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  • RECENSIONE TICK, TICK… BOOM! – FRA SOGNO E NORMALITÀ

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    Il musical è il genere per eccellenza dei sogni, espressi in maniera ultra drammatizzata. Se il cinema è una selezione della vita solo nei suoi momenti più interessanti, il musical è quasi emotività condensata. Troppo, per alcuni, e infatti il giudizio è spesso o di amore o di odio, con rarissime vie di mezzo e, soprattutto nelle trasposizioni cinematografiche, il rischio di trovarsi di fronte a prodotti stucchevoli è sempre dietro l’angolo, com’era accaduto con l’adattamento per il grande schermo di The Prom, diretto da Ryan Murphy. 

    Tick tick…Boom!, nuovo musical diretto da Lin-Manuel Miranda, qui al suo debutto da regista, evita benissimo questo primo potenziale ostacolo, mantenendo (quasi) sempre un buon equilibrio di emotività complessa e sfaccettata nel raccontare la storia quasi autobiografica di Jonathan Larson (interpretato da Andrew Garfield), il celebre compositore del pluripremiato Rent, morto a trentacinque anni proprio il giorno prima del debutto Off-Broadway della sua opera più famosa. 

    Ma tick tick…Boom! non racconta questa storia. Il film è, invece,  l’adattamento di un altro musical di Larson che porta lo stesso titolo e che si concentra su pochi giorni di vita del protagonista alla soglia dei trent’anni, età vista come momento di passaggio verso l’ufficiale vita adulta e vissuta con ansia per un successo ancora non arrivato, a differenza di alcuni suoi grandi idoli che a quel punto della loro carriera si stavano già affermando, e per una società che vorrebbe rinunciasse ai suoi sogni per condurre un’esistenza ordinaria e con più certezze materiali. In questo il musical si inserisce benissimo in uno dei filoni principali del genere negli ultimi decenni, ovvero quello che racconta di animi ribelli e un po’ bohémien che inseguono il loro sogni: personaggi che servono da palliativo per una stragrande maggioranza di spettatori che ai quei sogni ha rinunciato, rinuncerà o non li ha mai neanche presi troppo sul serio. Per questo scopo il film funziona benissimo e dopo la visione la sensazione è quella di poter ribaltare il mondo; stato d’animo che svanisce ben presto, al risveglio la mattina dopo o anche semplicemente mettendo piede fuori casa. Tuttavia è una sensazione costruita in maniera solida e credibile, pur non poggiando fra l’altro su canzoni memorabili, attraverso una messa in scena solida e interpretazioni frizzanti ma misurate, che forse solo in un caso rischiano di sconfinare nel kitsch

    Fin qui niente di nuovo, ma il film ci offre anche un piccolo ribaltamento di prospettiva. Siamo nel 1990, al culmine dell’epidemia di AIDS, e il migliore amico di Jonathan, Michael, è solo l’ultimo di una lunga schiera di amici che sono stati contagiati e sono morti a causa della malattia. Attraverso questo personaggio, che ha abbandonato la carriera di attore per un remunerativo impiego nel campo della pubblicità, il film ci fa vedere quanto il concetto di “sogno” possa cambiare di segno a seconda della posizione sociale che ricopri e quindi di quali sono i tuoi privilegi. Infatti, ciò che per Jonathan non ha alcuna attrattiva, può essere il sogno per qualcuno come Michael, che, omosessuale, latino e sieropositivo, a quella vita, fatta da tante piccole cose considerate normali, non poteva tendenzialmente avere accesso (tutto ciò sottolineato anche dal ruolo di MJ Rodriguez, star della serie tv Pose, la cui presenza crea un piccolo collegamento intertestuale). 

    Questi elementi narrativi ci portano anche a riflettere sul tema del tempo, centrale nel film, dalla sua mancanza preannunciata o meno e su quanto possiamo arrivare ad essere febbrilmente ossessionati, anche i più liberi di noi, dal raggiungere entro un determinato momento, o che successo, soddisfazione, felicità o qualsiasi cosa si manifesteranno in maniera netta e lineare. Per Jonathan i trent’anni, che arriveranno di lì a giorni, rappresentano il punto d’arrivo di un percorso di otto anni passato a scrivere un musical, Superbia, che alla sua presentazione, pur venendo apprezzato, non riceverà disponibilità ad essere finanziato. Dovrà iniziare a scrivere “il prossimo”, come gli dice la sua agente, impresa che sembra, anche a noi spettatori con lui, insormontabile. Ricominciare da capo, dunque, che in realtà è solo l’apertura di nuove possibilità. Non è un film che ci offre il grande lieto fine, ma ci da il sollievo di mostrarci come, nonostante la vita possa essere abbastanza ironica da percorrere una strada contorta e non lineare, anche questo percorso così incerto, alla fine,  abbia un senso

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  • RECENSIONE ARCANE – IL TIE-IN PERFETTO

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    Nell’ambito del gaming competitivo si è vista l’ascesa, negli ultimi anni, di numerosi titoli di successo (basti pensare a Fortnite oppure Call of Duty Warzone), ma su tutti campeggia un nome, comparso nel 2009 e destinato a diventare un pilastro: League of Legends. Nato come mod di Dota e divenuto poi un IP vera e propria, il videogioco di casa Riot Games risulta ancora oggi uno degli MMO più giocati dagli utenti PC.

    Uno degli elementi più interessanti della produzione, oltre al gameplay (per i tempi) innovativo, sono i campioni: personaggi dalle sembianze umane, animali o mostruose, ognuno caratterizzato da abilità e da background differenti, portando alla creazione di un vero e proprio mondo da cui questi eroi e villain nascono ed agiscono. Era quindi solo questione di tempo prima che qualcuno si decidesse a creare un prodotto audiovisivo che seguisse le vicende di questi campioni ed è stata proprio Riot Games, in collaborazione con lo studio di animazione parigino Fortiche e la piattaforma di streaming Netflix, a portare alla creazione di Arcane, serie tv che conta 9 episodi, pubblicati in tre atti (ognuno da tre episodi) dal 6 al 20 Novembre.

    Due piccole premesse prima di partire: la recensione della serie prenderà in esame l’evoluzione delle vicende e dei personaggi attraverso i tre atti, comportando la necessità di dover parlare di alcuni avvenimenti considerabili spoiler (con la precisione nel passaggio tra il primo e secondo atto) e che potrebbero quindi rovinare l’esperienza per uno spettatore ancora ignaro dei fatti; inoltre, tutte le opinioni vengono espresse da un neofita del videogioco e della sua lore, ignorando quindi possibili riferimenti o easter egg presenti nella produzione.

    UN MONDO DI MAGIA E SCIENZA

    Piltover e Le Vie. Questi i luoghi in cui si svolgono le vicende della serie e che portano i vari personaggi che ci vengono presentati ad entrare in contatto tra loro, per accordarsi o scontrarsi, per stringere alleanze o dichiararsi guerra. Piltover è una città costiera, che fonda la propria ricchezza sulle rotte commerciali e le cui basi vantano le migliori scoperte scientifiche di tutto il continente, tralasciando però completamente tutto ciò che riguarda la magia (o Arcane, come viene definito nella serie); Le Vie sono invece un’intricata rete di edifici e passaggi sotterranei, costruiti proprio sotto Piltover ed utilizzati dai mercanti per i traffici illeciti ed illegali nella città “di sopra”.

    ATTO I: NASCITA

    Proprio nelle Vie crescono Vi e Powder, due sorelle rimaste orfane durante una precedente guerra tra le due città e cresciute dal mercante Vander, proprietario della locanda The Last Drop e “sindaco” della città sotterranea. Saranno loro le protagoniste della serie, che vediamo nel primo atto intente nel furto di alcuni oggetti di valore nella casa di Jayce Talis, giovane studioso dell’accademia alla ricerca di un modo per combinare scienza e arcane all’interno di alcune gemme, che durante il furto causano però un’esplosione, portando prima i ragazzi ad una incredibile fuga dai soldati e successivamente all’inasprimento dei rapporti tra le due città. Mentre le due ragazze ed i loro compagni rispondono delle proprie azioni a Vander e Jayce viene processato dal consiglio di Piltover, un nuovo personaggio tira di nascosto le fila delle Vie: Silco, vecchia conoscenza di Vander, è infatti un capo banda e produttore dello Shimmer, una sostanza capace di potenziare le prestazioni fisiche e la forza dei soggetti che ne fanno uso, creando in loro però una forte dipendenza ed alcune modifiche fisiche permanenti.

    La carne messa sul fuoco dal primo atto è parecchia ma la serie riesce sapientemente a dosare i tempi, presentando le origini dei personaggi in maniera eccezionale oltre ad introdurre con Silco uno dei villain meglio scritti in un prodotto di questo tipo. Con il finale del terzo episodio, la serie presenta due punti di svolta: nelle Vie scoppia una guerra, che si conclude con la morte di numerosi personaggi da parte di Silco e l’uccisione involontaria da parte della piccola Powder di alcuni suoi amici e del padre adottivo, avvenimento che porta all’aspra separazione delle due sorelle e all’avvicinamento di Powder verso Silco, che finirà per sostituire la figura paterna; nel frattempo a Piltover, Jayce con l’aiuto di un altro studioso di nome Viktor porta a termine i suoi esperimenti creando l’Extech, la perfetta e funzionante unione di scienza ed arcane.

    ATTO II: CONSEGUENZE

    Il secondo atto comincia presentando uno skip temporale di diversi anni, mostrando una Piltover estremamente più avanzata e arricchita grazie alla creazione di alcuni portali Extech, che rafforzano ulteriormente il ruolo della città nel commercio del continente, mentre le Vie, conosciute ora come lo Stato di Zaun, sono controllate da Silco ed i suoi uomini, tra cui spicca una Powder, ora conosciuta come Jinx, costretta a combattere i propri demoni e le conseguenze delle sue azioni. Le azioni del capo banda si espandono, però, a macchia d’olio anche nella città di sopra grazie alla corruzione di alcuni uomini di legge, portando disordini e scompiglio. Vengono qui introdotti i Firelights, gruppo criminale di Zaun che sembra contrastare le attività di Silco, e Caitlyn, vecchia conoscenza di Jayce, poliziotta con l’obiettivo di fermare le attività illecite della città e che decide di scarcerare Vi (finita precedentemente in prigione per alcuni furti) e di collaborare con lei per fermare Silco.

    In questo secondo atto l’azione, così presente nel primo, presenta un leggero calo in favore di una narrazione più personale (presentando comunque scontri mozzafiato nell’incipit della quarta puntata o sul finale della sesta), che esplora sempre più nel profondo le motivazioni e la morale dei personaggi rendendo palese la non presenza di una semplice (e limitante) divisione tra buoni e cattivi, ma rendendo invece palese la presenza di lati positivi e negativi presenti in ognuno di loro, creando un conflitto interno ai personaggi stessi che devono decidere quale strada seguire: il rimorso ed il dolore per Jinx, la ricerca di potere ed il controllo per Silco, la voglia di riscatto e l’istinto di protezione verso gli abitanti delle vie per Vi e si potrebbe continuare così per ogni personaggio presentato, andando a sottolineare ulteriormente la cura nella scrittura dei caratteri di questa serie.

    ATTO III: COLLISIONE

    Presentati i vari personaggi ed i loro obiettivi, il terzo atto è il punto di raccordo di tutte le linee narrative presentate finora, con Silco costretto al bivio tra il potere, da lui tanto bramato, e la “figlia” Jinx, quest’ultima che si ritrova a sua volta in un faccia a faccia con la sorella e con la scelta di chi vuole diventare veramente. Contemporaneamente Jayce, divenuto parte del consiglio di Piltover, deve scegliere tra la pace e la guerra, tra la stabilità del governo e le conseguenze  dei suoi esperimenti.

    Un atto che, se da un lato conclude in maniera impeccabile alcune linee narrative, ne apre anche di nuove per sfociare in un finale che (secondo il modello appena presentato) presenta la completa evoluzione di personaggi come Jinx e Vi e porta al termine l’arco narrativo di Silco, ma preparando al tempo stesso il terreno per le future stagioni, con una sequenza finale accompagnata dal brano “Goodbye” di Ramsey dall’alto tasso di epicità.

    UN RIUSCITO ESPERIMENTO VISIVO

    Ultimo elemento, ma sicuramente non per importanza, che eleva ulteriormente questa serie tra le varie produzioni animate della piattaforma di Netflix è proprio l’elemento visivo. Partendo da uno stile che può essere  accomunato ad una produzione come Spiderman: Into the Spider-Verse (Ramsey, Persichetti Jr. e Rothman; 2018), la serie presenta in realtà una ricerca visiva estremamente interessante e nuova, partendo in primis dalla modellazione dei personaggi, che presentano uno stile riconducibile ai trailer in computer grafica nell’ambito dei videogiochi, passando poi per l’utilizzo di luci al neon che donano alle ambientazioni quel mix di fantasy e steampunk, che si riflette poi anche nelle scene più movimentate e d’azione, con il viola dai tratti rosa shocking dello Shimmer ed il blu elettrico delle armi Extech, passando per le sfumature giallo-arancioni delle armi da fuoco e delle scintille e per il verde smeraldo degli hoverboard dei Firelights. 

    Un’ulteriore distinzione visiva è presente tra i tre atti: il primo sfrutta infatti uno stile di rappresentazione abbastanza classico, puntando sul (semi)realismo della computer grafica e presentando alcuni effetti visivi e di luce nelle scene in cui si presentano a schermo gli esperimenti sull’Extech e sullo Shimmer (con gli effetti sopra citati); il secondo atto, oltre a ripresentare i precedenti elementi, introduce la schizofrenia di Jinx, manifestata visivamente dalla comparsa improvvisa (creando un effetto tipico delle produzioni horror) di alcuni sketch di colore bianco che simulano quelli che si fanno sui propri diari segreti, come cuori attorno agli occhi o visi estremamente stilizzati e dalle curve taglienti; unendo questi elementi, il terzo atto introduce però anche alcune sequenze, proprie dei Firelights, in cui si presenta uno stile di disegno che ricorda quello dei graffiti di strada.

    Esempio della manifestazione della pazzia e delle paure di Jinx

    CONCLUSIONI

    A dodici anni dall’uscita del videogioco su computer, Riot Games si affida a Fortiche e a Netflix per realizzare una delle migliori serie animate degli ultimi anni. Partendo da una base interessante, la serie mette in scena personaggi ed eventi raccontati con una cura quasi straordinaria, senza contare la spettacolarità delle scene d’azione che trasudano epicità da ogni frame. Complice nel successo della produzione è anche lo stile grafico, che presenta una base di computer grafica di altissimo livello ed utilizza una commistione di stili differenti, costruendo una delle ambientazioni più belle ed uniche viste negli ultimi anni. In attesa di una (già annunciata) seconda stagione, non resta che sperare che una produzione di questo tipo faccia scuola, non solo nel campo della sperimentazione nell’animazione, ma anche in come si debba produrre un’opera cinematografica o televisiva tratta da un videogioco.

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  • RECENSIONE ARMY OF THIEVES – COME COSTRUIRE UN PREQUEL

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    Il 21 Maggio approdava su Netflix Army of the Dead: diretto da Zack Snyder e prodotto direttamente dalla piattaforma di streaming, il film proponeva un mix tra zombie, azione, horror ed heist movie. Complice una scrittura estremamente prevedibile nello svolgimento delle vicende e spicciola nella caratterizzazione dei personaggi, non sono bastati l’imponente cast di ben dieci personaggi, capitanato da Dave Bautista (interprete di Drax Guardiani della Galassia e di Sapper Morton in Blade Runner 2049), né l’ottima realizzazione della computer grafica a salvare questa pellicola eccessivamente lunga, che tenta di essere scanzonata e seria allo stesso tempo, ma che finisce per dar vita a un prodotto confuso ed evitabile. 

    Nonostante tutto ciò, Netflix non si è lasciata scoraggiare e ha continuato a credere enormemente nel progetto, tanto che in quel 21 Maggio non soltanto usciva la pellicola, ma anche una notizia direttamente dalla produzione: sarebbe uscito un prequel del film il cui focus sarebbe stato un’impresa compiuta dal personaggio di Ludwig Dieter alcuni anni prima rispetto alle vicende della pellicola.

    Si arriva quindi al 28 Ottobre 2021, data in cui esce – sempre su Netflix – Army of Thieves, di cui Zack Snyder cura il soggetto e la produzione, lasciando le redini della regia al giovane esordiente Matthias Schweighöfer, anche interprete del protagonista Ludwig. 

    UNA BANDA DI LADRI

    Il film si ambienta appena dopo l’inizio dell’epidemia di zombie di Las Vegas (appena dopo l’introduzione di Army of the Dead, per intenderci), ma i mostri mangia cervelli protagonisti della pellicola precedente sono soltanto una lontana notizia che si sente al TG. Le vicende che seguiamo sono infatti ambientate inizialmente in Germania, per poi spostarsi in giro per l’Europa, e vedono il giovane Sebastian, esperto di casseforti e di scasso, vivere una monotona vita a Potsdam come cassiere in banca, fino a quando un misterioso commento sotto uno dei suoi video su YouTube lo conduce a una competizione segreta tra scassinatori, da cui esce vincitore. Il misterioso autore del commento si figura quindi nella persona di Gwendoline, famosa ladra che lo recluta come scassinatore nella sua banda con lo scopo di ottenere la gloria scassinando tre impenetrabili casseforti costruite dal famoso fabbro Hans Wagner e detenute dal milionario Bly Tanaka (vecchia conoscenza degli spettatori della saga).

    Evitando di addentrarsi ulteriormente nelle vicende, si può subito affermare come in ambito di scrittura la pellicola renda chiaro fin da subito il carattere comico e scanzonato che vuole utilizzare e, diversamente dal precedente film, riesce a mantenerlo fino alla fine, costruendo un heist movie d’azione estremamente solido e divertente, che non si prende sul serio e che cita continuamente i classici del genere, dallo svolgimento delle vicende ai personaggi. Se il il film precedente metteva in scena un numero eccessivo di personaggi estremamente stereotipati e che non riuscivano mai a spiccare, questo film si concentra su una banda piuttosto esigua, composta, oltre che da Sebastian e Gwendoline, da Korina (Ruby O. Fee), l’hacker del gruppo, Rolph (Guz Khan), l’autista, e Brad Cage (Stuart Martin), il macho del gruppo che, come chiaro già dal suo nome (unione di Brad Pitt e Nicholas Cage), risulta essere una palese citazione ai classici d’azione americani. Sono però ovviamente il Sebastian di Matthias Schweighöfer e la Gwendoline di Nathalie Emmanuel il fulcro del racconto, lui ragazzo ingenuo e svampito, mix di momenti più divertenti e altri più emotivi (gestiti ottimamente, senza risultare mai fuori luogo) e lei tough girl a capo del gruppo che non si lascia fermare da niente e nessuno. Risulta palese come i personaggi partano da una base di stereotipi già notevolmente acquisita, risultando comunque interessanti e divertenti e riuscendo a creare un’ottima atmosfera (complice anche la bella chimica tra gli attori). Si aggiunge poi tra i personaggi la coppia di agenti dell’Interpol, classico esempio di poliziotto buono e cattivo, ma che, a differenza degli altri, non riesce a scrollarsi di dosso lo stereotipo, risultando poco interessante. Fortunatamente la coppia è presente sullo schermo per un minutaggio talmente ridotto da non rovinare comunque la pellicola.

    UN PASSO AVANTI

    Dal punto di vista tecnico il film si erge su un buon livello, su tutto la regia di Schweighöfer. Nonostante sia al suo primo lavoro, il regista dimostra un’ottima padronanza della macchina da presa, dando a questa pellicola una bellezza visiva di cui il predecessore non è riuscito a godere, soprattutto nelle scene più movimentate, che qui risultano estremamente chiare ed adrenaliniche, anche se con un leggero effetto di sfocatura che può risultare fastidioso per alcuni. Si tratta comunque di un effetto che si manifesta giusto un paio di volte e non risulta per nulla invasivo. La fotografia e le scenografie risultano meno impattanti e spettacolari rispetto a quelle del precedente (le fredde strade tedesche, le banche e caveau perfetti e scintillanti non reggono ovviamente la spettacolarità di una Las Vegas devastata e piena di zombie).

    Elemento che già pesava sul precedente film e che ritorna anche in questo è la durata eccessiva: la pellicola supera (di poco) le due ore, risultando leggermente pesante sulle battute finali, complice una struttura ripetitiva (lo scasso delle tre casseforti non può ovviamente variare più di tanto) e a tratti prevedibile. Siamo comunque davanti ad un dettaglio, una piccolezza che non rovina comunque troppo la visione.

    CONCLUSIONI

    Con questo prequel Netflix e Schweighöfer riescono a creare un ottimo heist movie, divertente e adrenalinico, ben diretto e ben scritto, con ottimi personaggi che, nonostante la partenza stereotipata, risultano tutti interessanti e mai banali. Su tutti spicca il protagonista Sebastian, vero gioiello della pellicola, divertente il giusto e capace di emozionare nei momenti più seri (complice anche l’ottima interpretazione del giovane Matthias), con una caratterizzazione assente nel precedente film. Sia comunque chiaro che non ci troviamo di fronte a un capolavoro, ma a un buon film ottimo per passare due ore in tranquillità e spegnendo il cervello. Speriamo quindi che, in caso di ulteriori capitoli della saga, si continui lungo questa strada di miglioramento.

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  • RECENSIONE THE HARDER THEY FALL – IL WESTERN ALL BLACK DI NETFLIX

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    Annunciata nel 2019, la pellicola diretta dall’esordiente Jeymes Samuel (conosciuto prevalentemente per aver diretto i suoi video musicali) e prodotta da Netflix si proponeva con  un’idea estremamente interessante alla base: creare un western il cui cast fosse composto per la prevalenza da attori di colore. E così poi è effettivamente stato. Complice la pandemia di Covid-19, il film ha dovuto attendere la fine di Ottobre 2021 per poter raggiungere soltanto alcune sale in proiezione limitata, ma il 3 Novembre The harder they fall è definitivamente sbarcato anche su Netflix, con un cast che definire eccezionale sarebbe riduttivo e una colonna sonora curata in parte dal regista stesso e in parte da JAY-Z. Sarà riuscita Netflix nella sua impresa?

    “QUESTE PERSONE SONO ESISTITE”

    Il film si apre con questa frase, sottolineando come dietro l’apparente novità del cast all black si celi qualcosa di vero: i personaggi che popolano il film sono infatti ispirati a persone che hanno realmente abitato quel Far West fatto di polvere, cavalli e polvere da sparo, donando quindi alla pellicola un’importanza addirittura maggiore a quella precedentemente attribuita al Django Unchained diretto da Tarantino. 

    La pellicola segue le vicende di Nat Love, capo di una banda di pistoleri conosciuta per rapinare i rapinatori e per eliminare tutti coloro che hanno portato alla morte dei genitori di Nat quando questo aveva soltanto dieci anni. Eliminati tutti gli assassini e con Rufus Buck, capo della banda, in prigione, la vita di Nat si appresta a diventare normale, senza rapine e omicidi, fino a quando Buck non viene fatto evadere e riceve l’amnistia per tutti i suoi crimini, portando quindi la banda a riunirsi e ad allearsi con un maresciallo per completare la propria vendetta. La pellicola si prende tutto il tempo necessario per introdurre tutti i personaggi principali, sia della banda di Nat sia di quella di Buck, mostrando attraverso di loro varie linee di pensiero che esulano dalle definizioni di “personaggio buono e personaggio cattivo” per introdursi in un terreno fatto di moralità personale in cui il problema non è se uccidere oppure risparmiare un nemico, ma se sia giusto combattere in uno stallo o sia invece lecito ucciderlo in ogni maniera possibile. 

    Tra tutti spiccano ovviamente i personaggi di Nat Love e Rufus Buck, portati sullo schermo rispettivamente da Jonathan Majors e Idris Elba, che riescono a rendere i personaggi profondi e leggendari, come delle vere leggende del West. Ma è tra i coprotagonisti che la scrittura riesce a mettere in scena personaggi tutti diversi tra loro e riconoscibili. Se dal lato di Love troviamo il pistolero Jim (RJ Cyler) amante degli stalli, la donna d’affari capace e super tosta Mary (Zazie Beetz) e il fuciliere Bill (Edi Gathegi) che non sbaglia un colpo, a cui si aggiungono il maresciallo Bass Reeves (Delroy Lindo) e l’aspirante uomo di legge Cufee (Danielle Deadwyler), dal lato di Buck figurano invece la pistolera senza scrupoli Trudy (Regina King) e il fuorilegge Cherokee Bill (Lakeith Stanfeild), che non ama la violenza ma che non si fa problemi a uccidere i propri avversari in ogni modo possibile, anche il più disonorevole.

    FAR FAR WEST

    La regia del film si attesta su un ottimo livello, complice la chiarezza ed epicità che riesce a dare ad ogni sequenza, dalla più calma chiacchierata in un saloon, passando per le rapine in banca agli scontri a fuoco nelle piccole città, e utilizzando alcuni movimenti di macchina particolarmente calzanti oltre ad un utilizzo – mai esagerato – del rallenty. Altro punto forte della produzione sono certamente la fotografia (curata da Mihai Malaimare Jr., direttore della fotografia anche per Paul Thomas Anderson e Taika Waititi), i costumi (curati da Antoinette Messam) e le scenografie che, assieme alle spettacolari musiche che compongono la colonna sonora, riescono a costruire un Far West d’impatto e ricco di quell’epicità e di quel pathos caratteristici dei racconti western, senza però scadere mai nell’eccesso o nello stereotipo fastidioso. In questo, come già messo in evidenza a inizio recensione,  il cast gioca un ruolo fondamentale: etnicamente differente dai canoni classici, oltre ad essere importantissimo in ambito di movimenti culturali, dona una ventata d’aria fresca ad un genere che sembrava aver già detto tutto ciò che poteva.

    Se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo, bisogna mettere in evidenza la durata leggermente eccessiva della pellicola (circa due ore e venti minuti), che subisce un rallentamento dell’azione nella parte centrale e sulla quale pesa ulteriormente l’inserimento di alcuni passaggi e soluzioni abbastanza prevedibili, soprattutto sul finire.

    CONCLUSIONI

    Con The harder they fall Samuel e Netflix sono riusciti nell’impresa di creare un western che potesse riportare in auge il genere e al tempo stesso innovarlo, grazie alla presenza di un cast (quasi) interamente di colore. Una scrittura brillante dei personaggi, un’ottima regia e un comparto tecnico e scenografico di ottimo livello portano lo spettatore nuovamente in quel Far West che sembrava ormai appartenere al passato del Cinema e che si presenta qui in forma smagliante, presentando tutti gli stilemi classici del genere e amalgamandoli tutto sommato bene, nonostante una durata leggermente eccessiva a cui si aggiungono una lentezza un po’ stagnante nella parte centrale e una scrittura a tratti prevedibile sul finale. Rimane comunque una delle pellicole originali Netflix di maggior impatto e che sicuramente vale la pena recuperare, sia per i neofiti che per i fan del genere.

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  • RECENSIONE STAR WARS VISIONS – ANTOLOGIA ANIMATA DELLA GALASSIA LONTANA

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    Star Wars: Visions è un progetto dall’interesse molto più alto rispetto alle altre serie animate di Star Wars. Le visioni del titolo sono le prospettive offerte da sette studi d’animazione giapponesi sull’universo creato da George Lucas: nove cortometraggi che esplorano ciascuno storie e personaggi diversi dagli Skywalker o dai Palpatine di turno, uniti solo da alcuni elementi narrativi che condividono con i film.

    Dopo più di quarant’anni di vita del franchise, sembra quasi un cliché ricordare l’enorme e dichiarato debito nei confronti del cinema di Akira Kurosawa, in particolare I Sette Samurai e La Fortezza Nascosta, senza i quali non esisterebbe lo Star Wars che conosciamo. Tuttavia, nonostante l’ispirazione del cinema del Maestro sia cosa ormai nota, sono state anche curiosamente rare le esplicite incursioni del franchise in questo preciso immaginario cinematografico, relegato forse soltanto ad alcuni episodi di The Mandalorian, dato che gli autori di Star Wars hanno preferito ricorrere al più familiare -per gli spettatori occidentali, si intende- genere western. Questa premessa non è per affrontare una complessa questione di generi e influenze che meriterebbe uno spazio più ampio, ma solo per dire che il richiamo al cinema di Kurosawa è più esplicito che mai nel primo episodio, Il duello, che è anche il migliore della stagione. In bianco e nero, con qualche accenno di colore e pure l’effetto pellicola ad aggiungere un fascino vintage, la storia del rōnin che protegge un villaggio dalle prepotenze di una guerriera sith possiede sia il respiro epico di una classica storia di Star Wars che quello di un film di genere jidai-geki.

    Ma questo non vuole dire che l’intera stagione di Visions richiami questo genere fondante del cinema giapponese. Il cortometraggio successivo va in una direzione molto più familiare e rassicurante: se Il duello riveste una storia familiare di un abito nuovo -rispetto al franchise di Star Wars- Rapsodia su Tatooine richiama ambientazioni e personaggi familiari (su tutti Boba Fett, antagonista principale dell’episodio) per una classica storia di riscatto e amicizia. L’episodio ancora successivo, I gemelli è una storia di tradimento e legami di sangue con uno stile iper-dinamico e semplice.

    Questi sono solo i primi dei cortometraggi che compongono la prima stagione di Star Wars: Visions. Nonostante siano concettualmente molto vicini, siamo lontani dal contemporaneo What If…? di casa Marvel Studios: gli episodi di Visions non sono tasselli della storia più ampia della Saga ma, appunto, visioni, suggerimenti creativi di nuove storie, nuovi volti, nuove estetiche. Non a caso, i nove corti sono stati realizzati da sette diversi studi di animazione, per garantire delle visioni più originali e diverse possibili.

    La qualità dei disegni e delle animazioni è sempre ottima, e la varietà di stili è di certo il pregio maggiore di questa stagione, dai personaggi stilizzati di Akakiri e T0-B1 alla ricchezza di dettagli di Lop & Ocho e del già citato Il duello. Per quanto riguarda le storie, invece, la qualità è un po’ più discontinua: nel complesso le storie sono discrete, anche se la durata breve degli episodi gioca forse a svantaggio di alcuni di questi.

    Trascurate del tutto le preoccupazioni circa la -non esistente- canonicità delle storie, la domanda riguarda il metro di giudizio ideale per valutare questa raccolta di cortometraggi all’interno del brand Star Wars. Quali sono i migliori, quelli più fedeli all’estetica della Saga oppure quelli che intraprendono una strada più originale? La risposta non è così semplice e dipende da ciò che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, gusto personale. Dipende cioè in larga parte dalla capacità del singolo, fan di Star Wars o meno, di abbandonare l’aspettativa, creata da decenni di film e serie tv, su ciò che Star Wars dovrebbe o non dovrebbe essere; o, in parole povere, dalla capacità di lasciarsi stupire dalle reinterpretazioni di una storia arcinota.

    Star Wars: Visions è difficile da valutare proprio per l’estrema varietà, nel bene e nel male, dei cortometraggi proposti: ma, anche per la sua natura eccentrica all’interno di un franchise che ha corso numerose volte il rischio di ristagnare in un riciclo di idee trite e situazioni abusate, il giudizio di chi scrive è positivo. È una sperimentazione molto relativa: il marchio Disney è sempre ben presente, e in molti casi l’approccio family-friendly della casa del Topo stride con il respiro epico di alcune storie che avrebbero giovato di una libertà ancora maggiore. Nonostante Star Wars: Visions difficilmente rappresenterà il primo passo per una maggiore creatività nella gestione del brand Star Wars, è comunque una interessante divagazione rispetto alla galassia lontana lontana cui siamo abituati e per una volta è consigliata anche a chi non è già fan della Saga, ma vorrebbe cominciare a comprendere il fascino che esercita su milioni di spettatori in tutto il mondo.

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  • RECENSIONE SEX EDUCATION – STAGIONE 3

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    Seppur con alterne vicende, uno dei generi su cui Netflix ha puntato di più, e di conseguenza ottenuto alcuni dei suoi più grandi successi, è proprio il teen drama, e fra i vari titoli di spicco che la piattaforma di streaming offre c’è sicuramente Sex Education. Giunta ormai alla sua terza stagione, disponibile dal 17 settembre, la serie ha attirato da subito molta curiosità e riscosso molto successo, per il fatto di affrontare apertamente e senza taboo il tema del sesso, specialmente dal punto di vista degli adolescenti ma non solo. Questa idea di fondo ha portato ad una serie allora stesso tempo frizzante e profonda, che racconta il mondo dei ragazzi e dei giovani in maniera autentica e mai superficiale o manichea, riuscendo però anche ad avere un afflato didattico e informativo insieme puntuale e poco invadente. 

    Quello che era stato uno dei motori narrativi principali delle prime due stagioni, ovvero la “clinica del sesso” clandestina messa su dal protagonista Otis e dall’amica Meave, della quale lui è innamorato, viene meno in questa terza stagione, per l’allontanamento dei due causato da Isaac in chiusura della seconda stagione, evento chiacchieratissimo da tutti i fan della serie. Se da un lato questa scelta era in qualche modo obbligata e scontata, per evitare di spremere e logorare eccessivamente questo meccanismo serializzante più di quanto fosse possibile, dall’altro lascia un vuoto, che viene quindi colmato da una ulteriore focalizzazione sui personaggi, le loro storie e le relazioni che instaurano fra loro. Per il momento la scelta premia e sembra funzionare grazie al grande attaccamento che gli spettatori hanno sviluppato nei confronti dei personaggi, indubbiamente ben costruiti, e con il merito di coprire una vasta gamma di identità diverse con uno sguardo intersezionale e mai banale. Resta da vedere però se in vista della quarta stagione –che sembra per ora confermata – questo taglio dato alla vicenda non vada anch’esso ad esaurirsi. Infatti questo inizio di stagione partiva forte di numerose trame aperte e che aspettavano uno sviluppo e una risposta: il triangolo fra Otis, Meave e Isaac, il rapporto fra Eric e Adam, e l’inaspettata gravidanza di Jean Milburn, solo per nominarne alcune; la sensazione è che invece questi nuovi episodi lascino ai loro successori molto meno materiale da cui ripartire.

    Il liceo Moordale, che nel frattempo si è guadagnato la nomea di “scuola del sesso”, vede così una nuova preside Hope Haddon, incaricata di ridare prestigio alla scuola e riportarvi l’ordine, con metodi via via sempre meno ortodossi. In questo contesto si consuma uno scontro culturale e generazionale fra la preside stessa e un nuovo personaggio che viene introdotto nella serie, ovvero Cal, persona non-binaria che di fronte alla rigida classificazione di genere che la preside vuole portare avanti nella scuola si batte per i suoi diritti. Questo filone della trama ha il merito di porre l’attenzione su un tema decisamente di attualità nel dibattito culturale contemporaneo, ovvero lo scontro fra un certo tipo di femminismo della seconda ondata, rappresentato da Hope, che sotto una apparente patina progressista è invece estremamente coercitivo, moralista e inquadrato in una visione del genere rigidamente binaria, e invece una più aggiornata visione intersezionale e non-binaria che si è progressivamente affermata soprattutto fra i più giovani. La serie ha il merito di far capire chiaramente come la vita quotidiana delle persone transgender e non binarie, ma non solo, possa essere negativamente influenzata da questo tipo di chiusura mentale e discriminazione, ma allo stesso tempo, dipingendo la preside in maniera così spudoratamente negativa, con tratti quasi macchiettistici, rischia di far pensare che autoritarismo e discriminazioni avvengano nel mondo reale in maniera così scopertamente classificabile, quando in realtà il metodo utilizzato è spesso molto più sottile e subdolo, difficile da individuare, e quindi, in definitiva, più pericoloso. 

    Come anche nelle precedenti stagioni parte del fascino della serie poggia su una curatissima estetica retrò e pop declinata in tutti gli aspetti, dalla fotografia alla colonna sonora, la quale rinuncia ai successi del momento per attingere a piene mani dalla musica dagli anni ’60 agli anni ’90, e su un montaggio veloce e frizzante in certi momenti, ma che sa rallentare nelle numerose scene di maggiore intensità emotiva.

    In conclusione Sex Education si conferma un prodotto ben costruito e che, seppur abbia inevitabilmente perso un po’ l’aura di novità che aveva inizialmente, continua ad essere interessante e coinvolgente, a patto che nel futuro sappia fornire una conclusione naturale della vicenda senza trascinarla troppo per le lunghe, rischio che pende sempre sulle serie di grande successo come questa.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – È STATA LA MANO DI DIO

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

    Clicca qui per scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla Mostra di Venezia.

    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

    Continuate a seguirci sul sito e su Instagram per altri contenuti dalla 78esima Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia!

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  • RECENSIONE MODERN LOVE (STAGIONE 2)

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    Lo scorso 13 agosto è uscita, dopo una lunga attesa, la seconda stagione di Modern Love, serie televisiva antologica targata Prime Video, che si promette di indagare le varie sfaccettature dell’amore nel mondo contemporaneo, prendendo spunto dalle storie pubblicate sull’omonima rubrica del New York Times.

    Vedere la prima stagione di Modern Love in pieno lockdown può aver contribuito ad evidenziare tutte le caratteristiche positive della serie: quell’accorpare scampoli di vita quotidiana, abbastanza originali da catturare l’attenzione per una caratteristica particolare, a volte un nucleo narrativo curioso e inusuale, o, ancora più spesso, per una maniera alternativa di raccontare una storia altrimenti uguale a tante altre, il tutto accomunato da una patinatissima estetica indie e da una malinconica leggerezza che in quel momento sapeva tanto di vita.

    Il secondo atto di questa serie antologica risulta invece parzialmente deludente.  L’idea di base vorrebbe rimanere la stessa, ma si scontra con una mancanza cronica di storie un minimo originali o di idee forti su come raccontarle. Se il primo e l’ottavo (ed ultimo) episodio della stagione si salvano puntando sul sentimentalismo e sul dramma, e le lacrime scorrono copiose, la maggior parte degli altri episodi sono più che altro inconsistenti. Il secondo episodio, La Ragazza Notturna incontra un Ragazzo Diurno, va avanti per trentacinque minuti senza che al suo interno succeda praticamente niente, mentre i due episodi dedicati all’amore adolescenziale e giovanile sono banali e simili a tanti altri teen drama, ma privi di qualsiasi tensione, sviluppo o possibilità di attaccamento nei confronti dei personaggi, vista la durata limitata. Il terzo episodio, Estranei su un treno (Per Dublino), vede protagonista le fasi iniziali della pandemia da coronavirus, che mette i bastoni fra le ruote ad un amore sbocciato durante un breve viaggio in treno, quasi fossero altri tempi; è divertente e ben scritto ma il finale talmente aperto da non essere un finale lascia l’amaro in bocca. Una parziale eccezione è rappresentata dal settimo episodio, Come mi ricordi, breve ed efficace nel ripercorrere, nel tempo di un fugace incontro in strada, gli stadi iniziali di una frequentazione fra due ragazzi mai trasformatasi in relazione vera e propria, alternando in stile Rashomon il punto di vista dell’uno e dell’altro protagonista, in quello che è l’episodio che più riesce a ripercorrere il solco della prima stagione.

    Altro elemento che rende questa seconda stagione più debole della prima è la mancanza dell’elemento unificante di New York come setting e sfondo di tutte le storie precedentemente raccontate, che nella città si intrecciavano, e che l’avevano resa l’ulteriore e onnipresente protagonista della serie, in una maniera che ricordava un po’ il ruolo assunto dalla stessa città nel classico delle commedie romantiche Harry ti presento Sally. La mancanza di questo filo conduttore toglie alla seconda stagione un ulteriore elemento caratteristico, rendendo i vari episodi una raccolta di mediometraggi privi di qualsiasi elemento che li unifichi fra loro.

    Si cerca quindi di riprendere i fattori che avevano fatto il successo della prima stagione, ma la mancanza di alchimia generale fra di essi non fa scoccare quella scintilla che tanto ci aveva fatto emozionare, e lo spettatore raramente riesce ad accedere a quella strana evasione nella malinconia che probabilmente si aspettava di trovare.

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  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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  • RECENSIONE PRIDE – DOCUSERIE SU DISNEY+

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    Giugno, il mese del Pride, è ormai finito, ma le battaglie per i diritti della comunità LGBTQ+ non si fermano e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare la nostra parte nel campo che ci riguarda, quello della comunicazione audiovisiva. Proprio questo sembra essere lo sforzo di Pride, una docuserie disponibile sulla piattaforma in streaming Disney+. Composta da 6 puntate, Pride ci fa viaggiare attraverso 60 anni di storia della comunità LGBTQ+, dandoci uno spaccato approfondito e interessante sull’evoluzione della comunità stessa e sulle battaglie per i diritti, la visibilità e la celebrazione delle persone queer. Si parte quindi dagli anni ’50, ovvero il decennio considerato un po’ la “preistoria” del movimento LGBTQ+ fino ad arrivare agli anni 2000, con la lotta per il matrimonio egualitario negli Stati Uniti. La prospettiva adottata è infatti quella strettamente riguardante l’ambito nazionale statunitense e non si spinge ad analizzare la situazione in altri paesi, che siano quelli europei e ancora meno il resto del mondo. 

    Il percorso all’interno della comunità è effettuato prevalentemente attraverso le voci di attivistə che vengono intervistati e invitati a raccontare, a partire della loro esperienza, un pezzo di storia e di lotte della comunità. Tuttavia non sempre sono chiari i mezzi formali attraverso cui la serie vuole portare avanti il racconto: l’intervista diretta è prevalente, ma è utilizzata anche la ricostruzione di scene di finzione e l’animazione, e non è chiaro quale sia la funzione di questa mescolanza di mezzi e di stili che non sembrano avere un diretto collegamento con quello che si sta dicendo o raccontando, e piuttosto danno solo una sensazione di caos mal gestito. Questa è una delle pecche che saltano più agli occhi per una docuserie che fornisce una prospettiva davvero interessante sulla comunità. Infatti, decostruendo un senso comune molto radicato, si mostra la progressiva emancipazione delle persone LGBTQ+ non solo come un percorso lineare. Ogni decennio viene analizzato nella specificità del suo contesto, con i suoi aspetti positivi e negativi. Veniamo così a sapere che, per fare un esempio, la Seconda Guerra Mondiale è stata un momento di grande presa di coscienza per la comunità, poiché il movimento in tutti gli Stati Uniti di un grande numero di uomini e donne ha portato molte persone a rendersi conto di non essere le uniche ad essere diverse rispetto alla norma eterosessuale, e che gli anni ’50, oggi universalmente visti come periodo oscurantista per eccellenza, in realtà, prima dell’affermazione del maccartismo, sono stati per la comunità LGBTQ+ un periodo di relativa spensieratezza o comunque non totalmente oscuro, come invece per esempio lo sono stati gli anni ’80, complice l’epidemia di AIDS

    Altro elemento di contenuto davvero importante è lo spazio che viene dato al discorso sull’intersezionalità nelle lotte sociali, secondo cui le discriminazioni devono essere studiate nel loro intersecarsi e sovrapporsi, e la serie da spesso la voce ad alcune delle categorie storicamente più marginalizzate anche all’interno della comunità, a partire dalle persone nere e transgender. Proprio a questo proposito una piccola nota sul doppiaggio italiano non può che saltare agli occhi e sorprendere: le donne transgender sono costantemente doppiate da voci maschili, come già successo per il personaggio interpretato dall’attrice trans Laverne Cox nel film Una donna promettente, episodio che ha giustamente scatenato una grossa polemica. Si sperava che all’interno di un prodotto di questo tipo, che tratta proprio di questi temi, un simile errore non dovesse capitare. 

    La serie parla estesamente dell’importanza della rappresentazione mediale per promuovere la visibilità e delle esperienze di vita delle persone marginalizzate dalla società, e vuole essere un tassello in più in questo sforzo. In questo caso il limite non è tanto intrinseco al prodotto, quanto nella sua diffusione e porta all’attenzione un elemento importante del panorama televisivo e mediale contemporaneo. La televisione tradizionale basata sul sistema del broadcasting era infatti, nonostante i suoi limiti, un mezzo di diffusione di prodotti per un pubblico ampio e indifferenziato, ed era quindi un luogo di incontro con nuovi prodotti televisivi che il pubblico poteva scoprire. Con la moltiplicazione dei canali televisivi prima e la nascita delle piattaforme di streaming poi, il pubblico si è differenziato e frammentato sempre di più, e per la maggior parte ognuno consuma solo i prodotti audiovisivi pensati e rivolti specificamente per il proprio target: se questo permette che una docuserie radicale come Pride possa essere prodotta, allo stesso tempo il rischio è che si rivolga solo ad un pubblico ben specifico composto dalla comunità LGBTQ+ stessa e alle altre persone in qualche modo già informate su queste tematiche, perdendo così la sua potenziale funzione educativa di massa di cui mai come in questo periodo di polarizzazione e radicalizzazione delle opinioni si avrebbe disperatamente bisogno. 

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