Si è conclusa dopo dieci anni la serie Stranger Things creata dai Duffer Brothers. Con l’uscita della quinta stagione scaglionata in tre volumi (usciti rispettivamente il 26 novembre 2025, il giorno di Natale 2025 e il primo giorno di gennaio 2026), Netflix ha dato l’addio ai ragazzini di Hawkins e alle loro avventure soprannaturali nel Sottosopra. Per la verità l’addio non è definitivo, in quanto sono già previsti ulteriori spin-off, ma questi ultimi otto episodi portano sicuramente a conclusione la saga di Eleven e dei suoi amici Mike, Will, Dustin, Lucas e tutti gli altri.
Running Up That Hill
La sfida finaledella gang di Hawkins al perfido Vecnaè il centro della quinta stagione, ma ovviamente le sottotrame si moltiplicanosia per riempire otto episodi e gestire una miriade infinita di personaggi, sia per chiudere le narrazioni (non proprio tutte) a fine serie. Non che la trama fosse importante per vendere un prodotto ormai attesissimo dai fan della prima e dell’ultima ora, forse anche esasperati dal grande lasso di tempo trascorso dall’ultima stagione. Nonostante l’intera storia si svolga nell’arco di sei anni, stavolta la crescita dei ragazzini protagonisti è molto evidente: Millie Bobby Brown, la protagonista dodicenne nella prima stagione, l’anno scorso è addirittura diventata moglie e madre. Volenti o nolenti, era giunta l’ora di chiudere, e di tanto in tanto pure gli attori sembrano impazienti di svincolarsi dai loro contratti.
Come quasi tutti i finali di serie, pure la quinta stagione di Stranger Thingsnon è sempre all’altezza delle aspettative, o almeno non lo è per i primi sette episodi. Ci sono tanti buchi di trama e troppi spiegoni: capita in continuazione che un personaggio afferri un qualsiasi oggetto della scenografia e lo usi per consegnare l’ennesima spiegazione di cosa si dovrà fare nel prossimo episodio. Ottimo sul manuale di sceneggiatura, eccessivamente farraginoso nella realizzazione.
Inoltre, nonostante il climax finale imponesse una scala sempre maggiore, si recepisce nell’ultima stagione un problema di posta in gioco sempre troppo bassa, dovuta a varie ragioni. In primis alla frequente mancanza di coraggio nelle scelte che mandano avanti la trama, ma anche al fatto che ogni ostacolo venga puntualmente liquidato in maniera sbrigativa con sorprendenti colpi di fortuna, compresa anche l’attesa battaglia finale. Non da ultimo, viene meno in questi ultimi otto episodi la coesistenza tra dimensioni fantastica e scolastica dei ragazzini che aveva caratterizzato le stagioni precedenti, e sembra inevitabilmente che manchi qualcosa.
We can be heroes / Just for one day
Negli anni Settanta George Lucas creò Star Wars centrifugando insieme tutti i tropi e gli schemi tipici di fantascienza, avventura e fantasy, dalle dodici tappe del Viaggio dell’eroe ai diversi archetipi narrativi. Creò un modello di successo planetario, in grado di influenzare generazioni di sognatori a venire. I fratelli Duffer (e tutte le persone che insieme a loro hanno lavorato alla serie) hanno cercato di fare con Stranger Things la stessa cosa negli anni 2010-20, solo che non si sono basati tanto sul manuale di sceneggiatura (anche, ma non solo) quanto più sui modelli narrativi preesistenti, tra cui Star Wars. Il pro è che la serie è un (bellissimo) omaggio ai miti degli anni Ottanta, dal racconto di formazione alla Stephen King alla meraviglia di Spielberg, dall’horror di Wes Craven alla fantascienza di John Carpenter, senza dimenticare il gioco Dungeon and Dragons la cui popolarità è stata rinverdita dalla serie. In generale, Stranger Things ha il merito di aver lanciato un’incredibile ondata di retromania che ha travalicato i confini della serie.
La quinta stagione contiene tanti grandi omaggi: da Jurassic Park con un rimando molto esplicito alla scena delle cucine con i raptor e i nipoti di John Hammond, a Indiana Jones 3 che nel finale viene citato esplicitamente, da Star Wars ad Alien fino a Terminator (dovunque ci siano dei soldati statunitensi c’è anche James Cameron, e infatti l’ufficiale in comando è Linda Hamilton aka Sarah Connor), e addirittura l’ispirazione si spinge in avanti fino a cult relativamente più recenti come Matrix e Inception. La playlist musicale poi contribuisce a rievocare la magia di un’epoca che oggi ci appare d’oro, con brani leggendari (forse un poco scontati) quali Upside Down di Diana Ross, Purple Rain di Prince, Mr. Sandman delle Chordette, Heroes di David Bowie e la fortunata Running Up That Hill di Kate Bush, già protagonista della quarta stagione e qui usata con l’interruttore.
Il guaio di Stranger Things è che esistendo in un ecosistema postmoderno già saturo di citazionismo e in cui qualsiasi prodotto precedente è facilmente accessibile, la serie dei Duffer Brothers finisce per non possedere mai la carica dirompente di Star Wars che diventava modello tra i modelli. Un aspetto che il commiato della stagione lascia trasparire è quanto a volte queste icone siano idealizzate e forse deludenti, non sempre all’altezza del valore di cui emotivamente le infestiamo, ma il cuore sta tutto lì, anche nella loro imperfezione.
It’s such a shame our friendship had to end / Purple rain, purple rain
A parte lo straordinario piano sequenzache chiude il quarto episodio, i primi sette capitoli della quinta stagione sono di qualità altalenante, alternando dialoghi e interazioni brillanti (tutte le dinamiche che riguardano Stevesono imperdibili, ma anche l’inaspettato rapporto di confronto fra Robin e Will) a momenti meno efficaci (Nancy e Jonathanfunzionano poco, Maxperde troppo tempo con un nuovo personaggio, e la relazione tra Vecna e il Mind Flayernon viene spiegata fino in fondo). Finché non arriva l’episodio numero otto.
L’ultimo capitolo, qualitativamente migliore dei precedenti sette, dura il doppio degli altri perché di fatto contiene due storie: lo scontro finale(forse troppo sbrigativo) e l’epilogo nostalgico(forse troppo lungo) ma ha le sue buone ragioni di gestirsi il tempo come crede. Avviandosi verso la conclusione della storia, comprendiamo che stiamo per dare l’addio a personaggi che ci hanno accompagnato per molto tempo, che in gran parte sono cresciuti insieme a noi, e del cui club di D&D un po’ abbiamo finito per fare parte.
Ecco perché (SEMI-SPOILER) la chiusura è speculare all’inizio, con una partita di D&D che rievoca in miniatura la storia dei protagonisti e passa il testimone a qualcun altro. Tanto è stato seminato negli episodi venuti fin qui, tanto viene raccolto in chiusura. Il finale ci accompagna in maniera dolce amara in un addio che si rivela efficace: parla di nostalgia per dei tempi andati, di un trauma condivisoche solo chi ha vissuto può capire (e provarne nostalgia), e parla di scelte grandi o piccoleche la vita obbliga a fare, anche se non sempre sono la strada più sicura. Crescere e staccarsi dalle cose è necessario, e i Duffer Brothers ce lo ricordano, ma ci invitano comunque a sognare i nostri finali alternativi e a non sentirci in colpa per la nostalgia che proviamo. Forse non erano tempi migliori, ma eravamo comunque felici.
Upside Down & Conformity Gate
Dalla quarta stagione in poi, quasi tutte le messe in onda di nuovi episodi di Stranger Thingshanno provocato temporanei crashdi Netflix a causa della grande quantità di utenti connessi. L’ultimo è quello del 7-8 gennaio 2026, una settimana dopo l’uscita dell’ultimo episodio. Secondo una teoria nata online e chiamata Comformity Gate, infatti, in tale data sarebbe dovuto uscire il vero finale di serie, mentre l’ottava puntata sarebbe stata un inganno di Vecna ai danni degli spettatori. Gli indizi sarebbero stati sparsi lungo il corso della quinta stagione e fomentati dalla piattaforma stessa, ma alla fine non è uscito alcun episodio extra. Questo piccolo grande evento ha dimostrato, come se non fosse già chiaro, la portata culturale di Stranger Thing se il fascino che ha portato il pubblico a crearsi da solo dei nuovi finali. Che fatica accettare la fine di qualcosa.
«Dopo tutto questo tempo, ho scoperto che non serviva la musica per tenermi in vita. Mi bastava sentire la tua mano che stringeva la mia»
Forse non era la musica degli anni Ottanta a tenerci incollati alla serie, ma qualcuno che ci tenesse per mano.
Gli Oscar sono il premio cinematografico più importante del mondo (e vi rimandiamo aquesto articolo per capire il motivo per cui sono anche i più seguiti e amati). In questo articolo non faremo pronostici, ma un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination. Buona visione!
Purtroppo anche quest’anno sono tanti i film candidati che non sono ancora disponibili in streaming, anche se alcuni di questi potete ancora vederli al cinema mentre altri usciranno solo nelle prossime settimane (controllate la programmazione della vostra sala di fiducia!). Ecco l’elenco:
Nell’ultimo anno il regista Ferzan Özpetek ha aperto una prolifica collaborazione con le piattaforme di streaming. Dopo aver espanso il suo film del 2001 Le fate ignoranti nell’omonima serie Disney+ e ad un mese di distanza dall’uscita della sua Istanbul Trilogy, composta da tre cortometraggi,su Netflix, è uscito da poco per lo stesso sito il suo ultimo film, Nuovo Olimpo.
La storia, come è spesso nel cinema di Özpetek, è una storia d’amore: Pietro (Andrea di Luigi) ed Enea (Damiano Gavino) si conoscono a Roma, universitari, nel 1978, all’interno del cinema Nuovo Olimpo. Trattasi di una sala cinematografica utilizzata dalla comunità gay della città come luogo di incontro, gestita dall’estroversa e gentile Titti (Luisa Ranieri). I due vivono un incontro intenso per poi venire separati dalle circostanze. Nei successivi 40 anni, continueranno a ripensare l’uno all’altro e a fantasticare su cosa sarebbe potuto essere.
Nuovo Cinema Olimpo
Come in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, a cui attraverso il titolo il film strizza evidentemente l’occhio, l’ambientazione del cinema e la passione per la settima arte forniscono il pretesto per raccontare altro. Anche in questo caso abbiamo una storia d’amore intensa e mai davvero terminata, fondata sul rimpianto, con tanto di inserimento di una lettera mai consegnata e ‘affidata’ al personale del cinema.
Nel caso di Nuovo Olimpo, la professione di regista di Enea ha funzione metacinematografica. I commenti che vengono fatti sui film del protagonista da lui stesso o da altri sono chiaramente ispirati a giudizi espressi nel corso degli anni attorno ai film di Özpetek: la costante della tematica dell’omosessualità, la preponderanza dell’elemento sentimentale e di quello personale, la mancanza di conclusioni vere e proprie. Con questi siparietti, il regista sembra strizzare l’occhio al suo pubblico e ai suoi detrattori e tentare di rispondere alle critiche rivoltegli nel corso della propria carriera.
Il più delle volte il risultato assume i connotati di una sorta di risposta piccata, piuttosto che di un’argomentazione vera e propria. Non aiuta il caso di Özpetek il fatto che alcuni di questi stessi elementi siano presenti in Nuovo Olimpo e che nulla, al suo interno, ne riscatti la banalità rispetto al resto del catalogo del regista.
Enea e Pietro nel cinema Nuovo Olimpo
Netflix firmato Özpetek
Di Özpetek, Nuovo Olimpo ha tutti i marchi di fabbrica: la storia d’amore tra personaggi di ceto sociale alto e la formazione di ‘famiglie’ allargate e non convenzionali, il tutto accompagnato da ambientazioni di gusto storico-lussuoso con sullo sfondo città riprese nella loro bellezza antica che fungono da catalizzatori per la passione dei protagonisti. Ci sono anche gli immancabili brani di Mina (compreso un inedito), qui citata direttamente e ripresa nello stile e negli atteggiamenti di Titti.
Tuttavia, in altri film di Özpetek il collidere di tutti o alcuni di questi elementi, per quanto già visto, poteva venir bilanciato e impreziosito da una regia precisa capace di dare il giusto peso e importanza alle ambientazioni (si veda Napoli velata). In altri casi, la formula-Özpetek riusciva cavalcando tematiche interessanti e, sopratutto, topiche nel momento della realizzazione del film stesso: si veda il caso de Le fate ignoranti, che nel 2001 portò sui grandi schermi italiani il tema dell’omosessualità, o del più recente La dea fortuna, che affronta la questione ancora oggi dibattuta dell’omogenitorialità.
Nel caso di Nuovo Olimpo, tuttavia, entrambi questi elementi vengono tristemente a mancare: il tema dell’amore perduto e rimpianto ci è stato ormai proposto in così tante salse che, per apprezzarlo, servirebbe un approccio nuovo o quantomeno interessante, nella scrittura o nell’iconografia, che qui non c’è. Gli unici spunti veramente interessanti del film vengono sviluppati nella parte finale, ma come si suol dire, in un lungometraggio di due ore risulta un po’ ‘troppo poco, troppo tardi’.
La regia, poi, non presenta grandi guizzi creativi, e anzi finisce per scadere, in alcuni casi, nel ridicolo se non addirittura nel similpornografico (questa affermazione non ha nulla a che fare con la presenza di nudi integrali maschili, ma piuttosto con la maniera in cui determinate inquadrature vengono realizzate).
Luisa Ranieri nei panni di Titti
Neppure le interpretazioni principali, affidate a tre volti giovani e, soprattutto, nuovi, aiutano a risollevare il prodotto finale: Andrea di Luigi, al suo debutto assoluto, incarna bene nella fisicità e l’espressività il personaggio represso, ma anche all’interno dei confini di questo ‘tipo’ non brilla (pensiamo all’interpretazione che aveva dato, in un ruolo simile, Heath Ledger ne I segreti di Brokeback Mountain); Damiano Gavino, giovanissimo protagonista della fiction Un professore, è qui al suo debutto sul grande schermo con un’interpretazione di buon livello ma certamente non memorabile. Spicca in negativo, invece, Alvise Rigo, che interpreta il compagno di Enea. Modello, bodybuilder ed ex rugbista anche lui al debutto sul grande schermo (è apparso nella fiction Che Dio ci aiuti), le doti recitative di Rigo lasciano alquanto a desiderare, tanto che verrebbe forse maliziosamente da chiedersi se non sia stato scelto solo per le sue caratteristiche fisiche.
Curioso che in un racconto così ‘al maschile’ siano in realtà le attrici a brillare. Luisa Ranieri ruba la scena nel ruolo fondamentale dell’eccentrica e malinconica Titti. Aurora Giovinazzo (che abbiamo avuto modo di apprezzare in Freaks out), pur limitata da una scrittura assai stereotipata, riesce a fornire un’interpretazione sentita di Alice, amica ‘complice’ di Enea, in particolar modo in un scena che supera in intensità diversi dei momenti vissuti dai protagonisti.
Il risultato finale è un prodotto perfettamente in linea col catalogo di Netflix, sia a livello stilistico che tematico. Se in passato la collaborazione tra la piattaforma e importanti narratori della settima arte ha dato vita a risultati più o meno riusciti ma sempre riconoscibili come ‘figli’ dei propri creatori (si pensi a The Irishman di Scorsese, Il potere del cane di Jane Campion, È stata la mano di Dio di Sorrentino o Pinocchio di Guillermo del Toro), in questo caso ciò che di caratteristico si potrebbe trovare nello stile di Özpetek viene interamente fagocitato in un prodotto da streaming perfettamente fruibile. Non basta la rappresentazione luminosa e schietta dell’eros sullo sfondo di una Roma sempre bella e perennemente antica, nell’unico e giustamente brillante incontro amoroso tra Paolo ed Enea, a risollevare le sorti di un prodotto che, come i suoi protagonisti, vive di non detti e non fatti.
Nonostante la vastissima tavolozza di possibilità creative data dall’animazione, la lista di serie antologiche realizzate con tutta la gamma di tecniche e stili che questa offre è purtroppo breve. Love, Death + Robots di Netflix rappresenta più un esperimento – di discreto successo – fine a sé stesso che non l’apripista di una nuova frontiera per l’animazione; altri tentativi (lo spin-off animato di The Boys, Diabolical) sono caduti nell’oblio ancora prima di poter spiccare il volo. Uno degli esempi migliori di questo format è stato invece Star Wars: Visions, la cui seconda, stupenda stagione univa nove cortometraggi d’animazione provenienti da altrettanti studi in tutto il mondo.
Tra questi lo studio d’animazione sudafricano Triggerfish che, ancora con Disney, ha realizzato i dieci cortometraggi di fantascienza che compongonoKizazi Moto: Generazione di fuoco, creata dai giovani animatori Shofela Coker, Raymond Malinga e Ahmed Teilab, con l’apporto da produttore esecutivo di Peter Ramsay (co-regista di Spider-Man – Un nuovo universo).
Di viaggi nel tempo, multiversi e spiriti
Kizazi Moto è una serie antologica creata da dieci team africani, di diverse provenienze (Zimbabwe, Nigeria ed Egitto tra gli altri). Ciascun episodio segue storie e ambientazioni diverse, ma tutti hanno in comune l’estetica fantascientifica che traccia i contorni di un’Africa futuristica. Il colorato multiverso della miniserie vive dell’estetica afrofuturistica resa mainstream a livello globale da prodotti come Black Panther e il suo sequel – ma in realtà esistente, come eterogenea corrente culturale, già dalla seconda metà del secolo scorso con il contributo di numerosi artisti e scrittori afroamericani quali Sun Ra e Octavia E. Butler.
Per quanto le sue diverse storie tocchino familiari tropi fantascientifici e fantasy, questi si intrecciano in realtà con un ampia varietà di tematiche e ispirazioni artistico-narrative diverse – dai videogiochi agli anime alle fiabe. I giovani protagonisti degli episodi di Kizazi Moto si muovono in un universo in cui spiritualità, visioni futuristiche ed echi contempranei non si escludono, ma si comprendono e si contaminano l’un l’altro. Ai viaggi nel tempo in città cyberpunk e agli scontri con alieni e mostri si alternano incursioni nel mondo degli spiriti, incontri con divinità e ossessioni da social media.
L’inizio di una nuova sperimentazione?
Kizazi Moto non offre la stessa varietà della già nominata seconda stagione di Star Wars: Visions – più creativa e variegata sul piano puramente tecnico -, ma ha su di questa il vantaggio di seguire una maggior diversità di toni, di umori e di sensibilità. La qualità complessiva dei corti varia: in alcuni, la ricerca estetica finisce per prevalere sul piacere del racconto e sulla consistenza interna. Ricerca estetica comunque di altissimo livello: i corti di Kizazi Moto sono una gioia per gli occhi, sia che si tratti di episodi in CGI che in animazione tradizionale.
L’intento, neppure troppo sotterraneo, è di aprire uno spiraglio su arti e narrazioni raramente prese in considerazione dal pubblico globale e di decostruire dall’interno uno sguardo occidentale che ancora riduce un intero continente a unico “blocco” culturale. Speriamo dunque che Kizazi Moto non sia un punto d’arrivo, ma la partenza per una sperimentazione ancora maggiore e più coraggiosa.
Il rebranding di HBO Max è ufficiale: la piattaforma streaming di Warner Bros. Discovery verrà rilanciata con un nuovo nome, MAX, a partire dal 23 maggio 2023. Al momento in Italia MAX non sarà disponibile, ma dovrebbe arrivare nei prossimi anni.
La nuova offerta combinerà l’attuale programmazione di HBO Max con quella di Discovery+. L’annuncio viene da David Zaslav presso un evento speciale con gli investitori, dopo un anno esatto dalla fusione tra WarnerMedia e Discovery. Il 2023 è l’anno del centenario di Warner Bros., ed è tempo di grandi riforme: l’idea è di costruire qualcosa di nuovo, che punti fortemente sullo streaming, coinvolgendo tutte le sotto-etichette: DC, Warner Bros. Pictures, Warner Bros. Animation, Warner Bros. TV, informazione, sport e altro ancora.
L’offerta dei canali, già vastissima, si arricchirà con una media di oltre 40 nuovi titoli e stagioni di programmi TV ogni mese: così promettono dall’evento stampa. Con l’occasione, sono stati annunciati tantissimi nuovi progetti e giungono online inediti trailer dei nuovi prodotti della piattaforma, attesi per il 23 maggio o in futuro: eccoli tutti quanti.
Harry Potter: un breve teaser trailer ufficializza la messa in produzione di una nuova serie televisiva di Harry Potter, con J.K. Rowling nel ruolo di produttore esecutivo. Con un cast del tutto nuovo, la serie adatterà singolarmente tutti i libri in sette stagioni che tratteranno per esteso ogni romanzo nell’arco di dieci anni.
The Big Bang Theory spin-off: Chuck Lorre, co-ideatore della sitcom di culto andata in onda per dodici stagioni su CBS, sta sviluppando una nuova comedy spin-off (la seconda dopo Young Sheldon), di cui per ora non si conoscono dettagli.
The Penguin: la prima featurette dello spin-offdi The Batman mostra Colin Farrell di nuovo nei panni del malavitoso Owald “Oz” Cobblepot / Il Pinguino, protagonista di un’ascesa al potere nel mondo criminale di Gotham City in 8 episodi di una serie in uscita nel 2024, ideata e scritta da Lauren LeFranc.
The Conjuring: Warner annuncia lo sviluppo di una serie televisiva collaterale alla saga horror di The Conjuring, elaborata da un team creativo guidato dal regista James Wan e da Peter Safran (il nuovo co-direttore di DCU insieme a James Gunn) con la sua Safran Company.
Game of Thrones spin-off: è stata ordinata ufficialmente una nuova serie prequel de Il trono di spade, basata su Il cavaliere dei sette regni(A Knight of the Seven Kingdoms: The Hedge Knight), libro di George R.R. Martin che raccoglie le novelle incentrate sul Cavaliere Errante Ser Duncan e del suo sgudiero Egg, ovvero il futuro Aegon V Targaryen; sarà ambientata novant’anni prima delle vicende principali di Game of Thrones.
True Detective 4: debutta il trailer di True Detective: Night Country con protagoniste Jodie Foster e Kali Reis: quando la notte cala in un remoto paese in Alaska e sei uomini svaniscono senza lasciare traccia, due detective dovranno affrontare l’oscurità per scoprire reconditi segreti e paure.
The Regime: arriverà nel 2024 la serie con protagonista Kate Winslet, di cui approda il primo trailer: racconta un regime autoritario che perde il controllo da dentro le mura del palazzo del potere. Nel cast anche Hugh Grant, Matthias Schoenaerts e Andrea Riseborough; Will Tracy è autore, produttore e showrunner; dirige Stephen Frears.
The Sympathizer: presentato il trailer della nuova attesa serie di Park Chan-wook tratta da un romanzo premio Pulitzer: Robert Downey Jr. interpreta gli antagonisti principali nelle vicende di una spia comunista durante gli ultimi giorni della guerra del Vietnam, tutti rappresentanti di un ente diverso dell’establishment americano.
Creature Commandos: la prima serie DC della gestione Gunn-Safran arriverà nel 2024 con sette episodi, tutti scritti da James Gunn. Il cast vocale della serie d’animazione prevede Frank Grillo (Rick Flag Sr.), Maria Bakalova (Ilana Rostovic), Indira Varma (la Sposa), Zoe Chao (Nina Mazursky), Alan Tudyk (Dr. Phosphorus), David Harbour (Eric Frankenstein) e Sean Gunn (G.I. Robot).
Gremlins: Secrets of the Mogwai: il teaser diffuso mostra le prime immagini della serie animata prequel del cult prodotto da Spielberg: nella Shanghai degli anni ’20 il bambino di 10 anni Sam Wing deve mettere in salvo il Mogwai Gizmo da un esercito di Gremlins malvagi.
Rick And Morty: The Anime: pubblicata la prima foto della nuova serie spin-off dell’universo di Rick & Morty, adattamento in anime che sarà pubblicato a fine anno sulle piattaforme Max e Adult Swim.
It prequel: ufficiale la messa in produzione di Welcome to Derry, prequel alle due recenti pellicole dirette da Andy Muschietti nel mondo di It, dedicate a Pennywise, il clown demoniaco nato dalla penna di Stephen King.
Zerocalcare sta per tornare e quale migliore platea per annunciarla se non quella della kermesse più seguita della televisione italiana? Come si vede nella nuova clip di anticipazione della sua prossima serie animata, Questo mondo non mi renderà cattivo, il fumettista e ora animatore è stato “costretto” dai potenti boss di Netflix a far debuttare le prime immagini della sua nuova opera nientemeno che durante le pause pubblicitarie della terza serata del festival di Sanremo.
In questo teaser lo stesso Zerocalcare (animato) appare come un patinatissimo conduttore della gara canora che, però, come al solito, si fa prendere dall’ansia e preferisce far parlare le immagini.
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Questo mondo non mi renderà cattivonon sarà una continuazione diretta di Strappare lungo i bordi, la prima serie che Zerocalcare aveva realizzato per Netflix, accolta con calore da pubblico e critica. Il nuovo progetto è completamente originale, scritto e diretto da Zerocalcare, e sarà composto da 6 episodi, di circa mezz’ora ciascuno, che entreranno ancora più a fondo nelle tematiche care all’autore.
In particolare il titolo dello show rappresenta una sorta di mantra, una frase che lo stesso Zerocalcare si ripete, quasi per auto-convincersi, in quei momenti della vita in cui ci si sente accerchiati, senza via di fuga, in cui sarebbe più facile fare scelte sbagliate, rinnegare ideali e princìpi pur di togliersi dai guai.
In Questo mondo non mi renderà cattivo torneranno il mondo narrativo, il linguaggio unico e i personaggi storici e inconfondibili dell’universo di Zerocalcare: Zero, Sarah, Secco (doppiati dallo stesso autore) e l’Armadillo, l’immancabile coscienza di Zero, doppiato anche questa volta dalla voce inconfondibile di Valerio Mastandrea. Saranno loro i protagonisti di una narrazione fatta di digressioni, aneddoti, emotività e colpi di scena.
La serie è prodotta da Movimenti Production, società del gruppo Banijay, in collaborazione con BAO Publishing, casa editrice che da sempre pubblica le opere di Zerocalcare. Pur non avendo ancora una data di uscita ufficiale (“prossimamente” recita il teaser), sappiamo con certezza che uscirà su Netflix nel corso del 2023, oltre un anno dopo la precedente Strappare lungo i bordi.
Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei più acclamati fumettisti e illustratori del panorama italiano, è in attività da oltre 20 anni e durante la sua carriera ha venduto più di un milione di libri. Il suo primo albo a fumetti, La profezia dell’armadillo (ottobre 2011), ha riscosso grandissimo successo e ha lanciato la carriera del suo autore e ache il personaggio dell’Armadillo, divenuto ricorrente nell’opera di Zerocalcare, del quale rappresenta una proiezione soggettiva.
Dal medesimo albo è stato tratto l’omonimo adattamento cinematografico del 2018 con Simone Liberati, Pietro Castellitto e Valerio Aprea nei panni dell’Armadillo. Zerocalcare è poi approdato su Netflix nel novembre 2021 come autore e interprete (affiancato da Valerio Mastandrea che doppia l’Armadillo) con la serie animata Strappare lungo i bordi, successo di pubblico e critica, tradotta in varie lingue e trasmessa in oltre 150 paesi.
Costernati dai recenti allarmi sui cali delle maggiori piattaforme di streaming; intimoriti dai futuri provvedimenti sugli account condivisi; perplessi dalla qualità generale che accompagna le serie d’incasso; finalmente ristorati, seguendo la fortuita congiuntura festiva, dalle numerose e valevoli novità in catalogo. Ecco, quindi, quasi in sordina passare, tra un Bardo, un Pinocchio e un DeLillo, la sesta parte di una seria saga multiversale: tra i molti Rick, gli innumerevoli Mort(i)y, e gli svariati, ma sempre dilettevoli, Jerry.
Passano gli anni, si rinnovano i contratti. La serie di Justin Roiland e Dan Harmon ha proliferato contaminando immaginari, assorbendo universi paralleli, rigettando le rigidità, stilistiche e formali, delle prime stagioni. Niente più wabba lubba dab dab (non siam mica puttane, si ricorda Rick), personalità familiari dueddì, ritmi involontariamente sincopati o esasperate gag sui Mr Miguardi. Resta l’estro creativo e la capacità di sviluppare trame sempre nuove, rimettendo sul tavolo vecchie conoscenze e notissimi gadgets, ampliando e rendendo così sempre più familiare un universo narrativo che nulla ha da invidiare alle grandi saghe cinematografiche recenti.
Dalle felicissime esperienze pubblicitarie sulle porte! viste alla tv interdimensionale ai furettosi GoTron; dalle navicelle senzienti alle parodie, congiunte e inconsapevoli, della Mia cena con André e del Namor di Wakanda Forever; dalle apocalissi planetarie vissute come una Woodstock ai draghi porcelloni; dagli ignoti usurpatori di water ai treni della narratività, passando per i classici: dai cetrioli bellicosi alle parodie dei Vendicatori, fino a qualche civiltà dominata da menti a sciame (con menzione d’onore ai sette della Greendale), qualcosa è pur cambiato. E che il cambiamento, graduale e motivato, delle dinamiche tra personaggi di una sitcom animata sia reso e cesellato in maniera tanto certosina è cosa rara e sempre gradita. In questa primo pezzo della sesta stagione, infatti, vengono al pettine nodi familiari che covavano sotto le ceneri delle precedenti stagioni: il rapporto tra nonno e nipote che continua a essere messo in crisi da situazioni sempre più assurde – ce la faranno i miliardi di NFT di Morty a fidarsi del messaggio messianico di Rick, mentre fuori Die Hard infuria? – ma soprattutto il matrimonio di Beth e Jerry stravolto, stavolta, dalla presenza del clone di Beth. Ed è forse proprio il personaggio di Jerry, malinconico e tontolone, a spiccare maggiormente. Sarò un uomo, ma sono anche un bambino, e i bambini non sono responsabili della sofferenza altrui. Un goccio di vittimismo, dell’amara consapevolezza, infine il nuovo e fecondo compromesso con le Beth; una figura tragicomica che gioca tutto sulla miseria percepita dall’individuo al disvelarsi dell’assurdo nella propria quotidianità. Un’irruzione che viene costantemente ritardata, nascosta, – i puzzle sono meglio dalle simulazioni spaziali iperrealistiche – offuscata, ripudiata – perché è preferibile farsi innescare un dispositivo che consenta di chiudersi letteralmente a riccio piuttosto che affrontare le imprevedibili conseguenze della realtà –; infine accettata, masticata e rimodellata alla luce di un compromesso tanto traumatico per le orecchie dei figli, quanto divertito e giocoso per le tre parti in causa. Un personaggio sviluppato con cura e per questo mai definitivamente “arrivato” – come dimostra quel vecchio file Never trying never fails Final_final_final che con tanta difficoltà viene riesumato nella sesta puntata di questa stagione – ma costantemente alla ricerca.
Se di tanti comportamenti è facile rintracciare la linea di trasformazione, lo stesso non si può dire per quelli di Rick: solito egomane intabarrato in cinismo e facili autogratificazioni, tanto che, alla fine di La famiglia della notte, non fosse stato per i quotidiani e gravosi impegni del giorno, avrebbe capitolato definitivamente contro i nottambuli e tutto per non cedere al puerile compromesso di lavare dei piatti. Questo, probabilmente, il miglior episodio della stagione, definito dalle rapide ellissi temporali – naturale conseguenza della mancanza della sparaporte – che separano desti da nottambuli. Intessuto quindi di un ritmo pacato che si adegua agli stilemi dell’orrore, ricordando ora Us di Jordan Peele, ora il più recente Severance per le tematiche in gioco, la puntata si chiude con l’apparente vittoria della famiglia della notte, che tuttavia soccomberà alla futilità del giorno e deciderà di farla finita in pieno stile Hitchcock (I’ve just come into possession of a cure for insomnia…).
Tra serietà e facezie, tra una partitina a Roy: a life well lived e una cenetta teleologicamente orientata da Panda Express, passando per la rediviva sigla di Taxi, Rick & Morty continua la sua missione di sbertuccio agli idoli della cultura pop contemporanea, di derisione alla normalità, di abbraccio all’assurdo, guadagnando, di anno in anno, l’attenzione di chi ha ancora interesse a farsi stupire e al tempo stesso inquietare.
Produrre un suo personale Trono di Spade è stato un chiodo fisso di Amazon Studios per anni: il genere affascina il grande pubblico da sempre, e la serie di HBO tratta dai romanzi di George R. R. Martin ha dimostrato come giocare con le regole del fantasy potesse produrre un fenomeno mediatico senza precedenti.
E se, fino a questo momento, il fantasy made by Amazon non ha avuto grande fortuna tra serie high-concept di poco mordente (Carnival Row) e mediocri adattamenti letterari (La ruota del tempo), la compagnia di produzione ha deciso di puntare altissimo e tornare alle origini di tutto il genere con la saga de Il Signore degli Anelli.
Ma non ce ne vogliano i puristi di Tolkien: l’opera che di fatto ha fondato il fantasy moderno e uno dei capisaldi della letteratura fantastica mondiale ha conosciuto una seconda e più popolare giovinezza grazie alla trilogia di Peter Jackson, opera cinematografica che ha alzato per sempre l’asticella dello standard delle produzioni cinematografiche.
La sfida che Amazon Studios e la coppia di showrunners J. D. Payne e Patrick McKay hanno raccolto con Gli Anelli del Potere era tra le più ardue, non solo per il confronto con il materiale letterario di partenza ma anche per quello inevitabile con il suo illustre predecessore cinematografico. Dovendo reintrodurre milioni di spettatori alla Terra di Mezzo, quale sarebbe stato l’approccio migliore Reinventare tutto e rischiare oppure andare nel sicuro e inserirsi nella scia di Jackson? A giudicare dai primi due episodi, la scelta è andata per una saggia via di mezzo.
UN NUOVO BENVENUTO NELLA TERRA DI MEZZO
Le panoramiche a volo d’uccello e i campi lunghissimi in cui la regia di Juan Antonio Bayona (per le prime due puntate) ci immerge fin dalle prime sequenze non possono non richiamare quanto fatto da Jackson, ma è inevitabile: il modo in cui la serie immerge lo spettatore nella maestosità delle ambientazioni è figlia della regia di Jackson che ha plasmato il modo di girare scene fantasy nel terzo millennio. Ciò in cui Gli Anelli del Potere si distingue tuttavia è nella raffinatezza con cui l’attenzione della serie passa dal generale al particolare, dal fasto magniloquente delle ambientazioni alla cura maniacale per le rifiniture.
Mai un universo di finzione al cinema o in tv è sembrato così grandioso e ricco di dettagli: il livello di cura e minuziosità nella ricostruzione della Terra di Mezzo è equiparabile se non addirittura superiore al già maestoso lavoro svolto a suo tempo dai team della Weta Digital e Weta Workshop. Sembra fatto apposta per far perdere gli appassionati nella miriade di dettagli che traboccano da ogni inquadratura, accompagnata dalla maestosa colonna sonora di Bear McCreary.
La regia di Bayona è pienamente consapevole di dover bilanciare lo stupore per un mondo fantasy così enorme, il worldbuilding e la cura nella costruzione dei personaggi, e dà il suo meglio non tanto nelle ampie vedute -dove la parte del leone la fanno gli effetti visivi- quanto nei momenti di
introspezione.
LA STORIA DIVENTA LEGGENDA, LA LEGGENDA MITO
Superato il sense of wonder iniziale per il livello di dettaglio, la storia si dipana subito per una serie di linee narrative parallele che spaziano per tutta la Terra di Mezzo toccando i destini di vari popoli.
La cura nel ricostruire la specificità di ogni singolo gruppo sul piano visivo e iconografico tocca anche i dialoghi e la costruzione dei rapporti tra persone e gruppi; tutti i popoli parlano con voci diverse e costruzioni linguistiche coerenti con il proprio status e collocazione geografica. Sembra poco, ma è uno dei tanti tasselli fondamentali che contribuiscono a mantenere intatta la sospensione dell’incredulità.
Le motivazioni dei singoli personaggi appaiono chiare fin dall’inizio e Payne e McKay prestano particolare attenzione alle personalità e le motivazioni di tutti.
Se i personaggi sono quasi tutti subito ben definiti e le loro storie interessanti, non sempre tutto quadra nello sviluppo delle suddette linee narrative, e si ha l’impressione che la serie cada in alcuni trabocchetti tipici di una serie a così ampio respiro, volendo raccontare troppo in un periodo di tempo relativamente limitato -e a questo contribuisce un montaggio non sempre capace di restituire le giuste dosi di pathos e a dare eguale importanza alle diverse sottotrame-; tuttavia questo potrebbe essere un difetto delle puntate introduttive, e distendersi man mano che la storia prosegue.
LA TELEVISIONE NON È MAI STATA COSÌ GRANDE
È difficile valutare dalle prime due puntate la portata di quella che, con ogni probabilità, è la serie televisiva più ambiziosa di sempre, ma probabilmente sarà altrettanto difficile farlo anche a stagione conclusa; proprio in virtù dei pregi come dei difetti bisognerà dare tempo al tempo per stabilire se Gli Anelli del Potere sia davvero destinata a cambiare le regole a imporsi come nuovo fenomeno televisivo del momento.
Ciò che tuttavia traspare fin dal primo paio di episodi è la volontà ferrea di replicare il fulmine in bottiglia che è stata la trilogia di Jackson e alzare ulteriormente lo standard delle produzioni, imponendosi come modello di riferimento per la televisione a venire. Se Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere riuscirà dunque a catturare il cuore del pubblico e a rivelare al mondo una nuova pletora di personaggi e luoghi memorabili, o se si rivelerà tutta forma e poca sostanza, ne riparleremo a stagione conclusa; ma possiamo dire già ora che mai in televisione un universo di finzione era stato così grande, espansivo, ricco di potenzialità.
C’è voluto quasi un mese di attesa per scoprire come si sarebbe conclusa la quarta e penultima stagione di Stranger Things, rilasciata da Netflix in due tranche definite in campagna di marketing come due parti ben distinte, scelta a cui non corrisponde tuttavia una giustificazione narrativa dato che nel complesso le differenti puntate dimostrano di essere narrativamente estremamente compatte. Questi ultimi due episodi, il secondo della durata monstre di 150 minuti che contribuisce alla sensazione di brodo allungato già percepibile nelle puntate precedenti, si ricollegano all’inizio e alla fine della prima parte di stagione (di cui potete trovare la recensione qui).
RUNNING UP THAT HILL
Questi ultimi due capitoli confermano i pregi e i difetti che hanno caratterizzato tutta questa quarta avventura ad Hawkins: se da una parte i Fratelli Duffer sono stati capaci negli anni di creare dei personaggi funzionanti e genuinamente interessanti con cui lo spettatore è in grado di empatizzare, dall’altra parte le vicende raccontate seguono una trama speculare a quella già messa in scena nelle stagioni precedenti, con le stesse dinamiche e lo stesso tipo di risoluzione del conflitto. Se la fortuna di Stranger Things è stata anche costruita sul continuo citazionismo e omaggio, che torna in questo caso con riferimenti ad Halloween e Aliens, siamo ormai giunti al punto in cui la serie cita se stessa, creando un cortocircuito che risulta inevitabilmente nell’ennesima storia già vista e raccontata, semplicemente con un nemico diverso e con battaglie sempre più su larga scala. Il pesante didascalismo che aveva caratterizzato la prima parte ritorna in questa occasione anche se in maniera più diluita, mentre i celebri momenti emotivamente toccanti, marco di fabbrica della serie, in questo caso risultano essere meno incisivi, a causa nuovamente della ripetizione di dialoghi incentrati sull’amore e l’importanza dell’amicizia scritti in maniera poco originale e ormai decisamente stucchevole.
Oltre a ciò la scrittura mostra il fianco a una certa pigrizia nello sviluppo narrativo, con troppe combinazioni casuali di avvenimenti che capitano esattamente nel momento giusto al posto giusto, oltre a dimenticarsi dei personaggi non presenti ad Hawkins ad eccezione di Eleven, che risultano essere la grande vittima sacrificale di questa stagione a livello di sviluppo psicologico. Fortunatamente non mancano momenti riusciti, come la schitarrata di Eddie sul proprio camper nel Sottosopra sulle note di Master of Puppets dei Metallica o il momento da gladiatore di Hopper, e in generale si apprezza il tentativo da parte dei Duffer di dare un background coerente ai diversi villain incontrati nel Sottosopra durante le diverse stagioni. Dall’altra parte è inevitabile non notare come la gestione dei poteri di Eleven sia uscita parzialmente dal loro controllo, essendo un personaggio che continua ad agire da deus ex machina in maniera sempre più marcata, riducendo anche la credibilità delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare e togliendo pathos al tutto.
Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda parte della stagione, online si era scatenata una vera campagna in tutto il mondo per il totomorto, che ha coinvolto anche diversi youtuber nostrani, inspirata dal tono sempre più cupo della serie e dalle parole degli stessi Duffer che in un’intervista avevano rimarcato la possibilità della presenza di più morti nel finale di stagione. Anche in questo occasione i fratelli registi si dimostrano troppo affezionati ai personaggi principali per riuscire a compiere delle scelte importanti e creare dei veri twist narrativi, confermando la generale mancanza di coraggio da parte di Stranger Things nel compiere scelte che vadano contro il favore del pubblico.
IL SOLITO STRANGER THINGS, NEL BENE E NEL MALE
Dal punto di vista tecnico è riscontrabile un notevole miglioramento degli effetti visivi, qua finalmente quasi sempre realistici pur con qualche sbavatura, che contribuiscono alla creazione del Sottosopra, rendendo gli scontri sempre più epici e creando immagini di indubbia potenza visiva su livelli mai visti nella serie, in attesa della guerra finale che arriverà nella quinta e ultima stagione. Dall’altro lato le musiche di pregevole fattura si fanno sempre più carpenteriane e allo stesso tempo risultano a tratti invadenti ed eccessivamente martellanti, non riuscendo a creare sequenze magnifiche come quella con protagonista Max e la canzone di Kate Bush Running Up That Hill vista nel quarto episodio, che resta il migliore di questa stagione.
In conclusione questi ultimi due capitoli confermano il giudizio dato alla prima parte di stagione, rimarcando come Stranger Things sia una serie di assoluto livello tecnico e di grande intrattenimento che tuttavia non riesce ancora ad avere il coraggio di compiere scelte importanti contro i propri protagonisti e cadendo di conseguenza nella prevedibilità.
Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
Con queste parole, pronunciate in latino al Concistoro la Canonizzazione dei Martiri di Otranto l’11 Febbraio 2013, Benedetto XVI annunciò le sue dimissioni. Un evento che sconvolse il mondo intero e che Meirelles ci racconta nel film I Due Papi. Un film magistrale, con un cast superlativo che vede protagonisti Anthony Hopkins e Jonathan Pryce, visivamente straordinario e con delle inquadrature che sembrano essere in grado di farci leggere nell’animo dei personaggi.
“ISPIRATO A EVENTI REALI”
Il film segue fedelmente il corso degli eventi storici: dalla morte di Giovanni Paolo II, all’elezione di Benedetto XVI e la sua rinuncia, seguita dall’elezione di Papa Francesco. Il film è molto aderente alla realtà, questa percezione ci è trasmessa anche dal fatto che all’inizio si alternano servizi giornalistici in diverse lingue e ci sembra di rivivere quei momenti. Anche gli abiti sono estremamente fedeli, possiamo notare le maniche del maglione nero che escono dall’abito papale durante la prima benedizione di Benedetto XVI il 19 Aprile 2005 ma anche gli abiti con cui Papa Francesco si presentò durante la sua prima benedizione il 13 Marzo 2013, rifiutandosi di indossare la cappa rossa e le scarpe papali scegliendo di portare la sua croce episcopale al petto.
…MA NON DEL TUTTO
Ma, nonostante il film ci avverta che è “ispirato a eventi reali”, lascia ampio spazio alla fantasia del regista e degli autori. È il caso dell’incontro tra Benedetto XVI e Bergoglio nella residenza estiva di Castel Gandolfo nel 2012: con ogni probabilità, si tratta di finzione cinematografica. Infatti, non esistono fonti che confermino un viaggio del Cardinal Bergoglio in Italia per incontrare il Papa e presentargli una lettera di dimissioni. Non c’è neanche ragione di affermare che Benedetto XVI volesse affidare l’ufficio papale proprio al cardinal Bergoglio, come mostra il film. Il che si basa sul fatto che Papa Francesco fosse già uno dei possibili eletti al conclave del 2005.
Il regista ha inventato anche le conversazioni tra i due nella Cappella Sistina, oltre che le riunioni tra i due in varie occasioni, come quelle più divertenti e rilassate mentre guardano la finale dei Mondiali di Calcio del 2014. Tuttavia, queste conversazioni, seppur frutto della fantasia, sono fondamentali per conoscere meglio i punti di vista e le idee che li caratterizzano.
Ancora, viene raccontato lo scoppio dello scandalo Vatileaks all’inizio del 2012, quando trapelarono informazioni di documenti segreti che rivelavano una serie di irregolarità nel funzionamento degli uffici del Vaticano. Il film inserisce l’evento tra le possibili cause della rinuncia di Benedetto XVI ma di fatto quest’ultimo non ha mai confermato pubblicamente i motivi della sua scelta.
I RICORDI DI BERGOGLIO IN ARGENTINA
Ampio spazio viene dedicato alla vita passata di Bergoglio in Argentina. Per raccontarla, gli autori si sono probabilmente rifatti ai dati della biografia Francisco. Vida y revolución di Elisabetta Piqué (2016). In particolare, il film permette allo spettatore di ripercorrere la vita precedente alla presa dei voti: conosciamo il suo lavoro nel laboratorio chimico prima di entrare in seminario, la donna che avrebbe sposato se non avesse sentito la vocazione sacerdotale, le sue grandi passioni cioè il calcio e il ballo, la drammatica vita sotto la dittatura del generale Jorge Videla. Grazie a questo racconto, impariamo a conoscere un uomo che porta sulle spalle ferite e rimorsi, ma che pubblicamente riesce a nascondere dietro il suo sorriso contagioso.
L’UNIONE DEGLI OPPOSTI
Proprio grazie al fatto che il film non si limiti a raccontare i fatti reali, ci permette di conoscere i protagonisti non solo in quanto figure istituzionali ma in quanto persone, colme di dubbi, di incertezze dovute all’umano timore di non essere all’altezza della responsabilità che gli è stata assegnata. Meirelles mette in scena la Chiesa Cattolica, oggi sempre più divisa tra apertura e chiusura, ma il film diventa simbolo dell’unione e dell’armonia tra gli opposti. Le differenze che caratterizzano i due protagonisti non li allontanano nel corso del film, anzi, uniti dall’obiettivo di salvare e riformare la Chiesa, costruiscono una relazione ancora più profonda, basata sulla comprensione reciproca.