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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EPISODIO 3 – SI PUÒ FARE DI PIÙ

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    – Allerta spoiler –

    Siamo ormai a metà della miniserie dedicata ad Obi-Wan Kenobi, uno di personaggi più amati dell’universo di Star Wars, ambientata a metà dei vent’anni che separano La Vendetta dei Sith e Una Nuova Speranza. Mercoledì 1 giugno è uscito su Disney+ il terzo episodio dei sei previsti, che ha chiaramente messo più carne al fuoco, ma allo stesso tempo ha fatto sorgere parecchi dubbi. Cerchiamo di esaminarli insieme.

    È QUESTO IL DUELLO CHE STAVAMO ASPETTANDO?

    La terza puntata di Obi-Wan Kenobi ha portato sullo schermo ciò che quasi tutti gli spettatori si aspettavano e desideravano, un duello tra il vecchio Maestro Jedi e il suo allievo di una volta, ormai completamente trasformato nel malvagio Darth Vader. E malvagio lo è davvero, dato che lo vediamo uccidere brutalmente dei civili con il solo obiettivo di far uscire allo scoperto il nostro protagonista. Il duello tra Vader e Obi-Wan che vediamo in questo episodio, tuttavia, non sembra essere l’epica scena di battaglia che tutti stavamo aspettando dopo quella su Mustafar alla fine di Episodio III; il nostro Jedi non è infatti al massimo delle sue capacità, rinnega ancora la Forza, fa fatica ad utilizzare la spada laser, rimasta “spenta” per tanti anni. È ovvio che avremo un altro scontro decisamente più epico ed emozionante, ma quello che vediamo in questa puntata, nonostante alcune scelte di regia un po’ basiche e poco coraggiose, ci ha regalato alcuni momenti emozionanti. L’entrata in scena di Vader è a dir poco magnifica e la sua malvagità si riversa completamente sul vecchio Jedi: lo vediamo infatti sollevare Obi-Wan e trascinarlo con violenza tra le fiamme, come era successo a parti inverse ne La Vendetta dei Sith. Una scelta interessante, ma che poteva essere messa in scena in modo più suggestivo se si fosse deciso di osare di più a livello di regia e montaggio; nonostante i difetti, questo primo duello fa prevedere una battaglia ancor più epica negli episodi finali e noi ci speriamo davvero tanto!

    RAPPORTI TRA I PERSONAGGI E GESTIONE DEI VILLAIN

    Questo terzo episodio ci ha regalato dei momenti genuinamente emozionanti per quanto riguarda l’evoluzione del rapporto tra Obi-Wan e la piccola Leia. All’interno di una scena in particolare, la ragazzina pone infatti delle domande al Maestro Jedi riguardo i suoi veri genitori, e ciò ci fa capire come, nonostante Leia sia felice con la famiglia Organa, continua ad avere questa naturale curiosità di conoscere sua madre e suo padre, senza immaginare che quest’ultimo è proprio Darth Vader. Fa sorridere come la piccola chieda a Obi-Wan se conosceva sua madre, e commuove come lui si renda conto di quanto Leia sia simile a Padmé. Un momento adorabile che fa sorgere ancora più domande su come il rapporto tra i due possa svilupparsi, tenendo conto del fatto che in Una Nuova Speranza le loro conversazioni sono sempre abbastanza formali, quasi come se non si conoscessero bene o ci fosse dietro qualcosa in più. Staremo a vedere.

    Per quanto riguarda i villain, la comparsa di Darth Vader è stata davvero apprezzata, come abbiamo già detto poche righe fa, tuttavia sono sorte non poche perplessità riguardo la scelta del doppiatore Luca Ward per dare la voce al personaggio, mentre nella versione originale è tornato lo storico James Earl Jones (che a più di novant’anni di età continua a far battere i cuori di tutti). Luca Ward è uno dei doppiatori migliori che abbiamo in Italia, tuttavia il modo in cui la sua splendida voce è stata adattata a Vader non è del tutto convincente, e molti hanno attribuito queste perplessità alla mancanza di un filtro audio che desse giustizia all’iconica maschera indossata il personaggio per respirare. Sia chiaro, non è insopportabile, ma qualche accorgimento in più nella versione italiana sarebbe stato ben accetto. L’Inquisitrice Reva continua ad essere un personaggio interessante, e speriamo di saperne di più sia su di lei che sul suo rapporto con Vader e gli altri Inquisitori, tra i quali per ora non sembra scorrere buon sangue.

    Generalmente la puntata è buona, purtroppo però non possiamo non segnalare alcuni passaggi che hanno fatto storcere il naso, come la strana “fuga” di Obi-Wan dal duello con Vader, l’inseguimento di Leia da parte di Reva, o alcune scelte di trama che paiono un po’ forzate. Ci si è anche interrogati sulla presunta morte del Grande Inquisitore, dato che, se ciò venisse confermato senza spiegazioni, si finirebbe per de-canonizzare gran parte della serie Star Wars Rebels, ambientata in un periodo di tempo successivo a quello in cui si svolgono le vicende di Obi-Wan Kenobi.

    Il dubbio più grande rimane quello sul dove la serie voglia andare a parare; sarà tutto incentrato su Kenobi e sul suo viaggio per salvare la giovane principessa o ci sarà qualcosa di più sotto? Speriamo sinceramente che le nostre domande possano avere una risposta nelle prossime puntate, e soprattutto che torni al più presto in scena il nostro amato Darth Vader!

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  • STRANGER THINGS 4 – LA PRIMA PARTE DELLA RECENSIONE

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    Era il 2016 quando la prima stagione di Stranger Things aveva scosso il mondo della serialità televisiva, configurandosi come punta di diamante delle produzioni Netflix nonché primo vero fenomeno seriale targato dal colosso dello streaming ad arrivare in Italia. L’opera, creata dalla mente dei Fratelli Duffer, cavalcava la wave nostalgica di omaggio agli anni ‘80 che di lì a poco avrebbe invaso definitivamente il piccolo e il grande schermo (e di cui abbiamo già raggiunto il punto di saturazione). Pur non trattandosi di un capolavoro come da molti sbandierato, in quanto costruito come un patchwork di elementi tratti da varie altre opere senza creare nulla di innovativo e rivelandosi come l’esempio perfetto del pop corn movie applicato al mondo seriale, la prima stagione aveva avuto il merito di costruire una narrazione coerente e molto attenta alla caratterizzazione dei personaggi, riuscendo, tra le altre cose, a rilanciare la carriera – apparentemente finita – di star come Winona Ryder e a portare un successo planetario ai giovani protagonisti, su tutti Millie Bobby Brown e Finn Wolfhard. Al primo capitolo erano seguite due stagione molto dimenticabili, in particolar modo la seconda, realizzata in fretta e furia dopo il grande successo iniziale e risultando, di conseguenza, una brutta copia della prima; la terza, pur introducendo un apprezzabile cambio di tono, soffriva di alcuni buchi di sceneggiatura e di una richiesta di sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore sempre maggiore, quest’ultimo aspetto riferito più alle azioni degli umani che alla componente sovrannaturale. 

    Si arriva dunque a questa quarta stagione dopo tre anni di attesa a cui corrisponde un salto temporale nella storyline della serie di 12 mesi. Il titolo dell’articolo si riferisce al fatto che questa recensione non può che risultare incompleta a causa della scelta di Netflix di spezzare la stagione in due parti, programmando l’uscita degli ultimi due episodi a distanza di un mese dagli altri sette. Infatti, la tendenza di Netflix di rilasciare gli episodi di una stagione tutti in un colpo solo, dopo aver contribuito al suo successo nei primi anni, si è rivelato negli ultimi tempi un suicidio commerciale, dovuto all’esaurimento in breve tempo delle discussioni riguardo alle opere causato dal binge watching degli utenti. Questo tentativo maldestro di prolungare l’attenzione verso la serie non ha alcuna giustificazione narrativa, ed è dettato da pure esigenze di marketing, con l’episodio 7 (della durata monster e ingiustificata di 1 ora e 40 minuti) che si chiude con tutti i cliffhanger possibili e immaginabili tipici di un episodio di metà stagione.

    Con questo quarto capitolo della saga i Fratelli Duffer provano ad alzare la posta in gioco tentando di costruire una narrazione su più larga scala, spargendo per il mondo i vari personaggi: dall’ormai celebre Hawkins fino alla Russia, passando per la California, rompendo in questo modo l’unione tra i protagonisti che aveva contribuito a costruire il successo della serie. Se da una parte è apprezzabile il tentativo di evoluzione messo in atto, dall’altra le varie storyline proposte non risultano equilibrate, con la sola trama ambientata ad Hawkins a essere capace di interessare veramente, risaltando in particolare il personaggio di Max. Solo qualche guizzo è riscontrabile in quelle dedicate a Eleven e Hopper, come se gli showrunner si fossero dimenticati di una parte dei personaggi, in primis il gruppo californiano, con Will ridotto ormai a mero soprammobile. A complicare ulteriormente la situazione contribuiscono i nuovi arrivati, caratterizzati in maniera più o meno riuscita. Eddie Munson, interpretato da un bravo Joseph Quinn, pur rispettando gli stereotipi del freak belloccio dal cuore d’oro, strappa più di una risata e convince, così come Argyle, introdotto come “linea comica della serie” e capace di creare spassosi siparietti di puro nonsense con l’amico Jonathan, quest’ultimo sacrificato nella sua caratterizzazione solo a favore di una possibile riapertura nella relazione amorosa tra lui e Nancy di cui onestamente non si sentiva minimamente il bisogno. Convincono meno nella scrittura il personaggio interpretato da Jamie Cambell Bower e il personaggio di Dmitri, portato in scena però da un bravo Tom Wlaschiha, lo Jaqen H’ghar di Game of Thrones nonché interprete di uno dei protagonisti del nostrano L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sidney Sibilia, a cui sono affidate le principali interazioni con Hopper, da cui nascono dei momenti di profonda intimità molto riusciti, grazie al sempre ottimo lavoro sul personaggio di David Harbour. Ma la vera punta di diamante tra tutti i nuovi arrivati è sicuramente Jason Carver interpretato da Mason Dye, capitano della squadra di basket, il classico bello e popolare americano dallo spirito eroico, utilizzato dai Duffer per criticare la società americana nella sua essenza. Il suo personaggio, lo stereotipo della bontà a primo impatto, non si fa problemi a utilizzare i morti di Hawkins per costruire monologhi ispiratori che possano portare la sua squadra a vincere il campionato, aizza le superstizioni e l’ignoranza del popolo americano medio contro il diverso, contro coloro che non rientrano nelle convenzioni sociali. Infine il nuovo villain, Vecna, funziona a livello visivo e sembra ispirato all’immaginario di Lovercraft e da quello di Hellraiser, ma la dinamica delle sue origini, le quali sono costruite come un “grande” colpo di scena che risulta prevedibile con grande anticipo, presenta non poche problematiche a livello di scrittura

    A livello di fonti di ispirazione, dopo aver attinto a piene mani in passato da film come i Goonies, Stand by me, e dal mondo di Stephen King con particolare riferimento a IT e alle opere di George Romero, con questa quarta stagione ci si sposta verso una violenza più esplicita, guardando ai film del maestro dell’horror Stuart Gordon, il cult The Ring e Il silenzio degli Innocenti, ma soprattutto a Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven, citato nelle sequenze delle uccisioni da parte di Vecna e in un personaggio secondario interpretato da Robert Englund, il celebre Freddy Krueger dell’originale.

    In generale in queste nuove puntate viene dato maggiore spazio all’affascinante Sottosopra, realizzato quasi sempre con grande cura nella CGI ad eccezione della sequenza finale dell’episodio 7 che mostra tutti i limiti di budget della serie – riscontrabile anche nella realizzazione della piccola Eleven nei numerosi flashback. Non mancano i momenti ottimamente costruiti attraverso un sapiente uso del montaggio parallelo, come la sequenza della prima puntata con protagonista i Sinclair, o con l’utilizzo diegetico della musica, come nella celebre scena della terza stagione con la canzone Neverending Story di Limahl, a cui in questo caso fa da contraltare il momento con protagonista Running Up That Hill di Kate Bush che contribuisce alla riuscita del quarto episodio, il migliore di quelli usciti fino ad ora. Se da una parte vengono riproposti gli elementi che hanno contribuito alla fortuna della serie, dall’altra il prodotto si porta dietro le solite ingenuità e problematiche che l’hanno spesso caratterizzata, con combinazioni di eventi che avvengono per pura coincidenza e convenienza, il tutto condito da pochissimo coraggio nel sacrificare personaggi principali nonostante gli eventi pericolosissimi a cui questi prendono parte, o con sequenze infinite di spiegazioni, come se gli sceneggiatori si fossero dimenticati del fatto che le serie tv, come il cinema, dovrebbero costruire la narrazione attraverso le immagini e non -soltanto- con le parole

    Pur portando con sé la sensazione di “brodo allungato” a causa anche della durata titanica dei vari episodi, a conti fatti questa prima parte della quarta stagione mostra un miglioramento produttivo e qualitativo in generale, confermando Stranger Things come l’esempio perfetto di pop-corn serie, con protagonisti in media ben costruiti e creata con l’obiettivo del puro intrattenimento, da cui è corretto non aspettarsi più di questo. Il giudizio definitivo è rinviato a luglio.

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  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • OSCAR 2022: DOVE VEDERE TUTTI I FILM IN GARA

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    Nella settimana che culminerà con la notte degli Oscar 2022 (che si terrà tra Domenica 27 e Lunedì 28 Marzo in Italia, a partire dalle 2.00 di notte) abbiamo deciso di proporvi diversi contenuti a tema. Gli Oscar sono, che vi piaccia o meno, il premio cinematografico più importante del mondo (e vi rimandiamo a questo articolo per capire il motivo per cui sono anche i più seguiti e amati). In questo articolo non faremo pronostici, in quanto abbiamo già speso sufficienti parole a riguardo nel nostro Podcast Strade Perdute e durante la quarta live sul nostro Canale Twitch (che potete recuperare anche su YouTube!). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Audible, di Matthew Ogens (1 nomination).
    • Don’t Look Up, di Adam McKay (4 nomination).
    • È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino (1 nomination).
    • I Mitchell contro le macchine, di Michael Rianda (1 nomination).
    • Il potere del cane, di Jane Campion (12 nomination).
    • Lead Me Home, di Pedro Kos e Jon Shenk (1 nomination).
    • Tick, Tick… Boom!, di Lin-Manuel Miranda (2 nomination).
    • Tre canzoni per Benazir, di Elizabeth Mirzaei e Gulistan Mirzaei (1 nomination).
    • Un pettirosso di nome Patty, di Dan Ojari e Michael Please (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU NOW

    • CODA – I segni del cuore, di Sian Heder (3 nomination).
    • Drive My Car, di Ryusuke Hamaguchi (4 nomination).
    • Dune, di Denis Villeneuve (10 nomination).
    • Four Good Days, di Rodrigo Garcia (1 nomination).
    • La persona peggiore del mondo, di Joachim Trier (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • A proposito dei Ricardo, di Aaron Sorkin (2 nomination).
    • Il Principe cerca figlio, di Jermaine Stegall (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Ala Kachuu – Take and Run, di Maria Brendle (1 nomination). 
    • Ascension, di Jessica Kingdon (1 nomination).
    • Attica, di Stanley Nelson Jr. e Traci Curry (1 nomination).
    • Belfast, di Kenneth Branagh (7 nomination).
    • Bestia, di Hugo Covarrubias (1 nomination).
    • BoxBallet, di Anton Dyakov (1 nomination).
    • Flee, di Jonas Poher Rasmussen (3 nomination).
    • La figlia oscura, di Maggie Gyllenhaal (2 nomination).
    • Licorice Pizza, di Paul Thomas Anderson (3 nomination).
    • Lunana: il viaggio alla fine del mondo, di Paio Choyning Dorji (1 nomination).
    • On my mind, di Martin Strange-Hansen (1 nomination).
    • Please Hold, di K.D. Dávila (1 nomination).
    • Spencer, di Pablo Larraìn (1 nomination).
    • Spider-Man: No Way Home, di Jon Watts (1 nomination).
    • The Dress, di Tadeusz Łysiak (1 nomination).
    • Writing With Fire, di Rintu Thomas e Sushmit Ghosh (1 nomination).

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  • STORIE DI DONNE CORAGGIOSE – 5 CONSIGLI SU SERIE TV

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    L’8 marzo è il giorno della Festa della Donna e – come ogni anno – si ricordano tutte coloro che si sono spese per ottenere la parità di diritti e per vedere il proprio ruolo riconosciuto nella società. Si ricordano le imprese di donne di ogni tempo e luogo, le conquiste sociali, economiche e politiche.

    Anche le serie tv si sono spese per raccontare storie di donne realmente esistite, eccezionali, ma talvolta dimenticate dalla Storia. Le loro vite sono spesso tratte da diari personali, memorie o addirittura racconti di testimoni. Ad oggi, le serie tv si sono evolute fino a mettere in scena personaggi femminili sempre più complessi, intriganti, potenti e rivoluzionari. Vediamo alcune serie che portano in scena donne forti che si troveranno a confrontarsi con un ambiente ostile.

    Maid (disponibile su Netflix)

    Serie ispirata dal memoir di Stephanie Land e la sua storia raccontata in Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre.

    Al centro della storia c’è Alex, una madre single scappata da una relazione violenta che lavora come signora delle pulizie nella speranza di dare un futuro migliore alla piccola Maddy. La serie racconta realisticamente le condizioni di vita di qualsiasi vittima o sopravvissuta che cerca rifugio in un centro antiviolenza, sebbene il rifugio contro la violenza domestica della serie sia frutto della fantasia. 

    La serie racconta anche le difficoltà economiche di Alex. In particolare cosa possa voler dire vivere in condizioni di degradante povertà negli Stati Uniti, con una figlia e senza figure adulte di riferimento: Alex vive alla giornata, dandosi da fare con il poco denaro che riesce a guadagnare, appena sufficiente per i beni di prima necessità. Il racconto restituisce dignità e valore al lavoro svolto dalle signore delle pulizie, inoltre ci aiuta a vedere la vita di gente benestante dal punto di vista della protagonista. Si tende a pensare che coloro che stanno economicamente meglio di noi abbiano tutto, ma la serie ci dimostra che neanche le loro vite sono perfette, ognuno è chiamato ad affrontare delle difficoltà, siamo tutti umani, seppur con agi differenti.

    Glow (disponibile su Netflix)

    Una serie ambientata negli anni ’80, anni di cambiamenti sociali e lotte d’affermazione, che vede come protagoniste donne non convenzionali. Racconta la nascita del Wrestling Femminile e la sua distribuzione televisiva, essendo Glow l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, il programma televisivo in cui un gruppo di donne si sfida sul ring. La protagonista è Ruth Wilder, un’attrice disoccupata alla quale viene offerto di partecipare al nuovo show che lei vede come l’ultima possibilità per farsi notare. Si sfiderà con Debbie Eagan, ex attrice di soap opera che ha abbandonato il mondo dello spettacolo per dedicarsi alla famiglia. Le protagoniste sono tutte molto diverse tra di loro, ma per inseguire una carriera nel mondo dello spettacolo devono imparare a lavorare in gruppo. Il loro allenatore è Sam Sylvia, regista di B-movie che si è reinventato preparatore atletico. In un’epoca in cui le donne erano chiamate solo a sfoggiare le loro qualità estetiche, queste donne avranno un ruolo diverso sul ring. Pensiamo alla preparazione che è stata richiesta alle attrici per imparare le varie mosse e non a seguire le classiche diete per apparire più sottili. 

    La serie si ispira a una storia vera: la storia delle Gorgeous Ladies of Wrestling inizia nel 1985 quando l’imprenditore David McLane realizza il pilot di uno show in cui lottano delle donne. McLane pubblicò un annuncio in cui diceva di ricercare donne per uno show televisivo. Alle audizioni di presentarono circa cinquecento donne, tra ballerine, attrici e modelle senza sapere per quale ruolo fossero in lista. 

    Unorthodox (disponibile su Netflix)

    La serie ci racconta una storia di emancipazione femminile. La protagonista è Esther Shapiro, una ragazza cresciuta nella comunità ultra-ortodossa di Williamsburg, a Brooklyn. Come le altre donne della propria comunità, si è sposata con un uomo che hanno scelto per lei e le è proibito studiare, leggere la Torah e persino cantare. L’unica cosa che conta è che sia una buona moglie. Ma lei non accetta il destino che è stato scelto per lei, vuole liberarsi delle forzature della propria cultura ed essere libera di esprimersi per quello che è. Così, zaino in spalla e con pochi soldi e l’aiuto di un’amica vola a Berlino dove vive la madre Leah, anche lei scappata dalla stessa comunità. 

    La serie è tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman, The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots (2012). Deborah, proprio come Esty, sarà costretta a radersi i capelli e a sposarsi in un matrimonio combinato ancora prima di compiere vent’anni. ma a differenza della protagonista della serie, si trasferirà a New York con il marito, da cui divorzierà per poi trasferirsi in un nuovo indirizzo, cambiando numero di telefono e altri dati sensibili così facendo perdere le sue tracce. 

    Self-made: la vita di Madam C.J. Walke (disponibile su Netflix)

    Protagonista della serie è Sarah Breedlove, in arte Madam C.J. Walker, la prima donna afroamericano a creare un impero commerciale all’inizio del Novecento grazie alla realizzazione di prodotti per capelli afro. Passando dalla produzione casalinga all’acquisto della prima fabbrica, diventerà un’imprenditrice con un intento ben preciso: aiutare le donne afroamericane a prendersi cura dei propri capelli. La serie racconta bene gli ostacoli che ha dovuto affrontare una donna di colore nell’America razzista di quei tempi. 

    Il cambiamento nella vita di questa donna è radicale e fonte di grande ispirazione, una lavandaia sfruttata che riesce a diventare un’imprenditrice unicamente con le proprie forze. La serie porta alla luce la storia di una donna eccezionale e spesso poco nota. 

    Mrs. America (disponibile su TimVision Plus)

    Miniserie televisiva ambientata negli anni ‘70 che racconta la lunga battaglia per la ratifica dell’Equal Rights Amendament (ERA), che proponeva di garantire pari diritti ai cittadini statunitensi senza distinzione di sesso e la forte opposizione mossa dall’attivista antifemminista Phyllis Schlafly. Alcune delle femministe più in vista dell’epoca come Gloria Steinem, Betty Friedan, Shirley Chisholm, Bella Abzug e Jill Ruckelshaus combattono in prima persona nelle lotte per l’approvazione dell’ERA. 

    Dovranno confrontarsi con le opposizioni della politica più conservatrice, ma anche con gli scontri nati all’interno dello stesso movimento femminista. La principale minaccia è rappresentata dal gruppo di donne conservatrici capitanato da Phyllis Schlafly e disposte a tutto per salvaguardare la figura della donna come colei che deve prendersi cura della casa e della famiglia. 

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  • RECENSIONE LA FANTASTICA SIGNORA MAISEL- LA PRESUNZIONE DI CERTA QUALITY TV

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    “Revenge, I want it. I need it.” – si apre così, in medias res, la quarta stagione de La fantastica signora Maisel, portando con sé grandi aspettative, soprattutto vista l’acclamazione da parte della critica che aveva raccolto finora. Vincitrice di un Golden Globe come miglior serie commedia nel 2018, dal 18 febbraio è disponibile su Prime Video con otto nuovi episodi, questa volta rilasciati al ritmo di due alla settimana, strategia che la piattaforma ha recentemente iniziato ad adottare, recuperando una consuetudine tipica del palinsesto televisivo tradizionale e che sembrava ormai data per moribonda nell’era del binge watching.

    Protagonista della serie è Miriam “Midge” Maisel, interpretata da Rachel Brosnahan, una casalinga ebrea che vive a New York alla fine degli anni ‘50 e il cui marito accarezza il sogno di diventare uno stand up comedian, ma con scarsissimo successo. Dopo essere stata lasciata dal marito, si esibisce da ubriaca e scopre di essere proprio lei quella con il vero talento tra i due. A partire da questo momento, e grazie al sostegno di Susie, la sua improvvisata manager, si addentrerà nel mondo della comicità e dello spettacolo, grandemente sessista e dominato dagli uomini, specialmente in quegli anni. 

    Complice la pausa pandemica, la serie è rimasta ferma per quasi tre anni e riprende ora la vicenda esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata: allo spettatore è richiesto di recuperare informazioni senza il minimo aiuto da parte della scrittura, che – lungi dal voler fornire gli spiegoni tipici della serialità più tradizionale – avrebbe potuto recuperare almeno alcune di queste modalità per riprendere il filo degli eventi con lo spettatore, che ci mette un po’ di tempo a riorientarsi nella vicenda. Questo è il primo difetto che contribuisce a rendere questa quarta stagione sottotono rispetto alle precedenti, molto acclamate dalla critica. Lo stile è sempre quell’interessante unione del tipico umorismo ebraico newyorkese fra Woody Allen e Seinfeld, con molti elementi della screwball comedy hollywoodiana classica che non provocano mai la risata sguaiata e immediata, ma si configurano più come un tono generale con pochi momenti di vera ilarità, e un ritmo che dipende dal bilanciamento con alcuni elementi dal tono più drammatico. Proprio questo equilibrio sembra mancare a questa prima metà di quarta stagione, che sorvola sugli snodi problematici solo attraverso la gag comica, che passa così quasi inosservata. La qualità generale è sempre molto alta, anche su tanti altri livelli – dalla fotografia alle scelte registiche, sempre più cinematografiche –, ma questa serie non si meritava di diventare uno di quei tanti prodotti da ascoltare in sottofondo, a discapito dagli alti valori produttivi. 

    Un altro elemento critico è il fatto che, con questa nuova stagione, la serie non sembra aver sviluppato al meglio il potenziale, anche politico, che poteva avere all’inizio. Uscita in origine in concomitanza con l’emergere del movimento Me TooLa fantastica signora Maisel ha sempre trattato, in maniera sottile e acutamente trasfigurata dalla narrazione, il ruolo e il trattamento delle donne nel mondo dello spettacolo, ma qui sembra aver perso la sua carica, la sua problematicità e le sue sfumature, relegando questo tipo di discorso, di nuovo, a semplici pezzi di comicità in cui gli uomini vengono sì rimessi al loro posto, ma in maniera per lo più semplicista –  come ad esempio il momento in cui il capo viene cacciato dal camerino dello strip club in cui la protagonista è finita a lavorare.

    Un difetto comune a molte serie contemporanee, che, per mancanza di un meccanismo serializzante forte, fluttuano in maniera molto più incostante di un tempo fra alti picchi creativi e momenti in cui sembrano perdere ritmo e slancio, e in questo caso anche il senso di quello che si sta raccontando. Lo spettatore, per quanto oggi evoluto perché costantemente esposto a testi audiovisivi, continua ad avere bisogno di essere guidato, e ormai può riporre la sua fiducia in un numero davvero molto ristretto di personali serie di culto da seguire assiduamente con piacere e per le quali è disposto a investire tempo e perdonare errori e momenti morti. In tutti gli altri casi deve essere guidato nella comprensione, così come nella presentazione delle situazioni, e molte serie della cosiddetta quality tv –  che rigettano per partito preso questo modo di fare, come se la televisione fosse di qualità solo quando rigetta le sue stesse caratteristiche – dovrebbero valutare se possono permettersi di andare avanti per due o tre episodi da un’ora ciascuno prima di dare allo spettatore la possibilità di orientarsi e di comprendere verso dove tende la narrazione. La fantastica signora Maisel, pur rimanendo un’ottima serie, sembra aver sviluppato questo tipo di presunzione, forse senza potersela davvero permettere. 

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  • RECENSIONE MONACO: SULL’ORLO DELLA GUERRA – UN PRODOTTO CONVINCENTE

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    Uno dei dibattiti più accesi degli ultimi anni, all’interno del panorama cinefilo, è sicuramente quello riguardante le piattaforme streaming e i nuovi metodi di fruizione dei contenuti audio-visivi. 

    Molto spesso, infatti, Netflix e similari vengono accusati da alcuni di uccidere il “vero cinema” e di aver condannato l’esperienza della visione in sala a un lento e inevitabile declino, mentre dall’altro lato c’è chi sostiene che le due cose possano tranquillamente coesistere e che questo tipo di piattaforme siano una risorsa importante e innovativa per il futuro della settima arte. 

    Bersagli di numerosissime critiche da ambo le parti, però, sono i prodotti originali delle piattaforme stesse, tacciati di essere –  il più delle volte – contenuti di scarsa qualità per un pubblico generalista e svogliato. Se è vero che buona parte di queste pellicole sono progetti non sempre riuscitissimi, è altrettanto vero, però, che esistono eccezioni che non vanno dimenticate, come ad esempio The Irishman, Hell or High Water, Don’t Look Up e Sound of Metal, che si iscrivono senza dubbio nella lista di produzioni originali più che convincenti, riconosciute positivamente anche dalla critica. 

    Proprio per via di questa tendenza altalenante, attorno all’ultima uscita targata Netflix, ovvero Monaco: Sull’Orlo della Guerra, si è creato un certo interesse, sia da parte di chi è malignamente pronto a gioire in caso dell’ennesima debacle del colosso dello streaming, sia da parte di chi è genuinamente curioso di valutare la qualità di questo prodotto. 

    Diretto da Christian Schwochow, regista tedesco della corte Netflix già dietro la macchina da presa per alcuni episodi di The Crown, questo film adattamento dell’omonimo romanzo del 2017 è un thriller storico ambientato principalmente nel 1938 durante la conferenza di Monaco e racconta, in brevissimo, la storia di Hugh Legat, un giovane diplomatico inglese che grazie all’aiuto del vecchio amico tedesco Paul von Hartman cerca di sventare l’imminente guerra, muovendosi tra i grandi volti della politica dell’epoca, ovvero i grandi volti della Storia del ‘900.

    Il primissimo elemento notevole che salta all’occhio, ancora prima della visione, è il cast formato da grandissimi nomi e giovani promesse in rampa di lancio: George MacKay veste i panni del protagonista e dimostra, dopo la già ottima prova in 1917 di Sam Mendes, di essere uno degli attori più promettenti della nuova generazione, riuscendo a trasmettere in maniera molto efficace la confusione del personaggio, perso in giochi di potere più grandi di lui, oltre a una perfetta compostezza di stampo british che gli permette di rimanere credibile e naturale anche nei momenti più drammatici. 

    Ad accompagnare l’ottima prova del giovane MacKay, un Jeremy Irons nelle vesti di un Primo Ministro Chamberlain travagliato dalla responsabilità e lacerato dal ricordo della Grande Guerra appena trascorsa regala un’interpretazione di grande esperienza e intensità. Nonostante non sia il personaggio principale del racconto, infatti, la sua presenza ruba molto spesso la scena grazie a una gravitas attoriale che pochi altri possono vantare nell’industria cinematografica contemporanea (per conferma vedere il suo meraviglioso Rodolfo Gucci nell’ultima fatica di Ridley Scott). 

    Da segnalare la buona  prova del co-protagonista Jannis Niewoehner, giovane attore tedesco che interpreta Paul Von Hartman, il quale, nonostante qualche momento forse eccessivamente sopra le righe, riesce a dipingere con il suo personaggio la speranza e la successiva disillusione di parte della gioventù tedesca dell’epoca nei confronti di Hitler e del Partito Nazista. 

    Brevissima menzione per il grandissimo August Diehl (Bastardi senza Gloria e La Vita Nascosta) che, anche con uno screentime veramente ridotto, lascia sempre il segno nei panni del fervente ufficiale nazista, creando una figura minacciosa che riesce a trasmettere una tensione altissima ogniqualvolta entra in scena. 

    Per quanto riguarda la regia di Schwochow, da notare in particolare l’utilizzo preponderante della macchina a mano sia in esterni che in interni, espediente grazie al quale soprattutto nella prima ora di film – il regista riesce a veicolare in modo particolarmente efficace la confusione, lo spaesamento e l’angoscia dei protagonisti di fronte agli eventi storici decisivi che si trovano a dover fronteggiare.

    Molto curata e interessante anche la fotografia di Frank Lamm, il quale mette in campo un lavoro sulle luci quasi narrativo, scegliendo toni grigi desaturati nelle scene “istituzionali” e illuminando le numerose riunioni di gabinetto con una fredda illuminazione naturale tipicamente inglese, per virare poi verso arancioni più caldi e chiaroscuri più marcati per le sequenze private, fatte di incontri segreti in camere buie dove le facciate politiche vengono meno e la verità trova la sua manifestazione reale. 

    Nonostante, dunque, alcuni elementi decisamente positivi appena citati, la pellicola non è sicuramente esente da difetti: laddove nella prima parte di film la narrazione appare solida e convincente, anche grazie a un continuo montaggio alternato efficacissimo e sapientemente gestito, nella seconda purtroppo la sceneggiatura perde un po’ di mordente e di ritmo, complice forse una gestione dei tempi del racconto non eccellente. 

    In tal senso una durata complessiva inferiore avrebbe probabilmente giovato al prodotto, il quale trova nei suoi 123 minuti totali uno screentime eccessivo che dilata troppo il passo narrativo, quantomeno nella seconda metà dell’opera. 

    Un altro aspetto negativo di questo Monaco: Sull’Orlo della Guerra è una gestione a tratti esageratamente semplicistica della materia trattata, che se nella prima parte convince grazie a una presentazione interessante e mai accusatoria delle speranze dei giovani tedeschi alla nascita del Reich, nella seconda invece cade in un manicheismo fastidioso ed evidente e in un finale – letteralmente – didascalico che tradisce le premesse iniziali del film. 

    In conclusione la pellicola di Schwochow non si impone sicuramente come original di punta di casa Netflix, ma allo stesso modo non va a perdersi nell’infinito mare magnum di prodotti scadenti che ogni mese vengono pubblicati sulla piattaforma. Un film dunque riuscito, ma non riuscitissimo, che al netto dei difetti fisiologici che può avere, resta una pellicola interessante e da non perdere, un cinema che si prende sul serio e che affronta coraggiosamente, almeno nelle intenzioni, tematiche importanti. 

    Non un capolavoro quindi, ma un buon film e – forse – c’è disperatamente bisogno anche di loro. 

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  • RECENSIONE THE TRAGEDY OF MACBETH – IL SEGNO DI SHAKESPEARE

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    Macbeth non è solo una delle tragedie più note di William Shakespeare, ma anche una di quelle che meglio sopravvivono al passaggio su schermo: Orson Welles e Roman Polanski hanno diretto i due adattamenti più noti e celebrati, e in epoca recente anche Justin Kurtzel ha saputo rendere giustizia al sanguinoso dramma. Con degli adattamenti così rinomati (di cui uno particolarmente recente), ci voleva la mano di un regista/sceneggiatore unico come Joel Coen per dare uno sguardo innovativo all’opera del Bardo. Il primo film da “solista” di Joel Coen, per la prima volta senza il fratello Ethan: un adattamento shakespeariano con una mano di vernice della A24, casa di produzione e distribuzione che ha fatto dei film dalla raffinatissima ricerca stilistica il proprio marchio di fabbrica. Una combinazione esplosiva ed eccentrica, una scommessa cinematografica che, visto l’eccezionale risultato, si può considerare vinta.

    IL BARDO SECONDO JOEL COEN (E SECONDO A24)

    Qui siamo dalle parti opposte rispetto all’adattamento omerico libero di Fratello, dove sei?: la storia subisce dei cambiamenti appena percepibili e i dialoghi ripescano quelli di Shakespeare in maniera filologica. L’aderenza di Joel Coen al testo non è tuttavia esclusivamente formale, perché il regista è stato comunque in grado di far suo un testo intriso di riflessioni sul caso, sul Male insito nell’uomo e nella società, sull’insensatezza della vita. D’altronde parliamo sempre del regista di Fargo e di Non è un paese per vecchi: e infatti, anche in questo caso, il maggiore dei fratelli Coen riesce a insinuare nella pellicola i suoi consueti sprazzi di humour nerissimo. Oltre all’intelligenza con cui riflette sul testo shakespeariano, l’adattamento di Joel Coen è notevole anche e soprattutto per la scelta di filtrarne immaginario e ambientazioni con una lente marcatamente teatrale. Le scenografie di Stefan Dechant mescolano ambienti vistosamente artificiali (l’accampamento di Macbeth così come le rovine su un crocicchio sembrano uscite dal precedente ’adattamento di Orson Welles) ad altri ridotti all’osso, essenziali nell’incastro di arredamento spoglio in un’architettura geometrica assolutamente non realistica, che suggerisce l’ambiente e non si preoccupa minimamente della verosimiglianza storica. L’idea non è quella di ricostruire un basso medioevo realistico, ma di restare il più possibile fedele allo spirito della tragedia Shakespeariana e a darle un abito nuovo e al tempo stesso antico.

    La colonna sonora di Carter Burwell è a sua volta ridotta all’osso come tutto il resto: proprio come in Non è un paese per vecchi è quasi assente, ed è costituita da rade pennellate che sottolineano i violenti stati d’animo dei personaggi. Ciò su cui invece non si lesina sono le interpretazioni dei protagonisti. Denzel Washington e Frances McDormand (anche produttrice) sono semplicemente mostruosi nel catturare le più sottili emozioni dei personaggi e nel calcare la scena.

    TUTTO IL MONDO È UN PALCOSCENICO (IN BIANCO E NERO)

    Così, spogliato dalla fitta rete dei rimandi di Shakespeare alla sua situazione storica (gli spettatori suoi contemporanei riconoscevano nella discendenza di Banquo la legittimità del proprio re Giacomo I), la tragedia di Macbeth è qui astorica, immersa nel bianco lattiginoso della nebbia scozzese o persa nella geometria affilata del palazzo di Macbeth, e i personaggi sono isolati, lasciati a sé stessi ad affrontare la propria psiche afflitta dalle conseguenze dei propri gesti. Se in Amleto la tragedia è in divenire, scandita dall indecisione paralizzante del suo protagonista, in Macbeth è tutto già avvenuto, e ai protagonisti, intrappolati nelle incomprensibili reti del destino, non resta che raccogliere i frutti del Male da loro stessi seminati. Una contraddizione esistenziale su cui l’adattamento di Joel Coen costruisce un’intera rete di simbologie, richiami simbolici e analogie cinefile, dal più ovvio Bergman (la strega che indossa il mantello sul campo di battaglia non può non ricordare la Morte de Il Settimo Sigillo) al Dreyer de La Passione di Giovanna d’Arco, tutti ripresi nello splendido bianco e nero di Bruno Delbonnel.

    UNA STORIA PIENA DI STREPITO E FURIA

    Macbeth di Joel Coen è quindi un adattamento nel senso migliore del termine, nonché uno dei migliori adattamenti cinematografici Shakespeariani a oggi. Un adattamento allo stesso tempo personale e universale, che non snatura il testo pur adattandolo alla sensibilità estetica e cinefila contemporanea.

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  • COME DECIDERE CHE FILM GUARDARE

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    Anche se i siti di streaming come Netflix o Disney+ sono pieni di film, documentari o serie tv a volte decidere cosa guardare può essere estenuante. Può capitare che dopo aver scrollato decine, se non centinaia, di opzioni si finisca con il constatare che non ci sia niente da vedere, oppure che una tranquilla serata in compagnia si trasformi in un vero dramma sul mettersi d’accordo nello scegliere il film giusto per tutti. Per fortuna il web propone diverse soluzioni che ci vengono in aiuto in questi momenti di sconforto nei labirinti dei cataloghi infiniti dei servizi di streaming. Qui ve ne presentiamo due.

    Movie Matcher

    Movie Matcher è un’idea tanto allegra quanto geniale: basta discussioni su cosa vedere! Ritroviamo un po’ di sintonia sul divano decidendo un film insieme. È molto semplice, si accede al sito web e una volta inserito il proprio nome ci vengono proposte due scelte: “Match with a Mate” o “Match with a Movie Star”.

    Match with a Mate ci offre un link da condividere con l’altra persona, la quale, una volta effettuato l’accesso, potrà esprimere attraverso delle semplici domande le proprie preferenze in termine di mood, genere e decade di uscita. Una volta completato il questionario, vi verranno mostrate le risposte di entrambi e un titolo che rientra nelle preferenze di entrambi. Se lo avete già visto o non vi convince, potete cliccare su “seen it” e ottenere un altro suggerimento. 

    Match a Movie Star vi permette di ottenere un suggerimento condividendo la scelta con star del calibro di Harry Potter, Bruce Lee e il mio preferito: Shrek. Sia voi che la “Star” esprimerete le preferenze sui generi che vi vanno oppure che non volete vedere e su quanto indietro negli anni volete andare.

    Esistono tantissimi altri siti che catalogano e aiutano a scegliere in tanti modi diversi quali film o serie tv guardare, questi due per me rappresentano alcune delle migliori. E voi, come scegliete cosa vedere? Fatecelo sapere nei commenti!

    TasteDive

    TasteDive è un sito che offre tantissima scelta su film o programmi televisivi da vedere, ma non solo! Offre anche tantissimi consigli utili su musica, libri e podcast. Il sito web si presenta in prima pagina con le copertine dei film più visti e piaciuti agli utenti, le recensioni più recenti e delle “liste” create per racchiudere più film che rientrano in un determinato genere oppure che sono più adatti a come ci sentiamo in quel momento. Registrandosi sul sito è possibile esprimere i propri pareri e le proprie preferenze e creare delle “playlist” di film e programmi secondo i propri gusti personali. Ed ecco che in un attimo utilizzando la barra di ricerca in cima possiamo trovare film per i cuori infranti, fantascienza anni ‘70, B movie CinoJamaicani e quant’altro la nostra fantasia possa esprimere. È un ottimo sito per ridurre l’incertezza del momento ma anche per scoprire nuovi titoli che potrebbero sfuggirci, e perché no condividere playlist di film, musica e libri che per noi stanno bene insieme perché hanno qualcosa di speciale in comune.

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  • RECENSIONE THE BEATLES GET BACK – LUNGA VITA AL MITO

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    A oltre cinquant’anni di distanza dal loro scioglimento, I Beatles sono più vivi che mai. Lennon, McCartney, Harrison e Starr affascinano i registi di oggi come quelli di ieri. Il materiale di partenza di The Beatles – Get Back arriva infatti dal lontano 1969, dalle riprese di Michael Lindsay-Hogg per il progetto multimediale Let it Be, che avrebbe dovuto includere anche uno spettacolo live e uno show televisivo che raccontasse il “dietro le quinte” del nuovo album dei Beatles. Il materiale ripreso da Lindsay-Hogg divenne un documentario (in italiano uscito come Let It Be – Un giorno con i Beatles), contestato dallo stesso Ringo Starr -che lo ha definito “infelice”-, che ritrae pulsioni creative e vita quotidiana di un gruppo prossimo allo scoglimento.

    A riesumare le cinquantasei ore di materiale video inedito (più centocinquanta di registrazioni audio) ci ha pensato Peter Jackson. Dopo la sua incursione di successo nel genere documentario con They Shall Not Grow Old sulla generazione spezzata dalla Prima Guerra Mondiale, la sua idea per un lungometraggio documentario è diventata una miniserie di 8 ore che ripercorre le settimane di fuoco in cui i Beatles lavorarono a uno dei loro ultimi progetti. Sotto l’occhio della macchina da presa di Lindsey-Hogg i Beatles pensano alle nuove canzoni, ricevono una serie di proposte per la location della loro esibizione live (che comprende un teatro a Londra, un antico anfiteatro romano a Tripoli e una nave), si confrontano mentre i tempi stringono sempre più e la data della loro prima esibizione live dopo anni si avvicina…

    Ciò che colpisce subito è quanto affettuoso sia lo sguardo di Jackson, da fan dei Fab Four prima che da registaIl film sembra sfatare il mito di un gruppo allo sbando, lacerato da contrasti inconciliabili e litigi: ciò che viene mostrato è un gruppo di amici di neanche trent’anni, consapevoli delle propria fragilità ma a loro modo ottimisti, che cercano di creare la musica migliore possibile a dispetto delle circostanze avverse. Una certa tensione tra i quattro c’è sempre, e si accumula nel corso delle due settimane: i membri della band devono confrontarsi, infatti, con l’abbandono temporaneo di uno dei loro, la mancanza di una vera guida dopo la prematura morte del manager storico Brian Epstein, la stanchezza e uno scioglimento che sembra sempre più una certezza piuttosto che un’eventualità. Ma la fine dei Beatles non assume tanto le dimensioni di una tragedia quanto di una conclusione logica e naturale del passaggio del tempo, che i quattro affrontano con spavalderia e spirito british.

    Questo percorso di crescita condivisa viene analizzato con il doppio sguardo dei due registi, Lindsay-Hogg e Jackson, che catturano ogni singolo tic dei quattro ragazzi; il susseguirsi di giornate del progetto Let it Be coincide con il flusso di pensieri che diventa processo creativo, che si trasforma a sua volta in opera d’arte. Un racconto che sembra perfetto per il regista neozelandese, abituato a narrazioni di ampio respiro e costruite in modo minuzioso -alcuni direbbero prolisso-: e la grande quantità di materiale filmato e registrato da Lindsay-Hogg gli permette di esplorare le dinamiche del gruppo nel suo consueto stile dettagliato che abbraccia voci e ambientazioni tra le più disparate. Non a caso Peter Jackson ha definito questa miniserie un “documentario su un documentario”: si pone in dialogo con le riprese (meravigliosamente restaurate) d’epoca, per raccontare quel capitolo della storia dei Beatles ma anche la propria visione personale e devota. Da fan, appunto.

    Gran parte del fascino di questa operazione nasce dall’eccitante “dietro le quinte” del fenomeno mediatico “più popolare di Gesù Cristo”, le cui canzoni nascono da giochi di parole, notizie di giornale, scherzi, citazioni e momenti di noia.

    L’idea, ovviamente, è di studiare l’artista dietro il mito e l’uomo dietro l’artista, ma c’è di più: il percorso interiore dietro Let it Be è anche rivolto alle origini del gruppo, a quella spontaneità forse perduta da tempo, mostrata nell’efficace introduzione che riassume il percorso artistico dei Beatles da Liverpool ai club di Amburgo ai palcoscenici di tutto il mondo. Non a caso, il cuore di questo delicato periodo dei Beatles è la composizione di Get Back, anch’essa nata quasi per caso, e resa famosa anche grazie ai 40 minuti dello storico concerto sul tetto della Apple Corps a Londra, climax della serie mostrato in split screen e con la doppia prospettiva del tetto e della strada. Concerto, come ben sappiamo, interrotto dall’arrivo della polizia chiamata dai vicini infastiditi: la fine di un’era che non ritornerà più.

    The Beatles – Get Back è un documentario imperdibile, e non solo per i fan dei Baronetti di Liverpool. La cura per i dettagli, la qualità del restauro delle immagini d’archivio, e soprattutto lo sguardo sincero e appassionato di Jackson lo rendono prezioso anche per il genere documentario, come forma di storytelling e come mezzo per indagare sentimenti reali, ripresi in diretta. La sua lunghezza potrebbe scoraggiare, ma ne vale la pena. Potete recuperare la serie su Disney+.

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