Author: Frames Cinema

  • RECENSIONE SPIRAL – L’EREDITÀ DI SAW

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    Dopo ben 7 capitoli, la saga dell’enigmista sembrava aver raggiunto la sua fine nel 2010 con Saw 3D: Il capitolo finale, titolo abbastanza eloquente già di suo ma non così veritiero, vista l’uscita di una nuova pellicola nel 2017 arrivata da noi con il titolo Saw: Legacy  (in originale Jigsaw) che però non riuscì ad incontrare il successo né da parte della critica né dal pubblico. La fine, per davvero stavolta, per questo franchise nato nel 2004 per mano di James Wan sembrava essere arrivata.

    Ma poi il 5 Febbraio 2020, come un fulmine a ciel sereno, venne pubblicato il trailer di Spiral –L’eredità di Saw. Titolo che metteva subito in chiaro le cose: Saw, come serie, non era ancora morta. Alla regia è tornato Darren Lynn Bouseman, già regista del secondo, terzo e quarto capitolo, mentre l’idea alla base del film è partita da Chris Rock. Tra gli attori c’è Samuel L. Jackson e dai trailer il film sembra voler puntare tutto su quell’atmosfera investigativa che i capitoli precedenti accennavano soltanto. Tutto questo lasciava presagire un ritorno in grande stile, ma purtroppo anche questa volta è andato tutto storto.

    TROPPO SANGUE, PER DAVVERO

    Per poter spiegare i problemi di Spiral, bisogna tornare indietro di 17 anni, fino al 2004, ed in particolare all’uscita nei cinema di Saw – L’Enigmista  diretto dall’allora esordiente James Wan e interrogarsi sul perché fu così tanto apprezzato. Per la prima volta Wan utilizzava la formula del plot-twist finale (che sarebbe poi diventata marchio di fabbrica della maggior parte dei suoi prodotti e di tutta la saga di Jigsaw) e lo faceva all’interno di un film che raccontava di due uomini rapiti e rinchiusi all’interno di un vecchio bagno costretti a sfidare la morte per sopravvivere, contemporaneamente ad un’indagine da parte di alcuni detective sul serial killer chiamato “L’enigmista”, che rapisce e rinchiude le sue vittime all’interno di trappole mortali nelle quali devono lottare per sopravvivere. Il tutto con un budget estremamente ridotto, che obbligò a dover rinunciare a effetti horror troppo eccessivi, mostrando così il minimo indispensabile, riuscendo però a creare terrore soprattutto con l’atmosfera e l’effetto “vedo-non vedo”.

    Tutto questo è stato lentamente trasformato dai capitoli successivi nella saga dello splatter e del gore, con trappole sempre più assurde e violente, con film il cui focus pareva essere solo mostrare più sangue, membra e budella possibile. Purtroppo anche quest’ultima iterazione della saga sembra aver seguito lo schema dei predecessori e lo si capisce fin dai primi minuti, in cui viene messa in scena una sequenza con una trappola il cui unico scopo è quello di riempire di sangue lo schermo.

    Così purtroppo si continua per tutte le sequenze horror della pellicola. Non si cerca di creare tensione, non si cerca di mettere in scena gli avvenimenti con una certa accortezza, l’obiettivo è solo e soltanto il gore, che però risulta eccessivo e stucchevole già alla seconda iterazione all’interno del film. Senza contare che queste trappole risultano da un lato assurde, tanto da far perdere allo spettatore la paura del “queste trappole potrebbe averle create chiunque”, dall’altro troppo complicate, rendendo praticamente impossibile per le vittime scappare e tradendo così la filosofia del Jigsaw dei capitoli precedenti. 

    HORROR COMEDY MA SBAGLIATA

    Passando alla parte più investigativa, il film centra l’obiettivo in pieno per i primi 30 minuti. Si presentano infatti una sequenza dopo l’altra di scene del crimine, indagini, interrogatori e dialoghi da poliziesco duro e puro. Il detective Zeke Banks, interpretato da Chris Rock e odiato dall’intero distretto per aver testimoniato contro un collega corrotto, riceve infatti una chiavetta USB con un messaggio che lo porta ad iniziare un’indagine su un killer che prende di mira poliziotti corrotti. Il tema della corruzione della polizia è centrale nel racconto, sia per il protagonista che non può fidarsi di nessun collega al di fuori della nuova recluta William (Max Minghella), sia per l’assassino e su questo il film riesce a esprimere adeguatamente il tema e a portare alle giuste riflessioni anche sugli abusi da parte della polizia di cui sentiamo parlare tutti i giorni. 

    Come il Body Cam  di Malik Vitthal, uscito nel 2020, la componente di critica non viene però accompagnata da una scrittura interessante dei personaggi, che risultano troppo stereotipati ed anonimi, e nemmeno da una componente horror degna di nota, portando così il film nella seconda parte a risultare estremamente prevedibile ed anche stupido in alcuni frangenti.

    Altro problema del film sono gli attori. Escluso Samuel L. Jackson, che interpreta comunque un personaggio insipido e ai limiti dell’inutilità ma riesce a mantenere il suo stile recitativo  inconfondibile, dai personaggi meno importanti fino al protagonista la situazione purtroppo non è delle più rosee, soprattutto per quanto riguarda Chris Rock. L’intenzione di aver un buon protagonista c’è, ma la recitazione lo conduce inevitabilmente ad essere più una parodia di se stesso, con un tono costantemente comico che l’attore non riesce a lasciare da parte nemmeno per questa pellicola. (La situazione peggiora ulteriormente con il doppiaggio italiano, completamente anticlimatico e capace di rendere comiche anche le situazioni che dovrebbero essere spaventose). Nota di merito invece per la colonna sonora, soprattutto per le tracce create appositamente per il film dal rapper 21 Savage.

    CONCLUSIONI

    Ancora una volta la saga di Saw prova a risorgere ed ancora una volta cade rovinosamente. Una regia ed una sceneggiatura mediocri, una recitazione sbagliata, la scelta di creare l’orrore soltanto con le trappole ma senza atmosfera, tutti elementi che sembrano essersi appiccicati a questa saga e che sembrano non volersi staccare. Unici elementi positivi del film sono la critica agli abusi della polizia e la colonna sonora particolarmente apprezzabile. Dispiace molto dire queste parole, ma forse questa volta sarà davvero la fine.

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  • LA MALATTIA MENTALE NEI FILM

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    La malattia mentale è un tema trattato frequentemente nei film, ma la sua rappresentazione può variare molto a seconda delle epoche e dei registi. Alcuni film raccontano la follia con accezione negativa, in cui il malato è  rappresentato come imprevedibile, violento e socialmente pericoloso. Tra questi ricordiamo Shining (S. Kubrick, 1980) o  Psycho (A. Hitchcock, 1960), che ci hanno regalato due delle migliori rappresentazioni della schizofrenia. Altre opere, invece, rappresentano il malato mentale come una persona buffa, come in Scemo & più scemo (P. Farrelly, 1994). 

    Accanto a questi due filoni se ne può identificare un terzo che prevede una rappresentazione più empatica di questa realtà, in cui i malati mentali sono presentati come persone anticonformiste, sincere e spesso geniali. In questo tipo di film si racconta l’insensibilità con cui spesso vengono trattati, internandoli in strutture così da isolarli dalla società e cercando di renderli “innocui”, privandoli di personalità e creatività.

    Un altro elemento da considerare è sicuramente la prospettiva da cui la storia ci viene raccontata. Pensiamo a film come La pazza gioia di Paolo Virzì che ci fanno vedere il tutto dall’esterno. Ci farà subito rendere conto dei pregiudizi con i quali ci approcciamo a queste realtà: diamo infatti subito per scontato che Beatrice e Donatella, le protagoniste del film, si siano inventate delle vite false per sfuggire alla realtà, troppo triste o difficile da sopportare.

    Altri film ci fanno vedere il tutto dalla prospettiva del malato, possiamo pensare a The Father. Ci racconta tutta la storia attraverso gli occhi di Anthony, capiremo davvero cosa significa soffrire di una malattia così tremenda. 

    Vediamo alcuni dei film di maggiore successo che ci raccontano questa realtà:

    • Rain man – L’uomo della pioggia (1988), di Berry Levinson. Charlie (Tom Cruise), dopo aver scoperto che alla morte il padre ha lasciato tutti i suoi beni al fratello Raymond (Dustin Hoffman) decide di rapirlo dalla clinica psichiatrica in cui era ricoverato al fine di mettere mano sul patrimonio paterno. Raymond ha serie difficoltà ad interagire con la realtà che lo circonda ma è comunque dotato di capacità eccezionali. Come non pensare alla scena in cui in un attimo riesce a contare il numero di stuzzicadenti caduti? Il film narra di questa particolare forma di autismo legato ad abilità matematiche e mnemoniche fuori dal comune, in particolare del disturbo dello spettro autistico denominato “sindrome del savant”, che vede lo sviluppo di una particolare abilità sopra la norma in un settore specifico.
    • La pazza gioia, di Paolo Virzì (2016). Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Michela Ramazzotti) sono ospiti in una casa di cura che accoglie persone con problematiche psichiatriche. Due donne profondamente fragili che non riconoscono più di tanto la loro malattia. Beatrice è affetta da un disturbo bipolare, in cui alterna fasi depressive a fasi di totale euforia in cui arriva a perdere il controllo di sé. Invece, Donatella è affetta da depressione maggiore, uno stato di irrimediabile tristezza. Virzì ha rappresentato la malattia mentale in modo magistrale, senza cadere nei classici stereotipi e facendoci empatizzare con le protagoniste, mostrandocele per quello che veramente sono e senza cadere in inutili pietismi.
    • A beautiful mind, di Ron Howard (2001). John Nash è un brillante matematico, il cui tallone di Achille sono le relazioni umane. Dopo essersi reso conto che le tre persone con cui passava la maggior parte del suo tempo sono frutto delle sue allucinazioni arriva la diagnosi: Nash soffre di schizofrenia paranoide. La capacità di convivere con una malattia così grave e la speranza di avere una vita qualitativamente buona possono essere uno stimolo importante per i malati e i loro familiari. Puoi leggere un il nostro articolo dedicato al film cliccando qui.
    • Joker, di Todd Philips (2019). Il protagonista Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo con diverse malattie mentali. Il problema più evidente per il mondo esterno è la sua risata, talmente incontrollabile da costringerlo a portare con sé una scheda informativa in cui spiega le sue condizioni. Il disturbo di cui soffre è la sindrome pseudobulbare.
    • The father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller (2021). Il film parle dell’anziano Anthony che, a causa dell’Alzheimer, va a vivere con la figlia Anne, la quale cerca in tutti i modi di prendersi cura di lui. Lentamente, Anthony perde il senso del tempo, dello spazio e i volti cominciano a confondersi sempre di più nella sua mente. Dalle prime insignificanti dimenticanze (“dove ho lasciato l’orologio?”), le cose si complicano quando inizia ad avere difficoltà a ricordarsi tutto. Grazie alla regia di Zeller entriamo perfettamente nella mente del personaggio e ci sentiamo anche noi in un continuo stato confusionale. Il film non rappresenta solo la malattia, ma anche le ripercussioni sui parenti più vicini. Nel film, Anne (Olivia Colman) deve decidere se rinunciare a una parte della sua vita e dedicarsi completamente al padre o se metterlo in un ospizio. Potete leggere la nostra recensione cliccando qui.

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  • RECENSIONE MANDIBULES – DUE UOMINI E UNA MOSCA

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    Mandibules, presentato fuori concorso alla 77ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, è il nuovo film di Quentin Dupieux che ne è regista, sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia. I suoi precedenti lungometraggi (come Au Poste! e Doppia pelle) sono film dalla forte vena surreale, le cui premesse stravaganti sono spesso e volentieri spunti per parlare d’altro. E Mandibules non fa eccezione.

    Un delinquente non troppo sveglio, Manu (Grégoire Ludig), coinvolge l’altrettanto svampito amico Jean-Gab (David Marsais) nel trasporto di una misteriosa valigia, per commissione da parte del ricco Michel Michel. Mentre viaggiano sulla sgangherata Mercedes con cui dovrebbero prelevare la valigetta, tuttavia, scoprono nel bagagliaio una mosca gigante. Per i due strampalati compari si presenta quindi l’opportunità di fare una fortuna, addestrando la mosca affinché commetta furti al posto loro; tuttavia, tra loro e questa insolita manna dal cielo si frappone una serie di difficoltà e imprevisti, tra cui l’ospitalità da parte di Cécile (India Hair), che scambia Manu per un suo ex, nella villa dei suoi genitori.

    Mandibules è quanto di più atipico ci si possa immaginare dal filone della commedia fantastica: ha una cadenza da fiaba grottesca e lavora per sottrazione nello svolgimento degli eventi e nella caratterizzazione dei personaggi. La personalità dei due protagonisti è fumettistica, scarseggia volutamente di evoluzione: fin dall’inizio vengono delineati come due tonti perlopiù inetti, e tali rimangono fino alla fine. Non è facile riuscire a far empatizzare con due tipi così profondamente idioti, ma il film riesce a non rendere stancante il loro comportamento e anzi a renderli personaggi gradevoli e simpatici. Il lavoro sulla mosca è ottimo: animata da Dave Chapman, burattinaio responsabile dei movimenti del piccolo droide BB-8 nella trilogia sequel di Star Wars, risulta per lo spettatore sia repellente che inaspettatamente adorabile; nelle scene dell’addestramento con Jean-Gab -che la ribattezza Dominique– mostra un comportamento più simile a un cucciolo di cane che a una mosca. È a sua volta fonte di gag e momenti umoristici -tra cui uno inaspettatamente macabro-, ma la sua funzione è principalmente quella di traghettare lo spettatore in un mondo surreale, in cui svolte improbabili e personaggi bizzarri sembrano essere all’ordine del giorno, ripreso da Quentin Dupieux con colori brillanti e vivaci. Mandibules è quindi una fiaba che passa agilmente dalla commedia demenziale al fantastico al road movie. Tuttavia, come tutte le fiabe, nasconde un sottotesto allegorico.

    Soprattutto da quando Manu e Jean-Gab vengono ospitati da Cécile nella villa dei suoi genitori, diventa chiaro che il ruolo della mosca non sia solo di trasportare gli spettatori da un mondo ordinario a uno straordinario, ma anche di muovere i due protagonisti in un mondo di abbienti, completamente diverso dal loro. All’inizio del film troviamo Manu addormentato in un sacco a pelo in spiaggia, i piedi bagnati dalle onde: da lì, lui e il compare Jean-Gab iniziano una “scalata sociale” in cui incontrano prima il proprietario di una scalcinata roulotte, poi i quattro amici (presumibilmente alto borghesi) e infine il ricco Michel Michel, e sfiorano un mondo da cui non sono mai realmente compresi. L’unica che sembra sospettare qualcosa di loro è Agnès (Adèle Exarchopoulos) amica di Cécile, convinta che i due nascondano un segreto: la sua vita viene stravolta quando viene rivelato l’elefante (anzi, la mosca) nella stanza. E alla fine del film il macguffin, il contenuto della valigetta, si rivelerà poco più di una pacchiana ostentazione di ricchezza e potere di cui Manu e Jean-Gab non saprebbero che farsene.

    Questo sottotesto è lasciato alla riflessione dello spettatore, in un gioco di ironia e suspense che non esplicita mai del tutto il suo significato sociale: Mandibules risulta un film particolarmente difficile da valutare anche per la sua natura allusiva. Il giudizio dipende dalla capacità del singolo di stare al gioco e seguire il lento e assurdo viaggio dei due – anzi, tre compresa Dominique – sgangherati protagonisti: per chi scrive, è un viaggio che vale senz’altro la pena seguire.

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  • RECENSIONE A QUIET PLACE 2

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    Ammettiamolo, a tutti noi quando sentiamo il nome “John Krasinsky” viene in mente Jim Halpert dalla sitcom The Office. Ma per i più cinefili, non sarà sicuramente passato inosservato il suo esordio alla regia datato 2018 con A Quiet Place, film con un budget di 17 milioni e che ne ha incassati 340 milioni, per non parlare dei numerosissimi premi e nomination che ha ricevuto. Un successo meritatissimo per un horror grandioso, che portò quindi lo stesso Krasinsky ed i produttori a creare un seguito. 

    Si arriva al 2019, con un teaser trailer nel mese di Dicembre ed un trailer vero e proprio il mese successivo. Ma causa pandemia il tutto ha subito un grosso rallentamento ed in alcuni casi (come questo) un blocco totale. Ma finalmente una luce in fondo al tunnel è arrivata e nel mese di Giugno 2021 l’attesissimo sequel è arrivato nelle nostre sale. Proprio il caso di dire “meglio tardi che mai

    IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

    Con il primo capitolo si era riusciti a trovare una formula vincente: il silenzio. La presenza di questi mostri iper-sensibili ai rumori, ciechi ma (quasi) immortali grazie alle loro scaglie permetteva al film di mantenersi per un’ora e mezza in costante tensione fino al finale, unico punto leggermente più debole della produzione.

    Il sequel inizia con una sequenza di circa 15 minuti che funge da “prequel” delle vicende e ci mostra il Giorno 1, quando tutto ebbe inizio, permettendo così di scoprire qualcosa di più sull’arrivo e la comparsa di queste misteriose creature sulla Terra. Già qui Krasinsky dimostra di saper stare efficacemente dietro la macchina da presa e soprattutto di aver chiaro in mente tutto ciò che deve mostrare e come, riuscendo a confezionare una sequenza che parte nella calma più piatta e che si ribalta completamente nell’arco di alcuni secondi.

    Il film procede poi con la vera storia del film. Riprendendo esattamente dove il precedente si era concluso, ci vengono mostrati i restanti membri della famiglia Abbott lasciare il loro rifugio ormai devastato in cerca di una nuova casa. Si procederà poi con un racconto in due archi: nel primo seguiamo Regan Abbott (Millicent Simmonds) alla ricerca di un’isola sicura inseguendo un misterioso segnale radio, aiutata dalla new entry Emmett (Cillian Murphy); nel secondo arco vediamo il tentativo di sopravvivenza di Evelyn Abbott (Emily Blunt) con suo figlio Marcus (Noah Jupe) ed il figlio neonato.

    Questi i personaggi che porteranno avanti le vicende del film e che saranno presenti per la quasi totalità del tempo. Sono presenti predoni o altri sopravvissuti, ma dei quali non si conosce nulla (nemmeno il nome) e che hanno ruoli talmente secondari da essere relegati quasi ad essere delle mere comparse

    L’elemento vincente del film risulta sicuramente in Cillian Murphy. Era dai tempi di 28 Giorni Dopo (Danny Boyle, 2003) che non lo si vedeva in un ruolo simile ed anche qui risulta completamente calato nella parte. La componente più forte del personaggio è anche quella di essere nuovo, un qualcuno di cui noi spettatori non sappiamo nulla, di cui non sappiamo se poterci fidare completamente e che impariamo a conoscere grazie ad una scrittura asciutta ed efficace, che non si perde quindi in discorsi inutili e che potrebbero rubare l’attenzione.

    Ciò non significa però che gli altri personaggi risultino peggiori. Emily Blunt riesce anche qui, come nel primo, a dare un’ottima prova attoriale, grazie anche alla ovvia chimica con il marito/regista, ma lo stesso discorso risulta applicabile ai due attori più giovani che interpretano i figli, soprattutto per Millicent Simmonds che regge il confronto delle scene assieme a Murphy, consci anche del fatto che il suo personaggio è sordo-muto e di tutte le conseguenze che ciò comporta.

    ANSIA A MILLE

    Compito non da poco, questo seguito riesce a riprendere l’ansia onnipresente del primo capitolo riuscendo addirittura ad ampliarla. Con la sequenza finale del primo capitolo, i protagonisti scoprono un punto debole dei mostri e che premette loro di uccidere l’invasore arrivato alla loro fattoria. C’era quindi il rischio che questo seguito risultasse troppo improntato all’azione, rinunciando all’elemento più horror riuscitissimo nella precedente iterazione. Qui il film fa un enorme passo in avanti, riuscendo a mischiare bene quell’elemento di sopravvivenza e costante pericolo con la (seppur flebile) possibilità di poter uccidere alcuni dei mostri, ma riuscendo ad inserire l’elemento non come conseguente immortalità ed estrema potenza degli umani ma come “ne ho ucciso uno e posso forse avere il tempo di scappare”.

    Seguendo questa tecnica il film riesce a diventare probabilmente uno dei migliori horror degli ultimi anni, grazie anche ad una sceneggiatura solida che fornisce allo spettatore sempre ulteriori informazioni sul mondo in cui i personaggi vivono, sui mostri, su cos’è successo in passato. Informazioni magari non di fondamentale importanza, ma che portano a scacciare via la sensazione del “sequel fatto solo per soldi” che sicuramente non si applica a questo caso.

    Risulta doveroso spendere alcune parole di elogio per la regia di Krasinsky e la fotografia di Polly Morgan, che riescono a dipingere un viaggio verso l’ignoto ricco di scorci memorabili e sequenze mozzafiato, soprattutto quando i mostri entrano in azione. Doveroso anche fare presente come il design di quest’ultimi sia nettamente migliorato dal precedente, con una cura della CGI di livello superiore con mostri che risultano una gioia per gli occhi ogni volta che compaiono a schermo.

    CONCLUSIONI

    Dopo un riuscitissimo primo capitolo, Krasinsky riesce a costruire un sequel che riesce a migliorare su tutti i fronti. La regia e la fotografia risultano ottime, con sequenze e scorci che rimarranno nella mente dello spettatore anche tempo dopo la visione, e la sceneggiatura riesce a mettere in atto una storia interessante e spaventosa, con pochi personaggi ma ben caratterizzati. Punto più alto risulta l’interpretazione di Cillian Murphy con un personaggio stupendo, senza dimenticarsi però anche degli altri. Ottima anche la CGI.

    Sicuramente da recuperare per chi ha apprezzato il primo e per chi cerca un ottimo film in sala durante l’estate.

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  • CENSURA: DIRITTI LGBTQ+ E L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

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    Nelle ultime settimane le nostre bacheche social hanno fatto da cassa di risonanza a due notizie che, forse ancor di più durante il Pride Month, hanno dato vita a parecchie polemiche e vere e proprie proteste. La prima: l’approvazione, in Ungheria, di una legge che vieta la “promozione” dell’omosessualità e che proibisce, tra le altre cose, di proporre a minori contenuti culturali (siano essi libri, film o programmi tv o lezioni scolastiche) che ritraggano l’omosessualità o il cambio di sesso. I film con queste tematiche saranno quindi vietati ai minori di 18 anni e potranno essere trasmetti in televisione soltanto in seconda serata. La seconda, tutta italiana: la pretesa del Vaticano di interferire con l’iter di approvazione del ddl Zan (che mira a tutelare gay, transessuali, donne e disabili dai reati di discriminazione e di odio) in nome di un concordato revisionato quasi 40 anni fa, in tutt’altra epoca.

    Entrambi i casi si inseriscono nel discorso sui diritti delle minoranze, in particolare quella LGBT+, e a ben guardare hanno a che fare, in diverso modo, con il tema della rappresentazione delle suddette minoranze. Se nel caso italiano questa tematica si declina in termini di rappresentazione e tutela, il caso ungherese ci racconta invece dell’importanza estrema della rappresentazione delle minoranze nei media.

    PERCHÉ IL CASO UNGHERESE NON È UN’ECCEZIONE

    Visto che siamo su framescinemawebzine.com/ e che non mi sembra la sede per discutere del Vaticano, proprio in occasione della conclusione del Pride Month, mi preme parlare dell’importanza della rappresentazione mediatica – in particolare nel cinema – della minoranza LGBT+. Purtroppo, infatti, l’episodio ungherese non è di certo un unicum da questo punto di vista. 

    Già in molti hanno paragonato la decisione del Parlamento di Budapest a una legge, nota come “legge russa sulla propaganda gay”, approvata in Russia nel 2013 che di fatto stabilisce il divieto di distribuzione a minori di “materiali che mirino a formare predisposizioni sessuali non tradizionali […] o imporre informazioni su relazioni sessuali non tradizionali”. Come accaduto in Ungheria negli scorsi giorni, anche in Russia non erano mancate le proteste, ma ad esse si era accompagnato un aumento della violenza omofoba (ricordate il video di Take Me to Church dell’irlandese Hozier uscito proprio nel 2013? Accennava proprio a questi fatti).

    Caso simile, forse non a sorpresa, quello cinese. Nel 2016 il governo di Pechino ha infatti bandito un insieme di tematiche non solo da film e televisione, ma anche dal web e dai servizi streaming. Tra queste tematiche rientravano anche i prodotti (considerati dannosi) che promuovono “relazioni o comportamenti sessuali anormali”. Più di recente alcuni film di esportazione, generalmente quelli con le rappresentazioni più sottili come ad esempio La Bella e la Bestia (2017) e la serie cinese The Untamed (2019), sono riusciti a farsi strada nel mercato cinese, che comunque, oltre a bandire, può stabilire se e dove ci siano necessità di tagli a scene considerate non adatte. È stato il caso nel 2018 di Bohemian Rhapsody, dove i riferimenti più espliciti all’omosessualutà di Freddy Mercury sono stati censurati. 

    L’IMPORTANZA DELLA RAPPRESENTAZIONE

    Ma perché essere e vedersi rappresentati è così importante? 

    La rappresentazione mediatica non ha solo la funzione “passiva” di registrare e rappresentare l’esistente ma, al pari del linguaggio, è ormai diventata strumento attivo mediante il quale non solo costruiamo la realtà ma, in ultima istanza, la legittimiamo. Tutto quello che viene  mostrato su uno schermo esiste e acquista una sua legittimità agli occhi di bambini e ragazzi che spesso faticano ad accettare e a veder accettata la propria identità.

    Con la trasposizione su schermo (pagine, palchi, siti …), le tematiche e le identità LGBT+ vengono abilitate, ed entrano a far parte del discorso pubblico. Non a caso uso la parola “discorso”: ogni evento comunicativo, infatti, si inserisce nel più ampio insieme di discorsi che formano e regolano l’attività sociale, intesa sia in senso lato, sia come complesso di relazioni interpersonali.

    La rappresentazione, oltre a educare le persone, contribuisce anche all’accettazione personale e alla costruzione dell’identità sociale delle minoranze. In tal senso il contributo del cinema, nel corso dei decenni, è sicuramente stato essenziale, anche se, è bene specificarlo, non sempre la rappresentazione delle persone LGBT+ è stata (e tuttora è) realizzata nel migliore dei modi. Questa tematica viene in parte affrontata nel documentario Lo Schermo Velato (The Celluloid Closet, 1995,  Rob Epstein e Jeffrey Friedman) tratto dall’omonimo libro di Vito Russo. Pur non essendo proprio recente, il film è utile per ripercorrere la storia della rappresentazione dei personaggi omosessuali almeno nel cinema statunitense. 

    La questione della misrepresentation (rappresentazione falsa o inesatta) è da sempre comune a tutte le minoranze, e sembra essere una bestia dura a morire. Che si tratti della comunità LGBT+, di minoranze etniche o di disabilità, il comune denominatore delle diverse apparizioni su schermo è spesso una buona dose di stereotipizzazione, luoghi comuni e personaggi “tipo”. Questo non solo danneggia ed espone a rischi le minoranze, ma spesso ha anche effetti nocivi sulla formazione delle personalità dei singoli individui appartenenti a queste minoranze.  E se è vero che ci sono molte eccezioni, è pur sempre vero che, come ha sottolineato l’attore Riz Ahmed la scorsa settimana parlando sui social della rappresentazione delle persone musulmane a Hollywood, le eccezioni non cambiano le regole.

    Proprio in apertura si è detto che il caso ungherese non rappresenta un’eccezione, quanto meno non nel panorama mondiale. Se questo è vero, è vero anche che non è però la regola. A prescindere dalla cattiva o falsa rappresentazione, le lotte dei movimenti sociali degli ultimi decenni hanno smosso qualcosa anche nel cinema e nelle produzioni cinematografiche di molti paesi. Proprio per questo motivo, e in nome dei passi e delle piccole conquiste fatte in direzione di una maggiore inclusività e giustizia, è importante opporsi a una presa di posizione così significativa da parte di un paese così coinvolto in Europa (e non culturalmente lontano anni luce), in modo che questo non si ripeta, che la situazione non degeneri, che non si assista a una preoccupante involuzione.

    Qualche settimana fa, vi avevamo consigliato 8 film da recuperare per il Pride Month, potete recuperare l’articolo cliccando qui.

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  • Giuseppe Tornatore e la narrazione della sua Sicilia

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    “Ho girato spesso fuori dalla Sicilia, ma è un tema e una realtà alla quale tornerò sempre.”

    Giuseppe Tornatore, originario di Bagheria (in provincia di Palermo), è tra i registi più celebri e riconosciuti nella storia del cinema italiano. Sin da giovanissimo si appassiona al mondo dell’arte: inizia a lavorare nel campo della fotografia e riceve diversi riconoscimenti dalle riviste cinematografiche internazionali; appena sedicenne si avvicina al mondo del teatro e mette in scena due opere, una di Pirandello e una di Eduardo De Filippo.

    Le prime realizzazioni cinematografiche sono dei documentari. Negli anni ’80 ne realizza alcuni per Rai Tre, sempre sulle tradizioni isolane, come Incontro con Francesco Rosi (1981) e Le minoranze etniche in Sicilia (1982, premiato al Festival di Salerno).

    Nel 1986 esordisce al cinema con Il camorrista, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo. Il film riceve un’ottima accoglienza e vince il Nastro d’argento al miglior regista esordiente. 

    IL REGISTA COME UN “ARTIGIANO”

    Tornatore prova una straordinaria fascinazione per l’arte del racconto. Afferma di raggiungere il massimo di intensità ad energia vitale nello “smarrirsi nelle viscere della storia che sta raccontando”, perché “raccontare storie è semplicemente un mestiere e chi le racconta è un artigiano”. Un artigiano che parte dagli eventi, li analizza e poi li riorganizza secondo un “codice emotivo tanto solido quanto occulto per risarcire la storia dell’originario senso del racconto”.

    Nella maggior parte dei suoi film il tema delle origini è predominante, un passato nel quale rispecchiarsi. Ci mette a confronto con dei personaggi ben consapevoli del proprio passato e del proprio vissuto, che diventerà un punto di riferimento dal quale partire per andare avanti ed evolversi. Come li definisce Mario Sesti, possiamo parlare di “personaggi-mondo” che portano dentro di sé il mondo in cui sono nati, gli eventi e le relazioni che li hanno segnati.

    LA SICILIA: “UN LUOGO CINEMATOGRAFICO”

    La Sicilia è una terra ricca di storia e di cultura, che ha ispirato artisti e autori. Tra questi vi è sicuramente Tornatore, che non si è mai stancato di raccontare la sua terra di origine. Sostiene di avere un teorema assolutamente personale: 

    “amo la Sicilia ma per esprimere tutto il mio amore ne devo stare lontano”.

    Cresce con l’esempio di artisti siciliani, quali il pittore  Renato Guttuso, il poeta Ignazio Buttitta, il fotografo Ferdinando Scianna, la scrittrice Dacia Maraini: degli artisti che avevano saputo raccontare con intelligenza e artisticità il proprio paese. Tutto ciò ha stimolato il celebre regista ad approfondire sempre di più le proprie origini siciliane e, nello specifico, di Bagheria. Definisce l’isola come un serbatoio di idee, di storie e persino di contraddizioni, forse perché i suoi abitanti sono dei sognatori “costretti ad immaginarsi cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte”; una vena che sente gli appartenga.

    Ripercorriamo insieme i quattro film più emblematici ambientati nel territorio siciliano. 

    NUOVO CINEMA PARADISO (1988)

    Si rivela fortunato l’incontro con Franco Cristaldi, uno dei pochi produttori italiani che capì l’importanza di investire in film di qualità, film che acquistano valore con gli anni. 

    Da questo incontro nasce il suo grande capolavoro Nuovo Cinema Paradiso. La notizia della morte di un certo Alfredo è l’occasione per Salvatore Di Vita di ripercorrere tutti i momenti della sua infanzia trascorsi nell’immaginario paesino Giancaldo, in provincia di Palermo. Con la mente torna ai momenti trascorsi con Alfredo al Cinema Paradiso, in cui apprende tutti i trucchi del mestiere per diventare proiezionista. Tuttavia, il ritorno in Sicilia in occasione del funerale lo mette a confronto con il suo passato: il cinema ormai è chiuso e ha  perso il suo splendore.

    Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, il successo del film non fu immediato. La prima edizione, della durata di 173 minuti, venne criticata perché troppo ridondante e prolissa. Nel novembre dello stesso anno lo riduce a 157 minuti: l’afflusso di pubblico è talmente basso che decidono di toglierlo dalla circolazione. Nel tentativo di riportarlo in sala, Cristaldi chiede al regista di accorciarlo a massimo 2 ore. Sebbene Tornatore abbia accettato a malincuore, il successo di pubblico e di critica andò sempre crescendo e venne coronato dall’Oscar come Miglior film straniero

    L’UOMO DELLE STELLE (1995)

    Joe Morelli è un truffatore che sbarca in Sicilia per vendere agli abitanti di un piccolo paese il sogno del cinema, della fama e del successo attraverso finti provini. 

    Seguendo Morelli in folli spostamenti, Tornatore ci porta alla scoperta di Ragusa Ibla, Monterosso Almo e Marzamemi.

    Nello stesso anno Tornatore riceve un David di Donatello come Miglior regia, tuttavia l’accoglienza della critica fu parecchio contrastante. Paolo Merenghetti stronca l’opera affermando che si tratta di “un’inutile riflessione sulla cattiveria del cinema”.

    MALÈNA (2000)

    La storia della ventisettenne Malèna, interpretata da Monica Bellucci, è ambientata nell’immaginario paesino di Castelcutò. La giovane, considerata la più bella del paese, abita sola perché il marito è partito per lottare nella seconda guerra mondiale.

    Malèna è un soggetto di Luciano Vincenzoni, il quale aveva ambientato la vicenda in una cittadina di provincia del Veneto. Tornatore ha ritenuto necessario ambientarlo nell’isola, per tornare ad una realtà che conosceva bene e che aveva chiara nella memoria. A rendere riconoscibile Castelcutò è la provincia di Siracusa. Il regista costruisce una Sicilia suggestiva e ricca di stereotipi, che renderanno Malèna oggetto di odio e invidia delle donne del posto.

    BAARÌA (2009)

    Baarìa racconta la storia d’amore clandestina tra Peppino Torrenuova, un giovanissimo membro del Partito Comunista Italiano, e Mannina, i cui genitori non consentono all’unione a causa delle precarie condizioni economiche di Peppino. 

    Il film racconta la vita nel comune di Bagheria (Baarìa in siciliano) tra gli anni ’30 e ’80. Attraverso la storia dei due giovani innamorati, Tornatore dissemina reali avvenimenti della storia italiana, dal fascismo allo sbarco degli alleati in Sicilia. Tuttavia, per motivi produttivi, gran parte del film fu girato in Tunisia.

    «“Baarìa” è un suono antico, una formula magica, una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il mio film più personale. Una storia divertente e malinconica, di grandi amori e travolgenti utopie. Una leggenda affollata di eroi… Baarìa è anche il nome di un paese siciliano dove la vita degli uomini si dipana lungo il corso principale. Ma percorrendole avanti ed indietro per anni, puoi imparare ciò che il mondo intero non saprà mai insegnarti.»

    Tornatore stesso non riesce a spiegarsi fino in fondo la grande attrazione che la Sicilia è in grado di esercitare nei confronti di molti artisti. Lo ha persino chiesto a Leonardo Sciascia, il quale rispose: “Si è sempre fatto e sempre si farà cinema sulla Sicilia perché la Sicilia è di per sé cinema”.

    Ad ogni modo una cosa è certa: con grande sensibilità e delicatezza è riuscito a raccontarci tanti personaggi, ognuno con il propri sogni e con le proprie speranze, tante storie e tante sfaccettature di questo territorio che non si è mai stancato di raccontare.

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  • MAESTRANZE: IL CASTING DIRECTOR

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    Le faremo sapere”, questa è una delle tipiche frasi che si sentono dire dopo aver effettuato un provino, prendendo parte ad un cosiddetto casting.
    Il casting consiste nella selezione degli attori, attrici e comparse di una produzione cinematografica o televisiva: tali scelte sono effettuate secondo una certa abilità di talent scouting dal casting director o responsabile del casting, come è ben noto in Italia . Questa figura professionale, protagonista di questo nuovo articolo della rubrica, è fondamentale per la parte creativa legata alla recitazione. 

    STRATEGIE E TALENT SCOUTING

    Una scelta non corretta può portare ad una maggiore perdita di tempo e di denaro o a dover fare dei passi indietro da un punto di vista realizzativo.
    Fatte queste premesse, non vi stupirà sapere che il casting director deve conoscere a fondo la sceneggiatura, parlare con soggettisti o autori per capire il carattere dei personaggi, la personalità che deve incarnare un attore, così da poter effettuare una valutazione idonea.
    Il Responsabile casting, dopo aver letto la sceneggiatura ed essersi  confrontato con il regista, si attiva presso le agenzie che rappresentano gli artisti e/o presso le scuole di  recitazione e organizza i cosiddetti provini con la finalità di identificare il cast più adatto ad interpretare i  vari ruoli: spesso si possono trovare molti annunci per comparse e simili, tutti cominciano spesso dallo scalino più basso.
    Nell’ambito delle trasmissioni televisive, egli ha più propriamente il compito di  individuare e gestire gli ospiti dei talk show, i concorrenti dei giochi televisivi, i comici, i protagonisti dei reality o anche semplicemente il pubblico televisivo.
    Nel caso specifico di factual o reality dovrà cercare potenziali “personaggi televisivi”, riconoscibili per una loro caratteristica che li distingue dagli altri: bisogna dunque giocare con ciò che più può fare tendenza o, nel gergo specifico, audience.
    Conoscere il curriculum vitae di ogni artista, valutare le sue esperienze pregresse e la sua preparazione artistica, ma anche e soprattutto concordare i costi di ingaggio di ogni potenziale attore/attrice sono tra le mansioni principali del direttore casting.
    Sicuramente, dato il numero elevato di attori e attrici da provinare, bisognerà avere buone capacità organizzative, ma soprattutto pazienza e buona memoria. Quest’ultima è alla base di questo mestiere, motivo per cui ci si avvale di assistenti al casting o di videocamere per registrare i provini e archiviarli, così da poter contattare eventualmente i candidati in un secondo momento, e se non per quel ruolo per un altro.
    Una pratica spesso adottata dal casting director è quella di “archivio e riciclo”, dunque scegliere tra chi è stato scartato in precedenza onde evitare di accumulare casting inutilmente; chi non è adeguato per un personaggio protagonista di un film, potrebbe esserlo come non protagonista di un altro film ad esempio.

    FORMAZIONE E COMPETENZE

    Per quanto riguardo l’aspetto formativo, la professione di responsabile del casting si impara direttamente sul campo, non esistendo scuole e percorsi specifici di formazione. Solitamente però, date le competenze richieste, il responsabile del casting ha maturato studi ed esperienze nel mondo dello spettacolo, nel cinema o nel teatro. È utile avere una buona base culturale e umanistica alle spalle per poter effettuare buone valutazioni e vedere il genio dove nessuno riesce ad arrivare; discipline quali danza o teatro sono requisiti di primo grado che un casting director deve conoscere, saper valutare il carattere del candidato ma anche inserirlo nel ruolo più adeguato alle sue sembianze fisiche.

    In Italia è una professione che conta un numero circoscritto di persone, spesso per anzianità e fama lavorano quei “pochi”, per decenni, all’interno di una casa di produzione cinematografica o televisiva. Il miglior modo per cominciare di certo è come assistente di produzione o assistente di casting, affiancando professionisti del settore e apprendendo da loro i trucchi del mestiere.

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  • LO SPECIALE DI FRIENDS E L’IMPORTANZA DELLA SITCOM

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    Tutto ciò che è vecchio ritorna nuovo, e adesso, dopo la sbornia da anni ’80 durata diversi anni e in realtà non ancora conclusa, è arrivato il momento di ripescare a piene mani (anche) dal periodo tra fine anni ’90 e inizio anni 2000. Se Britney Spears tornata al centro del gossip e definitivamente assurta a icona pop non fosse un segnale abbastanza evidente, assistiamo adesso al ritorno, sotto diverse forme, di tre serie tv che hanno caratterizzato il periodo: lo speciale di Friends, prossimamente la nuova stagione di Sex and the city e il reboot di Gossip Girl. Tre prodotti diventati iconici in tempo record e che, forse non a caso, non appartengono esattamente al tanto osannato filone della “quality tv”, ma che evidentemente hanno piantato nella cultura pop radici più profonde di tanti show osannati dalla critica, ma oggi sulla via del dimenticatoio. A produrre e a rendere disponibili tutti e tre gli show sarà il canale via cavo HBO e la piattaforma streaming HBO Max, e, se un’emittente che verso la fine degli anni ’90 era pioniera di un nuovo tipo di serialità televisiva complessa si volge così tanto al passato, non si può fare a meno di pensare che questo sia un segno di forte crisi creativa e mancanza di nuove idee. 

    Lo speciale Friends: The Reunion (anche conosciuto come The One Where They Get Back Together, per riprendere gli iconici titoli della serie), andato in onda lo scorso 27 maggio, rientra pienamente in questa operazione nostalgia, ma sfiora appena la superficie di quello che si potrebbe dire, tralasciando aspetti che avrebbero potuto portare una nuova prospettiva su questa sit-com dallo straordinario successo ma abbastanza classica nella sua impostazione. Durante circa un’ora e quaranta di programma vediamo i sei protagonisti che tornano sui set originali della serie, rileggono assieme alcune parti dei copioni, portandoci a ricordare alcuni dei momenti più divertenti e famosi che costellano le varie stagioni, e soprattutto vengono intervistati dal conduttore televisivo James Corden di fronte all’iconica fontana che ha fatto da sfondo alla sigla dello show. Il tutto punteggiato da interventi di personaggi più o meno famosi di varia estrazione (andiamo da Malala Yousafzai a David Beckham, passando per Lady Gaga) che in poche parole spiegano per quale motivo Friends sia stato così importante per loro – inutile dire che alcuni sono almeno riusciti a sembrare più convincenti di altri. 

    Un segmento in particolare ci mostra alcuni video di ragazzi e ragazze comuni di varie parti del mondo, che spiegano per quale motivo questa sit-com sia stata così importante per loro, e sembra voler portare avanti una riabilitazione di tipo sociale e politico dello show presso le nuove generazioni di giovani, notoriamente più attive e attente da questo punto di vista. Friends però è una serie estremamente bianca dal punto di vista etnico e ricorre spesso a epiteti omofobici e transfobici, per cui questo tipo di difesa sembra debole e poco convincente. Ma allo stesso tempo porta in scena una coppia di donne lesbiche, una delle quali ha un figlio con Ross, e presenta quindi aspetti che, pur non essendo stati trattati nella maniera che gli verrebbe riservata oggi più di vent’anni dopo, sono decisamente progressisti. La sit-com dei network basata sul sistema del broadcasting, genere estremamente popolare e trasversale nella televisione americana e oggi un po’ in crisi, è straordinaria proprio per questo motivo, per essere un mezzo capace di comprendere più elementi diversi e per essere animato da spinte estremamente variegate. Nonostante, quindi, una tendenza così generalista che soddisfa tutti senza soddisfare pienamente nessuno, la sit-com, nella realtà dei fatti, ha storicamente portato alla normalizzazione progressiva, seppur in maniera imperfetta, della rappresentazione di varie categorie di persone e di dinamiche sociali marginalizzate. Lo stesso Joe Biden disse, ormai una decina di anni fa che “Will&Grace ha educato l’opinione pubblica americana sulle tematiche LGBT più di qualunque altra cosa”. Pur comprendendo che un discorso così approfondito sull’argomento sarebbe stato difficile da portare in televisione, risulta comunque evidente che sarebbe stato molto più interessante e di spessore, rispetto alla semplice operazione commerciale nostalgica che è stata adoperata con la Reunion di Friends

    La parte forse più interessante dello speciale è quella che, con i due autori principali dello show Marta Kauffman e David Crane, ne ripercorre i momenti di ideazione e di creazione. Dall’ispirazione dello show, venuta ai due sceneggiatori ripensando ai loro vent’anni, quel momento in cui “i tuoi amici sono anche la tua famiglia”, fino al processo di casting con alcuni aneddoti divertenti e più interessanti di gran parte del resto dello speciale.

    La reunion di Friends non ci dice quindi di per sé troppe cose interessanti, ma piuttosto ci fa pensare a quello che di interessante avrebbe potuto dire. E anche che il comfort delle “risate in scatola”, tanto vituperate, in realtà un po’ ci manca.

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  • RECENSIONE KINGSMAN – SECRET SERVICE

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    «Questo non è quel tipo di film», avvisano i personaggi di Kingsman – Secret Service (Matthew Vaughn, 2015) ogniqualvolta sembra profilarsi una chiosa risolutiva alla J.B: non James Bond,  nemmeno Jason Bourne, ma il tempratissimo Jack Bauer del piccolo schermo. Fatta salva l’integrità british, la rincorsa è al modello seriale preferito dal teppistello Eggsy (Taron Egerton), reclutato – nel proverbiale countdown temporale – per salvare il mondo da una nemesi nostalgica proprio dei vecchi cattivi di 007.

    Kingsman applica alla compostezza leccata del filone spionistico classico il funambolico (bis)trattamento decostruttivo dal basso intrapreso da Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010) nella fucina supereroica contemporanea. Sballottando i registri (action-comedysplatter-kitschspy-thrillercoming of age). Provando a scardinare le gerarchie sociali (fra i bassifondi e l’aristocrazia, scelleratezze politiche e delinquenti di mezza tacca). Tralasciando la cupa seduta riflessiva di Skyfall (Sam Mendes, 2012), il raggelamento asciutto e impenetrabile degli ultimi le Carré, La talpa (Tomas Alfredson, 2011) e La spia – A most wanted man (Anton Corbijn, 2014). Recuperando invece la lezione brit-pulp di Guy Ritchie aperta all’ibridazione. Con un Colin Firth gentleman sui generis, a menar mani e piazzare smash in rallenty come Sherlock Holmes. Infilzando fondamentalisti wasp invasati – scena cult – come in un parossistico Old Boy (Park Chan-wook, 2003) d’oltremanica. Harry Hart è cavalier Galahad e novello professor Higgins nella rieducazione formale  – i modi definiscono l’uomo, for God’s sake! – tesa a foggiare la nobiltà di Eggsy, espungendone le intemperanze. 

    Dietro abiti di lusso e spionaggio internazionale, stanno tute cheap e volteggi parkour del guerriero urban-teen. Rampollo di periferia addestrato ai modi classy(cheggianti) del My Fair Lady (1964) di Cukor, mentr’è sorvegliato a vista dall’inflessibile tradizione fatta persona, sir Michael Caine – del quale è un piacere saggiare di volta in volta i sottotesti alcolici, dal Fernet Branca al brandy d’annata napoleonico.

    Sul versante villain terroristici, un iconico Samuel L. Jackson in tratteggio fumettoso a grana grossa, tra il vestiario chic-rap e i rovelli da ultra-geek megalomane. Affiancato dalla letale e affilatissima killer bio-protesica uscita direttamente da una coreografia di Robert Rodriguez.

    Dai rigurgiti pulp alla tavola rotonda del ciclo arturiano, un’immaginario infarcito di gadget vintage, spruzzato di Martini e messo a rifriggere. Sotto l’apparecchiatura da ricevimento galante, si scopre McDonald’s. Tra l’eleganza inamidata di Savile Row e il disordine isterico delle congregazioni su suolo Usa, il regista Matthew Vaughn cuce un’operazione d’alta e bassa sartoria insieme, scoprendo il fianco ad appena qualche (trascurabile) spiegazzatura narrativa. In cui il côté spionistico su misura old fashioned e l’inappuntabile ingessatura british sono infil(tr)ati nell’habitus squillante, chiassosamente stilizzato e oversize del cinecomics bombarolo a stelle a strisce. 

    Con l’ammazzamento virale dello zombie movie al tempo del digitale sottopelle risolto a botti, champagne ed esplosioni danzanti sulla travolgente marcia di Elgar (Pomp and Circumstance, n. 1). Sinfonia attivante memoria inscindibilmente kubrickiana: è il sottofondo alla passerella del Potere in Arancia Meccanica (1971), qui rovesciata nel pomposo requiem della sua deposizione, dentro la replica della sotterranea war room delle élite, fulgidamente smantellata in una distruzione alla Dr. Strangelove (1964). «La società è morta. Viva la società.» E le principesse scandinave. Dietro un’affettata austerità, in verità generosissime. Dio salvi le regine.

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  • RECENSIONE UNA DONNA PROMETTENTE

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    Una donna promettente (Promising Young Woman) si inserisce a pieno titolo nel recente filone me-too cinema che prova ad articolare un nuovo discorso sulle vessazioni del genere femminile, e sulle sue forme di rappresentazione, per scardinare quel complice sistema di connivenza sociale che, tra omertà gregaria e sostanziale impunità, tende a proteggere il maschio predatore coprendone gli abusi nascosti (pensiamo a L’uomo invisibile di Leigh Whannell, altro importante tassello di questa corrente).

    Tematica centrale nel film di Emerald Fennell, volto noto della serialità – è Camilla Parker Bowles in The Crown – qui all’esordio alla regia, è ciò che sperimenta Cassie, una dolente e strepitosa Carey Mulligan candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista, trentenne scottata dallo stupro dell’amica Nina avvenuto ai tempi dell’università di medicina. Lasciati gli studi, aliena da contatti affettivi (la reiterata frontalità delle inquadrature la distanzia isolata nei controcampi di dialogo), morsa dai sensi di colpa per non aver salvato la compagna, Cassie consacra la sua vita alla vendetta, facendo ogni notte da esca per viscidi approfittatori attirati nei locali, fingendosi preda inerme per poi ribaltare all’improvviso i rapporti di forza.

    L’idea registica è quella di far scontrare la soggettività reclusa e traumatizzata della protagonista, i duelli psicologici e l’impianto drammatico di un ellittico rape & revenge per interposta persona con spiazzanti scarti di tono riconducibili ad altri registri: la rom-com più zuccherosamente pop (il ballo in farmacia su Stars are blind di Paris Hilton), il cinecomic sotto mentite spoglie (Cassie deambula sfibrata sembrando quasi un ibrido tra Joker-infermiere e un’Harley Quinn imparruccata), e soprattutto la commedia adolescenzial-goliardica americana. Sottogeneri di cui Emerald Fennell si impadronisce per smascherarne la tipica leggerezza assolutoria, la finta natura di gioco innocuo e innocente. Presentando un nutrito e ben noto campionario di riti, stilemi, stag party e facce note (l’Adam Brody di The O.C., il Mintz-Plasse/MCLovin di Suxbad, la Jennifer Coolidge/Stifler’s mom di American Pie, il Max Greenfield/Schmidt da New Girl) per mostrare con evidente intento metacinematografico che pressoché tutti i personaggi, senza distinzioni di genere, insistono a passeggiare nella gioconda, e in fondo comoda, irresponsabilità di un college movie, più o meno ignari di abitare la reale dimensione di una tragedia.

    Lo stridente contrasto di umori e generi riflette l’ideologia messa sotto accusa: la resistente percezione distorta, sociale e individuale, dello stupro, niente più che l’effetto collaterale di una sbornia, archiviato per sempre una volta esauriti i postumi. Nella forza urgente del messaggio, c’è il rischio, non del tutto scongiurato, del film a tesi e di un certo meccanicismo di fondo, che ingabbia l’azione e il percorso di liberazione di Cassie alla coazione a ripetere scena e assunto iniziali (donna indifesa e vulnerabile, molestatore che ci si avventa sopra), senza troppe possibilità di scampo narrativo. Ciononostante, il film riesce a brillare e a tenere alta l’asticella del thrilling, spostando bruscamente attese e aspettative dello spettatore con almeno due grandi controcolpi di scena (meritando con ciò la statuetta per la miglior sceneggiatura originale). Un film che colpisce nel segno, oscillando tra un agghiacciante fuori campo interno (non viene mostrato lo stupro, ma la tremenda reazione del volto di Cassie alla sua visione) e le immagini senza stacchi della degradazione del corpo di una donna in tutta la loro potenza disturbante, specchio di una patologica e anestetizzata indifferenza maschile che ci riguarda tutti.

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