Category: Approfondimenti

  • SOPHIA LOREN – 5 FILM CHE HANNO CONSACRATO LA DIVA ITALIANA

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    Il 20 settembre del 1934, nasceva a Roma Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, meglio conosciuta come Sophia Loren. Una carriera di oltre settant’anni ha reso celebre l’attrice in tutto il mondo: vincitrice dei principali riconoscimenti nazionali e internazionali, icona di stile e interprete versatile, di Sophia Loren si potrebbe parlare e lungo. In occasione del suo compleanno, vogliamo omaggiare l’attrice romana con una selezione di film che hanno contribuito a consacrarla come diva del cinema.

    PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA (A. BLASETTI, 1954)

    Sophia Loren inizia a comparire sul grande schermo nel 1950. Quattro anni dopo, la sua carriera è già avviata, con film come Carosello Napoletano (Ettore Giannini), Miseria e Nobiltà (Mario Mattoli) e L’oro di Napoli (Vittorio De Sica). Nello stesso anno, Alessandro Blasetti la ingaggia per interpretare la ladra Lina Stroppiani nel film Peccato che sia una canaglia, tratto da un racconto di Alberto Moravia. Ed è in questa «spiritosa commedia di caratteri» che la Loren incontra quello che sarà, per decenni, il suo partner in crime: Marcello Mastroianni, allora già attore avviato. Seppur sia La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956) a consacrare la giovane attrice, con questa gradevole commedia inizia un sodalizio artistico fra i più longevi e amati dal pubblico.

    PANE, AMORE E… (D. RISI, 1955)

    Un altro sodalizio fruttuoso per la carriera di Sophia Loren è sicuramente quello con Vittorio De Sica, sia nei panni di attore che dietro la macchina da presa. Nel film Pane, amore e… di Dino Risi, terzo della nota tetralogia della commedia all’italiana, gli attori sono protagonisti di una delle scene più iconiche del cinema nazionale, ossia il ballo sulle note di Mambo Italiano. Una Loren sicura di sé, avvolta nell’intramontabile vestito rosso, ruba la scena con la classe della diva che sarebbe diventata di lì a poco.

    LA CIOCIARA (V. DE SICA, 1960)

    Nonostante la fama che aveva presto elevato Sophia Loren a icona del cinema italiano, la forte presenza dell’attrice nella commedia rischiava di sminuirne le capacità recitative. Certamente è con La ciociara che la diva dimostra di saper interpretare ruoli dalla forte carica drammatica: la giovane madre Cesira, in fuga con la figlia Rosetta dagli orrori della seconda guerra mondiale, è uno dei personaggi che più ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Il valore dell’interpretazione della Loren, spintasi oltre i suoi limiti, è stato ampiamente riconosciuto ed elogiato: nel 1961, la Giuria del Festival di Cannes le assegna il premio come miglior attrice, così come i David di Donatello; l’anno successivo, Sophia Loren ottiene il Premio Oscar come miglior interprete femminile, sei anni dopo l’ottenimento del medesimo riconoscimento da Anna Magnani con La rosa tatuata (Williams, 1955).

    IERI, OGGI, DOMANI (V. DE SICA, 1963)

    Ancora con Vittorio De Sica, ancora un Premio Oscar (questa volta assegnato al film, nel 1965). Con Ieri, oggi, domani si riconferma il sodalizio artistico della coppia Loren-Mastroianni. Il film, formato da tre episodi girati tra Napoli, Milano e Roma, è una delle commedie all’italiana più celebri, capolavoro senza tempo generato dalle penne di Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini. Tuttavia, è sicuramente l’ultimo episodio, intitolato Mara, che restituisce una delle scene cult del cinema italiano, ossia lo spogliarello di Sophia Loren sulle note di Abat-jour dinnanzi a un famelico Mastroianni che davanti alla sensualità dell’attrice inizia a ululare, sotto gli occhi divertiti dell’attrice.

    UNA GIORNATA PARTICOLARE (E. SCOLA, 1977)

    “Pure io tante volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla: ordina, di giorno e di notte. È da quando eravamo fidanzati che non ci facciamo più una risata insieme” 

    (Sophia Loren nei panni di Antonietta)

    L’ultimo film selezionato per l’omaggio a Sophia Loren è sicuramente una delle pellicole più straordinarie di Ettore Scola. Interamente girato negli interni di un’abitazione piccolo-borghese romana, Una giornata particolare è il dipinto di due individui soli, Antonietta e Gabriele, ancora una volta interpretati dal duo Loren-Mastroianni. Ma in questo straordinario lungometraggio, non ci sono le risate a unire i due protagonisti, bensì una grande capacità d’incorporare il dramma della solitudine e dell’emarginazione sociale nel periodo del fascismo. Costellato da momenti memorabili, ripresi dall’elegante mano di Scola, il film è, insieme a La ciociara, una delle interpretazioni drammatiche più impattanti regalateci da Sophia Loren.

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  • MR ROBOT – 4 MOTIVI PER RECUPERARE UNA DELLE MIGLIORI SERIE DEGLI ULTIMI ANNI

    Risale all’8 Aprile 1991 la messa in onda della prima puntata di Twin Peaks, pietra miliare delle serie tv che portò il già famoso David Lynch dal grande schermo direttamente dentro ai televisori a tubo catodico presenti in ogni abitazione. Il cadavere di Laura Palmer ed il mistero del suo omicidio, l’indagine dell’agente dell’FBI Dale Cooper e la scoperta, episodio dopo episodio, di personaggi sfaccettati e dei segreti che ognuno di loro cercava di nascondere, ebbe l’effetto di un fulmine a ciel sereno: era nato un nuovo modo di fare televisione. Non avremmo avuto X Files, Lost, Fargo, True Detective, I Soprano, Breaking Bad, Gravity Falls – e la lista potrebbe andare avanti ancora a lungo – se questa serie non avesse avuto il coraggio di mescolare assieme le atmosfere tipiche del cinema dell’orrore con una pletora di personaggi bizzarri e quasi grotteschi inserendoli in una struttura narrativa non più autoconclusiva, bensì dilatata di episodio in episodio – quella che sarebbe poi stata denominata in futuro come trama orizzontale– ed inserendo inoltre numerosi plot twist e colpi di scena.

    Tre anni dopo – il 19 Settembre 1994 – avvenne invece la messa in onda di E.R. – Medici in prima linea, che rappresentò un altro fondamentale tassello della storia delle produzioni televisive. È infatti con la serie nata dall’idea dello scrittore Michael Crichton che si sdogana un genere caratterizzato da una precisa terminologia medica, casi clinici particolarmente articolati e un team di medici e dottori a cui lo spettatore non può non affezionarsi, genere che sarebbe poi rimasto costantemente in vita anche dopo la fine della serie grazie a produzioni come Dr. House – Medical Division, Scrubs, Grey’s Anatomy, The Good Doctor – ed anche qui la lista sarebbe ancora molto lunga – con alcuni di queste produzioni che ancora oggi vanno in onda sulle varie reti televisive.

    Sono passati 31 anni da Twin Peaks e 28 da E.R. e si può decisamente affermare senza alcun dubbio di come narrare una storia dilatandola attraverso diversi episodi sia stata decisamente una mossa apprezzata e di successo, tanto da ritrovarci, ai giorni nostri, quasi quotidianamente con un nuovo prodotto originale da guardare o con l’episodio settimanale di una serie già iniziata da recuperare. Possiamo inoltre affermare che tra il miasma di prodotti televisivi si trovano diversi nomi (oltre i due già citati) che “hanno fatto la storia delle serie tv”: prodotti di ottima fattura, usciti nel momento perfetto e che furono capaci di mostrare al pubblico proprio ciò di cui esso aveva bisogno. Tra questi nomi dovrebbe senza dubbio spiccare Mr. Robot, la serie creata da Sam Esmail e incettatrice di premi tra cui Emmy, Golden Globe, Satellite Award, Screen Actors Guild Award e Critics’ Choice Television Award. Se girovagando sul web o parlando con amici vi dovesse capitare di parlare di Breaking Bad o di Game of Thrones c’è una probabilità molto alta che (quasi) tutti l’abbiano vista, diversamente invece da quando si nomina Mr. Robot finendo per ritrovarsi davanti ad una risposta generalmente assimilabile con “la conosco, ce l’ho in lista ma non so quando la guarderò”. Ecco quindi lo scopo di questo articolo: cercare, argomentando il discorso in quattro punti, di convincervi a scorrere nella vostra lista fino alla copertina di questa serie per poterla finalmente cominciare.

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    Campi lunghi, lunghissimi a volte, susseguiti da primi piani estremamente ravvicinati ai volti di attori che non si trovano però mai al centro dell’inquadratura ma che occupano soltanto la parte destra lasciando un enorme spazio a sinistra o viceversa. Il tutto ripreso da una macchina da presa immobile, fissa, quasi statuaria e che sarà solo con il lento avanzare delle vicende che troverà la forza per muoversi prima a piccoli passi e poi correndo senza più fermarsi, arrivando addirittura allo strabiliante episodio 5 della terza stagione girato in un unico piano sequenza al cardiopalma. Una scelta artistica ed un processo creativo e di crescita continua che dimostra la bravura del regista Sam Esmail nel raccontare una storia – di cui è anche sceneggiatore – prima di tutto per immagini, con uno stile decisamente unico ed atipico che non può non essere amato dallo spettatore, che si ritroverà senz’altro a riconoscere ovunque qualunque frame di qualsiasi episodio della serie proprio grazie all’unicità che li contraddistingue. 

    Nella prima stagione Esmail è stato affiancato anche da diversi altri registi, tra cui Niels Arden Oplev – già regista di Uomini che odiano le donne (2009) – che si è occupato della realizzazione del pilot e Deborah Chow, famosa nell’ultimo periodo per aver lavorato a diverse produzioni Disney+ in ambito Star Wars, che però finiscono per lasciare quasi subito il progetto già dalla seconda stagione. Assieme alla regia, non si può poi non nominare la fotografia che, ad esclusione del primo episodio in cui è a cura di Tim Ives il quale mette in scena una struttura più classica, vede in Tod Campbell il principale fautore di un complesso stravolgimento delle regole, con una gestione di linea dello sguardo, aria sopra i personaggi e regola dei terzi al di fuori dell’ordinario.

    INTRECCIO_NARRATIVO.DOC

    Se “inusuale” è il termine che si potrebbe usare per descrivere il “come” ci viene mostrato il tutto, decisamente più complicato risulterebbe racchiudere in una sola parola il “cosa” di cui la serie vuole parlarci. Il protagonista delle vicende è Elliot Alderson (Rami Malek), giovane affetto da problemi psicologici e dipendente dalla morfina, lavoratore di giorno come tecnico informatico presso l’azienda di sicurezza informatica Allsafe Securityed hacker vigilante di notte. Elliot si ritroverà però ben presto invischiato in una pericolosa missione, collaborando con il misterioso gruppo di hacker denominato fsocietycapitanato dal losco Mr. Robot(Christian Slater), il cui scopo è quello di portare a termine una vera rivoluzioneche permetterà di distruggere la multinazionale E Corp, liberando il popolo dai debiti contratti

    Oltre alla palese somiglianza di cognome tra il protagonista della serie e il Thomas Anderson di Keanu Reeves protagonista del cult Matrix (1999, Sorelle Wachowski) risulta fin da subito chiaro come nessun nome sia lasciato al caso, con la malvagia corporazione da subito rinominata da Elliot come “Evil Corp(“azienda malvagia”) mentre la fsociety può essere facilmente traducibile con un “Fu*k the society” (“fan*ulo la società”), concetti alla base semplici che verranno poi sviscerati con il procedere delle vicende permettendo così a numerosi personaggi di entrare nel vivo del racconto, come l’ambizioso e presuntuoso dirigente della E Corp Tyrell Wellick (Martin Wallström), la giovane hacker Darlene (Carly Chaikin), l’amica d’infanzia di Elliot Angela Moss (Portia Doubleday) fino ai ben più criptici ed inquietanti Whiterose (BD Wong), Fernando Vera (Elliot Villar) o Irving (Bobby Cannavale)..

    Nel complesso questo prodotto segue un modello riconducibile proprio al capostipite della serialità televisiva Twin Peaks, con una narrazione che permette di avvicinare sempre più lo spettatore ai personaggi – grazie ad una scrittura di ottima fattura – ed immergendolo a pieno in vicende ricche di segreti ed intrecci che vengono lentamente svelati minuto per minuto. Risulta difficile proseguire con ulteriori approfondimenti senza rischiare di incappare in qualche spoiler, anche minore, che finirebbe inevitabilmente per minare l’esperienza dello spettatore nei confronti di una serie che fa dei twist e dei colpi di scena un elemento fondamentale del racconto, fattori che Sam Esmail ed il suo team di sceneggiatori sono riusciti ad inserire in maniera sempre intelligente, mai scontata ma soprattutto senza mai inciampare nella creazione di errori di continuità o forzature di trama, come spesso invece si è visto poi accadere in altre grandi produzioni.

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    Come per il punto sopra, trattare questo argomento senza andare troppo a fondo risulta complicato ma al tempo stesso doveroso in quanto le tematiche sociali trattate dalla serie sono proprio ciò che eleva questo prodotto dall’essere semplice intrattenimento, riuscendo a trasmettere episodio dopo episodio forti emozioni e portando così lo spettatore a riflessioni a dir poco profonde. Nell’ambito della società più in generale la discussione politica si prende senz’altro un posto centrale del racconto, con riflessioni sullo sfruttamento personale e lavorativo, sulle classi sociali e sulle rivoluzioni, per poi allargarsi su tematiche legate ovviamente alla tecnologia, all’iperconnessione tra gli individui e alla volontà di digitalizzare quante più cose possibili (con una riflessione sulle criptovalute presentata in anticipo di qualche anno rispetto alla loro effettiva esplosione nel mondo reale) ma senza comunque dimenticare ciò che invece riguarda l’uomo in quanto tale ed il suo relazionarsi con gli altri, con episodi interi che ruotano attorno a temi come razzismo, stress post traumatico, depressione, tossicodipendenza, disturbo d’ansia sociale passando poi ad un interessante modo di mostrare i rapporti omosessuali e gli orientamenti sessuali di alcuni personaggi fino alla riflessione sulle conseguenze di comportamenti violenti sulle persone ed in particolare sui minori. Tutti elementi che, come detto sopra, rendono senz’altro la serie doverosa di essere visionata, soprattutto contestualizzandola in un periodo d’uscita che va dal 2015 al 2019, di certo non così lontano da noi ma che la pone comunque come uno dei prodotti più visionari della nostra epoca.

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    L’ultimo punto di questa rassegna -non certo per importanza- riguarda la scelta di casting della serie che, senza troppi giri di parole, risulta una delle migliori viste in un prodotto seriale negli ultimi anni. Rami Malek, nei panni del protagonista, porta sul piccolo schermo una delle interpretazioni migliori nella sua -ancora breve- carriera – che infatti gli vale nel 2016 la vittoria di ben due statuette ed altrettante candidature come miglior attore protagonista – riuscendo nel tutt’altro che semplice ruolo di portare in scena un personaggio distrutto, spezzato, pieno di problemi – e che poteva perciò facilmente scadere nella banalità – in maniera invece sempre brillante ed azzeccata, equilibrata e mai eccessiva, accompagnato nel difficile compito dal compagno di avventure Christian Slater, perfetto per il ruolo di comprimario/mentore Mr. Robot e che si dimostra capace di dare vita ad un personaggio ricco di sfumature, abile a spiccare ma senza mai rubare la scena al vero fulcro del racconto. Passando poi ai personaggi femminili, Carly Chaikin, Portia Doubleday, Grace Gummer e Stephanie Corneliussen mettono in scena un quartetto di donne decisamente diverse tra loro, con caratteri, stili di vita, comportamenti e obiettivi anche molto diversi ma che nel complesso riescono a creare un quadro completo della figura femminile in tutte le sue sfumature, con un plauso particolare alla Chaikin che con la sua Darlene – ignobilmente snobbata da qualsiasi candidatura – riesce a tenere testa alla bravura di Malek, giocandosi il ruolo di miglior personaggio principale della serie.

    Si potrebbe poi andare avanti ancora a lungo poiché ogni nome nella lunga lista del cast presenta un’interpretazione di altissimo livello ma, onde evitare di ammorbare eccessivamente la lettura con un’infinita sequela di nomi ed elogi, ci limitiamo a nominarne soltanto un altro: BD Wong, interprete del misterioso Whiterose. Il suo personaggio passa dall’essere una comparsa agli inizi della serie per poi diventare sempre più centrale, permettendo così all’attore di origini cinesi di mettersi in gioco in un ruolo tutt’altro che convenzionale, dimostrando la sua immensa bravura valsagli anche una candidatura come migliore guest star in una serie drammatica ai Critic’s Choice Television Award. In conclusione, risulta poi doveroso spendere qualche parola lodando l’operato di Beth Bowling, Kim Miscia, Michael Rios e Susie Farris ovvero gli addetti al casting e senza i quali non avremmo mai avuto il piacere di godere di queste spettacolari interpretazioni.

    CONCLUSIONI.DAT

    Molto altro si potrebbe aggiungere, con una quantità di materiale presente nella serie tale da scrivere una serie di corposi saggi, ma speriamo che quanto detto in questo articolo – per quanto superficiale e limitato – sia stato abbastanza per convincervi ad iniziare una serie che merita decisamente più attenzione di quanta ne conti al momento, trattandosi a tutti gli effetti di uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni e che finirà senz’altro per lasciarvi molto, togliendovi solo il peso di qualche lacrima di commozione.


  • WHEN THE WAVES ARE GONE DI LAV DIAZ – IL NOSTRO INCONTRO CON IL REGISTA

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    IL REGISTA

    Questa 79a edizione del festival di Venezia ha visto il ritorno di Lav Diaz dopo il Leone d’oro vinto nel 2016 grazie a The Woman Who Left – La donna che se ne è andata: è stato un ritorno in grande  forma questo del regista che, sebbene fuori concorso, non avrebbe sfigurato nella sezione principale della Mostra. Il titolo della sua nuova fatica è When the Waves Are Gone e si tratta del film più breve della sua filmografia (“solo” 187 minuti), un noir incentrato sulla corruzione della polizia filippina dove il minutaggio più breve non implica il sacrificio della sua vena autoriale, ancora alle prese con un cinema introspettivo, immersivo, riflessivo, la cui lentezza non dà mai adito alla noia. Il regista ha esordito sui grandi schermi internazionali nel 1998 (Serafin Geronimo: Kriminal ng Barrio Concepcion) ma l’esplosione a livello internazionale è arrivata solo nel 2007 – e sempre grazie al festival di Venezia dove è stato inserito in Orizzonti – con Death in the Land of Encantos (540 minuti), mentre l’anno seguente vince sempre la sezione Orizzonti con Melancholia (450 minuti). Nel 2014 il festival di Locarno lo ha premiato con il Pardo d’oro per From What Is Before, mentre nel 2016 ha trionfato sempre a Venezia con il già citato The Woman Who Left – La donna che se ne è andata.

    Sin dai primi anni 2000, Diaz si è affermato come uno dei pochi eredi – e a sua volta uno dei padri contemporanei – del (sotto)genere definito “slow cinema”, chiamato così in virtù delle riprese lunghe e senza stacchi, dello stile minimale e osservativo capace di rende la dimensione come ‘a-narrativa’ e della temporalità del racconto coincidente per la maggior parte del minutaggio con quella spettatoriale. Il cinema di Lav Diaz, come tutto il cinema dei suoi predecessori (Tarkovskij, Antonioni, Theo Angelopoulos, Béla Tarr ecc.) è un’occasione per avvicinarsi a una vera e propria esperienza filmica e contemplativa; infatti non è casuale la durata del film spesso così ampia, perché non si tratta di un cinema da mordere e consumare in un sol boccone ma che piuttosto deve sedimentare, entrare sotto pelle, nei nervi, nella mente, un cinema da vivere a 360° e che richiede un impegno mai fine a sé stesso. Da sempre Diaz produce, dirige, sceneggia e monta i suoi film, curandone anche la direzione della fotografia dove – grazie alla scelta di girare in bianco e nero – riesce a operare astuti giochi di luce anche a scopi narrativi.

    Il senso di colpa del detective Hermes (John Lloyd Cruz) si tramuta in psoriasi

    “GIOCARE” CON I GENERI

    E’ difficile indicare un genere prevalente nella filmografia di Diaz, perché il suo cinema rifugge una schematicità prestabilita, raramente come nel suo caso l’affermazione “il genere lo crea l’autore” ha avuto tanta validità, il regista ha da sempre ammesso di amare indistintamente tutti i generi per la possibilità di giocare con essi, creare innovative commistioni, mescolarli con soluzioni originali e sorprendenti, si potrebbe affermare che nella sua filmografia la preponderanza sia stata affidata al dramma ma Diaz non rifiuta mai incursioni in altri generi proprio come in When The Waves Are Gone in cui, dietro allo straziante destino dei due protagonisti, troviamo un puro noir.

    Nonostante abbia affermato che “ogni suo film, in sostanza, è un film dell’orrore”, nel nostro incontro il regista ha detto di voler sperimentare in futuro anche l’horror, di cui un assaggio molto vicino al body horror è già ravvisabile nel film di quest’anno, ma è intenzionato a esplorare anche la commedia e tornare a “giocare” con il musical (nel 2018 ha girato Season of the devil ma tutt’ora sta girando in Spagna un musical su Marìa Barbosa, moglie dell’esploratore e navigatore portoghese Ferdinando Magellano). Diaz ha anche rivelato di aver appena finito di girare una serie televisiva chiamata History of a Filipino Violence – titolo che fa il verso al suo Evolution of a Filipino Family -, una serie di 10 episodi pensata comunque per il grande schermo come un unico film di 10 ore e che, con alta probabilità, sarà presentata a L’International Film Festival di Rotterdam che si terrà dal 30 gennaio al 2 febbraio 2023.

    WHEN THE WAVES ARE GONE: IL DRAMMA DI UNA NAZIONE

    When the waves are gone è, come praticamente tutto il cinema di Lav Diaz, ambientato nella sua terra natìa verso cui è da sempre lacerato da un rapporto di odi et amo, le Filippine. Qui il tenente Hermes Papauran, uno dei migliori detective del Paese, a seguito delle violenze di cui lui stesso è complice, operate dal corpo di Polizia e sfociate in una feroce e sanguinolenta operazione antidroga ordinata dal presidente Duterte, entra in una profonda crisi. Nel suo errare in cerca di vecchi famigliari e nuovi orizzonti, riemerge dal suo passato un superiore che Hermes aveva fatto arrestare anni prima e che, ora in stato di libertà, lo sta cercando per vendicarsi.

    Il regista ha affermato di aver cominciato a girare il film appena prima dell’arrivo della pandemia ma con il risveglio del vulcano Taal avvenuto a luglio 2020 si sono dovute interrompere temporaneamente le riprese al termine della prima parte del film. Poi è arrivata la pandemia, ancora più prepotentemente, e la scrittura del personaggio di Hermes ha preso nuove strade portando a una parte centrale del racconto in grado di sostenersi da sola e avere vita propria, anche separata dal prologo e dall’epilogo che sono comunque stati portati a termine e che vedremo sicuramente in futuro. Le parti totali del film infatti sono tre, per un totale di circa nove ore e When The Waves Are Gone ne è il nucleo centrale.

    Nel nostro incontro avvenuto durante la 79a edizione del festival di Venezia, oltre a ribadire il ruolo del film di dichiarata denuncia alle violenze perpetrate nei confronti dei ceti più poveri – ma non solo – dal governo del Presidente filippino Duterte (il cui mandato si è esaurito il 30 giugno di quest’anno), Lav Diaz ha voluto porre When The Waves Are Gone su un piano universale affermando che:

    “abbiamo tutti le stesse battaglie da combattere, gli stessi strazi in tutto il mondo, i demagoghi e gli autocrati sono ovunque (Putin, Trump…) e noi abbiamo una maniera molto psicotica e sadistica di approcciarci alle autorità perché gli odiamo, certo, ma perché permettiamo che queste ingiustizie accadano? La vena noir è sorta spontaneamente perché ho cominciato a scrivere il film appena dopo l’uscita di The Woman Who Left e dovete sapere che nelle Filippine, tra il 2016 e il 2019, sono morte più di 30 mila persone per colpa del corpo di polizia. Non penso che le cose cambieranno con il nuovo governo… […] Ma anche volgendo lo sguardo alla situazione esterna alle Filippine: Putin è un pazzo. Putin è un assassino di massa, è il male, è il diavolo, non c’è nessuno che incarni il diavolo peggio di Putin al giorno d’oggi. Dovremmo tutti essere arrabbiati per quello che sta facendo. Ma nessuno sta facendo niente di concreto, siamo tutti perlopiù indifferenti, proprio come la popolazione filippina lo è nei confronti del corpo di Polizia; il male è insito nella natura dell’uomo ma, pensando in particolar modo alla mia nazione, la colpa è di coloro che ci hanno colonizzato, sin dagli spagnoli passando poi per gli americani e arrivando fino all’Impero del Giappone che ha portato purtroppo all’altrettanto terribile ventennio di Marcos. Oggi la situazione non è cambiata e il male è ormai considerato parte integrante del nostro Paese, guidato dall’ignoranza e dalla megalomania, da un misto di psicosi e schizofrenia che divorerà il mondo. Come puoi riuscire a rompere questo muro d’ignoranza che si è impadronito del mondo? Nelle Filippine la violenza è ovunque e la gente resta sempre indifferente, tutti i giorni si vedono corpi martoriati a terra ma nessuno che faccia qualcosa, camminano tutti a fianco indifferenti e noncuranti: l’indifferenza è davvero uno dei più grandi mali del mondo. Nelle Filippine è quasi impossibile non essere corrotti o violenti se si è nel corpo di Polizia, è un problema culturale che va affrontato alla radice ma difficilmente estirpabile.”

    Hermes in cerca redenzione

    IL TEMPO SECONDO LAV DIAZ

    La nostra domanda va oltre il bellissimo “When The Waves Are Gone”: nei tuoi film, sempre tanto lunghi quanto interessanti, abbiamo sempre l’impressione che in una sequenza, anche se estremamente prolungata, ci sia sempre l’essenza della narrazione. Non abbiamo mai la sensazione che ci siano tempi morti perché nello schermo accade sempre qualcosa di necessario e urgente. Se pensiamo ai film di un altro grande maestro dello “slow cinema” come, per esempio, Tarkovskij, troviamo sempre lunghe carrellate senza una vera e propria dimensione narrativa e dove non c’è nemmeno la presenza dell’uomo; questo però non vale per il tuo cinema, con il quale hai preso l’eredità di questi grandi maestri per creare una tua innovativa concezione di temporalità filmica. Sbaglio?

    No, non sbagli affatto. Il cinema ha davvero il potere di catturare ciò che non sentiamo e che non vediamo. Sono le piccole cose, i minuscoli dettagli che non vedi e che non senti, ad essere importanti, sono proprio questi che costituiscono le fondamenta dei miei film. Per questo il movimento – o il cosiddetto attributo – dello “slow cinema”, se fai attenzione, se ti immergi nel film, se vivi l’esperienza di questo viaggio immersivo e introspettivo, è più potente di tutto il resto del cinema più rapido, più immediato e più veloce. Attraverso un’opera che ti costringe alla contemplazione, piuttosto che all’intrattenimento, è più facile arrivare all’anima degli spettatori e alla sfera antica e primitiva dell’umanità. Per questo lo “slow cinema” è così potente […] Per esempio, in When The Waves Are Gone ho deciso di inserire delle lunghe e lente sequenze di danza, ma senza musica di sottofondo. E’ stata una scelta naturale perché volevo che il danzare dei protagonisti fosse il più spontaneo possibile, che provenisse, appunto, dalla loro anima e dal loro più puro e incondizionato istinto primitivo. La loro danza è come un rito tribale, viaggia per la storia dell’uomo arrivando in una primordialità dove siamo tutti connessi dai movimenti, dalle danze e dai rituali che eravamo soliti praticare.

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  • CRIMES OF THE FUTURE – IL TESTAMENTO DI CRONENBERG PER IL FUTURO

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    Attenzione! Il seguente articolo contiene spoiler

    Nel 1970 un giovane ed ancora sconosciuto David Cronenberg realizza il suo secondo lungometraggio, Crimes of the future: un lavoro ermetico, imperfetto, conturbante, che racchiude in sé i germogli della cosiddetta poetica “cronenberghiana”, filo conduttore dell’intera opera del regista nel corso dei decenni. Esaurire in poche righe il cuore della riflessione del cinema di Cronenberg è un’impresa non da poco: gli spunti più citati e studiati sono relativi alle ossessioni del soggetto contemporaneo, al suo rapporto con la società, con le sue istituzioni e con i suoi mezzi di comunicazione, in un continuo scontro dialettico tra umanità e tecnologia, in cui il corpo umano muta la sua forma, si deteriora, si ibrida. Attraverso corpi deformi, personaggi dalla sessualità non convenzionale, incapaci di stabilire un contatto con una realtà sempre più vicina all’allucinazione, il regista canadese ha delineato i tratti di un mondo in cui il cambiamento è tanto subdolo quanto inarrestabile.

    Questi i presupposti da cui nasce, ben cinquantadue anni dopo, il nuovo Crimes of the future, opera indipendente dall’omonimo film del 1970, ma comunque intenzionata a guardare indietro per tirare le somme di una produzione pluridecennale. Gli anni Ottanta sono lontani e Cronenberg è ben conscio di come, in un contesto industriale profondamente mutato, sia un’impresa ben più ardua rispetto al passato riuscire a portare sul grande schermo le proprie storie. In questo caso il soggetto del film ha preso polvere all’interno di un metaforico cassetto per quasi vent’anni. Una co-produzione tra Canada, Francia, Grecia e Regno Unito è stata l’occasione per tornare a varcare i territori della fantascienza e del body horror: conscio dell’unicità di tale occasione, David Cronenberg ha colto la palla al balzo per allargare il raggio d’azione del film stesso, che diventa un excursus all’interno del suo cinema passato, da Videodrome a Crash, da Inseparabili a eXistenZ. Un’opera che ha lo scopo di fare il punto della situazione, di tirare le somme, ma allo stesso tempo di guardare con sguardo critico alle tesi avanzate in passato: i tempi sono cambiati e così anche le ossessioni collettive, motivo per il quale in Crimes of the future cambia il punto di vista e, ciò che nei film precedenti era motivo di tormento, qua si figura come la chiave per la creazione di un futuro più luminoso.

    In un futuro non specificato le dinamiche del mondo, a causa dell’impatto dell’uomo su di esso, sono profondamente cambiate. Gli esseri umani stanno mutando nella loro forma, sono divenuti incapaci di provare dolore fisico, fondamentale campanello d’allarme per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, e la diretta conseguenza è la diffusione di pratiche come la “chirurgia da tavolino” o un tipo di performance art legato indissolubilmente alla modifica del corpo umano. Il protagonista della vicenda, Saul Tenser (Viggo Mortensen), è affetto da una patologia che lo porta a sviluppare nuovi organi all’interno del proprio organismo, e insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux) allestisce delle performance artistiche incentrate sull’asportazione delle formazioni organiche considerate pericolose. Le mutazioni genetiche, ritenute mortali da Saul e Caprice, sono invece accolte come vantaggiose da un gruppo sovversivo capitanato da Lang Dotrice (Scott Speedman), i cui membri hanno chirurgicamente acquisito la capacità di digerire la plastica, potendo così nutrirsi degli scarti prodotti dall’industria, avviando un percorso di riciclo delle risorse e di maggiore sostenibilità.

    Il “future” contenuto all’interno del titolo non deve trarre in inganno: il discorso portato avanti da Cronenberg è perfettamente inserito all’interno del nostro presente. La prima inquadratura del film mostra una spiaggia dall’immensa bellezza, sullo sfondo della quale si staglia il relitto di una nave, simbolo più esplicito che mai della distruzione dell’ambiente, dello squilibrio dell’ecosistema, dell’inospitalità del mondo del racconto, non così lontano da quello che tutti noi conosciamo. All’interno dell’inquadratura si trova il piccolo Brecken Dotrice (Sozos Sotiris), figlio di Lang, primo bambino a cui è stata trasmessa geneticamente la “modifica chirurgica” del padre: Brecken possiede la capacità naturale di digerire la plastica. È considerato dai più come un mostro, colpevole di aver varcato il limite tra umano e non, in una società in cui l’antropocentrismo e l’egoismo dell’essere umano sono all’atto pratico più importanti della salvezza del pianeta e dell’umanità stessa. Se nel cinema passato di Cronenberg, come in La mosca, la mutazione era orrore perché incomprensibile e incontrollabile, nel film in esame il cambiamento è stato già compreso e accettato da un gruppo ristretto di persone. Di conseguenza lo spettatore riconosce il vero orrore non nella paura dell’ignoto, ma nel mancato riconoscimento di un’evidenza: la terribile realtà è sotto gli occhi di tutti e tutti sembrano voltare lo sguardo altrove. La conquista di Crimes of the future all’interno della poetica cronenberghiana è un rapporto d’armonia tra uomo e macchina mai visto prima: la tecnologia, al contrario di Videodrome o eXistenZ, viene finalmente accettata e rappresenta la chiave per il futuro.

    L’arco narrativo del protagonista è in questo senso esemplificativo. Saul si pone come figura di mezzo tra Lang e il detective Cope (Welket Bungué), il primo rappresentante di una visione progressista legata all’evoluzione della specie, il secondo di una visione conservatrice per il mantenimento dell’insostenibile status quo; il protagonista è infatti informatore delle forze dell’ordine, con lo scopo di fermare la cellula “sovversiva” dei mangiatori-di-plastica, ma allo stesso tempo veicola la diffusione del pensiero di Lang attraverso una performance artistica, l’autopsia del corpo di Brecken, che rappresenta un esempio diretto del cambiamento in corso, in termini evoluzionistici, nell’umanità. Soprattutto, Saul è l’incarnazione di tale conflitto: è oggetto di una mutazione che respinge, i cui frutti vengono asportati repentinamente; la risposta del suo corpo è dirompente, tra dolori lancinanti nel sonno e difficoltà nel deglutire il cibo. L’accettazione della sua condizione, nel finale della pellicola, sarà accolta come una vera epifania, e l’ultima inquadratura del film rappresenta un momento puramente estatico dal carattere metafisico: un primo piano di dreyeriana memoria dalla rara intensità, speculare alla celeberrima inquadratura del volto di Renée Falconetti in La passione di Giovanna d’Arco. Con una singola espressione Viggo Mortensen raggiunge un apice interpretativo toccato da ben pochi colleghi, in un momento che, per quanto vicino all’astrazione, tiene ancorato il suo significato al discorso portato avanti da Cronenberg nel corso della pellicola, figurandosi come un momento-rivelazione. Inoltre, la presenza di Viggo Mortensen, volto caratteristico della seconda fase della produzione del regista, nel film rappresenta sia il ritorno al body horror e sia il resoconto del genere stesso, reca un senso di completezza totalizzante.

    “Tutti percepivamo che il corpo fosse vuoto e volevamo averne la conferma per poterlo riempire di significato”. Questo è il punto di partenza della concezione dell’arte all’interno del film, centrale nelle performance “chirurgiche” di Saul e Caprice, che entrano in un rapporto di comunicazione metacinematografica con l’opera dello stesso David Cronenberg. Il regista, in un’ottica di pura autoreferenzialità, sembra voler fornire un resoconto del proprio cinema, caratterizzato dall’esposizione di corpi deturpati, mutati, in senso lato deformi, specularmente alle performance dei protagonisti del film. Al pari della concezione della chirurgia estetica portata avanti dal film, il cinema e l’arte non devono svolgere la funzione di strumenti del bello, nel senso classico del termine. L’arte rimodula i canoni di bellezza, li relativizza e rende accettabile l’esposizione e il godimento dell’oggetto scabroso.

    L’arte è espressione di disagio e sofferenza, per Saul il significato dei suoi lavori è l’esternazione di un conflitto interiore, fisico e non, legato al rifiuto delle mutazioni del suo corpo. In una società anestetizzata, incapace di provare dolore, le performance dei protagonisti sono lo strumento privilegiato per tornare a percepire sé stessi, la propria individualità, il proprio corpo e il suo rapporto con il mondo circostante. L’arte è persino capace di modulare e influenzare il percorso della scienza e l’azione governativa, fino ad essere travisata per fini ideologici: in questo si inserisce un’ambiguità politica che il film sembra non aver intenzione di chiarire. L’arte è posizionata in un limbo di non-politica, incapace di prendere una posizione concreta in un mondo in cui schierarsi sembra quantomeno necessario.

    Il personaggio interpretato da Léa Seydoux rappresenta la fiducia incondizionata nelle possibilità dell’arte, il passaggio dalla scienza all’estetica, dal riconoscimento delle cose alla loro percezione profonda; si fa inoltre fautrice della ricerca dell’emancipazione, dell’indipendenza, in un mondo dominato dall’azione dell’uomo. Il discorso, però, proprio come il personaggio stesso, finisce per perdere consistenza nel calderone del film e Caprice è relegata all’ombra di Saul, Lang, Timlin, personaggi il cui conflitto si configura come maggiormente interessante. Questo potrebbe essere considerato il nervo scoperto del film, l’elemento che lo allontana dalla grandezza assoluta: il racconto è eccessivamente pregno di elementi narrativi di contorno e personaggi secondari che, pur delineando un quadro d’insieme stimolante, finiscono con il perdere talvolta d’efficacia. Si tratta inevitabilmente di una pellicola stratificata, straripante, i cui significati sono impossibili da esaurire a una sola visione. In questo Crimes of the future trova l’elemento cardine che lo porterà a durare nel tempo e a cementificarsi come un film fondamentale per la comprensione del percorso di David Cronenberg e rappresentativo dei conflitti che abitano la contemporaneità.

    Il sesso, la carne aperta, viva ed esposta, la violenza, sono tutti elementi inscindibili e in continuo scambio tra loro. Il piacere e il dolore sono più vicini che mai, ma se in Crash si mostrava la discesa nell’oblio di personaggi incapaci di provare emozioni se non in condizioni estreme, qua il quadro è desolante, tratteggiato da individui distaccati dalla loro corporeità, incapaci di provare piacere, che scavano in profondità nei loro corpi vanamente in cerca di qualcosa che sconfina i limiti fisici. Il processo iniziato in Crash, in Crimes of the future è già compiuto da tempo. Il personaggio di Timlin (Kristen Stewart) rappresenta la più viva eccezione in questo contesto e si configura come l’elemento più interessante dell’intera narrazione. Timlin ribolle di uno spirito autentico, incontenibile, carnale e profondamente umano, ed è evidente il suo coinvolgimento sessuale nei confronti di Saul. Kristen Stewart è perfetta nell’incarnare un personaggio che cerca di contenersi ma straripa di emozioni forti e la cui passione rischia di esplodere da un momento all’altro. Uno dei momenti più intensi dell’intera pellicola è proprio il suo bacio con Saul, in uno scontro tra una passione dirompente dai tratti umani e un’aridità scaturita dal dolore e incarnata da un soggetto, Saul, che non conosce il “vecchio sesso”. “La chirurgia è il nuovo sesso“, simbolo di una condizione di appiattimento emotivo e sensoriale; la ritrovata umanità di Saul nel finale si tradurrà in un bacio struggente con la sua partner, Caprice. Cronenberg non teme più l’ibridazione del corpo umano, il vero rischio da scongiurare è la perdita di umanità.

    La povertà di stimoli e sensazioni dei personaggi si trasferisce, indirettamente e forse involontariamente, nello spettatore. I tagli, le amputazioni, il sangue non hanno la stessa forza che avevano in passato, non sono più repellenti, scabrosi, inaccettabili come in Videodrome, Crash o eXistenZ. I corpi, a parte rare eccezioni, non si manifestano nella loro fisicità tangibile, ma appaiono più come dei simulacri di loro stessi. Anche le sequenze più erotiche sono pervase da un’aria mortifera che non permette l’esplosione di forti sensazioni, positive o negative che siano. E se all’inizio del film la bava che permette a Brecken di digerire la plastica appare viscida, rivoltante, reale, le sequenze chirurgiche in computer grafica peccano in termini di concretezza e non sortiscono lo stesso effetto. L’atmosfera inospitale e respingente è costruita da David Cronenberg attraverso una regia posata, caratterizzata da lenti movimenti di macchina o da inquadrature fisse, vicina ai personaggi, in ambienti spogli, deturpati, fatiscenti, che si sposano con una città tenebrosa anche alla luce del sole. Le scenografie sono a metà tra il povero e il disagevole e, tra ruggine e muffa, finiscono per essere profondamente efficaci; lo stesso non si può dire per un cast le cui figure di contorno non sempre riescono a reggere il confronto con le star principali o per dei costumi anonimi, banali e poco caratterizzanti.

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  • STEPHEN DALDRY – DAL TEATRO AL SUCCESSO DI BILLY ELLIOT

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    Stephen Daldry è un regista e produttore britannico attivo nel teatro, nel cinema e anche sul piccolo schermo. Nacque nel Dorset nel 1960, figlio di un banchiere e di una cabarettista. Sin da adolescente manifestò il suo interesse per il palcoscenico e per la recitazione in particolare: per questo si unì alla compagnia teatrale amatoriale di Taunton (nel Somerset). Ottenne poi la laurea in letteratura inglese all’Università di Shieffield, dove diventò chairman del gruppo teatrale universitario.

    CARRIERA TEATRALE…

    La sua carriera teatrale non tardò ad iniziare con un apprendistato allo Sheffield Crucible Theatre dal 1985 al 1988, sotto la direzione artistica di Clare Venables. Solo un anno dopo, a soli 32 anni, diventò direttore artistico del Gate Theatre (1989-1992) e del Royal Court Theatre (1992-1998), due teatri londinesi.

    Dalla direzione artistica passò in seguito alla regia teatrale e il successo arrivò portando in scena il revival di An Inspector Calls di J. B. Priestley, grazie al quale fece riscoprire Priestley alla critica e al pubblico anglosassone. L’opera è una delle sue più note ed è considerata un classico del teatro inglese del Novecento; da allora venne riconosciuto come uno dei più validi registi teatrali del momento e acclamato come un nuovo maestro del teatro inglese. Avviò così una prolifica carriera teatrale che lo portò a produrre più di cento spettacoli, che gli valsero tre riconoscimenti: nel 2014 il Tony Award per il revival di Skylight di David Hare; nel 2018 il Laurence Olivier Award alla Miglior Regia per  aver diretto la prima pièce di Matthew Lopez, The Inheritance; l’anno successivo, infine, un terzo Tony Award per la Miglior Regia, per aver diretto il medesimo dramma a Broadway.

    …E CINEMATOGRAFICA

    Per un artista versatile come Stephen Daldry, il passo tra la regia teatrale e la regia cinematografica è stato breve . Nel 1998 si mise alla prova con il cortometraggio Eight, in cui racconta la nuova quotidianità di un bambino di otto anni, grande appassionato di calcio, che si ritrova a fare i conti con il trasferimento in una nuova città e con la perdita del padre. Il corto venne candidato ai BAFTA per il miglior cortometraggio nel 1999.

    Ma Daldry poteva fare di più e lo dimostrò solo un anno dopo dirigendo Billy Elliot (2000), un successo planetario presentato in anteprima al Festival di Cannes. Il film si ispira alla storia vera del ballerino Philip Mosley, un ragazzino di 11 anni che sogna di diventare un ballerino classico. Deve però fronteggiare il padre, che desidererebbe diventasse un pugile, e i pregiudizi dell’epoca che vedono nel balletto un incoraggiamento all’omosessualità. Ma di fronte a queste difficoltà Billy non si lascia scoraggiare e così il film diventa portatore di messaggi positivi, quali la perseveranza e il superamento degli stereotipi in favore della libertà e della felicità. Nel 2004 la rivista Total Film lo ha definito il 39° miglior film inglese di tutti i tempi e non si può che essere d’accordo, dato che è sempre capace di emozionare. Due anni dopo il debutto in sala, il regista ha tratto dal film un musical teatrale con le musiche di Elton John, descritto da The Telegraph come il miglior musical inglese. Infine, Billy Elliot valse a Daldry una candidatura all’Oscar per la Miglior Regia, a Lee Hall per la Miglior sceneggiatura originale e a Julie Walters come Miglior attrice non protagonista.

    Il film successivo non fu da meno: The Hours (2002). Basato sull’omonimo romanzo di Michael Cunningham, racconta le storie di tre donne appartenenti ad epoche diverse ma le cui vite sono tutte intrecciate al celebre romanzo di Virginia Woolf Mrs Dalloway. La prima di queste è l’autrice stessa, Virginia  Woolf, interpretata da un’eccezionale Nicole Kidman e rappresentata nei duri anni in cui non riesce più a controllare il disturbo bipolare e gli esaurimenti nervosi che da tempo accompagnano la sua quotidianità; Meryl Streep veste i panni di Clarissa, una donna che si prende cura del suo ex amante ormai malato di AIDS che la chiama “Signora Dalloway”; Laura Brown, interpretata da Julian Moore, è infine una donna infelice, insicura dei suoi sentimenti nei confronti del marito e che non desidera il bambino che sta per avere. Nicole Kidman ha ottenuto il Premio Oscar come Miglior attrice protagonista, il film invece ha ricevuto nove nomination (tra cui per il Miglior film, Miglior regia, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora e Migliori costumi), due Golden Globes per Miglior film e Miglior attrice a Nicole Kidman e l’Orso d’argento al Festival di Berlino a tutte tre le interpreti.

    Dopo sei anni, Daldry è tornato alla regia con un altro adattamento: The Reader – A voce alta (2009), tratto dall’omonimo romanzo di Bernhard Schlink (1995). Qui, Kate Winslet interpreta Hannah Schmitz, una trentaseienne che nella Germania del dopoguerra intrattiene una relazione con il quindicenne Michael Berg, che si prende cura di lei leggendo ad alta voce i romanzi. Daldry tratta il delicato tema del senso di colpa di coloro che hanno lasciato morire centinaia di ebrei, tanto che il film fu accusato di voler riabilitare la figura di una SS nazista. La magistrale interpretazione di Kate Winslet le valse il Premio Oscar come Miglior attrice protagonista.

    I successi del regista non finiscono qui e nel 2011 ha nuovamente attirato l’attenzione internazionale con Molto forte, incredibilmente vicino, film tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, con un cast d’eccezione: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow (candidato all’Oscar come Miglior attore non protagonista) e Viola Davis. Il film racconta la storia di Oskar, un bambino autistico di nove anni introverso e molto talentuoso, che si diverte a trovare le soluzioni degli indovinelli lasciati dal padre morto durante gli attentati alle Torri Gemelle. Il bambino intraprende un viaggio per le frenetiche strade di New York per risolvere un mistero rimasto insoluto.

    CONCLUSIONE

    Stephen Daldry è quindi un regista e un produttore poliedrico, che ha messo il proprio talento al servizio del mondo teatrale, la grande passione che lo accompagna sin dall’adolescenza, ma che non ha esitato ad ampliare la propria attività al mondo della settima arte. Sebbene i film prodotti e diretti non siano numerosi, ha presto guadagnato una posizione di prestigio tra i grandi del cinema e persino il suo Paese ne ha riconosciuto il valore, nominandolo il 7 giugno 2004 Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico “per i servizi all’arte drammatica”.

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  • NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO – UNA PRINCIPESSA ECOLOGISTA

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    Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul film in questione!

    Il 25 luglio 2022 ritorna nelle sale italiane Nausicaä della Valle del Vento, capolavoro dell’animatore nipponico Hayao Miyazaki realizzato nel 1984. Basato sui primi sedici capitoli del manga omonimo, sin dalla sua uscita ha ricevuto il plauso unanime di critica e pubblico, lanciando Miyazaki nell’olimpo dell’animazione giapponese. 

    «Sono trascorsi ormai mille anni dai giorni in cui i Paesi più potenti del mondo si erano distrutti l’un l’altro. Quasi tutto il pianeta era stato coperto da una foresta velenosa soprannominata “la giungla tossica”». (voce narrante all’inizio del film)

    La favola della principessa che riporta la pace nella Valle del Vento incorpora già alcune delle costanti della produzione miyazakiana: la centralità di personaggi femminili forti e indipendenti, la brutalità della guerra in contrasto col pacifismo, la tecnofilia incarnata dalle macchine volanti, ma non solo. Specialmente negli ultimi anni infatti, la lettura ecologista dei film di Miyazaki sta prevalendo sia negli studi cinematografici, sia nel campo di ricerche sociologiche e ambientaliste dal carattere transdisciplinare. 

    PASSEGGIATE NELLA GIUNGLA TOSSICA

    Mille anni dopo una guerra nucleare che ha dilaniato gli ecosistemi, la Terra è terreno di scontro fra comunità umane regredite a uno stadio medievale, le quali mantengono, tuttavia, alcuni retaggi tecnologici del mondo precedente la catastrofe. Il nemico comune è la Giungla Tossica, un ambiente considerato insostenibile per la vita, nel quale pullulano spore radioattive. Ed è proprio in questo paesaggio mortifero che la principessa della Valle del Vento si rifugia, analizzando ed estraendo le piante che tanto affascinano il suo spirito avventuriero. Nausicaä non è solo una principessa: la giovane donna che vola su di un velivolo cullato dal vento è anche una biologa che scopre la natura tanto temuta dalle comunità umane.

    «Ho scoperto che le piante della giungla tossica non sono velenose se vivono in un ambiente puro. In sé le piante sarebbero innocue, è la contaminazione della terra che le rende mortali. Anche l’acqua e la terra di questa valle sono contaminate. Chi ha ridotto così il mondo?» (Nausicaä)

    Nel suo laboratorio, la principessa coltiva le spore in un ambiente sano, epurato dall’inquinamento di matrice antropica di cui gli esseri umani non sono consapevoli, accecati dalla brama di potere e dalla guerra fra clan. Quando Nausicaä finisce nelle viscere della Giungla Tossica insieme ad Asbel, un nobile tolmechiano(Tolmekia è uno degli imperi presenti nel film n.d.r.) che intende aiutare la giovane protagonista, ella fa una scoperta sensazionale: le radici dei possenti alberi che abitano la Giungla hanno filtrato l’aria inquinata, generando un ambiente salubre e purissimo. Sdraiandosi sul terreno, a contatto con la natura, Nausicaä si commuove dinnanzi a quel mondo che assume i tratti di un giardino edenico che si sta generando, assumendo in sé l’estremo atto di purificazione di un mondo che può ancora essere

    DEI NOBILI INTENTI

    Nausicaä è una principessa pacifista che si armonizza con l’ecosistema e gli animali che lo abitano. È portatrice di quei valori che possono ancora rifiorire nell’animo degli esseri umani nonostante la guerra termonucleare: essa incorpora l’ideale del vivere insieme come individuo nel mondo. 

    La noble-minded heroine predica il ruolo della specie umana nei confronti della natura, ed il suo agire si genera nel profondo legame con tutte le forme di vita, manifestando un’intrinseca biofilia così come intesa dal biologo Edward O. Wilson. La sua affiliazione ai processi vitali si esplica pur nella sua tecnofilia di matrice squisitamente miyazakiana: Nausicaä sorvola la Giungla Tossica a bordo del suo aliante a forma di lepidottero, una macchina meravigliosa il cui design verrà ripreso nel più recente di Miyazaki Si alza il vento (1984). Il mezzo che le permette di librarsi nell’aria e attraversare i paesaggi terrestri si armonizza con la forma del vento: in contrapposizione, le macchine della guerra ancorate al terreno distruggono le forme di vita, polverizzano i manufatti antropici e pretendono di dominare la natura che, in contrasto, sta cercando di rigenerare sé stessa ed il mondo. 

    La terza natura che sta sorgendo dalle rovine del mondo dev’essere accolta e protetta, non dominata: è questo l’estremo messaggio che si quantifica nelle battute finali del film. Lo scontro conclusivo è esemplificativo della poetica miyazakiana che enuncia la possibilità, da parte degli esseri umani, di abbandonare le armi della guerra e assumere in sé il pensiero ecologico già interiorizzato da Nausicaä. 

    I Tolmechiani scagliano un’orda di Ohmu, insetti giganti simili a tarli, contro la Valle del Vento, nell’ultimo atto di una guerra che si consuma da tempo. In quest’operazione, due soldati hanno infilzato con pesanti arpioni un piccolo della specie e mediante un aeromobile conducono la creatura verso la Valle, attirando così la mandria inferocita che intende vendicare il proprio simile. La principessa Nausicaä, eroina ecologista in simbiosi con la natura, diventa martire e si sacrifica col proprio corpo per tentare di fermare la catastrofe che distruggerà la sua valle. Con la sua presenza si pone dinnanzi alla mandria, la quale la investe, travolgendo il suo corpo inerme. Ma il suo estremo atto pacifista viene premiato dalla Natura, la quale le restituisce la vita, immolandola a salvatrice della Valle, mentre la mandria di Ohmu si pietrifica e sana con la propria corporeità il terreno. Dinnanzi a tale miracolo, gli umani comprendono, si redimono, seguendo l’esempio della principessa che è morta ed è risolta per la salvezza del bene comune: la Terra.

    Solo la prossimità con l’apocalisse, successivamente sventata, rende possibile la concretizzazione di un nuovo sguardo verso la natura, una nuova attitudine orientata al vivere insieme che si quantifica nell’abbandono delle armi e nel concepimento di un nuovo pensiero ecologico.  

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  • NESSUN POSTO AL SOLE (D’ITALIA) – ESTATE VIOLENTA DI VALERIO ZURLINI

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    “Leggendo i classici ho capito quanto è bella la fusione tra una vicenda privata e gli avvenimenti storici. La mia profonda formazione tolstoiana si rivela ugualmente in questa piccola equazione: una storia privata è ingrandita, e diventa straordinaria, cioè necessaria, se si presenta sullo sfondo un grande avvenimento storico.” (Valerio Zurlini)

    Nel 1959, in pieno boom economico seguìto alla travagliata ricostruzione del Dopoguerra, in un clima di benessere entusiastico e rinnovato ottimismo del Belpaese, che di lì a un anno assaporerà il vortice inebriante della dolce vita felliniana, Estate violenta di Valerio Zurlini chiude il sipario su un decennio di (presunta) ripresa, facendo ritorno alle inquietudini recondite e mai davvero fugate nello scottante passato recente, collettivo e individuale, dell’Italia. E che gettano un’ombra scura e non riconciliata su quel posto al sole dell’abbiente prosperità e dell’evasione rilassata che gli italiani, oggi come ieri, cercano faticosamente di (ri)conquistarsi. 

    Ma che già si mostra in pericolo nell’immagine iniziale dell’aereo militare tedesco che sfreccia radente sulla spiaggia, terrorizzando i bagnanti in fuga. Come monito presago dell’imminente tempesta bellica che si infiltra tra le increspature di un benessere dorato solo in apparenza, e che paradossalmente si mostrerà ancor più falso e precario al sorgere di quegli anni ’60 – sereni e pacificati solo ad un occhio superficiale – su cui il film si affaccia. Ha infatti ragione Emiliano Morreale nel rilevare, nel film di Zurlini, l’“effetto straniante” di “quei giovani borghesi vestiti di bianco [che] sono anche, in parte, i giovani degli anni sessanta, e l’estate del 1943 una specie di involontaria versione tragica del filone balneare allora alle soglie della rinascita” (L’invenzione della nostalgia – Il vintage nel cinema italiano e dintorni, Donzelli, 2009). 

    AMARO SAPORE DI MARE

    Estate violenta è su questo versante un film cerniera: declina un passato narrativo che fa da incubatore allo spirito del tempo futuro (il presente dell’epoca: gli anni ‘60). Abita un contesto appena storicizzato mentre illumina di riflesso una nuova fase storica di transizione, in cui la sensibilità, i costumi, lo stile di vita e i comportamenti degli italiani si stanno modificando profondamente e a impressionante ritmo accelerato. 

    Con ancora addosso, ben visibili, i cascami narrativi ed estetici delle ferite della guerra e delle pesanti scorie lasciate in sorte dalla tradizione, il film sviluppa nelle forme del melodramma quella critica acuminata al conformismo sociale e all’ipocrisia borghese già presenti, sotto un falso candore e una patina di leggerezza sentimentale, in opere come La spiaggia (1954) e Guendalina (1957) di Alberto Lattuada. 

    Sporcando da subito, con la spuma dell’ansia di vivere e delle passioni sciupate, la sabbia dei litorali turistici di tanto innocuo e spensierato cinema vacanziero a venire. Preparando il terreno alla deriva degli amorazzi estivi del “neorealismo rosa” affogati in un nerissimo e sconsolato pessimismo esistenziale, fino alla caustica e impietosa radiografia della “mutazione antropologica” della calca selvaggia, orgiastica e involgarita sdraiata sotto L’ombrellone (1975) cafonal di Dino Risi

    LA PRIMA ESTATE DI CAOS

    Zurlini cala il suo tormentato melodramma amoroso nel prima e nel dopo di una data spartiacque: quel 25 luglio 1943 che, con la caduta del “governo” Mussolini, vede la repentina dissoluzione del ventennale regime fascista. In un frangente politico e sociale di doloroso trapasso e anarchia incontrollata, di radicale spaesamento della popolazione e disorientamento caotico degli ideali, che prelude alla guerriglia fratricida. 

    Una frattura che quasi per osmosi si insinua nei binari di una doppia crisi esistenziale, nel privato di coscienze infelici ridestate alla vita e al desiderio. Nella dirompente quanto osteggiata scoperta della passione tra lo sfaccendato studente in vacanza a Riccione Carlo Caremoli (Jean-Louis Trintignant), figlio di un ras del fascismo ferrarese, e la trentenne vedova borghese Roberta Parmesan (Eleonora Rossi Drago), ingabbiata dalla morale intransigente che la incatena ai doveri di madre premurosa e devota vedova in lutto. 

    Perché la violenza a cui il titolo si riferisce è sì quella dei disordini popolari scatenati alla notizia della deposizione di Mussolini (rappresentata da Zurlini nella rumorosa scena dell’assalto alla Casa del Fascio, con il gigantesco busto del Duce arpionato e fatto schiantare al suolo). Ma quella su cui più si concentra l’attenzione del regista è soprattutto l’impetuosa violenza istintuale dei sensi irretiti e travolti, la folgorante scossa di emozioni sopite e riattizzate di Carlo e Roberta, che si scontrano con la soffocante rigidità della norma sociale e di una dispotica ragion di Stato. 

    CRONACA (DI UN’ITALIA) FAMILIARE 

    Il bolognese Zurlini (1926 -1982) si era formato nel teatro, mostrando poi talento e sensibilità documentarista in un’intensa attività di autore di cortometraggi. Inevitabilmente inserito, come quasi tutti i registi e gli intellettuali del Dopoguerra, nella temperie ideologica e culturale del neorealismo

    Qui però, senza eludere la verità storica e le miserie del quotidiano, ne accantona i dettami di presa diretta e verosimiglianza mimetica. Optando con grande modernità per un registro audacemente formalista, ancorato agli sguardi totalizzanti e alla percezione soggettiva – dunque singolarmente parziale – dei protagonisti dell’intrigo. Incentrato sul lirismo della messa in scena, sulla dilatazione di inquadrature avvolgenti come una suite jazzistica, sulla raffinata tessitura compositiva delle immagini. Fedele all’intensità stilistica delle unità essenziali della grammatica filmica (in particolare, lo vedremo, l’impiego altamente significante della musica e l’uso simbolico e cangiante delle luci). Per scardinare, attraverso il trepidante disordine emotivo e psicologico provocato da Carlo e Roberta, l’assillante ossessione del controllo che pervade la società e l’Italia fascista. Non a caso, gli eventi della Storia ufficiale prendono il sopravvento solo nel momento in cui la magia del cinematografo viene interrotta e il proiettore si spegne. Quando l’irruzione della realtà interrompe bruscamente la culla delle illusioni, quando la grigia impassibilità telegrafica della voce radiofonica strappa al pubblico anche l’ultimo spazio di evasione personale per sognare sul grande schermo: l’annuncio del tracollo di Mussolini giunge proprio mentre Maddalena, la giovane cognata di Roberta, si è appena accomodata in sala con un giovane del luogo, e la visione viene sospesa. 

    Estate violenta descrive, sullo sfondo della nascita di un amore che resta sempre in primo piano, la caduta inattesa e fragorosa delle due inflessibili cattedrali su cui fino a quel momento si era edificata e retta la rigorosa condotta morale, la repress(iv)a e disciplinata vita sociale e sentimentale di un intero popolo: la dottrina fascista e la sacralità della famiglia

    Due facce della stessa medaglia che si rispecchiano nello stesso sistema ipocrita e tiranno di irreggimentare la vita pubblica e privata. Due colossi dai piedi d’argilla che franano improvvisamente l’uno addosso all’altro, ammucchiando un cumulo indistinto di rovine urbane e dilanianti macerie interiori. Entrambi squassati alle fondamenta, in un sol colpo, dall’autenticità del sentimento insopprimibile scaturito fra Carlo e Roberta: il vitale irrazionalismo romantico della passione – pur destinata a fallire – rompe per sempre la rigida architettura di trame e relazioni sociali. 

    Estate violenta è quindi un melodramma intimista eppure violentemente politico. Lo è senza la noiosa cronologia dei fatti e senza la programmatica retorica impegnata del pamphlet storico. In un crescendo animato dai moti sentimentali dei personaggi che con l’aura fragile e preziosa del pathos che li cinge vorrebbero farsi scudo del corso degli eventi, scampando al declivio di una Storia già inesorabilmente incanalata verso la disgrazia (anche nel coevo Tempo di vivere (1958) del maestro del melodramma Douglas Sirk, il romanticismo della coppia ingloba la Storia come nucleo resistente alla catastrofe umana del nazismo). 

    L’ARTE DEL MELODRAMMA E IL GRAN BALLO ZURLINIANO 

    Zurlini, da appassionato cultore di letteratura, infonde nello scenario precise suggestioni artistiche e romanzesche. Si veda l’invito di Carlo – poi non raccolto – a visitare il Castello di Gradara, teatro del fatale e galeotto romance di Paolo e Francesca narrato nell’Inferno di Dante: nella sua natura di amour fou irrealizzabile e condannato alle fiamme, riflette, come un patrono all’inverso, il tragico conflitto tra morale e passione che investe specularmente la vicenda di Carlo e Roberta. Nel corso di una breve gita fuoriporta a San Marino, i due vengono ripresi a distanza innaturale in una piazza deserta e metafisica con echi alla De Chirico (figura 1), in uno spazio figurativo carico di desolante vuoto esistenziale alla Antonioni (Rossi Drago era stata la protagonista di Le amiche, 1955), scandito solo dai rintocchi delle campane di una chiesa.

    Figura 1

    Un luogo di sperduta immobilità dove – dice Carlo – si respira “una falsa aria anteguerra e neutrale in un falso medioevo”, in cui la passeggiata dei due può sfuggire per qualche ora alle pressioni costringenti della realtà. Ma è negli ingombranti arredi della fascistissima Villa Caremoli, tra busti scultorei e improbabili soprammobili di testa caprina, pareti affrescate da basso impero e quadri di Carrà, che Zurlini instilla il satirico disprezzo per quelle “mostruosità” artistiche con cui la pacchiana grandeur del regime tenta di nobilitarsi.

    Nella villa, Zurlini ambienta il bellissimo e visionario segmento centrale. Aperto da una sobria carrellata laterale sulla combriccola degli amici di Carlo: usciti all’esterno, alzano gli occhi al cielo per ammirare incantati i bengala dei ricognitori (figura 2), che rischiarano la notte come fossero poetici fuochi d’artificio (ancora una volta, il segno della minaccia esterna trasfigurato dalla proiezione soggettiva). L’unico a disinteressarsene è proprio Carlo, che, al riparo dagli occhi indiscreti ma momentaneamente distratti dei compagni, getta lo sguardo verso Roberta, che si trova fuori campo al margine destro dell’inquadratura: le prime, segrete e timide avances

    Figura 2

    Svetta a questo punto la topica scena di ballo – “degna di un Visconti giovanilista”, suggerisce Morreale – adagiata sul motivo della grande canzone italiana (Temptation di Bing Crosby nella versione di Teddy Reno). Un preciso stilema zurliniano, più volte variamente ripreso. Per far venire a galla, per dare corpo e voce, come in Estate violenta, alla sotterranea, complicata incomunicabilità del gioco di seduzione sempre asimmetrico e squilibrato fra gli amanti. 

    In La ragazza con la valigia (1961) – altro toccante melodramma di solitudini di età diverse -, Impazzivo per te di Adriano Celentano traccia il gioco delle distanze tese e accorciate tra la bellissima Aida Zepponi (Claudia Cardinale) e il sedicenne Lorenzo, con la lenta e sicura camminata della donna che dalla terrazza dell’hotel si avvicina al giovane ammiratore per raggiungerlo su un dondolo. 

    Poco prima, similmente, la Cardinale scende languidamente in accappatoio le scale della villa domestica come giù da un palco teatrale, sull’aria dell’Aida di Verdi (appunto il nome della protagonista): una irraggiungibile femminilità celestiale al cospetto di un imberbe e ammaliato Jacques Perrin. In modi e forme diverse, ma non troppo dissimili, in La prima notte di quiete (1972), nella sordida e madida modernità dei lascivi balli in discoteca, l’incrocio di sguardi e silenziose concupiscenze tra il disilluso professore Alain Delon e l’enigmatica liceale Vanina è ricamato sulle note, orgogliosamente scorate, di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni. 

    Anche in Estate violenta, l’inserto musicale diegetico non fa da banale accompagnamento, stile piano-bar e soap opera dei telefoni bianchi, ma tesse la dimensione velata del desiderio che pullula sotto l’affettazione delle maniere cortesi: un algido eppure infiammato vortice di emozioni trattenute e palpitazioni inespresse dai personaggi, che, nel tempo effimero del brano diffuso dal giradischi nell’aria della sera estiva, isola per loro, dentro la selva goliardica dei ragazzi nel salone, uno spazio ideale di intimità nel quale stringersi e riconoscersi. Un girotondo di impalpabile tensione sessuale che si taglia col coltello, per due anime affini che si cercano e si studiano con gli occhi ma ancora non possono uscire allo scoperto, ognuna al braccio di un anonimo partner di danza (figura 3). 

    Figura 3

    In un’alternanza di lenti dove i corpi che fremono sotto la compostezza di facciata, vicini o lontani, si avvicinano timidi e furtivi per subito ritrarsi allarmati. Allacciando poi quel legame proibito dal comune senso del pudore in un malinconico arabesco di note struggenti che uniscono la coppia, nell’abbraccio prolungato dalla sinuosità tremolante di sassofono e tromba nella magnifica colonna sonora old style di Mario Nascimbene

    Una scena in cui vibrano l’insistito scambio di duetti e il gioco di sguardi incrociati, tra continue variazioni di spesse zone d’ombra e limpidi veli di luminosità tagliente. Una dialettica visiva nata appena prima sugli spalti del circo, quando nel mezzo di un blackout la torcia di Roberta illumina – quanto involontariamente? – il volto di Carlo come un bagliore di santità profana (figura 4). 

    Figura 4

    Una rivelatrice “segnaletica” dei volti poi ripresa più avanti, dove c’è la stessa luce puntata in faccia a Carlo, dai gendarmi che sorprendono la coppia a tarda notte tra le cabine della spiaggia, ma con funzione diversa: nel primo caso, l’accidentale riflesso involontario di un’attrazione, nel secondo l’alone freddo di un’ispezione inquisitoria. Il tutto per riflettere la natura di un mutevole rapporto in chiaroscuro che, nelle splendide sfumature del bianco e nero di Tino Santoni, sembra non poter mai veramente venire alla luce. Se non sotto la lente deformata dalla severità invadente dell’occhio altrui, che scruta, giudica, si impiccia ed emette sentenze inappellabili. 

    Non a caso, l’agognato e castissimo bacio che Carlo e Roberta riescono finalmente a darsi, rifugiandosi nel giardino all’esterno, viene inizialmente ripreso a distanza, quasi senza romanticismo, in un quieto e impersonale pianosequenza in campo lungo dall’ingresso della villa (figura 5a), depotenziato dell’avvolgente carica passionale delle scene precedenti (affollate di allusivi “preliminari”). Come un evento qualunque, senza importanza, colto dallo sguardo di un osservatore casuale. 

    Figura 5

    O, peggio, dall’occhio di qualcuno che deve tenersi appartato a distanza per spiare il fattaccio inammissibile: vale a dire la rivale Rossana (la deliziosa Jacqueline Sassard, all’epoca compagna di Zurlini), che spunta sulla soglia e sorprende gli amanti: ora, in reverse-shot, focosamente avvinghiati davanti allo spettatore (figura 5b). Rossana si vede defraudata dell’oggetto del desiderio da una donna più matura, verso la quale dimostra piena ostilità: si forma istantaneamente un triangolo amoroso di cui Zurlini racchiude tutti i vertici lungo una geometrica diagonale in profondità di campo (figura 6). 

    Figura 6

    UN UOMO, UNA DONNA: TRINTIGNANT E ROSSI DRAGO

    Se il film riesce ancora oggi a coinvolgere e a rapirci senza apparire datato – al netto di certi toni enfatici un po’ desueti, tipici della grande stagione del melodramma – gran parte del merito va all’alchimia e all’abbagliante presenza scenica dei due straordinari interpreti in stato di grazia. 

    Sensuale e angelicata, soavemente pallida e divinamente sgraziata da piccole rughe, bellissima e altera Eleonora Rossi Drago, che con grande sensibilità dona a Roberta la classe innata di una femminilità complessa, che cova il turbine della passione sotto l’algido portamento aristocratico e le pose ingessate della vedova costretta al sacrificio sull’altare domestico. Perennemente sorvegliata dallo sguardo indagatore dell’anziana madre, puntuta aguzzina della magione che grida allo scandalo (la splendida e quasi “gotica” Lilla Brignone), Roberta deve districarsi in un triangolo di legami familiari (madre, figlia piccola, giovane cognata) che si assomma a quello amoroso nel rafforzare il fardello moralistico dei sensi di colpa che le vengono affibbiati. 

    Un groviglio di impenetrabili tensioni interne e interiori che Zurlini ci mostra spesso in profondità di campo, appoggiandosi allo sguardo vicario di Carlo che, estraneo e intruso sulla soglia, quasi non osa mettere piede in quel territorio di relazioni rinserrate in salotto, che lo vede escluso (figura 7). 

    Figura 7

    L’altra metà del mélo è il compianto Jean-Louis Trintignant (scomparso il 17 giugno). Al suo primo film italiano – quasi trentenne all’epoca delle riprese, nondimeno credibile nei panni di un ragazzo molto più giovane -, fa subito balenare nel nostro cinema l’intensità discreta ed elegante dei suoi tratti armoniosi e rassicuranti, “da bravo figliolo”, ma al tempo stesso incrinati da una lieve malinconia, da un’introversione meditabonda che gli scava sul volto il dubbio dell’alienazione e il senso di un’irresolubile inadeguatezza. Nell’espressione mite e assorta, nello sguardo attento eppure sempre obliquamente distorto in qualche pensiero ineffabile. In quel viso pulito di intelligenza acuta e sottile, di pacatezza indolente e autocontrollo educato, che però somatizza il sintomo dell’inquietudine che rode una coscienza accarezzata dalla velleità di desideri che non osa pronunciare fino in fondo. 

    In sintesi, la prima e già perfetta declinazione di quella mascolinità minuta e vulnerabile, vittima e complice, minata dal disagio dell’essere fuori posto e fuori tempo, plagiata dalle sirene di un vitalismo incerto e prematuramente interrotto, che poco dopo troverà immortale consacrazione nel personaggio di Roberto ne Il sorpasso (1962) di Dino Risi. Corpo acerbo e delicato che ha già in sé sfumature di un’ombrosa maturità. Figura liminale, schiacciata tra il peso di modelli ingombranti, eredi di un paternalismo arcaico (il titanico padre-gerarca interpretato da Enrico Maria Salerno, che in pochi minuti ruba la scena nella magistrale incarnazione dell’atletico guerriero fascista, corpulento e caricaturale modello di maschio italico che Carlo, inconsciamente, aspira a non diventare), e una libertà di muoversi nel languore (e)statico di impacciate deviazioni sentimentali come un flâneur esistenzialista della nouvelle vague, che sta per affacciarsi nel cinema europeo degli anni Sessanta (in cui lo stesso Trintignant sublimerà la figura invecchiata dell’amante nello splendido mélo Un uomo, una donna (1966) di Claude Lelouch). 

    Protagonista perfetto per il melodramma zurliniano, tra laconici non detti, mezzitoni sussurrati e scariche di abbandono sensuale sulla spiaggia notturna. Per imbrigliare gli slanci e le fragilità di un uomo irrisolto e antropologicamente portato all’inazione, complesso e sensibile ma tutt’altro che positivo come Carlo: un vitellone tranquillo senza arte né parte, che si trascina blandamente, per inerzia ed abitudine, tra gite in barca e serate in villeggiatura, senza occupazioni e per di più esentato dal dovere militare che continua a rinviare (al sicuro degli appoggi burocratici dell’influente genitore).

    Uno struzzo che tiene la testa sotto la sabbia, senza venire minimamente sfiorato dalle miserie che martoriano il tessuto dell’Italia del tempo di guerra. Ha appena l’ardire di smuovere la placida monotonia dell’estate prendendo l’iniziativa con Roberta (per la quale comunque prova un sentimento autentico e generoso). Ma, lo ammette lui stesso, non ha davvero la capacità di cambiare radicalmente il proprio essere, né di prendere in mano il destino con coraggio (“Tutto questo massacro mi fa orrore, ma io non riuscirò mai a ribellarmi”). Limitandosi a farsi trascinare dalla corrente (“Io vado dove va il branco, così mi sento meno solo”), evitando ogni possibile scoglio. In questo non troppo dissimile all’ipocrisia endemica e alla quieta vigliaccheria di tutti quegli italiani eterni opportunisti (di cui lo stesso Trintignant, dismessa la schiva indifferenza di Carlo, ne Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci esacerberà l’obbediente servilismo e il camaleontismo sottomesso). 

    VIA COL VENTO DI GUERRA

    Le convulse riprese finali, con la tentata fuga in treno della coppia interrotta dai bombardamenti nemici, ritraggono con inedito e poderoso respiro da kolossal storico la brutale incursione (aerea) del realismo tragico e deflagrante della guerra, solo suggerito in precedenza, perché obliato dai personaggi. Fino ad allora immersi nella dimensione inattuale, atemporale e impermeabile di una sofferta liaison in difesa dalle sirene del mondo esterno. 

    È il momento in cui il peso della Storia collettiva giunge sul proscenio a reclamare il suo ruolo sulla caducità dei destini individuali, per tracimare irrevocabilmente nel terremoto affannoso della relazione impossibile, come una mareggiata che trascina via per sempre piani, sogni e illusioni degli innamorati (nel mondo dei sentimenti sommersi, si salva solo, per Carlo, un tardivo recupero di responsabile dignità). 

    Figura 8

    Riportando a riva l’epica spoglia e prosaica degli amanti divisi e sfibrati che per un’ultima volta si cercano tra i cadaveri riversi, i sopravvissuti sui binari, i crateri delle bombe, nel paesaggio diradato di una massa dispersa e devastata, che simboleggia lo stato di atterrimento e prostrazione di un intero Paese (figura 8), in cui c’è forse un ricordo della catasta di sfollati nel celebre finale del melodramma per eccellenza, il Via col Vento (1939) di Victor Fleming. Anche per Carlo e Roberta, domani sarà un altro giorno, ma l’amarezza e lo sconforto della loro rinuncia non lasciano per nulla sperare che la prossima estate italiana sarà per tutti meno violenta. 

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  • SEPPELLITI DA UNA RISATA – 5 FILM PER SCOPRIRE LA STAND UP COMEDY

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    Negli ultimi anni le piattaforme hanno dedicato sempre più spazio all’interno dei propri cataloghi alla comicità, basti pensare agli speciali di stand up comedy che Netflix rende disponibili periodicamente. Questo non senza problematicità sia all’estero che in Italia, dove il fenomeno è da qualche anno in progressiva crescita e popolarizzazione. Se infatti per i comici internazionali si sta assistendo ad un boom di speciali paragonabile al boom comico di fine anni ‘80, quando spuntavano continuamente nuovi club con il rischio di saturare il mercato, c’è la preoccupazione che il luogo della stand up comedy si sposti progressivamente dai palchi al web. Per i comici italiani invece non si riesce a comprendere l’effettivo impatto di queste vetrine che sortiscono spesso un effetto limitato. 

    Rimane però innegabile l’impatto dei comici sull’industria dell’intrattenimento ed accade spesso che siano anche i soggetti più interessanti da mettere al centro di una pellicola, protagonisti ingombranti quanto ricchi di spunti proprio grazie alla tendenza a mettersi a nudo di fronte al pubblico, tra nevrosi personali e l’abbattimento di temi tabù. La stand up comedy è la forma teatrale più personale ed implica per un natura un coinvolgimento emotivo tra comico e pubblico ma l’esperienza si limita alla performance sul palco, i film in questo senso riempiono un vuoto tra quello che succede prima e dopo, regalando allo spettatore una prospettiva inedita rispetto a quella sperimentata nella realtà. Questa prospettiva è spesso in contrasto con il lato più leggero dell’intrattenimento ed offre uno spazio per esplorare anche la dimensione psicologica più oscura di chi vive rispetto cercando di  far ridere le persone.

    Accanto ai ritratti biografici si accompagnano film nei quali comici con alle spalle una carriera nell’industria decidono di rappresentare sullo schermo personaggi che abitano questo mondo, è il caso di Adam Sandler in Funny People, Chris Rock in Top Five e Jenny Slate in Obvious Child. Se la rappresentazione della vita di un comedian è stata spesso appannaggio della serialità -dal  grande show sul nulla di Jerry Seinfeld al recente successo di The Marvelous Mrs. Maisel- negli ultimi anni si è arricchita la lista di film che scelgono di rappresentare l’esperienza sul palco e fuori dal palco da una prospettiva sempre più personale. 

    Per seguire l’evoluzione di questo piccolo ma stimolante sottogenere, di seguito elencati gli esempi più virtuosi: 

    Lenny (Bob Fosse, 1974)

    Il film successivo a Cabaret di Bob Fosse è una rarità nel suo genere, un film autobiografico su un comedian -in questo su colui che viene considerato come il creatore della stand up comedy, Lenny Bruce- che non viene interpretato dal comedian stesso. Qui Dustin Hoffman, in un’interpretazione che gli valse la terza candidatura al Premio Oscar come miglior attore protagonista,  ripercorre diversi momenti della vita del comico, dall’esordio ai momenti finali della sua carriera quando le diverse infrazioni alle leggi dell’oscenità lo portano a sviluppare un complesso da messia diretto all’autodistruzione. 

    The King of Comedy (Martin Scorsese, 1982)

    Robert De Niro è Rupert Pupkin, un comico squilibrato che sogna di ottenere, senza successo, uno spazio in un talk show e decide di sequestrare un famoso presentatore per ottenere finalmente il suo momento di gloria. 

    Anche The King of Comedy è una voce peculiare all’interno di questa lista perchè questa dark comedy di Martin Scorsese, sempre più apprezzata negli anni, non racconta come sia la vita di un comedian ma è sicuramente uno dei più grandi esempi di rappresentazione della forza distruttiva della spasmodica ricerca di fama e popolarità in anni in cui ottenere uno slot in televisione poteva dare una svolta decisiva alla propria carriera. 

    Ape (Joel Potrykus, 2012) 

    Con questo film slacker low budget il regista Joel Potrykus attinge dalla sua esperienza personale di comedian in difficoltà a New York per raccontare un artista solitario e borderline al suo punto di rottura, opponendosi così alla romanticizzazione del lavoro dello stand up comedian in cui spesso ci si imbatte guardando commedie che trattano il tema.  Trevor Newandyke non riesce a sfondare nella stand up comedy e questa frustrazione lo accompagna anche sul palco, dove dovrebbe invece raccontare delle proprie insicurezze, alimentando una spirale autodistruttiva che lo intrappola nella sua stessa mediocrità. 

    Obvious Child (Gillian Robespierre, 2014)

    Nel suo debutto alla regia Gillian Robespierre si affianca alla stand up comedian Jenny Slate, per la quale aveva già diretto lo speciale Netflix Stage Fright, per presentare al Sundance una commedia romantica indie su una comedian che decide di abortire dopo un incontro occasionale di una notte. La commistione tra vita privata e monologhi sul palco qui non potrebbe essere più chiara con la protagonista che racconta quello che le sta accadendo al pubblico. 

    The Big Sick (Michael Showalter, 2017)

    The Big Sick è tra gli ultimi grandi successi di questo genere che ha visto l’esordio alla sceneggiatura per il comico Kumail Nanjiani, il quale ispirandosi alla sua esperienza autobiografica, ha ottenuto una candidatura come miglior sceneggiatura originale ai Premi Oscar del 2017. Questa pellicola segue la strada tracciata da Obvious Child sia nello sviluppo drammatico della commedia, quando la donna di cui si innamora va in coma a causa di una rara infezione, sia dal punto di vista della rappresentazione del comedian sul palco a cui viene dedicato sempre più spazio. La stand up comedy anche qui diventa un espediente vincente per permettere di conoscere al pubblico le emozioni del protagonista. 

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  • TI WEST – CHI È IL REGISTA DI X: A SEXY HORROR STORY?

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    Chi è Ti West, il regista del nuovo film targato A24 e distribuito da Midnight Factory, X: A Sexy Horror Story?

    Facciamo un breve riassunto della sua filmografia per capire qualcosa in più sul suo cinema!

    DISCLAIMER: si è scientemente deciso di non approfondire V/H/S e The ABCs of Death in quanto nel primo West firma una co-regia e nel secondo soltanto il cortometraggio M.

    THE HOUSE OF THE DEVIL (2009)

    Dopo aver curato la regia, la sceneggiatura e il montaggio del suo cortometraggio horror The Wicked (2001) e aver realizzato altri due lungometraggi dell’orrore, The Roost (2005) e Trigger Man (2007) – in Italia tuttora irreperibili -, Ti West approda sul grande schermo nel 2009 con The House of the Devil, di cui cura nuovamente anche la sceneggiatura e il montaggio.

    Negli anni ’80, oltre il 70 % degli americani adulti credeva nell’esistenza di culti satanici cruenti. Il restante 30% giustificava la mancanza di prove concrete attribuendola a insabbiature governative. Ciò che segue è basato su eventi veri e non spiegati…”: anni ‘80, Samantha è una studentessa del college che risponde all’offerta di lavoro come baby sitter in una casa di campagna. Quello che non sa, è di essere stata attratta da una famiglia di satanisti.

    Puro e sentito revival di una tradizione horror memorabile e feconda, quella anni ‘70 e ‘80 che combinava in sostanza slasher, case infestate e riti satanici, girato interamente in 16mm per suggerire le atmosfere dell’epoca non solo narrativamente, ma anche graficamente.

    É interessante notare come, pur incentrando la pellicola sull’espediente esoterico, West scelga di eliminare – quasi totalmente – il paranormale, preferendo una costruzione della paura sulla tensione hitchcockiana (in un collegamento non casuale a Halloween di Carpenter). Forse il difetto più evidente del film è l’eccessivo lasso di tempo dedicato all’attesa, che talvolta può sfociare in noia, ma l’impianto stile seventies/eighties è una genuina macchina del tempo audiovisiva godibile da ogni appassionato del genere.

    CABIN FEVER 2 – IL CONTAGIO (2009)

    Nello stesso anno di The House of the Devil, esce anche il seguito del film di Eli Roth, Cabin Fever, ma il risultato finale è ripudiato dallo stesso West.

    Torna l’epidemia che porta al disfacimento corporeo ma senza alcun collegamento narrativo al suo predecessore – fra l’altro molto criticato dagli appassionati – salvo la presenza degli attori Rider Strong e Giuseppe Andrews, un tutore delle forze dell’ordine.

    Comprensibili le distanze prese da West, ma guardando con occhio critico al progetto – di certo autocompiacente e fine a sé stesso -, questo secondo capitolo fa molti meno danni del primo, a partire dai divertenti siparietti stile cartoon di testa e coda del film, che rendono l’atmosfera meno seriosa e più scanzonata e aggiungendo anche la totale mattanza ancora più esplosiva, esagerata e ironica del suo predecessore.

    Il risultato, tuttavia, è pressoché dimenticabile.

    THE INNKEEPERS (2011)

    Lo Yankee Pedlar Hotel sta per chiudere i battenti dopo un secolo d’attività. Claire e Luca, i due ultimi impiegati, vogliono catturare le prove che lo stabile sia infestato dai fantasmi.

    The Innkeepers – in cui West torna a curare anche sceneggiatura e montaggio – è un altro sguardo al passato: Ti West non scava nella tradizione gotica dell’horror, ma vi si abbandona semplicemente (ri)percorrendo fin troppo rigorosamente i soliti e già visti schemi della “casa infestata”. Purtroppo, il regista sceglie di non rinnovare  alcunché e di non tentare nemmeno una minima rielaborazione.

    La pellicola raggiunge la sufficienza grazie alla regia di West, sempre solida e composta da movimenti lenti, morbidi e sinuosi che si aggirano sapientemente lungo i corridoi dell’hotel, per la tensione – come in The House Of The Devil – spesso costruita sul climax dell’attesa e dei lunghi silenzi, ma anche per la buona interpretazione dei protagonisti.

    Involontariamente, The Innkeepers è sintomo di uno dei problemi maggiori degli horror contemporanei: i jumpscares totalmente gratuiti e per nulla inseriti nella narrazione.

    THE SACRAMENT (2013)

    Una troupe di Vice, la famigerata organizzazione giornalistica online di nuova generazione, si reca al di fuori del paese per indagare su una misteriosa comunità capeggiata da un certo “Padre”, manipolatore della mente dei propri seguaci. La troupe non sarà però accolta molto cordialmente dalla popolazione locale.

    Sfruttando il found footage, West crea la sua rivisitazione del famoso “suicidio collettivo rivoluzionario” di Jonestown ad opera del Tempio del Popolo, scagliandosi così contro i leader religiosi il cui unico scopo è soggiogare demagogicamente il senno dei fedeli e focalizzandosi – in particolar modo – sulla potenza della parola (esemplare la prima intervista al “padre”, oltre che bravissimo Gene Jones nell’interpretazione), e la sua grande potenza.

    In fin dei conti, il regista dimostra come basti davvero poco per schivare gli errori per antonomasia dei finti documentari: chi ha montato il filmato completo? Chi ha inserito i vari sound effect? The Sacrament, intelligentemente, inserendo il contesto dei mass media lascia presupporre che sia stata Vice a montare il tutto per creare un documentario virale (rimane qualche buco di trama, come una telecamera rimasta nel villaggio, ma si lascia ipotizzare al pubblico che sia andata successivamente la troupe a recuperarla).

    Ti West osa senza scrupoli, ma mai gratuitamente: corpi in fiamme ripresi senza stacchi, bambini sgozzati, avvelenamenti a camera fissa, il regista non risparmia mai l’orrore quando necessario. Per la prima volta Ti West abbandona il passatismo e il citazionismo al fine di costruire un mockumentary ben calibrato ed efficace, certo, con qualche ingenuità, ma davvero notevole.

    NELLA VALLE DELLA VIOLENZA (2016)

    Un ex-soldato ora solitario vagabondo, Paul (Ethan Hawke), girovaga assieme al suo fedele cane per una cittadina dimenticata del Texas per recarsi in Messico. Un litigio con il figlio dello sceriffo (James Ransone) porterà all’uccisione del cane e al tentato omicidio di Paul, ma quest’ultimo vorrà vendicarsi ad ogni costo…

    Per l’ultimo lungometraggio prima di X: A Sexy Horror Story, West si affida all’innesto del western nell’horror (spaghetti western, in questo caso, a partire già dai “Leoniani” titoli di testa e dalla sequenza iniziale), sfornando un riuscito ibrido sulla scia del (migliore) esordio di S. Craig Zahler, Bone Tomahawk – uscito appena l’anno prima – e la cui trama ricalca volutamente quella di John Wick. West è consapevole di non avere il talento di Zahler nel fare propria la materia filmica, pertanto è astuto nel non prendersi sul serio inserendo una venatura ironica atta a stemperare i toni e che qua e là fa sorridere di gusto.

    Violenza, comicità, spaghetti western e revenge movie, fini a sé stessi ma girati bene e interpretati ancora meglio. Perché disdegnare?

    CONCLUSIONI

    Cosa possiamo imparare dalla filmografia del “Ti West pre X”?

    Quello che appare lampante, è che chi cerca nella sua cinematografia una qualche poetica personale e originale, rimarrà fortemente deluso.

    A parte l’ottimo esperimento con il finto documentario The Sacrament, perfettamente in linea col tempo e che ben riesce a dialogare con la contemporaneità, il regista non sembra voler apportare nulla di nuovo al panorama cinematografico internazionale, preferendo anzi gettarsi a capofitto nelle tradizioni passate creando continuamente film-omaggio alle sue memorie cinefile preferite, e restandovi attaccato come una sanguisuga.

    Qualche volta gli riesce meglio (The House of the Devil, Nella Valle della violenza), a volte peggio (The Innkeepers, Cabin Fever 2 – Il Contagio) ma non c’è dubbio che West abbia un talento registico che – se sfruttato a dovere e magari distaccandosi dalle sue ossessioni cinefile – gli permetterà in futuro di innalzarsi rispetto alla media dell’horror contemporaneo.

    Che sia stat X: A Sexy Horror Story la giusta occasione per il grande e definitivo passo avanti del regista? Scopritelo nella nostra recensione!

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  • IL POTERE DEL CANE – MASCOLINITÀ, FRAGILITÀ E REPRESSIONE NEL WESTERN DI JANE CAMPION

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    Tra le montagne e le praterie sperdute nel Montana degli anni ’20, i fratelli Phil e George Burbank portano avanti il ranch di famiglia, occupandosi del bestiame e dei loro uomini. Appare chiaro fin da subito come i due personaggi rappresentano un western completamente diverso da quello tradizionale,  osservato da un punto di vista del tutto unico. Da genere dell’eroe virile per eccellenza (e simbolo della “mitologia” americana della conquista di frontiera), Il Potere del Cane di Jane Campion affronta la psiche di quattro personaggi profondamente travagliati e tutti diversi tra loro. Phil (Benedict Cumberbatch) è un uomo rude, spesso aggressivo, che non perde occasione per essere ostile nei confronti di chi non conosce; George (Jesse Plemons), molto diverso dal fratello, è invece più sensibile, timido e buono, interessato a costruirsi una famiglia; abbiamo poi Rose (Kirsten Dunst), vedova di cui George si innamora e che rimarrà profondamente segnata dall’atteggiamento ostile che Phil ha nei suoi confronti, a partire dal momento in cui mette piede nel ranch dopo aver sposato il fratello; infine, abbiamo anche il figlio di Rose, il giovane Peter (Kodi Smith-McPhee), la cui figura sensibile e delicata è fondamentale per il confronto e il rapporto che costruisce con Phil man mano che la narrazione procede. Non tutto è come sembra, il ranch nasconde qualcosa di molto più grande, e quello che all’inizio sembrava soltanto un western atipico si trasforma in una (necessaria) riflessione sull’ideale tossico di mascolinità e sulla repressione del proprio essere.

    UNO SGUARDO SULLA MASCOLINITÀ TOSSICA

    Il Potere del Cane è ambientato nel 1925, periodo in cui il sogno americano di conquista della frontiera nato a inizio secolo stava già iniziando a dare i primi segni di cedimento: la modernità avanza, compaiono i primi treni, le macchine cominciano a sostituire i cavalli. Si perderà il contatto con la natura e allo stesso modo anche il valore della figura del cowboy. Phil Burbank rappresenta qualcosa che si trova nel passato e che cerca di reprimere il futuro, tuttavia dovrà necessariamente affrontarlo. Il cowboy si dimostra da subito particolarmente ostile verso Rose e Peter, nei confronti dei quali pratica un vero e proprio bullismo, e il fratello George non riesce mai a imporsi ma preferisce rimanere neutrale, segno della sua “sottomissione” al carattere decisamente più forte e dominante di Phil. I suoi modi di fare rudi e arroganti ricalcano il tradizionale concetto di virilità che veniva associato (e in alcuni casi viene associato ancora oggi) all’uomo, che non può permettersi di mostrarsi fragile o sensibile, caratteristiche associate alla figura femminile. È di questo che si parla quando si sente nominare l’espressione “mascolinità tossica”, che costringe l’uomo a reprimere il proprio lato più umano, le proprie emozioni e spesso la propria sessualità. Jane Campion ci mostra un Phil che incarna perfettamente tutto questo, e di conseguenza assume le caratteristiche di un personaggio fortemente represso: si rifugia spesso nel bosco, lontano dagli occhi di tutti, e soltanto così riesce a concedersi quella fragilità che tende a nascondere al mondo intero. L’unico personaggio in grado di comprendere e avvicinarsi a Phil è il giovane Peter, che l’uomo inizialmente disprezza per i suoi modi di fare “effeminati”. Peter è infatti un ragazzo con una sensibilità unica e una delicatezza che mal si rapporta al mondo dei cowboy, in cui gli ideali di mascolinità e virilità sono chiaramente e fortemente tossici. Nella sua prima apparizione il giovane sta costruendo dei fiori di carta per la madre, lo vediamo spesso disegnare, si mostra a suo agio nella sua mascolinità che gli altri uomini intorno a lui considerano non convenzionale (e come opportunità per deriderlo). Phil è subito ostile nei confronti del ragazzo, non perde occasione per prenderlo in giro e per fargli capire che il mondo dei cowboy non è fatto per lui. Il momento di svolta arriva quando Peter scopre il nascondiglio di Phil, e qui il rapporto tra i due cambia: il fatto che il giovane si senta così a suo agio nella sua delicatezza e nella sua sensibilità destabilizza Phil, muove qualcosa al suo interno, qualcosa di represso che riusciva a venire fuori soltanto nella solitudine del suo nascondiglio (e molto probabilmente insieme a Bronco Henry, figura del suo passato che si trova a metà tra mentore e amante). 

    LE ALLUSIONI ALL’OMOSESSUALITÀ

    Abbiamo analizzato il modo in cui Phil riesce a scoprire la sua fragilità nella solitudine del bosco, ma non ci fermiamo solo a questo; al riparo dagli sguardi del mondo, Phil ha modo anche di esplorare la propria sessualità, ed è messo subito in evidenza (seppur non esplicitamente) il fatto che lui sia omosessuale. I continui riferimenti al suo mentore Bronco Henry, infatti, rimandano ad un sentimento molto profondo che va ben oltre la relazione allievo-maestro, riguardo il quale Phil non ci dà mai una vera e propria spiegazione. Il film si regge sulle allusioni e sui “non detti”, che tuttavia riescono ad essere efficaci e a stimolare riflessioni. Il rapporto tra Phil e Peter inizia a svilupparsi quando l’uomo si rende conto dell’incredibile forza che il ragazzo nasconde dietro la sua sensibilità (la forza di essere fragile, se così possiamo dire), e le loro interazioni si trasformano in una relazione mentore-allievo, in cui Phil si identifica in ciò che Bronco Henry era stato per lui. La relazione avuta in passato, qualcosa da tenere nascosto, di cui non era permesso parlare, ha trasformato Phil in un uomo represso e aggressivo, l’incarnazione della mascolinità tossica che spesso cela al suo interno una profonda vulnerabilità. E quest’ultima esce fuori soltanto quando Phil si rende conto di non essere così solo al mondo, di poter essere compreso da qualcuno (Peter, appunto), anche se ciò costituirà la sua fine.

    Nel marzo di quest’anno hanno fatto discutere le dichiarazioni di Sam Elliott (A Star is Born, Il Grande Lebowski), che ha duramente stroncato il film per le sue allusioni all’omosessualità, domandandosi “dove fosse il western in questo western”. La risposta di Benedict Cumberbatch non ha tardato ad arrivare: l’attore, senza neanche nominare il collega, ha ribadito quanto fosse importante raccontare la storia di personaggi come Phil, intrappolati e repressi dagli ideali di mascolinità tossica che avvelenano il nostro mondo.

    «Più guardiamo sotto il cofano della mascolinità tossica e cerchiamo di scoprirne le radici, maggiori sono le possibilità che abbiamo di affrontarla quando si presenta con i nostri figli.»

    Vincitore del Premio Oscar per miglior regia nel 2022 (con alle spalle ben dodici candidature), Il Potere del Cane è stato distribuito da Netflix, quindi è disponibile sulla piattaforma per chiunque avesse intenzione di recuperarlo. Anche la Cineteca di Bologna ha voluto rendere omaggio al film, che ieri lunedì 18 luglio è stato proiettato sullo schermo di Piazza Maggiore sotto le stelle.

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