Category: Approfondimenti

  • TIM BURTON E L’ANIMAZIONE IN STOP MOTION

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    “Anybody with artistic ambitions is always trying to reconnect with the way they saw things as a child.”

    Tim Burton

    Tim Burton, autore di alcuni tra i più bei film d’animazione di sempre, fu fin da piccolo legato al mondo dell’illustrazione e dell’infanzia. La passione sviluppata già da bambino per soggetti gotici, figure allungate e lugubri, non svanì quando crebbe. I suoi film, sia in live action ma soprattutto in stop motion, sono caricati di una vera e propria poetica, che tuttavia Burton non riuscirà a imporre da subito. 

    Il regista iniziò la sua carriera nel mondo del cinema lavorando come animatore per la Disney, e partecipando alla realizzazione di “Red e Toby – Nemiciamici” (1981). Un’esperienza a suo parere limitante e tediosa, che niente aveva a che fare con il suo mondo interiore. Con “Vincent” invece, il suo primo cortometraggio risalente al 1982, Burton potè finalmente esprimersi più liberamente, creando un universo in stop motion caratterizzato da un’estetica decadente e sinistra che rivivrà in ogni sua opera d’animazione. 

    VINCENT (1982)

    Con Vincent la vena creativa di Tim Burton vede la luce. Un inquietante bianco e nero, figure lunge e dagli atteggiamenti alienati, paranoia e un vivo espressionismo sono gli elementi che caratterizzano il primo corto del regista, quasi interamente autoprodotto. Poche persone all’epoca credevano in lui e nel successo che avrebbe potuto avere. Ironico, dato che Vincent sarà sempre un riferimento a cui guarderanno i grandi successi venuti in seguito, con un citazionismo talvolta evidente, talvolta più velato. 

    La linea di confine di realtà e fantasia nel cortometraggio è confusa e mistificata, enfatizzando le tenebrose paranoie provate dal protagonista. Spicca inoltre una forte componente autobiografica: Burton ci parla di un bambino fortemente disadattato, in contrasto con i genitori e ossessionato da un’estetica horror, dai racconti di Poe e da film dell’attore Vincent Price. Difficile non pensare all’infanzia dello stesso Tim, il quale non solo aveva avuto gli stessi interessi, ma aveva provato le stesse tensioni con i suoi genitori e passando anche lui molto tempo in solitudine a guardare film. 

    Così, lavorando con il cameraman Victor Abladov e con gli animatori Rick Heinrichs, Stephen Chiodo, Tim Burton realizza Vincent, dando un vero inizio alla sua carriera. 

    NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993)

    Nel periodo in cui stava lavorando al mediometraggio Frankenweenee (1984) Tim Burton si lascia affascinare dal libro per bambini “How the Grinch Stole Christmas”, e ne studia gli elementi fondamentali che inserirà poi, insieme ai suoi tipici tratti macabri già delineati in Vincent, nel suo successivo lavoro in stop motion del 1993, “Nightmare before Christmas”. La Disney decide di non firmarlo, e anzi è difficile per Burton persino farlo approvare. Viene quindi infatti affidato alla Touchstone, la sua etichetta secondaria, ed è questo un grandissimo errore da parte della casa di produzione visto l’enorme successo che sarebbe giunto dopo poco tempo. 

    “Nightmare before Christmas” è uno dei film più caratteristici di Tim Burton. È quasi paradossale quindi che non l’abbia diretto lui. La regia infatti viene affidata a Henry Selick e Burton, già impegnato con altri progetti, si limita a sceneggiarlo e produrlo, ma ciononostante la sua influenza è evidente. Dietro le tenebrose maschere degli abitanti del paese di Halloween si nascondono una forte emotività e dei sentimenti delicati. Burton riesce quindi, con il suo solito connubio di elegante e grottesco, a rappresentare in modo leggero e ironico dei veri e proprio mostri che vorrebbero essere qualcosa di diverso, ma in ultima istanza sono troppo legati alla loro vera natura e il tentativo di occuparsi del Natale risulta così fallimentare.

    Jack Skeleton è oggi ritenuto il personaggio Disney più famoso insieme a Topolino e Winnie the Pooh, e soprattutto in Giappone è diventato una vera e propria icona.

    LA SPOSA CADAVERE (2005)

    Sempre con la stop motion Burton dà vita nel 2005 ad un altro capolavoro, “La sposa cadavere”. Il film è impostato sovrapponendo i diversi piani del musical, del dramma e della commedia (e con riferimenti alle Silly Symphonies), enfatizzando il più possibile la lunghezza delle figure che risultano a stento umane e i colori tetri. Proprio con i corpi umani il regista gioca, al fine di rendere chiaro il ruolo di ogni personaggio nella storia, definendo dei veri e propri “tipi”. L’austerità della madre di Victoria è sottolineata da tratti possenti, mentre suo padre è esageratamente basso e grasso, e ha sempre un’espressione truce sul viso. Allo stesso tempo il padre di Victor, più mite di sua moglie, non ha caratteristiche particolarmente evidenti, mentre l’estro di lei è reso visibile anche fisicamente. 

    Nonostante “La sposa cadavere” sia uno dei miglior film in stop motion, questa tecnica non è utilizzata costantemente nel film. Molto spesso anzi si ricorre alla CGI per scene difficilmente realizzabili in stop motion, come i movimenti di un personaggio più piccolo, più sciolti e veloci. 

    Con una colonna sonora macabra e un uso dei colori ricco di significato, il mondo dei vivi e la borghesia in particolare vengono dipinti come un universo squallido e vuoto. Al contrario, l’oltretomba assume una nuova connotazione, più ricca di emozioni, energia, e paradossalmente viva.

    FRANKENWEENIE (2013)

    L’ultimo lavoro in stop motion di Tim Burton riprende il mediometraggio del 1984 grazie a cui dovette abbandonare la Disney. Frankenweenie, il triste racconto di un bambino molto solo che cerca di riportare in vita il suo cane ormai morto, era già stato realizzato in live action. Nel 2012, il remake animato creato da Burton è un lungometraggio molto più profondo e dettagliato, e ha il sapore di riscatto con la casa di produzione che per lo stesso progetto lo aveva cacciato

    Anche in questo caso è possibile vedere alcuni elementi autobiografici della vita del regista, inserito in un contesto a cui non si sentiva adatto e proiettato a temi più cupi che i suoi coetanei e vicini di casa riuscissero a concepire. 

    Quest’ultimo lavoro non ebbe purtroppo il successo raggiunto dai film precedenti, testimoniando l’inizio di una crisi creativa del regista.

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  • L’ultima tentazione di Cristo – Il Vangelo secondo Scorsese

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    “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”

    (Vangelo secondo Giovanni, 1, v. 14)

    Il movimento critico della politique des auters, nato in Francia negli anni ’50, indicava col termine “scarto” i film meno riusciti dell’opera di un regista meritevole del titolo di “autore”. Dell’opera di Martin Scorsese, L’ultima tentazione di Cristo (1988) rappresenta certamente e per diversi motivi lo “scarto”, il pezzo non del tutto riuscito, la nota stonata all’interno della composizione. In parte per la povertà di mezzi, dovuta al basso budget di soli 7 milioni, in parte per i tempi di ripresa molto stretti (58 giorni in Marocco), fattori che hanno portato secondo Scorsese a una “situazione d’emergenza” che l’ha costretto a girare un film sicuramente più ridotto rispetto a quello che aveva inizialmente pensato. Non aiuta poi il fatto che all’uscita sia stato oggetto di uno scandalo mediatico di ampissime dimensioni, alimentato da associazioni e gruppi religiosi (uno di questi arrivò addirittura ad incendiare un cinema dove il film veniva proiettato), che per anni ha dominato la discussione attorno alla pellicola oscurandone il valore artistico. 

    Tuttavia, come la politique des auters ci insegna, è dagli “scarti” che bisogna partire per poter apprezzare nella sua interezza l’opera di un autore. Scarti che, spesso, si dimostrano interessanti tanto (se non di più) quanto i capolavori riconosciuti. 

    UN PASSION PROJECY

    Il film nasce da un’enorme passione di Martin Scorsese, il quale desiderava sin da bambino dirigere un film sulla vita di Gesù.

    Infatti, la religione, nello specifico quella cattolico-cristiana in cui è stato cresciuto, ha avuto un’enorme influenza sul regista, che possiamo riscontrare in tutta la sua opera (si pensi ad esempio al successivo Silence). Parlando alla Catholic Media Conference a Québec, nel 2017, Scorsese ha affermato “L’atmosfera in chiesa è qualcosa di molto pacifico. Il potere della chiesa era una sorta di balsamo”, contrapponendo l’esperienza della messa alla sua vita quotidiana tumultuosa nelle strade malfamate di Little Italy. Scorsese aveva addirittura considerato la possibilità di farsi prete, ma il progetto era fallito dopo un anno di seminario. 

    L’idea di un film sul profeta del cristianesimo si sarebbe consolidata a seguito della lettura del romanzo L’ultima tentazione di Cristo, avvenuta nel 1972, durante le riprese del suo secondo film, America 1929-Sterminateli senza pietà (1972). A consigliarglielo era stata la giovane attrice protagonista: Barbara Hershey. Il libro dello scrittore greco Nikos Kazantzakis aveva causato indignazione a causa della notevole distanza dalle vicende descritte dalla Bibbia, ma ciò non fece demordere il regista, che affidò la sceneggiatura del suo progetto al collaboratore Paul Schrader. 

    Dopo una falsa partenza nel 1983 sotto la Paramount Pictures (il tutto si interruppe a pochi giorni dall’inizio delle riprese a causa di proteste seguite all’annuncio della produzione), nel 1987 il regista riuscì a rimettere in piedi il progetto, sotto le insegne della Universal Studios e con limitazioni rispetto all’idea iniziale.

    Barbara Hershey, interprete di Maddalena, doveva ri-applicare da sola i propri tatuaggi, non essendoci abbastanza truccatori

    Scorsese stesso, nel corso degli anni, si era impegnato per raccogliere fondi, lottando con unghie e denti per dare luce ad un progetto a cui evidentemente credeva molto e che, di lì a poco, gli avrebbe creato non pochi problemi. Le difficoltà incontrate nella lavorazione, che emergono dallo stesso prodotto finito, non soffocano comunque il risultato finale: l’impegno del regista e l’interesse verso il soggetto emergono prepotentemente dalle immagini su schermo e dalla narrazione.

    ANIMA E CORPO: UN GESU’ UMANO 

    “Io sono un bugiardo. Un ipocrita. Ho paura di qualsiasi cosa. Non dico mai la verità perché non ho abbastanza coraggio. Quando vedo una donna io divento rosso e mi giro dall’altra parte. Io la vorrei, ma non la prendo, per Lui [Dio], e dopo sono così fiero di me, ma il mio orgoglio distrugge Maddalena. Io non uccido, non rubo e non combatto, e tutto questo non perché non lo voglia, ma perché ho paura” 

    (L’ultima tentazione di Cristo, 1988)

    Al centro di gran parte delle proteste nate da questo film c’è il personaggio di Gesù, interpretato da Willem Dafoe (che nell’anno d’uscita compiva proprio 33 anni). Il protagonista ci viene presentato come un essere in lotta con sé stesso, tormentato da una voce di cui non comprende l’origine ed intento, ironicamente, a fabbricare croci per i romani. Le prime immagini che abbiamo di lui rimandano già al destino che solo noi spettatori conosciamo: le braccia divaricate sulla croce, la schiena ricoperta di ferite (in questo caso autoinflitte); il viso ricoperto del sangue di un uomo crocifisso, schizzatogli addosso. 

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    Il percorso di questo Gesù verso la morte e risurrezione è già avviato, come la narrazione filmica ci fa intendere, ma diversamente dai classici racconti biblici noi spettatori siamo incerti riguardo al come ci arriverà.

    Il Gesù di Scorsese (e di Kazantzakis), infatti, non è un personaggio rassicurante, ma piuttosto un coacervo di contraddizioni, di incertezze, di paure e di difetti. Incerto riguardo alla propria natura (per buona parte del film questiona la paternità divina) e su come interpretare i segnali che riceve e gli avvenimenti che lo circondano, il Gesù di Scorsese si muove a tentativi nella speranza di compiere ogni volta il passo giusto, quello che lo porterà al compimento della volontà di Dio e, spera, alla pace. In ciò, viene coadiuvato dalle diverse idee che gli altri hanno riguardo al ruolo di Messia: Giuda (interpretato da Harvey Keitel) lo vorrebbe guerriero contro i romani, Giovanni Battista violento estirpatore del male morale. Dopo una prima fase di predicazione pacifica decide di cambiare rotta e assumere un atteggiamento molto più autoritario, ispirato da una visione di ambigua interpretazione. La sua strada, al contrario di quella di molti altri Gesù nella storia del cinema, non sembra spianata, e anche una volta assunta la consapevolezza di dover morire sulla croce cerca di rimandare il proprio destino, preferendo la morte in battaglia.

    È stata però soprattutto “l’ultima tentazione” del titolo a far montare il caso mediatico. Nella mezz’ora di film finale, infatti, Gesù sceglie, su consiglio di un ‘angelo custode’, di scendere dalla croce prima di morire e di condurre una vita da uomo comune, con tanto di mogli e figli. 

    L’angelo custode si scoprirà poi essere Satana e l’esistenza vissuta solo una visione che Gesù respinge per “tornare” sulla croce e compiere il proprio destino, ma nonostante ciò lo sdegno collettivo è rimasto.

    Nel prologo del libro, Kazantzakis, forse prevedendo le incomprensioni che sarebbero nate, racconta il proprio travagliato percorso di fede: “La mia principale angoscia e la fonte di tutte le mie gioie e i miei dolori dalla mia giovinezza in poi è stata l’incessante, impietosa battaglia tra lo spirito e la carne. (…) Amavo il mio corpo e non volevo che perisse; amavo la mia anima e non volevo che decadesse”. È dunque sulla propria battaglia personale tra spirito e corpo, tra sacro e profano, che lo scrittore basa la parabola del suo Gesù.

    Nel riprendere all’inizio del proprio film alcune delle parole dell’autore, Scorsese ci comunica di star assumendo la stessa visione. Il percorso del profeta verso il sacrificio finale e supremo non ha senso se a compierlo è un personaggio che non ha incontrato ostacoli lungo il proprio percorso, che non ha vissuto a pieno la propria umanità prima che la propria divinità, che in sostanza non ha sofferto la perdita di ciò che avrebbe potuto avere. Da qui la natura fondamentale di quest’ultima sezione, che rappresenta il completamento dell’arco narrativo di questo Gesù, il quale non è costretto ad immolarsi per l’umanità, ma sceglie liberamente questo destino a seguito di un percorso spirituale estremamente accidentato e offre, come Kazantzakis riassume bene, “un modello supremo all’uomo che soffre”

    La sua è, insomma, la storia di un uomo alla ricerca della traiettoria della propria vita.

    “Padre… Riprendimi con te. Voglio portare al mondo la salvezza! Sii felice del mio ritorno! Accoglimi, padre, voglio essere tuo figlio! Voglio pagare il prezzo! Voglio essere crocifisso e voglio risorgere! Voglio essere il Messia!”

    (L’ultima tentazione di Cristo, 1988)

    POOR JERUSALEM: UNA GALILEA NEL CAOS

    A questa rappresentazione molto più terrena di Gesù si accompagna una visione non idilliaca dei territori in cui la storia del profeta si consuma. La Palestina che Scorsese ci riporta è una terra lacerata da lotte intestine e contro l’oppressore romano, un contesto che è impossibile eliminare da qualsiasi adattamento dei Vangeli ma che forse mai come qui ci viene restituito nella propria violenza. 

    Il percorso spirituale di Gesù si intreccia sin dall’inizio con le politiche del suo paese, in primis per il legame con Giuda, membro di un’organizzazione ribelle, e in secondo luogo perché il ruolo autoimpostosi di “Messia” oscilla continuamente tra lo spirituale e il politico. Le diverse interpretazioni della figura messianica sono ben racchiuse da due figure in particolare.

    La prima è quella di Ponzio Pilato (interpretato da David Bowie). Durante il processo di Gesù, questi assume le funzioni di un burocrate in atto di giudizio, e si approccia al protagonista come a un qualsiasi rivoltoso, lasciando intendere che il colloquio sia per lui routine (“Abbiamo un posto anche per te, sul Golgota. Lassù ci sono già 3000 teschi, forse anche di più”). Non prova fascinazione per la sua figura o interesse per i suoi metodi, perché, come afferma lui stesso, “Non ci importa il modo in cui vuoi cambiare le cose. Non vogliamo che cambino, tutto qui”. Gesù viene dunque giudicato come una figura il cui intervento è prettamente politico, capace di incitare alla rivolta e capovolgere le strutture della società.

    La seconda figura è quella di San Paolo, che appare nella parte finale. Il protagonista lo incontra mentre sta raccontando la sua versione della vita del profeta, maggiormente aderente alla versione evangelica (crocefissione seguita da risuscitazione). Quando Gesù smentisce i fatti da lui raccontati, il predicatore dimostra comunque di voler riferire la propria verità perché è quella “di cui la gente aveva bisogno, quella a cui voleva credere”. Il ruolo di Gesù secondo Paolo, dunque, è quello di guida spirituale, di fonte d’ispirazione che possa dare conforto alla popolazione. Poco importa se questa visione sia reale o meno: il Messia per Paolo non è una persona in carne ed ossa ma un simbolo che può piegare a suo piacimento per dare speranza al popolo.

    I luoghi e gli eventi, anche quelli più straordinari e simbolici, lungi dall’avere la patina luminosa solitamente assunta dai prodotti tratti dalla Bibbia (specialmente quelli italiani), o la natura da kolossal dei film americani del cinema classico, vengono rappresentati in tutta la loro crudezza e natura spoglia, con una fotografia coadiuvante che mette in risalto il rosso del sangue, elemento ricorrente e fondamentale. 

    Il viaggio di Gesù, così, pur essendo costellato dall’iconografia cristiana tipica (i miracoli, le stimmate, i serpenti, il fuoco…) non assume dimensioni epiche o gioiose, ma piuttosto un tono inquietante e cupo perfettamente in linea con lo stato d’animo del protagonista e il contesto socio-storico. L’esempio più evidente di questa trasformazione delle icone religiose, assunte come positive dalla Chiesa ma dotate in realtà di una loro dimensione concreta molto più perturbante, è la scena in cui, riprendendo un’immagine del cattolicesimo controriformista (L’immagine-Cristo, Giammario Di Risio), Gesù si sfila il cuore dal petto e lo mostra ai propri discepoli. Una scena che, grazie anche alla musica e alla scelta delle luci, non sfigurerebbe in un film horror.

    A questi elementi si aggiungono poi alcune (probabili) invenzioni di Scorsese che contribuiscono a ibridare le icone classiche col tono molto più terreno della pellicola: durante l’ultima cena il vino si trasforma davvero in sangue, colando poi sul pane; Gesù e Maddalena (interpretata da Barbara Hershey), a seguito della mancata crocefissione, ricreano l’iconica Pietà di Michelangelo, in una situazione che terminerà poi in un rapporto sessuale.

    La Palestina de L’ultima tentazione di Cristo non è molto distante, così, dalla New York di Taxi Driver (1976) o di Quei bravi ragazzi (1990), popolata da figure poco raccomandabili e divorata dalla violenza, dalla corruzione e dalla politica. Non molto distante, insomma, dalla Little Italy dell’infanzia del regista.

    CONCLUSIONI

    Su L’ultima tentazione di Cristo si potrebbero spendere tante altre parole: non abbiamo avuto modo ad esempio di parlare della meravigliosa colonna sonora di Peter Gabriel, uno dei pochi aspetti riconosciuti come positivi già all’epoca dell’uscita, né dei personaggi secondari. Dimostrazione, questa, di quanto in realtà il film possa offrire, una volta scrostata l’aura scandalosa e superate le incertezze relative ad una visione molto più tetra delle vicende bibliche con cui il pubblico italofono sarà entrato a contatto almeno una volta. 

    Certo, non è un film perfetto (eccessivamente verboso in certi punti, con alcune interpretazioni non del tutto centrate, a volte incapace di nascondere dietro al proprio minimalismo la scarsità di mezzi). Forse, però, è proprio questa natura semi-riuscita ad affascinare: nella sua imperfezione è una dimostrazione della capacità adattativa e della maestria del regista, oltre che dell’enorme passione che lo ha spinto, alla fine, a portarsi a casa un eccellente risultato partendo da premesse affatto rosee. Alla fine vien da sorridere anche a noi assieme al protagonista, pensando che una visione simile esista, grazie alla fermezza di Scorsese e alla sua fede in un’idea: la perseveranza umana nella battaglia contro la sofferenza.

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  • MA COME LO GUARDI? DOMANDE ESTETICHE AL CINEMA

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    Sarà capitato di quando in quando, anche allo spettatore meno avveduto, di imbattersi al cinema nel fenomeno del brutto. Allo stesso spettatore è possibile sia capitato – e ciò, tuttavia, dipende integralmente dalle sue personali abitudini sociali – di discutere animosamente con altri spettatori che, invece, da quello stesso schermo, abbiano rinvenuto un qualcosa di bello. Stabilire da che parte stia la ragione è impresa ardua, anche perché si potrebbe contestare il fatto che tra i giudizi estetici e la ragione possano intercorrere sereni rapporti. 

    Si potrebbe iniziare dunque con una domanda diretta: cosa rende un film brutto? A questa molti degli intervistati rispondo che si definisce tale un film che non coinvolge, che si dimentica facilmente dopo la visione, che non suscita le emozioni promesse (aspettative infrante); oppure che fa sentire meno colpevoli quando si accettano le lusinghe dello smartphone, quando è lento e fa sperare finisca presto. Tuttavia, queste affermazioni, seppur considerabili vere per i singoli, non hanno alcuna valenza oggettiva. Il sentimento di noia provato davanti a un film di Antonioni non implica necessariamente che esso manchi di suscitare interesse a chiunque o che sia ritmicamente mal congegnato; così come le grandi speranze disattese dei tarantiniani, che di fronte a Once upon a time in Hollywood speravano di vedere una cosa alla Kill Bill, alla Bastardi senza gloria, non sono criterio sufficiente a stabilire la riuscita del film. Queste risposte mancano cioè di una prospettiva intersoggettiva limitandosi, di fatto, a spostare la domanda senza però esaurirla. 

    Attribuire a un film un certo valore estetico non significa solo descrivere un vissuto interiore, ma implica un’affermazione sulle qualità estetiche dell’oggetto film. Ci sono tratti oggettivi, cioè propri dell’oggetto, che suscitano qualcosa nel soggetto, il quale poi si esprime nelle categorie di bello/brutto, tragico/comico, sublime/triviale… Ciononostante, non è possibile generalizzare un’esperienza artistica a tutte le altre: opere differenti, lontane nel tempo come nella concezione poetica, producono effetti estetici diversi irriducibili a un sentire universale comune. Le idee di bellezza e bruttezza non sono mai state assolute, esse hanno assunto valori diversi a seconda del periodo storico e dell’area geografica. Lampante il caso della bellezza diafana tanto amata in età romantica:

    “…i tuoi occhi battuti, il tuo pallore, il tuo corpo malato, io non li cederei per la bellezza degli angeli del cielo” (Jules Barbey d’Aurevilly, Léa, 1832).

    Che cosa diciamo quando affermiamo che un film è brutto? Un’opera brutta (non conforme al corrente canone di bellezza) tende a suscitare certe sensazioni nello spettatore: disagio, repulsione, ribrezzo… Tuttavia, non tacceremmo mai Salò o le 120 giornate di Sodoma di essere un brutto film, poiché la sensazione di disgusto che si prova guardandolo è inscritta nel testo: le immagini prodotte dall’autore ricercano quel particolare effetto estetico, ottenendolo perfettamente. In fondo l’immagine del diavolo è bella se ne rappresenta bene la bruttezza.

     Un approccio molto pragmatico suggerirebbe di valutare la bruttezza (o bellezza) di un film in loco, caso per caso, escludendo così ogni possibilità di bello o brutto puro, svincolato dal contesto che sempre cambia. A qualsiasi individuo sufficientemente maturo si mostrasse il film After, non si presenterebbero altre parole per descriverlo se non brutto: perché se paragonato ad altre storie simili mostra tutte le sue debolezze (sceneggiatura debole, recitazione approssimativa, fotografia sonnecchiante…), ma soprattutto perché tra le immagini e la storia avviene una sorta di scollamento: quella relazione amorosa tra i personaggi, che dovrebbe apparire solo come una relazione tossica, malata, è portata involontariamente in scena in veste romantica. E in ciò non è manifesto l’intento artistico di rappresentare il male attraverso il male, non è cioè una scelta intenzionale quella di mostrare un rapporto insano a rappresentazione di tutti i rapporti dello stesso tipo presenti nella realtà; questo lo si deduce dal fatto che i due protagonisti non hanno una fine tragica, anzi si ricercano continuamente nonostante, di film in film (la saga conta ormai quattro lungometraggi), apprendano che per il loro benessere emotivo sarebbe sano troncare. Vengono in questo cioè giustificati, a rappresentare l’istanza di un amore superiore che valica tutte le difficoltà, ma che sembra essere tale solo negli ultimi due minuti di film. La storia, i personaggi e i loro dialoghi sfociano nelle immagini in qualcosa di contraddittorio, di completamente altro. E dunque, è forse un brutto film in particolare perché manca della coscienza linguistica del mezzo che sta usando. Scritto male, ma tradotto in immagini peggio.

    In questo senso, dunque, il brutto cinematografico è forse sempre un brutto formale, e ciò non solo nel senso di una mancata conoscenza della grammatica cinematografica (uso improprio della macchina da presa, montaggio zoppicante, sceneggiatura banale),  – del resto anche lo scavalcamento di campo in Full metal jacket, acquisendo un senso proprio, dimostra che l’infrazione alla regola non comporta necessariamente errori esiziali alla comprensione del testo filmico – ma di una più ampia consapevolezza linguistica: nel suo sviluppo temporale il film si limita, si sistematizza, crea dei sistemi d’aspettative nel pubblico, che non deve necessariamente rispettare, può anche tradire se ciò serve al suo scopo; la domanda da porsi è quindi: come lo fa?

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  • LE MILLE LUCI DI NEW YORK, NEW YORK – SCORSESE E LA REVISIONE DEL MUSICAL

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    L’ETÀ DELL’INNOCENZA (DEL CINEMA)

    Già prima di New York, New York (1977), qualcosa degli echi e delle atmosfere del musical americano classico fa capolino nell’universo filmico di Martin Scorsese, precisamente nel prologo di Alice non abita più qui (1974): una bambina, mentre è richiamata con insistenza dalla madre in casa per la cena, canta soave e con fare sognante – del resto, porta il nome dell’eroina di Lewis Carroll – nel cortile di una fattoria che sembra fuoriuscita dalla fantasia escapista del Mago di Oz (1939), e immersa nei tramonti carichi e arrossati di Via col Vento (1939). Si tratta di un flashback rigorosamente fleminghiano della protagonista (la Ellen Burstyn de L’esorcista, 1973), una donna resiliente che, invecchiando, ha dovuto rinunciare ai sogni di gloria come artista, per far posto a una scialba esistenza di ambizioni ristrette. 

    È curioso e sintomatico che in questo woman film, immesso negli itinerari di nomadismo esistenziale della New Hollywood, in un registro di quotidianità prosaica e realismo psicologico, i ricordi personali e il “posto delle fragole” di Alice assumano i connotati formali e replichino mimeticamente la messa in scena dei generi del grande spettacolo del cinema classico: il musical e il melodramma (condensati nei loro capisaldi più iconici). 

    La materia con cui sono forgiati i sogni hollywoodiani in technicolor è qui per Scorsese un’affettuosa scenografia mentale, che rievoca un passato individuale e idealizzato fatto di memorie modellate primariamente dal cinema. Un serbatoio di reminiscenze rivissute attraverso la lente dell’immaginario (dell’infanzia), che non può trovare spazio vitale, sbocco e realizzazione compiuta nella dura e adulta realtà di una madre vedova intenta a sbarcare il lunario come Alice. 

    Dopo la discesa agli inferi nella fosca e interminabile notte metropolitana di Taxi Driver (1976), Scorsese, in New York, New York, riparte proprio da qui: dall’inestricabile e divorante antinomia tra l’onnipotenza del cinema – la ricostruzione di un magico mondo bigger than life, tanto potente e protettivo quanto fragile e illusorio -, e l’aspra, indocile dimensione disincanta della realtà pressante e impietosa, che in un coacervo di conflitti, ostacoli e compromessi complica, logora e guasta irrimediabilmente i rapporti umani. Osteggiando la possibilità di conquistarsi un agognato quanto impossibile happy end, se non a prezzo di una rinuncia al romance, sacrificato sull’altare del successo professionale. 

    QUEI BRAVI RAGAZZI (DEL MUSIC HALL)

    La storia prende il via all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e abbraccia l’incontro casuale tra l’irrequieto e imprevedibile sassofonista Jimmy Doyle (Robert De Niro) e la dolce e caparbia aspirante cantante Francine Evans (Liza Minnelli), sullo sfondo di un’affollatissima America festante e ottimista, che intasa le strade e si riversa scatenata a ritmo di swing in una gigantesca ballroom newyorkese. 

    Dopo un estenuante quanto invadente corteggiamento di lui, e un’ancor più goffa e rocambolesca fuga da un hotel, tra schermaglie e provocazioni reciproche i due si trovano a dividere una corsa in taxi, diretti a un piccolo club in cui Jimmy cerca un ingaggio, venendo assunto proprio grazie all’accompagnamento vocale di Francine, che convince il proprietario (il pezzo You Brought a New Kind of Love to Me di Maurice Chevalier rimanda esplicitamente a una scena di Monkey BusinessQuattro folli in alto mare (1931) dei Fratelli Marx). 

    Vinte le iniziali riserve per il temperamento sfacciato e assillante di Jimmy, assistendo ai suoi virtuosistici assoli al sax Francine comincia a innamorarsi del suo romanticismo di strada un po’ cialtrone un po’ maledetto: è l’inizio di un sincero ma turbolento sodalizio musicale, di un duetto esistenziale che si rincorrerà nel corso degli anni come un ostinato refrain continuamente spezzato e ricomposto. Un pazzo rapporto che cerca la fusione dell’accordo perfetto (quel major chord fatto di amore, musica e denaro di cui parla Jimmy, non sempre in quest’ordine), come la sublime armonia unificante di melodia e parole. Un impossibile equilibrio tra le ambizioni di celebrità di entrambi e il ritiro a vita privata nel sostegno di affetti autentici ma anonimi. 

    Prodotto da Irwin Winkler e Robert Chartoff, coppia d’oro fresca reduce dal trionfo dei tre Oscar di Rocky (1976) agli Academy Awards del 1977, sceneggiato da Mardik Martin e Earl Mac Rauch, e girato da un Martin Scorsese che, a trentaquattro anni, è all’apice della consacrazione internazionale (l’anno prima, Taxi Driver (1976) ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes), nonché vertice riconosciuto della New Hollywood, il film, uscito in USA il 21 giugno 1977, si rivela, un po’ inaspettatamente, un sostanziale fallimento al botteghino: da un budget di quattordici milioni di dollari (molto alto per l’epoca), in sala riesce a rastrellarne appena sedici e mezzo. 

    Tanto che, scottata dal flop, la distribuzione United Artists scorcia notevolmente la pellicola a una copia di 136 minuti (dai 153’ iniziali), e soltanto la riedizione del 1981 reintegra le scene tagliate e restaurate (su tutte, il bellissimo numero musicale Happy Endings, di cui restava solo una piccola porzione nel theatrical cut), consegnandoci il film nel fluviale splendore del suo final cut (164 minuti). 

    THE KING OF MUSICAL DRAMEDY

    New York, New York è al tempo stesso un tributo malinconico, una rievocazione nostalgica da cinefilo dotto e affettuoso, e una lucida e pungente critica revisionista del musical melodrama hollywoodiano, rivisto alla luce ombreggiata del pessimismo sociale contemporaneo (dell’epoca).

    Dall’avventura delle riprese in strada e in esterni di Taxi Driver, Scorsese approda a un film completamente girato in studio, con il cruccio di riprodurre la stessa abbagliante patina cromatica e visuale dei grandi musical del passato, con particolare attenzione all’MGM touch delle opere prodotte da Arthur Freed

    Non potendo disporre dell’originale Technicolor a tre bande (allora non più in uso), opta per una pellicola in Eastmancolor single-strip. Ricreando l’effetto cercato già prima di andare in stampa, con il magnifico lavoro sinergico della fotografia di László Kovács (DOP di Easy Rider (1969) e dei grandi registi della New Hollywood come Bob Rafelson e Peter Bogdanovich) e delle scenografie di Boris Leven (Oscar per West Side Story (1961) di Robert Wise), che “dipingono” vistosamente il set e “truccano” artigianalmente il profilmico fino a ottenere l’impasto visivo desiderato (fondamentale, allo stesso scopo, la resa dei costumi rinforzati di Theadora Van Runkle). 

    A partire dalla ripetizione del titolo, allitterato come un ritornello, emerge la doppia natura del film, come se in ogni frammento coesistessero e frizionassero, spalmate in un ideale negativo e positivo fotografico, due parti e due anime di New York, compenetrate l’una nell’altra: quella mitica, artificiosa e sfavillante, in un revival formale che si fa carico dell’omaggio sognante e cinefilo a un’epoca di produzioni ormai scomparse; e quella realistica di scottante attualità, che riporta – filtrata dietro l’ambientazione anni ’40 e ’50 -, un’atmosfera mesta di fine (della fabbrica) dei sogni e di brusco risveglio dalle illusioni di celluloide. In cui emergono il brulicare delle solitudini metropolitane e l’aggressiva esplosione dei conflitti dirompenti e autodistruttivi dei nuovi protagonisti dello spettacolo (e della vita cittadina). 

    C’è dunque un forte contrasto tra il look volutamente posticcio dei fondali artificiali (tersi crepuscoli aranciati, scheletri di alberi tra fiocchi di neve finta, come quella che cade in Incontriamoci a Saint Louis (1944) di Minnelli), i neon monocromatici (il rosso saturo come un allarme di cui è verniciato uno dei locali, restyling chic e ultrapop dell’infernale pub di Mean Streets, 1973), lo squillante décor anti-naturalista dei balletti, e le interazioni dei personaggi dialoganti in foreground, ritratti invece in uno stile cinematico di inquieta e vibrante modernità

    Imperniato su schegge di scabro e ombroso iperrealismo, sull’improvvisazione dei dialoghi e lo scontro dei caratteri in disordinata presa diretta. Pieni e vuoti di recitazione spontanea in un documentario di nevrosi attoriali che Scorsese mutua dal cinema d’autore europeo, e soprattutto dal cinema indipendente metropolitano dell’amato John Cassavetes.

    Ogni sequenza sembra contenere l’estetica della vecchia e della nuova Hollywood compresse nello stesso frame, in una coabitazione meta-testuale stridente che spiazzò la gran parte dei critici e del pubblico dell’epoca, decretando il fiasco del film. Oggi comprendiamo invece come questo brusco stacco tra sfondo e figure, riesca a stagliare e a dare ancor più rilievo alla profondità e alla verità dei personaggi agenti in una ricostruzione così marcatamente finta. L’operazione teorica di Scorsese è in anticipo sui tempi, precorre quella tendenza autoriflessiva del citazionismo postmoderno – che esploderà definitivamente negli anni ’80 e ’90 -, in cui il film si forma e ragiona intelligentemente sul precipitato di materiali, influenze e sonorità di cui è composto. 

    Sono ridotti al minimo i primi piani, che intervengono solo nei momenti appartati a più alta incandescenza emotiva (gli occhi di Francine allo specchio, dopo un bilancio esistenziale condotto in silenzio, risistemate le vecchie fotografie). Per il resto, la filologia figurativa di Scorsese ricalca fedelmente le inquadrature e i formati dei film della classicità che intende rievocare, vale a dire il medium shot (la mezza figura) e il piano americano. 

    Molte scene clou e quasi tutti i furenti bisticci della coppia avvengono in auto (chi dei due è alla guida dell’esistenza, e chi, al contrario, si fa trasportare dall’altro come un passeggero, sembra domandare Scorsese?). Persino le riprese dagli abitacoli, con la città all’esterno dell’auto che si srotola scorrendo dai finestrini, impiegano un trasparente rudimentale, decisamente anacronistico per le produzioni anni ‘70.

    A livello tematico, non deve ingannare una presenza maschile esorbitante, opprimente e vessatoria come quella incarnata del Jimmy Doyle di De Niro, sorta di famelico e ostinato lupo di Broadway Street. Come già accaduto in Alice non abita più qui, grazie soprattutto al magnetismo luminoso di Liza Minnelli, Scorsese si concentra piuttosto su un personaggio femminile complesso, sfaccettato e determinato come Francine, che resiste alle gabbie dei ruoli e alle etichette di genere riuscendo ad affermarsi clamorosamente, ben più della sua controparte, nella carriera artistica e imprenditoriale, senza esaurirsi in quei legami materni che pur accoglie, a differenza di Jimmy che li allontana con irresponsabile viltà infantile. 

    BANDS OF NEW YORK

    Jimmy e Francine (splendida l’alchimia allacciata da De Niro e la Minnelli), nelle loro dinamiche scoppiettanti, inscenano un duetto oppositivo tra due diversi modi di reinterpretare lo spirito (del tempo) newyorkese – e americano tout court, per estensione – attraverso la musica: Jimmy, con i suoi assoli sfrenati, imbizzarriti e fuori registro, rappresenta l’irruente sperimentalismo che scompagina le vecchie ballate rassicuranti. Francine è l’eccellente artista pop più legata alla struttura e allo spartito tradizionale della canzone old standard

    Per questo insieme sono perfetti e complementari, facendo appunto combaciare la musica (lui) e il testo (lei) di quel capolavoro immortale di Theme From New York, New York (scritta in realtà appositamente per il film da Fred Ebb e John Kander, verrà successivamente registrata e resa celebre da Frank Sinatra, restando tutt’ora, dopo il proclama ufficioso del sindaco Ed Koch nel 1985, inno simbolico della città). 

    Dal piano della relazione individuale, la vicenda di Jimmy e Francine slitta poi sul livello storico e cronologico, per fissare un epocale momento di transizione riguardante il panorama musicale statunitense, che si inserisce come una delle tessere del grande mosaico di Scorsese sulla Nazione americana in evoluzione (sonora): il rapido declino, nel secondo dopoguerra, dell’era delle big band. I grandi complessi orchestrali swing (come quello del trombonista Tommy Dorsey, visibile all’inizio del film), che avevano furoreggiato fin dagli anni ’30, ora in crisi con la chiusura e il calo di appeal delle grandi sale da ballo (qui mostrate con una serie di malinconiche dissolvenze, che contemplano dall’alto il progressivo svuotamento degli avventori in pista), soppiantate dall’avvento di nuovi generi e forme di spettacolo musicale più libere e aperte all’improvvisazione, come il bebop (Jimmy Doyle, in questo, è un precursore alla Charlie Parker) e, più tardi, il rock’n’roll di Elvis. 

    In questa oscillazione tra lo swing da sala e il jazz più innovatore, tra la hit popolare e la ricercatezza stilistica, Scorsese ritrova la dialettica in cui si dibatte la sua opera cinematografica in cerca di un pubblico, tra la natura commerciale e l’afflato artistico, nel dissidio che turba l’anima del regista tra l’essere shooter pop-mainstream o performer autoriale. 

    PLAY IT AGAIN, MARTIN

    La regia mobile, precisa e istintiva di Scorsese è già quella di un maestro alla perfetta sintesi di avanguardia e accademia, che sa giostrare le variazioni compositive, le scale sonore e la scaletta visuale di un film che scorre tra l’happening concertistico e la sua intermission (e intromission) nei drammi privati dietro le quinte. Alterna con sapienza mirabile le ampie scene di massa, con centinaia di comparse in studio, e le sceneggiate dell’intimità da camera, il passo a due della coppia (il bacio prolungato proteso dalla portiera del taxi è una tenera gag) e i balletti coreografici dei figuranti, gli assoli fulminanti di Jimmy (“doppiato” allo strumento dal musicista Georgie Auld) come le esibizioni velate e seducenti della chanteuse Francine (prima dell’esplosione finale con l’imperiosa Theme From New York, New York), lo show rapsodico e accelerato on stage e le pause di mesta e riflessiva solitudine celata alla ribalta. 

    La macchina da presa si aggira attorno al palcoscenico con trascinanti e fluidi movimenti in continuità, come un discreto ma fondamentale special guest del complesso che suona il suo spartito registico di ghost notes, seguendo l’andamento sincopato e improvvisato delle cavalcate jazzistiche. In un jam session stilistica tra le morbide incursioni del dolly e gli stacchi delle panoramiche a schiaffo, in cui anche i cut di montaggio “attaccano” a tempo sui cambi di ritmo – in crescendo o in levare – e sulle acciaccature della colonna musicale. 

    Un tipico e coinvolgente camerawork che Scorsese riproporrà subito nel doc L’ultimo valzer (The Last Waltz, 1978), sull’ultimo live del gruppo rock The Band, e nel ring di Toro Scatenato (Raging Bull, 1980), con la coreografia dei pugni e la danza dei corpi, nello scontro dei pugili, che vengono modulate dai ganci sonori della musica. E che negli anni perfezionerà sempre di più, fino all’apoteosi dell’artificio formalista di Casinò (1995): il punto terminale della sua riflessione – iniziata, forse, proprio con New York, New York –  sul romance cinico, umano e materialista del perdente di successo, bloccato in uno stato di possessiva pulsione infantile (sempre incarnato, non a caso, da Robert De Niro), che finisce risucchiato nelle sirene di un mondo artificiale di pura luce abbagliante, rinchiuso su se stesso e sulle proprie ossessioni, come in un enorme set cinematografico senza uscite di sicurezza. 

    MUSICA PER I TUOI SOGNI (INFRANTI)

    Sono molte le influenze cinefile e i prelievi diretti che Scorsese riversa in New York, New York. La stessa scelta come protagonista di Liza Minnelli – già spumeggiante ballerina del varietà e ragazza in dolce attesa che si dibatte tra amore, vizi e carriera in Cabaret (1972) di Bob Fosse (per cui vinse l’Oscar alla miglior attrice) -, da sola richiama un imprescindibile corpus di opere, una factory (meta)cinematografica e una legacy familiare che hanno fatto la storia della golden age del musical (tra il padre Vincente celebrato maestro e la madre incommensurabile diva ne Il mago di Oz e in È nata una stella (1954) di George Cukor). Mentre Robert De Niro trascina con sé l’irruenza veemente e le terribili fragilità del nervoso e instabile animale metropolitano, già esplorate nelle precedenti prove scorsesiane, con un personaggio sgradevole e esasperante modellato sul fumantino gestore di night club interpretato da Bing Crosby nella musical comedy Cieli azzurri (Blue Skies, 1946) di Stuart Heisler. 

    Lo spunto generale per il plot viene da Musica per i tuoi sogni (My Dream is Yours, 1949) di Michael Curtiz, romantic comedy musicale con la coppia di cantanti Doris Day e Lee Bowman, da cui si riprende il personaggio della vocalist di talento sconosciuta che cerca di sfondare sul palcoscenico, rivaleggiando con un partner invidioso e narcisista, e l’annesso tema delle relazioni private inasprite e disperse nel regime di concorrenza. È un film leggero e tutt’altro che memorabile, ma secondo Scorsese – come spiega in prima persona nel suo doc divulgativo Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese (1995) -, è esemplare di quel bitter mood del musical Warner del secondo dopoguerra che incrina l’atmosfera luminosa e rassicurante del genere, per evidenziare sottotraccia la crisi dei rapporti e un abisso di disillusione che serpeggia ovunque: quello stesso vento di smarrimento sociale e cupa amarezza che Scorsese registra nell’America degli anni del post-Vietnam e che infonde, camuffato in panni retrò, in New York, New York

    Per lo stesso motivo – illuminare le sfumature dissonanti e il lato oscuro di un genere tipicamente solare e speranzoso -, Scorsese fa reinterpretare a Liza Minnelli la canzone The Man I Love, proveniente dall’omonimo film di Raoul Walsh del 1947 (dove era cantata da Ida Lupino), come citazione che si fa latrice dell’elemento di disturbo e inquietudine noir infiltrato nel musical

    “MY LIFE IS LESS DRAMATIC, NOT REMOTELY CINEMATIC”

    Nel vorticoso e rutilante numero musicale Happy Endings (opera del songwriting team Fred Ebb – John Kander), inserito a due terzi buoni di film, Scorsese fa invece esplodere, per contrasto, tutta la sfarzosa e incontaminata potenza immaginifica e cromatica del musical lussuoso, levigato e luccicante come un diamante. Una salvifica e splendente isola felice che interrompe il flusso della narrazione, e ribadisce la capacità di evasione, la forza catartica del cinema di rendersi impermeabile e di sanare, almeno sul grande schermo, frustrazioni, conflitti e tensioni insopportabili che restano irrisolte nella realtà. 

    L’entusiasmante balletto è il climax visivo, la mise en abyme che replica la storia del film, il compendio narrativo che riepiloga la biografia e il soliloquio cantato dei sogni di gloria (ir)realizzati dalla protagonista. Modellata sul segmento Born in a trunk di È nata una stella (1954), presenta un florilegio traboccante di suggestioni visive, dalle geometriche coreografie floreali di Busby Berkeley (Donne di lusso, 1935) all’estetica della grande stagione del musical MGM di Stanley Donen (Cantando sotto la pioggia, 1952) e Vincente Minnelli. Proprio Minnelli appare come il nume tutelare più apprezzato da Scorsese: l’immagine notturna dall’alto, con Jimmy che suona il sax circonfuso dalla luce a effetto riflettore di un lampione stradale, richiama graficamente quella dell’esplosivo suonatore di tromba alla finestra di Spettacolo di varietà (The Band Wagon, 1953). 

    Lo stesso, metaforico cerchio di luce che racchiude il malinconico isolamento blues di Jimmy, viene successivamente acceso nel buio graduale di uno studio di incisione, per circoscrivere la conquista dello spot(light) di presenza scenica in solitaria, il “piedistallo” da solista che Francine riesce a conquistarsi salendo in cattedra e di tono sulle note alte di The World Goes Round: il carosello dell’amore, dopo mille giri a vuoto, sembra arrestarsi per fare posto alla consacrazione della fama. 

    “THESE VAGABOND SHOES… THEY ARE LONGING TO STRAY”

    New York, New York è racchiuso in una struttura circolare in cui il finale ritrova i luoghi e la strada degli inizi, ma nel tempo intercorso tutto appare rovesciato: Jimmy rivede Francine dalla platea della stessa ballroom in cui si erano incrociati la prima volta: lui la ammira seduto ai tavolini, ma lei è ormai regina incontrastata e inarrivabile, star del main stage presa a esibirsi nella magniloquente interpretazione della title track del film. Il mesto e imbarazzato rendez-vous che va in scena tra i due nei camerini, aperto con la bella immagine in profondità di campo che, per mezzo di un ideale split screen, riavvicina nel quadro due persone ormai distanti nella vita, è simile all’ultimo incontro, colmo di rimpianti, tra Deborah e Noodles in C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone. 

    Sfumato anche l’ultimo, disatteso appuntamento, non resta che il ritorno sul dettaglio iniziale delle scarpe di Jimmy sull’asfalto bagnato (come quelle del fantomatico Harry Lime de Il terzo uomo (1949) di Carol Reed): le impronte di tutto il cammino percorso per ritornare sui propri passi, coi piedi piantati per terra, parzialmente sconfitto. In un vicolo cieco della passione in cui nessuno balla più sotto la pioggia, e il sogno di far risuonare la nota sentimentale del major chord è definitivamente tramontato.

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  • THE LAST SONG: DANCER IN THE DARK – L’ANTI-MUSICAL DI LARS VON TRIER

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    “They say it’s the last song

    They don’t know us, you see

    It’s only the last song

    If we let it be”

    “Dicono che è l’ultima canzone

    Non ci conoscono, vedi

    È l’ultima canzone

    solo se permettiamo che lo sia”

    La destrutturazione di un genere è un’operazione complessa. Difficile sapere come sovvertire canoni e regole senza, tuttavia, cedere il passo a una mera provocazione dai vacui effetti. In occasione della nostra settimana tematica dedicata al musical, ci siamo domandati se sia individuabile, nella storia del cinema, un archetipo di anti-musical. Sorprende come, ad oggi, l’unico film ascrivibile entro tale caso sia Dancer in the dark, lungometraggio del 2000 diretto da Lars von Trier. Uscito trionfante dalla 53ma edizione del Festival di Cannes, con il Prix d’interprétation féminine attribuito alla protagonista Björk e la Palma d’Oro al miglior film, la sesta fatica di von Trier è un indubbio capolavoro. E un’opera tremendamente triste. 

    Inutile negarlo: Dancer in the dark è un film cupo, addolorato, epurato di quella carica di gioia che un film in cui si balla e si canta dovrebbe avere. La storia di Selma, giovane operaia condannata a una progressiva cecità e alla pena capitale, è un dramma che non conosce vie di fuga. Se non nella musica.

    CUORE D’ORO

    È ben nota la capacità di Lars von Trier, regista danese classe 1956, di valicare i confini del pudore e sovvertire i canoni del visibilmente accettabile sullo schermo. Fondatore, insieme a Thomas Vinterberg, del movimento Dogma 95, il cineasta non si è mai risparmiato nel corso della sua controversa carriera. Suo il doloroso Le onde del destino (Breaking the waves, 1996) che ha contribuito a far conoscere il suo cinema a livello internazionale; così come il capitale Dogville (2003), Antichrist (2009), Melancholia (2011) e La casa di Jack (The House That Jack Built, 2018). La sua necessità di scandalizzare il pubblico, nel senso positivo del termine, è sicuramente uno dei meriti di un regista che ha saputo far convergere temi delicati e complessi con tecniche registiche all’avanguardia e scelte stilistiche d’eccezione. 

    Con Dancer in the dark, von Trier chiude la cosiddetta Trilogia del cuore d’oro, un trittico, insieme a Le onde del destino e Idioti (Idioterne, 1998), caratterizzato dal dramma intimo dei protagonisti dovuto alla loro eccessiva bontà d’animo. La protagonista, Selma Ježková, è un’immigrata ceca catapultata negli Stati Uniti degli anni Sessanta: la donna dedica anima e corpo al lavoro presso una fabbrica, non rinunciando a orari straordinari; i suoi sacrifici sono motivati dalla necessità di guadagnare abbastanza denaro per pagare un’operazione chirurgica che possa salvare il figlio da una progressiva cecità, malattia della quale la stessa Selma soffre. L’unico barlume di luce in una vita di privazioni è la passione per i musical hollywoodiani: dotata di eccezionali abilità canore, la protagonista dedica parte della sua quotidianità alla preparazione della messinscena di Tutti insieme appassionatamente. Sono proprio le prove generali a caratterizzare l’inizio del film, a seguito di una vera e propria overture nel senso classico del termine. Ma presto, Selma viene raggirata dal poliziotto cittadino Bill Houston che, senza scrupoli, le sottrae i risparmi di una vita. Alla ribellione della donna, che culmina con l’omicidio involontario dell’uomo, coincide il progressivo disfacimento della sua esistenza. 

    I’VE SEEN IT ALL

    In questi termini, è evidente come il soggetto di Dancer in the dark sia ben lontano dalle luminose trame dei musical di cui Selma stessa è appassionata. Ma è pur vero che, nel corso dei 141 minuti, diversi sono i momenti in cui la narrazione s’interrompe per dare spazio alla musica e al ballo: anche in momenti narrativamente cupi, come lo straziante ultimo miglio che Selma percorre per raggiungere il luogo della sua impiccagione, presenta un’interruzione musicale. Questa variazione è visibile non solo dal punto di vista della sceneggiatura, ma anche dalla prospettiva registica. 

    In linea con lo stile di von Trier, la maggior parte del lungometraggio è caratterizzato da una macchina da presa a spalla, da riprese traballanti, quasi ubriache, finalizzate ad acuire il realismo delle vicende. Ma nel momento in cui Selma inizia a sentire la musica dentro di sé e, di conseguenza, inizia a eseguire la sua performance, lo stile muta repentinamente. Alla precedente instabilità si passa a riprese fluide e sapienti carrellate, nonché a un complesso montaggio: nella celebre scena in cui Selma – Björk esegue I’ve seen it all ballando su binari ferroviari, vengono utilizzate addirittura cento macchine da presa, come dichiara il regista stesso. La complessità della messinscena coincide, dunque, con il musical classico: c’è una canzone, una protagonista, un corpo di ballo e una scenografia. 

    In termini più propriamente musicali, l’innovativa colonna sonora composta dalla stessa cantante islandese si armonizza perfettamente con il carattere sperimentale del film. Più propriamente, siamo di fronte a un esempio di Noise Music, genere definito dalla trasformazione di rumori in musica. I suoni della fabbrica dove Selma lavora infondono il ritmo a Cvalda; le matite adoperate dagli artisti di tribunale, durante il processo, producono la base per In The Musicals.

    IL MUSICAL SALVERA’ IL MONDO

    A sovrastare le note che segnano l’inizio delle sequenze musicali, la candida voce di Björk esplode sullo schermo: essa incarna appieno la capacità della musica di generare uno spazio interiore epurato dalla cattiveria del mondo. In questo senso, l’operazione di von Trier si rivela non un semplice scardinamento del musical, bensì un’elevazione del genere capace di allietare anche gli ultimi istanti di vita di un cuore d’oro.  Il prefisso anti- assume in sé, dunque, non l’opposizione al genere, bensì il trasferimento dei canoni entro una storia drammatica

    Tuttavia, è necessario evidenziare che non siamo di fronte a una pornografia del dolore: lo scopo di von Trier non coincide con la volontà di far scaturire pena nei confronti di Selma, bensì generare un contrasto interiore quantificato nella contrapposizione fra le scene canore, in cui la ragazza è l’hollywoodiana protagonista, e le scene in cui Selma è vittima dei soprusi. Il musical, in questo senso, s’interseca in una linea d’ombra che separa il drammatico e il barlume di gioia, elementi che confliggono, in particolare, nel doloroso finale. 

    Nessun happy ending per Selma che, condannata a morte per impiccagione, sceglie di intonare New World come ultimo atto di liberazione da un mondo che l’ha cannibalizzata. Questa scena è l’unica in cui l’universo musicale di Selma, in precedenza apparentemente eluso dalla Realtà, s’interseca con il mondo vero: questo avviene in quanto la ragazza apprende, in punto di morte, che il figlio avrà l’operazione tanto agognata; il suo scopo è stato raggiunto. Ma il canto, pur incorporando la liberazione spirituale della protagonista, viene bruscamente interrotto dall’esecuzione della pena. Il musical ha perduto la sua battaglia contro la crudeltà? Lars von Trier non ci dà risposte certe. Tuttavia, egli sceglie di apporre graficamente i versi finali della canzone che Selma non ha potuto intonare: questo atto è certamente un elemento che di certo non allevia il dolore per la morte dell’eroina-vittima, ma contribuisce a dotare la musica di un carattere salvifico, che dona a Selma la pace tanto agognata. 

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  • IL MUSICAL CLASSICO – IL MAGO DI OZ

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    All’inizio degli anni ’30, con l’avvento del sonoro, nasce in America un nuovo genere cinematografico, il musical. A seguito del crollo di Wall Street e della conseguente crisi del’29, l’industria cinematografica statunitense attraversò un momento particolarmente instabile che ha costretto le majors a reinventarsi per riportare in sala quanta più gente possibile e far fronte al calo di biglietti.

    Il musical si inserì a gamba tesa in questo scenario in quanto genere spettacolare e sintesi di tre arti: recitazione, danza e musica.

    In poco tempo iniziarono a delinearsi diversi sottogeneri e filoni. Uno dei più noti è sicuramente il backstage musical, inaugurato nel 1929 con The Broadway Melody.
    Il film è incentrato sulla preparazione di uno spettacolo teatrale attorno al quale si snodano le storie degli attori. Non è un caso che la pellicola sia ambientata a Broadway, patria per eccellenza del genere musicale. A tal proposito, molti spettacoli di Broadway vennero successivamente adattati per il grande schermo da Hollywood. Accanto al sonoro, il sistema Technicolor fu un ulteriore innovazione tecnologica che permise il consolidamento e il successo del genere musical grazie alle sue potenzialità spettacolari in grado di attirare in sala il grande pubblico. In breve tempo, tra gli anni Trenta e Quaranta, il Technicolor divenne un elemento imprescindibile delle grandi produzioni ad alto budget, come nel caso di Via col Vento. Accanto a quest’ultimo, il Mago di Oz fu una delle prime pellicole a saper sfruttare al meglio la grandiosità del sistema Technicolor al punto da trasformarlo nella propria cifra stilistica.

    IL MAGO DI OZ: UN FILM SENZA AUTORE     

    Il Mago di Oz (1939) è tratto dall’ omonimo romanzo di formazione di Frank Baum, pubblicato agli inizi del 1900. Nonostante i precedenti e numerosi adattamenti del testo, nel 1937 la MGM predispose una nuova trasposizione cinematografica dell’opera in risposta al successo del primo lungometraggio Disney, Biancaneve e i sette nani. Inizia così la lunga e travagliata lavorazione di quello che diventerà uno dei film classici per eccellenza.

    Il Mago di Oz è una pellicola che incarna alla perfezione il modello hollywoodiano di produzione cinematografica nell’era dello studio system. Un modus operandi incentrato sulla collettività piuttosto che l’individualità. Prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer, il Mago di Oz possiede, infatti, molti tratti caratteristici delle pellicole prodotte dalla major fondata da Marcus Loew e Louis B. Mayer nel 1924. Durante il periodo della Golden Age hollywoodiana le pellicole MGM possedevano un aspetto più sfarzoso rispetto a quelle prodotte dalle altre majors. Ciò era dovuto in primo luogo alla scelta dei professionisti – nomi del calibro di Vincente Minnelli e George Cukor-, ma anche degli attori, alcuni tra le più grandi star del momento: nel suo firmamento la MGM poteva vantare Clark Gable, Mickey Rooney e, infine, Judy Garland.

    Vista l’ingerenza continua della MGM nelle fasi di lavorazione, il Mago di Oz è considerato un film “senza autore” poiché furono tanti i registi che si susseguirono durante la realizzazione del progetto, coordinato dai produttori Mervyn LeRoy e Arthur Freed.             

    In particolare, furono quattro i registi che parteciparono al film subentrando l’uno a l’altro a distanza di un tempo estremamente ravvicinato. In aggiunta a ciò, vennero coinvolti undici sceneggiatori e impiegati ben centotrentasei giorni di ripresa.

    In questo periodo, il concetto di autore in relazione alla professione del regista non aveva ancora preso piede all’interno dell’industria cinematografica. Negli anni ’30, la figura del regista era considerata un semplice ingranaggio dello studio system, alla stregua degli altri tecnici del settore. Alla guida di questa grande macchina produttiva vi era il produttore, che coordinava le squadre di lavoro e sovrintendeva le fasi creative e operative. Il regista non aveva, dunque, alcuna libertà creativa o alcun diritto sull’opera finale. Il suo compito era semplicemente quello di eseguire degli ordini, quelli del produttore e della casa di produzione. 

    Dovremo aspettare alcuni anni prima che i registi vengano considerati i veri autori delle pellicole da loro dirette. In tal senso, il regista Frank Capra è stato uno dei precursori della così detta “politique des auteurs”, teorizzata da André Bazin alla fine degli anni ‘50.

    UNA PRODUZIONE TRAVAGLIATA

    La produzione del Mago di Oz prese avvio con l’intenzione di superare Biancaneve e i sette nani della Disney, uscito poco tempo prima nel 1937. Il primo film d’animazione della Disney, distribuito dalla RKO Radio Pictures, era stato un successo straordinario al botteghino. La MGM non poteva essere da meno

    Il Mago di Oz fu, quindi, progettato impiegando lo stesso schema adottato da Biancaneve che prevedeva l’ibridazione di un soggetto letterario e fiabesco con il genere musicale.  Per tentare di superare la Disney in tutto e per tutto, LeRoy e Freed misero in piedi una macchina progettuale complessa. Anche per questa ragione, la lavorazione di questo progetto fu lunga e travagliata, soggetta a numerosi cambi di rotta. Il primo dei dieci sceneggiatori ad essere coinvolto nella stesura della sceneggiatura fu Herman J. Mankiewicz, fratello del famoso autore dello script di Citizen Kane. Mankiewicz si occupò di redigere un primo trattamento del testo non sapendo, tuttavia, che l’incarico era stato affidato contemporaneamente anche a Ogden Nash e Noel Langley. Questa pratica non era cosa nuova per l’industria hollywoodiana. La fabbrica dei sogni doveva andare avanti ad ogni costo impiegando quanta più gente possibile per ottimizzare i tempi e i costi. The Show must go on. 

    Per quanto riguarda la regia, invece, la situazione non era molto dissimile. Il primo ad aver ricevuto l’incarico è stato Richard Thorpe, il quale fu allontanato dal set dopo solo due settimane perché ritenuto inadeguato. Poi fu il turno di George Cukor, all’apice della sua carriera. Il regista, tuttavia, rimase solo tre giorni poiché successivamente chiamato a dirigere Via col Vento. A Cukor si deve la sostituzione della parrucca bionda di Dorothy con una capigliatura semplice e naturale che permise alla protagonista di aderire al meglio all’ideale di ragazza di provincia acqua e sapone. Il terzo ad essere chiamato in ballo fu Victor Fleming, il cui nome figura nei credits finali e a cui è attribuita la “paternità” della pellicola. Fleming, tuttavia, lavorò al film per ben quattro mesi, ma a pochi giorni dal termine delle riprese fu costretto ad abbandonare il set per sostituire Cukor alla direzione di Via Col Vento. Al suo posto subentrò King Vidor, celebre autore indipendente con alle spalle una ricca carriera nel periodo del muto. 

    Il regista porterà a termine le riprese lasciate incompiute dal suo collega, senza però figurare nei titoli di testa.

    Per quanto riguarda il ruolo di Dorothy Gale, in un primo momento venne presa in considerazione la diva bambina Shirley Temple.  Alla fine, dopo numerose trattative, la scelta ricadde sulla quindicenne Judy Garland, decisamente più avanti con gli anni ma superiore alla Temple per doti canore. Non vi fu scelta più azzeccata.  La canzone Over the Rainbow, interpretata dalla Garland, avrà un incredibile successo garantendo alla giovane attrice un posto nel firmamento delle star di Hollywood ma, ancor più, nella storia del cinema. 

    Tuttavia, successivamente l’uscita del film, iniziarono a diffondersi numerose voci sul trattamento riservato alla Garland sul set. Nel corso di molte interviste l’attrice ha rivelato di essere stata sottoposta a numerose vessazioni psicologiche. Tra queste ha raccontato di essere stata costretta da L. Meyer a sottoporsi ad una dieta rigidissima e a fumare tra una ripresa e l’altra pur di non prendere peso. Queste dichiarazioni mettono in luce un aspetto oscuro e, purtroppo, ancora molto attuale dell’industria cinematografica e di Hollywood.

    UN MONDO A COLORI IN FORMATO TECHNICOLOR

    Il film inizia in bianco e nero mostrandoci la monotona quotidianità di Dorothy; eppure questo grigiore viene presto spazzato via da un violento tornado che scaraventerà la piccola Dorothy e il suo cagnolino Toto nel Mondo di Oz. Dopo aver messo un piede fuori casa, la ragazzina si renderà conto di “non essere più in Kansas”, ma in un mondo dai colori brillanti e vivaci. Lo stupore della piccola Dorothy è lo stesso degli spettatori del tempo, travolti dalla meraviglia del formato Technicolor.

    Lo scenografo Randall Duell si occupò personalmente del processo di colorazione del Mago di Oz e in molti interventi ha ricordato le numerose difficoltà affrontate durante la lavorazione del film: 

    “Il film a colori non era ancora stato perfezionato all’epoca. Dovevamo fare un sacco di test ed esperimenti con la pellicola per ottenere i colori da ricreare correttamente. Iniziavamo a riprendere un set una settimana o due prima che fosse utilizzato. Dovevamo fare test cromatici per ogni set non solo per le parti dipinte ma anche per gli sfondi. Una parte della Strada di mattoni gialli era un fondale dipinto. Se non fosse stato dipinto e illuminato correttamente, sarebbe sembrato un fondale dipinto”.

           

    Nei primi anni ’30 venne, infatti, inaugurata una macchina da presa dotata di prismi attraverso i quali veniva suddivisa la luce, proveniente dell’obiettivo, su tre pellicole in bianco e nero, una per ogni colore primario. Si inizia a parlare di Technicolor. Questo sistema era estremamente costoso in virtù della sua capacità di conferire al film maggiore spettacolarità e attrattiva. La colorazione Technicolor cala la storia in un’atmosfera fantastico-onirica che tanto di distaccava dal realismo delle pellicole in bianco e nero. Si comprende, dunque, la scelta di impiegare colori volutamente anti naturalistici per far avvicinare il più possibile il film a un disegno animato, rimarcandone l’aspetto fiabesco della terra di Oz. Ciò fu favorito anche dall’impiego di costumi cartooneschi per i compagni d’avventura di Dorothy e di scenografie dipinte e dichiaratamente artificiali. A tal proposito, il critico Salman Rushdie evidenzia questo aspetto del film ponendolo a confronto col suo rivale, Biancaneve:

    “Si riesce quasi a sentire i responsabili degli studi MGM che discutono il modo di mettere in ombra il successo di Disney. […] La stessa scelta di usare il colore per le scene ambientate a Oz- in contrapposizione al bianco e nero virato seppia del prologo e dell’epilogo, che si svolgono nella grigia realtà del Kansas- è funzionale alla realizzazione di un film capace di rivaleggiare con le creazioni di Walt Disney. Infatti sin dagli inizi degli anni Trenta la Disney si era largamente affidata al colore per creare il clima “magico” delle sue storie. Non è certo un caso che il primo film hollywoodiano in Technicolor sia stato prodotto proprio da Walt Disney: Fiori e Alberi (Flowers and Trees,1932)”.

    Anche in questo senso si comprende la scelta di cambiare il colore delle scarpette di Dorothy, da argento nel romanzo a rosso rubino nel film, per risaltare maggiormente i toni sorprendenti del Technicolor. Un piccolo cambiamento per lasciare ancor più di stucco il grande pubblico.

    Nonostante la lavorazione lunga ed estenuante, non si poté parlare del Mago di Oz come di un successo. I costi elevati delle riprese, della realizzazione e della post produzione non furono mai totalmente ripagati dagli incassi al botteghino. Il vero successo arriverà molti anni più tardi quando la pellicola sarà riscoperta grazie all’home video e alla diffusione televisiva che la eleverà allo status di film cult. Ciò nonostante, la canzone Somewhere Over the Rainbow ha attraversato intere generazioni dal 1939 in poi e tuttora continua a risuonare nei salotti e nei cinema di tutto il mondo

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  • SHALL WE DANCE? – IL MUSICAL DI FRED ASTAIRE E GINGER ROGERS

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    Il passaggio tra gli anni ’20 e gli anni ’30 ha costituito un momento particolarmente difficile per la storia, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America. Dopo il crollo della borsa nel 1929, la grande crisi economica mette a dura prova la società americana, la disoccupazione cresce senza sosta, e chi non riesce a reggere il crollo finisce per suicidarsi. Anche il mondo del cinema vive un momento complicato, specialmente per le difficoltà nell’affrontare il passaggio dal muto al sonoro e l’ascesa di nuovi generi: nel 1927 era uscito The Jazz Singer (diretto da Al Jolson per Warner Bros), passato alla storia come il primo film sonoro con canzoni e alcuni dialoghi parlati. L’avvento del suono porterà con sé un’enorme ondata di cambiamenti per tutti gli anni ’30, andando a costituire forse la più grande rivoluzione della storia del cinema.

    La necessità di adattarsi le nuove tecnologie e allo stesso tempo di superare la grave crisi economica si uniscono alla comparsa di generi che avranno un grande successo negli anni a venire. Sull’onda dei nuovi film sonori, alcune case di produzione iniziano ad interessarsi anche al musical.

    IL MUSICAL DEGLI ANNI ’30: WARNER BROS E RKO

    La RKO, nata come “prolungamento” della RCA nel 1928, è una delle prime case di produzione ad avvicinarsi al musical, genere su cui si concentrerà per tutti gli anni ’30 insieme alla Warner Bros. Entrambe le case scelgono di utilizzare il musical rapportandolo alla situazione in cui si trovava la società statunitense: il genere viene usato come modo per fuggire dalle preoccupazioni e dalle difficoltà del mondo moderno, per potersi rifugiare nel grande sogno di Hollywood.

    La Warner Bros si caratterizza subito come una casa di produzione più “impegnata” a livello sociale, lo dimostrano sia i film dedicati al mondo della criminalità organizzata (gangster movies) sia i musical che produce in collaborazione con il leggendario coreografo Busby Berkeley. I film musicali prodotti da Warner presentano chiari riferimenti alla società americana del periodo, si parla esplicitamente di difficoltà della vita, di crisi economica, di problemi sociali: 42nd Street e Gold Diggers of 1933 sono due pellicole che si inseriscono perfettamente nell’America degli anni ’30 , comprendono e affrontano i suoi problemi, e attraverso questi riferimenti riuscirono ad infondere un’aura di speranza nelle menti del pubblico statunitense.

    Dall’altro lato troviamo la RKO, una piccola casa di produzione che non poteva contare su contratti con star già affermate né permettersi di ingaggiare attori, registi e sceneggiatori prestigiosi. Il punto di svolta sarà l’arrivo del produttore David O. Selznick, una delle personalità più importanti del cinema di quegli anni: nonostante la brevità del suo periodo alla RKO, Selznick farà alcune scelte molto importanti che aiuteranno la casa a superare la crisi, tra cui la firma di un contratto con un misterioso ballerino di origini austriache.

    Frederick Austerlitz, noto al mondo come Fred Astaire, entrerà alla RKO nel 1933, dopo essere stato rifiutato in numerose audizioni. “Non sa recitare, non sa cantare. È mezzo pelato. Un po’ sa ballare” dicevano di lui prima che passasse sotto l’occhio di Selznick. Tra gli anni ’20 e gli anni ’30. Astaire recitava e ballava a teatro al fianco della sorella Adele, e aveva raggiunto una certa fama a Broadway prima di spostarsi ad Hollywood. Appena firmato il contratto con la RKO, Astaire entra nel cast del musical Flying down to Rio (in Italia arrivato con il nome di Carioca), al fianco di Dolores del Rio, Gene Raymond e Ginger Rogers.

    Can’t act, can’t sing. Slightly bald. Can dance a little.

    Nata come Virginia Katherine McMath, la giovane Ginger Rogers aveva già qualche anno di esperienza alle spalle prima di diventare una stella della RKO: all’inizio degli anni ’30, oltre ai numerosi b-movies, aveva conquistato il pubblico con i suoi ruoli di Fay Fortune in Gold Diggers of 1933 e Ann “Anytime Annie” in 42nd Street. Nel primo film interpretava un personaggio secondario ma molto importante all’interno del famoso numero musicale We’re in the money, un inno al materialismo e alla ricerca di denaro, ma allo stesso tempo una grande occasione per dimostrare le sue doti di cantante, attrice e ballerina. Nel 1933, quindi, Ginger era già affermata, e la bravura che dimostrerà nel lavorare con la RKO non farà altro che portarla ancora più in alto.

    Fred e Ginger diventeranno presto una delle coppie più iconiche della storia del musical, uno dei simboli dell’età d’oro del cinema, tra le stelle più brillanti che la RKO abbia mai avuto. E con loro andranno a delinearsi anche le caratteristiche del genere che la casa porterà avanti: al contrario di quanto si vedeva alla Warner, i musical RKO presentano pochissimi riferimenti al mondo reale e alla società statunitense del periodo; i film si svolgono in un ambiente elegante, quasi aristocratico, ma che allo stesso tempo sembra essere senza luogo e senza tempo. Il mondo messo in scena dal musical RKO è come un sogno in cui i problemi reali non esistono, in cui tutti riescono a risolvere le incomprensioni e il lieto fine non manca mai. Le pellicole si guadagnano infatti l’appellativo di “fairy tale musical”.

    FRED E GINGER ALLA CONQUISTA DEL PUBBLICO

    Flying down to Rio sarà per Fred e Ginger un vero e proprio trampolino di lancio verso la fama mondiale: i due interpretano Fred Ayres e Honey Hale, personaggi secondari il cui rapporto si sviluppa grazie a un fantastico numero di danza, la “Carioca”, che finirà per conquistare i cuori di tutto il pubblico fino quasi a gettare ombra sui due veri protagonisti del film. Il sodalizio artistico di Fred e Ginger inizia quindi a prendere forma e diventerà più solido che mai attraverso i film The Gay Divorcee (1934) e Roberta (1935), in cui il talento e la chimica della coppia portano sullo schermo esibizioni di danza e canto che sono rimaste nella storia del genere. I numeri musicali iniziano a configurarsi come veri e propri elementi di trama, al loro interno i personaggi si sviluppano, esplorano il loro rapporto, confessano sentimenti, provano a risolvere incomprensioni. In Swing Time (1936, in Italia Follia d’inverno) Fred interpreta Lucky, un ballerino con la passione per il gioco d’azzardo che durante un viaggio a New York si innamora di Penny, ballerina e insegnante di danza interpretata da Ginger. Il loro amore inizia a svilupparsi ma i due non sembrano essere in grado di dichiararsi. Così, attraverso la canzone A Fine Romance, Ginger dirà:

    We should be like a couple of hot tomatoes

    But you’re as cold as yesterdays mashed potatoes

    Penny è innamorata di Lucky, ha capito di essere ricambiata ma non riesce a comprendere come mai lui non voglia ammettere i suoi sentimenti. Ed ecco che poco dopo Fred risponde:

    You never gave the orchids I sent a glance

    No, you like cactus plants.

    Quello che può sembrare un semplice numero di ballo diventa un modo per confrontarsi e per sviluppare il rapporto tra i personaggi, facendo in modo che le vicende raccontate possano proseguire senza che le sequenze musicali le “mettano in pausa”.

    In Shall We Dance (1937, in Italia Voglio danzare con te) i personaggi di Petrov (Astaire) e Linda (Rogers) cercano di risolvere i loro problemi e trovare un punto di incontro con la canzone Let’s call the whole thing off, mentre scherzano sui diversi accenti in cui pronunciano alcune parole:

    You say laughter and I say larfter

    You say after and I say arfter

    Laughter, larfter, after, arfter

    Let’s call the whole thing off

    […]

    So if you go for oysters and I go for ersters

    I’ll order oysters and cancel the ersters

    For we know, we need each other

    So we better call the calling off, off

    Let’s call the whole thing off

    Questo modo di costruire e rapportare le scene musicali alla narrazione si configura come una delle caratteristiche su cui si fonda il musical RKO.

    TOP HAT, WHITE TIE AND TAILS

    Top Hat (arrivato in Italia con il titolo Cappello a cilindro) esce nel 1935 ed è considerato il miglior musical dei dieci in cui la coppia si trova a lavorare. La trama è molto semplice, una classica storia da commedia romantica ricca di equivoci e sentimenti mal confessati che trova sempre il modo di risolversi al meglio, ma sono state le canzoni e i numeri di ballo a far guadagnare a Top Hat ben sette nomination agli Oscar (tra cui il miglior film!). Impossibile dimenticare le splendide scenografie Art Déco in cui si svolge la storia, le canzoni di Irving Berlin e le coreografie come sempre impeccabili. Top Hat rientra tra i film più “sofferti” sia per Fred che per Ginger: lui, terribilmente perfezionista, pretendeva che le scene di ballo venissero girate e rigirate senza sosta anche per ore, e molte volte si lasciava scappare commenti poco carini sugli abiti di scena di lei (specialmente l’iconico vestito ricoperto di piume). Ricorderà in seguito la Rogers:

    I adored Mr. A, but all the hard work, the months of non-stop dancing, singing and acting. We just worked it out and had a lot of fun and get very exhausted. And Mr. A was quite divine.

    Tuttavia, nonostante sul set l’atmosfera non fosse sempre delle migliori, ciò che il film costruisce è qualcosa di a dir poco magnifico, a partire dal numero in solitaria di Astaire all’inizio fino all’unico momento di ballo corale con la canzone Top Hat, White Tie and Tails, in cui al fianco dello smoking compare per la prima volta l’iconico bastone da passeggio con cui l’attore “fucila” gli altri ballerini. I punti più alti si toccano tuttavia nei numeri di coppia, in cui la chimica tra Rogers e Astaire concede alle sequenze una spontaneità e una delicatezza mai viste prima. Nella scena più famosa del film, il ballo sulle note di Cheek to Cheek, Fred e Ginger sembrano volteggiare staccati da terra, impegnati in una danza che evoca la nascita e lo sviluppo di un amore profondo e sincero. Top Hat è più di un semplice musical, è una storia in cui ci si può rifugiare, tanto romantica ed elegante da venire omaggiata nel commovente finale de Il miglio verde (1999), come ultimo desiderio del condannato a morte Coffey.

    Fred Astaire e Ginger Rogers sul set di Top Hat insieme all’autore delle musiche Irving Berlin

    A metà degli anni ’30 la coppia Astaire-Rogers arriva al culmine della fama: si susseguono uno dopo l’altro Top Hat, Follow the fleet (1936, Inseguendo la flotta), Swing Time, Shall We Dance e Carefree (1938, Girandola), film che hanno un grande successo con il pubblico ma che allo stesso tempo iniziano a mostrare qualche difficoltà. I costi di produzione per i musical erano infatti diventati troppo alti e la RKO non era più in grado di sostenerli; la casa realizza un’ultima pellicola insieme alla coppia dal titolo The Story of Vernon and Irene Castle (1939), il cui finale triste voleva un po’ annunciare la fine di un sodalizio che aveva fatto sognare le sale di tutto il mondo. A partire dagli anni ’40, Fred Astaire e Ginger Rogers continueranno a lavorare separatamente a Hollywood, riscuotendo un discreto successo e senza perdere mai quel talento e quel carisma che li aveva resi la coppia più famosa degli anni ’30. Nel 1949 Fred e Ginger torneranno insieme per un ultimo musical, questa volta prodotto da Arthur Freed per MGM, The Barkleys of Broadway: si conclude così un sodalizio artistico tra i più emozionanti della storia del cinema, con le uniche scene di ballo a colori che i due abbiano mai registrato insieme.

    Sia Fred che Ginger hanno recitato, ballato e cantato con tanti altri attori nel corso della loro carriera, eppure hanno sempre dichiarato di non aver mai avuto una chimica e un’intesa come quella che avevano conosciuto lavorando insieme. Ed ecco che le parole di Astaire in Carefree assumono tutto un altro significato:

    Won’t u change partners and dance with me?

    […] 

    Won’t you change partners and then

    You may never want to change partners again

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  • EVERYTHING COMING UP ROSES – NUOVE FORME E SFIDE DEL MUSICAL

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    Leggi la prima parte qui.

    Dopo gli anni ’60, il musical non è mai più stato quello di una volta, dato riscontrabile già solo nell’investimento dedicato dalle case di produzione: alla quarantina di titoli prodotti nel 1940, si contrappongono, trent’anni dopo, solo una decina di film. Tuttavia, al contrario di altri generi e sottogeneri che a seguito del flop commerciale sono spariti dalla circolazione -si pensi ai film di cappa e spada- il musical cinematografico ha continuato ad esistere in forme “minori” ma ugualmente degne di analisi, per poi subire una sorta di rinascimento che prosegue a fasi alterne dai primi anni 2000.

    Vorrei segnalare che trovare costanti, all’interno del corpus composito di film post anni ’60, non è facile: non abbiamo direttive dettate dalle rispettive case di produzione, o gruppi di attori ricorrenti, e i risultati finali sono molto diversi da caso a caso. Ugualmente, è difficile stabilire una storia precisa del genere da questo punto in poi, specialmente per ciò che concerne il nuovo millennio, le cui vicende sono ancora troppo recenti per consentirci di segnare con certezza un percorso ancora in divenire. Tuttavia, proveremo comunque a dare coerenza ai dati che abbiamo e a tracciare un bilancio di questo lungo periodo.

    Avventuriamoci dunque una seconda volta lungo la Great White Way per scoprire cosa resta del musical, cosa è cambiato e cosa possiamo aspettarci per il futuro.

    IL MUSICAL A BASSO BUDGET DEGLI ANNI ‘70

    Se negli anni ’60 i musical ad alto budget non erano riusciti a raccogliere le istanze dei giovani, al contrario negli anni ’70 tocca alle produzioni a basso budget cercare di catturare lo spirito di ribellione post-sessantottino. Jesus Christ Superstar (Norman Jewison, 1973), tratto dall’omonimo album di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber (futuro grande autore della storia del genere), è una rilettura in chiave moderna e hippy degli ultimi giorni di vita di Gesù con protagonista un cast multietnico, girato in Israele con 3.5 milioni. Hair (Miloš Forman, 1979) tenta la stessa strada, trattando di una comune di hippy durante la guerra in Vietnam, ma risulta fuori tempo massimo (il conflitto era finito nel ’75) e meno eversivo rispetto allo spettacolo teatrale. 

    The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975), realizzato con lo stesso cast dello spettacolo teatrale (con poche eccezioni: una di queste è una giovane Susan Sarandon) e mezzi molto limitati, è una parodia dei B-movies horror degli anni ’30-’60, una celebrazione della cultura gay e camp e una critica all’ipocrisia della borghesia. Inizialmente un disastro al botteghino, diventò un enorme successo come spettacolo di mezzanotte, e tuttora vanta una grande comunità di appassionati. 

    Anche Grease (Randal Kleiser, 1978), probabilmente il film più redditizio e riconoscibile di questo periodo, viene realizzato con un budget relativamente basso di soli 6 milioni (ne guadagnerà 366). L’intento, però, è anche in questo caso alquanto eversivo: si tratta infatti di uno sguardo nostalgico sugli anni ’50 che però inietta nei suoi personaggi lo spirito ribelle e sessualmente libero dei giovani contemporanei. 

    Non rispondente alla definizione di “basso budget” (costò infatti 24 milioni) ma ugualmente interessante in quanto realizzato sull’onda del genere blaxploitation è The Wiz (Sidney Lumet, 1978). Si tratta di una rielaborazione de Il mago di Oz con un cast interamente composto da performer neri, con diversi nomi famosi (o che lo sarebbero divenuti di lì a breve): Michael Jackson, Diana Ross, Lena Horne, Richard Pryor, Mabel King… 

    Nel ’72, un film realizzato con meno di 5 milioni di budget da una casa di produzione “minore” riesce addirittura a diventare mainstream aggiudicandosi otto Oscar compreso quello al miglior film: si tratta di Cabaret, concentrato attorno alle vicende dei dipendenti di un locale notturno nella Germania pre-salita al potere di Hitler. 

    Cabaret è un film crudo, cupo e sporco, come gli ambienti in cui è ambientato, grottesco come alcuni dei suoi personaggi (tra tutti il maestro delle cerimonie, interpretato da Joel Gray). Tratta in maniera schietta temi quali la banalità con cui il nazismo penetra nella società tedesca e l’ambiguità e libertà sessuale, col disfarsi della “cellula” eterosessuale rappresentata dalla coppia protagonista a seguito dell’intromissione di un terzo personaggio, un uomo. Protagonista è Liza Minnelli, la figlia di Vincente Minnelli e Judy Garland: la discendente diretta della vecchia generazione che dà linfa ad una nuova tradizione.

    Cabaret è la dimostrazione che il fallimento del grande modello dello studio system non rappresenta necessariamente la fine del musical come genere, ma che piuttosto il successo era ancora possibile aprendosi, però, alle nuove tendenze e a un’evoluzione nelle forme.

    IL MUSICAL ANIMATO E TELEVISIVO

    Negli anni ’80 e ’90, la formula musical è quasi sempre appannaggio dei film d’animazione, specialmente (ma non unicamente) quelli della Disney, che aveva cominciato l’attività proprio producendo lungometraggi con numeri musicali a partire dagli anni ’30, tradizione ridimensionatasi negli anni ’70-‘80. 

    Nei 10 anni compresi tra ’89 e ’99 la Disney vive il suo “Rinascimento”, con l’uscita di alcuni dei propri film più profittevoli e più acclamati (Il re leone, Aladdin, Mulan, Il gobbo di Notre Dame…). Gli iniziatori di questa rivoluzione in casa Disney, in fatto di canzoni, sono Alan Menken e Howard Ashman, autori del musical La piccola bottega degli orrori (1986). I due lavorarono come un duo fino alla morte di Ashman, avvenuta nel 1991 a seguito di complicanze da AIDS. Secondo molti, i testi di quest’ultimo sarebbero stati decisivi nella riuscita dei loro lavori. Menken continua ancora oggi a lavorare per la Disney, anche se più sporadicamente rispetto al passato. 

    Negli stessi anni, diverse case di produzione di film di animazione tentano di capitalizzare su questo modello. L’opera più riconoscibile è certamente quella di Don Bluth, ex animatore della stessa Disney che, dopo alcuni successi con film per bambini particolarmente cupi (Brisby e il segreto di NIMH, Fievel sbarca in America) si dedica con risultati altalenanti al musical di stampo disneyano (Pollicina, Anastasia…).

    Gran parte dei prodotti usciti in questo periodo sono ancora più semplicistici delle opere di Bluth, nati con l’evidente intento di “scopiazzare” la Disney per imitarne il successo, senza però portare la stessa cura (per le animazioni, per i temi trattati, per le canzoni…) della casa di produzione. Dunque, come la formula musical era stata associata, trent’anni prima, alla costruzione di mondi altri e fantastici, così adesso comincia a venire legata soprattutto a prodotti animati e, per associazione, “per bambini” e “infantili”. 

    Dal lato dei live action, possiamo segnalare la presenza di diversi film prodotti per essere trasmessi direttamente in TV, con bassi budget e ancora più bassi standard di qualità: una caduta di stile davvero impressionante, per un genere che aveva fatto della propria esclusività e spettacolarità il proprio cavallo di battaglia contro l’avanzare del mezzo televisivo. 

    Nella seconda metà degli anni 2000, anche la Disney inizia a sua volta a produrre film per la rete televisiva Disney Channel con al loro interno numeri musicali, tradizione che tuttora prosegue. Ad aprire questa nuova stagione è High School Musical (Kenny Ortega, 2006), il quale viene accolto in maniera mista dalla critica ma diventa il DCOM (Disney Channel Original Movie) di maggior successo della storia della rete. Il risultato positivo del film fu tale da portare alla creazione di due sequel, il secondo dei quali fu addirittura trasmesso al cinema. Ad oggi la saga di High School Musical è ricordata con affetto da molti giovani. Probabilmente, per diversi di questi la trilogia è stata l’introduzione al genere assieme alla serie televisiva Glee (2009-2015).

    GLI ANNI 2000 E LA RINASCITA

    Il nuovo millennio si apre con l’uscita di film di grande successo che portano nuova linfa al genere al cinema, riuscendo a trovare la maniera di farlo funzionare dopo alcuni decenni di risultati spesso deludenti. Moulin Rouge! (Baz Luhrmann, 2001), nominato a 4 premi Oscar, è un pastiche che prende a piene mani dalle origini del musical, sia teatrali (la trama è evidentemente ispirata al melodramma La traviata e ai canoni del genere) sia cinematografiche, riprendendo la grandeur del cinema classico a cui il montaggio frenetico ed effetti esagerati contribuiscono. Chicago (Rob Marshall, 2002), vincitore di 5 premi Oscar, alterna le scene ambientate nella fredda realtà della Jazz Era, delle carceri e dei tribunali, alle fantasie della protagonista, rappresentate come grandi numeri di varietà.

    I successi di questi film aiutano a far “rinascere” il genere, anche se non con la pervasività degli anni d’oro e, soprattutto, producendo risultati molto diversi in ogni singolo caso.

    Il fantasma dell’Opera (Joel Schumacher, 2004) e Rent (Chris Columbus, 2005), tratti dagli omonimi musical teatrali, non riescono ad utilizzare al meglio il mezzo cinema nei numeri musicali, con riprese spesso statiche e poco coinvolgenti che non supportano l’atmosfera. Al contrario, Sweeney Tood-Il diabolico barbiere di Fleet Street (Tim Burton, 2007) ed Hairspray (Adam Shankman, 2007) assumono un proprio stile riconoscibile e in linea con le premesse degli spettacoli. Mamma Mia! (Phyllida Lloyd, 2008), pur ricevendo critiche tendenzialmente negative, è il terzo film di maggior incasso dell’anno (al di fuori del Nord America) e tuttora è dotato di una sua fanbase, tanto che pochi anni fa ne è stato prodotto un sequel.

    Due elementi cominciano a diventare costanti in questi film che vedremo tornare in futuro. Il primo è la presenza di massiccio stunt casting, ovvero l’assunzione di interpreti famosi per il loro lavoro di attori, perfino vere e proprie star dello show business, ma non precedentemente esperte di canto e ballo (ci sono ovviamente eccezioni). Si tratta di una strategia pensata, ovviamente, per portare persone al cinema e rilanciare il genere. Anche in questo caso, la qualità vocale varia da caso a caso: il lavoro svolto in Chicago da Catherine Zeta Jones ha contribuito a farle guadagnare un Oscar; al contrario, Pierce Brosnan in Mamma Mia! è stato massacrato dai critici, con giudizi costellati di insulti creativi.

    In secondo luogo, notiamo la mancanza di registi che siano specializzati nel genere: generazioni di filmmaker che hanno perfezionato il musical cinematografico sono state spazzate via senza poter passare a quelle successive le proprie conoscenze in materia, lasciando un vuoto che spinge i nuovi registi a dover cercare soluzioni autonomamente in risposta alle richieste di mercato. In particolar modo, è necessario trovare una soluzione per evitare di straniare il pubblico, che non è più abituato all’interruzione narrativa per dei numeri di danza e ballo. 

    Di solito, ci si approccia alla questione in due modi diametralmente opposti. 

    Da una parte, abbiamo il modello realistico, di cui è esempio emblematico Les Miserables (Tom Hooper, 2012). Hooper si avvicina al musical anche in questo caso con un cast di all star (anche se diversi, come Hugh Jackman, hanno esperienza canora) con pochi attori di Broadway in parti secondarie. Il suo è un approccio iper realistico: il mondo filmico è una ricostruzione cupa e cruda della Parigi del 19esimo secolo, ripresa con colori sporchi e inquadrature claustrofobiche. Ci troveremmo insomma davanti ad un period drama standard, non fosse che per tutto il film i personaggi cantano, tra l’altro in presa diretta, altro elemento che conferisce all’esperienza un ché di concreto. L’intento dichiarato è proprio quello di creare un musical che non ricordi affatto il musical, o meglio, che si allontani dai suoi elementi fantastici e irrealistici, sottintendendo che questi lo rendano un genere meno legittimo o meno serio.

    A fianco di questo approccio realistico che è stato utilizzato da altri registi oltre a Hooper, abbiamo il ritorno, specialmente negli ultimi anni, di un modello più stravagante, che vede i numeri musicali assumere caratteristiche anti naturalistiche, attraverso un utilizzo creativo della regia o degli elementi nell’inquadratura. The Greatest Showman (Michael Gracey, 2017), pur non essendo stato particolarmente ben accolto dalla critica, è un esempio perfetto per questo tipo di musical. I numeri musicali risultano delle parentesi in cui la regia e la fotografia si sbizzarriscono, creando situazioni che siano adatte ad amplificare l’effetto spettacolare, sfruttando anche l’ambientazione del circo oltre a coreografie e virtuosismi della macchina da presa.

    In generale, più che di una rinascita del genere negli ultimi 20 anni, sarebbe forse più corretto parlare di un aumento della produzione che ha portato il musical cinematografico a vivere dei picchi di popolarità in corrispondenza del successo, commerciale, critico o entrambi, di singoli film. L’esempio più lampante è quello di La La Land (Damien Chazelle, 2016), un film che prende a piene mani dal musical classico, dai suoi stilemi visivi e narrativi, ma lo ribalta smitizzando la visione idealistica del mondo dello spettacolo e delle relazioni rappresentata nel genere. A così breve distanza di tempo, tuttavia, risulta difficile giudicare se sia stato il suo successo a spingere, negli anni successivi, alla produzione di diversi musical cinematografici atti a capitalizzare sul fenomeno, o se si sia trattato piuttosto di un’evoluzione dovuta ad alcuni fattori concorrenti. Magari, sono entrambe le cose.

    LE NUOVE SFIDE DEGLI ANNI ’10 E ’20

    Negli ultimi 10 anni, il musical cinematografico ha dovuto confrontarsi con nuovi, interessanti elementi. 

    Il primo e più importante è un rinnovato interesse nei confronti della sua controparte teatrale, specialmente da parte di una platea di giovani. In particolar modo, la stagione teatrale 2014\15 è stata ricca di contenuti adatti a degli adolescenti, con la presentazione di quattro spettacoli che hanno avvicinato una nuova audience al genere: Be more chill, Dear Evan Hansen, Heathers e, soprattutto, Hamilton. Il musical, con parole e musica di Lin-Manuel Miranda (che nella prima produzione interpreta anche il protagonista), è la storia dei padri fondatori americani raccontata, però, con un cast multietnico e musica rap. Partito in sordina, lo spettacolo ha raccolto l’amore di pubblico e critica, rivoluzionando il genere e contribuendo largamente, in concomitanza con le altre opere di cui sopra, al formarsi di un fandom attivo di giovani interessati al musical.

    Cinque anni dopo, nel mezzo della pandemia di COVID, la piattaforma Disney+ ha rilasciato globalmente una ripresa professionale effettuata a teatro di Hamilton, un proshot (apparentemente) acquistato alla modica cifra di 75 milioni di dollari. Una dimostrazione lampante del potere d’acquisto di questa proprietà.

    Che i proshot siano considerabili film è un argomento su cui il dibattito è ancora aperto. Fatto sta che Hamilton viene trattato come tale dalla stampa e dalle associazioni adibite all’attribuzione di premi, motivo per cui ci sentiamo liberi di parlare anche di questo interessante aspetto, il quale ci porta a toccare anche un altro degli elementi emersi negli ultimi 10 anni della storia del cinema: i servizi di streaming.

    I proshot di spettacoli teatrali esistono da molto tempo: ci basta dare un’occhiata alla sezione “Teatro” di RAI Play per scovare filmati risalenti anche agli anni ’50. Per i musical, possiamo segnalare le prime riprese effettuate a fine anni ’70-inizio anni ’80. Solitamente venivano utilizzate per la trasmissione in TV. 

    Già dai primi anni 2000 la pratica di trasmettere i proshot di musical come film per la televisione o parte di programmi televisivi, o in alternativa di venderli direttamente su supporti fisici, è aumentata, talora per indurre più persone a venire a vedere spettacoli allora in corso (Legally Blonde, 2007), per celebrarne la chiusura (Rent: Filmed live on Broadway, 2008), per rendere pubblica la registrazione di un evento unico come una versione concertata (Les Misérables in Concert: The 25th Anniversary, 2010). Si tratta comunque di una pratica sporadica in quanto il timore, nel rilasciare un proshot al pubblico, è che se lo spettacolo è ancora in corso le vendite dei biglietti crolleranno. 

    Tuttavia, negli ultimi anni, in risposta alla maggiore richiesta di musical da parte di un’audience di giovani, spesso incapaci di accedere all’esperienza teatrale per i costi proibitivi o in quanto non residenti in America o Inghilterra, e probabilmente per prevenire o quantomeno disincentivare la creazione e diffusione dei bootleg (riprese di bassa qualità effettuate illegalmente durante le esibizioni), si è cominciato a rendere disponibili più proshot. Alla trasmissione televisiva e il rilascio su DVD si è aggiunta, come opzione di distribuzione, lo streaming, con diverse piattaforme che hanno arricchito i propri cataloghi con questi prodotti.

    Diversi servizi di streaming si sono inoltre lanciati nella produzione e distribuzione di propri film musical. Netflix ha già rilasciato The Prom (Ryan Murphy, 2020), Tick, Tick… Boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021) e 13 (Tamra Davis, 2022). È inoltre di prossima uscita Matilda con Emma Thompson, il che ci fa immaginare che il servizio intenda proseguire su questa strada. 

    Un’ulteriore, interessante conseguenza del rinnovato interesse per il genere musical è un nuovo apprezzamento nei confronti dei performer teatrali, siano essi vecchie glorie o giovani interpreti.

    Questo si è trasferito anche sul grande schermo, con l’uscita di film musical che vedono la loro partecipazione spesso in ruoli più prominenti rispetto al passato. Sognando a New York – In The Heights (Jon M. Chu, 2021), tratto da un musical di Lin-Manuel Miranda, ha come protagonista Anthony Ramos, uno dei protagonisti di Hamilton e Olga Merediz nel ruolo di Abuela Claudia, che aveva già interpretato a teatro. Il film ha inoltre al proprio interno diversi camei del cast dello spettacolo originale oltre che Daphne Rubin-Vega, una delle protagoniste del musical Rent, in un ruolo secondario. 

    Il cast di West Side Story (Steven Spielberg, 2021)è composto principalmente da giovani alla prima esperienza cinematografica, molti dei quali natii del teatro (David Alvarez, Mike Faist, Ariana DeBose, iris menas¹…). Il film vede inoltre il ritorno sul grande schermo di Rita Moreno, interprete di Anita nella pellicola degli anni ’60. Diversi di questi attori sono stati molto lodati per le loro interpretazioni, e DeBose ha addirittura vinto un Oscar per la sua performance nei panni di Anita, la terza volta (e la prima per una donna) che due interpreti vincono la statuetta interpretando lo stesso personaggio.

    Entrambi i film, comunque, pur ricevendo buone critiche si sono risolti in insuccessi al botteghino. Sarà da vedere se ciò porterà a riconsiderare la tattica dello stunt casting per evitare ulteriori perdite.

    A CHE PUNTO SIAMO? UN BILANCIO FINALE

    Il musical sta vivendo un’interessante era di rinascita e di rinnovato interesse che sta portando alla crescita nella produzione di adattamenti cinematografici o lavori completamente inediti. Tuttavia, a questo aumento non sta necessariamente corrispondendo una risposta finanziaria sempre positiva: dei film usciti l’anno scorso, solo Encanto (Jared Bush e Byron Howard) e Sing 2 (Garth Jennings) sono stati successi commerciali, segnale che forse potrebbe spingerci a credere che il musical al cinema sia ancora profittevole solo se rivolto ad un pubblico infantile. C’è però da tenere anche in conto, in queste valutazioni, della difficoltà affrontate dal cinema tutto a causa della pandemia di COVID, difficoltà di cui tuttora si sentono gli strascichi. Ugualmente, si è molto parlato della diminuzione del pubblico in sala, altro fattore trasversale a tutta la settima arte e non relativo al singolo genere.

    Quello che possiamo ricavare da questa nostra (non tanto breve) retrospettiva è che certamente l’interesse del pubblico, o meglio, di un certo pubblico c’è, frustrato forse, però, dai tanti insuccessi legati al genere e agli equivoci attorno ad esso. Ugualmente, c’è interesse da parte delle case di produzione: per i prossimi anni si progetta di portare sul grande schermo almeno una trentina di musical teatrali. Che molti di questi progetti resteranno un nulla di fatto (di alcuni non abbiamo notizie da anni) e che la “febbre da musical” si esaurirà prima di poter arrivare al numero 30 è cosa quasi certa, ma è altrettanto certo che l’intenzione è sufficiente a farci capire che il genere è considerato di nuovo stimolante e potenzialmente profittevole.

    Starà poi all’abilità di ogni regista riuscire a renderlo capace o meno di essere al passo coi tempi, evitando di cadere nello stesso errore compiuto dai propri predecessori. A noi non resta che aspettare ed osservare, sperando che “tutto sia rose e fiori” per noi e per il musical.

    ¹L’uso delle lettere minuscole è richiesta specifica dellə performer

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  • NOTHING’S AS AMAZING AS A MUSICAL – NASCITA E DECLINO DEL MUSICAL CLASSICO

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    Per moltissimo tempo, il musical è stato una delle punte di diamante di quel sistema definibile “industriale” che era il cinema classico (se non sapete cosa si intende con l’espressione, vi rimandiamo all’articolo apposito qui). Si trattava infatti di uno dei generi che meglio esprimeva la grandeur richiesta dalle rispettive case di produzione e al contempo una fucina di talenti e di maestranze impressionanti, capaci di adattarsi alle richieste delle majors per creare quelli che, ai tempi, erano veri e propri blockbuster senza però rinunciare al lato artistico.

    Ma cosa è successo a questo genere così profittevole? Come e quando si è trasformato da dominatore del box office a veleno per gli incassi? In questo articolo vi porterò in un viaggio magico, seguendo il sentiero dorato per scoprire cosa fosse il musical classico e seguirne la parabola discendente.

    DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI MUSICAL? IL TEATRO E GLI INIZI

    “What the hell are musicals?”                                                                                                           

    “It appaers to be a play where the dialogue stops and the plot is conveyed through song”

    (…)

    “Wait, so an actor is saying his lines and out of nowhere he just starts singing?”

    “Yes”

    “Well that is the

    (singing) Stupidiest thing that I have ever heard”

    “Che cosa diavolo sono i musical?”

    “Sembra sia uno spettacolo in cui il dialogo si interrompe e la trama viene trasmessa attraverso canzoni”

    “Aspetta, quindi un attore sta dicendo le sue battute e all’improvviso comincia a cantare?”

    “Sì”

    “Beh, questa è la 

    (cantando) Cosa più stupida che ho mai sentito”

    (A Musical, da Something Rotten)

    Il dizionario Treccani recita, sotto la voce “musical”, «Spettacolo musicale – teatrale, cinematografico o televisivo – che prevede l’utilizzo di musica, dialoghi (parlati e cantati) e danze». Questa definizione ci pone davanti ad un primo elemento d’interesse, ovvero il fatto che il genere cinematografico abbia un suo precedente nel “fratello” teatrale, nato in America intorno a fine 19esimo secolo-inizio 20esimo come miscuglio di diverse forme di spettacolo precedenti. Tuttora, la strada simbolo del genere musical statunitense è Broadway (soprannominata “Great White Way”), nel cui distretto teatrale questi spettacoli venivano presentati già da metà diciannovesimo secolo.

    Pur avendo dei precedenti (The Black Crook nel 1866, i lavori di Gilbert e Sullivan e Harrigan e Hart…), Show Boat (1927) è considerato il primo spettacolo in cui l’interesse è rivolto alla storia, a servizio della quale sono tutti gli altri elementi costituenti dell’opera. Questa rivoluzione viene portata a compimento dal duo Rodgers&Hammerstein col loro musical Oklahoma! (1943), per il quale i due vinsero un premio Pulitzer

    Il primo musical della storia del cinema (allora chiamato “operetta”) è stato anche il primo talkie in assoluto (ovvero il primo film sonoro). Si tratta di The Jazz Singer (Alan Crosland), presentato al pubblico nel 1927. Se in Don Juan (Alan Crosland), dell’anno precedente, il sistema su dischi Vitaphone è stato usato soltanto per dotare il film di una colonna sonora e di effetti sonori, in questo caso esso è servito a registrare le esibizioni di Al Jolson, il cantante\attore protagonista della vicenda. 

    Tuttavia, non sono queste a stupire maggiormente gli spettatori. Il momento più memorabile del film è certamente quello in cui sentiamo le prime parole della storia del cinema, una battuta improvvisata da Jolson che, nel passare da una canzone all’altra, dice “aspettate, aspettate, non avete ancora sentito nulla!”: una frase profetica. Successivamente, nel corso del film l’attore improvvisa un’altra scena di dialogo assieme all’attrice Eugenie Besserer, durante la performance della canzone Blue Skies.

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    Col musical, si apre dunque un nuovo capitolo della storia del cinema: quello del sonoro. 

    L’introduzione di questa tecnologia è una rivoluzione che scuote Hollywood e le sue fondamenta: per restare al passo coi tempi e non essere svantaggiate rispetto alle proprie avversarie, le varie case di produzione si scapicollano in una riconversione dei macchinari di ripresa, di quelli di proiezione per i cinema, nell’educazione dei propri attori ad uno stile recitativo consono al nuovo mezzo e, in caso, alla loro sostituzione (il musical Cantando sotto la pioggia, di cui abbiamo parlato qui, cattura perfettamente questo momento di transizione e le difficoltà tecniche riscontrate).

    Canonicamente, la conversione al sonoro, almeno in America, viene datata 1929. 

    GLI ANNI D’ORO: THIS IS THE GREATEST SHOW

    “Spectacular, spectacular,

    No words in the vernacular

    Can describe this great event

    You’ll be dumb with wonderment”

    “Spettacolare, spettacolare,

    Nessuna parola nel dizionario

    Può descrivere questo grande evento,

    Sarai muto per la meraviglia”

    (The Pitch, da Moulin Rouge!)

    Tra anni ’30 e ’60, il musical cinematografico, fissati i propri elementi costitutivi, è uno dei generi più importanti all’interno dello studio system.

    Ogni casa di produzione si specializza in un proprio “tipo” di musical, spesso anche in base alle star che ha sotto contratto. 

    Tra 1933 e 1939, la RKO produce nove film, che integrano “gli stereotipi del musical con quelli della commedia di ambientazione sofisticata” (Bertetto, P. (2012). Introduzione alla storia del cinema: Autori, film, Correnti. UTET Università, p. 108), con protagonista la coppia di ballerini Fred Astaire-Ginger Rogers, solitamente nei ruoli di innamorati (il più famoso è probabilmente Cappello a Cilindro, Mark Sandrich, 1935). I loro numeri di danza sono filmati in lunghe inquadrature, a volte veri e propri piani sequenza, in cui ogni elemento, dai costumi alle scenografie, contribuisce ad esaltare la coppia e la sua bravura. Raramente questi film includono grandi numeri con un largo ensemble: il duo Fred e Ginger è sufficiente a metter su uno spettacolo coi fiocchi. 

    Al contrario, il musical della Warner, complice la presenza allo studio del coreografo Busby Berkeley, si avvale di grandi coreografie di massa. Esempio di questo tipo di produzioni è 42esima strada (42nd Street, Lloyd Bacon, 1933), che tra l’altro “contribuisce a fissare la tradizione del musical metalinguistico” (Ibidem). Alla Warner è sotto contratto, fino a metà anni ’50, anche Doris Day, attrice la cui immagine pubblica era quella di forte puritanesimo, tanto che negli anni ’70 Grease (Randal Kleiser, 1978) la prenderà in giro durante la canzone Look at me, I’m Sandra Dee.

    L’MGM sfrutta a piene mani il colore fornito dal sistema Technicolor, un’altra invenzione che si accompagna al sonoro. Questo viene usato “per la costruzione di universi fantastici e spesso onirici” (Ibidem). L’esempio più noto del musical MGM e del musical classico tout court è Il mago di Oz (The Wizard of Oz, Victor Fleming, 1939), in cui la palette di colori assolutamente antinaturalistici indica il passaggio di Dorothy dal Kansas al mondo magico di Oz, dalla realtà alla favola, creando un’atmosfera magica. Inoltre, si tratta di un segnale della qualità della produzione e della possibilità di dispiegare mezzi: durante gli anni ’30 e ’40 il colore è ancora una tecnologia che soltanto i più grandi film delle majors possono permettersi. 

    Ad inizio anni ’40 alla MGM si inserisce uno dei più importanti nomi dell’industria, in fatto di musical. Si tratta di Vincente Minnelli, regista, tra le altre cose, di Un americano a Parigi (An American in Paris, 1951), con protagonista una delle più note star della casa di produzione, Gene Kelly. Il film comprende il numero musicale più lungo della storia del genere: un balletto di 17 minuti sulle note di An american in Paris di George Gershwin, che chiude il film con una scena priva di dialoghi. Minnelli collabora molto anche con Judy Garland, iconica protagonista de Il mago di Oz e sua futura (prima) moglie. 

    Oggi lo ricordiamo soprattutto per il lavoro svolto sul colore, sull’aspetto estetico dei suoi film, tanto da essere “accusato” da alcuni contemporanei di essere più interessato allo stile che alla sostanza dei propri lavori.

    L’obbiettivo principale del musical nell’era classica, comunque, sembra essere quello di offrire uno spettacolo indimenticabile al proprio pubblico, un’esperienza di visione appagante e totalizzante, sia essa realizzata attraverso le travolgenti ed infinite coreografie di Astaire-Gingers, i numeri di massa di Berkeley, o il connubio tra sonoro e colore. Le produzioni sono ad alto budget, presentate come eventi imperdibili, spesso rivolti ad un pubblico d’elité. Si tratta infatti di uno dei generi più proposti all’interno del roadshow, una forma di distribuzione anticipata delle pellicole considerate future hit, che prevedeva prezzi più alti in considerazione della propria natura esclusiva, dei costi investiti nei film proiettati e della qualità dell’esperienza di proiezione.

    Le trame tendono ad essere ripetitive (fenomeno trasversale ai generi, all’interno dello studio system) e a concentrarsi soprattutto su due tipi di narrazioni: metanarrative, coinvolgenti persone che lavorano nel mondo dello spettacolo (es È nata una star, George Cukor, 1954), o dedicate a tutt’altro, viranti principalmente sul romantico e\o sul comico. Talvolta questo secondo tipo di film è ambientato in luoghi altri rispetto alla grande città, idilli di campagna (Oklahoma!, Fred Zinnermann, 1955) o mondi di fantasia. I primi, invece, spesso e volentieri raffigurano uno scintillante mondo dello spettacolo e la città come luogo di occasioni.

    Un altro elemento comune a queste produzioni è che i numeri musicali risultano interruzioni all’interno della narrazione: non servono a far progredire la trama, ma piuttosto fungono da divertissement o come occasione per conoscere le motivazioni e le emozioni dei protagonisti. Sono anch’essi parte dell’esperienza spettacolare, spesso ripresi attraverso lunghe inquadrature con pochi stacchi che permettano di apprezzare la bravura degli interpreti. Non per niente, questi vengono solitamente scelti all’interno della “scuderia” delle case di produzione, ballerini e cantanti sovente natii del teatro o del varietà ed impiegati principalmente per questo genere di film. Oltre alle persone già citate, vale la pena segnalare Cyd Charisse, ballerina protagonista di alcuni numeri indimenticabili come partner di grandi nomi quali Fred Astaire e Gene Kelly, e Donald O’ Connor, specializzato in coreografie acrobatiche ed energetiche.

    Nonostante ciò va citata la presenza di alcuni rari e per questo interessanti casi, specialmente negli anni ’50, di stunt casting, ovvero la pratica di assumere per delle parti degli attori famosi ma non legati al mondo del musical per attirare il pubblico al cinema. Alcuni esempi di questa pratica comprendono Deborah Kerr in Il re ed io (The King and I, Walter Lang, 1956) e Marlon Brando in Bulli e pupe (Guys and dolls, Joseph L. Mankiewicz, 1955). Ugualmente interessanti, sempre negli anni ’50, sono le occasioni in cui il musical sembra essere concepito come mezzo di lancio di giovani promesse delle majors. È il caso ad esempio di Debbie Reynolds (Cantando sotto la pioggia), Marilyn Monroe (Gli uomini preferiscono le bionde) e Ava Gardner (Show Boat).

    Già dagli anni ’30 è segnalabile la presenza di film tratti da musical teatrali (o da forme proto-musicali di spettacolo): il primo adattamento di Showboat risale addirittura al 1929. I compositori più “saccheggiati” sono i grandi degli anni ’30 e ’40: il duo Rodgers&Hammerstein (South Pacific, Carousel), Cole Porter (Kiss me Kate, Anything Goes), Irving Berlin (il quale si occuperà anche di comporre colonne sonore direttamente per le pellicole), Ira e George Gershwin.

    All’incirca fino alla fine degli anni ’50, il genere musical ha un enorme successo di critica ma, anche e soprattutto, di pubblico, risultando estremamente profittevole e giustificando, il più delle volte, le impressionanti somme investite con ricavi ugualmente impressionanti, oltre che riconoscimenti. Tuttavia, con l’inizio degli anni ’60, qualcosa comincia a cambiare.

    SOMETHING’S COMING: IL DECLINO DEL MUSICAL AD ALTO BUDGET

    Il decennio si apre con un film che sembra essere paradigmatico del mutamento che segnerà il futuro del cinema in generale e del musical in particolare. 

    West Side Story (Jerome Robbins e Robert Wise, 1961) è tratto da uno spettacolo teatrale di pochi anni prima, con le musiche di un maestro della “vecchia guardia”, Leonard Bernstein, e i testi di un giovane 25enne al suo primo lavoro, Stephen Sondheim, che nei decenni a venire rivoluzionerà il genere musical a teatro. Una versione di Romeo e Giulietta ambientata a New York sullo sfondo di una guerra tra bande, West Side Story parla di argomenti attuali, come la delinquenza tra i giovani e il razzismo. Lo fa con un linguaggio che Sondheim aveva voluto aggressivo e violento (l’intento era inserire nella colonna sonora il primo “vaffanc*lo” della storia del genere, intento frustrato dalla necessità di vendere dischi), che pur risultando oggi quasi ridicolo è lo specchio dei suoi protagonisti e della loro giovane età. Cosa ancora più sorprendente: è un musical che non si chiude con un lieto fine, ma che anzi frustra la felicità dei due giovani amanti, che in qualsiasi altra opera sarebbero stati premiati per il loro amore puro.

    Il film vede tra i suoi protagonisti diversi membri del cast teatrale, ma i due protagonisti sono interpretati da inesperti del genere: Richard Beymer (che oggi ricordiamo soprattutto per il ruolo in Twin Peaks) e Natalie Wood, volto della ribellione giovanile in classici come Splendore nell’erba e Gioventù bruciata. Entrambi, per ovviare alle loro mancanze, sono doppiati nelle parti cantate.

    Come nello spettacolo teatrale, il film non lesina di discutere questioni spinose con, tuttavia, un occhio di riguardo ai giovani protagonisti e una condanna velata dell’establishment. In aggiunta, vengono effettuate riprese in luoghi reali, cosa quasi inedita per l’epoca. Altro elemento interessante del film è che, nonostante i personaggi portoricani siano interpretati in maniera abbastanza stereotipata, da attori bianchi in blackface e con accento esagerato, l’unica attrice latinoamericana del cast, Rita Moreno, vince l’Oscar per la sua interpretazione, il primo caso nella storia dell’Academy ed un enorme punto d’orgoglio per la comunità latinoamericana al tempo.

    Coi suoi dieci Oscar vinti, che lo rendono il musical più premiato della storia del cinema, West Side Story è un segnale difficilmente ignorabile: il cinema sta cambiando, il gusto del pubblico sta cambiando, il musical teatrale sta cambiando, aprendo le porte a nuove leve e superando il suo modello glamour. Come se non bastasse, l’introduzione della televisione negli anni ’50 ha portato ad un diminuito interesse nei confronti del mezzo cinema e del modello roadshow

    L’industria cinematografica, però, non coglie l’antifona, e continua a produrre film che mantengono la stessa impostazione dei precedenti e che risultano, nel nuovo clima di sperimentazione che si sta creando dentro e fuori da Hollywood, alienanti per un pubblico sempre più giovane e affamato di novità.  

    Alla situazione già drammatica si aggiungono fatti spiacevoli dietro le quinte. Per il film My fair lady (1964, George Cukor) viene assunta nel ruolo della protagonista, per motivi di marketing, Audrey Hepburn, e non l’attrice che ha originato, con critiche estremamente positive, il ruolo a teatro: una brillante nuova star di nome Julie Andrews. La situazione causa l’indignazione di pubblico e stampa, che aumenta quando diventa chiaro che nel film Hepburn è stata doppiata nelle parti cantate, a discapito dei suoi stessi desideri. A seguito di questo film il pubblico riuscirà finalmente a vedere per la prima volta il viso della cantante che era in un certo senso il “segreto di Pulcinella” del mondo hollywoodiano: il soprano Marni Dixon, che ha dato voce a Natalie Woods in West Side Story, Deborah Kerr in Il re ed io ed altre star. Altri si sono avvalsi, nel corso degli anni, dello stesso trucchetto, senza che però i ghost singer (oltre a Nixon possiamo citare Anita Ellis, Bill Lee, Annette Warren…) venissero compensati o riconosciuti propriamente.  

    Lo stesso anno, Andrews ottiene la sua “vendetta”: viene assunta da Walt Disney per il suo blockbuster Mary Poppins, il debutto cinematografico che le vale un Oscar alla migliore attrice. L’anno successivo, è la volta di Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music, 1965, Robert Weise), un musical che ha un incredibile successo al botteghino (ad oggi è al sesto posto tra i film che hanno guadagnato maggiormente nella storia del cinema con l’inflazione aggiustata). Tuttavia, le critiche raccontano una storia diversa: il revisionismo storico della vicenda viene criticato, così come il tono eccessivamente zuccheroso. Nella corsa agli Oscar, Andrews viene “sconfitta” da Julie Christie in Darling (John Schlesinger, 1965), storia di una modella dalla dubbia morale e sessualmente attiva. Come ben riportato in Il cinema americano classico di Alonge e Carluccio, “il genere è ormai in pieno declino, così come il modello hollywoodiano nel suo complesso” (Alonge, A. G., & Carluccio, G. (2006). Il Cinema Americano Classico. Laterza, p. 203).

    Cercando di capitalizzare sul successo di My Fair Lady, Mary Poppins e Tutti insieme, negli anni successivi escono alcuni musical che, però, vengono mal accolti sia dal pubblico che dalla critica, oltre a portare scarsi risultati al botteghino (vale la pena citare Camelot del 1967, luogo di incontro di Vanessa Redgrave e Franco Nero, e Il favoloso dottor Dolittle con Rex Harrison). L’ultimo chiodo nella bara viene solitamente considerato Hello, Dolly! (Gene Kelly, 1969), con protagonista Barbra Streisand, che solo l’anno prima ha vinto un Oscar alla migliore attrice per un altro musical, Funny Girl, da lei interpretato anche a Broadway. Hello, Dolly! risulta un fallimento finanziario, guadagnando 26 milioni a fronte di un investimento di 25. Lo stesso anno esce al cinema Easy Rider (Dennis Hopper, 1969), uno dei film che diventerà paradigmatico del cambiamento in atto al cinema ed evidenza concreta della vecchiezza dei modelli e delle storie a cui l’opera di Kelly è ancorato.

    REQUIEM DEL MUSICAL CLASSICO

    Per 30 anni il genere musical è riuscito a dominare il box office e a catturare i cuori degli spettatori, tra un numero di tip tap e un duetto d’amore. Tuttavia, l’allure sfavillante dei mondi fantastici proposti da questi film è andato scemando per fattori al di fuori del controllo dell’industria: il cambiamento dei costumi, che ha portato ad un mutamento nell’età demografica degli spettatori e ad un’evoluzione del gusto del pubblico. Potremmo dunque affermare che la parabola del musical classico sia una delle dimostrazioni più lampanti di come anche un fenomeno così apparentemente saldo possa capitolare a causa dell’incapacità delle case di produzione di stare al passo coi tempi.

    Tuttavia, la storia del genere musical non si chiude con gli anni ’60: a chiudersi, piuttosto, è la stagione del mega musical cinematografico, pomposo, costoso, portatrice di una (forse eccessivamente) ottimista e bacchettona visione del mondo che mal si sposa con le nuove ragioni dei giovani contestatori sessantottini. Una stagione che ci ha regalato sfarzosi numeri musicali, mondi fantastici e scintillanti che raramente il cinema successivo è riuscito a restituirci e che ha dato spazio per brillare a grandi cantanti e ballerini oltre che a registi e maestri della propria arte capaci di dare vita con la macchina da presa a spettacoli e sogni eccezionali. Spettacoli tanto influenti nell’immaginario collettivo che, tuttora, il genere nella sua totalità viene spesso ricollegato a questi primi trent’anni di cinema

     Il nostro cammino lungo la “Great White Way” è appena cominciato, ma non possiamo che dire addio, con nostalgia, al sentiero dorato

    “It’s a musical, a musical,

    And nothing’s as amazing as a musical,

    With song and dance, and sweet romance,

    And happy endings happening by happenstance,

    Bright lights, stage frights, and a dazzling chorus”

    “è un musical, un musical,

    E nulla è fantastico quanto un musical,

    Con canzoni e balletti, e una dolce storia d’amore,

    E un lieto fine che si realizza per caso,

    Luci brillanti, paura del palcoscenico, e uno smagliante coro”

    (A Musical, da Something Rotten)

    Leggi la seconda parte qui.

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  • INTERVISTA A PIETRO PINTO – REGISTA DI UPSIDE DOWN DANCERS

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    In occasione della presentazione del corto Upside down dancers al San Francisco Dance Film Festival, abbiamo intervistato il regista e produttore Pietro Pinto.

    Pietro Pinto è un regista e produttore estremamente dinamico, autore di numerosi cortometraggi.  Tra questi ricordiamo Adam (2020), che ha avuto la sua première alla 35° Settimana Internazionale della Critica all’interno della Mostra del Cinema di Venezia; The Golden Gate (2020), vincitore del premio Best in Show e Best Narrative al CSU Media Arts Festival; Rosita (2017), selezionato nell’ambito della rassegna I Love GAI per la 74° Mostra del Cinema di Venezia. Con il documentario Jerusalem in Between, proiettato in oltre 20 festival in tutto il mondo, esordisce anche al Jerusalem Film Festival. Ad oggi si è stabilito a San Francisco, ma il suo animo attivo ed intraprendente lo ha portato a formarsi in diverse città e Paesi, tra cui Gerusalemme, Parigi, New York e Cuba. Tra le esperienze che lo hanno formato, si annovera una collaborazione nel 2019 con il celebre Marco Bellocchio in quanto Line Producer nel suo cortometraggio Se posso permettermi (2021). Inoltre, Pietro Pinto insegna come professore di cinema presso la San Francisco Film School e ha creato una serie di Masterclass di cinema con importanti professionisti dell’industria in partnership con UCLA, UCS, CalArts, SFSU e SFFS. 

    Ciao Pietro, parlami un po’ del nuovo corto Upside down dancers.

    P: Il corto Upside Down Dancers è stato realizzato nei mesi più cupi della pandemia, ho voluto raccontare il drammatico periodo della pandemia tramite la danza. I protagonisti del corto sono il primo ballerino del San Francisco Ballet, Angelo Greco e la prima ballerina Misa Kuranaga. I ballerini hanno ballato sulla collina di San Francisco, Twin Peaks. Hanno ballato raccontando questa fase tra sogno e realtà, il poter ballare in contesti informali ma non poterlo fare professionalmente a causa del Covid e delle rigide regole.

    Questo corto mi sembra molto affine a quello precedente, Icarus. C’è legame o continuità tra i due?

    P: Sì, assolutamente. Icarus racconta la storia di un giovane ballerino, Angelo Greco, e di come, a causa del Covid, si sia trovato costretto alla solitudine e privato della danza. Inoltre, per Angelo è stato un periodo particolarmente difficile, come tutti noi che ci trovavamo lontani dal paese natale, a causa delle terribili notizie che gli arrivavano ogni giorno. Il corto era andato molto bene ed era circolato abbastanza, le foto sono anche state proiettate al Fine Art Museum. Così, visto il buon successo ottenuto, abbiamo deciso di realizzare Upside Down Dancers, in cui abbiamo inserito anche la prima ballerina del San Francisco Ballet, Misa Kuranaga.

    Com’è nata la collaborazione con i ballerini?

    P: Personalmente non mi ero mai interessato al balletto prima d’ora. Ma l’incontro con Angelo, la sua eleganza nel muoversi e la sua devozione per il mondo della danza mi hanno colpito profondamente. Ci siamo conosciuti per caso in un ristorante di San Francisco: il suo portamento e la sua bellezza hanno subito attirato la mia attenzione. Così, gli ho chiesto chi fosse e Angelo ha risposto: “I am the principal dancer of the San Francisco Ballet”. Ma ho subito notato l’accento italiano, infatti era di origine sarda. Da lì a poco ci siamo trovati tutti confinati a causa della pandemia. Il lockdown è stato un periodo duro, in cui tutti siamo rimasti senza lavoro, sia registi sia ballerini: basti pensare che Angelo è passato dal fare spettacoli con migliaia di persone a non avere pubblico. Avevo pensato di girare un corto per raccontare questo periodo e, lì per lì, ho pensato subito che Angelo potesse essere il protagonista perfetto. Un giorno sono uscito per fare jogging e casualmente l’ho incontrato: era destino! Così, abbiamo iniziato a lavorare insieme ed è nato Icarus.

    Guardando il corto, tramite le tecniche registiche, sembrava quasi che spiassi i ballerini. Qual è la ragione di questa scelta?

    P: Esattamente. L’idea era mantenere un punto di vista esterno, molto obiettivo, che non influenzasse il mondo in cui mi stavo addentrando. Il fine era quello di utilizzare un’inquadratura bella e curata, ma restandone sempre fuori. La danza portata in scena rappresenta il sogno che hanno entrambi, in un periodo in cui ancora le cose non si vedono in modo chiaro. La danza è un prendersi, lasciarsi, stare insieme, un abbandonarsi fino a questo abbraccio. Poi c’è il risveglio nella “normalità”. Per questo ho scelto di girare la scena in long exposure, che tra l’altro è una tecnica che mi piace molto perché ti da questa aura di sogno. Inoltre, con la musica di Fabio Vassallo diventa qualcosa di molto poetico e tremendamente malinconico. A questo proposito, è stata molto bella la possibilità di lavorare con Daniel Miramontes, direttore della fotografia, e Chiara Trimarchi, responsabile della promozione. 

    Per i ballerini non sarà stato semplice ballare in contesto diverso rispetto a quello teatrale, sbaglio?

    P: Assolutamente. A livello cinematografico, è stato molto difficile lavorare con dei ballerini. Il cinema non ha filtri, invece il teatro è più recitato. Quindi abbiamo dovuto lavorare per restituire naturalezza ai loro movimenti nelle scene di vita quotidiana. Poi indubbiamente gli mancavano le loro attrezzature, come un pavimento adatto. Li ho fatti ballare mezzi nudi a Twin Peaks alle 19, con tanto freddo e a piedi nudi sul cemento. Ciò testimonia la loro grande professionalità, devozione, amore. Si è subito stabilito un rapporto molto speciale con loro, siamo stati uniti dalla tanta voglia di fare. 

    Chi ha curato la coreografia?

    P: Un altro ballerino del San Francisco Ballet ha collaborato con noi, Davide Occhipinti. Angelo mi ha indicato questo ballerino che avrebbe potuto curare la coreografia. Gli ho spiegato cosa volevo, cioè una coreografia che trasmettesse malinconia. Anche in questo caso, la scena girata in long exposure si è confermata la scelta migliore. 

    Il corto è stato girato durante i mesi della pandemia. Avete riscontrato particolari difficoltà nella realizzazione?

    P: Non si poteva uscire, trovare l’attrezzatura, la paura di prendere il virus. Inoltre, tutti stavano chiusi in casa e dovevamo trovare il momento giusto per “scappare” fuori e andare nelle location, come Twin Peaks, uno dei landmark di San Francisco, in cui però non c’era nessuno. Figata! È sempre pieno di gente perché tutti vanno lì a vedere il tramonto, ma in quel periodo era vuoto. 

    Il corto ha già fatto un bel percorso, cosa vi aspetta ora?

    P: Il corto è già circolato in alcuni festival. L’anno scorso è stato presentato al CortoLovere, diretto da Gianni Canova. Poi ha continuato a circolare ad eventi, in gallerie e ora sarà presentato alla serata di Gala al Lucasfilm Premier Theater. Sono tra i pochi selezionati per la première e tengo particolarmente al festival di San Francisco Dance Film Festival perché, oltre alla possibilità di essere candidato a dei premi, verrà trasmesso in un canale privato d’arte Marquee tv (ndr. piattaforma streaming che trasmette le più importanti performance teatrali inglesi e statunitensi), quindi sì avrà un riscontro televisivo in America. Una volta che saremo tutti lì, la cosa bella sarà rincontrarsi dopo un anno con i ballerini e chi ha collaborato al corto per festeggiare tutti insieme. 

    Qui trovate il sito ufficiale di Pietro Pinto.

    Credits corto Upside down dancers

    Regia: Pietro Pinto

    Produttore: Pietro Pinto, Daniel Miramontes, Leonardo Govoni

    Direttore della fotografia: Daniel Miramontes 

    Ballerini: Angelo Greco, Misa Kuranaga 

    Musica: Fabio Vassallo

    Promozione: Chiara Trimarchi

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