da una premessa fondamentale: Il mio nome è Nessuno è, in parte, anche un progetto di Sergio Leone. Infatti, egli era stato autore del soggetto, ma si era deciso a non dirigere il film perché sentiva di aver già chiuso col genere che gli aveva dato la fama. Nonostante ciò, il suo intervento è evidente nella scelta dei collaboratori: alla regia Tonino Valerii, suo storico assistente; alla musica Ennio Morricone; infine, nella parte di uno dei protagonisti, Fonda, che aveva diretto cinque anni prima in C’era una volta il West. Inoltre, nel film viene indirettamente citato Sam Peckinpah, con cui secondo voci di corridoio Leone aveva avuto degli screzi poiché aveva rifiutato la regia di Giù la testa. In Il mio nome è Nessuno non solo Fonda, l’eroe rappresentante del cinema di Leone, si scontra con un gruppo di personaggi chiamati “Mucchio selvaggio” come il film più famoso del regista americano, ma addirittura il nome di Peckinpah è presente su una lapide.

    Sam Peckinpah

    Tuttavia, pochi mesi prima della morte di Leone è emerso anche un altro dettaglio interessante: il  regista infatti ha ammesso, in un’intervista con Francesco Mininni, di aver diretto personalmente alcune delle scene più memorabili e che effettivamente ricordavano di più la sua mano. L’opposizione tra i toni che si crea non stona, anzi: la dicotomia è l’anima stessa del film.

    FONDA VS HILL: DICOTOMIE STRUTTURALI

    Fonda e Hill rappresentano abbastanza chiaramente, fuori e dentro il film, le due diverse tendenze del western. Beauregard è un pistolero che preferisce la solitudine, malinconico e ripiegato su sé stesso; Nessuno, dall’altra parte, è giocherellone, ama il bere, le donne, i fagioli.

    Se Beauregard si difende con le pistole, riproponendo il modello del classico showdown, Nessuno, pur sapendo sparare, preferisce usare le armi per vincere a un drinking game e tirarsi fuori da situazioni spinose con la sua parlantina e la sua intelligenza. Per rappresentare la dicotomia fondamentale tra i due basterebbero l’inizio e la fine del film: in due situazioni sostanzialmente analoghe (un tentato omicidio durante una sessione dal barbiere), Beauregard intimidisce l’avversario con una pistola, Nessuno… col proprio dito!

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    Anche la musica contribuisce a differenziare i personaggi. Infatti, il tema di Nessuno è allegro, fa uso di strumenti che creano un’illusione di leggerezza, come il flauto e lo xilofono. La melodia viene accompagnata da dei cori femminili che sostengono il brio. In Buona fortuna Jack, invece, il tono è molto più dimesso, e la voce di una donna solista, che ci riporta alla mente C’era una volta il West, non serve a dare allegria alla musica, ma piuttosto a confermarne la gravitas. Se il primo tema ricorda il Morricone brillante di commedie come Bianco, rosso e verdone (1981), il secondo richiama in maniera esplicita la tradizione del western che lo stesso Morricone ha contribuito a fondare.

    A ogni personaggio, infine, corrisponde anche un proprio tono. Se le scene con protagonista Fonda (guarda caso proprio quelle dirette da Leone) sono epici duelli che si concentrano sui dettagli, sui tempi dilatati, sui silenzi e sui rumori, quelle in cui appare Nessuno lo vedono protagonista di situazioni più triviali: pesca a mani nude, sessioni in orinatoio, scommesse. Quando poi c’è da usare la violenza, questa è una violenza slapstick con tanto di effetti sonori e leggi della fisica degne di Willy Coyote, con una difesa che passa principalmente attraverso schiaffi.

    Ciò non vuol dire comunque che manchino soluzioni registiche interessanti legate al personaggio di Hill: semplicemente, il vecchio mondo che Beauregard rappresenta porta con sé un’epicità, un respiro immane che difficilmente anche un volto promettente come Nessuno potrebbe replicare.

    Nel film i due toni, l’epico e il triviale, si trovano a convivere, all’inizio in maniera semi antagonistica, come i due protagonisti, poi sostenendosi vicendevolmente col trascorrere delle vicende. Un esempio calzante è la scena in cui Nessuno e Jack si scontrano in un duello “alla Leone”: all’incredibile serietà richiamata dall’uso delle inquadrature si accompagna la gag del fotografo che chiede a Nessuno di spostarsi per fare una foto migliore

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    UN PASSAGGIO DI TESTIMONE

    Ma Il mio nome è Nessuno non è soltanto un esperimento di stile che gioca con gli stilemi dello spaghetti western. 

    Durante il corso del film, le differenze dei due protagonisti si giocano anche su base anagrafica. L’abilità di Jack con le armi deriva dalla sua lunga esperienza, come anche la tendenza alla solitudine e al ripiegamento interiore nasce dal tempo passato, che ha ormai avuto un effetto su lui. I segni dell’età cominciano inoltre a farsi sentire: nel corso del film lo vediamo indossare degli occhialetti da vista, anche nel momento topico in cui deve sparare: un leggendario pistolero la cui arma migliore si sta deteriorando.

    Nessuno, al contrario suo, è giovane, un volto fresco, non ancora gravato da anni di sotterfugi e di perdite, ancora capace di “giocare”.

    Nella parte finale, Nessuno aiuta Jack a concludere la sua carriera col botto, permettendogli così di raggiungere lo status di leggenda. Secondo Nessuno, le favole e le leggende sono fondamentali perché “un uomo che è un uomo deve credere in qualcosa”. Quel qualcosa, in questo caso, sono i valori tramandati dalle vicende di grandi eroi della frontiera come Jack, quindi, del western tradizionale. Allo stesso tempo, Jack se ne va per un motivo solo apparentemente semplice: questo West è molto diverso da quello “immenso, sconfinato, deserto” in cui ha compiuto le sue imprese. “(…) Anche la violenza è cambiata, si è organizzata, e un buon colpo di pistola non basta più”, e dunque anche un mito come Jack Beauregard ha ormai esaurito la sua funzione. L’unica cosa che può ancora fare, l’unica utilità che gli resta, è appunto quella di diventare punto di riferimento per tutti i futuri Nessuno.

    Con il proprio finale, quindi, Il mio nome è Nessuno porta su schermo un ricambio generazionale, un passaggio di testimone dal vecchio, silenzioso Jack Beauregard al giovane e ciarliero Nessuno. Un passaggio di testimone che avviene nel segno di ciò che è stato ma che è anche foriero di una nuova attitudine: Jack infatti scrive a Nessuno “(…) Una cosa la puoi ancora fare: conservare un po’ di quella illusione che faceva muovere noialtri, quelli della vecchia generazione. E anche se lo farai col tuo solito tono da burla, noi te ne saremo grati lo stesso”

    Simbolicamente, così, il western di Leone lascia spazio alla sua giovane, farsesca appendice, dandogli il permesso di far sopravvivere il vecchio West (che ormai tanto vecchio non è più) in una forma nuova ma fedele alle sue origini. “Perché questo è il tuo tempo, non più il mio”.

    Conoscendo l’importanza di Leone dietro le quinte, possiamo forse dire che questa sia stata una maniera di dare la propria benedizione a tutti quelli che sarebbero venuti nel suo segno, mantenendo viva la fiammella di quell’immenso West che aveva creato in Per un pugno di dollari e poi disfatto in C’era una volta il West? Difficile a dirsi: tutto ciò che potremmo dichiarare al riguardo sarebbe solo speculazione, solo favola. Certo è che, come senza Jack Beauregard non c’è Nessuno, senza Henry Fonda non c’è Terence Hill, senza Sergio Leone non ci sarebbero stati tanti registi, molti dei quali in erba, che hanno tentato la grande avventura del selvaggio Ovest.

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  • RECENSIONE SUNDOWN DI MICHEL FRANCO – L’IMPORTANZA DI FERMARSI PRIMA

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    Nella mia scorsa recensione, dedicata al film Full Time – Al cento per cento, mi rallegravo del fatto che il regista Éric Gravel fosse riuscito a non cadere nella trappola di un film eccessivamente lungo, commisurando perfettamente la durata al soggetto. Apro così il mio commento del film Sundown, regia di Michel Franco, protagonisti Tim Roth e Charlotte Gainsbourg, presentato in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, perché ritengo che il suo più grande difetto sia proprio questo: aver voluto per forza essere un lungometraggio.

    STORIA DI UN UOMO IN CRISI

    I due fratelli Neil e Alice Bennet (Roth e Gainsbourg), gestori di una multinazionale dell’industria della carne, stanno trascorrendo una vacanza ultra lusso ad Acapulco, assieme ai figli di Alice. Neil, evidentemente infelice della situazione, decide di approfittare di un imprevisto che allontana la sua famiglia dal Messico per prendersi alcuni giorni in solitaria in una sistemazione molto più modesta, assieme a una ragazza del posto (Iazua Larios).

    La prima parte del film, che vede il protagonista abbandonare i propri cari e la propria situazione agiata, è probabilmente la più riuscita e la più raffinata. Franco costruisce la sezione iniziale, dedicata alla vacanza in famiglia, attorno a immagini di bellezza e ricchezza, potenziate dalla fotografia. L’azzurro del mare e delle piscine è brillante, il sole batte, il cibo è bello a vedersi così come i panorami messicani. In questa prima sezione noi spettatori ci troviamo in una posizione quasi voyeuristica, osservatori di un fasto che però è tanto bello da osservare quanto freddo: i dialoghi tra i protagonisti sono ridotti al minimo. Neil in qualche modo si trova spesso “escluso” dalle interazioni familiari, ripreso separatamente, di spalle o, ancora, mostrato da solo in questi ampi spazi. 

    Quando l’incidente scatenante inclina la situazione, spingendo il protagonista lontano dalla sua famiglia, abbiamo subito una totale virata, con l’assunzione di soluzioni sempre più squallide da parte sua: birra al posto del margarita, un misero hotel al posto del resort lussuoso, una spiaggia affollata di turisti al posto dello yacht. La fotografia e la regia, tuttavia, mantengono lo stesso rigore, le persone pur nella loro semplicità sono accoglienti ed espansive, molto più di quanto siano stati i famigliari di Neil. Tuttavia, sullo sfondo c’è lo spettro della violenza, che erompe su schermo in una scena improvvisa in cui il mare e la spiaggia, il rifugio dove il protagonista trascorre le sue giornate, si tingono di rosso, un colore finora apparso poco e che quindi colpisce maggiormente.

    Di Neil, a questo punto, non sappiamo praticamente nulla: né le motivazioni che lo hanno spinto ad abbandonare la famiglia in un momento topico, né quale sia esattamente la professione che l’ha reso tanto ricco. Franco lavora per sottrazione, lasciandoci soli con le azioni presenti del personaggio. E tanto ci basta: le immagini sono sufficienti a comunicarci che quello che stiamo vedendo è un uomo facoltoso che sta attraversando una profonda crisi personale, la nostra immaginazione può riempire i vuoti con la backstory che più ci aggrada, dal momento che il mistero non è il fulcro della storia e che anzi, forse è meglio che sia così.

    O meglio: così sarebbe stato se la seconda parte non avesse scoperto le carte.

    TANTO FUMO, POCO ARROSTO

    Se nella sua prima metà Sundown è un film relativamente godibile, a tratti un po’ pesante da digerire a causa dei lunghi silenzi ma con una buona fotografia a sopperire e una vicenda già vista ma resa originale da alcune soluzioni visive, la parentesi che segue imposta benissimo le aspettative per ciò che verrà: è inaspettata e non serve a nulla. Poco dopo la chiusura di una vicenda riguardante Alice, infatti, lo status quo viene ristabilito come se nulla fosse, portandoci inevitabilmente a domandarci in che cosa sono stati investiti gli ultimi minuti: nonostante siano successi eventi anche abbastanza radicali, Neil non cambia (una frase che riassume perfettamente l’evoluzione generale del personaggio). Anche il successivo incontro coi nipoti riserva un singolo, isolato momento di sincera emozione per poi chiudersi, come d’altronde era già stato con Alice, con la firma di un contratto. Una critica di quanto il denaro sia più importante dell’amore nella società che Neil si sta apprestando ad abbandonare? Difficile a dirsi, visto che in questi casi l’atteggiamento freddo sembra essere reciproco.

    La parentesi centrale, inoltre, inserisce un elemento visivo collegato alla professione del protagonista, ovvero quello dei maiali. Se la prima parte era interessante proprio perché mancava di riferimenti chiari su chi fosse il personaggio, la seconda è in parte ostacolata da questa carenza di dettagli: non abbiamo avuto maniera di entrare in contatto con la dimensione lavorativa di Neil dall’inizio, quindi averne uno scorcio solo a metà film risulta quasi un pensiero dell’ultimo minuto, più che una ricorrenza tematica. 

    A migliorare il risultato finale non aiuta l’interpretazione di Tim Roth che, forse a causa del copione scarno di dialoghi, forse per la natura misteriosa del personaggio, per tutto il film sembra recitare col freno a mano. Vero anche che Neil, un uomo che abbandona la propria famiglia senza rimorsi, è poco emotivamente coinvolto nella situazione che lo vede protagonista. Il finale, che ci svela il motivo per cui abbia avuto questo cambio così repentino, aiuta a comprendere in parte le motivazioni dell’uomo, e a vedere oltre la sua maschera di placida indifferenza. Tuttavia, è un lavoro che il pubblico stesso deve svolgere, dal momento che Roth offre pochi guizzi di emozione in tutto il film, anche in questo frangente, con un finale che taglia corto senza offrirci un momento che possa aiutarci a entrare in reale connessione col personaggio. 

    L’intento era quello? Sundown è mai stato pensato per farci “connettere” con Neil o dobbiamo essere dei meri osservatori di una realtà sociale come in una novella verista? Possibile, ma se così fosse il risultato non è del tutto riuscito perché, diversamente dai brani del filone letterario appena citato, il commento sociale del film non è abbastanza pervasivo.

    Con una parte centrale priva di conseguenze nella narrazione complessiva, un paio di forzature di troppo, un finale eccessivamente frettoloso e una durata che sfiora appena l’ora e venti, Sundown sembra essere un mediometraggio che è stato allungato per poter raggiungere lo status di lungo e avere i vantaggi che da ciò derivano. La fotografia e la regia, sempre ottime e sovente produttrici di immagini molto evocative, complici anche i panorami meravigliosi di Acapulco, non bastano a sopperire a una storia che declina vertiginosamente da un certo punto in poi. 

    In poche parole: se il problema di molti film è che non hanno abbastanza tempo per potersi sviluppare, quello di Sundown è che ne ha avuto troppo.

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  • RECENSIONE CYRANO – IL MUSICAL CHE SI VERGOGNA DI ESSERE UN MUSICAL

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    È una storia “vecchia come il tempo”: lo spadaccino Cyrano, innamorato della bella Rossana, le scrive lettere d’amore nascondendosi dietro le sembianze del bel Cristiano, in quanto incapace di credere che la donna possa ricambiare il suo sentimento a causa del proprio enorme naso. La commedia di Edmond Rostand Cyrano de Bergerac, rappresentata per la prima volta nel 1897, ha dato vita a centinaia di adattamenti per il teatro e il cinema, oltre ad aver ispirato Aldo, Giovanni e Giacomo. 

    L’ultimo adattamento, per la regia di Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina), è ispirato a uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Erica Schmidt, che ha trasposto il triangolo amoroso in un musical con canzoni di due membri della band The National, i gemelli Aaron e Bryce Dessner. Nel cast del film troviamo alcuni membri dello spettacolo originale, in particolar modo Haley Bennett nella parte di Rossana e Peter Dinklage, star di Game of thrones, in quella del protagonista. Completa il trio Kelvin Harrison Jr. nel ruolo di Cristiano.

    Il film ha dalla sua diverse maestranze italiane: infatti, il montaggio è di Valerio Bonelli (che ha lavorato con Wright anche per L’ora più buia), il trucco è di Alessandro Bertolazzi (assieme a Siân Miller) e infine ai costumi abbiamo Massimo Cantini Parrini e Jacqueline Durran. I costumi sono anche l’unico comparto per cui il film ha ricevuto una nomination agli Oscar, la seconda di fila per Parrini che l’anno scorso era in lizza per Pinocchio. Inoltre, il film è stato girato in buona parte in Sicilia.

    UN CYRANO SENZA IL SUO NASO

    Qualcuno avrà avuto (e probabilmente avrà ancora) da ridire sulla scelta di privare Cyrano della sua caratteristica più iconica, ovvero il grosso naso. Tuttavia, la scelta di prendere nel ruolo un attore affetto da acondroplasia, qual è Dinklage, rientra perfettamente nello spirito della storia. Agli inizi del 900, la storia di Cyrano sfidava l’idea che una relazione tra una donna convenzionalmente attraente e un uomo che non rientrasse negli standard di bellezza della società fosse impossibile, una sorta di rilettura de La bella e la bestia in cui ciò che conta non è l’esteriorità ma la sostanza di una persona. Ad oggi, l’elemento che spinge Cyrano a dubitare di essere degno di amore può sì essere ancora di tipo fisico ma, allargando il discorso, potrebbe accogliere tutte le persone considerate “diverse” dalla società, ad esempio quelle appartenenti a delle minoranze sottorappresentate come Dinklage. 

    In secondo luogo, c’è da dire che la caratteristica del naso spesso e volentieri è stata completamente abbandonata da molti adattamenti teatrali, in cui questo elemento piuttosto che mostrato viene solo citato e lasciato all’immaginazione dello spettatore (si pensi solo all’ultima messa in scena del National Theatre con protagonista James MacAvoy).

    Si potrebbe allora avere da ridire sul perché nell’universo filmico esistano persone di minoranze etniche (Cristiano in primis) che non sembrano avere gli stessi problemi affrontati da Cyrano. A questa perplessità rispondo dicendo che in un mondo in cui la gente si esprime cantando e ballando e l’estetica è tanto luminosa e tutta virata sui colori pastello, evidentemente le convenzioni non sono le stesse che reggono la nostra società. 

    Per il resto, questo Cyrano è perfettamente in linea col personaggio creato da Rostand: Dinklage dà vita ad un cadetto arguto che entra in scena parlando in versi e mettendo in chiaro sin da subito la propria capacità di oratore e di poeta, ma anche la sua sensibilità. Ugualmente stabilita dall’inizio la natura battagliera e l’abilità di spadaccino, che lo mettono sullo stesso piano del Cyrano “originale”. Grande malus dell’adattamento è però il fatto che buona parte dei dialoghi di Rostand, tanto importanti perché espressione della verve del protagonista, sono stati tagliati e sostituiti con una sceneggiatura non sempre alla pari coi giochi di parole e le espressioni poetiche dell’autore francese (in almeno un’occasione per sopperire a questa carenza viene citato Shakespeare). 

    Nonostante ciò Dinklage, con la sua interpretazione, regge benissimo la scena: il suo Cyrano è struggente, complesso, diviso tra la propria autocommiserazione (spesso l’opinione che ha di sé sembra essere peggiore di quella che hanno gli altri), il desiderio di Rossana e il tentativo di fare ciò che crede essere il suo bene. Varrebbe la pena di vedere il film anche solo per vederlo all’opera.

    Buona anche l’interpretazione di Haley Bennett, la cui Rossana è parte più attiva nel dipanarsi degli eventi. È anche molto più ambiguo quanto sia consapevole dell’inganno messo in atto dai due uomini, principalmente grazie ad alcuni piccoli accorgimenti dell’attrice nella propria mimica facciale. La complicità tra Dinklage e Bennett è evidente (i due d’altronde hanno interpretato questi personaggi a teatro), e le scene che vedono coinvolte la coppia sono tra le migliori del film.

    Meno riusciti gli altri personaggi, generalmente piatti. Cristiano, per far risaltare la verve dialettica di Cyrano, è reso per lo più un ragazzo di buon cuore ma molto stupido, che solo alla fine ha un suo momento davvero degno di gloria che viene però spazzato via da una pessima fine. Ugualmente il “cattivo” della situazione, il Duca De Guiche, è uno stereotipo di nobile viscido e altezzoso, con tanto di parrucca e faccia perennemente bianca causa belletto. 

    Questa esasperazione della natura grottesca colpisce buona parte dei nobili, personaggi di contorno: tutti sono eccessivamente truccati, tutti sono ridicolizzati, tutti sono facilmente scandalizzati. Per fortuna il focus è per la maggior parte del tempo sui protagonisti. Le interazioni del trio principale sono per lo più godibili, e seppure il film ci faccia entrare un po’ in fretta nella loro dinamica questa risulta per lo più naturale e ben riuscita.

    Purtroppo, come l’inizio risulta piuttosto frettoloso nello stabilire la situazione di partenza, così anche il finale è abbastanza anti climatico: risolve troppo in fretta una storia dalle implicazioni emotive potenzialmente molto ramificate (oltre a non rendere del tutto chiaro il destino di Cyrano, spiegato invece nell’opera teatrale). Così, inizio e fine, che dovrebbero essere i due momenti più forti del film (l’uno per attrarre il pubblico, l’altro per congedarlo con soddisfazione), sono quelli più deboli. 

    UN MUSICAL PRIVO DI MORDENTE

    Il grande difetto di questo film è di tipo fondamentalmente strutturale: Cyrano è un musical che sembra vergognarsi di essere un musical. Una vergogna che nasce dal marketing: il materiale promozionale sembra fare di tutto per nascondere il genere della pellicola.

    Per un musical, l’inizio è un momento fondamentale per settare le aspettative del pubblico riguardo a quello che stanno per vedere. Un esempio calzante è quello di West Side Story di Steven Spielberg, uscito l’anno scorso: nel numero iniziale, Prologue, vediamo i protagonisti ballare. Poco dopo, con Jet Song, li sentiamo anche cantare. Questo vuol dire che, quando nel resto della pellicola vedremo i personaggi ballare e cantare, sapremo che questo è normale nell’universo del film e non ne resteremo sorpresi e straniti. Al contrario, il numero iniziale di Cyrano, Someone to say, si concentra sui volti dei protagonisti che cantano e nient’altro. Buona parte dei numeri che seguiranno saranno così, e i (rari) momenti di ballo risulteranno non solo sporadici ma anche imbarazzanti proprio perché non introdotti appropriatamente. Tra l’altro, anche quando ci sono coreografie la macchina da presa si dimostra inadatta a filmarle, visto che preferisce tagliare costantemente, anche in questo caso, sui volti dei personaggi.

    In secondo luogo, le scene musicali non sono costruite in maniera cinematograficamente interessante: per la maggior parte si tratta solo di primi piani dei protagonisti, o di campi lunghi che però non giustificano la loro esistenza. Infatti nei musical classici i campi lunghi venivano usati per mettere in scena complesse coreografie, qui si limitano a riprendere per lunghi periodi di tempo i personaggi. Un modus operandi che sembra voler replicare l’impostazione teatrale, peccato che cinema e teatro siano due medium ben diversi.

    L’approccio di Wright sembra ricalcare quello realistico di Tom Hooper in Les Miserables, piuttosto che quello di Spielberg: il musical, che pure dovrebbe essere il luogo adatto all’esagerazione e all’esasperazione visiva, alla costruzione di un’estetica riconoscibile e stilizzata (si pensi solo a Moulin Rouge), è qui ridotto a una riproduzione della realtà. Nulla, nella costruzione di questo film, mi ha fatto sentire la necessità che fosse un musical. Unica eccezione alla regola il numero Every letter, in cui montaggio e costruzione della scena finalmente si sbizzarriscono. 

    Pur ricadendo nei difetti di cui sopra, altri numeri ben riusciti sono Overcome, il duetto d’amore tra Cyrano e Rossana, e soprattutto Wherever I fall, con protagonisti dei soldati che consegnano le proprie lettere prima di una battaglia. In questo caso a rendere ben riuscito il momento non è tanto la regia quanto, piuttosto, il testo della canzone e la sua melodia, costruita sulla ripetizione e la variazione di pochi semplici versi. 

    Il problema, in questo caso, non è certamente quello dell’inesperienza del regista: Wright ha alle spalle una carriera rispettabile e ha più che ampiamente dimostrato di saper usare il proprio mezzo. Nello stesso Cyrano sono presenti scene o singole inquadrature che rivelano l’ottima mano: la ripresa dall’alto del protagonista dopo la fine di un duello, lo scontro con alcuni tirapiedi del Duca tutto girato in piano sequenza, l’inquadratura della salita di Cristiano per arrivare al balcone di Rossana. Il dilemma, allora, sembra manifestarsi proprio nel caso dei numeri musicali: Wright non è a suo agio nel dirigere un musical, cerca di occultare in ogni modo questo fatto, non lascia che il genere esploda nelle sue potenzialità.

    Un peccato, perché l’estetica del film potrebbe anche adattarsi a questo genere. Scenografie e costumi sono, prevedibilmente, eccellenti, e virano quasi tutti su colori chiari o pastello. L’unica nota che stona nell’insieme è l’eccessiva luminosità accompagnata a questa palette. Spesso nelle scene diurne vengono a mancare punti luce o lavoro sulle ombre, preferendo una visione appiattita in cui tutto è illuminato, tutto è “smarmellato”. Molto riuscito però l’effetto di contrapposizione tra queste scene e quelle ambientate al fronte, con un immediato viraggio su toni cupi e sporchi.

    “YOU’RE NOT BAD, YOU’RE NOT GOOD, YOU’RE JUST NICE”

    In ultima analisi, Cyrano è un film che, pur dotato di difetti, riesce comunque a presentare alcuni spunti interessanti: la rielaborazione dello spettacolo di Rostand, la chimica tra i due protagonisti, alcune canzoni degne di nota e un’ottima interpretazione di Dinklage che vorrei fosse in un film più memorabile. Non un capolavoro, certo, ma neppure un fallimento, questo adattamento si pone senza troppe difficoltà nella zona del “carino” e qui resterà. 

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  • L’AMICA GENIALE – LA SERIE ITALIANA CHE DOVRESTE VEDERE

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    Superata la settimana di Sanremo, la programmazione RAI riprende col botto: infatti, oggi saranno trasmesse, dopo essere state rilasciate su Rai Play due giorni fa, le prime due puntate della nuova stagione de L’amica geniale, serie tratta dal ciclo di romanzi della misteriosa autrice Elena Ferrante

    I romanzi, ambientati in un ampio lasso di tempo che copre sei decenni (dai primi anni ‘50 al 2010) raccontano le vite di due amiche, Lenù (Elena) e Lila (Raffaella), napoletane di nascita. Le loro traiettorie di vita divergono totalmente già a partire dalla prima adolescenza, nel momento in cui a Lenù viene concesso di continuare a studiare e Lila deve, invece, iniziare a rendersi utile nell’attività di famiglia, sprecando una straordinaria intelligenza. Lenù ripercorre la storia del suo rapporto conflittuale con la figura quasi mitica di Lila, e le loro vite parallele, in un afflato epico degno dei migliori drammi generazionali

    I romanzi hanno avuto un successo immenso, non solo in Italia ma a livello globale, con 10 milioni di copie vendute in 40 paesi. Ad oggi i quattro romanzi delle Neapolitan Novels (così sono chiamati all’estero) sono i lavori più famosi di Ferrante, e hanno contribuito a dare più visibilità anche ai precedenti libri dell’autrice, la quale pubblica sotto pseudonimo dal 1992, anno di uscita del suo romanzo d’esordio L’amore molesto. Esistono, soprattutto nelle università anglofone, interi corsi dedicati allo studio dei suoi scritti. 

    Parte di questo amore all’estero viene probabilmente da diversi elementi che rendono la lettura de L’amica geniale particolarmente utile per conoscere e capire l’Italia: la serie intreccia sapientemente le vicende delle sue protagoniste a quelle del nostro paese, raccontandoci attraverso gli occhi di entrambe eventi fondamentali come i moti comunisti e femministi e gli anni di piombo. Oltre a ciò, è uno spaccato vivido, allo stesso tempo splendente e crudele, di Napoli e del rione in cui si svolge buona parte della serie, dipinto come immobile nel trascorrere degli anni, sottoposto alle leggi violente di una società ancora fortemente patriarcale e attraversato da una piaga che, col procedere dei romanzi, diventa sempre più pervasiva: la mafia. Altre città italiane vengono inoltre descritte nel trascorrere dei decenni, diversi ambienti culturali come quello della Normale di Pisa degli anni ‘60, o della Firenze colta degli anni ‘70, luoghi in cui Lenù si rifugia per scappare dal primitivismo della sua infanzia. Tuttavia, il richiamo del rione rimane sempre più forte, e Lenù si trova sempre a tornare ad esso… e a Lila.

    Ai macro temi del tempo e dello spazio, Ferrante aggiunge altri micro temi: la letteratura e l’istruzione, visti come unici mezzi per scappare dal rione; i diversi tipi di intelligenza, rappresentati da Lenù, pratica di letteratura, e Lila, iper critica di una realtà corrotta. Ma soprattutto, ciò che interessa all’autrice è la donna, in tutte le sue diverse condizioni: la donna nell’ambiente accademico e le sue difficoltà nell’affermarsi a fianco dei colleghi maschi; la donna vittima di violenza; la donna incapace di provare piacere nella vita domestica; la donna impegnata nella lotta per i propri diritti; la donna stuprata, la donna vittima di calunnie, la donna rovinata da uno scandalo. Nel rione, l’affermazione del sé è difficile, e quasi tutti i personaggi maschili si fanno più o meno consciamente prosecutori di un sistema che vuole la donna moglie perfetta, madre perfetta e vittima perfetta. 

    I libri della Ferrante hanno attirato l’attenzione di diversi registi, anche stranieri. È il caso di Maggie Gyllenhaal, che ha adattato per il suo debutto alla regia La figlia oscura. Ad oggi sembra che Netflix abbia in programma una serie basata su La vita bugiarda degli adulti, e prima dell’allontanamento dal progetto da parte della protagonista, Natalie Portman, era in programma un adattamento de I giorni dell’abbandono.

    Curiosamente, visto il team prevalentemente italiano che lavora alle sue spalle (attori, registi e sceneggiatori tutti italiani), anche L’amica geniale è un progetto che nasce dall’estero. Infatti la serie è stata creata non solo per la RAI e il servizio di streaming TIMvision (il quale si è ritirato dopo la prima stagione dall’accordo), ma anche per il network HBO. Sì, proprio quello di Game of Thrones.

    Alla regia delle prime due stagioni, che adattavano la prima metà della quadrilogia di romanzi, c’è stato Saverio Costanzo, regista de La solitudine dei numeri primi e della serie In treatment, con una piccola “intromissione” di Alice Rohrwacher per due episodi della seconda stagione (a mio umile giudizio, due dei migliori). 

    Il cast è composto principalmente da attori alle prime armi o non particolarmente conosciuti, con tantissimi giovani interpreti napoletani al primo ruolo per dare vita al variegato gruppo di amici che circonda Lila e Lenù (solo alcuni nomi degni di nota: Giovanni Amura, Francesco Serpico, Eduardo Scarpetta, Giovanni Buselli e Rosaria Langellotto). Nella parte delle due protagoniste, due giovani che sono diventate note: Margherita Mazzucco (Lenù) e Gaia Girace (Lila), da molti considerata la vera rivelazione dello show. Per le prime due puntate della serie, le due sono state interpretate dalle attrici bambine Elisa Del Genio e Ludovica Nasti rispettivamente. Il lavoro di casting si è dimostrato egregio, in quanto le somiglianze con le loro controparti adolescenti è davvero impressionante. Lo stesso discorso, ad ogni modo, vale per ogni membro dell’immenso cast, ricco di personaggi che sembrano balzare direttamente fuori dalle pagine della Ferrante.

    La fedeltà ai romanzi è uno degli innumerevoli elementi che rende questa serie un prodotto decisamente valido, se non eccellente: se gli eventi raccontati dall’autrice funzionano su carta, funzionano ugualmente riproposti sul piccolo schermo. 

    La penna della Ferrante non fa sconti a nessuno e non si spaventa nel parlare di temi controversi come il mancato rapporto affettivo tra madre e figlia, la forza schiacciante della famiglia e della sua eredità, l’assenza di piacere nel sesso, l’abuso. Soprattutto, la Ferrante non ha paura nel rovesciare le nostre aspettative e nel descriverci i lati più oscuri di personaggi, su cui potremmo cambiare radicalmente idea nel passaggio da un volume all’altro. La stessa Lenù, la voce narrante che seguiamo per tutti e quattro i libri, è un personaggio moralmente ambiguo, che fa spesso scelte con cui i lettori potrebbero trovarsi in totale disaccordo.

    L’amica geniale si è dimostrata, sin dalla primissima puntata, non impaurita all’idea di mostrare ciò che c’è di più violento e “sconveniente” nel testo dell’autrice, con una scena che mostra la defenestrazione della piccola Lila ad opera di suo padre, durante una lite. La crudezza di elementi presenti nei romanzi risulta ancora più intensa in forma visiva che non scritta, tanto che in RAI una scena particolarmente forte è stata prontamente censurata (è stata invece trasmessa in chiaro sulla HBO: evidentemente dopo Game of Thrones nessuno si sorprende più di nulla).

    Rispetto ai romanzi di Ferrante, scritti in una prosa principalmente italiana, riflettendo l’educazione di Lenù, la serie vira invece maggiormente sull’uso del dialetto napoletano (con sottotitoli). Questa scelta permette non solo di entrare di più nella storia e nell’atmosfera generale, ma anche di sviluppare uno dei temi principali della serie: la disparità nell’istruzione. Solitamente, i personaggi che fanno maggior uso del dialetto sono anche i meno istruiti. Il napoletano si usa in contesti informali, familiari, e ha una forza corrosiva adatta alle realtà più scomode della vita; l’italiano è riservato a situazioni istituzionali, alla scuola, alle conversazioni dotte (ma sterili). Con questo piccolo accorgimento L’amica geniale fotografa la situazione di un’Italia all’alba di una rivoluzione culturale, ma in cui la maggioranza della popolazione è ancora troppo incolta per comprenderla.

    Altrettanto degna di nota la ricostruzione della Napoli degli anni ‘60, dove sono ambientate le prime due stagioni. Il rione è stato ricreato a Caserta, in un set di sette ettari (compresi teatri di posa). Molti degli oggetti di scena sono inoltre d’epoca. Ulteriore dettaglio che rivela la cura della messa in scena: la sigla della seconda e della terza stagione è stata realizzata con una cinepresa Super 8, prodotto della Kodak datato 1965 usato principalmente da operatori dilettanti. 

    Manca l’idealizzazione che spesso si mette in atto in queste storie d’epoca: le case delle protagoniste sono sporche e malandate, il rione grigio. Le uniche puntate che sfruttano la bellezza di Napoli sono quelle ambientate lontano dal quartiere principale, come ad esempio gli episodi di Ischia. 

    Degna di nota anche la colonna sonora, composta da un nome decisamente poco italiano: Max Richter, autore delle musiche di La chiave di Sara e Ad Astra. La colonna sonora di Richter contiene sia brani originali sia suoi pezzi precedentemente composti (uno dei più famosi è il remix di Primavera di Vivaldi). Si aggiungono inoltre canzoni italiane dell’epoca, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera dell’Italia che fu. Piccola avvertenza: probabilmente avrete Vivere ancora di Gino Paoli in testa per diverso tempo.

    La seconda stagione della serie, Storia del nuovo cognome, è andata in onda all’incirca due anni fa, e la produzione è entrata in un lungo hiatus a causa della pandemia tuttora in corso. 

    Questo lungo tempo d’attesa si è accompagnato ad alcuni cambiamenti che certamente alzeranno l’asticella delle aspettative per molti fan. In primis, da questa terza stagione, Storia di chi fugge e di chi resta, avremo un cambio alla regia: Saverio Costanzo, pur rimanendo alla sceneggiatura, ha passato lo scettro a Daniele Luchetti, regista di Mio fratello è figlio unico e Lacci, alla sua prima regia televisiva. Sono rimasti, invece, gli interpreti delle prime due stagioni, nonostante inizialmente si fosse pensato a un recasting, dal momento che nel terzo libro i personaggi dovrebbero arrivare più o meno ai 30 anni. Vedremo col trascorrere delle puntate se la scelta di vedere crescere gli interpreti su schermo si rivelerà vincente, o se non sarà possibile nascondere la loro giovinezza (il cast è molto variegato in termini di età, ma solo per fare un esempio emblematico: al momento Margherita Mazzucco ha 19 anni, Gaia Girace 18). 

    Vedremo se queste scelte pagheranno. Per ora, i commenti online a seguito dell’anteprima su Rai Play sono molto positivi. Si spera che anche il resto della stagione non deluda, riconfermando questa serie come la più… Geniale presente sul palinsesto RAI. 

    Lascia un po’ l’amaro in bocca, comunque, pensare che quello che è probabilmente il prodotto italiano migliore del momento non sia totalmente italiano. Forse ci conviene semplicemente goderci lo show, alzare le spalle e ringraziare L’amica geniale alla Stanis La Rochelle: “Thank you for being so not Italian”.

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