Non c’è stata un’altra figura, sicuramente non fra gli attori, che abbia meglio rappresentato lo spirito della New Hollywoodcome Gene Hackman, e forse solo Robert Altman poteva condividere la stessa insofferenza per i rituali hollywoodiani e la stessa forza antisistema che aveva Hackman (che peccato che non abbiano mai lavorato insieme, quanti incredibili litigi ci siamo persi). Negli anni ’60-’70 una serie di registi giovani e affamati, che riflettevano su un’America disillusa e malata, affidandosi a nuovi divi che portassero alla luce la dimensione dell’uomo comune, le sue psicosi, i suoi traumi e le sue solitudini. Gene Hackman era tutto questo, e non sarebbe potuto essere nient’altro di più; di sé diceva che era “addestrato per essere un attore, non una star divorata da fama, immagine, agenti, avvocati e stampa”, e il suo essere “solo” un attore significava portare sé stesso fuori.
Alle volte inflessibile ma indubbiamente vero nel ricercare l’angolo più oscuro di sé (o del personaggio che interpretava, in questo caso la differenza tra i due è veramente contenuta) e restituirlo con la maggior limpidezza possibile. Il poliziotto duro, il detective disilluso, l’intercettatore paranoico, l’autostoppista rude, ma anche un paio di volte sceriffo prepotente, supercattivo da fumetto e nonno immaturo. Una carriera che inizia a fine anni ’60 e si conclude nel 2004, quando decide di ritirarsi per davvero dal cinema, ma che muove i primi passi dalla sua giovinezza turbolenta: “Se hai avuto un’infanzia difficile, ti dedichi alla recitazione per esorcizzarla, per far emergere chi sei. Quando mi viene assegnato un ruolo che ha molta oscurità, mi attrae.” E di periodi oscuri deve averne vissuti parecchi Hackman: nato nel 1940 a tredici anni vede i genitori divorziare e la madre morire qualche anno dopo perché la sigaretta che stava fumando fece prendere fuoco al letto in cui stava; a sedici anni si arruola nei marines e una volta congedato decide di intraprendere seriamente il percorso recitativo.
Alla Pasadena Playhouse, il teatro statale della California, resiste solo un anno perché considerato “il meno propenso di riuscire”, e casualmente diventa grande amico di un altro aspirante che viene cacciato dalla scuola per gli stessi motivi, e che da lì a poco verrà scelto da Mike Nichols per uno dei film fondativi di quella wave cinematografica, Dustin Hoffman. Il motivo preciso per cui i due vennero scartati non ci è dato saperlo; ma negli anni in cui divi di una bellezza abbacinante e che, grazie al diktat Strasberg, stavano rivoluzionando l’arte del recitare sullo schermo, dominavano Hollywood, per due volti “normali” come quelli di Hackman e Hoffman, a cui dovremmo aggiungere anche Robert Duvall come ultimo componente di questo triumvirato, non c’era molto da pretendere. Soprattutto se l’attitudine è quella di uomo che rifiuta nettamente i principi dell’Actors Studio; più volte Hackman ha ribadito la sua distanza dal “metodo”, sostenendo che non avesse alcuna intenzione di “vivere i miei ruoli”. E al cinema ci arriva abbastanza tardi nel 1964 grazie a Warren Beatty che lo recluta dai teatri off-Broadway per riportarselo in California.

E arriva poi Friedkin con Il braccio violento della legge che Hackman non voleva accettare, Coppola con La conversazione che Hackman non voleva fare perché il regista in realtà voleva Brando, Eastwood con Gli spietati che Hackman non voleva fare, salvo poi girare un altro film con Clint, Potere assoluto, in cui interpreta un presidente USA fedifrago che commette un atto indicibile e utilizza il suo potere per nascondere tutto (interessante) ed infine Wes Anderson con I Tenenbaumche Hackman fece a forza e utilizzando il risentimento che provava per quello strano giovane regista dall’accento texano come sentimento attorno al quale costruire il suo personaggio, uno dei migliori della sua carriera. Ma al di fuori delle grandi prove che hanno fatto arrivare i premi, due Oscar quattro Golden Globes e tanto altro, uno dei tratti più straordinari di Hackman era la sua capacità di prendere possesso, anche con prepotenza, di film minori o che non avevano le ambizioni degli autori citati poc’anzi. E quindi in un film come Colpo vincente, in cui lui ravviva le sorti di una sfortunata squadretta liceale di basket dell’Indiana, tutto è in funzione sua e del suo atipico divismo; quello di un attore che è riuscito sempre a rendersi riconoscibile per la sua presenza costantemente controllata, riuscendo a contenere in uno sguardo, in una smorfia sottesa tutto ciò che pagine di dialoghi non potrebbero suggerire.
Non è l’attore che deve andare verso il personaggio, ma il personaggio che deve adattarsi sull’attore, e su queste parole sembra aver costruito la sua carriera Gene Hackman, uno degli ultimi rappresentanti di un certo tipo di cinema, allo stesso tempo classico, storicizzato ma attuale, in ultima analisi vero.


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