Author: Frames Cinema

  • PEDRO ALMODÓVAR E IL FASCINO PER UN MONDO “ALTRO”

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    Si può considerare il cinema come la mia religione, perché è uno dei maggiori stimoli che ho per vivere. Il cinema ha quello stesso aspetto di devozione e di idolatria: in questo senso, è interamente religioso.

    Pedro Almodóvar è riconosciuto come il più celebre regista del cinema spagnolo. È anche sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e musicista.

    Nasce il 25 settembre 1949 a Calzada de Calatrava, nella Castiglia-La Mancia, per poi trasferirsi a Madrid negli anni Sessanta. Sin da piccolo manifesta una personalità irrequieta, interrompendo gli studi a sedici anni e mantenendosi grazie a un lavoro come impiegato presso una compagnia telefonica. Ma le sue idee erano già ben chiare: la sua ambizione era entrare nel mondo del cinema. Così inizia a girare documentari, filmati amatoriali e cortometraggi, recita in alcuni spettacoli della compagnia “Los Goliardos” e pubblica fumetti e racconti in riviste underground.

    CARRIERA CINEMATOGRAFICA

    Nel corso del tempo il suo modo di fare cinema si è evoluto, seguendo ed adattandosi ai cambiamenti della nostra società, rappresentata sempre con grande lucidità. Si tratta forse del cineasta europeo con la carriera più variegata. In 40 anni di carriera ha realizzato film che spaziano dalla trasgressione (Pepi, Luci, Boh e le altre ragazze del mucchio, 1980) alla riflessione autobiografica (Dolor y gloria, 2019). Il suo stile è spesso contrastato, provocatorio, impulsivo o riflessivo, caratteristiche che talvolta si ritrovano persino nello stesso film. 

    Gli studiosi riconducono le sue opere a quattro tappe stilistiche: 

    1. Tappa sperimentale, ovvero gli esordi della carriera cinematografica: Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (1980), Labirinto di passioni (1982), L’indiscreto fascino del peccato (1983) e Che ho fatto per meritare questo (1984). Il giovane Almodóvar si distingue immediatamente nel panorama cinematografico dell’epoca grazie ad uno stile provocatorio e audace, sia per i personaggi sia per le tematiche trattate, in cui trovano spazio l’uso di droghe e l’omosessualità. È negli anni Ottanta che diventa un esponente della Movida, il movimento socio-culturale spagnolo nato durante il passaggio dalla dittatura franchista all’attuale democrazia, ovvero il periodo noto come la Transizione spagnola. Erano anni in cui il Paese stava gradualmente riconquistando le sue libertà dopo anni di conformismo forzato e Almodóvar ne diventerà un portavoce di spicco grazie alle prime opere della sua carriera ambientate proprio in quel periodo, film attraverso cui abbraccia in tutto e per tutto questa improvvisa voglia di libertà. Come ha affermato il regista: “la memoria storica è una questione aperta in Spagna, il Paese ha un dovere morale con le famiglie dei desaparecidos, quelli che sono stati interrati nelle fosse. Non possiamo chiudere la nostra storia recente senza affrontare questo tema”.

    1. Tappa di perfezionamento stilistico (anni ’90): Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Légami! (1990), Tacchi a spillo (1991), Kika – Un corpo in prestito (1993). Con il primo film, per la prima volta propone una trama più complessa e stratificata, pur mantenendo lo scandalo e la provocazione che hanno caratterizzato le sue opere sin dalle prime produzioni.
    2. Tappa sociale (primi anni 2000): Tutto su mia madre (1999), Parla con lei (2002), La mala educación (2004). Con Tutto su mia madre, che valse al regista spagnolo un Oscar e il Golden Globe al miglior film straniero, Almodóvar mette in scena e costruisce  personaggi dalla forte personalità, caratterizzati dall’aver vissuto storie dolorose e vicende fuori dal comune.
    3. Tappa introspettiva: Volver – Tornare (2006), La pelle che abito (2011), Dolor y gloria (2019). Quest’ultimo rappresenta la sua opera più autobiografica, in cui immerge il protagonista Salvador in quelle che sono state delle esperienze di vita realmente vissute.

    TEMATICHE “ALMODOVARIANE”

    La domanda sorge spontanea: è possibile individuare un filo conduttore all’interno di una carriera così eterogenea? Senza dubbio, ad accomunare le sue opere è il fascino per un mondo “altro”, come l’omosessualità rappresentata ne La legge del desiderio (1987) o il travestismo in Tutto su mia madre (1999). Il tutto con le tipiche tinte provocatorie e trasgressive del cinema “almodovariano”. Per il cineasta spagnolo la normalità è quasi inaccettabile, ma ciò che lo contraddistingue è la capacità di raccontare dei mondi estremamente complessi, e talvolta stigmatizzati, con estrema lucidità e intelligenza, ma soprattutto senza giudizio. Almodóvar, anche di fronte alle vite dei personaggi dolorose e complicate, riesce a stimolare la comprensione delle loro azioni e mai la compassione

    La sua indole trasgressiva è declinata anche attraverso una dimensione erotica. È il caso della libertà sessuale della popstar ninfomane Sexilia in Labirinto di passioni (1982), delle parafilie del torero Diego Montes in Matador (1986). Tuttavia, in molte occasioni in Almodóvar l’eros si unisce al pericolo e alla suspence, come in La pelle che abito (2011), film ai confini con il genere horror,  in cui racconta l’ossessione del chirurgo Ledgard per la morte della moglie e della figlia che lo condurrà a sperimentare nuove tecniche chirurgiche su una giovane donna tenuta prigioniera. La pelle che abito è ispirato dal romanzo Tarantola (2011) di Thierry Jonquet, di cui Almodóvar riprende l’idea di base e aggiunge delle sottotrame tipiche del suo stile. Questo film porta l’attenzione su un altro elemento direttamente collegato all’istinto carnale: il corpo, l’oggetto del desiderio e la causa di numerose gelosie e lotte tra i personaggi.

    Almodóvar durante tutta la sua carriera ha  rappresentato la perversione e la follia in tutte le sue sfumature. Come affermano Chasseguet-Smirgel (1987) e Khan (1979), la follia di un perverso è anche dotata di una fantasia illimitata, la stessa che gli permette di crearsi un mondo parallelo alla realtà, in cui l’atto sessuale diventa l’unico modo di essere vicino all’altro e trovare in essa una qualche forma di equilibrio. Secondo lo psicoterapeuta A. Scuderi, i personaggi di Almodóvar mettono in scena questa assurdità perversa. Ma persino nei loro gesti violenti e perversi lo spettatore può ritrovare una particolare forma d’amore, poiché il regista rende lo spettatore consapevole che sono il frutto di anni di sofferenze.

    Per molti è considerato “il regista delle donne”, per via della grande attenzione riservata alle donne all’interno dei suoi film. Il suo universo femminile è costellato di donne dalla forte personalità, che si trovano ad affrontare le difficoltà e le sofferenze della vita con grande coraggio. Una delle figure più amate dal regista è quella della madre. Paradossale ironia della sorte, quando nel 1999 si spegne la madre del regista, lui è nel pieno successo mondiale di Tutto su mia madre, film da molti considerato il capolavoro della sua carriera. Mette in scena la storia di Manuela, che all’improvviso si trova a dover fare i conti con la morte del figlio Esteban. Della maternità però Almodóvar vuole mettere in evidenza soprattutto lo spirito, che in una situazione così dolorosa non si disperde, anzi sente il bisogno di rivolgere le sue cure a qualcun altro: è il caso della giovane Rosa. 

    “A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre” (da Tutto su mia madre)

    La più recente rappresentazione della figura materna si ritrova in Dolor y gloria (2019), un’opera autobiografica in cui affida il ruolo di Pedro ad Antonio Banderas e quello della madre a Penelope Cruz, due pilastri del suo cinema. Si tratta di un film in cui elimina ogni orpello superfluo, in favore di una sceneggiatura scarna che funga da bilancio esistenziale.

    CONCLUSIONE

    Le opere del cinema di Almodóvar generano quindi sentimenti contrastanti: orrore da un lato attraverso storie che scandalizzano ed empatia dall’altro, poiché il suo fine non è quello di giustificare le azioni violente o le perversioni dei suoi personaggi ma di comprendere le loro motivazioni più profonde. Con i suoi film permette allo spettatore di entrare in un mondo che appare folle in prima battuta, ma che diventa ben presto un ambiente familiare, fatto di passioni e sentimenti veritieri, e con personaggi che non rappresentano se stessi, ma che sono portatori di tematiche care al regista. 

    Il cineasta stesso ammette di aver sempre messo una parte di sé nelle sue opere: “tutti i miei film hanno una dimensione autobiografica, ma è indiretta, attraverso i personaggi. Infatti io sono dietro ad ogni cosa che accade e che viene detta, tuttavia non parlo mai di me stesso in prima persona”.

    Marisa Paredes in Tutto su mia madre dice che “la vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare il più possibile al sogno che si ha di se stessi”. Pedro Almodóvar, senza dubbi, è un uomo autentico.

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  • #16 STRADE PERDUTE: YORGOS LANTHIMOS – LA MONOGRAFIA PARTE 2

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo sedicesimo episodio di Strade Perdute Alessandro, Jacopo e il loro ospite Luca Orusa analizzano il periodo Hollywoodiano della filmografia del grande Yorgos Lanthimos, uno dei registi più importanti di questa epoca. Buon ascolto!

    Lista Film citati:

    The Lobster (2015) ()

    Il Sacrificio del Cervo Sacro (2017) ()

    La Favorita (2018) ()

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    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EP. 5 – TRA PRESENTE E PASSATO

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    – Allerta spoiler –

    La quarta puntata di Obi-Wan Kenobi (di cui potete leggere la recensione qui) non aveva soddisfatto le nostre aspettative: la narrazione infatti sembrava girare un po’ in tondo, riproponendo scene ripetitive che non parevano condurre da nessuna parte. La scorsa settimana avevamo paura che le ottime premesse per la serie sarebbero state completamente sfumate verso il finale, ma oggi possiamo dire che il quinto capitolo si è ripreso alla grande rispetto ai precedenti. Certo, alcuni difetti non mancano, ma ciò che abbiamo visto in quest’ultima puntata fa rinascere la curiosità di scoprire cosa succederà nell’episodio finale, la cui uscita è prevista mercoledì 22 giugno.

    FLASHBACK E CONFRONTO CON IL PROPRIO PASSATO

    Già dall’inizio della puntata appare chiara l’intenzione degli autori di voler rivolgere l’attenzione sul passato di Obi-Wan, Vader e Reva, mentre la piccola Leia per la prima volta viene lasciata in disparte per buona parte dell’episodio. Le scene iniziali ci mostrano un duello tra il giovane Obi-Wan e il suo allievo Anakin, che sfida il Maestro a combattere per provare la sua bravura; questa scena verrà riproposta più volte come flashback, sia dal punto di vista di Anakin -ormai divenuto Darth Vader- sia dal punto di vista di Obi-Wan. Il montaggio, che accosta immagini del passato e del presente, è particolarmente evocativo e ben riuscito. Bisogna poi fare i complimenti ad Hayden Christensen che torna ad interpretare un giovane Anakin Skywalker in modo convincente: si vede che l’attore si è divertito a vestire di nuovo i panni di quel ruolo, e sicuramente tornare insieme ad Ewan McGregor è stata una grande emozione. Il duello tra i due riflette chiaramente ciò che accade durante la puntata: l’Impero ha scoperto dove si nascondono Kenobi e la principessa Leia, insieme a un nutrito gruppo di rifugiati ribelli, per cui le truppe guidate da Vader e Reva sono pronte ad attaccare il nascondiglio. Mentre Anakin attacca ferocemente la base, Obi-Wan sceglie di difendersi e resistere fino a che i portelloni del covo vengano aperti per permettere all’astronave ribelle di spiccare il volo e fuggire; Kenobi ci dimostra di essere in grado di sconfiggere Anakin anche senza usare le armi, semplicemente grazie alla sua astuzia e al fatto che conosca molto bene l’uomo che un tempo era stato suo allievo. Le due strategie agli opposti vengono chiaramente messe in risalto sia nel corso della puntata sia durante il duello del passato tra Maestro e Padawan, e questa scelta si rivela decisamente azzeccata.

    Non solo Obi-Wan e Anakin devono fare i conti con il passato, ma anche l’inquisitrice Reva. Il suo personaggio infatti vede in questo episodio un approfondimento maggiore, in quanto rivela ad Obi-Wan di fare parte dei bambini uccisi da Anakin (ormai divenuto malvagio) ne La Vendetta dei Sith.

    Ci viene svelato che Reva è sopravvissuta nascondendosi tra i corpi senza vita dei suoi amici, definiti da lei “l’unica famiglia che abbia mai avuto”, e il suo essere al servizio di Vader è in realtà un modo per avvicinarsi a lui e aspettare il momento giusto per vendicarsi. Va detto che già dal primo episodio alcuni fan avevano iniziato a formulare ipotesi e teorie su Reva e una delle più accreditate aveva effettivamente previsto questo sviluppo del personaggio. Il parallelismo passato-presente si ritrova anche qui: infatti, alla fine della puntata, i ribelli riescono a fuggire e Reva decide di mettere in atto la sua vendetta. Il duello tra Reva e Vader è un passo avanti rispetto ai precedenti della serie, sia per quanto riguarda le coreografie del combattimento sia per quanto riguarda la regia (leggermente migliorata), nonostante il montaggio risulti comunque un po’ caotico. Mentre Vader e Reva si scontrano, lei rivive la tragica scena in cui Anakin ha ucciso i suoi amici e nel momento di tensione più alto finisce per essere trafitta dalla spada di Vader. Non è chiaro tuttavia se l’inquisitrice sia morta oppure sia solo rimasta gravemente ferita, poiché l’episodio si chiude senza darci una risposta. 

    LA LOTTA DEI RIBELLI

    Un punto a favore della puntata è il combattimento dei ribelli contro le truppe imperiali. Le scene sono godibili, girate abbastanza bene, e presentano diversi momenti emozionanti. Primo fra tutti la morte di Tala, che aveva aiutato Obi-Wan e Leia a trovare un rifugio e che qui, ferita mortalmente, sceglie di sacrificarsi per rallentare l’esercito imperiale. La morte di Tala ha un’ottima messa in scena, in particolare per la parte in cui il suo droide cade sotto i colpi delle armi nemiche e si spegne tra le sue braccia mentre la donna innesca la bomba. Nonostante alcuni piccoli difetti tecnici (in particolare per quanto riguarda il montaggio) in questa puntata non sono mancate le emozioni. Da evidenziare anche il ruolo della colonna sonora che, rispetto agli episodi precedenti, qui è più presente e molto più potente. La messa in scena pare migliorata e speriamo che continui a migliorare anche nell’episodio finale.

    In conclusione, la quinta puntata ha decisamente risollevato le aspettative. Appare chiaro ormai come il progetto Obi-Wan Kenobi fosse nato come un film spin-off poi riadattato a serie televisiva, quindi c’era da aspettarsi che la parte centrale sarebbe stata allungata un po’ per rientrare nei sei episodi previsti; ciò ha portato i capitoli 3 e 4 ad essere i più deboli della serie, in quanto proprio parte centrale della trama. Un ultimo appunto da fare riguarda l’adattamento italiano, dato che c’è stata una battuta che ha fatto tremare ogni fan di Star Wars: nel momento in cui Reva svela di essere sopravvissuta al massacro dei bambini ne La Vendetta dei Sith pronuncia la frase “eri il suo Padawan” riferita a Obi-Wan, quando in realtà sappiamo che Anakin era il Padawan e Kenobi il Maestro. Ma non vi preoccupate, l’errore è stato corretto e il doppiaggio aggiornato!

    Vi ricordiamo che l’ultimo capitolo di Obi-Wan Kenobi uscirà mercoledì 22 giugno e noi non vediamo l’ora di vedere come si concluderà la serie. Speriamo sinceramente possa essere all’altezza delle aspettative nonostante gli alti e bassi delle puntate precedenti.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – E’ MORTO JEAN-LOUIS TRINTIGNANT, IL LIVE ACTION DI HERCULES, ANA DE ARMAS È MARILYN MONROE

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    • CI LASCIA JEAN-LOUIS TRINTIGNANT

    Jean-Louis Trintignant ci ha lasciati il 17 giugno 2022, all’età di 91 anni. A comunicarcelo è stata la sua famiglia.

    L’ultima volta che avevamo potuto godere della sua splendida bravura su grande schermo era il 2019, quando recitava ne I migliori anni della nostra vita di Claude Lelouch.

    Nella sua carriera estremamente prolifica (circa 146 film all’appello), la fama e la versatilità dell’attore francese hanno avuto la consacrazione con il capolavoro Il Sorpasso (1962) di Dino Risi, dove recitava al fianco di Vittorio Gassman. Non sono mancate tuttavia altre interpretazioni monumentali che hanno segnato profondamente la storia del cinema, ultima delle quali piuttosto recente in Amour (2012) di Michael Haneke, anche per quell’occasione affianco a un altro mostro sacro della recitazione come Emmanuelle Riva.

    Fra i maggiori riconoscimenti internazionali ricordiamo il premio come miglior attore protagonista al Festival di Cannes del 1969 per Z – L’orgia del potere di Costa-Gavras, ma anche l’Orso d’argento per il miglior attore per L’uomo che mente di Alain Robbe-Grillet, al Festival di Berlino del 1968.

    • E’ IN SVILUPPO UNA SERIE SPIN-OFF SU JON SNOW

    Come riportato da The Hollywood Reporter, il solido legame fra HBO e Game of Thrones pare avere ancora vita lunga: nonostante sia attesa già per quest’estate il prequel della serie, House of the Dragon (in uscita il 22 agosto 2022 su Sky e NOW), l’emittente televisiva statunitense sta già lavorando a un’altra serie, questa volta spin-off e su uno dei personaggi più famosi e amati, Jon Snow.

    Kit Harington tornerà nei panni di Lord Snow e riprenderà le sue gesta a partire da qualche anno dopo gli eventi finali dell’ultima stagione di Game of Thrones (ancora oggi ricordata da moltissimi fan come una cocente delusione).

    Sempre secondo le prime indiscrezioni riportate dalla rinomata testata cinematografica statunitense, potrebbero accompagnare la serie altri ritorni graditi dal fandom della saga come le due sorellastre Stark, Sansa (Sophie Turner) e Arya (Maisie Williams).

    • IL LIVE ACTION DI HERCULES DIRETTO DA GUY RITCHIE

    Deadline ci informa che i fratelli Russo (Captain America: The Winter Soldier, Avengers: Endgame) attraverso la loro casa di produzione AGBO si sono messi al timone della produzione di un live action del film d’animazione del 1997 di Ron Clements e John Musker, Hercules, ingaggiando alla regia Guy Ritchie (Lock & Stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo, Sherlock Holmes).

    Il regista è già stato dietro alla macchina da presa per un live action Disney, Aladdin, e ora con Hercules si prosegue la scia degli adattamenti “in carne e ossa” dei classici della casa di Topolino: come già successo per Aladdin o La Bella e la Bestia, la pellicola conterrà le canzoni del film d’animazione ma anche nuove canzoni originali scritte apposta per il film.

    • ANA DE ARMAS E’ MARILYN MONROE NEL TRAILER DI BLONDE 

    Il 16 giugno è stato rilasciato sul canale Youtube di Netflix il primo trailer di Blonde, il nuovo film di Andrew Dominik (L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) con protagonista Ana De Armas nei panni di Marilyn Monroe: la somiglianza fra le due attrici è davvero sconcertante.

    Il film – fra i cui produttori figura anche Brad Pitt – è tratto dall’omonimo romanzo del 1999 di Joyce Carol Oates e narra la vita dell’attrice Norma Jeane Mortenson (in arte Marilyn Monroe).

    Ad affiancare De Armas ci saranno anche Adrien Brody e Bobby Cannavale, mentre le musiche sono curate da Nick Cave e Warren Ellis.

    Purtroppo il film non passerà dalla sala, ma uscirà direttamente su Netflix il 23 settembre 2022.

    • NUOVE IMMAGINI DEL PINOCCHIO DI DEL TORO

    In caso ve le foste perse, vi rinviamo allo speciale di Variety sulle ultime foto esclusive tratte da Pinocchio di Guillermo Del Toro, inserite all’interno di un lungo, interessante e dettagliato articolo di approfondimento-anteprima del lungometraggio.

    Ricordiamo che il film uscirà su Netflix a dicembre 2022.

    FONTI: Bad Taste, World of Reel, Deadline, The Hollywood Reporter, Youtube, Rolling Stone, Variety

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  • I DUE PAPI – TRA DUBBI E RIMORSI, TRA STORIA E FINZIONE

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    Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.

    Con queste parole, pronunciate in latino al Concistoro la Canonizzazione dei Martiri di Otranto l’11 Febbraio 2013, Benedetto XVI annunciò le sue dimissioni. Un evento che sconvolse il mondo intero e che Meirelles ci racconta nel film I Due Papi. Un film magistrale, con un cast superlativo che vede protagonisti Anthony Hopkins e Jonathan Pryce, visivamente straordinario e con delle inquadrature che sembrano essere in grado di farci leggere nell’animo dei personaggi. 

    “ISPIRATO A EVENTI REALI”

    Il film segue fedelmente il corso degli eventi storici: dalla morte di Giovanni Paolo II, all’elezione di Benedetto XVI e la sua rinuncia, seguita dall’elezione di Papa Francesco. Il film è molto aderente alla realtà, questa percezione ci è trasmessa anche dal fatto che all’inizio si alternano servizi giornalistici in diverse lingue e ci sembra di rivivere quei momenti. Anche gli abiti sono estremamente fedeli, possiamo notare le maniche del maglione nero che escono dall’abito papale durante la prima benedizione di Benedetto XVI il 19 Aprile 2005 ma anche gli abiti con cui Papa Francesco si presentò durante la sua prima benedizione il 13 Marzo 2013, rifiutandosi di indossare la cappa rossa e le scarpe papali scegliendo di portare la sua croce episcopale al petto.

    …MA NON DEL TUTTO

    Ma, nonostante il film ci avverta che è “ispirato a eventi reali”, lascia ampio spazio alla fantasia del regista e degli autori. È il caso dell’incontro tra Benedetto XVI e Bergoglio nella residenza estiva di Castel Gandolfo nel 2012: con ogni probabilità, si tratta di finzione cinematografica. Infatti, non esistono fonti che confermino un viaggio del Cardinal Bergoglio in Italia per incontrare il Papa e presentargli una lettera di dimissioni. Non c’è neanche ragione di affermare che Benedetto XVI volesse affidare l’ufficio papale proprio al cardinal Bergoglio, come mostra il film. Il che si basa sul fatto che Papa Francesco fosse già uno dei possibili eletti al conclave del 2005.

    Il regista ha inventato anche le conversazioni tra i due nella Cappella Sistina, oltre che le riunioni tra i due in varie occasioni, come quelle più divertenti e rilassate mentre guardano la finale dei Mondiali di Calcio del 2014. Tuttavia, queste conversazioni, seppur frutto della fantasia, sono fondamentali per conoscere meglio i punti di vista e le idee che li caratterizzano. 

    Ancora, viene raccontato lo scoppio dello scandalo Vatileaks all’inizio del 2012, quando trapelarono informazioni di documenti segreti che rivelavano una serie di irregolarità nel funzionamento degli uffici del Vaticano. Il film inserisce l’evento tra le possibili cause della rinuncia di Benedetto XVI ma di fatto quest’ultimo non ha mai confermato pubblicamente i motivi della sua scelta.

    I RICORDI DI BERGOGLIO IN ARGENTINA

    Ampio spazio viene dedicato alla vita passata di Bergoglio in Argentina. Per raccontarla, gli autori si sono probabilmente rifatti ai dati della biografia Francisco. Vida y revolución di Elisabetta Piqué (2016). In particolare, il film permette allo spettatore di ripercorrere la vita precedente alla presa dei voti: conosciamo il suo lavoro nel laboratorio chimico prima di entrare in seminario, la donna che avrebbe sposato se non avesse sentito la vocazione sacerdotale, le sue grandi passioni cioè il calcio e il ballo, la drammatica vita sotto la dittatura del generale Jorge Videla. Grazie a questo racconto, impariamo a conoscere un uomo che porta sulle spalle ferite e rimorsi, ma che pubblicamente riesce a nascondere dietro il suo sorriso contagioso.

    L’UNIONE DEGLI OPPOSTI

    Proprio grazie al fatto che il film non si limiti a raccontare i fatti reali, ci permette di conoscere i protagonisti non solo in quanto figure istituzionali ma in quanto persone, colme di dubbi, di incertezze dovute all’umano timore di non essere all’altezza della responsabilità che gli è stata assegnata. Meirelles mette in scena la Chiesa Cattolica, oggi sempre più divisa tra apertura e chiusura, ma il film diventa simbolo dell’unione e dell’armonia tra gli opposti. Le differenze che caratterizzano i due protagonisti non li allontanano nel corso del film, anzi, uniti dall’obiettivo di salvare e riformare la Chiesa, costruiscono una relazione ancora più profonda, basata sulla comprensione reciproca.

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  • E VISSERO PER SEMPRE… 8 FILM QUEER A LIETO FINE

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    Avete mai fatto caso al fatto che, molto spesso, i film con personaggi appartenenti alla comunità LGBTQIA+ hanno dei finali tragici? Tra morti violente e spesso legate al proprio orientamento sessuale, amanti separati o destini drammatici, il cinema queer (parola nata come insulto, ora reclamata dalla comunità LGBTQIA+ ed utilizzata come termine ombrello) non ha risparmiato ai suoi protagonisti dosi massicce di sofferenza. 

    Questa tendenza al finale drammatico, che ad una prima occhiata potrebbe essere attribuita al desiderio degli spettatori di vedere storie strappalacrime sul grande schermo, in realtà affonda le proprie radici nella storia della rappresentazione dell’omosessualità al cinema. 

    Il Motion Picture Production Code (soprannominato “Codice Hays” dal nome del suo creatore), in vigore ad Hollywood dal 1934 ed ufficialmente abbandonato nel 1968, fu istituito nel tentativo di regolare l’arte cinematografica. Tra le norme del Codice, molto stringenti, ce n’era una che vietava la messa in scena di “perversioni sessuali”, termine che stava ad includere anche la rappresentazione di personaggi e pratiche riconducibili alla comunità LGBTQIA+.

    Thou Shalt Not, Whitey Schafer, 1940: foto satirica che includeva quante più violazioni possibili al Codice Hays

    Questo divieto non impedì comunque a diversi registi di inserire personaggi queer nei propri film, facendo uso del queer coding, ovvero l’attribuzione di caratteristiche che il pubblico potesse riconoscere: per i maschi, eccessiva femminilità e sensibilità, uso di make up, voci sottili; per le femmine, eccesso di mascolinità e di vestiti riconducibili al genere opposto, avversione verso pratiche considerate tradizionalmente da donne… 

    Per evitare la glorificazione delle “perversioni” indicate nel Codice, i personaggi con tratti di coding o apertamente queer venivano spesso usati come cattivi, creando così uno spiacevole legame tra l’orientamento sessuale “contro natura” e la malvagità dei personaggi. Uno dei casi più sistematici di questo tipo di rappresentazione, persistente anche dopo la caduta in disuso del Codice, è stato quello della Disney: Ursula è dichiaratamente ispirata alla drag queen Divine, Scar è fortemente teatrale nei modi di fare e parlare…

    Divine, la drag queen che ha ispirato il personaggio di Ursula.

    Un altro topos divenuto frequente a seguito dell’avvento della televisione, che era più libera di trattare certi argomenti, era quello di dare ai personaggi coded un finale drammatico. Il caso più citato di solito è quello di Gioventù bruciata (1955) e della tragica fine di Plato nomen omen

    È dunque evidente come il persistere nel cinema odierno di cattivi queer coded o di finali drammatici per personaggi queer sia anche lo strascico di un periodo di sistematica omofobia, che purtroppo ha tuttora le sue conseguenze sullo schermo e non solo.

    Per questo motivo, in occasione del Pride Month ci sentiamo di consigliare 8 film che rompono questo schema e che si chiudono con un finale positivo. Se però siete il tipo di persone che non vogliono sapere nulla, nel consumare media, vi consiglio caldamente di chiudere qui l’articolo: seguono spoiler!

    GLI AMORI DI ANAÏS (Charline Bourgeois-Tacquet, 2021)

    Cominciamo con due film che terminano con finali ambigui e che tuttavia ritengo essere più tendenti al positivo che al negativo.

    Anaïs (Anaïs Demoustier) è una trentenne svampita che vive alla giornata con enorme energia ed ottimismo. La relazione casuale con un editore, Daniel, la porta a conoscere l’autrice Emilie Ducret (Valeria Bruni Tedeschi), con cui cercherà in tutti i modi di stringere un rapporto.

    Il cuore emotivo del film è certamente la protagonista, che si apre in maniera incondizionata alle esperienze della vita ed all’amore. Buona parte della storia, anche i suoi eventi più cupi, si mantiene sui toni della commedia romantica in virtù di questo approccio scanzonato e privo di limiti. Infatti, l’attrazione di Anaïs nei confronti di Emilie non causa mai imbarazzo a lei stessa o ad altri solo perché l’oggetto del suo desiderio è una donna. Sarà proprio la sua leggerezza nel vivere e la persistenza nella seduzione ad affascinare tanto la scrittrice che capitola, infine, ai piedi della giovane.

    Nel finale, la pragmaticità di Emilie si scontra con la perseveranza della protagonista, e sebbene non sia chiaro chi delle due la spunterà, la speranza che il film stesso sembra instillare è che sia Anaïs ad avere la meglio per l’ennesima volta convincendo la compagna a continuare la loro relazione.

    GREAT FREEDOM (Sebastian Meise, 2021)

    Nella Germania del secondo dopoguerra, Hans (Franz Rogowski) è trasferito dal campo di concentramento al carcere in quanto in violazione del Paragrafo 175, che vietava rapporti tra persone dello stesso sesso. Negli anni successivi tornerà in quella stessa prigione altre due volte, legandosi ad alcuni carcerati e mantenendo un legame col suo vecchio compagno di cella, Viktor (Georg Friedrich).

    Vista la premessa di questo film, sembra assurdo che qualcosa di buono possa uscirne. Questo è stato effettivamente il giudizio di una parte della critica, che si è spaccata a metà soprattutto riguardo al finale e al suo significato. In realtà, lo stesso Rogowski, intervistato al riguardo, l’ha definito un “finale speranzoso”. È in quest’ottica che desidero leggere Great freedom e la sua conclusione.

    Nel film, la permanenza in prigione non spezza lo spirito di Hans, anzi: il suo desiderio di contatto con altri uomini è più forte della condanna societaria e lo spinge ad affidarsi a diversi stratagemmi per poter continuare ad amare anche all’interno di un sistema che lo vuole annientato. Alla fine del film, arriva addirittura a preferire il carcere al mondo esterno, trovandovi qualcosa che fuori non ha: un legame, non meramente sessuale ma prima di tutto sentimentale.

    In questa prospettiva, Great freedom è una triste e spesso dura, certo storia di resistenza ad oltranza con un lieto fine non convenzionale.

    SHIVA BABY (Emma Seligman, 2020)

    Danielle (Rachel Sennott), costretta a partecipare allo shiva (un rituale ebreo successivo alla morte e sepoltura di una persona), è soggetta al peggior incubo di qualsiasi giovane: il giudizio e i commenti invasivi dei parenti e degli amici di famiglia. Come se ciò non bastasse, durante la giornata reincontra Maya (Molly Gordon), la sua ex ragazza, e Max, suo attuale sugar daddy, assieme alla moglie e il figlio.

    Shiva baby tratta di ansie e difficoltà che molti giovani spettatori riconosceranno: l’incertezza riguardo al proprio futuro, le pressioni del mondo esterno, il giudizio riguardo alle proprie scelte di vita… Questi elementi vengono poi amplificati dalla regia e dalla fotografia, che riescono a creare un efficace effetto claustrofobico. 

    Alla fine del film, veniamo lasciati senza risposte riguardo all’avvenire di Danielle, ma con una nota di positività e la speranza che qualcosa di migliore è all’orizzonte. Particolarmente importante da questo punto di vista è Maya, con la quale Danielle riallaccerà i rapporti nel corso del film e che la spingerà a cercare di essere la versione migliore di sé stessa.

    Con al proprio centro una donna ebrea ed apertamente bisessuale, Shiva baby dimostra quanto le vicende personali possano essere universali, restando comunque fedele e rispettoso delle esperienze di queste due comunità.

    ROCKETMAN (Dexter Fletcher, 2019)

    Il film biografico dedicato alla vita del cantante Elton John, interpretato da Taron Egerton, rischiava di cadere in molti dei cliché di cui spesso sono vittima i biopic musicali, possedendone la classica struttura: una storia di ascesa alla fama seguita da una rapida caduta nel vizio. Rocketman riesce tuttavia ad evitare la banalità, in primis abbracciando lo stile del musicista e assumendo la sfacciataggine spettacolare di un musical. 

    In secondo luogo, il passaggio del cantante dalle stelle alle stalle ha forti radici che vengono affrontate nella prima parte del film: problemi di affettività derivanti da una situazione famigliare tossica. Imparando a conoscere il protagonista ne comprendiamo i problemi: il bisogno quasi patologico di amore, la scarsa autostima e il timore di poter restare solo o di non trovare qualcuno “che lo ami come si deve”.

    Il finale in quest’ottica è degno di nota perché riesce a concludere in maniera positiva la vicenda del protagonista senza però ignorare i danni da lui stesso compiuti, la difficoltà del lavoro che dovrà compiere per migliorarsi e, soprattutto, quanto sia fondamentale, per questo processo, imparare ad amarsi.

    In un panorama di narrazioni dedicate a figure queer la cui vita è terminata in miseria e in questo panorama Elton John è comunque una figura privilegiata , va detto, Rocketman dimostra che la felicità è possibile senza rinunciare a sé stessi.

    RAFIKI (Wanuri Kahiu, 2018)

    Un lieto fine è tanto più apprezzabile quando per averlo è stato necessario lottare. Rafiki, infatti, è stato bandito dal paese d’origine della regista, il Kenia, in quanto la sua conclusione “troppo speranzosa” violerebbe le leggi lì attualmente attive: ad oggi le attività omosessuali sono ancora punibili dalle istituzioni. 

    Pertanto, la storia apparentemente semplice di questo film, che segue lo sbocciare dell’amore tra due adolescenti, Kena (Samantha Mugatsia) e Ziki (Sheila Munyiva), assume un enorme valore se calata nel suo contesto di appartenenza. La relazione è descritta con estrema delicatezza e senza voyeurismo, sviluppandosi naturalmente come una qualsiasi storia d’amore. Tuttavia, la coppia è soggetta ad una forma di omofobia istituzionale, che le vede braccate da un’intera comunità e dalle loro stesse famiglie. Inoltre, su di loro pende la minaccia di risvolti legali: un’enormità, per due ragazze che semplicemente si amano.

    Nonostante queste premesse, la regista ha deciso di chiudere con un finale speranzoso, che apre le porte ad un futuro migliore per le sue protagoniste e lancia un messaggio sovversivo.

    Rafiki è importante perché ci permette di uscire dai nostri canoni e affacciarci su un mondo e delle dinamiche di cui sappiamo poco. Affronta inoltre la realtà della criminalizzazione dell’amore tra persone dello stesso sesso, apparentemente così lontana da noi, ma in realtà ancora attiva in circa 70 paesi. 

    LA TERRA DI DIO (Francis Lee, 2017)

    Se vi è piaciuto Brokeback Mountain ma avreste voluto un finale diverso, allora La terra di Dio fa per voi. 

    Johnny (Josh O’Connor), giovane costretto a gestire la fattoria di famiglia, tira avanti grazie all’alcool e a rapporti sessuali occasionali. La sua vita sempre uguale cambia quando il padre assume, per aiutarlo, Georghe (Alec Secăreanu), immigrato proveniente dalla Romania. 

    Come in Brokeback Mountain, La terra di Dio sfrutta i paesaggi dello Yorkshire per costruire una passione che ha le sue radici nella maestosità e la spontaneità della natura. In questa storia, però, il conflitto del protagonista non è causato dal proprio orientamento sessuale, ma, come ha fatto notare lo stesso regista, dal bisogno di crescere e passare da una serie di rapporti fugaci ad una relazione stabile. Johnny, abituato a sveltine brutali e fredde come la vita di fattoria, comincia ad apprezzare la bellezza sia dell’amore sia della natura solo nel momento in cui si trova affiancato da Georghe, che lo introduce ad una dimensione più intima e sentimentale. 

    Remando contro la tradizione letteraria e cinematografica che rappresenta la passione omosessuale come elemento di corruzione, in questo film l’influenza del proprio compagno è, al contrario, la spinta che serve a Johnny per ricalibrare i propri rapporti personali, migliorare il proprio carattere e, di conseguenza, la propria vita.

    GONNE AL BIVIO (Jamie Babbit, 1999)

    La cheerleader Megan (Natasha Lyonne) viene mandata dai propri cari in un campo di riabilitazione, dopo che alcuni suoi comportamenti li hanno convinti del fatto che sia lesbica. Qui comincia un percorso farsesco di “guarigione” assieme ad altri coetanei, tra i quali spicca la strafottente Graham (Clea Duvall).

    Pur affrontando un tema serio come quello della terapia di conversione, tuttora in uso in alcuni paesi, Gonne al bivio assume un approccio comico, prendendo in giro le pratiche messe in atto nei centri dedicati, l’ipocrisia delle persone che ne sono a capo e gli stereotipi legati alla comunità LGBTQIA+ (alcuni ancora tristemente attuali): l’idea che l’omosessualità “nasca” a partire da un episodio scatenante, la miscredenza che esista una maniera corretta di essere gay, l’etichettare una persona come omosessuale a partire da elementi come il comportamento o il tipo di abbigliamento. Inoltre, il film ridicolizza l’idea di un netto binarismo uomo-donna e abbraccia l’idea di una famiglia al di fuori dei confini domestici, tanto caro e famigliare alla comunità LGBTQIA+.

    Ciliegina sulla torta d’ironia: la presenza nel cast di RuPaul (che molti conosceranno come host del reality show a tema drag queen RuPaul’s Drag Race) nella parte di un “ex gay” a capo del centro di riabilitazione.

    MAURICE (James Ivory, 1987)

    Maurice Hall (James Wilby) è un ragazzo membro della borghesia inglese di inizio ventesimo secolo. A Cambridge un suo compagno, Clive Durham (Hugh Grant), lo avvia ad una relazione platonica omosessuale. Una volta abbandonato dall’amante, Maurice dovrà fare i conti con i propri desideri in un momento storico in cui i rapporti sessuali tra uomini sono ancora illegali.

    Se la prima parte del film è oggi quella più ricordata e citata, è nella seconda, che vede entrare in scena un terzo protagonista, il guardiacaccia Alec Scudder (Rupert Graves), che ci sono alcuni degli elementi che rendono Maurice una storia estremamente rivoluzionaria visto il tempo in cui è stata concepita (l’autore E.M. Forster scrisse il romanzo da cui il film è tratto nel 1913-14). 

    Maurice si chiude infatti con un’accettazione totale e senza riserve, da parte del protagonista, della propria natura, un risvolto che arriva tanto più gradito dopo aver assistito alle pressioni vissute dagli omosessuali, a livello non solo legale, ma anche psicologico. Inoltre, in contraddizione ai principi di Clive, termina con la celebrazione di un amore che abbraccia la dimensione sentimentale tanto quanto quella sessuale, un elemento decisamente controcorrente rispetto alla pudicizia dell’età edoardiana in cui il film è ambientato. Come se non bastasse, Forster prese a piene mani dalla filosofia del poeta Edward Carpenter, di cui era amico, che affermava che l’eros fosse un elemento capace di andare oltre ogni barriera, compresa quella di classe (allora ancora molto sentita).

    Con il suo finale, dunque, Maurice è da una parte una critica forte e chiara ad una società ipocrita e limitante, di cui Clive è il perfetto rappresentante. Dall’altra, è un inno all’amore libero di convenzioni e una celebrazione di chi ha lottato (o tuttora lotta) per ottenerlo.

    In chiusura di articolo mi sento di segnalare come, anche all’interno di questa lista, ci sia ben poca varietà, con nessuna menzione di personaggi trans, non binary, asessuali ecc. Purtroppo questa mancanza dipende in parte da un’ignoranza personale, in parte da una carenza all’interno dei media di rappresentazioni più complesse di quelle a cui siamo solitamente abituati. Fortunatamente, si stanno facendo dei passi avanti, ma non dovremmo mai smettere di pretendere che la settima arte riproduca il mondo nelle sue infinite sfumature e, soprattutto, dia a tutt* il proprio, meritato lieto fine.

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  • LIVE #15: ESTERNO NOTTE DI MARCO BELLOCCHIO

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    Luca, Jacopo e Shannon ci parlano di uno dei film (o serie tv?) migliori del 2022: Esterno notte di Marco Bellocchio! Attenzione Spoiler!

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  • #15 STRADE PERDUTE: YORGOS LANTHIMOS – LA MONOGRAFIA PARTE 1

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo quindicesimo episodio di Strade Perdute Alessandro, Jacopo e il loro ospite Luca Orusa analizzano il periodo greco della filmografia del grande Yorgos Lanthimos, uno dei registi più importanti di questa epoca.

    Buon ascolto!

    Lista Film citati:

    Kinetta (2005) ()

    Kynodontas (2009) ()

    Alps (2011) ()

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    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.

  • ULTIME NEWS CINEFILE: SQUID GAME 2, L’ACTION SU DUKE NUKEM, IL RITORNO IN SALA DI SPIDER-MAN

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    ANNUNCIATA LA SECONDA STAGIONE DI SQUID GAME

    “Ci sono voluti 12 anni per dare vita alla prima stagione di Squid Game l’anno scorso. Ma ci sono voluti 12 giorni perché Squid Game diventasse la serie Netflix più popolare di sempre.” 

    Con questo messaggio piuttosto eloquente,  il regista e sceneggiatore della fortunata serie sud coreana –Hwang Dong-hyukha annunciato tramite i profili social di Netflix dell’arrivo di una seconda stagione di Squid Game. Al momento non si hanno informazioni più dettagliate, e nemmeno la data di uscita è stata fissata, ma di certo non arriverà prima della seconda metà del 2023. Saranno in grado di replicare il successo della prima stagione o l’effetto novità sarà già svanito? 

    MAVERICK VERSO IL MILIARDO

    Jurassic World – Il dominio e Top Gun: Maverick stanno letteralmente conquistando i cinema italiani, eppure il secondo sembra avere davanti a sé una scalata ancora molto lunga. Infatti, nonostante il grande successo che ha portato il ritorno dei dinosauri in sala, il dramma d’azione con protagonista Tom Cruise ha raggiunto un incasso totale di oltre 350 milioni e ci si aspetta che superi presto i 369 milioni di The Batman, diventando così il secondo miglior film di Hollywood del 2022, per ora. A livello mondiale Top Gun: Maverick sta già raggiungendo poi i 700 milioni di dollari di incassi, e si prevede che arrivi a 750 milioni entro pochissimi giorni. Il miliardo si sta avvicinando, non è detto che verrà raggiunto, ma sarebbe davvero un traguardo strepitoso per celebrare il ritorno di una grande icona del cinema americano anni ’80. Ottimo lavoro, Maverick!

    IN LAVORAZIONE IL FILM SU DUKE NUKEM

    Per chiunque abbia vissuto la propria infanzia negli anni ’90 il nome Duke Nukem risulterà di sicuro familiare: protagonista dell’omonima serie di videogiochi prima platform poi sparatutto in prima persona, è divenuto un personaggio iconico, un antieroe cinico e volgare, che ama fumare sigari e frequentare strip club. Ne abbiamo visti tanti di personaggi così anche al cinema, basti pensare ai ruoli che hanno ricoperto Arnold Schwarzenegger (Predator) e Kurt Russel (Fuga da New York), e va detto che la maggior parte del pubblico adora seguire le avventure dell’eroe muscoloso e stereotipato che non perde tempo a sputare battute sarcastiche. Sembra naturale quindi l’arrivo di Duke Nukem anche al cinema, protagonista di un film d’azione a lui dedicato la cui lavorazione è stata ufficialmente confermata. Legendary Entertainment (già produttrice di Godzilla, Pacific Rim, Il Cavaliere Oscuro) ha acquistato i diritti di sfruttamento del personaggio da Gearbox, e affidato la realizzazione del film a Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, autori della fortunata serie televisiva Cobra Kai. Oltre questo non si sa ancora molto del progetto, ma va detto che i presupposti sembrano promettenti per un film d’azione che riesca ad intrattenere e divertire lo spettatore.

    NOVITÀ PER IL FILM SULL’ACCORDO TRA MICHEAL JORDAN E LA NIKE

    Una delle novità più interessanti in ambito cinematografico è certamente il progetto del biopic su Sonny Vaccaro, ex dirigente della Nike a cui va il merito di aver siglato l’accordo con Micheal Jordan che avrebbe lanciato l’azienda nel mercato dell’abbigliamento sportivo. Il film (che non ha ancora un titolo ufficiale) riguarderà le vicissitudini che hanno portato il responsabile marketing dell’azienda a mettere sotto contratto il campione di pallacanestro, ed è scritto e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, quest’ultimo anche regista. Per quanto riguarda il cast sono già usciti molti nomi piuttosto importanti: oltre Matt Damon e Ben Affleck (rispettivamente Sonny Vaccaro e Phil Knight, co-fondatore della Nike) abbiamo anche Viola Davis e Julius Tennon (che interpretando i genitori di Jordan) Jason Bateman (Rob Strasser, dirigente della Nike), Marlon Wayans (George Ravaeling, allenatore e amico di Jordan) e Matthew Maher, che interpreterà il designer Peter Moore creatore delle prime iconiche scarpe Air Jordan. Manca ancora un nome per quanto riguarda il ruolo di Micheal Jordan e non possiamo che essere curiosi di sapere cosa ne verrà fuori. Va detto che la sceneggiatura (con il titolo provvisorio Air Jordan) è stata scritta lo scorso anno ed è finita nella “Black List 2021”, la lista delle migliori sceneggiature non ancora divenute film. Con queste premesse il progetto sembra già piuttosto intrigante, e le riprese sono tuttora in corso a Los Angeles.

    SPIDER-MAN: NO WAY HOME TORNA IN SALA IN VERSIONE ESTESA

    “Volevate più Spider-man e adesso li avete!” Così recita la descrizione del video che l’account  Twitter ufficiale del film Spider-man: No Way Home ha pubblicato ieri per annunciare il ritorno dei tre Spidey al cinema il 2 settembre di quest’anno. Nel video si vedono i tre attori Tom Holland, Andrew Garfield e Tobey Maguire scherzare sul loro “ritorno insieme” nei panni del supereroe. Al momento il film tornerà in sala soltanto negli Stati Uniti e in Canada, non sappiamo se l’iniziativa riguarderà anche i cinema italiani, ma siamo abbastanza speranzosi dato l’enorme successo che la pellicola ha raccolto nel nostro paese. Le sorprese però non finiscono qui, infatti a settembre arriverà in sala una versione estesa del film, con circa 15 minuti di contenuti inediti, ribattezzata “The More Fun Stuff Version”, letteralmente “la versione con più cose divertenti”. Speriamo che anche l’Italia possa essere inclusa nell’iniziativa e aspettiamo ulteriori aggiornamenti.

    Per chiunque volesse recuperare il video di annuncio, lo trovate qui.

    CI SARÀ UN RITORNO DI JOHNNY DEPP NEI PANNI DI JACK SPARROW?

    Con la conclusione del processo tra Johnny Depp e Amber Heard, Hollywood sembra essere tornato ad interessarsi dell’attore; le voci più diffuse sono quelle che vedono un reboot del franchise Pirati dei Caraibi ad opera di Disney, e il primo a parlarne è stato Jerry Bruckheimer, produttore di Top Gun: Maverick. Tra i dirigenti Disney si è parlato molto della saga e del ritorno di Jonny Depp nei panni del mitico capitano Jack. Al momento abbiamo in mano soltanto voci di corridoio, non notizie ufficiali, ma un ritorno del capitano Sparrow sarebbe una perfetta chiusura per le vicende degli ultimi tempi e per il polverone che hanno sollevato nell’opinione pubblica.

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  • ANTONIO STURLI E IL MOSTRO SLARGACALZINI: INTERVISTA A LETIZIA SABADINI E NICOLÒ SIVIERI

     

    In occasione della proiezione in sala presso il Cinema Roma d’Essai di Bologna il 14 Giugno de Il Mostro Slargacalzini, seconda avventura dell’eroe di carta Antonio Sturli, abbiamo incontrato Letizia Sabadini, creatrice del personaggio e regista tuttofare, e Nicolò Sivieri, volto, voce e “muso ispiratore” di Antonio Sturli.

    Ciao ragazzi!

    Letizia: Ciao!

    Nicolò: Salve!

    Partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di Antonio Sturli?

    L: Antonio Sturli nasce in occasione di un test d’ingresso all’ISIA di Urbino nel 2019. Questo test consisteva nella stesura della storia di un personaggio chiamato appunto Antonio Sturli, abitante di Castel di Casio. Subito dopo aver fatto il test sono tornata a casa, ho trascritto di nuovo la mia idea dato che la prima stesura non era più in mano mia e l’ho lasciata fermentare per un po’. Durante il primo lockdown poi io e Nicolò abbiamo deciso di dare una nuova vita al personaggio realizzando il film con quello che avevamo in casa. Non avevamo grandi mezzi, ma avevamo un sacco di tempo per girare e scrivere ovviamente. Così è nato il primo film, appunto Antonio Sturli – Il Film, in cui il nostro eroe è un attore di carta che interpreta…sé stesso.

    E così hai scelto di utilizzare la stop motion?

    L: Esatto, come detto non avevamo grandi mezzi, né una telecamera decente. Allora non avevo nemmeno competenze in animazione digitale, quindi la stop motion era l’unica via. Poi però è diventata una scelta consapevole, dato che la stop motion ha una resa stilistica unica.

    E com’è andata?

    L: Il film ha iniziato a circolare e il personaggio Antonio Sturli ha avuto un discreto successo. La pagina Instagram è diventata un ponte tra la realtà e il mondo fantastico in cui vive Sturli. Pian piano il personaggio è diventato anche l’immagine stessa del progetto intero, che all’inizio si chiamava Quarantino Movies. E siccome Antonio è stato molto bravo, è stato chiamato a recitare ne Il Mostro Slargacalzini

    Quali sono state le tue ispirazioni?

    L: In realtà mi sento di poter dire che è in gran parte farina del mio sacco. Di stop motion non conoscevo molto a parte i classici Wallace e Gromit, Fantastic Mr Fox, Nightmare Before Christmas ecc… L’ispirazione principale in realtà viene dal mio legame col materiale carta. Se molti film in stop motion utilizzano plastilina o lana cotta io ho scelto la carta, che amo in tutte le sue forme e con cui ho sempre lavorato fin da piccola accumulando carta e cartoncini di qualsiasi colore consistenza e forma. La carta mi ha dato la possibilità di enfatizzare poi un contrasto tra i personaggi bidimensionali e l’ambiente tridimensionale.

    L’estetica e i colori vengono dalla mia attività nella grafica, che ho sempre studiato prima alle superiori e ora in Accademia. Certo, se prima avevo sempre lavorato su commissione, Antonio Sturli è un progetto completamente mio. E ho scoperto una nuova modalità espressiva che preferisco a quella che avevo prima.

    N: I corti escono coerentemente con tutto il tuo accumulare carta che si risolve nel modo migliore, in un film.

    E tu Nicolò, tu sei la voce di Antonio Sturli?

    N: Eh già, ho cominciato a recitare in prima elementare, da allora non ho più smesso e questa è stata la mia prima esperienza di doppiaggio. Ho dato voce alle creazioni di Letizia, e sono stato anche un po’ di aiuto nelle faccende tecniche. Senza dubbio è stato uno dei lavori più appassionanti che abbia mai fatto.

    Veniamo alle domande antipatiche, avete riscontrato delle difficoltà economiche nella realizzazione dei film?

    N: Ah beh, il lockdown è stata una salvezza in questo senso. Il budget del primo Antonio Sturli è stato di 5 euro per comprare dei pennarelli. Per Il Mostro Slargacalzini, parola a Leti

    L: Io vorrei che i soldi non esistessero, porca puzzola. Sarebbe molto meglio avere tutto il materiale che occorre sempre disponibile e gratis ma è utopico. Fortunatamente il mio accumulo seriale di carta copriva gran parte delle necessità, e ho dato fondo alle mie scorte. Nel secondo tramite il crowdfunding siamo riusciti a comprare una serie di attrezzature, le luci al posto delle lampadine di casa, un proiettore per il videomapping per le scene notturne, gelatine, colla, nastro adesivo, fil di ferro. E poi chi donava donava anche un volto a un nuovo personaggio.

    E la qualità del film ha goduto di questi miglioramenti?

    L: Eh sì, Antonio Sturli: Il Film è carino ma carente tecnicamente, l’ho montato con programmi da principianti

    N: Incarna il significato del termine “esperimento” alla perfezione.

    L: Esatto, Il Mostro ha più accortezze, nonostante abbia usato la stessa vecchia macchina da presa (che si è comportata con onore) mi sono servita di balaustroni, bacchette cinesi, carrelli improvvisati…il tutto per una resa più professionale. Certo non raggiungo i livelli industriali, ma faccio tutto da sola e il pubblico lo sa. Quando proietto i due corti insieme, io per prima noto il miglioramento.

    A proposito, la scelta dei luoghi in cui proiettare il film non è proprio convenzionale.

    L: Esatto, però la scelta di proiettarlo in luoghi come il Centro Sociale Camere d’Aria o in luoghi privati mi permette sia di restare nella gratuità sia di farmi conoscere nel mio piccolo e di creare un ambiente sociale familiare in cui poter parlare con i miei spettatori, magari accanto a concerti o esibizioni artistiche. Abbiamo comunque in programma proiezioni in luoghi più istituzionali come il Cinema Roma.

    Progetti futuri?

    L: Nel tempo ho piantato tanti semini di progetti diversi. A settembre esaurita la run e il merchandising de Il Mostro Slargacalzini cominceremo a lavorare ad un nuovo progetto chiamato Clown. Nicolò ha studiato e recitato come clown, mi ha appassionato come figura e voglio sperimentare una nuova strada. Dato che sto anche lavorando come aiuto costumista voglio anche sviluppare una linea di maschere e costumi. Il progetto non ha ancora una sceneggiatura, ma dovrebbe girare intorno a tre o quattro figure clownesche, con costumi diversi, in forma di teatro filmato. Sarà la storia a seguire i personaggi e non il contrario.

    Nicolò Cretaro