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  • L’ISTITUTO LUCE RACCONTA L’ITALIA FASCISTA – I CINEGIORNALI LUCE

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    L’Istituto Luce e la propaganda del regime 

    Nato ufficialmente nel 1924 originariamente con scopi educativi, l’Istituto Luce ha ben presto suscitato l’interesse di Benito Mussolini che, conscio delle sue potenzialità divulgative, lo ha trasformato nell’organo primario di informazione, comunicazione e propaganda del regime. Mussolini è stato, infatti, uno dei primi uomini politici ad aver compreso la potenzialità divulgativa del linguaggio cinematografico, che è universale e immediato in quanto costituito da immagini in movimento. Per tale ragione, l’Istituto Luce è stato un’arma di propaganda di straordinaria importanza attraverso la quale il fascismo ha ottenuto larghi consensi. Grazie ai documenti del Luce siamo in grado farci un’idea di come funzionasse l’operazione di propaganda politica del fascismo attraverso l’analisi delle strategie comunicative da esso impiegate. Il fascismo riuscì, infatti, a raccogliere consensi anche grazie all’operazione di propaganda portata avanti attraverso i documentari, i film e soprattutto i giornali del Luce, che contribuirono a costruire un “monumento celebrativo per immagini del Duce, delle sue imprese e di Roma”. Il Luce si pose al servizio del regime e di Mussolini divenendo il cantore visivo delle sue gesta dal momento che, come sottolinea Lando Ferretti a proposito dei cinegiornali,

    “dalle loro immagini, dai loro suoni si sprigiona una forza di suggestione che crea il mezzo più potente di propaganda, d’elevazione sociale, di conquista spirituale per le masse.”

    In particolare, le parate e le cerimonie pubbliche sono state uno dei soggetti di punta dell’opera di propaganda condotta dall’Istituto Luce. Questi eventi erano costruiti in modo coreografico per poter restituire una certa immagine dell’Italia fascista e della Roma di Mussolini, che divenne uno degli scenari privilegiati in quanto capitale del regime. I cinegiornali, dunque, cooperarono con i coreografi per creare uno spettacolo che trasmettesse i valori del fascismo ai paesi esteri, ma anche agli italiani stessi. Questi filmati ci mostrano, infatti, i costumi degli italiani del tempo, ci fanno assaporare le strade, la quotidianità, gli edifici dell’epoca. Per fare ciò, furono sfruttati non solo l’obiettivo della macchina da presa, ma anche specifiche operazioni di montaggio e una messa in scena delle sequenze e delle inquadrature altamente costruita. I cinegiornali Luce contribuirono, quindi, a plasmare e a costruire l’immagine stessa dell’Italia fascista, ma anche la personalità pubblica del Duce. A tal proposito, Mussolini visionava con molta attenzione i documentari realizzati in Italia e previsti per l’estero, al fine di controllare personalmente l’immagine che sarebbe stata data al Paese; più di una volta si è persino opposto all’esportazione di alcuni di essi. 

    I Cinegiornali Luce 

    Il primo cinegiornale Luce venne realizzato nel giugno del 1927, ma già nel 1925 gli operatori della Cineteca del Comune di Roma avevano cominciato a riprendere i principali avvenimenti romani per poi raccoglierli nella Rivista Cinematografica. I Cinegiornali erano dei filmati dalla durata che oscillava dai pochi secondi sino ai dieci minuti. Questi diffondevano principalmente dei servizi audiovisivi sull’attualità e sulla politica nazionale del regime. I primi erano muti e accompagnati da didascalie esplicative, ma successivamente divennero dei veri e propri giornali parlanti grazie all’avvento del sonoro, diffusosi in Italia agli inizi degli anni Trenta. In seguito al decreto legge n. 1000 del 3 aprile 1926, dal titolo Provvedimenti per la propaganda a mezzo del cinematografo, venne resa obbligatoria la programmazione nelle sale cinematografiche dei filmati del Luce. Tale provvedimento rafforzò ulteriormente il ruolo dell’Istituto all’interno dell’operazione di propaganda del regime. Dal 1927 sino al 1932 il Luce realizzò ben 4.043 servizi, nei quali si filtravano anche le notizie provenienti dagli altri paesi accanto alla cronaca di regime. Caratteristica peculiare dei Cinegiornali Luce era la finalità specificatamente propagandistica, alla quale si accompagnava l’enfasi sulle imprese di regime. La retorica del regime resta sempre e comunque il principale motivo ispiratore del cinema Luce, ma per la prima volta il documentario diventa una fonte storica per illustrare la vita e la storia del nostro paese. Durante il regime, i filmati Luce sono stati agenti e prodotti stessi della macchina di propaganda fascista e adesso possiedono, invece, un valore straordinario in quanto fonti storiche dirette poiché ci consentono di studiare l’immagine che il regime voleva proiettare di sé stesso all’interno dei confini nazionali, ma anche all’esterno. 

    I miti, i riti e le tradizioni del fascismo attraverso l’obiettivo del Luce

    Come sottolineato in precedenza, i filmati si concentravano principalmente su eventi singoli, soprattutto imprese coloniali, cerimonie e manifestazioni pubbliche che potessero mostrare la “grandiosità” del fascismo. I soggetti privilegiati non erano, quindi, eventi di cronaca o di informazione, ma gli spazi urbani, i monumenti, i riti, i miti e le tradizioni locali. Per poter meglio traslare sullo schermo l’atmosfera delle immagini, i filmati del Luce venivano realizzati in presa diretta da una troupe di esperti grazie alle straordinarie tecnologie possedute dall’Istituto. Successivamente e prima della loro diffusione venivano attentamente visionati da Mussolini. 

    Con l’entrata in guerra dell’Italia, l’Istituto Luce si adeguò all’emergenza politica incrementando la produzione di opere audiovisive di propaganda. I cinegiornali negli anni della guerra cambiarono stile: a cominciare dalla sigla di apertura che adotta l’effigie della lupa romana con i piccoli Figli della lupa che marciano sullo sfondo suonando tamburi.

    Accanto ai servizi precedenti, che riguardavano tematiche sportive, agricole e celebrative, i nuovi Cinegiornali Luce portarono sullo schermo gli addestramenti militari di terra, aria e mare accompagnati a immagini dal fronte interno, in Africa e in Europa Orientale. In questo periodo turbolento, i Cinegiornali piegarono totalmente il realismo delle vicende alle finalità del regime. I filmati finsero di informare presentando immagini di scontri armati e di morte come imprese eroiche. A ciò si accompagnava l’uso di quei simboli propri del regime che tanto si rifacevano al mitico passato del grande impero romano. Si parla di informazione attraverso la disinformazione, dal momento che tali filmati si proponevano di oscurare la debolezza, la fragilità, le ferite di guerra, la sofferenza umana per mettere in scena, al contrario, la forza, l’eroismo, l’arditismo e il patriottismo fascista. 

    L’informazione venne, dunque, piegata totalmente alla logica della manipolazione, spesso azzerando il confine tra la finzione e la realtà oppure distorcendo quest’ultima attraverso tecniche di montaggio, inquadrature edulcorate ed espedienti comunicativi. Questi filmati restituirono, infatti, l’immagine che il fascismo voleva dare e far passare di sé. Un’immagine che spesso non aderiva alla realtà dei fatti, ma che molto raccontava dell’Italia di quel tempo.

    L’immagine divistica di Mussolini 

    Oltre alla ripresa di eventi e cerimonie, i cinegiornali si occuparono di celebrare la figura di Mussolini. Di mussolinismo sono, infatti, impregnati i filmati del Luce. Come fa notare M. Cardillo: 

    Da una gran parte di essi emerge il prestigiatore e la sua grande maestria, emergono le sue armi, efficacissime per il periodo: la parola secca come la voce ma al contempo suadente e carezzevole, e il gesto che l’accompagna, l’orchestra e non infrequentemente la sostituisce. 

    I Cinegiornali del Luce contribuirono a creare l’immagine divistica di Mussolini attraverso la rappresentazione del duce come di un padre premuroso e di un uomo comune, al tempo stesso virile, atletico, energico e mai ozioso. I Giornali Luce del Ventennio non si occuparono di diffondere esclusivamente immagini del conflitto o delle tradizioni e dei simboli del regime, ma anche modelli di comportamento cui l’uomo fascista poteva ispirarsi ed emulare. A tal proposito scrive ancora M. Cardillo nel suo saggio Il duce in moviola. Politica e divismo nei cinegiornali e documentari Luce

    [I Cinegiornali Luce] offrivano un modello eccezionale e captante da imitare. L’imitazione del modello mussoliniano esaltava in quei tempi gli adulti che erano accanto a me. Rassomigliare al Duce negli atteggiamenti, nel modo di parlare, perfino nelle pause del discorso, nell’accento metallico della voce era quanto di più un italiano potesse ambire in quei tempi. 

    I Giornali Luce furono il materiale essenziale nell’educazione della gioventù littoria. Lo sport divenne una delle tematiche impiegate dal regime per consolidare il mito fascista e ancor più per spronare i giovani fascisti ad impegnarsi attivamente in tali attività così da crescere poderosi nel fisico e spartani nell’animo gareggiando nell’equitazione, nella piscina, nel salto, nella corsa, nelle regate, sulla neve, nel volo a vela e nell’aeromodellismo, nello sciare e nel pattinaggio su ghiaccio. Per fare ciò, vennero realizzati decine di filmati che vedevano il Duce impegnato attivamente in discipline sportive come l’equitazione, il nuoto e la scherma. Queste immagini consolidarono l’idea che Mussolini non si abbandonava mai all’ozio, neppure nei momenti di riposo dal lavoro quotidiano. Il corpo del fascista, dichiarò Mussolini, doveva diventare “un motore sorvegliato e controllato che marcia con assoluta regolarità”. L’allenamento costante e preciso avrebbe garantito l’assoluto controllo del proprio materiale psicofisico. Per tale ragione, la disciplina sportiva divenne un carattere imprescindibile per la corretta formazione del fascista, oltre che una delle tematiche principali dei filmati Luce. All’Opera Nazionale Balilla venne affidato il delicato compito di educare i giovani all’insegna del cameratismo, del culto di regime e della cura del proprio organismo. Tale operazione propagandistica avvenne anche attraverso i cinegiornali, di cui l’Istituto Luce fu il principale artefice. In questo senso il mezzo cinematografico ha conferito ulteriore concretezza al mito dell’Impero fascista e dell’uomo nuovo. 

    L’Istituto Luce e la costruzione dell’Impero fascista 

    Accompagnato dall’azione mediatica dell’Istituto Luce, il regime riuscì, quindi, a rimodellare la fisionomia del Paese sia da un punto di vista estetico che da un punto di vista morale. Roma divenne la fucina ideale dove costruire e plasmare la nuova identità dell’impero fascista attraverso nuove opere urbanistiche, simboli, rituali e i cinegiornali Luce. L’Istituto Luce, dunque, ha adeguato la propria produzione alla vita nazionale celebrando le gesta e le opere del regime. Per tale ragione, i cinegiornali sono delle fonti storiche di grande importanza poiché offrono la possibilità di studiare un’epoca e un personaggio ma anche differenti sistemi di comunicazione nazionalpopolare. 

    A tal proposito Lando Ferretti scrisse sulla rivista Lo Schermo nel luglio del ’36: 

    Arduo compito, dunque, quello di chi è chiamato, col preparar documentari, a qualcosa di diverso e più alto che non sia il mettere su un film a intreccio romanzesco: la creazione delle “fonti” delle future storie […]. Letto sul giornale, udito dalla radio, il fatto o il commento al fatto arriva all’anima sempre e soltanto attraverso un senso solo. Manca in queste due forme di diffusione delle notizie quella icastica e completa rappresentazione della realtà, quella persuasiva evidenza che dà, invece, lo schermo con le sue luci, i suoi gridi, la sua atmosfera ardente di verità. Aggiungasi che il documentario può disporre, se abilmente ripreso e montato da un tecnico, di tali effetti onde, pur nel rispetto delle cose, degli uomini e degli eventi reali, la sua forza di penetrazione può ingigantirsi fin quasi a toccare la magica suggestione dell’arte. 

    In conclusione, il cinegiornale, a differenza di molti altri media, parla con un linguaggio suggestivo, avvincente, persuasivo e universale in grado di creare un’opinione pubblica, di esaltare le folle con imprese grandiose ma anche attraverso immagini cariche di emotività e tematiche popolari in grado di avvicinarsi al popolo e alla sua quotidianità. L’Istituto Luce ha raccontato un difficile capitolo della storia del nostro paese e oggi, grazie alle sue pellicole, ci consente di scorgere il volto della Roma e dell’Italia fascista: un volto artificiale, edulcorato dal regime ma non per questo meno reale. 

     

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  • IL DISPREZZO – BRIGITTE BARDOT E L’AMORE IN GODARD

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    È il 1954 quando Alberto Moravia pubblica il suo romanzo “Il disprezzo”. Diverso tempo dopo, nel 1963, Jean-Luc Godard decide di metterlo in scena con un tour de force di riprese da giugno a luglio. Negli anni ’60 siamo nel pieno della popolarità dell’attrice francese Brigitte Bardot, che dopo l’esordio avvenuto nel ’52 con il film “Le Trou normand” (Jean Boyer), la realizzazione di diciassette pellicole successive e l’enorme successo di “Piace a troppi” (Roger Vadim, 1956), consolida la sua figura di icona femminile emblema di bellezza e sensualità. Non sorprende quindi che il suo ruolo nella pellicola di Godard fosse studiato proprio per farla apparire come una sorta di simbolo di sé stessa, forzando la carica di erotica del personaggio e lasciando in secondo piano altri aspetti. 

    E’ questo, infatti, il modo in cui il regista stesso la tratta e la considera sul set, soprattutto dopo essere stato costretto a rinunciare ai primi protagonisti a cui aveva pensato per “Il disprezzo”, cioè Frank Sinatra e Kim Novak. I rapporti tra Godard e l’attrice infatti non risultano lineari e semplici, ma contraddistinti da freddezza e dalla presenza di mediatori grazie a cui comunicavano

    La realizzazione dell’intero film, in ogni caso, non deve essere stata facile per l’autore, che nello scrivere la sceneggiatura aveva riportato una larga fetta della sua vita privata con la moglie Anna Karina. I suoi litigi con lei si adattavano perfettamente all’indagine sul rapporto di coppia, svolta attraverso le discussioni surreali dei due protagonisti. Alla Karina, inoltre, il regista inserisce un riferimento esplicito quando fa indossare a Brigitte una parrucca nera e le fa pronunciare molte frasi dette da sua moglie durante delle discussioni, che aveva appuntato e inserito nella sceneggiatura. Un contributo personale che – per quanto possa essere stato poco gradito dalla consorte – sicuramente rispecchia in pieno lo spirito del racconto.

    AMORE E DISPREZZO

    “Il Disprezzo” narra la storia di Paolo ed Emilia. Lui scrittore teatrale, lei dattilografa. Non hanno molti soldi e vivono in una pensione, ma va bene così. Stanno bene, si amano. All’inizio del film un importante produttore, Jerry Prokosch (Jack Palance) offre al protagonista un lavoro: riscrivere la sceneggiatura di un’ “Odissea” che con Fritz Lang aveva intenzione di mettere in scena, non riuscendo però a superare le divergenze col regista. Paolo non è inizialmente interessato a scrivere per il cinema, ma sceglie di farlo per avere i soldi necessari a comprare una casa con la sua amata moglie. Sarà proprio questa decisione però la causa scatenante di una serie di eventi per cui lei deciderà di chiudere i loro rapporti per sempre.

    “Io ti disprezzo” gli dice Emilia più volte nella storia, lasciandolo confuso e arrabbiato perché incapace di comprenderne il motivo. La ragione di questo sentimento è la mancanza di spirito e di onore di lui, che non interviene nel momento in cui il produttore fa delle esplicite avances a sua moglie. Emilia rimane fortemente colpita in negativo dall’atteggiamento indifferente del marito, arrivando ad accusarlo di essersi ormai svenduto, di vivere alla mercé di Prokosch e lasciare che quest’ultimo le si avvicini per timore di contraddirlo. Quei soldi, grazie a cui la coppia avrebbe costruito la propria vita divengono, il motivo di una svalutazione che il personaggio di Bardot non riesce a tollerare. Non può più tornare indietro allora e non ha scelta se non abbandonare un marito che non era stato in grado di rispettarla. 

    Per tutta la vicenda vengono messe sul tavolo, in parallelo alla storia, acute riflessioni sul rapporto tra Odisseo e Penelope, che certamente con la giusta chiave di lettura sono specchio dei due protagonisti. 

    “Che Odisseo non avesse a cuore sua moglie, e per questo l’aveva abbandonata con i Proci? Però dopo essere tornato aveva compiuto una strage. Ma questa strage che valore aveva? E in ogni caso se l’amava perché aveva consentito che venisse assalita dai pretendenti?”

     Questi interrogativi sono l’oggetto del dibattito tra produttore, regista e sceneggiatore, e non è difficile vedere nelle azioni di Odisseo con i Proci e sua moglie un parallelo con Paolo che non protesta di fronte agli atteggiamenti quasi molesti di Prokosch. Il viaggio omerico, tuttavia, in questo caso è solo psicologico. Non è altro che l’addentrarsi in una nuova esperienza, dimenticando il vero motivo del percorso intrapreso.

    Paolo perde sé stesso nel rapporto con il produttore, dimentica la sua integrità, e quando Emilia gliela ricorda è troppo tardi, lei non ha più considerazione di lui e il disprezzo ha sostituito ogni frammento d’amore rimasto nel suo cuore.

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  • ARCHER – IL PREVEDIBILE VIZIO DELL’ARROGANZA

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    Cosa accadrebbe se si mescolassero La Pantera Rosa, James Bond e la spessa silhouette di Diabolik? E se a questi aggiungessimo: uno humor crudo e grottesco ai limiti del dicibile, personaggi imprevedibili e alieni al concetto di mortalità, sparatorie impossibili degne di un noir anni Quaranta, e a questo mescolassimo pirati spaziali, irascibili membri della yakuza, controspionaggio internazionale, doppio gioco nel doppio gioco, presunti scienziati pazzi clonati da Hitler, macchine assassine alla Terminator, predisposizione alla follia, alla demenza, all’uso di sostanze psicotrope nonché alla megalomania? A questo punto otterreste qualcosa di molto simile alla serie Archer, ma vi mancherebbero ancora un complesso d’Edipo irrisolto e una condivisa nevrosi di tutti i personaggi con tendenza all’isteria.

    Sterling Malory Archer (nome in codice: duchessa), è la più grande spia in circolazione. Lavora per un’agenzia di spionaggio newyorkese, l’ISIS (International Secret Intelligence Service), capitanata dalla madre Malory Archer con la quale condivide un rapporto morboso e l’adesione ad uno stile di vita approssimabile a quello di un alcolista d’alto bordo. Insieme a una nutrita schiera di personaggi surreali, prima fra tutte l’agente Lana Kane (amante, ex amante, amata e odiata), Archer viene incaricato delle più perigliose missioni e spedito in ogni luogo, dove, nonostante le numerose difficoltà (più interne che esterne), riesce quasi sempre nel proprio obiettivo. 

    Il più grande nemico di Archer è infatti sé stesso. Un individuo dall’ego smisurato dedito al solo piacere personale al punto da compromettere immancabilmente ogni missione cui prende parte. Certo, in questo è aiutato dall’incompetenza e dagli screzi con il personale dell’ISIS che dirigono la missione da dietro le scrivanie, come Cyril Figgis (impacciato contabile alla Silvano Rogi) nonché contendente amoroso invaghitosi di Lana. Le prime stagioni hanno infatti la struttura di una commedia d’ufficio con escursioni sulla realtà esterna a scopo di parodia dello spy movie alla 007. Ma mentre in Fleming Bond abbandona, già a partire dal primo romanzo Casinò Royal, ogni tentativo di autoanalisi dei propri principi morali trasformandosi nel modello di agente segreto dall’impareggiabile savoir-faire mai pervaso da dubbio amletico profondo, in Archer ogni puntata ribadisce i dissidi interiori del suo protagonista, le sue incapacità relazionali dovute a una scarsa empatia, frutto di un’infanzia solitaria scarsamente sorvegliata da una presenza materna poco amorevole. Il tutto ovviamente è restituito allo spettatore sotto forma di gag ricorsive esilaranti, motivo per cui i problemi individuali dei personaggi sono essenzialmente, per quanto riguarda almeno le prime stagioni, senza soluzione di continuità. Tuttavia, sono sapientemente complicati, man mano, da una scrittura che riesce sempre ad innovarsi e a non scadere in un’infruttuosa ripetitività. 

    Ma la caratteristica che forse più avvicina Archer all’universo di James Bond, e che ne fa per questo la più compiuta parodia, è il senso totale di abbandono delle preoccupazioni che investe lo spettatore. Ma mentre in 007 a questo espediente contribuivano i fantasiosi gadgets di Q, e le imprese impossibili compiute da un singolo agente contro decine e decine di nemici, in Archer le cose vengono ulteriormente complicate. Non solo irreale è ogni vittoria del singolo contro l’esercito nemico, non solo le armi e gli spazi sono assurdamente complicati sfociando talvolta nella pura fantascienza (lo stile delle tecnologie nella serie è rétro ma queste assolvono funzioni prettamente ipermoderne). Il picco massimo di antirealismo è infatti raggiunto dai dialoghi fra i personaggi immersi in situazioni di imminente pericolo. Tutti gli screzi e le rivalità personali continuano noncuranti sotto le incalcolabili miriadi di colpi sparati dai nemici: le conversazioni e gli sterili battibecchi vengono protratte all’inverosimile, spezzate e riassemblate, aggiunte a rancori mai del tutto sepolti che travolgono ora questo ora quel personaggio trasformando ogni operazione sotto copertura tra le fila del KGB in un interminabile divorzio all’italiana.

    L’arroganza di Archer è il propellente che innesca la maggior parte delle disavventure nella serie, ne è il punto nevralgico da cui si diramano tutte le sottotrame. Ma non basta, come pervasi dallo spirito dell’eccesso che contraddistingue i monumentali romanzi di Victor Hugo – nei quali liste di nomi di personaggi storici semisconosciuti riempivano filate decine e decine di pagine –, Adam Reed, ideatore della serie, e i suoi sceneggiatori spingono il grottesco oltre il limite. L’ego incontenibile di Archer trascende lo Spazio – viaggiando dai quattro angoli dal globo alle profondità marine, dallo spazio infinito fino al limitato e misterioso interno dell’anatomia umana –, e il Tempo: il coma del protagonista è infatti l’occasione per tre stagioni antologiche in cui i personaggi vagano tra le strade di una sordida Los Angeles alla fine degli anni Quaranta, in un noir destrutturato che non manca di impiegare il tipico bianco e nero (seppur solo in occorrenza dei flashback) – Archer Dreamland –; ricercano un antico idolo in un’ isola remota del Pacifico nel 1939, mescolando Indiana Jones a un serial televisivo prodotto da Hanna-Barbera – Archer: Danger Island –; fino ad esplorare lontane galassie in Archer 1999 esibendo immancabilmente riferimenti a film cardine della fantascienza, da Alien a Star Trek. 

    Dal rapporto sensuale uomo-donna che si instaurava nei film di Bond – rapporto che spesso si rivelava corrotto con l’amante smascherata per spia nemica–, al carattere hard boiled del protagonista fino alle atmosfere dello spy movie contemporaneo è nato Archer, canto del cigno di una lunghissima tradizione tanto cinematografica quanto letteraria di cui non ha timore di ridere.

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  • AVATAR – RITORNIAMO A PANDORA

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    Il 22 settembre ritorna nelle sale Avatar, colossal fantascientifico del 2009 diretto da James Cameron. Fino al 2019 aveva mantenuto il record come film ad aver incassato di più al botteghino, venendo superato, in seguito, da un altro colossal hollywoodiano, Avengers: Endgame. Fra i tre Premi Oscar ottenuti nel 2010 (fotografia, scenografia, effetti speciali), videogiochi, libri e parchi tematici, Avatar è entrato nell’immaginario collettivo e ha segnato un nuovo modo di fare cinema

    Anni di speculazioni su possibili sequel hanno accompagnato il film di Cameron negli ultimi anni: una vera e propria timeline che Vulture ha di recente rielaborato per fornire chiarezza ai fan di tutto il mondo. E finalmente l’annuncio: quattro sequel ambientati nella mitica terra di Pandora in programma fino al 2028. Il primo, Avatar – La via dell’acqua, uscirà il 14 dicembre 2022: nel frattempo, possiamo ritornare, per un giorno, nelle terre dei Na’vi.

    LA MASSIMA ESPRESSIONE DEL 3D

    Di Avatar se n’è parlato a lungo, da diversi punti di vista, adattandolo a dinamiche interpretative differenti. Certamente non sono mancate le critiche inerenti alla sceneggiatura, considerata da gran parte dei critici specchio del sistema produttivo hollywoodiano, in senso negativo. 

    Tuttavia, è innegabile come il film abbia segnato un turning point nell’arte di realizzare colossal. Questo merito coincide soprattutto con le innovazioni tecniche introdotte dalla Weta Digital, la società di produzione neozelandese fondata da Peter Jackson. Il secondo apporto è stato fornito da James Cameron e Vince Pace che hanno progettato, nell’arco di tre anni, un sistema di ripresa in 3D ad alta definizione fornito dalla Fusion Camera System

    UN FILM ECOLOGISTA

    Avatar è un colossal fantascientifico basato su una trama molto semplice. Nel 2154, un gruppo di terrestri sta operando su Pandora, pianeta ricco di giacimenti di unobtainium, un cristallo ferroso che potrebbe porre fine ai problemi energetici della Terra. Tuttavia, la popolazione locale, i Na’vi, sono ostili alla presenza umana: per vincere la loro fiducia, i membri della missione fanno uso di avatar, ossia corpi di Na’vi prodotti in laboratorio e collegabili a coscienze umane. Attraverso questo sistema, il marine Jack Sully, costretto (da umano) su una sedia a rotelle, trasferisce la propria anima nell’avatar e, attraverso quel suo nuovo corpo, inizia a permeare la comunità. 

    Dietro a un intreccio così lineare, vi sono tanti temi che sono stati oggetto di riflessione. Fra questi, la marca ecologista è sicuramente quella più discussa. In Avatar si consuma la lotta fra due popoli, Na’vi e umani, questi ultimi nei panni di colonizzatori e sfruttatori delle risorse del pianeta: a incorporare questo intento sono le possenti macchine costruite al solo scopo di distruggere l’ecosistema extra-terrestre. In netto contrasto è l’attitudine dei Na’vi verso la natura che popola Pandora: un legame che si esplicita nel rituale di interconnessione con l’Albero delle Anime, sede spirituale dei loro antenati.

    La volontà di infondere un carattere ecologico al film era già presente nel progetto iniziale, denominato Project 880: un concept in cui Pandora veniva dotata di un’intelligenza propria e capace di aizzare la propria fauna contro gli umani, sempre nel ruolo di usurpatori. 

    Avatar è dunque un film che riflette sul contrasto tra umanità e natura in contrapposizione con l’armonia fra Na’vi e ambiente: un tema che certamente risulta maggiormente percepito nella nostra contemporaneità, rispetto al 2009.

    LA METAFORA TECNOLOGICA

    Oltre a essere un film ecologista e intrinsecamente pacifista, Avatar avanza un’interessante riflessione sulla tecnologia, recentemente elaborata dallo studioso Ruggero Eugeni nel testo La condizione postmediale. Due tecniche si contrappongono nel film di Cameron: da un lato quella umana, usurpatrice ma al contempo innovativa (ne è un esempio il progetto avatar); dall’altro la tecnologia Na’vi, basata sulla profonda interconnessione fra specie e ambiente. A ben vedere, questa tecnologia pare lo specchio del legame che attualmente stiamo vivendo con gli ecosistemi mediatici: tutto si connette a tutto, in termini semplici. Seppur passato in secondo piano al tempo dell’uscita del film, la previsione di Cameron rispetto allo sviluppo delle nuove tecnologie si è rivelata (quasi) esatta. Certamente, come specie, non abbiamo ancora raggiunto l’armonia che intercorre fra Na’vi e natura: tuttavia è evidente come Avatar abbia concepito un ecosistema mediale col quale la società umana è in profonda connessione per quanto concerne gli aspetti della vita quotidiana. 

    Entro questi stimoli è interessante rivedere un film che ha segnato un punto di svolta cruciale nelle pratiche produttive hollywoodiane: e una revisione più consapevole dello stesso centrerebbe il significato di riportare nelle sale cinematografiche il film di James Cameron.

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  • SOPHIA LOREN – 5 FILM CHE HANNO CONSACRATO LA DIVA ITALIANA

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    Il 20 settembre del 1934, nasceva a Roma Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, meglio conosciuta come Sophia Loren. Una carriera di oltre settant’anni ha reso celebre l’attrice in tutto il mondo: vincitrice dei principali riconoscimenti nazionali e internazionali, icona di stile e interprete versatile, di Sophia Loren si potrebbe parlare e lungo. In occasione del suo compleanno, vogliamo omaggiare l’attrice romana con una selezione di film che hanno contribuito a consacrarla come diva del cinema.

    PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA (A. BLASETTI, 1954)

    Sophia Loren inizia a comparire sul grande schermo nel 1950. Quattro anni dopo, la sua carriera è già avviata, con film come Carosello Napoletano (Ettore Giannini), Miseria e Nobiltà (Mario Mattoli) e L’oro di Napoli (Vittorio De Sica). Nello stesso anno, Alessandro Blasetti la ingaggia per interpretare la ladra Lina Stroppiani nel film Peccato che sia una canaglia, tratto da un racconto di Alberto Moravia. Ed è in questa «spiritosa commedia di caratteri» che la Loren incontra quello che sarà, per decenni, il suo partner in crime: Marcello Mastroianni, allora già attore avviato. Seppur sia La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956) a consacrare la giovane attrice, con questa gradevole commedia inizia un sodalizio artistico fra i più longevi e amati dal pubblico.

    PANE, AMORE E… (D. RISI, 1955)

    Un altro sodalizio fruttuoso per la carriera di Sophia Loren è sicuramente quello con Vittorio De Sica, sia nei panni di attore che dietro la macchina da presa. Nel film Pane, amore e… di Dino Risi, terzo della nota tetralogia della commedia all’italiana, gli attori sono protagonisti di una delle scene più iconiche del cinema nazionale, ossia il ballo sulle note di Mambo Italiano. Una Loren sicura di sé, avvolta nell’intramontabile vestito rosso, ruba la scena con la classe della diva che sarebbe diventata di lì a poco.

    LA CIOCIARA (V. DE SICA, 1960)

    Nonostante la fama che aveva presto elevato Sophia Loren a icona del cinema italiano, la forte presenza dell’attrice nella commedia rischiava di sminuirne le capacità recitative. Certamente è con La ciociara che la diva dimostra di saper interpretare ruoli dalla forte carica drammatica: la giovane madre Cesira, in fuga con la figlia Rosetta dagli orrori della seconda guerra mondiale, è uno dei personaggi che più ha lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Il valore dell’interpretazione della Loren, spintasi oltre i suoi limiti, è stato ampiamente riconosciuto ed elogiato: nel 1961, la Giuria del Festival di Cannes le assegna il premio come miglior attrice, così come i David di Donatello; l’anno successivo, Sophia Loren ottiene il Premio Oscar come miglior interprete femminile, sei anni dopo l’ottenimento del medesimo riconoscimento da Anna Magnani con La rosa tatuata (Williams, 1955).

    IERI, OGGI, DOMANI (V. DE SICA, 1963)

    Ancora con Vittorio De Sica, ancora un Premio Oscar (questa volta assegnato al film, nel 1965). Con Ieri, oggi, domani si riconferma il sodalizio artistico della coppia Loren-Mastroianni. Il film, formato da tre episodi girati tra Napoli, Milano e Roma, è una delle commedie all’italiana più celebri, capolavoro senza tempo generato dalle penne di Eduardo De Filippo, Alberto Moravia e Cesare Zavattini. Tuttavia, è sicuramente l’ultimo episodio, intitolato Mara, che restituisce una delle scene cult del cinema italiano, ossia lo spogliarello di Sophia Loren sulle note di Abat-jour dinnanzi a un famelico Mastroianni che davanti alla sensualità dell’attrice inizia a ululare, sotto gli occhi divertiti dell’attrice.

    UNA GIORNATA PARTICOLARE (E. SCOLA, 1977)

    “Pure io tante volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla: ordina, di giorno e di notte. È da quando eravamo fidanzati che non ci facciamo più una risata insieme” 

    (Sophia Loren nei panni di Antonietta)

    L’ultimo film selezionato per l’omaggio a Sophia Loren è sicuramente una delle pellicole più straordinarie di Ettore Scola. Interamente girato negli interni di un’abitazione piccolo-borghese romana, Una giornata particolare è il dipinto di due individui soli, Antonietta e Gabriele, ancora una volta interpretati dal duo Loren-Mastroianni. Ma in questo straordinario lungometraggio, non ci sono le risate a unire i due protagonisti, bensì una grande capacità d’incorporare il dramma della solitudine e dell’emarginazione sociale nel periodo del fascismo. Costellato da momenti memorabili, ripresi dall’elegante mano di Scola, il film è, insieme a La ciociara, una delle interpretazioni drammatiche più impattanti regalateci da Sophia Loren.

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  • MR ROBOT – 4 MOTIVI PER RECUPERARE UNA DELLE MIGLIORI SERIE DEGLI ULTIMI ANNI

    Risale all’8 Aprile 1991 la messa in onda della prima puntata di Twin Peaks, pietra miliare delle serie tv che portò il già famoso David Lynch dal grande schermo direttamente dentro ai televisori a tubo catodico presenti in ogni abitazione. Il cadavere di Laura Palmer ed il mistero del suo omicidio, l’indagine dell’agente dell’FBI Dale Cooper e la scoperta, episodio dopo episodio, di personaggi sfaccettati e dei segreti che ognuno di loro cercava di nascondere, ebbe l’effetto di un fulmine a ciel sereno: era nato un nuovo modo di fare televisione. Non avremmo avuto X Files, Lost, Fargo, True Detective, I Soprano, Breaking Bad, Gravity Falls – e la lista potrebbe andare avanti ancora a lungo – se questa serie non avesse avuto il coraggio di mescolare assieme le atmosfere tipiche del cinema dell’orrore con una pletora di personaggi bizzarri e quasi grotteschi inserendoli in una struttura narrativa non più autoconclusiva, bensì dilatata di episodio in episodio – quella che sarebbe poi stata denominata in futuro come trama orizzontale– ed inserendo inoltre numerosi plot twist e colpi di scena.

    Tre anni dopo – il 19 Settembre 1994 – avvenne invece la messa in onda di E.R. – Medici in prima linea, che rappresentò un altro fondamentale tassello della storia delle produzioni televisive. È infatti con la serie nata dall’idea dello scrittore Michael Crichton che si sdogana un genere caratterizzato da una precisa terminologia medica, casi clinici particolarmente articolati e un team di medici e dottori a cui lo spettatore non può non affezionarsi, genere che sarebbe poi rimasto costantemente in vita anche dopo la fine della serie grazie a produzioni come Dr. House – Medical Division, Scrubs, Grey’s Anatomy, The Good Doctor – ed anche qui la lista sarebbe ancora molto lunga – con alcuni di queste produzioni che ancora oggi vanno in onda sulle varie reti televisive.

    Sono passati 31 anni da Twin Peaks e 28 da E.R. e si può decisamente affermare senza alcun dubbio di come narrare una storia dilatandola attraverso diversi episodi sia stata decisamente una mossa apprezzata e di successo, tanto da ritrovarci, ai giorni nostri, quasi quotidianamente con un nuovo prodotto originale da guardare o con l’episodio settimanale di una serie già iniziata da recuperare. Possiamo inoltre affermare che tra il miasma di prodotti televisivi si trovano diversi nomi (oltre i due già citati) che “hanno fatto la storia delle serie tv”: prodotti di ottima fattura, usciti nel momento perfetto e che furono capaci di mostrare al pubblico proprio ciò di cui esso aveva bisogno. Tra questi nomi dovrebbe senza dubbio spiccare Mr. Robot, la serie creata da Sam Esmail e incettatrice di premi tra cui Emmy, Golden Globe, Satellite Award, Screen Actors Guild Award e Critics’ Choice Television Award. Se girovagando sul web o parlando con amici vi dovesse capitare di parlare di Breaking Bad o di Game of Thrones c’è una probabilità molto alta che (quasi) tutti l’abbiano vista, diversamente invece da quando si nomina Mr. Robot finendo per ritrovarsi davanti ad una risposta generalmente assimilabile con “la conosco, ce l’ho in lista ma non so quando la guarderò”. Ecco quindi lo scopo di questo articolo: cercare, argomentando il discorso in quattro punti, di convincervi a scorrere nella vostra lista fino alla copertina di questa serie per poterla finalmente cominciare.

    REGIA.MOV

    Campi lunghi, lunghissimi a volte, susseguiti da primi piani estremamente ravvicinati ai volti di attori che non si trovano però mai al centro dell’inquadratura ma che occupano soltanto la parte destra lasciando un enorme spazio a sinistra o viceversa. Il tutto ripreso da una macchina da presa immobile, fissa, quasi statuaria e che sarà solo con il lento avanzare delle vicende che troverà la forza per muoversi prima a piccoli passi e poi correndo senza più fermarsi, arrivando addirittura allo strabiliante episodio 5 della terza stagione girato in un unico piano sequenza al cardiopalma. Una scelta artistica ed un processo creativo e di crescita continua che dimostra la bravura del regista Sam Esmail nel raccontare una storia – di cui è anche sceneggiatore – prima di tutto per immagini, con uno stile decisamente unico ed atipico che non può non essere amato dallo spettatore, che si ritroverà senz’altro a riconoscere ovunque qualunque frame di qualsiasi episodio della serie proprio grazie all’unicità che li contraddistingue. 

    Nella prima stagione Esmail è stato affiancato anche da diversi altri registi, tra cui Niels Arden Oplev – già regista di Uomini che odiano le donne (2009) – che si è occupato della realizzazione del pilot e Deborah Chow, famosa nell’ultimo periodo per aver lavorato a diverse produzioni Disney+ in ambito Star Wars, che però finiscono per lasciare quasi subito il progetto già dalla seconda stagione. Assieme alla regia, non si può poi non nominare la fotografia che, ad esclusione del primo episodio in cui è a cura di Tim Ives il quale mette in scena una struttura più classica, vede in Tod Campbell il principale fautore di un complesso stravolgimento delle regole, con una gestione di linea dello sguardo, aria sopra i personaggi e regola dei terzi al di fuori dell’ordinario.

    INTRECCIO_NARRATIVO.DOC

    Se “inusuale” è il termine che si potrebbe usare per descrivere il “come” ci viene mostrato il tutto, decisamente più complicato risulterebbe racchiudere in una sola parola il “cosa” di cui la serie vuole parlarci. Il protagonista delle vicende è Elliot Alderson (Rami Malek), giovane affetto da problemi psicologici e dipendente dalla morfina, lavoratore di giorno come tecnico informatico presso l’azienda di sicurezza informatica Allsafe Securityed hacker vigilante di notte. Elliot si ritroverà però ben presto invischiato in una pericolosa missione, collaborando con il misterioso gruppo di hacker denominato fsocietycapitanato dal losco Mr. Robot(Christian Slater), il cui scopo è quello di portare a termine una vera rivoluzioneche permetterà di distruggere la multinazionale E Corp, liberando il popolo dai debiti contratti

    Oltre alla palese somiglianza di cognome tra il protagonista della serie e il Thomas Anderson di Keanu Reeves protagonista del cult Matrix (1999, Sorelle Wachowski) risulta fin da subito chiaro come nessun nome sia lasciato al caso, con la malvagia corporazione da subito rinominata da Elliot come “Evil Corp(“azienda malvagia”) mentre la fsociety può essere facilmente traducibile con un “Fu*k the society” (“fan*ulo la società”), concetti alla base semplici che verranno poi sviscerati con il procedere delle vicende permettendo così a numerosi personaggi di entrare nel vivo del racconto, come l’ambizioso e presuntuoso dirigente della E Corp Tyrell Wellick (Martin Wallström), la giovane hacker Darlene (Carly Chaikin), l’amica d’infanzia di Elliot Angela Moss (Portia Doubleday) fino ai ben più criptici ed inquietanti Whiterose (BD Wong), Fernando Vera (Elliot Villar) o Irving (Bobby Cannavale)..

    Nel complesso questo prodotto segue un modello riconducibile proprio al capostipite della serialità televisiva Twin Peaks, con una narrazione che permette di avvicinare sempre più lo spettatore ai personaggi – grazie ad una scrittura di ottima fattura – ed immergendolo a pieno in vicende ricche di segreti ed intrecci che vengono lentamente svelati minuto per minuto. Risulta difficile proseguire con ulteriori approfondimenti senza rischiare di incappare in qualche spoiler, anche minore, che finirebbe inevitabilmente per minare l’esperienza dello spettatore nei confronti di una serie che fa dei twist e dei colpi di scena un elemento fondamentale del racconto, fattori che Sam Esmail ed il suo team di sceneggiatori sono riusciti ad inserire in maniera sempre intelligente, mai scontata ma soprattutto senza mai inciampare nella creazione di errori di continuità o forzature di trama, come spesso invece si è visto poi accadere in altre grandi produzioni.

    TEMATICHE.XML

    Come per il punto sopra, trattare questo argomento senza andare troppo a fondo risulta complicato ma al tempo stesso doveroso in quanto le tematiche sociali trattate dalla serie sono proprio ciò che eleva questo prodotto dall’essere semplice intrattenimento, riuscendo a trasmettere episodio dopo episodio forti emozioni e portando così lo spettatore a riflessioni a dir poco profonde. Nell’ambito della società più in generale la discussione politica si prende senz’altro un posto centrale del racconto, con riflessioni sullo sfruttamento personale e lavorativo, sulle classi sociali e sulle rivoluzioni, per poi allargarsi su tematiche legate ovviamente alla tecnologia, all’iperconnessione tra gli individui e alla volontà di digitalizzare quante più cose possibili (con una riflessione sulle criptovalute presentata in anticipo di qualche anno rispetto alla loro effettiva esplosione nel mondo reale) ma senza comunque dimenticare ciò che invece riguarda l’uomo in quanto tale ed il suo relazionarsi con gli altri, con episodi interi che ruotano attorno a temi come razzismo, stress post traumatico, depressione, tossicodipendenza, disturbo d’ansia sociale passando poi ad un interessante modo di mostrare i rapporti omosessuali e gli orientamenti sessuali di alcuni personaggi fino alla riflessione sulle conseguenze di comportamenti violenti sulle persone ed in particolare sui minori. Tutti elementi che, come detto sopra, rendono senz’altro la serie doverosa di essere visionata, soprattutto contestualizzandola in un periodo d’uscita che va dal 2015 al 2019, di certo non così lontano da noi ma che la pone comunque come uno dei prodotti più visionari della nostra epoca.

    CAST.JPG

    L’ultimo punto di questa rassegna -non certo per importanza- riguarda la scelta di casting della serie che, senza troppi giri di parole, risulta una delle migliori viste in un prodotto seriale negli ultimi anni. Rami Malek, nei panni del protagonista, porta sul piccolo schermo una delle interpretazioni migliori nella sua -ancora breve- carriera – che infatti gli vale nel 2016 la vittoria di ben due statuette ed altrettante candidature come miglior attore protagonista – riuscendo nel tutt’altro che semplice ruolo di portare in scena un personaggio distrutto, spezzato, pieno di problemi – e che poteva perciò facilmente scadere nella banalità – in maniera invece sempre brillante ed azzeccata, equilibrata e mai eccessiva, accompagnato nel difficile compito dal compagno di avventure Christian Slater, perfetto per il ruolo di comprimario/mentore Mr. Robot e che si dimostra capace di dare vita ad un personaggio ricco di sfumature, abile a spiccare ma senza mai rubare la scena al vero fulcro del racconto. Passando poi ai personaggi femminili, Carly Chaikin, Portia Doubleday, Grace Gummer e Stephanie Corneliussen mettono in scena un quartetto di donne decisamente diverse tra loro, con caratteri, stili di vita, comportamenti e obiettivi anche molto diversi ma che nel complesso riescono a creare un quadro completo della figura femminile in tutte le sue sfumature, con un plauso particolare alla Chaikin che con la sua Darlene – ignobilmente snobbata da qualsiasi candidatura – riesce a tenere testa alla bravura di Malek, giocandosi il ruolo di miglior personaggio principale della serie.

    Si potrebbe poi andare avanti ancora a lungo poiché ogni nome nella lunga lista del cast presenta un’interpretazione di altissimo livello ma, onde evitare di ammorbare eccessivamente la lettura con un’infinita sequela di nomi ed elogi, ci limitiamo a nominarne soltanto un altro: BD Wong, interprete del misterioso Whiterose. Il suo personaggio passa dall’essere una comparsa agli inizi della serie per poi diventare sempre più centrale, permettendo così all’attore di origini cinesi di mettersi in gioco in un ruolo tutt’altro che convenzionale, dimostrando la sua immensa bravura valsagli anche una candidatura come migliore guest star in una serie drammatica ai Critic’s Choice Television Award. In conclusione, risulta poi doveroso spendere qualche parola lodando l’operato di Beth Bowling, Kim Miscia, Michael Rios e Susie Farris ovvero gli addetti al casting e senza i quali non avremmo mai avuto il piacere di godere di queste spettacolari interpretazioni.

    CONCLUSIONI.DAT

    Molto altro si potrebbe aggiungere, con una quantità di materiale presente nella serie tale da scrivere una serie di corposi saggi, ma speriamo che quanto detto in questo articolo – per quanto superficiale e limitato – sia stato abbastanza per convincervi ad iniziare una serie che merita decisamente più attenzione di quanta ne conti al momento, trattandosi a tutti gli effetti di uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni e che finirà senz’altro per lasciarvi molto, togliendovi solo il peso di qualche lacrima di commozione.


  • WHEN THE WAVES ARE GONE DI LAV DIAZ – IL NOSTRO INCONTRO CON IL REGISTA

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    IL REGISTA

    Questa 79a edizione del festival di Venezia ha visto il ritorno di Lav Diaz dopo il Leone d’oro vinto nel 2016 grazie a The Woman Who Left – La donna che se ne è andata: è stato un ritorno in grande  forma questo del regista che, sebbene fuori concorso, non avrebbe sfigurato nella sezione principale della Mostra. Il titolo della sua nuova fatica è When the Waves Are Gone e si tratta del film più breve della sua filmografia (“solo” 187 minuti), un noir incentrato sulla corruzione della polizia filippina dove il minutaggio più breve non implica il sacrificio della sua vena autoriale, ancora alle prese con un cinema introspettivo, immersivo, riflessivo, la cui lentezza non dà mai adito alla noia. Il regista ha esordito sui grandi schermi internazionali nel 1998 (Serafin Geronimo: Kriminal ng Barrio Concepcion) ma l’esplosione a livello internazionale è arrivata solo nel 2007 – e sempre grazie al festival di Venezia dove è stato inserito in Orizzonti – con Death in the Land of Encantos (540 minuti), mentre l’anno seguente vince sempre la sezione Orizzonti con Melancholia (450 minuti). Nel 2014 il festival di Locarno lo ha premiato con il Pardo d’oro per From What Is Before, mentre nel 2016 ha trionfato sempre a Venezia con il già citato The Woman Who Left – La donna che se ne è andata.

    Sin dai primi anni 2000, Diaz si è affermato come uno dei pochi eredi – e a sua volta uno dei padri contemporanei – del (sotto)genere definito “slow cinema”, chiamato così in virtù delle riprese lunghe e senza stacchi, dello stile minimale e osservativo capace di rende la dimensione come ‘a-narrativa’ e della temporalità del racconto coincidente per la maggior parte del minutaggio con quella spettatoriale. Il cinema di Lav Diaz, come tutto il cinema dei suoi predecessori (Tarkovskij, Antonioni, Theo Angelopoulos, Béla Tarr ecc.) è un’occasione per avvicinarsi a una vera e propria esperienza filmica e contemplativa; infatti non è casuale la durata del film spesso così ampia, perché non si tratta di un cinema da mordere e consumare in un sol boccone ma che piuttosto deve sedimentare, entrare sotto pelle, nei nervi, nella mente, un cinema da vivere a 360° e che richiede un impegno mai fine a sé stesso. Da sempre Diaz produce, dirige, sceneggia e monta i suoi film, curandone anche la direzione della fotografia dove – grazie alla scelta di girare in bianco e nero – riesce a operare astuti giochi di luce anche a scopi narrativi.

    Il senso di colpa del detective Hermes (John Lloyd Cruz) si tramuta in psoriasi

    “GIOCARE” CON I GENERI

    E’ difficile indicare un genere prevalente nella filmografia di Diaz, perché il suo cinema rifugge una schematicità prestabilita, raramente come nel suo caso l’affermazione “il genere lo crea l’autore” ha avuto tanta validità, il regista ha da sempre ammesso di amare indistintamente tutti i generi per la possibilità di giocare con essi, creare innovative commistioni, mescolarli con soluzioni originali e sorprendenti, si potrebbe affermare che nella sua filmografia la preponderanza sia stata affidata al dramma ma Diaz non rifiuta mai incursioni in altri generi proprio come in When The Waves Are Gone in cui, dietro allo straziante destino dei due protagonisti, troviamo un puro noir.

    Nonostante abbia affermato che “ogni suo film, in sostanza, è un film dell’orrore”, nel nostro incontro il regista ha detto di voler sperimentare in futuro anche l’horror, di cui un assaggio molto vicino al body horror è già ravvisabile nel film di quest’anno, ma è intenzionato a esplorare anche la commedia e tornare a “giocare” con il musical (nel 2018 ha girato Season of the devil ma tutt’ora sta girando in Spagna un musical su Marìa Barbosa, moglie dell’esploratore e navigatore portoghese Ferdinando Magellano). Diaz ha anche rivelato di aver appena finito di girare una serie televisiva chiamata History of a Filipino Violence – titolo che fa il verso al suo Evolution of a Filipino Family -, una serie di 10 episodi pensata comunque per il grande schermo come un unico film di 10 ore e che, con alta probabilità, sarà presentata a L’International Film Festival di Rotterdam che si terrà dal 30 gennaio al 2 febbraio 2023.

    WHEN THE WAVES ARE GONE: IL DRAMMA DI UNA NAZIONE

    When the waves are gone è, come praticamente tutto il cinema di Lav Diaz, ambientato nella sua terra natìa verso cui è da sempre lacerato da un rapporto di odi et amo, le Filippine. Qui il tenente Hermes Papauran, uno dei migliori detective del Paese, a seguito delle violenze di cui lui stesso è complice, operate dal corpo di Polizia e sfociate in una feroce e sanguinolenta operazione antidroga ordinata dal presidente Duterte, entra in una profonda crisi. Nel suo errare in cerca di vecchi famigliari e nuovi orizzonti, riemerge dal suo passato un superiore che Hermes aveva fatto arrestare anni prima e che, ora in stato di libertà, lo sta cercando per vendicarsi.

    Il regista ha affermato di aver cominciato a girare il film appena prima dell’arrivo della pandemia ma con il risveglio del vulcano Taal avvenuto a luglio 2020 si sono dovute interrompere temporaneamente le riprese al termine della prima parte del film. Poi è arrivata la pandemia, ancora più prepotentemente, e la scrittura del personaggio di Hermes ha preso nuove strade portando a una parte centrale del racconto in grado di sostenersi da sola e avere vita propria, anche separata dal prologo e dall’epilogo che sono comunque stati portati a termine e che vedremo sicuramente in futuro. Le parti totali del film infatti sono tre, per un totale di circa nove ore e When The Waves Are Gone ne è il nucleo centrale.

    Nel nostro incontro avvenuto durante la 79a edizione del festival di Venezia, oltre a ribadire il ruolo del film di dichiarata denuncia alle violenze perpetrate nei confronti dei ceti più poveri – ma non solo – dal governo del Presidente filippino Duterte (il cui mandato si è esaurito il 30 giugno di quest’anno), Lav Diaz ha voluto porre When The Waves Are Gone su un piano universale affermando che:

    “abbiamo tutti le stesse battaglie da combattere, gli stessi strazi in tutto il mondo, i demagoghi e gli autocrati sono ovunque (Putin, Trump…) e noi abbiamo una maniera molto psicotica e sadistica di approcciarci alle autorità perché gli odiamo, certo, ma perché permettiamo che queste ingiustizie accadano? La vena noir è sorta spontaneamente perché ho cominciato a scrivere il film appena dopo l’uscita di The Woman Who Left e dovete sapere che nelle Filippine, tra il 2016 e il 2019, sono morte più di 30 mila persone per colpa del corpo di polizia. Non penso che le cose cambieranno con il nuovo governo… […] Ma anche volgendo lo sguardo alla situazione esterna alle Filippine: Putin è un pazzo. Putin è un assassino di massa, è il male, è il diavolo, non c’è nessuno che incarni il diavolo peggio di Putin al giorno d’oggi. Dovremmo tutti essere arrabbiati per quello che sta facendo. Ma nessuno sta facendo niente di concreto, siamo tutti perlopiù indifferenti, proprio come la popolazione filippina lo è nei confronti del corpo di Polizia; il male è insito nella natura dell’uomo ma, pensando in particolar modo alla mia nazione, la colpa è di coloro che ci hanno colonizzato, sin dagli spagnoli passando poi per gli americani e arrivando fino all’Impero del Giappone che ha portato purtroppo all’altrettanto terribile ventennio di Marcos. Oggi la situazione non è cambiata e il male è ormai considerato parte integrante del nostro Paese, guidato dall’ignoranza e dalla megalomania, da un misto di psicosi e schizofrenia che divorerà il mondo. Come puoi riuscire a rompere questo muro d’ignoranza che si è impadronito del mondo? Nelle Filippine la violenza è ovunque e la gente resta sempre indifferente, tutti i giorni si vedono corpi martoriati a terra ma nessuno che faccia qualcosa, camminano tutti a fianco indifferenti e noncuranti: l’indifferenza è davvero uno dei più grandi mali del mondo. Nelle Filippine è quasi impossibile non essere corrotti o violenti se si è nel corpo di Polizia, è un problema culturale che va affrontato alla radice ma difficilmente estirpabile.”

    Hermes in cerca redenzione

    IL TEMPO SECONDO LAV DIAZ

    La nostra domanda va oltre il bellissimo “When The Waves Are Gone”: nei tuoi film, sempre tanto lunghi quanto interessanti, abbiamo sempre l’impressione che in una sequenza, anche se estremamente prolungata, ci sia sempre l’essenza della narrazione. Non abbiamo mai la sensazione che ci siano tempi morti perché nello schermo accade sempre qualcosa di necessario e urgente. Se pensiamo ai film di un altro grande maestro dello “slow cinema” come, per esempio, Tarkovskij, troviamo sempre lunghe carrellate senza una vera e propria dimensione narrativa e dove non c’è nemmeno la presenza dell’uomo; questo però non vale per il tuo cinema, con il quale hai preso l’eredità di questi grandi maestri per creare una tua innovativa concezione di temporalità filmica. Sbaglio?

    No, non sbagli affatto. Il cinema ha davvero il potere di catturare ciò che non sentiamo e che non vediamo. Sono le piccole cose, i minuscoli dettagli che non vedi e che non senti, ad essere importanti, sono proprio questi che costituiscono le fondamenta dei miei film. Per questo il movimento – o il cosiddetto attributo – dello “slow cinema”, se fai attenzione, se ti immergi nel film, se vivi l’esperienza di questo viaggio immersivo e introspettivo, è più potente di tutto il resto del cinema più rapido, più immediato e più veloce. Attraverso un’opera che ti costringe alla contemplazione, piuttosto che all’intrattenimento, è più facile arrivare all’anima degli spettatori e alla sfera antica e primitiva dell’umanità. Per questo lo “slow cinema” è così potente […] Per esempio, in When The Waves Are Gone ho deciso di inserire delle lunghe e lente sequenze di danza, ma senza musica di sottofondo. E’ stata una scelta naturale perché volevo che il danzare dei protagonisti fosse il più spontaneo possibile, che provenisse, appunto, dalla loro anima e dal loro più puro e incondizionato istinto primitivo. La loro danza è come un rito tribale, viaggia per la storia dell’uomo arrivando in una primordialità dove siamo tutti connessi dai movimenti, dalle danze e dai rituali che eravamo soliti praticare.

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  • CRIMES OF THE FUTURE – IL TESTAMENTO DI CRONENBERG PER IL FUTURO

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    Attenzione! Il seguente articolo contiene spoiler

    Nel 1970 un giovane ed ancora sconosciuto David Cronenberg realizza il suo secondo lungometraggio, Crimes of the future: un lavoro ermetico, imperfetto, conturbante, che racchiude in sé i germogli della cosiddetta poetica “cronenberghiana”, filo conduttore dell’intera opera del regista nel corso dei decenni. Esaurire in poche righe il cuore della riflessione del cinema di Cronenberg è un’impresa non da poco: gli spunti più citati e studiati sono relativi alle ossessioni del soggetto contemporaneo, al suo rapporto con la società, con le sue istituzioni e con i suoi mezzi di comunicazione, in un continuo scontro dialettico tra umanità e tecnologia, in cui il corpo umano muta la sua forma, si deteriora, si ibrida. Attraverso corpi deformi, personaggi dalla sessualità non convenzionale, incapaci di stabilire un contatto con una realtà sempre più vicina all’allucinazione, il regista canadese ha delineato i tratti di un mondo in cui il cambiamento è tanto subdolo quanto inarrestabile.

    Questi i presupposti da cui nasce, ben cinquantadue anni dopo, il nuovo Crimes of the future, opera indipendente dall’omonimo film del 1970, ma comunque intenzionata a guardare indietro per tirare le somme di una produzione pluridecennale. Gli anni Ottanta sono lontani e Cronenberg è ben conscio di come, in un contesto industriale profondamente mutato, sia un’impresa ben più ardua rispetto al passato riuscire a portare sul grande schermo le proprie storie. In questo caso il soggetto del film ha preso polvere all’interno di un metaforico cassetto per quasi vent’anni. Una co-produzione tra Canada, Francia, Grecia e Regno Unito è stata l’occasione per tornare a varcare i territori della fantascienza e del body horror: conscio dell’unicità di tale occasione, David Cronenberg ha colto la palla al balzo per allargare il raggio d’azione del film stesso, che diventa un excursus all’interno del suo cinema passato, da Videodrome a Crash, da Inseparabili a eXistenZ. Un’opera che ha lo scopo di fare il punto della situazione, di tirare le somme, ma allo stesso tempo di guardare con sguardo critico alle tesi avanzate in passato: i tempi sono cambiati e così anche le ossessioni collettive, motivo per il quale in Crimes of the future cambia il punto di vista e, ciò che nei film precedenti era motivo di tormento, qua si figura come la chiave per la creazione di un futuro più luminoso.

    In un futuro non specificato le dinamiche del mondo, a causa dell’impatto dell’uomo su di esso, sono profondamente cambiate. Gli esseri umani stanno mutando nella loro forma, sono divenuti incapaci di provare dolore fisico, fondamentale campanello d’allarme per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, e la diretta conseguenza è la diffusione di pratiche come la “chirurgia da tavolino” o un tipo di performance art legato indissolubilmente alla modifica del corpo umano. Il protagonista della vicenda, Saul Tenser (Viggo Mortensen), è affetto da una patologia che lo porta a sviluppare nuovi organi all’interno del proprio organismo, e insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux) allestisce delle performance artistiche incentrate sull’asportazione delle formazioni organiche considerate pericolose. Le mutazioni genetiche, ritenute mortali da Saul e Caprice, sono invece accolte come vantaggiose da un gruppo sovversivo capitanato da Lang Dotrice (Scott Speedman), i cui membri hanno chirurgicamente acquisito la capacità di digerire la plastica, potendo così nutrirsi degli scarti prodotti dall’industria, avviando un percorso di riciclo delle risorse e di maggiore sostenibilità.

    Il “future” contenuto all’interno del titolo non deve trarre in inganno: il discorso portato avanti da Cronenberg è perfettamente inserito all’interno del nostro presente. La prima inquadratura del film mostra una spiaggia dall’immensa bellezza, sullo sfondo della quale si staglia il relitto di una nave, simbolo più esplicito che mai della distruzione dell’ambiente, dello squilibrio dell’ecosistema, dell’inospitalità del mondo del racconto, non così lontano da quello che tutti noi conosciamo. All’interno dell’inquadratura si trova il piccolo Brecken Dotrice (Sozos Sotiris), figlio di Lang, primo bambino a cui è stata trasmessa geneticamente la “modifica chirurgica” del padre: Brecken possiede la capacità naturale di digerire la plastica. È considerato dai più come un mostro, colpevole di aver varcato il limite tra umano e non, in una società in cui l’antropocentrismo e l’egoismo dell’essere umano sono all’atto pratico più importanti della salvezza del pianeta e dell’umanità stessa. Se nel cinema passato di Cronenberg, come in La mosca, la mutazione era orrore perché incomprensibile e incontrollabile, nel film in esame il cambiamento è stato già compreso e accettato da un gruppo ristretto di persone. Di conseguenza lo spettatore riconosce il vero orrore non nella paura dell’ignoto, ma nel mancato riconoscimento di un’evidenza: la terribile realtà è sotto gli occhi di tutti e tutti sembrano voltare lo sguardo altrove. La conquista di Crimes of the future all’interno della poetica cronenberghiana è un rapporto d’armonia tra uomo e macchina mai visto prima: la tecnologia, al contrario di Videodrome o eXistenZ, viene finalmente accettata e rappresenta la chiave per il futuro.

    L’arco narrativo del protagonista è in questo senso esemplificativo. Saul si pone come figura di mezzo tra Lang e il detective Cope (Welket Bungué), il primo rappresentante di una visione progressista legata all’evoluzione della specie, il secondo di una visione conservatrice per il mantenimento dell’insostenibile status quo; il protagonista è infatti informatore delle forze dell’ordine, con lo scopo di fermare la cellula “sovversiva” dei mangiatori-di-plastica, ma allo stesso tempo veicola la diffusione del pensiero di Lang attraverso una performance artistica, l’autopsia del corpo di Brecken, che rappresenta un esempio diretto del cambiamento in corso, in termini evoluzionistici, nell’umanità. Soprattutto, Saul è l’incarnazione di tale conflitto: è oggetto di una mutazione che respinge, i cui frutti vengono asportati repentinamente; la risposta del suo corpo è dirompente, tra dolori lancinanti nel sonno e difficoltà nel deglutire il cibo. L’accettazione della sua condizione, nel finale della pellicola, sarà accolta come una vera epifania, e l’ultima inquadratura del film rappresenta un momento puramente estatico dal carattere metafisico: un primo piano di dreyeriana memoria dalla rara intensità, speculare alla celeberrima inquadratura del volto di Renée Falconetti in La passione di Giovanna d’Arco. Con una singola espressione Viggo Mortensen raggiunge un apice interpretativo toccato da ben pochi colleghi, in un momento che, per quanto vicino all’astrazione, tiene ancorato il suo significato al discorso portato avanti da Cronenberg nel corso della pellicola, figurandosi come un momento-rivelazione. Inoltre, la presenza di Viggo Mortensen, volto caratteristico della seconda fase della produzione del regista, nel film rappresenta sia il ritorno al body horror e sia il resoconto del genere stesso, reca un senso di completezza totalizzante.

    “Tutti percepivamo che il corpo fosse vuoto e volevamo averne la conferma per poterlo riempire di significato”. Questo è il punto di partenza della concezione dell’arte all’interno del film, centrale nelle performance “chirurgiche” di Saul e Caprice, che entrano in un rapporto di comunicazione metacinematografica con l’opera dello stesso David Cronenberg. Il regista, in un’ottica di pura autoreferenzialità, sembra voler fornire un resoconto del proprio cinema, caratterizzato dall’esposizione di corpi deturpati, mutati, in senso lato deformi, specularmente alle performance dei protagonisti del film. Al pari della concezione della chirurgia estetica portata avanti dal film, il cinema e l’arte non devono svolgere la funzione di strumenti del bello, nel senso classico del termine. L’arte rimodula i canoni di bellezza, li relativizza e rende accettabile l’esposizione e il godimento dell’oggetto scabroso.

    L’arte è espressione di disagio e sofferenza, per Saul il significato dei suoi lavori è l’esternazione di un conflitto interiore, fisico e non, legato al rifiuto delle mutazioni del suo corpo. In una società anestetizzata, incapace di provare dolore, le performance dei protagonisti sono lo strumento privilegiato per tornare a percepire sé stessi, la propria individualità, il proprio corpo e il suo rapporto con il mondo circostante. L’arte è persino capace di modulare e influenzare il percorso della scienza e l’azione governativa, fino ad essere travisata per fini ideologici: in questo si inserisce un’ambiguità politica che il film sembra non aver intenzione di chiarire. L’arte è posizionata in un limbo di non-politica, incapace di prendere una posizione concreta in un mondo in cui schierarsi sembra quantomeno necessario.

    Il personaggio interpretato da Léa Seydoux rappresenta la fiducia incondizionata nelle possibilità dell’arte, il passaggio dalla scienza all’estetica, dal riconoscimento delle cose alla loro percezione profonda; si fa inoltre fautrice della ricerca dell’emancipazione, dell’indipendenza, in un mondo dominato dall’azione dell’uomo. Il discorso, però, proprio come il personaggio stesso, finisce per perdere consistenza nel calderone del film e Caprice è relegata all’ombra di Saul, Lang, Timlin, personaggi il cui conflitto si configura come maggiormente interessante. Questo potrebbe essere considerato il nervo scoperto del film, l’elemento che lo allontana dalla grandezza assoluta: il racconto è eccessivamente pregno di elementi narrativi di contorno e personaggi secondari che, pur delineando un quadro d’insieme stimolante, finiscono con il perdere talvolta d’efficacia. Si tratta inevitabilmente di una pellicola stratificata, straripante, i cui significati sono impossibili da esaurire a una sola visione. In questo Crimes of the future trova l’elemento cardine che lo porterà a durare nel tempo e a cementificarsi come un film fondamentale per la comprensione del percorso di David Cronenberg e rappresentativo dei conflitti che abitano la contemporaneità.

    Il sesso, la carne aperta, viva ed esposta, la violenza, sono tutti elementi inscindibili e in continuo scambio tra loro. Il piacere e il dolore sono più vicini che mai, ma se in Crash si mostrava la discesa nell’oblio di personaggi incapaci di provare emozioni se non in condizioni estreme, qua il quadro è desolante, tratteggiato da individui distaccati dalla loro corporeità, incapaci di provare piacere, che scavano in profondità nei loro corpi vanamente in cerca di qualcosa che sconfina i limiti fisici. Il processo iniziato in Crash, in Crimes of the future è già compiuto da tempo. Il personaggio di Timlin (Kristen Stewart) rappresenta la più viva eccezione in questo contesto e si configura come l’elemento più interessante dell’intera narrazione. Timlin ribolle di uno spirito autentico, incontenibile, carnale e profondamente umano, ed è evidente il suo coinvolgimento sessuale nei confronti di Saul. Kristen Stewart è perfetta nell’incarnare un personaggio che cerca di contenersi ma straripa di emozioni forti e la cui passione rischia di esplodere da un momento all’altro. Uno dei momenti più intensi dell’intera pellicola è proprio il suo bacio con Saul, in uno scontro tra una passione dirompente dai tratti umani e un’aridità scaturita dal dolore e incarnata da un soggetto, Saul, che non conosce il “vecchio sesso”. “La chirurgia è il nuovo sesso“, simbolo di una condizione di appiattimento emotivo e sensoriale; la ritrovata umanità di Saul nel finale si tradurrà in un bacio struggente con la sua partner, Caprice. Cronenberg non teme più l’ibridazione del corpo umano, il vero rischio da scongiurare è la perdita di umanità.

    La povertà di stimoli e sensazioni dei personaggi si trasferisce, indirettamente e forse involontariamente, nello spettatore. I tagli, le amputazioni, il sangue non hanno la stessa forza che avevano in passato, non sono più repellenti, scabrosi, inaccettabili come in Videodrome, Crash o eXistenZ. I corpi, a parte rare eccezioni, non si manifestano nella loro fisicità tangibile, ma appaiono più come dei simulacri di loro stessi. Anche le sequenze più erotiche sono pervase da un’aria mortifera che non permette l’esplosione di forti sensazioni, positive o negative che siano. E se all’inizio del film la bava che permette a Brecken di digerire la plastica appare viscida, rivoltante, reale, le sequenze chirurgiche in computer grafica peccano in termini di concretezza e non sortiscono lo stesso effetto. L’atmosfera inospitale e respingente è costruita da David Cronenberg attraverso una regia posata, caratterizzata da lenti movimenti di macchina o da inquadrature fisse, vicina ai personaggi, in ambienti spogli, deturpati, fatiscenti, che si sposano con una città tenebrosa anche alla luce del sole. Le scenografie sono a metà tra il povero e il disagevole e, tra ruggine e muffa, finiscono per essere profondamente efficaci; lo stesso non si può dire per un cast le cui figure di contorno non sempre riescono a reggere il confronto con le star principali o per dei costumi anonimi, banali e poco caratterizzanti.

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  • STEPHEN DALDRY – DAL TEATRO AL SUCCESSO DI BILLY ELLIOT

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    Stephen Daldry è un regista e produttore britannico attivo nel teatro, nel cinema e anche sul piccolo schermo. Nacque nel Dorset nel 1960, figlio di un banchiere e di una cabarettista. Sin da adolescente manifestò il suo interesse per il palcoscenico e per la recitazione in particolare: per questo si unì alla compagnia teatrale amatoriale di Taunton (nel Somerset). Ottenne poi la laurea in letteratura inglese all’Università di Shieffield, dove diventò chairman del gruppo teatrale universitario.

    CARRIERA TEATRALE…

    La sua carriera teatrale non tardò ad iniziare con un apprendistato allo Sheffield Crucible Theatre dal 1985 al 1988, sotto la direzione artistica di Clare Venables. Solo un anno dopo, a soli 32 anni, diventò direttore artistico del Gate Theatre (1989-1992) e del Royal Court Theatre (1992-1998), due teatri londinesi.

    Dalla direzione artistica passò in seguito alla regia teatrale e il successo arrivò portando in scena il revival di An Inspector Calls di J. B. Priestley, grazie al quale fece riscoprire Priestley alla critica e al pubblico anglosassone. L’opera è una delle sue più note ed è considerata un classico del teatro inglese del Novecento; da allora venne riconosciuto come uno dei più validi registi teatrali del momento e acclamato come un nuovo maestro del teatro inglese. Avviò così una prolifica carriera teatrale che lo portò a produrre più di cento spettacoli, che gli valsero tre riconoscimenti: nel 2014 il Tony Award per il revival di Skylight di David Hare; nel 2018 il Laurence Olivier Award alla Miglior Regia per  aver diretto la prima pièce di Matthew Lopez, The Inheritance; l’anno successivo, infine, un terzo Tony Award per la Miglior Regia, per aver diretto il medesimo dramma a Broadway.

    …E CINEMATOGRAFICA

    Per un artista versatile come Stephen Daldry, il passo tra la regia teatrale e la regia cinematografica è stato breve . Nel 1998 si mise alla prova con il cortometraggio Eight, in cui racconta la nuova quotidianità di un bambino di otto anni, grande appassionato di calcio, che si ritrova a fare i conti con il trasferimento in una nuova città e con la perdita del padre. Il corto venne candidato ai BAFTA per il miglior cortometraggio nel 1999.

    Ma Daldry poteva fare di più e lo dimostrò solo un anno dopo dirigendo Billy Elliot (2000), un successo planetario presentato in anteprima al Festival di Cannes. Il film si ispira alla storia vera del ballerino Philip Mosley, un ragazzino di 11 anni che sogna di diventare un ballerino classico. Deve però fronteggiare il padre, che desidererebbe diventasse un pugile, e i pregiudizi dell’epoca che vedono nel balletto un incoraggiamento all’omosessualità. Ma di fronte a queste difficoltà Billy non si lascia scoraggiare e così il film diventa portatore di messaggi positivi, quali la perseveranza e il superamento degli stereotipi in favore della libertà e della felicità. Nel 2004 la rivista Total Film lo ha definito il 39° miglior film inglese di tutti i tempi e non si può che essere d’accordo, dato che è sempre capace di emozionare. Due anni dopo il debutto in sala, il regista ha tratto dal film un musical teatrale con le musiche di Elton John, descritto da The Telegraph come il miglior musical inglese. Infine, Billy Elliot valse a Daldry una candidatura all’Oscar per la Miglior Regia, a Lee Hall per la Miglior sceneggiatura originale e a Julie Walters come Miglior attrice non protagonista.

    Il film successivo non fu da meno: The Hours (2002). Basato sull’omonimo romanzo di Michael Cunningham, racconta le storie di tre donne appartenenti ad epoche diverse ma le cui vite sono tutte intrecciate al celebre romanzo di Virginia Woolf Mrs Dalloway. La prima di queste è l’autrice stessa, Virginia  Woolf, interpretata da un’eccezionale Nicole Kidman e rappresentata nei duri anni in cui non riesce più a controllare il disturbo bipolare e gli esaurimenti nervosi che da tempo accompagnano la sua quotidianità; Meryl Streep veste i panni di Clarissa, una donna che si prende cura del suo ex amante ormai malato di AIDS che la chiama “Signora Dalloway”; Laura Brown, interpretata da Julian Moore, è infine una donna infelice, insicura dei suoi sentimenti nei confronti del marito e che non desidera il bambino che sta per avere. Nicole Kidman ha ottenuto il Premio Oscar come Miglior attrice protagonista, il film invece ha ricevuto nove nomination (tra cui per il Miglior film, Miglior regia, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora e Migliori costumi), due Golden Globes per Miglior film e Miglior attrice a Nicole Kidman e l’Orso d’argento al Festival di Berlino a tutte tre le interpreti.

    Dopo sei anni, Daldry è tornato alla regia con un altro adattamento: The Reader – A voce alta (2009), tratto dall’omonimo romanzo di Bernhard Schlink (1995). Qui, Kate Winslet interpreta Hannah Schmitz, una trentaseienne che nella Germania del dopoguerra intrattiene una relazione con il quindicenne Michael Berg, che si prende cura di lei leggendo ad alta voce i romanzi. Daldry tratta il delicato tema del senso di colpa di coloro che hanno lasciato morire centinaia di ebrei, tanto che il film fu accusato di voler riabilitare la figura di una SS nazista. La magistrale interpretazione di Kate Winslet le valse il Premio Oscar come Miglior attrice protagonista.

    I successi del regista non finiscono qui e nel 2011 ha nuovamente attirato l’attenzione internazionale con Molto forte, incredibilmente vicino, film tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, con un cast d’eccezione: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow (candidato all’Oscar come Miglior attore non protagonista) e Viola Davis. Il film racconta la storia di Oskar, un bambino autistico di nove anni introverso e molto talentuoso, che si diverte a trovare le soluzioni degli indovinelli lasciati dal padre morto durante gli attentati alle Torri Gemelle. Il bambino intraprende un viaggio per le frenetiche strade di New York per risolvere un mistero rimasto insoluto.

    CONCLUSIONE

    Stephen Daldry è quindi un regista e un produttore poliedrico, che ha messo il proprio talento al servizio del mondo teatrale, la grande passione che lo accompagna sin dall’adolescenza, ma che non ha esitato ad ampliare la propria attività al mondo della settima arte. Sebbene i film prodotti e diretti non siano numerosi, ha presto guadagnato una posizione di prestigio tra i grandi del cinema e persino il suo Paese ne ha riconosciuto il valore, nominandolo il 7 giugno 2004 Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico “per i servizi all’arte drammatica”.

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  • NAUSICAÄ DELLA VALLE DEL VENTO – UNA PRINCIPESSA ECOLOGISTA

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    Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul film in questione!

    Il 25 luglio 2022 ritorna nelle sale italiane Nausicaä della Valle del Vento, capolavoro dell’animatore nipponico Hayao Miyazaki realizzato nel 1984. Basato sui primi sedici capitoli del manga omonimo, sin dalla sua uscita ha ricevuto il plauso unanime di critica e pubblico, lanciando Miyazaki nell’olimpo dell’animazione giapponese. 

    «Sono trascorsi ormai mille anni dai giorni in cui i Paesi più potenti del mondo si erano distrutti l’un l’altro. Quasi tutto il pianeta era stato coperto da una foresta velenosa soprannominata “la giungla tossica”». (voce narrante all’inizio del film)

    La favola della principessa che riporta la pace nella Valle del Vento incorpora già alcune delle costanti della produzione miyazakiana: la centralità di personaggi femminili forti e indipendenti, la brutalità della guerra in contrasto col pacifismo, la tecnofilia incarnata dalle macchine volanti, ma non solo. Specialmente negli ultimi anni infatti, la lettura ecologista dei film di Miyazaki sta prevalendo sia negli studi cinematografici, sia nel campo di ricerche sociologiche e ambientaliste dal carattere transdisciplinare. 

    PASSEGGIATE NELLA GIUNGLA TOSSICA

    Mille anni dopo una guerra nucleare che ha dilaniato gli ecosistemi, la Terra è terreno di scontro fra comunità umane regredite a uno stadio medievale, le quali mantengono, tuttavia, alcuni retaggi tecnologici del mondo precedente la catastrofe. Il nemico comune è la Giungla Tossica, un ambiente considerato insostenibile per la vita, nel quale pullulano spore radioattive. Ed è proprio in questo paesaggio mortifero che la principessa della Valle del Vento si rifugia, analizzando ed estraendo le piante che tanto affascinano il suo spirito avventuriero. Nausicaä non è solo una principessa: la giovane donna che vola su di un velivolo cullato dal vento è anche una biologa che scopre la natura tanto temuta dalle comunità umane.

    «Ho scoperto che le piante della giungla tossica non sono velenose se vivono in un ambiente puro. In sé le piante sarebbero innocue, è la contaminazione della terra che le rende mortali. Anche l’acqua e la terra di questa valle sono contaminate. Chi ha ridotto così il mondo?» (Nausicaä)

    Nel suo laboratorio, la principessa coltiva le spore in un ambiente sano, epurato dall’inquinamento di matrice antropica di cui gli esseri umani non sono consapevoli, accecati dalla brama di potere e dalla guerra fra clan. Quando Nausicaä finisce nelle viscere della Giungla Tossica insieme ad Asbel, un nobile tolmechiano(Tolmekia è uno degli imperi presenti nel film n.d.r.) che intende aiutare la giovane protagonista, ella fa una scoperta sensazionale: le radici dei possenti alberi che abitano la Giungla hanno filtrato l’aria inquinata, generando un ambiente salubre e purissimo. Sdraiandosi sul terreno, a contatto con la natura, Nausicaä si commuove dinnanzi a quel mondo che assume i tratti di un giardino edenico che si sta generando, assumendo in sé l’estremo atto di purificazione di un mondo che può ancora essere

    DEI NOBILI INTENTI

    Nausicaä è una principessa pacifista che si armonizza con l’ecosistema e gli animali che lo abitano. È portatrice di quei valori che possono ancora rifiorire nell’animo degli esseri umani nonostante la guerra termonucleare: essa incorpora l’ideale del vivere insieme come individuo nel mondo. 

    La noble-minded heroine predica il ruolo della specie umana nei confronti della natura, ed il suo agire si genera nel profondo legame con tutte le forme di vita, manifestando un’intrinseca biofilia così come intesa dal biologo Edward O. Wilson. La sua affiliazione ai processi vitali si esplica pur nella sua tecnofilia di matrice squisitamente miyazakiana: Nausicaä sorvola la Giungla Tossica a bordo del suo aliante a forma di lepidottero, una macchina meravigliosa il cui design verrà ripreso nel più recente di Miyazaki Si alza il vento (1984). Il mezzo che le permette di librarsi nell’aria e attraversare i paesaggi terrestri si armonizza con la forma del vento: in contrapposizione, le macchine della guerra ancorate al terreno distruggono le forme di vita, polverizzano i manufatti antropici e pretendono di dominare la natura che, in contrasto, sta cercando di rigenerare sé stessa ed il mondo. 

    La terza natura che sta sorgendo dalle rovine del mondo dev’essere accolta e protetta, non dominata: è questo l’estremo messaggio che si quantifica nelle battute finali del film. Lo scontro conclusivo è esemplificativo della poetica miyazakiana che enuncia la possibilità, da parte degli esseri umani, di abbandonare le armi della guerra e assumere in sé il pensiero ecologico già interiorizzato da Nausicaä. 

    I Tolmechiani scagliano un’orda di Ohmu, insetti giganti simili a tarli, contro la Valle del Vento, nell’ultimo atto di una guerra che si consuma da tempo. In quest’operazione, due soldati hanno infilzato con pesanti arpioni un piccolo della specie e mediante un aeromobile conducono la creatura verso la Valle, attirando così la mandria inferocita che intende vendicare il proprio simile. La principessa Nausicaä, eroina ecologista in simbiosi con la natura, diventa martire e si sacrifica col proprio corpo per tentare di fermare la catastrofe che distruggerà la sua valle. Con la sua presenza si pone dinnanzi alla mandria, la quale la investe, travolgendo il suo corpo inerme. Ma il suo estremo atto pacifista viene premiato dalla Natura, la quale le restituisce la vita, immolandola a salvatrice della Valle, mentre la mandria di Ohmu si pietrifica e sana con la propria corporeità il terreno. Dinnanzi a tale miracolo, gli umani comprendono, si redimono, seguendo l’esempio della principessa che è morta ed è risolta per la salvezza del bene comune: la Terra.

    Solo la prossimità con l’apocalisse, successivamente sventata, rende possibile la concretizzazione di un nuovo sguardo verso la natura, una nuova attitudine orientata al vivere insieme che si quantifica nell’abbandono delle armi e nel concepimento di un nuovo pensiero ecologico.  

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