Category: Approfondimenti

  • CURB YOUR ENTHUSIASM – L’IMPREVEDIBILE VIRTÙ DELL’IMBARAZZO

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    Grande successo di critica e pubblico in patria, trasmessa e conosciuta pochissimo in Italia, Curb your enthusiasm è una serie ideata da Larry David e trasmessa da HBO. Se ne parla molto tra gli addetti ai lavori, e viene messa nello scaffale della quality tv targata HBO, poco distante da I Soprano e The Wire, per i suoi contenuti profondamente innovativi nell’ambito della serialità comedy.

    La serie, arrivata all’undicesima stagione l’anno scorso e già rinnovata per una dodicesima, nasce come costola di uno special datato 1999, Larry David: Curb your enthusiasm, mockumentary sullo scorbutico comico e produttore televisivo Larry David. Non un nome nuovo per gli appassionati: è il co-creatore, assieme al comico Jerry Seinfeld, della seminale sit-com Seinfeld, anticipatrice di buona parte delle serie comedy contemporanee. Al centro della serie di Seinfeld e David troviamo quattro amici trentenni, cinici, egocentrici e indifferenti ai disastri che provocano nelle vite altrui, durante le loro disavventure. Un concept originale per l’epoca, quello dello “show about nothing”, che Larry David riprende e approfondisce in Curb your entusiasm, portandolo alle estreme conseguenze.

    DI REGISTI, ATTORI E PRODUTTORI

    In Curb your enthusiasm, Larry David interpreta sé stesso. Anziano produttore televisivo newyorkese, famoso per il successo di Seinfeld, Larry David conduce una vita agiata tra le colline di Los Angeles, perennemente in bilico tra inamidata way of life alto-borghese e disastri inaspettati.

    Una delle novità più evidenti è l’assenza di un confine netto tra realtà e finzione. La serie sceglie un approccio semi-documentaristico ma senza replicare il formato mockumentary, e un ampio ricorso all’improvvisazione -che genera occasionali esternazioni out of character da parte degli interpreti, non immuni all’assurdità delle vicende- su un canovaccio di partenza che scandisce le storie dei singoli episodi e la trama orizzontale delle stagioni. I dialoghi ripropongono il quotidiano brusio delle conversazioni di tutti i giorni, ingigantendone nevrosi e meschinità. Il più piccolo fastido quotidiano, per azione di un personaggio privo di filtri e consapevolezza sociale come Larry David, degenera puntualmente in abnormi disastri.

    Sfondo della quotidiana lotta di Larry David contro tutti è una Los Angeles -e, nell’ottava stagione, New York- dalle numerose possibilità per creare imbarazzo e scompensi, soprattutto tra le celebrità che David si trova tra i piedi. Che siano litigare con Ben Stiller su una frase di circostanza cui nessuno baderebbe, recitare in un gangster movie di Martin Scorsese o in una riproposizione di The producers di Mel Brooks, o perfino visitare gli uffici della HBO, giusto per essere meta-televisivi fino in fondo. Un affollato mondo di cameo celebri -quelli appena menzionati sono solo la punta dell’iceberg-, tutti interpretati da loro stessi, tutti variabilmente permalosi e suscettibili ai fastidi creati dall’uragano David.

    COME ROVINARE UNA FESTA

    Larry David attraversa la serie di disavventure e catastrofi con l’imperturbabilità di una figura archetipica contemporanea: a volte vincitore, molto più spesso perdente, ma anche involontario complice delle meschinità dei costrutti sociali. Un perenne elemento di disturbo nelle norme più radicate, che provoca nello spettatore ilarità e imbarazzo in egual misura.

    Nella sua disamina della fragilità delle norme sociali, Curb your enthusiasm è la serie che, più di tutte, ha affinato l’arte della comicità sull’imbarazzo. Tutto diventa occasione di risate e disagio, dalla malattia alla morte all’ebraismo. Non mancano momenti di umorismo più tradizionale e gag ricorrenti – la tipica risposta di Larry “pretty, pretty, pretty, pretty, pretty good”, divenuta la catch-phrase della serie-, ma la serie trae la sua forza dalla messa in ridicolo della convenzione, di ciò che la gente bene ritiene giusto e corretto.

    L’idea di “politicamente scorretto” fin troppo spesso diventa solo una scusa per giustificare umorismo becero e offensivo, oppure per porsi da sé in una posizione di presunta superiorità morale o intellettuale. Curb your enthusiasm politicamente scorretto lo è con una facciata di sorniona indifferenza, che non risparmia niente e nessuno, soprattutto il suo stesso protagonista. È questo a rendere Curb your entusiasm un unicum nel panorama delle serie comedy: il suo sguardo ambiguo, sul filo del rasoio tra comicità e malessere, che ci fa ridere delle quotidiane disgrazie del protagonista e che, allo stesso tempo, ci fa provare invidia per la sua assenza di filtri, e per la sua capacità di scoprire i punti fragili dei nostri rapporti quotidiani.

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  • Mary Poppins e l’eredità definitiva di Walt Disney

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    Uno degli ultimi film prodotti da Walt Disney, sigillo definitivo della sua carriera

    Durante gli anni ‘60 Walt Disney stava vivendo l’ultima fase della sua vita. Ciò che era nato come un piccolo progetto di animazione e laboratorio creativo a Kansas City nel 1920 era diventato un grande studio di produzione e distribuzione cinematografica alle porte di Hollywood. I relativi insuccessi di pubblico negli anni ‘50, uniti al successo di film molto più prudenti da un punto di vista artistico, avevano progressivamente allontanato Walt dal cuore del proprio impero, l’animazione, spingendolo verso nuovi orizzonti: la realizzazione del parco Disneyland, la conduzione dell’omonimo programma televisivo, perfino il sogno della “città del futuro”, il cui primo seme chiamato EPCOT sarebbe poi sorto nel suo secondo parco a tema – Walt Disney World in Florida – completato solo dopo la sua morte. I disegni animati erano per lui un’occupazione secondaria, i disegni scarabocchiati e le trame semplici e buffe de La Carica dei 101 e La Spada nella Roccia erano ben lontani dalla sua idea di arte, ma il pubblico non era dello stesso avviso.

     Una promessa, fatta alle sue figlie nel lontano 1938, lo fece però tornare sui propri passi. Il più grande desiderio delle due bambine era infatti quello di vedere una trasposizione in immagini del loro libro preferito: Mary Poppins di Pamela Lyndon Travers. La fortuna delle due era quella di avere come padre la persona più adatta a realizzare il sogno di un bambino, la loro sfortuna era un’autrice decisamente restia a concedere i diritti, tanto più a Disney, che lei detestava nemmeno troppo velatamente.

    Dopo anni di tentativi andati a vuoto, le difficoltà economiche della Travers giocarono a favore di Disney. Il film aveva il via libera, ma a durissime condizioni poste dall’autrice: un ruolo nella sceneggiatura, supervisione a qualsiasi aspetto del film fino al montaggio, totale assenza di momenti musical e animazioni. Tuttavia, anche nero su bianco era a Disney che spettava l’ultima parola. Non appena la Travers salì sul proprio aereo per Londra, i creativi Disney si sbizzarrirono

    Siamo nei primi del ‘900 a Londra e la ricca famiglia Banks ha un problema: non riesce a trovare una bambinaia in grado di gestire correttamente i due vivaci bambini, Jane e Michael. Il padre George è un direttore di banca, la madre Winifred una suffragetta. George, inglesissimo e autoritario, strappa e getta nel camino una lettera in cui i bambini esprimevano i loro desideri riguardo la “tata perfetta” ma la lettera arriva comunque a Mary Poppins, una bizzarra tata magica “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” che mostrerà ai bambini, ma anche ai genitori, la vita sotto un diverso aspetto, in compagnia anche del simpatico Bert.

    Non sarebbe certo un errore considerare Mary Poppins una convenzionale e rassicurante commedia fantastica per tutta la famiglia. La sequenza animata all’interno del disegno di Bert è affascinante ma prudente (Gli animali e i personaggi sembrano ricalcati su quelli de La Carica dei 101, anche se i pinguini camerieri si riveleranno un’idea vincente). Senza dubbio la regia di Robert Stevenson non brilla per innovazione e a tratti appare davvero poco coraggiosa, la sceneggiatore Don DaGradi aveva le mani legate dalla presenza austera della Travers e solo in un secondo momento, con la fine delle permanenza a Burbank dell’autrice e l’arrivo come co-sceneggiatore di Bill Walsh, si registrò un cambio di rotta. Walsh si era fatto strada in Disney come autore di fumetti a suo agio con le trame più assurde, i personaggi più stravaganti e le soluzioni più improbabili, creando anche il personaggio di Eta Beta. La sua mano si vede molto nella natura estremamente frammentaria della narrazione, che come in tutti gli altri Disney del periodo a partire da La carica dei 101 si può riassumere in una sequenza di buffi incontri. I dialoghi sono già di per sé un mix di formalismo e innocenza infantile, britannico fino al midollo (oppure britannico visto dagli americani, allo spettatore la scelta). Lo spettatore meno propenso al sense of wonder non si lascia incantare e la realizzazione forse troppo “confettosa” dell’adattamento e del doppiaggio italiani non incanta lo spettatore nostrano. Il film è tanto ottimista quanto benpensante, la sua morale è tanto cristianamente altruista (l’elemosina è proprio davanti alla cattedrale) quanto ingenuamente conservatrice (la relazione tra Mary Poppins e Bert non sembra andare oltre la bizzarra amicizia). Eppure…

    Eppure ci troviamo davvero di fronte alla sublimazione dell’idea di arte di un uomo che al volgere al termine della sua vita vuole anche guardarsi dentro e specchiarsi un’ultima volta nei sogni suoi e delle sue figlie. Anche attraverso le musiche di due geni come i fratelli Robert e Rchard Sherman. Senza analizzarla in toto, la colonna sonora resta il più grande punto di forza del film, insieme alle interpretazioni dei suoi tre attori principali e non è un caso che siano proprio loro a cantare i tre pezzi migliori. 

    The Life I Lead è il pezzo con cui George Banks, il padre dei bambini interpretato da un magistrale David Tomlinson, enuncia allo spettatore il suo perfetto e borghese british lifestyle. Brano che nella seconda parte del film, con la presa di coscienza da parte di George dell’inconsistenza delle sue formalità, si tramuterà in un’esplosione di gioia infantile in Let’s go Fly a Kyte. Un vero peccato che questo pezzo sia rimasto meno nei cuori degli spettatori rispetto ad altri simpatici ma meno ispirati come A Spoonful of Sugar e Supercalifragilisticexpialidocious.

    Feed the Birds (Tuppence a Bag) è il brano con cui Mary Poppins spiega ai bambini il concetto di carità, con l’esempio della vecchina che nutre gli uccelli davanti alla chiesa, contro la retorica imprenditoriale del risparmio promossa dal padre banchiere. Forse uno dei brani maggiormente vicini alla visione delle cose di Walt Disney che nel letto d’ospedale durante i suoi ultimi giorni chiedeva continuamente di riascoltarla. Probabilmente l’interprete Julie Andrews deve a questo momento il suo Oscar alla miglior attrice vinto contro quella Audrey Hepburn a cui era stato assegnato il ruolo in My Fair Lady che Andrews aveva interpretato a teatro.

    E infine abbiamo Chim Chim Cher-ee, il tema di Bert, forse il personaggio più tragico del film, nonostante l’apparenza spensierata ci troviamo davanti ad un vagabondo, con il volto del divo della televisione, il mattatore Dick van Dyke. Nulla da fare, forse il miglior brano mai apparso in un film Disney, con un Oscar a testimoniarlo.

    Non bastano le 5 vittorie su 12 nomination agli Oscar (tra cui quella al Miglior Film praticamente inattesa) a testimoniare l’immensa eredità che questo film ha nella memoria collettiva, regalando momenti e personaggi iconici e riconoscibili. Non bastano gli emuli più o meno riusciti come Pomi d’Ottone e Manici di Scopa (il piano B di Disney in caso di mancata realizzazione di Mary Poppins) o Elliott il Drago Invisibile, un sequel Il Ritorno di Mary Poppins e uno strano dietro le quinte Saving Mr. Banks (tutt’altro che “praticamente perfetto sotto ogni aspetto”)  Ciò che a molti spettatori potrebbe sembrare una timida e convenzionale casetta di bambole in movimento, in realtà è davvero pronto a regalare negli anni l’eredità di numerosi artisti, raccontando una storia di semplice e bambinesca umanità, per chi è ben contento di accoglierla.

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  • IL CINEMA HORROR DI MICHELE SOAVI – L’EREDE DIMENTICATO

    Ho fatto il vigile del fuoco. Ho visto tante scene di orrore, macchine contorte con dentro persone alcune ancora vive. Le aprivamo con le motoseghe o delle tronchesi enormi. Questo forse mi ha dato un distacco, perché ormai per noi […] vedere a volte proprio la carne, con i vetri infilati nel corpo, con le lamiere, alcuni morti mozzati: dopo un po’ […] non mi colpiva più.

    Michele Soavi

    Classe 1957, Michele Soavi nasce in una famiglia di artisti e scrittori da cui fin da piccolo riceve quasi per osmosi la passione per l’arte e la pittura. Dopo un’adolescenza scolastica difficile, Soavi comincia subito a lavorare come vigile del fuoco maturando un’esperienza nel rapporto con il dolore e la morte che risulterà centrale per il suo processo di crescita come regista. Negli anni ’70 infatti comincia a lavorare sui set dei b-movie all’italiana collaborando con nomi quali Lucio Fulci (per cui interpreta Tommy Fisher in Paura nella città dei morti viventi), Lamberto Bava (è il Man in Black di Demoni), Dario Argento (per cui reciterà in Tenebre, Phenomena ed Opera) e Joe D’Amato, ma è durante il periodo di crisi che il genere affronta negli anni ’80 che Soavi riesce a compiere il salto da attore ad aiuto regista prima ed a regista poi.

    Proprio verso la fine degli anni ’80, con l’uscita nelle sale del suo primo lungometraggio Deliria, i fan e la critica trovano in Michele Soavi quello che sembra essere l’erede capace di prendere le redini del genere dai grandi nomi che gli avevano fatto scuola e di portare avanti la produzione di un certo tipo di cinema dell’orrore. 

    Così effettivamente fu, almeno fino al 1994. Con l’uscita nelle sale di DellaMorte DellAmore si sancisce infatti l’abbandono dell’horror da parte del cineasta in favore della regia di fiction per la televisione. Qualche sporadico bagliore si presentò successivamente nel 2006 e nel 2008 con l’uscita dei rispettivi Arrivederci amore, ciao e Il sangue dei vinti che marcano una breve parentesi di ritorno alla regia per il grande schermo, ma lasciando comunque da parte il cinema dell’orrore in favore del noir e thriller che aveva contraddistinto fin da subito i suoi lavori televisivi.

    Vogliamo però accompagnarvi oggi indietro nel tempo, per riscoprire le ragioni per cui Michele Soavi forse era effettivamente l’erede designato dell’horror di cui avevamo bisogno ma che forse non ci meritavamo.

    DELIRIA – LO SLASHER SECONDO SOAvi

    Fu quel grande genio di Aristide Massaccesi che […] mi disse: “Michele, ho pensato di farti debuttare, di farti fare a te un film da regista.”

    Michele Soavi

    Partendo dalla sceneggiatura di Luigi Montefiori (che curò anche il soggetto di partenza), Aristide Massaccesi assieme alla sua casa di produzione associata Filmirage presenta a Michele Soavi – già da diversi anni aiuto regia di Dario Argento – il progetto di un tipico slasher a basso costo: un gruppo di giovani adulti facenti parte di una compagnia teatrale si chiude all’interno di un teatro per potersi cimentare in un’intensa sessione di prove, ignari che all’interno della struttura si trova però un efferato serial killer fuggito da un ospedale psichiatrico nelle vicinanze.

    Da una sceneggiatura decisamente semplice ma al tempo stesso ricca di spunti, Soavi crea quello che per molti fu uno degli slasher migliori degli anni ’80. Centrale nel racconto è l’anima metacinematografica con cui Soavi riflette sul cinema attraverso il teatro: una produzione a basso budget, che deve essere realizzata in tempi molto ristretti, con attori sconosciuti che si trovano lì perché devono portare lo stipendio a casa ed un regista che farebbe di tutto pur di mostrare al mondo la sua arte e vendere i biglietti per i suoi spettacoli, tanto che quando viene ritrovata la prima vittima dell’assassino, pensa di utilizzare l’avvenimento a proprio vantaggio per attirare il pubblico. Estremizzazioni, senza dubbio, ma comunque congrue a quelle che erano le produzioni di b-movie horror in quegli anni.

    I personaggi vengono poi messi in scena da Soavi con una certa maestria, poiché da strutture di partenza definite e conosciute – il ragazzo belloccio, la poco di buono, la santarellina, lo strambo –  si dipana un susseguirsi di eventi che non segue sempre ciò che si è soliti aspettarsi dallo slashertipico, esempi ne sono l’attenzione quasi paritaria che l’assassino riserva agli uomini ed alle donne (dove spesso invece per gli uomini si hanno uccisioni più sbrigative, mentre alle donne è riservata la pena maggiore) o la sopravvivenza della insopportabile “poco di buono” fino alle battute finali.

    Dal punto di vista visivo ci si ritrova davanti ad un lavoro che mostra tutte le limitazioni di budget, soprattutto nelle location di alcuni momenti nella seconda metà della pellicola – tenendo comunque conto che questi ambienti così “reali e poco costruiti” potrebbero non essere dei malus, bensì dei punti di forza del prodotto – ma innegabile anche qui è l’ottimo connubio che si genera tra la fotografia della coppia Massaccesi-Tafuri e la regia di Soavi – il quale in primis aggiunse direttamente in fase di produzione alcuni elementi come la sedia rossa su cui siede l’assassino sulle battute finali o la maschera da barbagianni che copre il volto dello spietato serial killer – capace di creare una messa in scena inquietante e divertente anche a trentasei anni di distanza. Un cult senza tempo, troppo poco conosciuto e che meriterebbe invece molte più attenzioni.

    LA CHIESA – L’ULTIMO GOTICO ITALIANO

    Dopo aver curato nel 1989 la regia di seconda unità per Le avventure del barone di Münchausen diretto da Terry Gilliam – che lo stesso Soavi definì più di una volta “il miglior regista vivente” – unisce l’esperienza maturata sul set a quelle passate per dirigere lo stesso anno il suo secondo lungometraggio: La Chiesa.

    Le origini di questa pellicola risalgono però a quattro anni prima, in quel 1985 in cui arrivò nelle sale il primo Demoni diretto da Lamberto Bava – in cui Soavi curò la regia di seconda unità oltre ad interpretare un piccolo ruolo come attore – un grande successo di pubblico che portò alla nascita di un secondo capitolo – sempre diretto da Bava – ed alle basi per un ipotetico terzo capitolo. A causa degli impegni stipulati tra Bava e Fininvest per la realizzazione del film in due parti Fantaghirò il regista romano dovette però rinunciare alla realizzazione di Demoni 3 che finì perciò per essere riscritto da Argento (già produttore dei precedenti) e Franco Ferrini. Grazie al successo di Deliria ed all’esperienza sul set di Gilliam, fu quasi immediata la decisione di Argento di chiamare l’amico Michele per dirigere il film.

    L’intervento di Soavi si presenta fin da subito: con un ruolo attivo già nella stesura della sceneggiatura, l’intento del regista è stato quello di rendere il film più “sofisticato”. Fin dalla prima sequenza questo risulta alquanto evidente: in pieno Medioevo, un gruppo di guerrieri teutonici a caccia di streghe massacra tutti gli abitanti di un villaggio, bruciandolo e seppellendo i corpi in una fossa comune. Spaventati dal male che sembra permeare il luogo, decidono perciò di costruire su quel terreno una cattedrale capace di tenere a bada le oscure presenze.

    Da un incipit chiaramente ispirato al Conan Il Barbaro di John Milius – che Soavi mette in scena con grande maestria, riuscendo ad unire la massiccia violenza visiva all’utilizzo di espedienti registici unici, come la soggettiva dall’interno dell’elmo del cavaliere – la pellicola trasporta lo spettatore in una storia facilmente definibile in due sezioni: una prima più psicologica e misteriosa, in cui l’orrore si manifesta attraverso musiche inquietanti – curate da Keith Emerson e che comprende anche tracce dei Goblin – e sequenze che strizzano l’occhio all’onirico, portando i personaggi in una lenta discesa all’inferno (letteralmente) sotto la cattedrale e che sfocerà poi in una seconda parte della pellicola che torna alla natura originale di quel Demoni 3 mai realizzato, con un escalation di violenza, sangue, gore e body horror che non può non ricordare i fasti di quel cinema horror tipico dei maestri di Soavi ed in particolare Bava.

    Difficile risulta, come tipico di queste pellicole, identificare in un personaggio specifico il protagonista, in quanto tutti quelli che vediamo, uomini e donne, adulti, anziani o bambini sono meri involucri il cui unico scopo è alimentare la violenza e la voglia di sangue di quella che può essere identificata sotto certi aspetti come la vera protagonista: la chiesa stessa. Piccola parentesi per lodare l’ottima prova attoriale di una giovanissima Asia Argento, estremamente in parte nel ruolo della giovane Lotte, simbolo di una nuova generazione di giovani in cerca di libertà e divertimento in fuga dal bigottismo e dalla religiosità oppressiva dei genitori.

    Grande merito va inoltre riconosciuto a tutto il comparto tecnico, in particolar modo alla regia di Soavi, funzionale, fluida e semplice ma sempre capace di generare tensione e mostrare le vicende in maniera artisticamente ispirata, ed alla scelta delle location, divise principalmente tra le misteriose catacombe sotterranee ricostruite in studio e le navate della cattedrale riprese nella chiesa di Mattia a Budapest, capaci di donare al tempo stesso mistero e solennità.

    Vietato originariamente ai minori di 18 anni e poi abbassato ai 14 il film si rivelò uno degli incassi più alti dell’anno in Italia, consacrando ulteriormente Michele Soavi tra i grandi autori horror di quegli anni. Per alcuni questo fu un ulteriore passo di una brillante carriera, mentre per altri si trattava dell’ultimo barlume di speranza prima che calasse il buio.

    LA SETTA – IL ROSEMARY’S BABY ITALIANO

    Lo sceneggiatore è sempre un po’ deluso quando vede il film, perché si è fatto un suo film. Invece con La Setta è stato il primo film in cui ho detto “questo film è meglio di tutto quello che noi avevamo fatto”.

    Giovanni Romoli

    Risulta semplicistico, addirittura errato per alcuni versi ma comunque inevitabile assimilare il film del 1991 diretto da Soavi con il capolavoro datato 1968 di Roman Polanski. Partendo dalla sceneggiatura dal titolo Katacumba scritta da Luca Verdone – fratello di Carlo Verdone e regista di 7 chili in 7 giorni – in accordo con Cecchi Gori, Dario Argento – allora produttore esecutivo del progetto – decise di scartare l’idea e ricreare dalle fondamenta il progetto, riscrivendo assieme a Giovanni Romoli ed a Michele Soavi una nuova sceneggiatura: prende così vita La Setta.

    Con un incipit ambientato nel deserto del Sud della California degli anni ’70, il film mostra una setta intenta ad uccidere alcuni hippie invocando il demonio ed il cui leader sembra avere come obiettivo il generare in carne ed ossa il figlio del Diavolo. Nel 1991, Miriam Kreisl – a cui da volto e voce Kelly Curtis, figlia di Janet Leigh e sorella maggiore di Jamie Lee Curtis – una giovane maestra di scuola elementare di Francoforte investe inavvertitamente un misterioso anziano, che accompagna nella sua abitazione per scusarsi dell’accaduto ed aiutarlo a rimettersi in sesto. 

    Dove la pellicola di Polanski metteva in scena il concepimento dell’Anticristo già nelle prime scene seguito poi da un continuo senso di oppressione provato dalla protagonista a causa delle sempre più pressante presenza dei membri della setta, Soavi decide di mostrare solo sul finale l’atteso concepimento e l’arrivo del nascituro anticipando il momento con un susseguirsi di sequenze oniriche e sovrannaturali che contribuiscono alla personale discesa della protagonista nel suo inferno personale. Centrale risulta il ruolo che Soavi affida agli animali presenti nel film: il coniglio, di cui la protagonista possiede un esemplare albino in casa e che rappresenta fertilità e rinascita qui travisati nel dare al mondo il male; il pellicano, traviato qui dalla simbologia cristiana del sacrificio di Cristo a quello delle numerosi morte della pellicola per versare il sangue necessario per il rituale; ed infine lo scarafaggio, animale spesso associato alla paura, all’ansia ed alla presenza di oscure forze dentro il proprio corpo: non a caso nella pellicola viene posto sul volto dormiente della protagonista andandosi poi ad infilare in una narice, preparando all’interno della ragazza il seme per il demonio.

    Non senza problemi tutto questo viene messo in scena, soprattutto a causa di una sceneggiatura con un ottimo spunto di partenza che viene però snocciolato con l’avanzare della vicenda in maniera a tratti scontata e ad altri eccessiva, fino al finale eccessivamente sopra le righe e per cui risulta necessaria una grande sospensione dell’incredulità e che finisce per far crollare tutta la tensione fino a quel momento accumulata.

    Una lancia va però infine spezzata per le ottime prove attoriali dei due personaggi principali, messi in scena dalla sopracitata Kelly Curtis – scelta da Argento, rimasto estremamente soddisfatto dalla prova tanto da giudicarla addirittura più brava della sorella – e da Herbert Lom – l’ispettore Dreyfus de La Pantera Rosa – che sul fine della sua carriera riesce ancora a brillare donando un’ottima caratterizzazione al vecchio pazzo Moebius.

    Una pellicola di pregevole fattura soprattutto sul lato tecnico e che mostra tutta la maturazione raggiunta da Soavi che riesce a donare fascino e mistero ad una storia interessante anche se a tratti problematica, che presentò infatti al botteghino risultati altalenanti scremando il pubblico e preparandolo al film successivo, da molti definito il canto del cigno del cineasta.

    DELLAMORTE DELLAMORE – IL CANTO DEL CIGNO

    Era un film anomalo: non solo era un film di genere, poteva riuscire un fiasco micidiale per la sua stupidità; nel senso che, comunque, aveva come background un umorismo da fumetto […] puoi pure pensare di trasportarlo uguale nel cinema, quel tipo di umorismo, ma non è così: se lo rifai uguale fai una cazzata; […] la gente o vuole ridere o vuole avere paura, in mezzo non c’è niente: se ci vai esplori una terra di nessuno.

    Michele Soavi

    Bisogna attendere il 1994 per vedere Michele Soavi nuovamente in sala e ciò avviene grazie all’adattamento del romanzo di Tiziano Sclavi DellaMorte DellAmore di cui la pellicola prende in prestito anche il titolo. Per molti il nome di Sclavi significa solo e soltanto Dylan Dog, ma pochi sanno che proprio il libro – scritto nel 1983 ma pubblicato soltanto nel 1991 – funge da precursore spirituale del più famoso indagatore dell’incubo italiano.

    Protagonista della vicenda è Francesco DellaMorte, becchino del cimitero di Buffalora impegnato ad affrontare una misteriosa “epidemia” che sembra riportare in vita i morti entro sette giorni dal decesso. Assieme a lui si presentano poi sullo schermo altri personaggi bizzarri, dall’aiutante Gnaghi affetto da disabilità intellettiva alla misteriosa ma affascinante vedova con un debole per gli ossari – interpretata magistralmente da una giovanissima Anna Falchi. Chiunque abbia letto almeno un albo dei fumetti di Sclavi si sarà già reso conto di come questo racconto presenti uno stile molto simile a quello tipico dei racconti di Dylan Dog, il tutto enfatizzato ulteriormente dalla presenza di Rupert Everett nei panni del protagonista, attore a cui Sclavi si ispirò originariamente per le fattezze del Dog fumettistico.

    L’aspetto surreale ed onirico già presente nei precedenti lavori di Soavi viene qui portato all’estremo, creando una pellicola in cui ogni singolo fotogramma appare come uscito da un sogno o da un quadro surrealista – con tanto di appassionante bacio ispirato a Gli Amanti di Magritte – in cui violenza e sangue si mischiano ad un umorismo nero in una continua escalation di allucinanti sorprese che conduce ad un finale sopra le righe e che lascia lo spettatore emozionato ma confuso, proprio come alla fine di un misterioso sogno che si trasforma presto in un incubo tra zombi motociclisti, teste di sposa parlanti, stracci che si ricompongono a formare la Morte, spiritelli, inquietanti dopplegänger e strani omicidi.

    Un film per pochi, per un pubblico accuratamente specifico e di nicchia. Non sorprende perciò che, in maniera simile a quanto successo con la pellicola precedente, anche questo film non si rivelò il successo sperato portando così il cineasta ad abbandonare definitivamente il genere ed a rifugiarsi, come tristemente annunciato ad inizio articolo, nei lidi della produzione televisiva. Una piccola consolazione il fatto che con gli anni questi film sembrano aver raggiunto lo status di cult, con la speranza che un giorno Michele Soavi venga riscoperto e magari torni, chissà, ai lidi dell’orrore, lasciandosi così alle spalle l’epiteto di erede dimenticato.

    La morte, la morte,

    La morte cha arriva.

    La morte schifosa, la morte lasciva.

    La morte che vola, la morte normale

    Che cela del mondo pietosa ogni male.

    La morte che vive, la vita che muore,

    La morte, la morte.

    La morte e l’amore

    Che aspettano insieme l’eterno giudizio

    E non hanno mai fine, non hanno mai inizio.


  • Bo Burnham: Inside – Il superamento della solitudine

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    A quasi due anni dalla sua uscita, Bo Burnham: Inside risulta essere la miglior opera possibile per raccontare il periodo pandemico, ma forse nasconde molto di più.

    Definire un’opera come Inside di Bo Burnham cercando di incasellarla in un preciso genere audiovisivo non è semplice, e forse nemmeno utile. Inside è stato concepito, distribuito e venduto al pubblico come un comedy special pre-registrato, genere comunissimo negli Stati Uniti che noi in Italia abbiamo imparato ad apprezzare grazie soprattutto alle piattaforme (nonostante sulle reti nazionali abbiamo visto spesso dei one man show dei nostri cabarettisti, forma di spettacolo simile ma più affine ai gusti dello spettatore nostrano), in cui una particolare serata, spesso all’interno del tour di uno stand-comedian, viene registrata e pubblicata successivamente. La regia è praticamente di servizio, la location è una sola ma a volte molti artisti aggiungono al montaggio dei piccoli cortometraggi (nel caso di Kevin Hart), un piccolo dietro le quinte (Jerry before Seinfeld) o delle scene in altre location. Lo stesso Bo Burnham infatti aveva concluso il suo precedente special di Netflix Make Happy proprio nella stessa stanza in cui ha successivamente girato Inside nella sua interezza. 

    La stanza in cui è rimasto per 14 mesi, dal marzo del 2020 al maggio 2021, e in cui ha scritto, diretto e montato quest’opera che nemmeno lui riesce a definire (“Welcome to…whatever this is” sono le parole con cui inizia) curandone anche musica ed effetti visivi. Dando vita all’operazione creativa degli ultimi anni che ha più colpito chi scrive. Novanta minuti in cui emerge la voglia di creare dopo e durante un periodo di inerzia totale, di alienazione da se stessi e dal mondo, forse cercato, forse imposto. Niente palco, niente troupe, niente pubblico, solo un uomo, a cavallo dei suoi trent’anni, che cerca di sopravvivere a se stesso

    Bo Burnham è un artista nato sul web. Nel 2006, a soli 16 anni raggiunge la fama su un giovanissimo YouTube grazie alle sue canzoni comiche registrate nella sua cameretta. Certo, così inizia la storia di quasi ogni performer del 21esimo secolo. Per dieci anni Bo si esibisce in tour come stand-up comedian, pubblica album musicali, libri di poesia, fa qualche comparsata in film e programmi televisivi, arriva su Netflix con lo special Make Happy. Ma allo stesso tempo comincia a soffrire di attacchi di panico, sempre più frequentemente sul palco (“non il luogo migliore”), al punto da decidere nel 2016 di ritirarsi definitivamente dalle esibizioni live, dedicandosi alla scrittura, al lavoro su se stesso, alla sua vita privata. Dirige un film (Eighth Grade), ottiene qualche ruolo cinematografico (Promising Young Woman), vive con la compagna Lorene Scafaria, non rilascia interviste e cerca di trovare un nuovo equilibrio. A gennaio 2020 decide che è giunto il momento di tornare sul palco, ma un piccolo microorganismo rovinerà i suoi piani. Bo decide di chiudersi nella sua guest house e di iniziare a scrivere per tutto il tempo necessario.

    Passano 14 mesi, arriva anche il suo trentesimo compleanno (tempo limite autoimposto e ovviamente disatteso, per terminare il progetto) tra le continue revisioni di un lavoro in cui non c’è assoluta barriera tra produzione vera e propria, pre e post. Un vortice creativo in cui tutto è confuso e assimilabile, ma allo stesso tempo lineare e sincero. Flusso di coscienza fatto videomaking ed esplosione di creatività. Novanta minuti in cui vengono esplorate tutte le tendenze del momento, in cui la forma video viene totalmente ribaltata e in cui si inneggia a Jeff Bezos in ogni sua forma. Lo sketch vero e proprio si alterna al suo stesso making of, il brano musicale con una moltitudine di effetti si alterna al nostro seduto davanti alla telecamera in un momento di disperazione. I suoi capelli crescono, la barba e le occhiaie anche. Il suo aspetto sembra sempre più deteriorato e di certo i suoi nervi crollano ripetutamente. Sia nello special che negli Inside Outakes, un’ora di contenuti speciali e scene tagliate caricata su YouTube a giugno 2022, un anno dopo l’uscita dello special, vediamo alcuni momenti quasi di video-diario in cui Burnham si dice intenzionato ad interrompere il suo lavoro, al non vedere una conclusione, a parlare ad uno spettatore che secondo lui non ci sarà mai, perfino ad alludere al suicidio. 

    E forse è la stessa performance di Burnham a spingere Inside oltre la sua concezione originaria di comedy special versione quarantena e che lo rende degno di essere visto anche in una condizione in cui l’isolamento (dello spettatore) non è coatto.

    Inside è un grido di dolore esternato attraverso le sue canzoni. Dalla critica sociale (This is How the World Works o Welcome to the Internet) a quella del proprio ego (Problematic), dal tempo che passa inesorabilmente e inutilmente (Turning 30) alla svalutazione (o sopravvalutazione) del proprio lavoro e del proprio pensiero (Comedy), dalla volontà di brillare morta sul nascere (Content) ad una rassicurante e speriamo momentanea disperazione (Look Who’s Inside Again) fino ad arrivare all’estasi finale (All Eyes on Me), un viaggio in cui i testi tragicomici ondeggiano su note trascinanti (e disgraziatamente adatte ai balletti TikTok sulle note di Bezos o White Woman’s Instagram) per fare sprofondare lo spettatore in uno stato d’animo di angosciosa solitudine che in tanti negli ultimi due anni sono stati costretti a provare, ma che in realtà fa parte della natura intrinseca dell’essere umano. Inside è un’opera che vuole solo mostrare come tutte queste sensazione possono non essere solo fonti di vergogna, odio verso se stessi e autodistruzione, ma da condizione invalidante possono trasformarsi in forza ed energia creativa, in ironia e accettazione di sé stessi, in arte. Un’operazione artistica completa e autoprodotta, che merita di essere diffusa il più possibile.

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  • PER TUTTI I RICK E PER TUTTI I MORTY – UNA SERIA SAGA MULTIVERSALE

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    Costernati dai recenti allarmi sui cali delle maggiori piattaforme di streaming; intimoriti dai futuri provvedimenti sugli account condivisi; perplessi dalla qualità generale che accompagna le serie d’incasso; finalmente ristorati, seguendo la fortuita congiuntura festiva, dalle numerose e valevoli novità in catalogo. Ecco, quindi, quasi in sordina passare, tra un Bardo, un Pinocchio e un DeLillo, la sesta parte di una seria saga multiversale: tra i molti Rick, gli innumerevoli Mort(i)y, e gli svariati, ma sempre dilettevoli, Jerry.

    Passano gli anni, si rinnovano i contratti. La serie di Justin Roiland e Dan Harmon ha proliferato contaminando immaginari, assorbendo universi paralleli, rigettando le rigidità, stilistiche e formali, delle prime stagioni. Niente più wabba lubba dab dab (non siam mica puttane, si ricorda Rick), personalità familiari dueddì, ritmi involontariamente sincopati o esasperate gag sui Mr Miguardi. Resta l’estro creativo e la capacità di sviluppare trame sempre nuove, rimettendo sul tavolo vecchie conoscenze e notissimi gadgets, ampliando e rendendo così sempre più familiare un universo narrativo che nulla ha da invidiare alle grandi saghe cinematografiche recenti.

     Dalle felicissime esperienze pubblicitarie sulle porte! viste alla tv interdimensionale ai furettosi GoTron; dalle navicelle senzienti alle parodie, congiunte e inconsapevoli, della Mia cena con André e del Namor di Wakanda Forever; dalle apocalissi planetarie vissute come una Woodstock ai draghi porcelloni; dagli ignoti usurpatori di water ai treni della narratività, passando per i classici: dai cetrioli bellicosi alle parodie dei Vendicatori, fino a qualche civiltà dominata da menti a sciame (con menzione d’onore ai sette della Greendale), qualcosa è pur cambiato. E che il cambiamento, graduale e motivato, delle dinamiche tra personaggi di una sitcom animata sia reso e cesellato in maniera tanto certosina è cosa rara e sempre gradita. In questa primo pezzo della sesta stagione, infatti, vengono al pettine nodi familiari che covavano sotto le ceneri delle precedenti stagioni: il rapporto tra nonno e nipote che continua a essere messo in crisi da situazioni sempre più assurde – ce la faranno i miliardi di NFT di Morty a fidarsi del messaggio messianico di Rick, mentre fuori Die Hard infuria? – ma soprattutto il matrimonio di Beth e Jerry stravolto, stavolta, dalla presenza del clone di Beth. Ed è forse proprio il personaggio di Jerry, malinconico e tontolone, a spiccare maggiormente. Sarò un uomo, ma sono anche un bambino, e i bambini non sono responsabili della sofferenza altrui. Un goccio di vittimismo, dell’amara consapevolezza, infine il nuovo e fecondo compromesso con le Beth; una figura tragicomica che gioca tutto sulla miseria percepita dall’individuo al disvelarsi dell’assurdo nella propria quotidianità. Un’irruzione che viene costantemente ritardata, nascosta, – i puzzle sono meglio dalle simulazioni spaziali iperrealistiche – offuscata, ripudiata – perché è preferibile farsi innescare un dispositivo che consenta di chiudersi letteralmente a riccio piuttosto che affrontare le imprevedibili conseguenze della realtà –; infine accettata, masticata e rimodellata alla luce di un compromesso tanto traumatico per le orecchie dei figli, quanto divertito e giocoso per le tre parti in causa. Un personaggio sviluppato con cura e per questo mai definitivamente “arrivato” – come dimostra quel vecchio file Never trying never fails Final_final_final che con tanta difficoltà viene riesumato nella sesta puntata di questa stagione – ma costantemente alla ricerca.

    Se di tanti comportamenti è facile rintracciare la linea di trasformazione, lo stesso non si può dire per quelli di Rick: solito egomane intabarrato in cinismo e facili autogratificazioni, tanto che, alla fine di La famiglia della notte, non fosse stato per i quotidiani e gravosi impegni del giorno, avrebbe capitolato definitivamente contro i nottambuli e tutto per non cedere al puerile compromesso di lavare dei piatti. Questo, probabilmente, il miglior episodio della stagione, definito dalle rapide ellissi temporali – naturale conseguenza della mancanza della sparaporte – che separano desti da nottambuli. Intessuto quindi di un ritmo pacato che si adegua agli stilemi dell’orrore, ricordando ora Us di Jordan Peele, ora il più recente Severance per le tematiche in gioco, la puntata si chiude con l’apparente vittoria della famiglia della notte, che tuttavia soccomberà alla futilità del giorno e deciderà di farla finita in pieno stile Hitchcock (I’ve just come into possession of a cure for insomnia…).

    Tra serietà e facezie, tra una partitina a Roy: a life well lived e una cenetta teleologicamente orientata da Panda Express, passando per la rediviva sigla di Taxi, Rick & Morty continua la sua missione di sbertuccio agli idoli della cultura pop contemporanea, di derisione alla normalità, di abbraccio all’assurdo, guadagnando, di anno in anno, l’attenzione di chi ha ancora interesse a farsi stupire e al tempo stesso inquietare.

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  • 5 FILM PER UN “CATTIVO NATALE”

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    Se anche tu sei stufo del detto “A Natale siamo tutti più buoni” e di tutti gli stereotipi dolci e zuccherosi delle festività natalizie, dai un’occhiata a questa lista di cinque film per un “Cattivo Natale”!

    KRAMPUS – NATALE NON È SEMPRE NATALE (2015) – MICHAEL DOUGHERTY

    Disponibile su Rakuten TV, TIMVISION, CHILI, Apple iTunes, Infinity, Google Play

    Doveva accadere. Prima o poi qualcuno avrebbe dovuto fare un film su una delle creature dicembrine preferite dagli amanti dell’horror e che, non per niente, secondo la tradizione accompagna l’arrivo di Santa Claus: il Krampus! Per chi non sapesse di cosa si tratta, il Krampus è una figura mitologica dai tratti demoniaci derivante dalla tradizione religiosa-folkloristica delle zone europee di lingua tedesca, tuttora celebrata attraverso macabre sfilate il 5 dicembre in Austria, Croazia, Slovenia e Italia.

    Michael Dougherty ha pensato bene di sfruttare le sembianze mostruose del Krampus per realizzare una commedia-horror compatta e divertente. La storia è semplicissima: il Natale di una famiglia viene rovinato dall’arrivo di un Krampus. Fine. Niente di trascendentale, ma se sei in cerca di un film da vedere ai lumi di un albero di Natale e che intrattenga per poco più di un’ora e mezza, forse è il film che potrebbe fare al caso tuo. Ci sono anche gli elfi!

    BLACK CHRISTMAS (UN NATALE ROSSO SANGUE) (1974) – Bob Clark

    Disponibile gratuitamente su YouTube

    L’adattamento italiano del titolo, seppur discutibile, parla chiaro: Black Christmas è un proto-slasher natalizio coi controfiocchi, se non un capolavoro sicuramente un capo d’opera che in quanto tale è rimasto nella storia, la definizione di cult. 

    Proto-slasher perché stabilisce definitivamente tutti i tòpoi del genere, assieme a Reazione a catena di Bava (di tre anni prima) e a Non aprite quella porta di Hooper (dello stesso anno): dal gruppo di giovani malcapitati che – in un climax di tensione hitchcockiana – incontreranno la morte uno dopo l’altro, agli spazi d’azione circoscritti, alle soggettive che ispireranno Halloween di Carpenter, fino alla telefonata dell’assassino che verrà decostruita da Scream.

    Di grande livello è anche la regia che passa da inquietanti soggettive dell’omicida a sinuose oggettive delle vittime, così come sono favolosamente descritti i personaggi tramite cui Clark ritrae qualsiasi ceto sociale americano del tempo non risparmiando nessuno.

    Ma soprattutto: il “bodycount” arriva in una cornice natalizia davvero suggestiva e inusuale per il tempo! 

    INSIDE – À L’INTÉRIEUR (2007) – Alexandre Bustillo e Julien Maury

    Disponibile su Amazon Prime Video, TIMVISION e CHILI

    Si, va bene, grazie all’acclamazione della critica è uno degli horror che assieme a Martyrs, Frontiers – ai confini dell’inferno e Alta Tensione ha contribuito a riportare in auge il cinema horror francese lanciando l’ondata della “New French Extremity”, ma a noi interessa il Natale. C’è il Natale in Inside – À l’intérieur?

    La storia parla della vedova Sarah che alla vigilia di Natale, durante una visita medica, scopre che quel giorno corrisponde anche alla vigilia del suo parto. La stessa sera una donna misteriosa bussa alla porta di Sarah che, preoccupata, chiama subito la polizia, ma la donna non si arrende e farà di tutto per entrare in casa.

    Nell’intrecciarsi di home invasion, horror psicologico, splatter, allegorie cristologiche (il nascituro che dovrà vedere la luce esattamente il 25 dicembre) e riletture del mito della strega, l’atmosfera natalizia non è estremamente palesata nel film. C’è un “però”: il solo pensiero che tutte le vicende si svolgono alla vigilia di Natale contribuisce a regalare un’aura di inquietudine mai banale (e si intravede anche qualche lucina d’atmosfera qua e là).

    Il regalo che attende Sarah sotto all’albero non sarà dei più piacevoli.

    GREMLINS (1984) – JOE DANTE

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Lo so. Questo è scontato. Non può esistere amante del cinema che non conosca i mitici Gremlins, però fa sempre e solo bene un invito alla visione. Nel 1984 la regia di Joe Dante e la penna di Chris Columbus regalarono all’immaginario collettivo la prima trasposizione su pellicola della creatura folkloristica del Gremlin (non sono mai state indicate le sue sembianze, l’interpretazione dei due registi è interamente libera e personale), destinata a segnare tutta la tradizione natalizia ottantina e di tutti gli anni a venire. Una vera e propria commedia nera ad ambientazione natalizia, dove le malefiche e dispettose compagini di mostriciattoli a forma di goblin daranno sfoggio di tutte le loro abilità fra le luci di Natale della cittadina di Kingston Falls.

    Assolutamente iconici per l’utilizzo degli “animatronics” (splendida la duplice sembianza del delizioso Gizmo e delle sue arcigne e squamose evoluzioni) e per la loro caratterizzazione con le famose “tre regole” per essere accuditi: tenerli lontani dalla luce solare, non bagnarli per non farli moltiplicare e non dargli da mangiare dopo la mezzanotte (se non si vuole assistere alla nascita del loro lato maligno).

    Niente da dire: Gremlins è sempre l’opzione più valida per un 25 dicembre tutt’altro che zuccheroso e sdolcinato… E già che ci sei, perché non recuperare anche il seguito Gremlins 2 – La nuova stirpe?

    BABBO BASTARDO (2003) – TERRY ZWIGOFF

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Come potrebbe mancare l’icona anti-Natale per eccellenza in una lista dedicata a un “Cattivo Natale”?

    Willie (il protagonista interpretato da Billy Bob Thornton) è il Babbo Natale di un grande magazzino che con l’avvicinarsi del Natale dovrebbe rendere felici le fiumane di bimbi in trepidante attesa di esprimere i loro desideri. C’è un piccolo problema: Willie è alcolizzato, cinico, volgare, depresso, fumatore accanito e amante del sesso promiscuo. Per di più è anche un ex scassinatore professionista che si limita a compiere un unico grosso colpo all’anno. Si avvicina il Natale e Babbo Natale è deciso a compiere quell’unica rapina proprio in quel magazzino aiutato da Marcus, il suo fedele elfo socio in affari affetto da nanismo. Il Natale non è mai stato così sboccato e irriverente come con questo film… Provare per credere.

    Lo sapevi? A dicembre 2021 si è tenuta la settimana tematica dedicata interamente al Natale! Clicca qui per recuperarla.

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  • TRE FILM PER SOPRAVVIVERE AL BLOCCO DELLO SCRITTORE

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    Poche cose piacciono di più, a chi scrive per passione o per professione, che parlare del proprio mestiere: neanche lo scrittore più -fintamente- modesto è immune dalla tentazione un po’ vanesia di raccontare gioie e dolori del creare storie, personaggi, dialoghi. Perché anche raccontare del momento di crisi, quando le idee latitano e la pagina resta bianca è, a suo modo, una forma di divertimento, oltre che un momento di terapia e di intima confessione.
    E il cinema non è stato da meno: ci si diverte sempre un sacco a veder cuocere a fuoco lento scrittori e scrittrici sulla graticola della mancanza di idee. Allo stesso modo, il blocco dello scrittore è tra le cose più difficili da raffigurare al cinema con successo. Una persona che si riconosce in questo ostacolo della scrittura può trovare di conforto rivederlo tormentare qualcun altro, di fronte a un foglio irrimediabilmente bianco: tutti gli altri si annoierebbero a morte.

    Per questo, il cinema ha spesso rivolto un occhio particolarmente impietoso su questo momento della vita di uno scrittore: da Shining a madre!, lo sconfortante inaridimento del flusso creativo diventa occasione di mostrare l’altra faccia del successo, un volto privato fatto di notti insonni, dubbi esistenziali e, più raramente, occasioni di riscatto personale.

    BARTON FINK – È SUCCESSO A HOLLYWOOD – SGUARDO DI CLASSE E APOCALISSE CREATIVA

    L’idea per il film di Joel ed Ethan Coen, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1991, nasce, come molti dei film su questo tema -come sarà anche per Charlie Kaufman per Il ladro di orchidee-, dal blocco dello scrittore riscontrato dai due sceneggiatori durante la scrittura di un altro film, in questo caso Crocevia della morte. Lo scrittore in crisi in Barton Fink è invece l’eponimo drammaturgo di successo interpretato da John Turturro, cantore della gente comune, incaricato da un pomposo produttore di Hollywood di realizzare un film di pugilato in grado di mettere d’accordo pubblico e critica. Lo sfondo di questa gravosa impresa, dalle conseguenze sempre più inquietanti, è un umidiccio albergo di infimo ordine popolato dagli stravaganti personaggi tipici di un film dei Coen; in particolare il vicino di stanza Charlie Meadows (JohnGoodman), un commesso viaggiatore apparentemente amichevole.

    Non è un caso che l’ambientazione scelta per questo thriller psicologico dai risvolti horror sia la dorata Hollywood classica degli anni ‘40, la fabbrica dei sogni dominata da produttori rampanti e dal divismo. Il blocco dello scrittore che stritola Barton Fink è un granello di sabbia che blocca gli ingranaggi del delicato meccanismo industriale hollywoodiano, ma diventa anche sintomo dell’impossibilità conoscitiva di Fink nei confronti della classe sociale di cui vorrebbe spacciarsi come cantore, della “gente comune” che lui in realtà non riconosce più.

    Il fatiscente albergo di Los Angeles in cui alloggia Fink diventa ben presto ricettacolo di nevrosi creative, tensioni di classe e incubi storici, in cui il grande drammaturgo borghese diventa inerme testimone, di cui si scopre solo “un turista” e non il protagonista. La crisi della creatività del singolo nell’industria cinema assume in Barton Fink una dimensione quasi lovecraftiana, di orrore estremo e incommensurabile, che dalla piccola stanza umidiccia si allarga all’intero edificio sociale e lo inghiotte tra le fiamme. Lasciando con la nuda consapevolezza che ciò che cercavi, l’idea che hai inseguito per tutto il tempo, era quella piccola cosa che è sempre stata davanti ai tuoi occhi, fin dal principio.

    RUBY SPARK – SMONTARE IL MALE GAZE

    L’unico film non thriller di questo breve excursus è la commedia romantica di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Protagonista è lo scrittore in crisi Calvin (Paul Dano) che, per guarire dal proprio stallo creativo ed esistenziale, comincia a scrivere di una ragazza immaginaria, Ruby Sparks (Zoe Kazan, anche sceneggiatrice). Questa diventa improvvisamente concreta, e Calvin trova in lei una ragazza ideale perché può modificarne la personalità a suo piacimento, pigiando i tasti della propria macchina da scrivere per aggiungere o togliere parti di caratterizzazione e backstories. Inutile dire che la convivenza non sarà così semplice, soprattutto per uno scrittore con una grave insufficienza di vita vissuta.

    Ruby Sparks parte dall’assunto che è più probabile per una scrittrice creare con successo personaggi maschili verosimili che non il contrario. O, perlomeno, che è molto facile per uno scrittore adagiarsi nei propri preconcetti e ricorrere alla creazione di figure stereotipiche con la pretesa di verosimiglianza, e affollare così cinema e letteratura di personaggi femminili di cartone.

    Creata da uno scrittore in crisi che di donne non sa poi molto, Ruby Sparks viene scritta come la ragazza ideale proprio perché imperfetta in modo sistematico, costruita ad arte per rispecchiare un immaginario maschile di complessità che nasconde in realtà una grave mancanza di consapevolezza da parte del suo autore.

    L’arte creata senza consapevolezza è una creatura amorfa, e il rapporto tempestoso con il suo autore si conclude nell’unico modo possibile: con la ribellione della creatura nei confronti del creatore, con l’allontanamento dalle grinfie di una macchina da scrivere bugiarda. La cura per il blocco creativo è, come sempre, una doccia fredda di realtà; una cosciente analisi di sé e dei propri limiti, come autori e come persone immerse in un groviglio di relazioni che è l’anima della scrittura, e della vita.

    7 PSICOPATICI – LE REGOLE DELLA SCENEGGIATURA PERFETTA

    Nell’assolata Los Angeles di 7 psicopatici, lo sceneggiatore alcolizzato Marty (Colin Farrell) è bloccato sulla sua ultima sceneggiatura, 7 psicopatici, che trasforma a turno in una macabra storia di assassini, in un dramma personale e poi in una storia d’amore; il suo migliore amico Billy (Sam Rockwell) rapisce dei cani assieme al religiosissimo Hans (Christopher Walken) per truffarne i proprietari, fino al momento in cui rapiscono lo Shih Tzu della persona sbagliata; un misterioso serial killer sparge il panico in città, e potrebbe diventare la nuova fonte d’ispirazione per la sceneggiatura di Marty.

    Numerosi sono gli inizi possibili della black comedy di Martin McDonagh che ribalta continuamente le aspettative e gioca di anticipazioni, di false piste, di riflessi. Protagonista di 7 psicopatici è il puro e infantile piacere del raccontare, senza compromessi né scrupoli. Immaginarsi diversi da sé, ipotizzare inverosimili risoluzioni da film per una vicenda sempre più contorta: tutto diventa un gioco, il gioco del racconto. Per fare ciò dimostra anche l’utilità di conoscere le regole di base di questo gioco. Essere artisti “di talento” (qualsiasi cosa ciò significhi) serve a poco: bisogna conoscere le basi, per poterle rovesciare con coscienza e maturare. Martin McDonagh prende un qualsiasi manuale di sceneggiatura e ne segue a puntino i dettami. Prima di strapparne le pagine e dargli fuoco.

    Nel farlo ci ricorda che scrivere una buona sceneggiatura ha pure un qualcosa di intrinsecamente ludico: i meccanismi fondamentali di una storia sono sempre gli stessi, da più di duemila anni. Ciò che conta è il modo con cui noi demoliamo questi meccanismi per rimontarli in forme sempre uguali, sempre nuove.

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  • POOP SQUAD E STORYLAND DI RT POOP: UN NUOVO MODO DI FARE CINEMA?

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    Raffaele Tamarindo è il nome che si nasconde dietro al progetto RT poop, canale youtube dedicato alla creazione di poop: ovvero dei montaggi, solitamente di qualche minuto, creati utilizzando filmati esistenti, rivisitandoli e dando loro un significato molto diverso rispetto all’originale. Loop di immagini, spezzoni di dialoghi rimontati per creare dal nulla frasi di senso compiuto (o forse no) con il risultato di ottenere un filmato del tutto nuovo, spesso con l’obiettivo di provocare una risata nello spettatore.

    Raffaele Tamarindo

    Il canale RT poop viene aperto nel lontano 2017 con un video dedicato ad Alberto Angela, ed in breve riscuote un notevole successo, portando il creatore ad ampliare in fretta il proprio catalogo di personaggi inserendo Piero Angela, Don Matteo, Enrico Mentana, John Snow, Pablo Escobar ecc. E’ proprio su queste basi e ispirandosi al modello Marvel di Universo Condiviso portato agli estremi, nell’ottobre 2017 viene pubblicato il primo video della fortunata serie Poop Squad, un mega crossover in stile Avengers in cui i vari protagonisti del canale vengono uniti, creando un vero e proprio team con accostamenti al limite dell’assurdo, come Nonno Libero combattente al fianco di John Snow. Se questa semplice combinazione risulta di base geniale, il progetto diventa sempre più ambizioso con l’uscita di Poop Squad 2 – Age of Trump, in cui oltre ad aggiungere nuovi personaggi, Raffaele Tamarindo fa le prove generali per ciò che avverrà in seguito: se i video precedenti erano basati su brevi siparietti tra diversi personaggi o erano costruiti come dei trailer, con  Poop Squad 2 viene messo in scena un vero e proprio dialogo tra i membri del team, ottenuto attraverso il montaggio audio e video estrapolato dai film e serie tv da cui i protagonisti provengono.

    Ma è nel maggio del 2019 che avviene la svolta definitiva con Poop Squad 3 -Television War, frutto di un lavoro di 4 mesi: un vero e proprio film, con tanto di inizio, sviluppo e fine, della durata di 45 minuti. Quest’opera, oltre a essere probabilmente il crossover più ambizioso di sempre, si avvale anche della collaborazione di diversi doppiatori dei vari personaggi, in particolare Maurizio Merluzzo nel ruolo di Carlo Conti “Elettrico”, Daniele Giuliani nel ruolo di John Snow, Claudia Catani nel ruolo di Cersei “Celeste” Lannister, Salvatore Esposito nel ruolo di Genny Savastano ed Enrico Mentana nel ruolo di se stesso, che permettono a RT poop di costruire veri e propri dialoghi, mentre i personaggi sono completamente scontornati dai loro video e immersi in nuovi ambienti. Con Television War si perde anche l’idea di basare tutto su una comicità pura, con sequenze epiche (tra cui una che ricorda la famosa scena di Avengers: Endgame in cui Captain America solleva il martello di Thor, scena assolutamente non copiata, ma sviluppata per puro caso parallelamente al blockbuster Marvel), drammatiche e numerose risate amare, che ricordano per ispirazione la commedia all’italianaIn questo film viene anche introdotto un tema molto caro al regista, che verrà portato avanti ulteriormente nel successivo progetto Storyland, su cui viene costruito l’intero intreccio: la lotta per il dominio dell’industria dell’intrattenimento tra la Poop Squad e  i pilastri della trash television (di cui si fanno portatori, tra gli altri, Carlo Conti, Barbara D’Urso e Roberto Giacobbo). Tra colpi di scena, momenti toccanti e sequenze al cardiopalma il risultato è un piccolo gioiello. Tuttavia l’opera migliore di Raffaele Tamarindo deve ancora arrivare.

    Il 24 gennaio 2021 debutta il primo episodio di Storyland, una serie che si collega direttamente a Television War, ma che racconta allo stesso tempo una nuova storia. Il mondo creato da RT poop non ha più confini ormai, per cui diventa naturale vedere interagire Fantozzi con Darth Vader o diverse versioni dello stesso personaggio che sono diventate iconiche nella cultura pop, anticipando in questo senso progetti come Spider Man – No Way Home.  Se le prime due puntate sono pregevoli da un punto di vista tecnico, è con il terzo e il quarto episodio che il livello si alza mostruosamente. La terza puntata ci regala grandi risate e momenti di sincera commozione, con una sceneggiatura di grande intelligenza, tra partite a bridge che diventano il simbolo di un’amicizia e la creazione di legami tra personaggi di cui non sapevamo di avere bisogno, come tra Thanos e la signora Fletcher o tra Nonno Libero e Capitan Barbossa, grazie anche al coinvolgimento di Pietro Ubaldi, doppiatore di Geoffrey Rush. E’ tuttavia con il quarto capitolo che Storyland mostra tutta la sua potenza, sfruttando appieno il concetto su cui si basa la poop: riprendere immagini di altre opere e donare loro un nuovo significato, una tecnica che può letteralmente trascendere la morte, una creatività che può far rivivere sogni e ricordi, che raggiunge il culmine nel commovente finale in cui difficilmente si possono trattenere le lacrime. L’abilità di RT poop come sceneggiatore si ritrova anche nella prima scena di dialogo tra due personaggi in cui il regista ha potuto dirigere i doppiatori di entrambi: Maurizio Merluzzo come Ragnar di Vikings e Benedetta Degli Innocenti come Rey di Star Wars. L’interpretazione di quest’ultima, unita alla nuova caratterizzazione del personaggio, dona al pubblico una Rey più apprezzabile di quella presente nell’intera ultima trilogia di Star Wars. Una creatività straripante che produce un’opera che per il sottoscritto non si può che definire Cinema con la C maiuscola, un progetto che lotta contro l’oscurità del conformismo a cui cinema e serie tv stanno andando incontro negli ultimi anni. Potete supportare il progetto di Raffaele su Patreon.

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  • TIM BURTON E IL POLITICALLY CORRECT – WEDNESDAY E INCLUSIVITÀ

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    Il 23 novembre è stata rilasciata su Netflix Wednesday, lo spin-off della Famiglia Addams creato da Tim Burton. La serie ha riscosso subito molto successo, ottenendo un notevole riscontro mediatico soprattutto su Instagram e Tik Tok. Ci sono state tuttavia anche diverse polemiche, specialmente su Twitter, a proposito del rapporto tra Burton e l’inclusività nel cast. 

    Il regista era già stato oggetto di accuse di razzismo in diverse occasioni, arrivando a dire nel 2021 in un’intervista alla festa del cinema di Roma che «Non si può più dire nulla. Credo sia una situazione opprimente per tutti. Personalmente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno»

    Con Wednesday nello specifico il problema secondo molti starebbe nell’aver rappresentato come negativi due personaggi (Bianca Barclay e Lucas Walker) interpretati da attori di colore (Joy Sunday e Iman Marson).

    Per quanto sia giusto pretendere inclusività e rispetto nelle rappresentazioni seriali e cinematografiche è tuttavia il caso di chiedersi se assumere questa chiave di lettura in maniera assoluta non porti ad interpretazioni erronee, anche nei confronti dei propri obiettivi.

    Dunque, due personaggi interpretati da attori neri sarebbero negativi, ma qual è il primo impatto che abbiamo con Bianca? Burton ce la presenta come una ragazza popolare, sicura di sé, circondata da amici e ancora coinvolta in un rapporto travagliato con il suo ex fidanzato Xavier. Non esattamente una persona emarginata e sola. La figura di Lucas Walker dà la medesima idea di un ragazzo con autostima e tranquillamente ambientato. Sarebbe necessario riflettere se queste caratteristiche non delineino un’immagine della comunità BIPOC ancor migliore di quanto avrebbe fatto proporre dei personaggi scialbi, privi di personalità e ipocritamente “buoni”.

    LE SCELTE DEL CAST

    L’universo narrativo creato da Tim Burton ha comunque un rapporto controverso con la rappresentazione inclusiva. Il regista infatti predilige da sempre attori bianchi e sebbene non l’abbia mai ammesso pubblicamente con queste parole, in molti credono che Burton ritenga le persone bianche, con il loro colorito e le loro caratteristiche, più adeguate al suo aesthetic. Samuel L. Jackson in “Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” (2016) e pochi altri casi sono peculiari eccezioni nella filmografia di Burton, che ha schiettamente criticato il concetto di “politically correct” a proposito della sitcom “La famiglia Brady”, ritenendolo nei fatti più offensivo degli stessi contenuti che cerca di regolare. In Burton la narrazione predomina e lo stile che vi si accorda è subordinato all’essenza del film.

     Things either call for things, or they don’t 

    (Burton)

    Anche questo punto suscita domande le cui risposte non sono affatto scontate e vanno a toccare tematiche sia etiche sia legate all’autorialità del regista. 

    L’estetica di Tim Burton è uscita dagli schermi del cinema ormai da tempo, assumendo quasi più l’accezione di riferimento culturale che di stile di un autore. Lo straordinario successo del regista e la popolarità delle sue opere più significative hanno garantito longevità alla sua maniera, ormai parte di un vero e proprio immaginario comune. È quindi necessario chiedersi, fino a che punto questo universo appartiene ancora a Burton?  Un interrogativo che assume ancora più valore se riferito al presente che stiamo vivendo, caratterizzato da un’estrema facilità nella creazione di contenuti accessibili a chiunque sui social. Dunque, chiunque in qualità di fan voglia far proprio l’aesthetic di Tim Burton, magari richiamandolo con riferimenti precisi in foto e video postati, può farlo senza preoccuparsi dell’opinione del suo creatore. Una prospettiva questa che in realtà non era mai stata messa in discussione, diversamente dall’aspetto di questa polemica che riguarda nello specifico i film.

    Alla domanda: «in quali colori sogni?» Tim Burton risponde: «bianco».

    L’ULTIMA PAROLA STA AL REGISTA?

    Pur realizzando opere per un pubblico vastissimo e variegato, è giusto che l’autore in quanto tale continui ad avere autorità sui suoi lavori, tanto più in un caso così legato al vissuto e all’interiorità del regista. Non si tratta di credere che “solo alle persone bianche capitino cose strane” o che “i neri non possano essere tristi”, come molti utenti hanno scritto negli ultimi anni sui vari social. È la visione del mondo di Tim Burton e se ne fossero mancate le basi (personaggi talmente bianchi da risultare quasi malati, atteggiamenti straniati, estetica goth, riferimento ai miti della sua infanzia) il cosmo che è stato poi amato dal pubblico non sarebbe mai esistito; inoltre, con Wednesday Burton ha dimostrato di riuscire comunque ad includere la diversità, solo si rifiuta di scadere nel banale. Ma come abbiamo detto, il suo modo di presentarci Bianca e Lucas, in fondo, è solo apprezzabile.

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  • BRAD PITT – SUCCESSI E DIETRO LE QUINTE DELLA STAR

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    VITA E CARRIERA DI UNA DELLE “ULTIME STAR DEL GRANDE SCHERMO”

    In occasione del 59esimo compleanno di Brad Pitt ripercorriamo le fasi salienti della sua carriera e alcune delle sue migliori performance. 

    L’amore di Brad Pitt per il cinema nasce ai tempi del liceo e con il passare del tempo diventa sempre più forte. Dopo il liceo inizia a studiare giornalismo all’università del Missouri, un percorso che decide di abbandonare per inseguire il suo sogno di diventare attore. I primi anni sono particolarmente difficili, con i pochi soldi che riesce a racimolare facendo i lavori più disparati deve vivere e pagarsi le lezioni di recitazione. La sua carriera prende il via nel 1987, quando inizia a ottenere piccoli ruoli in vari film. Riesce a farsi notare solo nel 1991, quando interpreta J.D. in Thelma & Louise (Ridley Scott). Se inizialmente si fa notare soprattutto per la sua bellezza, negli anni interpreta ruoli molto diversi tra loro dando prova della sua versatilità. Da quel momento, la sua carriera è un susseguirsi di successi, prova ne sono gli innumerevoli premi vinti, tra cui ricordiamo: un Oscar, un Golden Globe, un Emmy, un BAFTA e quattro MTV Awards. Anche Quentin Tarantino non ha potuto fare a meno di notare la sua unicità e ha affermato: 

    “He’s one of the last remaining big-screen movie stars. It’s just a different breed of man. And frankly, I don’t think you can describe exactly what that is because it’s like describing starshine.”

    “È una delle ultime star del grande schermo rimaste. È una specie diversa di uomo. E francamente non credo che si possa descrivere esattamente cosa sia, perché sarebbe come descrivere la luce delle stelle”.

    Nel corso degli anni il modo di fare cinema di Brad Pitt è cambiato. Se inizialmente era il perenne protagonista, oggi lavora maggiormente come produttore cinematografico. Di conseguenza, le sue apparizioni sullo schermo sono diventate molto più sporadiche. Nel 2001 l’attore ha persino fondato una casa di produzione con Jennifer Aniston e Brad Grey dal nome Plan B Entertainment. Quest’ultima ha realizzato diversi film di successo, tra cui il recentissimo Blonde (Andrew Dominik, 2022).

    Anche il suo stile è cambiato molto. Sotto la guida dello stilista Haans Nicholas Mott, il suo abbigliamento è diventato molto più informale e colorato. Pensiamo a come si è presentato sul red carpet di Venezia per la presentazione di Blonde: un classico smoking nero con papillon reso casual dagli accessori, quali le Adidas Gazzelle nere e occhiali da sole. Ancora, al red carpet di Berlino per Bullet Train, indossava giacca e gonna in lino con degli anfibi.

    Sebbene la sua vita sia stata costellata di successi, non sono comunque mancati i momenti difficili nella vita del celebre attore. In occasione della chiacchierata tra l’attore e Anthony Hopkins per il magazine Interview, Pitt ha raccontato di essersi rifugiato nell’alcol per scappare dai suoi errori nel passato. Dopo il divorzio con Angelina Jolie nel 2016, ha deciso di concentrarsi su se stesso e di prendersi cura della sua salute. Così, ha chiuso con il suo passato di dipendenze da alcol e sigarette. Dopodiché, si è dovuto prendere cura della sua salute mentale. In un’intervista a CG, l’attore ha anche raccontato di avere fatto i conti con la solitudine e con una leggera forma di depressione.

    ALCUNE TRA LE MIGLIORI PERFORMANCE DI BRAD PITT

    A pochi giorni dall’uscita di Babylon, film che vede Brad Pitt tra i protagonisti, ricordiamo le interpretazioni più iconiche dell’attore, aggiungendo qualche curiosità sulle sue performance nei panni di diversi personaggi.

    SE7EN (David Fincher, 1995)

    Thriller diretto da David Fincher, Se7en vede Brad Pitt nei panni del giovane detective Mills che, con il suo anziano collega Somerset (Morgan Freeman), è alla ricerca di un serial killer ossessionato dai sette peccati capitali. Oggi il film è elogiato come un cult che ha contribuito a rinnovare ed è diventato un punto di riferimento del genere thriller. Se l’interpretazione di Pitt è degna di nota nel film, lo è ancora di più se consideriamo che nella scena in cui il detective Mills insegue il ricercato sotto la pioggia, cade e si rompe il braccio. In realtà, Brad Pitt era caduto veramente durante le riprese rompendosi il braccio. Anche dopo l’operazione al braccio di Pitt, la produzione decise di non interrompere le riprese e di modificare la trama del film. Così, anche nel film, il detective Mills si sarebbe rotto il braccio e Pitt avrebbe continuato a recitare con il gesso. 

    FIGHT CLUB (David Fincher, 1999)

    Il film racconta la storia di un uomo di trent’anni (Edward Norton) che è insofferente e la notte non riesce più a dormire. L’unico modo in cui sembra trovare sollievo ai suoi problemi è frequentare i gruppi di incontro per malati gravi. Proprio qui conosce Marla Singer (Helena Bonham Carter), una ragazza che come lui finge di essere malata. E’ durante uno dei suoi viaggi di lavoro, invece, che conosce Tyler Durden (Brad Pitt). Tra il protagonista e Tyler si instaura un rapporto bizzarro, dal quale nasce il Fight Club.

    Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk del 1996, che è diventato un best seller mondiale dopo l’uscita del film. L’autore ha preso ispirazione da un’esperienza personale per scrivere il libro: in un campeggio era stato picchiato dai vicini di tenda per essersi lamentato di alcuni schiamazzi. Dopo l’aggressione, colpito dal fatto che nessuno gli chiedesse cosa fosse successo nonostante fosse ricoperto di lividi e ferite, realizza che nessuno è veramente disposto a impegnarsi con il prossimo a livello personale. Per calarsi perfettamente nella parte, Brad Pitt ed Edward Norton si sono dovuti sottoporre a una specifica preparazione. In particolare, i due hanno frequentato corsi di lotta libera e hanno imparato a fabbricare il sapone. Inoltre, Pitt si è fatto scheggiare un dente dal dentista per rendere il risultato del pugno da parte del narratore più credibile. Tra l’altro, all’inizio del film, quando il narratore da un pugno a Tyler, l’espressione di sorpresa di quest’ultimo è sincera: non era previsto infatti che Edward Norton lo colpisse realmente, si è trattato di un cambiamento fatto dal regista e non comunicato a Brad Pitt, così che la reazione dell’attore fosse spontanea. 

    IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON (David Fincher, 2008)

    Il film è un adattamento dell’omonimo racconto breve di F. Scott Fitzgerald, il quale si è a sua volta ispirato alla frase di Mark Twain: “La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18”. Brad Pitt interpreta un uomo che invecchia al contrario: nasce anziano per poi diventare sempre più giovane con il passare degli anni. In questo caso, è stato fatto un enorme lavoro da parte dei truccatori per l’invecchiamento e il ringiovanimento dell’attore. È stato anche fondamentale il lavoro da parte delle tecniche digitali, quali la motion picture. 

    BASTARDI SENZA GLORIA (Quentin Tarantino, 2009)

    Ricordiamo, infine, il film di Tarantino con incassi più alti dai tempi di Pulp Fiction. Qui, Brad Pitt interpreta l’Ufficiale Aldo Raine, che riunisce un gruppo di soldati ebrei con lo scopo di punire i nazisti tramite una serie di atti violenti. Il film è un omaggio a Quel maledetto treno blindato (1978) di Enzo Castellari, il cui titolo inglese è Inglorious Bastards. Tarantino ne ha ripreso il titolo inserendo qualche errore grammaticale e facendolo diventare Inglourious Basterds. Cambiando così il titolo che inizialmente era stato pensato per il film: Once Upon a Time in Occupied France. Infatti, quando Aldo Raine finge di essere un attore italiano dal nome Enzo Gorlomi, la battuta vuole essere un chiaro riferimento a Enzo G. Castellari, il cui vero nome è Enzo Girolami. 

    Per concludere, Brad Pitt è indubbiamente un professionista dalle rare e innate doti attoriali, di cui forse ne esiste uno su un milione. Ha dedicato tutta la sua vita al cinema vestendo i panni di personaggi iconici e collaborando con registi del calibro di Quentin Tarantino, David Fincher, Steven Soderbergh e Terrence Malick.

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