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  • RECENSIONE RAYA E L’ULTIMO DRAGO – L’ULTIMO “CLASSICO” DISNEY

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    Nel 2021 Raya entra a far parte della grande famiglia Disney come principessa e protagonista del 59° classico della famosa casa di produzione.

    In una terra leggendaria, Kumandra, le persone vivono in armonia insieme ai draghi fino alla comparsa di alcuni spiriti maligni, i Druun, che si nutrono di ogni forza vitale trasformando in pietra coloro con cui entrano in contatto. Il sacrificio del drago Sisu riporta la pace risvegliando gli uomini pietrificati ma non riuscendo a salvare la sua stessa specie, di cui rimangono solo statue. Tutto ciò che resta della magia di queste creature è una gemma che porterà gli uomini a scontrarsi e dividersi per il suo possesso. Dopo 500 anni la magica gemma viene saccheggiata dai vari clan, un avido gesto che risveglia i Druun riportando il caos in un regno ormai profondamente diviso. Raya intraprenderà un viaggio alla ricerca del drago che fermò al tempo i Druun e che si racconta essere dormiente, nella speranza di porre nuovamente fine a questa minaccia e di riunificare le varie regioni, da tempo divise, nell’antica e armoniosa Kumandra.

    Una delle caratteristiche tipiche dei classici Disney, le canzoni, è assente in questa pellicola, assenza che non pesa in alcun modo e rende la narrazione simile a un racconto epico di una qualche leggenda orientale. Per il resto la firma dello studio d’animazione è evidente, e immerge lo spettatore in una storia e in dei personaggi dai gusti riconoscibili, seguendo il percorso intrapreso nei film di quest’ultima era.

    Il film, infatti, continua la stessa linea di idee dei lavori precedenti, in particolare per la caratterizzazione della protagonista. Come Elsa e Vaiana, l’eroina di questo lungometraggio ha un carattere forte e ribelle, e dimostra di essere in grado di badare a se stessa. Per quanto abbia una forte personalità, Raya non è praticamente mai sola su schermo, ma anzi condivide la scena con i vari personaggi, coerentemente con il senso di comunione e fiducia reciproca che è alla base del film.

    Vendetta, rivalsa e obiettivi personali sono ciò che spingono in principio Raya a compiere il suo viaggio, ferita dai colpi alle spalle che le hanno fatto perdere la speranza nel prossimo e nella possibilità di riunificazione dei vari popoli come un tempo, a differenza di Sisu che, pur risvegliatosi in un mondo diviso, ha ancora in mente i tempi passati ed è genuinamente convinto della bontà intrinseca delle persone. Con l’influenza del simpatico drago e il ricordo del sogno del padre ormai pietrificato, Raya affronta le varie regioni nel tentativo di recuperare tutti i pezzi rubati della gemma, inizialmente vedendo chiunque fuori da se stessa come una minaccia o un ostacolo, come lo spietato guerriero Tong o la dispettosa Noi, ma riuscendo poi a vedere ciò che li accomuna: sono tutti esseri umani, un unico popolo diviso per colpa di uno stesso male che ha portato a una completa sfiducia e un mancato coraggio da parte di ognuno di fare il primo passo verso la riconciliazione.

    Raya e l’ultimo drago affronta molto bene i temi della fiducia e della comunione tra le persone, evidenziando le effettive difficoltà nella loro realizzazione ma anche i benefici che esse comportano. In un stallo di completa sfiducia qualcuno deve agire per primo e mollare la presa, ma solo se si ha il coraggio di avere fede nell’animo umano, rendendosi vulnerabili e rischiando di essere colpiti seppellendo l’ascia da guerra per primi, si potrà vedere l’altro non più come un nemico ma come un alleato.

    A livello tecnico il lungometraggio è sbalorditivo, i colori e la fotografia che ci accompagnano per tutta l’opera sono una gioia per gli occhi e l’animazione è di una qualità elevata.

    Sotto ogni aspetto Raya e l’ultimo drago non delude, e Walt Disney ci riconferma la sua grande capacità di portare al pubblico opere di alto livello, capaci di appassionare i più piccoli così come gli adulti con la loro magica ricetta in grado di far rivivere il bambino che è dentro di noi.

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  • RECENSIONE LASCIALI PARLARE – CON MERYL STREEP

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    “Si tratta di un errore molto comune: la gente pensa che l’immaginazione dell’autore sia sempre all’opera, che egli inventi costantemente un’infinita serie di avvenimenti ed episodi. Che semplicemente immagini le sue storie partendo dal nulla. Nella realtà, è vero l’opposto. Quando le persone scoprono che sei uno scrittore, sono loro a portarti i personaggi e gli eventi. E fin tanto che conservi la capacità di osservare e ascoltare con attenzione queste storie continueranno a […] cercarti nel corso della tua vita. A colui che ha spesso raccontato le storie degli altri, molte storie saranno raccontate.”

    Così all’inizio di Grand Budapest Hotel, Wes Anderson spiega il mestiere dello scrittore. O meglio chi sono gli scrittori.

    Un autore, così presentato, sembra essere una persona attenta, in grado di unire esuberanza e capacità di restare nell’ombra ad osservare. Uno scrittore non crea dal nulla, ma rielabora ciò che lo circonda. È attratto dalle deviazioni, dalle anomalie della vita di cui viene a conoscenza. Queste colpiscono la sua attenzione, si fissano nella sua mente, e germogliano ramificandosi, espandendosi e dando vita a splendidi nuovi fiori.

    “Perché pensare per figure e personaggi? Perché queste sintesi si presentano a noi come risposte emergenti e vive, come nascite o novità a venire, come un avvenire del pensiero. Perciò il pensiero inventa come evolve la vita e come procede il mondo”

    (Michel Serres, Il mancino zoppo)

    Gli scrittori sono ladri poetici e silenziosi. Alice Hughes è tutto questo.

    Lasciali parlare (Steven Soderbergh, 2020) è la storia di una rinomata scrittrice, Alice Hughes, appunto, interpretata da Meryl Streep, che dall’America si imbarca su una nave diretta in Inghilterra per ricevere un premio. Alice sta scrivendo il suo nuovo libro, di cui nessuno sa nulla, e la speranza del suo editore è che si tratti del sequel del suo successo “You always/You never”. Sulla nave con lei ci sono, sotto sua richiesta, due sue vecchie amiche dell’università, Susan e Roberta, e suo nipote Tyler. Nell’imbarcazione è però presente anche un’altra sua conoscenza, la sua agente, salita sulla nave a sua insaputa per ricercare informazioni riguardo al manoscritto.

    La vicenda fondamentale si svolge sulla nave, con pochi cambi di ambientazione. Qui verrà progressivamente definitivo, in diversi modi e tempi, il rapporto tra le tre amiche. In particolare il film si concentra sulla costante tensione tra Alice e Roberta. L’accusa, da parte di quest’ultima ad Alice, è quella di aver “rubato” la storia del suo matrimonio e di averla sfruttata per scrivere il suo libro, danneggiando la sua vita proprio pubblicando quella storia. Alice risponde alle accuse (mentendo, non sappiamo in che percentuale) dicendo che tutti i suoi personaggi parlano di se stessa. Le due amiche non riusciranno a comunicare realmente per gran parte del film, quasi cercando di contenere un problema che prima o poi le avrebbe portate inevitabilmente a un confronto diretto.

    Una sempre elegantissima Meryl Streep riesce ad interpretare alla perfezione un personaggio profondamente sensibile, intimamente legato ai suoi affetti e affascinato da ciò che accade nel mondo esterno. Allo stesso tempo, però, Alice presenta un muro che la separa dagli altri: è chiusa in sé, non riesce a esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni e appare totalmente presa dal suo lavoro e dai libri che legge.

    La si vede rispettare una solida routine di scrittura e nuoto. La si vede spesso, infatti, uscire dalla piscina della nave con fierezza e distensione, come se quell’atto fosse terapeutico per lei.

    Una simpatica side story è invece quella del nipote Tyler e del suo rapporto con Karen, l’agente di Alice. I due si conoscono perché la donna lo prega di ottenere delle informazioni sul manoscritto e su sua zia. Questo il punto di partenza di un legame che si instaura con risvolti non scontati.

    Il personaggio di Tyler inoltre rappresenta un fulcro ironico della vicenda, perché non solo viene incaricato da Karen di tenere d’occhio Alice, ma anche da Alice di controllare le sue amiche per accertarsi che si divertano, e infine da Roberta al fine di cercare informazioni su un uomo a cui potrebbe essere interessata. Tutto ciò avviene con una benevolenza e ingenuità da parte di Tyler che non possono non far sorridere.

    Uno degli elementi da lodare di più è la schiettezza che accompagna i fatti narrati. Nulla viene edulcorato, i personaggi sono credibili, con pregi e difetti. Un’orchestrazione dinamicamente equilibrata di diversi tipi umani e dei loro rapporti, che non si separa troppo dalla realtà.

    Un’orchestrazione che però, paradossalmente, non c’è stata: il film è stato girato in soli dieci giorni, dando agli attori una breve descrizione dei fatti, e lasciando la scena a un’improvvisazione quasi completa. Un tempo da record per un’opera cinematografica della portata qualitativa di Lasciali parlare.

    Un ultimo elemento, secondario ma comunque importante, sono le musiche di Thomas Newman. Sembrano quasi richiamare le note di Angelo Badalamenti nella colonna sonora di Twin Peaks (David Lynch, 1990), contribuendo certamente a creare l’atmosfera caratteristica di questo film.

    Questo film è disponibile nei migliori siti di streaming per il noleggio o l’acquisto.

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  • RECENSIONE IL DIVIN CODINO – IL VIAGGIO DELL’ER(R)O(R)E

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    Io sto sempre andando a casasempre alla casa di mio padre
    Novalis

    “Chi è, Roberto Baggio?”: è la domanda che ne Il Divin Codino l’inviato di una Tv locale rivolge al timido fenomeno diciassettenne, quando ancora è una brillante promessa coi piedi ben piantati sui campi di provincia del Vicenza, ma già tutto il calcio che conta ne corteggia il talento cristallino. Il biopic Netflix di Letizia Lamartire prova a rispondere, ripercorrendo la gloriosa e sofferta vicenda umana e privata del fuoriclasse di Caldogno in tre atti drammatici e temporali che assomigliano alle tappe di un personale calvario: il grave infortunio dell’85 che complica l’approdo in Serie A alla Fiorentina, l’avventura sfortunata e il tragico epilogo ai Mondiali di USA ’94, la rinascita a Brescia sotto la guida dell’amato Carletto Mazzone (Martufello), subito vanificata dalla delusione per la mancata convocazione in Giappone-Corea 2002. Intercettando la parabola di un campione così ascetico, ermetico e silenzioso, sovranamente distante, per deviare dall’iconica traiettoria del rigore sbagliato di Pasadena, che lo ha consegnato all’immaginario collettivo – non solo degli sportivi – ben più dei suoi successi.

    È l’eterno flash di quella sfera inspiegabilmente sparata alta al cielo – in un fuoricampo infinito e assoluto – la scena madre che continua a segnarne il vissuto, e a togliergli il sonno a distanza di anni. L’orizzonte degli eventi che contrae e dilata, accelera e rallenta il tempo del calcio al pallone inghiottito in un buco nero, modificandone il corso e la percezione tra passato e presente, che si rincorrono in palleggio nell’analogia fondamentale del film, il flashforward del predestinato. I raccordi alternati tra il piccolo Roberto che va sul dischetto, sistema il pallone, prende la rincorsa e segna frantumando i vetri dell’officina di papà, e il campione affermato che a un passo dalla gloria fallisce il tiro nella finalissima. Con le urla di gioia del bambino vittorioso – Baggio era così, faceva da sé la telecronaca del tripudio – che fanno invasione di campo sonora riversandosi sulle immagini mute dello scoramento della sconfitta, prima di sprofondare nella dissolvenza in nero che, purtroppo, non sarà mai vero oblio.

    Non sta però nell’impianto visivo – attestato su una confezione standard da serial –  e nel (debole) racconto di imprese e cadute sportive, l’elemento di maggior fascino de Il Divin Codino. Anzi, nelle riprese sul campo – con l’impiego di una Betacam vintage per mimare la patina anni ’90 – sconta una piattezza televisiva che, nel restituire la poesia in movimento e gli arabeschi imprevedibili del genio di Baggio, non si distacca dal replay d’imitazione dei gesti tecnici fissati nelle celebri immagini d’archivio (un’estetica del calcio giocato ripensata fuori da format e highlights della diretta Tv è annoso problema dei film sul pallone).

    Insieme all’interpretazione pensosa, monacale, in sottrazione, quasi in assenza di Andrea Arcangeli (Romulus), ciò che convince, nello script di Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (i due terzi della writing room di 1992 e seguiti), ispirato “alla vita e alla persona” più che alla leggenda di Baggio, è il raccoglimento ombroso e tormentato nella vulnerabilità dell’uomo (dietro il campione). Nella dimensione appartata della disciplina interiore (il superamento del vuoto, la forza di volontà del riscatto, la graduale adesione al buddhismo). Senza l’epica della celebrazione divistica ma con la mistica della resurrezione attraverso ostacoli e sofferenze, in cui le stimmate del divino sono l’umanissima incisione dei duecentoventi punti di sutura al ginocchio martirizzato.

    Un percorso fisico e spirituale lungo un paradigma della coscienza che, come sostiene Stefano Piri, autore di un bel saggio sul calciatore (Roberto Baggio – Avevo solo un pensiero, 66thand2nd edizioni), è facilmente assimilabile al cammino iniziatico del viaggio dell’eroe, perseguito dal film anche nel tratteggio delle figure ancillari: l’amico di preghiera Maurizio Boldrini e il manager Vittorio Petrone come mentori e coach spirituali, il mutaforme Arrigo Sacchi – una sfinge a bordocampo – che mette in ombra e alla prova il talento, il padre Florindo (Andrea Pennacchi) come inflessibile guardiano della soglia della predestinazione, che forgia carattere e saggia la volontà con l’innesto di una false memory fatale.

    Perché in fondo, Il Divin Codino è una grande parabola di riconciliazione padre-figlio: tra un padre ostico, anaffettivo, inavvicinabile, e un figliol prodigo eternamente smarrito in cerca dell’approvazione, che si danno (al)la caccia, si rincorrono a distanza per tutta la vita trovandosi infine in un abbraccio sulle note di Paradise di Bruce Springsteen. Qualcosa che vale forse più di un rigore maledetto…

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  • Oscar 2021 – Dove vedere i film in gara

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    La cerimonia dei premi cinematografici più importanti e famosi del mondo, gli Oscar, si sta avvicinando (avete già letto l’articolo in cui diamo i nostri pronostici e facciamo le nostre analisi? Lo trovate qui). L’evento infatti si terrà nella notte tra il 25 e il 26 Aprile a partire dalle 2:00 (ora italiana). Quest’anno la premiazione avverrà al culmine di uno dei periodi più difficili della storia del cinema e, soprattutto, della sala cinematografica. A causa della pandemia da coronavirus, infatti, è ormai più di un anno che i cinema sono chiusi nel nostro paese (con una breve parentesi estiva di riapertura andata, purtroppo, non benissimo). A causa di tutto ciò, moltissime opere candidate agli Oscar quest’anno sono state rese disponibili da subito sui diversi servizi di streaming (che, mai come negli ultimi tempi, sono diventati fondamentali nell’industria cinematografica). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Crip Camp, di Nicole Newnham e Jim LeBrecht (1 nomination).
    • Da 5 Bloods, di Spike Lee (1 nomination).
    • Elegia americana, di Ron Howard (2 nomination).
    • Eurovision Song Contest – La storia dei The Fire Saga, di David Dobkin (1 nomination).
    • Love and Monsters, di Michael Matthews (1 nomination).
    • A Love Song for Latasha, di Sophia Nahli Allison (1 nomination).
    • Mank, di David Fincher (10 nomination).
    • Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe (5 nomination).
    • The Midnight Sky, di George Clooney (1 nomination).
    • Il mio amico in fondo al mare, di James Reed, Pippa Ehrlich (1 nomination).
    • Notizie dal mondo, di Paul Greengrass (4 nomination).
    • Over the moon, di Glen Kleane (1 nomination).
    • Pieces of a Woman, di Kornél Mundruczó (1 nomination).
    • Il processo ai Chicago 7, di Aaron Sorkin (6 nomination).
    • Se succede qualcosa, vi voglio bene, di Will McCormack, Michael Govier (1 nomination).
    • La tigre bianca, di Ramin Bahrani (1 nomination).
    • La vita davanti a sè (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • Borat – seguito di film cinema, di Jason Woliner (2 nomination).
    • Quella notte a Miami…, di Regina King (3 nomination).
    • Sound of Metal, di Darius Marder (6 nomination).
    • Time, di Garrett Bradley (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    • Mulan, di Niki Caro (2 nominations).
    • Onward – oltre la magia, di Dan Scanlon (1 nomination).
    • Soul, di Pete Docter (3 nomination).
    • L’unico e insuperabile Ivan, di Thea Sharrock (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    • Emma., di Autumn de Wilde, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Judas and the Black Messiah, di Shaka King, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (6 nomination).
    • Pinocchio, di Matteo Garrone, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Shaun vita da pecora: Farmageddon – il film, di Will Becher e Richard Phelan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (1 nomination).
    • Tenet, di Christopher Nolan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    • Collective, di Alexander Nanau, disponibile su IWonderful e Iorestoinsala (2 nomination).
    • Colette, di Anthony Giacchino, disponibile su Theguardian e Youtube (1 nomination).
    • A Concerto is a Conversation, di Kris Bowers e Ben Proudfoot, disponibile su Youtube (1 nomination).
    • Do not Split, di Anders Sømme Hammer, disponibile su Vimeo (1 nomination).
    • Greyhound, di Aaron Schneider, disponibile su Apple Tv Plus (1 nomination).
    • Wolfwalkers, di Tomm Moore e Ross Stewart, disponibile su Apple TV Plus (1 nomination).

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Un altro giro, di Thomas Vinterberg (2 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Better Days, di Derek Tsang (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Una donna promettente, di Emerald Fennel (5 nomination), in uscita il 29 aprile.
    • The Father, di Florian Zeller (6 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The Man Who Sold his Skin, di Kaouther Ben Hania, data di uscita non disponibile.
    • Minari, di Lee Isaac Chung (6 nomination), in uscita il 26 aprile al cinema.
    • Nomadland, di Chloé Zhao (6 nomination), in uscita il 30 aprile su Disney+ e al cinema.
    • Quo Vadis, Aida?, di Jasmila Žbanić (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The United States vs. Billie Holiday, di Lee Daniels (1 nomination), data di uscita non disponibile.

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